Il vocabolo “monuménto” deriva dal termine latino monumèntum, che a sua volta contiene la radice di due verbi, manère (restare, rimanere) e monère (ammaestrare, ammonire). Un monumento è quindi qualcosa che rimane nel tempo, dà informazioni e insegna. Costruire monumenti ha lo scopo di offrire, non solo a chi vive nel presente ma anche ai posteri, una testimonianza di civiltà.
La rubrica Architecture si occupa di tutti quei monumenti che a partire dal Rinascimento fino ai giorni nostri hanno dato all’uomo la possibilità di fare conoscere la storia e l’evoluzione della cultura, analizzando edifici pubblici, privati e strutture ecclesiastiche.
Lo scopo della rubrica è quello di presentare a chi legge, in chiave critica, il vasto patrimonio culturale architettonico mondiale, facendo una riflessione sul perché si è giunti alla realizzazione di determinate architetture e osservando come esse abbiano influenzato l’ambiente con la società circostante e, soprattutto, sul ragionamento intorno al concetto secondo il quale è architettura solo ciò che è funzionale.

Gio Ponti. Amare l’architettura

In mostra al MAXXI di Roma l’ingegno e la creatività poliedrica di Gio Ponti, in una grande mostra curata da Maristella Casciato, Fulvio Irace, Margherita Guccione, Salvatore Licitra e Francesca Zanella che celebra l’attività del grande architetto e designer a quarant’anni dalla sua scomparsa.

La mostra è divisa in segmenti tematici: in Verso la casa esatta sarà possibile comprendere la nascita e lo sviluppo del progetto omonimo, che ha interessato Ponti per gran parte della sua vita, destinato alla creazione di un’unità abitativa moderna e funzionale, che fosse davvero a misura d’uomo e che ha avuto la sua celebrazione finale nell’appartamento Ponti in via Dezza.

Il dialogo e l’interazione tra materiali costruttivi e il verde, la costante presenza di balconi, logge e verande nei progetti dell’architetto milanese sono oggetto di approfondimento nei documenti esposti in Abitare la natura; il verde entra da fuori e si fa parte costituente del nucleo abitativo. I progetti realizzati negli anni ’30 per una serie di concorsi pubblici destinati alla realizzazione, tra gli altri, del Palazzo dell’Acqua e della Luce all’E42 o della Scuola di Matematica nella Città Universitaria di Roma sono i protagonisti della sezione intitolata Classicismi: lavori caratterizzati dal convincente connubio tra attenzione al dato macroscopico e cura per il dettaglio.

La tradizionale volumetria associata all’architettura viene spesso declinata da Ponti in piani bidimensionali: questo il tema sviscerato nella sezione di mostra Architettura della superficie, che vede protagonisti i suoi progetti di edifici caratterizzati da facciate leggere, traforate, scavate al fine di alleggerire i volumi a favore di un concept legato al valore costruttivo del less is more. Tema questo che torna a essere approfondito in Facciate leggere, dove la trama materica viene alleggerita attraverso elementi di apertura e respiro, come accade nella Con-cattedrale di Taranto o negli edifici governativi a Islamabad.

Ne Lo spettacolo delle città e Apparizioni di grattacieli l’attenzione è puntata invece sulla predilezione di Ponti per uno sviluppo verticale dell’architettura, il suo essere anticipatore del prototipo del moderno grattacielo, che trova la sua realizzazione più compiuta nel famoso Pirellone di Milano.

Chiude la mostra Sguardi contemporanei, omaggio fotografico alle opere architettoniche di Ponti, con una serie di immagini realizzate da Filippo Romano, Delfino Sisto Legnani, Stefano Graziani, Paolo Rosselli, Allegra Martin, Michele Nastasi e Giovanni Silva.

Dal piccolo al grande, dallo spazio pubblico al design di interni, la produzione di Gio Ponti ha sconfinato in settori diversi, dando prova di una mente attenta alle esigenze dell’individuo moderno, con una costante proiezione verso il futuro che ha dato al suo lavoro una valenza estremamente attuale, quasi senza tempo.

