Il Corpo Nell’Arte

La rubrica Il Corpo Nell’Arte indaga come e perchè il corpo è ancora oggi soggetto irrinunciabile della produzione artistica e quanto sia ampio lo spettro di possibilità espressive che offre.
Fuori dal cliche di un arte contemporanea distante dall’uomo comune, l’approccio a queste opere è meno faticoso rispetto ad altre con un astrazione totale tra immagine e significato.

Fin dalle prime forme di rappresentazione, attraverso le varie epoche il corpo umano è soggetto inesausto delle diverse pratiche artistiche.
Senza il corpo non ci sarebbe l’arte stessa, così come tutto ciò che è prodotto umano.
Ogni opera che rappresenti il corpo si pone in diretto riferimento con ogni individuo, la comprensione non è mediata, l’empatia agevolata.
Nonostante la ridefinizione dell’arte e il moltiplicarsi di tendenze e prassi non figurative succedutesi nell’ultimo secolo, il corpo rimane ancora protagonista della ricerca di svariati autori contemporanei.
L’uso del corpo come soggetto/oggetto assume oggi di volta in volta intenti e significati nuovi, disparati e talvolta opposti.
Dalla continua indagine sulla forma fino alla sua trasfigurazione, dalla valenza politica a quella sociale o individuale, dall’attenzione alle pulsioni carnali e sessuali alla trascendenza metafisica, dalla narrazione epica a quella del quotidiano fino alla perdita di identità e via continuando con gli innumeri temi a cui il corpo è chiamato continuamente ad esser simbolo.

I corpi resistenti di Francesca Grilli. Performatività e resistenza al di là del corpo

Il corpo è da sempre il ricettacolo e il contenitore di memorie, passioni e sofferenze. Il corpo, proprio di una persona o i suoi simulacri, comporta sempre una totale immersione, fisica e mentale nelle emozioni e nelle sfide che vengono costantemente poste da se stessi o dagli altri. Il limite è quello che, per natura o per volontà, ci tiene timorosamente ancorati a una realtà che ci appartiene soltanto a metà. Mettere in gioco il proprio limite e superarlo attraverso il consapevole e fermo controllo di esso, ci permette di sopravvivere anziché soccombere, così da creare mondi nuovi e magnifici.

Il concetto di limite e corpo non può essere disgiunto da quello di resistenza: lo sforzo fisico si tramuta in controllo mentale su qualcosa, come la natura, che di per sé è incontrollabile.

Francesca Grilli, artista a tuttotondo che, da diversi anni a questa parte, ha intrapreso un diverso tipo di cammino artistico che predilige più l’aspetto performativo che quello di pura concettualità. Il suo approccio non prevede più la presenza totalizzante ed estremizzata del corpo dell’artista soggetto ad atti masochistici o autolesionisti, ma predilige una bensì più ardua e complessa via: quella di un racconto, una narrazione che sia emblema di una rivincita su se stessi attraverso l’uso attento e minuzioso di corpi altri.

I corpi di Francesca Grilli sono corpi resistenti, vere e proprie tracce di sopravvivenza ai margini della società: dei ballerini ultrasessantenni, musicisti sordi, un gruppo d’immigrati, una cantante albina, etc. Queste forme umane che definirò “lucciole”, per meglio intendere un tipo di ricerca profondamente interconnessa con la filosofia, sono condotti attraverso un’operazione di graduale liberazione attraverso il gesto dell’atto performativo, a superare il proprio limite fisico e spirituale per sopravvivere nel buio silenzioso della società odierna.

Il tentativo dell’artista di definire il limite di se stessi attraverso una consapevole conoscenza di sé permette ai suoi corpi di vedere oltre, di creare infiniti mondi altri attraverso cui elaborare una nuova visione del proprio essere.

L’arte di Francesca Grilli assume le sembianze di un corpo che assomiglia ad altri corpi, attraverso un’attenzione costante alle fragilità e alle paure che accomunano qualsiasi essere vivente. Ci risveglia dal torpore e dall’apatia proiettandoci in scene al limite dell’esoterico e del magico, creando spazi ibridi che si scompongono sotto lo sguardo attento dello spettatore e ci tengono fermamente legati, nei pochi minuti di messa in scena, a un immaginario del tutto nuovo che a primo impatto astrae e ipnotizza e, successivamente, ammalia e necessita di una riflessione a posteriori, basato sui ricordi e memorie che appartengono al proprio immaginario.

