Adelita Husni-bei e i giochi di potere

Abbiamo già parlato di Rossella Biscotti e la sua vincita alla sedicesima edizione della Quadriennale di Roma, conquistando il primo premio col tema del viaggio, ma chi sono stati gli altri vincitori?

Tra gli under 35 si è aggiudicata il premio Illy Adelita Husni-Bey. AGENCY- Giochi di potere è l’opera che, nata nel 2014, ha colpito per la sua grande originalità. Dopo il successo alla galleria Laveronica di Modica (Sicilia), nel mese di aprile dello stesso anno ha preso corpo al Museo MAXXI di Roma.

Un gioco, un progetto. Adelita, ispirata ad un workshop usato in Inghilterra per lo studio della cittadinanza, propone ad un gruppo di studenti del liceo Manara di Roma di creare una simulazione che spiegasse attraverso relazioni di dominanza l’Italia contemporanea. Quaranta ragazzi, divisi in cinque gruppi: giornalisti, politici, lavoratori, attivisti e banchieri. Tre giorni di simulazione, di gioco, in cui i ragazzi scegliendo la categoria si sono immersi totalmente nella società odierna, comprendendo le vere astrusità che oggi investono l’Italia. Ognuno di loro con massima libertà di interpretazione, ha cercato di crearsi delle risposte. I giornalisti erano i responsabili di un rapporto sul progresso: ad ogni ora un telegiornale spiegava gli accaduti. Al termine della simulazione i ragazzi si assegnavano dei punti di potere, così da poter capire chi dei ragazzi era riuscito a conquistare il potere effettivo nella società che aveva creato. Le categorie in questo modo hanno cercato di simulare ciò che succede nella società italiana. Un gioco di ruolo? Quasi, ma un gioco che propone forme alternative di rappresentazione della vita politica e sottolinea il ruolo fondamentale dell’istruzione come base di fratellanza. Attraverso un’intensa partecipazione del gruppo di adolescenti, l’opera propone una serie di scene che descrivono le pieghe della realtà ed esamina come le decisioni sono prese nella società, per arrivare ad un risultato ricco di domande e risposte. Nel mese precedente il workshop, sono stati organizzati diversi incontri tra gli studenti con selezionati giornalisti, attivisti, economisti, sindacalisti e gli editori, per approfondire la conoscenza delle categorie scelte degli studenti.

Da un lato i banchieri, i politici e gli attivisti, dominati dalla fame di potere, dal gioco dei soldi, d’altra parte i lavoratori. «Noi eravamo i più deboli, sottomessi dalla classe dirigente, non avevamo obiettivi perché dovevamo reagire, dovevamo difenderci, ma ci rendevamo conto delle manovre politiche». Così parla una ragazza che ha fatto parte dei lavoratori, sostenendo di esser riuscita a sentirsi in una situazione reale. Se l’obiettivo fosse stato la ricerca del bene della comunità, sicuramente si sarebbero ottenuti risultati diversi, si sarebbe creata una situazione del tutto diversa. Ma al centro del progetto c’era il potere. Il potere che mangia gli uomini, che rende sempre più deboli, per poi far ricadere questa debolezza sulla società.

La scuola italiana deve aprirsi o no a questo tipo di didattica? Il museo è solo un’entità di “arte antica” o deve esser studiato anche come luogo per questo tipo di progetti? Una buona didattica si deve fermare allo studio del greco e del latino o deve andare oltre?

 

 

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