Anselm Kiefer, apologia delle rovine

Il punto di domanda rivolto verso un ordine superiore, divino o terrestre che sia, fa parte della stessa materia di cui è composta la corteccia cerebrale umana. Il cercare delle risposte nei detriti del susseguirsi del tempo e delle azioni è la risposta suggerita da Anselm Kiefer, artista tedesco nato proprio nell’anno finale del secondo conflitto mondiale.

Per uno che ha avuto come parco giochi personale una città sommersa dalle macerie e dalle ombre delle proprie colpe storiche, scegliere di trovare elementi di conservazione di ciò che è stato equivale a far sopravvivere il proprio mondo, con la speranza di trasformarli in materiale nuovo su cui lavorare. Kiefer ha più volte sostenuto come tutto possa subire un processo di rigenerazione; lui stesso afferma di non buttare mai via niente. La rovina di un luogo, di un oggetto, di un uomo, di un brano di storia comporta una caduta, un crollo, della quale restano lacerti, testimonianze ingombranti da spazzare via. Allineando ciò alla storia del suo paese, ecco che i personaggi a mano sinistra tesa che appaiono nella serie degli Heroic Symbols non sono delle provocazioni o il frutto del suo essere un nostalgico (inizialmente fu tacciato di essere un filonazista), ma semplicemente un tentativo di non perdere una parte della propria storia, trasfigurandola dall’orrido all’estetico attraverso la materia artistica, come a dire che non potendo farla scomparire, possa però trasformarla: la poetica che impregna le sue opere è proprio quella di una apologia delle rovine.

Tutta la sua arte gioca sulla contrapposizione tra ascesa e caduta, volo e radicamento, costruzione e disfacimento. Il peso della storia viene apparentemente portato via dalla leggerezza di due ali piumate in piombo, i suoi dipinti mostrano strati di materia pittorica sovrapposti fino a creare incrostazioni, livelli di lettura sempre più cronicizzati e nascosti nelle pieghe dell’esistenza. L’artista cerca di librarsi ma resta impantanato in tutto quello che resta, ed essendo una convivenza obbligata, cercare una risposta o un significato in quell’ammasso di materiale diventa una necessità.

Colui che si interroga diventa suscettibile di improvvisi voli verso l’alto, guizzi mentali ed architettonici (basti pensare alla serie delle Torri), piuttosto che di umidi sprofondamenti nella terra, rappresentati dalle gallerie che l’artista ha fatto scavare presso il suo immenso studio/spazio installativo di Barjac, in Francia. In questa sede l’artista ha creato anche le cosiddette “cattedrali”, che prendono ironicamente il nome dall’edificio sacro per eccellenza, rappresentazione materiale di una spinta ideale verso il divino, e che nella loro realizzazione finale si trasformano invece un claustrofobico alveare fatto di tunnel che consentono apparenti fuoriuscite alla luce, ma che in realtà vivono di percorsi tortuosi privi di un esito spaziale finale. La liberazione è sempre alla svolta successiva. Anche la torre resta comunque chiusa in sé, malgrado lo spasimo ascensionale, a tratti in precario equilibrio tra il pensiero e il cielo.

La superficie della memoria è un campo fertile su cui piantare il nuovo raccolto; nell’attesa che porti i suoi frutti, possiamo ingannare il tempo facendo qualche domanda al Cosmo, a Dio, o a chi per loro. Qualcuno dovrà pur spiegarci il perché.

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