Si tratta di vere e proprie visioni esperienziali tipiche di un’arte che tende verso la teatralità, ma che necessitano di una presenza fisica nel qui e ora in un continuo mostrarsi, sotto molteplici punti di vista, del corpo e dell’essere nella sua veste migliore.

 

Matthew Barney e il ciclo di Cremaster

Cremaster è un ciclo di opere audiovisive ideate dall’artista americano Matthew Barney e che ha riscosso molto successo nell’ambiente artistico della seconda metà degli anni ‘90. Si tratta di cinque filmati la cui durata varia dai quaranta minuti alle tre ore, presentati volontariamente in disordine cronologico (Creamaster 4 è del 1994, Creamaster 1 del ’95, il 5 del ’97, il 2 del ’99, il 3 è l’ultimo del 2002) e privi di una vera e propria trama.

Queste creazioni sono totalmente incentrate sugli aspetti simbolici e ogni interpretazione è lecita. Inutile ogni tentativo di spiegazione oggettiva, ognuno può interpretare liberamente il significato di ogni fotogramma.

In Cremaster 1 ad esempio vediamo che la narrazione si svolge tra un campo da Football americano e un dirigibile, mentre i protagonisti sono un gruppo di ballerine, delle hostess e una donna sotto un tavolo. L’azione è un susseguirsi di coreografie all’interno dello stadio e gesti apparentemente senza senso svolti dentro il dirigibile. Ogni cosa è simbolica, dai dirigibili che riportano un famoso marchio di pneumatici (simbolo di società capitalistica?) all’uva che viene rubata dalla donna sotto il tavolo attraverso un foro (riproduzione di un utero e di uno stato fetale?).

Lo stile è subito riconducibile al cinema surrealista come il famosissimo film di Luis Bunuel “Un cane andaluso”, con cui condivide il forte simbolismo e la totale assenza di schematismi narrativi, lasciando lo spettatore senza punti di riferimento lungo la visione. Non è un tipo di espressione cinematografica che accetta mezzi termini, o la si ama o la si odia. Ma perché sprecare qualche ora della nostra vita per vedere una serie di video senza né capo né coda? Vale la pena provarci semplicemente per il fatto che guardando il ciclo di Cremaster ci spogliamo di tutti gli schemi che utilizziamo nella comprensione di un racconto, trasformando l’assorbimento passivo della storia in un esercizio attivo di associazioni mentali che alla fine della visione ci avrà comunque lasciato un inizio, uno svolgimento e una conclusione. Barney offre un fenomenale esempio di arte con il corpo, attraverso questo non ci parla direttamente di una cosa, ma ci induce a pensarla.

 

L’arte della sensualità nei nudi della Beecroft

Forza, fascino, bellezza femminile. La scelta di Vanessa Beecroft è semplice: realizzare performance avvalendosi del corpo di donne più o meno nude, posizioni quasi coreografiche accompagnate da giochi di musica e di luce. L’artista vuole comporre quadri viventi, basta poco: una galleria e un gruppo di modelle.

Ciascuna delle partecipanti deve attenersi a delle norme che lei stessa stabilisce, assegna loro una disposizione segnata da un numero, scritto sul pavimento, una posizione precisa su una linea quadrata, circolare o comunque simmetrica. A loro stesse spetta poi di creare il disordine naturale, privo di teatralità, per trasportarsi tutte assieme in un’idea di nudità metafisica, fortemente indicata anche dalla scelta dei corpi e dalla tessitura dell’epidermide.

Come se fossero corpi finti, costringe giovani modelle seminude a stare immobili per ore ed ore. Quando si muovono, lo fanno secondo coreografie progettate nei minimi dettagli, e guai a sbagliare: vietato parlare e interagire tra di loro o con il pubblico nemmeno scambiando uno sguardo, è necessaria la massima concentrazione.

«Non parlate, non interagite con gli altri, non ridete, non muovetevi teatralmente, non muovetevi troppo velocemente, non muovetevi troppo lentamente, siate semplici, naturali, distaccate, siate inapprocciabili, non siate sexy, comportatevi come se foste vestite e se come se non ci fosse nessuno nella stanza», è così che la Beecroft si rivolge alle sue ragazze, ed è solo tramite questi schemi che può ottenere il totale straniamento della loro presenza.

