Il vocabolo “monuménto” deriva dal termine latino monumèntum, che a sua volta contiene la radice di due verbi, manère (restare, rimanere) e monère (ammaestrare, ammonire). Un monumento è quindi qualcosa che rimane nel tempo, dà informazioni e insegna. Costruire monumenti ha lo scopo di offrire, non solo a chi vive nel presente ma anche ai posteri, una testimonianza di civiltà.
La rubrica Architecture si occupa di tutti quei monumenti che a partire dal Rinascimento fino ai giorni nostri hanno dato all’uomo la possibilità di fare conoscere la storia e l’evoluzione della cultura, analizzando edifici pubblici, privati e strutture ecclesiastiche.
Lo scopo della rubrica è quello di presentare a chi legge, in chiave critica, il vasto patrimonio culturale architettonico mondiale, facendo una riflessione sul perché si è giunti alla realizzazione di determinate architetture e osservando come esse abbiano influenzato l’ambiente con la società circostante e, soprattutto, sul ragionamento intorno al concetto secondo il quale è architettura solo ciò che è funzionale.

L’architettura a Milano negli anni ’20 del Novecento

Milano, anni ’20. Immaginiamo un gruppo di architetti, tutti diversi fra loro, ma con un fattore in comune, l’appartenenza al Club degli Urbanisti. Di che si tratta? In cosa credono e cosa sostengono questi architetti? Viene elogiata l’arte del costruire le città in connessione alla formazione di uno spirito civico, si crede fortemente nell’importanza dell’architettura come espressione di una disciplina. Ma dove è possibile trovare dei modelli d’ispirazione? Sicuramente nella Milano del Settecento e degli inizi dell’Ottocento.

“Neoclassici” è l’appellativo che distingue gli architetti milanesi, i quali hanno come fine il far rivivere la Milano illuminista e alto borghese. Fra essi si annoverano Giovanni Muzio (1893 – 1982), Giuseppe De Finetti (1892 – 1951) e Giò Ponti (1891 – 1979), che hanno come committenti i membri delle famiglie dell’industria e della finanza di Milano.

Il primo architetto che decise di intraprendere una strada artistica differente dallo stile Liberty fu Giovanni Muzio, che fra il 1919 e il 1923 realizzò la Ca’ brüta, ovvero la casa brutta di via Moscova, come venne definita dai milanesi. Quando a Giovanni Muzio fu affidato il lavoro di decorazione della facciata era già presente la struttura muraria dell’edificio. L’architetto scelse di collocare sulla nuda muratura una serie di elementi architettonici, quali timpani, modanature, cornici, nicchie, sfere e medaglioni, organizzati in modo da individuare in modo chiaro i singoli appartamenti, una soluzione geniale che permette sia alla struttura architettonica sia ai suoi abitanti di emergere dall’anonimato che spesso caratterizza la ripetitività delle facciate tutte uguali. Questa soluzione pone in risalto l’identità del cittadino, che grazie al lavoro del Muzio può riconoscere la propria abitazione anche dall’esterno dell’edificio.

A differenza di Giovanni Muzio, l’architettura di Giuseppe De Finetti mira all’utile e al pratico, con il superamento del decorativismo superfluo. «La via della cultura è la via dall’ornato al disadorno» è la lezione di Adolf Loos alla quale De Finetti guardò con interesse. Fra il 1924 e il 1925 l’architetto realizzò la Casa della Meridiana, un’architettura che riassume il pensiero di De Finetti e che mette in luce il rispetto per colui che abita nella casa. L’esterno della casa non mostra elementi decorativi, è disadorno, la qualità emerge all’interno, l’ambiente in cui l’abitante ha l’occasione di esprimere la propria ricchezza interiore.

Fu Giò Ponti infine a rivolgersi alla crescente massa di pubblico che a partire dagli anni ’20 mostrò interesse per le produzioni d’arte. Lo scopo di questo architetto, giornalista e scrittore di architettura fu quello di sensibilizzare ed educare il pubblico a far proprio lo stile della propria casa attraverso l’arredamento, con il raggiungimento di uno stile di vita basato su comfort e praticità.