Anselm Kiefer. Artista contro il nazionalsocialismo

Anselm Kiefer è uno dei più grandi artisti dell’epoca contemporanea. Nato nel ‘45 nella Germania post bellica, lo scenario della Berlino distrutta segnerà per sempre e profondamente il suo percorso artistico. Ciò che caratterizzerà la sua produzione degli anni Settanta e soprattutto degli anni Ottanta sarà il ritorno alla pittura e alla figurazione con lo scopo ben preciso di fare un’operazione storica, utilizzando il medium pittorico per riappropriarsi della storia recente, interrompendo, distruggendo, eliminando, eludendo il taboo del nazionalsocialismo.

I regimi dittatoriali, fascismo e nazionalismo in primis, hanno subito una damnatio memoriae all’indomani del secondo conflitto mondiale.

Molti artisti, diventati antifascisti dopo le leggi razziali del ‘36, sono stati considerati erroneamente antifascisti della prima ora proprio perché si aveva bisogno dell’esistenza di un’opposizione che di fatto non c’era. Kiefer negli anni Ottanta si pone proprio il problema di questo taboo che secondo l’artista va spezzato.

La Shoah era il suo chiodo fisso. «Kiefer cresce giocando, letteralmente, sulle rovine del paese; e sente che la sua storia è quella tedesca recente: quella del Terzo Reich. Per lui la Shoah è il male assoluto; sebbene dichiaro che un male assoluto non escluda altri mali assoluti. «Non credo in uno sviluppo della storia verso l’alto, verso il paradiso. […] Auschwitz non esclude altri Auschwitz» dice Kiefer.

Il primo lavoro di Kiefer è l’album fotografico Occupazioni, della seconda metà anni Settanta, in cui si ritrae in importanti luoghi pubblici, che hanno avuto un ruolo nel periodo della dittatura, ritto, con indosso la divisa che fu di suo padre, col braccio alzato e teso nel saluto nazista come redivivo Hitler. In Germania queste opere generano una forte controversia politica.

Ma l’artista si orienta anche in direzioni differenti come per esempio verso il recupero della mitologia nordica, che era stata riutilizzata e modificata ai fini della propaganda dal regime.

Kiefer condanna questa rivisitazione del mito tedesco da parte del nazionalsocialismo è tuttavia non viene capito e viene considerato come un neonazista ma in realtà la sua era una necessità di fare i conti con la storia. Il suo intero percorso consiste in un’assunzione di responsabilità e in un’elaborazione di una storia che sente riguardare lui stesso, e l’intera umanità.

Lo stile di Kiefer è inconfondibile e riesce a dare un senso di soffocamento che avvolge totalmente, carico di tensione politica. Kiefer è il pittore che meglio ha rappresentato il fallimento storico della cultura europea. La sensazione è quella di catastrofe, le figure sembrano inghiottite da questa quantità di materiali informi, ogni figura è prigioniera della propria ombra che la accompagna e la parola scritta che accompagna l’immagine diventa altrettanto importante.

La sua opera è una commistione di pennellate energiche, forti, di matrice espressionista ma è anche informale perché è un mix di materiali che fanno emergere l’opera nella sua tridimensionalità. Le figure sono come inghiottite in un abisso melmoso, immerse in paste terrose. Kiefer ha uno stile assolutamente riconoscibile, ha un fare che è assolutamente solo suo.

 

 

 

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