Beecroft pone al centro della propria riflessione i temi dello sguardo, del desiderio e del mondo della moda. I corpi morbidi delle donne si contrappongono al terreno umido e sporco, si lasciano cadere sulla terra, venendo a contatto con essa, sporcandosi. Nel corso della mostra si alternano i ritratti di ragazze a figura intera, dalla chioma lunghissima o dai capelli raccolti, come fossero fiori e germogli di piante. Secondo l’artista La terra è un riferimento alla land art, molto scura e umida, come la terra ricca dei campi coltivati. La performance contrappone la purezza dei corpi femminili, la loro nudità, con il colore sporco della terra e la sua materia. Alcune modelle saranno simili a gigli e altre simili a patate.

È evidente che, come in tutti i lavori di Beecroft, il corpo è protagonista, spesso nudo o accompagnato da pochi accessori, un costume, una scarpa dai tacchi vertiginosi, calze o parrucche. Lo splendore femminile è analizzata nelle sue molteplici sfaccettature, nella fisicità, nella forza e nel fascino, nella fertilità. Una bellezza ideale che quasi richiama quella sensualità della Venere di Urbino.

Makoto: un giapponese innamorato del corpo (vuoto)

Makoto è un feticista del corpo umano, un amante del nihil nonché ex devoto classicista.

Basterebbe questa premessa, accompagnata dalla visione delle opere, per esaurire la curiosità di chi si accinge a conoscere per la prima volta questo artista giapponese sui generis.

Ciò non perché Makoto non possa dare molto di più, al contrario, solo pochi artisti sono in grado di manifestarsi chiari e limpidi nella loro semplicità. Pochissimi, i migliori, assurgono alla sintesi.

Lo scultore nato a Maebashi partorisce la tecnica Nukegara (la spoglia) dopo gli studi accademici sostenuti a Carrara – la prima esperienza nel Bel paese dopo aver lasciato la terra natia. Inevitabilmente influenzato dalla classicità, anche dopo un fugace innamoramento per Leonardo da Vinci in tenera età, decise di superare la pedissequa riproposizione maturata in Accademia per assurgere al vuoto ed al bianco poetico.

Quest’ultimo lascia allo spettatore la libertà di prediligere il colore più appropriato, attingendo dalla propria tavolozza immaginaria, e costringe a definire spazi e forme.
Il vuoto è il protagonista indiscusso, che grazie al bianco poetico impone all’astante uno sforzo immaginativo appena percettibile ma anche un senso di profonda angoscia per ciò che l’essere umano prova per ciò che non è definito.

Il corpo non è presente, ma l’energia vitale emerge prepotente. Makoto era solito trattare con lo shiatsu i propri modelli prima di procedere con il Nukegara e, al di là dell’evidente poco credibile concetto di “energia vitale” (riassumibile in Occidente come rilascio vascolare di flusso sanguigno), egli riesce nel proprio intento di dare un anima viva a ciò che è assente.

Tutte le opere di Makoto non fanno altro che testimoniare un innamoramento per il corpo là dove il corpo è assente. E’ il paradosso di un artista eccelso poiché sintetizzabile.

The Morgue. Serrano immortala cadaveri

Andres Serrano (1950) è il fotografo statunitense che ha reso omaggio al corpo umano privo di vita con la celebre serie The morgue del 1992, immagini che immortalano i crudi dettagli di un corpo, privo di dati anagrafici, abbandonato dall’essenza vitale, fotografie scattate a corpi di adulti e bambini dove non esiste  censura o tabù, ove a essere indicata è solamente la causa della morte. Cicatrici, ferite, ustioni, occhi e bocche aperte che non possono più esprimersi sono i soggetti di Serrano in The morgue. Il fondo scuro della fotografia ricorda le opere di Caravaggio, coloro che osservano il soggetto fotografico hanno la possibilità di scrutare la morte da vicino, come se si trattasse di un quadro.

Sono trascorsi secoli da quando Leonardo e Michelangelo studiavano i cadaveri umani per trarre gli insegnamenti anatomici che avrebbero reso celebri le loro opere e ancora più tempo è trascorso da quando gli antichi egizi intervenivano sui cadaveri per rendere il corpo eterno. Se già nei tempi più antichi i cadaveri erano presi in considerazione e anche ammirati dagli artisti perché la società contemporanea si stupisce o si scandalizza se il cadavere continua a essere il centro di interesse di alcuni geni dell’arte?