 

Maxxi – Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Galleria 5

Dal 27 Novembre 2019 al 13 Aprile 2020

Via Guido Reni 4A, Roma

Martedì, venerdì e sabato 11:00 – 20:00 Mercoledì, giovedì e domenica 11:00 – 19:00

www.maxxiart.com

 

Architetture abbandonate. Osini vecchio, un paese fantasma

Quando si pensa all’architettura si è soliti immaginare gli imponenti templi che hanno caratterizzato le civiltà classiche, gli edifici religiosi che durante i secoli hanno accolto le migliaia di fedeli cristiani e le mega costruzioni che fanno da sfondo alle più grandi metropoli del mondo. E’ vero che tutto ciò attrae l’essere umano in quanto si tratta di un frutto del proprio ingegno e quindi ci si meraviglia di fronte a quelle che sono le più avanzate opere architettoniche, ma è anche vero che l’uomo è attratto da quelle che sono le tracce del passato, ricercando antichi ruderi o paesi in stato di degrado testimonianza del passaggio della civiltà. E’ il caso dei “paesi fantasma”, architetture abbandonate che nel corso degli ultimi anni stanno diventando una fonte attrattiva per numerosi turisti. A caratterizzare questi luoghi, che si distinguono per l’atmosfera romantica è senza dubbio il silenzio, interrotto dal rumore scaturito dai passi dell’uomo e, in alcuni casi, dallo scorrere dell’acqua di qualche fontana ancora funzionante.

In Sardegna, fra questi paesi fantasma, si annovera Osini vecchio, in Ogliastra, ubicato a poca distanza da Osini, di fronte al quale è possibile ammirare un altro dei più noti paesi abbandonati dell’isola, Gairo vecchio. Osini vecchio è un piccolo paese abbandonato in seguito a una terribile alluvione avvenuta nel 1951, un centro che in passato ha ospitato una popolazione composta da ben 1500 abitanti. Chi visita questo luogo vive la sensazione di essere catapultato nel passato, facendo un salto indietro nel tempo.

Passeggiando fra le vie abbandonate del paese si incontra la chiesa di Santa Susanna, realizzata nel XVII secolo, un edificio religioso composto da una pianta a croce latina con un’unica navata, fiancheggiata da alcune cappelle sormontate da volte a botte, copertura che caratterizza anche l’area presbiteriale. La facciata della chiesa è molto semplice, presenta solamente un portale ligneo al di sopra del quale si apre un rosone. Un campanile a base quadrata con cupola cuspidata caratterizzano il lato destro della chiesa, mentre a sinistra è possibile ammirare il vecchio cimitero, ormai sconsacrato, la cui presenza ricorda ai visitatori le pittoresche atmosfere tipiche del Romanticismo ottocentesco.

Muri diroccati e abitazioni abbandonate catturano l’interesse dei turisti che ogni anno decidono di visitare il vecchio centro. Gli ingressi e le finestre aperte di queste architetture sono un forte richiamo per coloro che passeggiano fra le vie lastricate, entrare all’interno di queste dimore abbandonate, caratterizzate da colori vivaci come il rosa e l’azzurro, suscita in coloro che le ammirano la sensazione di far parte della vecchia comunità, sbirciando silenziosamente e con rispetto quella che doveva essere la vita quotidiana della comunità osinese.

 

 

 

 

 

La città futurista di Antonio Sant’Elia

«Noi dobbiamo inventare e fabbricare ex novo la città moderna simile ad un immenso cantiere tumultuante, agile, mobile, dinamico in ogni sua parte, e la casa moderna simile ad una macchina gigantesca».
Antonio Sant’Elia, giugno 1914.

Antonio Sant’Elia (1888 – 1916) fu un architetto e pittore italiano, esponente di spicco del Futurismo. Sempre più legato al contesto storico in cui vive, il suo stile sviluppa una ricerca formale nell’ambito dell’industrializzazione, tenendo conto dei nuovi materiali edilizi, quali cemento armato, vetro o armature in ferro. Il suo maestro e fonte d’ispirazione fu il secessionista viennese Otto Wagner.
L’evoluzione del suo stile era legato al contesto storico in cui l’architetto era immerso, ovvero quello dell’industrializzazione. Le macchine stavano cambiando il modo in cui si percepiva il mondo circostante, non solo rendendo più semplice la produzione industriale, ma anche facendo sbocciare nella gente un senso di accelerazione verso l’avvenire.
La sua concezione dell’architettura futurista si evince in modo limpido da ciò che scrive nel suo manifesto: «L’architettura futurista è l’architettura del calcolo, dell’audacia temeraria e della semplicità; l’architettura del cemento armato, del ferro, del vetro, del cartone, della fibra tessile e di tutti quei surrogati del legno, della pietra e del mattone che permettono di ottenere il massimo della elasticità e della leggerezza».
Fra i numerosi schizzi dell’architetto si ricorda Studio per la Città Nuova, iniziati nel 1909, ove a dominare sono la volumetria netta delle forme, l’uso costante di contrafforti, scalinate che conferiscono un andamento piramidale alle costruzioni e grandi superfici dalla forma a cupola. In quest’opera la principale ispirazione dell’architetto italiano è la metropoli, con i suoi elementi caratterizzanti, quali la monumentalità e la grandiosità delle forme, la cui forte verticalità corrisponde alle numerose comunicazioni orizzontali attinenti il traffico, la velocità delle automobili e della linea ferroviaria. La città diventa, nell’immaginazione di Antonio Sant’Elia, un grande cantiere caotico e dinamico, nel quale è possibile dar sfogo all’inventività grazie all’ausilio di materiali innovativi.
Le due sole opere di Antonio Sant’Elia realizzate, in quanto morì durante la guerra, furono la villa Elisi, progettata nel 1912, a San Maurizio sopra Como e il monumento ai caduti, realizzato sempre a Como.

