L’arte come provocazione, Milo Moirè

Dopo la recente esibizione – non artistica – di Milo Moiré a Colonia, per manifestare la propria solidarietà nei confronti delle vittime delle violenze, ci si è posti il dubbio su quanto sia originale, come scelta, quella di denudarsi (nel 2016) per attirare l’attenzione pubblica.
Di sicuro non è stata una scelta originale ma se si è parlato della vicenda, evidentemente, ha ancora senso portare avanti simili trovate comunicative.
Tuttavia, se trasliamo questo concetto all’arte e alla provocazione che ha caratterizzato la produzione dell’artista svizzera, le cose cambiano.
Da questo punto di vista, nelle opere della Moirè non vi è niente di nuovo, in realtà, poiché l’idea di impressionare il pubblico attraverso gesti ribelli, non ordinari, che smuovano lo spirito borghese della società, è figlio dell’arte del Novecento. Se a ciò si aggiunge la facilità con la quale, grazie a tali escamotage, si assurge alla notorietà, risulta chiaro come la ricetta – vincente – possa essere di semplice realizzazione. Forse solo apparentemente.
L’artista di origine slovacca e spagnola e residente in Germania ha, in verità, tra studi accademici da una parte e lavori d’ispirazione espressionista e surrealista dall’altra, tutte le carte in regola per poter dire la sua in questa società “fintolibera” (che solo apparentemente dà la sensazione di poter esprimere la propria opinione). Le produzioni di Moirè sono organiche al pensiero unico mondialista, quindi non filtrate e perfettamente accettabili.
I suoi retaggi culturali sono palesi nei suoi lavori, che testimoniano la pluralità anarchica di produzioni di questa epoca e la pesante dipendenza nei confronti di quelle divinità artistiche, totem insostituibili, chiamate Avanguardie.
La performance PlopEgg #1 – A Birth of a Picture del 2014 è la perfetta sintesi di quanto asserito, preciso connubio tra action painting ed espressionismo astratto, con un pizzico di introspezione psicologica data dai suoi studi personali. L’opera in questione è stata realizzata di fronte all’edificio che ospita la Fiera internazionale dell’arte di Colonia, in cui la stessa Moiré espelle dalla vagina degli ovuli riempiti di inchiostro e di vernice acrilica, i quali si schiantano, poi, su una tela (http://www.milomoire.com/?lang=de).
Il popolo, o la «Gran Bestia», come direbbe qualcun altro, ha reagito stracciandosi le vesti.
Ma qual è il compito dell’artista? Quello di cambiare il mondo o, forse, di limitarsi a rappresentarlo filtrando la personale percezione di esso?
L’artista seguace della Abramovic e di Beuys, dopotutto, si è limitata, durante la sua carriera, a darci una rappresentazione della società moderna da perfetta figlia, qual è, della propria epoca.
Intanto, all’anacronistico codice di comportamento richiesto dal sindaco di Colonia, in cui, tra le altre cose, invitava le donne a non vestire in abiti succinti per non suscitare negli uomini inutili libido, la Moirè ha replicato, cercando, a modo proprio, di influire sulla società (e quindi tentando di cambiare il mondo), scrivendo su un cartello: “Rispettateci! Non siamo prede libere nemmeno se siamo nude”.

(fonte: corriere.it)

(fonte: corriere.it)