«Credo che sia necessario cercare la bellezza anche nei luoghi meno convenzionali o nei candidati più insospettabili. Se non incontro la bellezza non sono capace di scattare alcuna fotografia». Le parole precedentemente riportate sono state pronunciate da Serrano e sono d’aiuto per capire il cuore pulsante della propria arte, conducono il pubblico alla chiave di lettura di questa parte dell’operato dell’artista.

Le opere fotografiche realizzate dal Serrano sono considerate macabre dal pubblico, l’artista stesso è reputato come un individuo che non rispetta la vita e che preferisce esibire delle immagini con corpi immortalati in condizioni strazianti, ma il fotografo non reputa il proprio lavoro scioccante. E’ il dettaglio raccapricciante e violento l’elemento che conferisce la bellezza alla fotografia. Si reputa Serrano come colui che viola l’intimità del defunto e della famiglia che dovrebbe compiangere il proprio caro, ma il compiangere qualcuno non serve per far si che il ricordo di colui che non è più in vita continui a durare in eterno? Non è forse questo che fa Serrano, rendere eterno un corpo? Grazie a questo genio della fotografia viene estetizzato ciò che ancora nell’età contemporanea è considerato repellente e osceno, un corpo non in vita con dei segni sulla pelle che incutono paura e disgusto.

Attraverso The morgue l’artista ha realizzato il suo scopo, ossia mettere in luce delle opere potenti e avvincenti, è stato possibile mostrare la bellezza del corpo che esiste nella morte.

Immagini di guerra. Robert Capa

Robert Capa, un fotoreporter in grado di cogliere la realtà attraverso pochi semplici scatti ma tali da lasciare un segno in chi li guarda.
Capa dimostra il suo talento per la fotografia cogliendo l’attimo esatto in cui lo sguardo di una persona si mostra privo di maschere.
Le foto di Robert sono come una sorta di mostra, concepita per ritrovare memorie e luoghi che ne hanno influenzato il carattere. I reportage sulle città bombardate, sulle truppe, sui sopravvissuti, sui soldati, testimoniano la dura realtà della guerra che soffoca ogni speranza di emozione positiva.

Queste immagini sono documentate nella memoria di Capa, che coglie con il suo sguardo tutto il potenziale delle scene che vive trasfigurandone l’essenza in arte.
Comunicando il dramma e trasformandolo in una pericolosa bellezza, in grado di trasmettere forti emozioni in chi lo osserva. I suoi scatti sono profondi e dolorosi squarci sulla condizione dell’uomo e della popolazione, e testimoniano il desiderio di raccontare una storia attraverso le immagini.
Le foto drammatiche non sono aggressive, ma mostrano tutta la sensibilità e la tenerezza delle volontarie in armi e delle pattuglie mostrando al mondo la cesura e la svolta in atto.

Memorabili alcuni scatti tra cui il suo servizio incentrato sulla figura di un pastore intento a celebrare la messa a cielo aperto, a causa dei bombardamenti, o su un uomo che tiene in braccio una bambina ignara di tutto ciò che le sta accadendo intorno.
Le immagini di Capa mostrano il dolore senta pudore restando fra le più drammatiche di tutta la guerra e rivelano il sentimento di profonda partecipazione del fotografo alle sofferenza degli individui. Così come accade a un cappellano che assiste alla morte di un giovane ragazzo, mostrando quell’attimo rivelatore e sentendo il fascino di uno spirito istintivo. Capa in se stesso è già la fotografia di un’arte senza fine.

Tutti i colori del rosa di Katja Tukiainen

Se c’è un colore che sta caratterizzando la società occidentale del nuovo millennio questo è sicuramente il rosa. Non solo come fatto puramente cromatico e di tendenza, ma anche di mentalità. Se pensiamo al femminismo da prime time, allo sdoganamento della promiscuità sessuale e al buonismo da salotto che imperversano continuamente attraverso il bombardamento mediatico, il filo che collega tutto questo è sicuramente di colore rosa. Il nuovo dogmatismo del consumo ci propone un mondo più rosa, più femminile, basti pensare a Hollywood e al sempre più frequente cliché della donna “cazzuta” tipo Rey in Star Wars o al viaggio a Casablanca fatto dall’intero cast di Ghostbusters a cui hanno invertito il sesso dei protagonisti.