Parigi. Incendio a Notre Dame

Ieri 15 aprile 2019 il mondo dell’architettura medievale ha subito una gravissima devastazione. Notre Dame a Parigi, una delle più importanti architetture gotiche al mondo, è stata vittima di un gravissimo incendio che ha portato al crollo della guglia e del tetto.
Secondo le prime analisi l’incendio sarebbe divampato dalle impalcature esterne utilizzate per effettuare i lavori di restauro. Al momento l’incendio è stato placato e sono stati risparmiati dalle fiamme i due campanili con il rosone che caratterizzano la facciata dell’edificio religioso.
Anche l’interno della cattedrale ha subito gravi danni, ma diverse opere d’arte e reliquie sono state messe in salvo, quali la corona di spine, che i soldati romani avrebbero posto sul capo di Gesù prima della crocifissione, e la tunica di San Luigi, entrambe molto importanti per i credenti cristiani.
La cattedrale parigina, celebrata da Victor Hugo nel celebre romanzo Notre Dame de Paris, del XIX secolo, da ieri ha cambiato il proprio aspetto, l’arte e Parigi hanno una vera e propria cicatrice sul proprio volto. L’umanità ha visto ieri la devastazione di uno del Beni Culturali più importanti del pianeta. Ciò non significa che Notre Dame non esisterà più, la struttura continuerà a vivere grazie alla sensibilità degli uomini che credono nell’importanza delle testimonianze dei secoli passati. Il fuoco può anche bruciare la materia, ma non potrà incendiare l’arte e la memoria.

Ritorno alle origini con l’architettura di Antoni Gaudì

Antoni Gaudì (1852 – 1926) fu uno dei più celebri artisti nel mondo dell’architettura. Fu il massimo esponente del modernismo catalano e venne definito da Le Corbusier come il «plasmatore della pietra, del laterizio e del ferro», dunque un vero e proprio architetto fecondo, tanto che sette delle sue opere presenti a Barcellona sono state inserite nel 1984 nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.
Sono principalmente due le fonti architettoniche alle quali Antoni Gaudì si riferisce durante lo svolgimento della propria carriera: l’arte neogotica, teorizzata dall’architetto francese Eugène Viollet – le – Duc, e le arti orientali, con le quali venne a conoscenza attraverso la lettura dei testi di William Morris, Walter Pater e John Ruskin. Se si pensa a strutture architettoniche quali il Capricho, casa Vicens e il palazzo con i padiglioni Güell, realizzate proprio dall’architetto spagnolo, è subito chiaro come Gaudì abbia inserito in esse dei motivi dai caratteri orientali, ben noti all’architetto grazie alla collezione di fotografie di arte egizia, cinese, indiana e persiana. Nelle architetture di Gaudì spiccano anche lo stile moresco, le soluzioni ornamentali delle arti bazar e mudéjar e le influenze tratte dall’architettura islamica.
La vera e propria maestra di Gaudì però fu la natura, tanto che egli affermò «La natura è stata sempre la mia maestra, l’albero vicino al mio studio è il mio maestro». Gaudì era solito ricercare le forme naturali attraverso l’utilizzo di curve complesse, come il paraboloide iperbolico, l’iperboloide, il conoide e l’elicoide, rinunciando alle linee rette che risultavano troppo rigorose e quasi opprimenti. Grazie all’utilizzo di queste linee morbide, dinamiche e sinuose l’architetto poté innescare una nuova ricerca spaziale, convinto che la linea curva fosse la linea di Dio, un tema che riprende il modo di pensare di Francesco Borromini, che prediligeva le linee curve e i motivi fluttuanti, o ancora dell’Art Nouveau. L’iniziale ispirazione gotica si trasformò così in un attrazione verso le forme naturali del regno minerale, vegetale e animale, sperimentando nei materiali il modo più congeniale per esprimerle.
Altro elemento essenziale nelle opere di Gaudì è la luce, che veniva utilizzata come un’ulteriore materia di costruzione, in quanto riflesso divino che rivela la bellezza del mondo, attraverso la decomposizione della fascio di luce in colori.
L’opera architettonica più conosciuta di Gaudì è senza dubbio la Sagrada Familia, a Barcellona, un edificio religioso che si compone di cinque navate principali e tre trasversali che formano una croce latina. Le cinque navate principali hanno una lunghezza di 90 metri mentre le trasversali misurano 60 metri. I soggetti delle tre facciate sono la nascita di Cristo, la Passione di Cristo e la Gloria. L’interno della basilica è veramente mozzafiato, un vero e proprio inno alla natura. E’ imponente e solenne, con un’illuminazione perfetta. I pilastri di sostegno, costruiti in materiali diversi hanno una forma molto armoniosa, nella parte bassa somigliano a delle normali colonne, ma salendo di dividono, dando l’impressione che siano delle ramificazioni di un albero. Sotto la basilica è costruita una cripta, una piccola chiesa che contiene anche la tomba di Antoni Gaudì.
«L’originalità consiste nel tornare alle origini». Antoni Gaudì.