Il rosa è infatti un colore tradizionalmente femminile e sin da piccoli impariamo a legarlo al gentil sesso, ma negli ultimi anni abbiamo imparato ad accettarlo senza antiquati pregiudizi di appartenenza sessuale. Anche i maschietti possono vestirsi di rosa o tatuarsi cuoricini e stelline, oggi la moda lo permette al contrario di venti o trent’anni fa, anche perché nell’avanzare dei tempi c’è stata la cancellazione dello stereotipo di uomo tutto testosterone per arrivare a un più depilato signorino metrosexual.

Tutta questa premessa sul colore rosa nel nostro tempo serve a introdurre uno dei tratti più pungenti di Katja Tukiainen, artista finlandese che possiamo collocare genericamente nel mare magnum del Neo-pop. Attraverso disegni, dipinti e installazioni, la Tukiainen rappresenta un mondo globalizzato e vanesio formato da quegli esibizionisti social il cui unico scopo è piacere il più possibile. Il rosa ricorre spesso nelle sue opere, è un colore dolce ma che spesso viene usato in maniera pacchiana nella barbarie estetica delle nuove generazioni. Molto importante è l’influenza che ha avuto su di lei l’arte Superflat, un movimento post-moderno che affonda le radici nei manga e negli anime giapponesi.

Lo vediamo soprattutto con le sue bambole dai dolcissimi tratti somatici ma proposte alla stregua di lolite truccate come dei viados. È geniale nel combinare gli elementi più significativi della deriva estetica del nuovo millennio: la cultura globalizzata e soprattutto l’esibizionismo. Gioca con il cattivo gusto senza mai caderci dentro, utilizza il banale e lo combina in creazioni intelligenti e sarcastiche. Quella di Katja Tukiainen è un’autopsia fatta alla nostra società, aperta con un bisturi rosa glitterato.

La sfortuna che ha creato una leggenda: Zdzislaw Beksinski

Zdzislaw Beksinski è stato uno straordinario interprete del macabro e dello spettrale, pochi artisti hanno saputo trasformare così bene i propri incubi in immagini.

Gli esordi avvengono alla fine degli anni Cinquanta nel campo della fotografia e della scultura, ma la vera svolta arriva con l’approdo alla pittura, quando nel 1971 un bruttissimo incidente stradale risveglia in lui tutti i mostri sopiti nella sua mente. Si dice infatti che dalle tre settimane di coma a seguito dell’incidente Beksinski abbia tratto ispirazione per la sua nuova fase di pittore, una svolta che lo porta ad esprimersi attraverso un surrealismo tenebroso fatto di inquietanti visioni oniriche.

Le sue immagini sono cariche di romanticismo decadente, in quella che si potrebbe definire molto semplicisticamente una versione horror dei grandi interpreti del Sublime come William Turner, John Constable e Caspar David Friedrich. L’incubo avviene durante la vita ma si verifica praticamente in una situazione di “non vita” come il sonno, dunque qualsiasi rappresentazione è volta a rimandare alla mente le sensazioni di timore per ciò che non è vita ma che dal mondo dei vivi prende le forme e le trasforma in qualcosa di orrifico.

Beksinski dipinge scenografie imponenti e senza tempo, che possono contenere personaggi deformi o rappresentare luoghi immensi e desolati. Il suo è un mondo cupo in cui la tensione è sempre al massimo, lo sconforto per il destino e per l’inesorabile fine di tutto è ben marcato dalle sue visioni apocalittiche. Ma certe volte la vita reale è peggio degli incubi. La casualità e la follia umana sono riuscite a superare di gran lunga il suo surrealismo gotico. Sua moglie muore nel 1988, suo figlio si suicida la vigilia di Natale del 1999, mentre Zdzislaw Beksinski muore il 2 febbraio 2005 ucciso dal figlio del suo maggiordomo con diciassette coltellate. Quando la realtà è più mostruosa della fantasia.

Fabio Viale: Anima e Pietra

Originario di Cuneo, classe 1975, professione artista scultore. Si perché Fabio Viale è veramente uno scultore con la S maiuscola: si confronta con la pietra, la modella con martello e scalpello in una sorta di gioco-lotta continuo che lo porta a realizzare opere marmoree vive, sinuose e leggere.

Fabio Viale _ Il nostro sarà vostro _ 2015, Fabio Viale©

Fabio Viale _ Il nostro sarà vostro _ 2015, Fabio Viale©

Opere che rievocano il passato dei grandi scultori come Michelangelo ma che hanno in essere un sapore del tutto nuovo, una chiave contemporanea che risulta fruibile ai giorni nostri e che è in linea con i nuovi strumenti di comunicazione.