This photo was taken in Barcelona(Spain) while we had an holiday trip with our school. I used Photoshop to remove cranes in the background of the picture.

L’architettura a Milano negli anni ’20 del Novecento

Milano, anni ’20. Immaginiamo un gruppo di architetti, tutti diversi fra loro, ma con un fattore in comune, l’appartenenza al Club degli Urbanisti. Di che si tratta? In cosa credono e cosa sostengono questi architetti? Viene elogiata l’arte del costruire le città in connessione alla formazione di uno spirito civico, si crede fortemente nell’importanza dell’architettura come espressione di una disciplina. Ma dove è possibile trovare dei modelli d’ispirazione? Sicuramente nella Milano del Settecento e degli inizi dell’Ottocento.

“Neoclassici” è l’appellativo che distingue gli architetti milanesi, i quali hanno come fine il far rivivere la Milano illuminista e alto borghese. Fra essi si annoverano Giovanni Muzio (1893 – 1982), Giuseppe De Finetti (1892 – 1951) e Giò Ponti (1891 – 1979), che hanno come committenti i membri delle famiglie dell’industria e della finanza di Milano.

Il primo architetto che decise di intraprendere una strada artistica differente dallo stile Liberty fu Giovanni Muzio, che fra il 1919 e il 1923 realizzò la Ca’ brüta, ovvero la casa brutta di via Moscova, come venne definita dai milanesi. Quando a Giovanni Muzio fu affidato il lavoro di decorazione della facciata era già presente la struttura muraria dell’edificio. L’architetto scelse di collocare sulla nuda muratura una serie di elementi architettonici, quali timpani, modanature, cornici, nicchie, sfere e medaglioni, organizzati in modo da individuare in modo chiaro i singoli appartamenti, una soluzione geniale che permette sia alla struttura architettonica sia ai suoi abitanti di emergere dall’anonimato che spesso caratterizza la ripetitività delle facciate tutte uguali. Questa soluzione pone in risalto l’identità del cittadino, che grazie al lavoro del Muzio può riconoscere la propria abitazione anche dall’esterno dell’edificio.

A differenza di Giovanni Muzio, l’architettura di Giuseppe De Finetti mira all’utile e al pratico, con il superamento del decorativismo superfluo. «La via della cultura è la via dall’ornato al disadorno» è la lezione di Adolf Loos alla quale De Finetti guardò con interesse. Fra il 1924 e il 1925 l’architetto realizzò la Casa della Meridiana, un’architettura che riassume il pensiero di De Finetti e che mette in luce il rispetto per colui che abita nella casa. L’esterno della casa non mostra elementi decorativi, è disadorno, la qualità emerge all’interno, l’ambiente in cui l’abitante ha l’occasione di esprimere la propria ricchezza interiore.

Fu Giò Ponti infine a rivolgersi alla crescente massa di pubblico che a partire dagli anni ’20 mostrò interesse per le produzioni d’arte. Lo scopo di questo architetto, giornalista e scrittore di architettura fu quello di sensibilizzare ed educare il pubblico a far proprio lo stile della propria casa attraverso l’arredamento, con il raggiungimento di uno stile di vita basato su comfort e praticità.