Non più superbi marmi dalla bianchezza aulica ma sculture classicheggianti la cui superficie viene tatuata con pigmenti che penetrano in profondità, una riproposizione dell’opera d’arte che unisce il classico all’aggressività dei simboli tatuati, codici complessi che non necessitano di spiegazioni ma raccontano vite e, allo stesso tempo, incutono freddezza e timore.

Fabio Viale _ Galleria Poggiali e Forconi _ Fabio Viale©

Fabio Viale _ Galleria Poggiali e Forconi _ Fabio Viale©

Madonne che sembrano realizzate in polistirolo, Pneumatici marmorei che vengono colorati e borchiati, la celeberrima Gioconda di Leonardo da Vinci resa sotto forma di scultura fatta di un materiale plastificato che viene utilizzato per proteggere le opere d’arte durante le spedizioni e gli spostamenti. Classicità lontana unita a materiali moderni.

Fabio Viale _ Kourus _ Fabio Viale ©

Fabio Viale _ Kourus _ Fabio Viale ©

Un incontro tra classico e contemporaneo, tra la vita e la morte, tra il sacro ed il profano in un insieme di opere magnetiche, che catturano l’attenzione per la sottile ironia che evocano nel guardarle.

Fino al 10 dicembre 2015 sarà possibile vedere alcune opere di Fabio Viale alla Galleria Poggiali Forconi a Firenze e poi l’artista si dedicherà al suo ultimo progetto che trae ispirazione dalla famosa icona della Mattel: una bambola di due metri di altezza che pattina.

Fabio Viale _ Galleria Poggiali e Forconi 2_ Fabio Viale©

Fabio Viale _ Galleria Poggiali e Forconi 2_ Fabio Viale©

Fabio Viale +O|

Galleria Poggiali e Forconi

Via della Scala 35/A – 29/Ar

50123 Firenze

www.poggialieforconi.it

www.fabioviale.blogspot.it

 

Errò e l’Islanda “Pop”

La prima parte dell’estate 2016 è stata sicuramente caratterizzata dallo svolgimento degli Europei di calcio. L’evento ha catalizzato la maggior parte dell’attenzione mediatica che, come spesso capita nelle manifestazioni sportive, accresce la popolarità di alcuni paesi che per tantissima gente risultano difficili da individuare su una cartina geografica.

Quest’anno è toccato all’Islanda, protagonista di una storica cavalcata sino ai quarti di finale e che si è fatta notare sia per la tenacia dei giocatori in campo sia per la spettacolare cornice di pubblico al seguito. Ma una piccola nazione che prima di quest’estate era nota al grande pubblico solo per il vulcano che bloccò mezza Europa nel 2010 che arte può aver mai prodotto?

Proprio in virtù di questa poca notorietà che sembrerebbe suggerire una certa chiusura da parte dei suoi trecentomila abitanti, ci si aspetterebbe un’arte molto caratteristica incentrata sulla tradizione come lo è il loro ormai noto sistema anagrafico. Invece uno dei maggiori artisti islandesi ci dimostra tutto il contrario.

Gudmundur Gudmundsson, in arte Errò, è quanto di più lontano ci possa essere dalla concezione generale che vede l’Islanda isolata dal mondo. Attento osservatore politico e sociale, Errò viaggia tanto e accresce sempre di più il suo spirito critico, tracciando il suo percorso artistico fatto di una continua mescolanza di culture e personalissime reinterpretazioni di alcune icone dell’arte.

Negli anni Sessanta incontra la Pop Art mutuandone il linguaggio e le idee, arrivando così a creare interessantissimi collage sulla scia di Andy Warhol e Roy Lichtenstein che ancora oggi compongono la parte più rappresentativa del suo repertorio. Un artista che vive i fermenti della sua epoca, osserva il mondo nei suoi cambiamenti e di volta in volta trae nuovi spunti per le sue opere. Errò è l’abitante di un’isola che ha attraversato il mare per osservare i fenomeni pop del resto del mondo, traducendoli in arte con pungente ironia e mostrandoci come un islandese vede la nostra caotica società di massa.

Oggi invece siamo noi ad osservare l’Islanda come fenomeno di massa e nuova icona pop, accorgendoci soltanto dopo una partita di calcio della nostra presunzione da “grandi paesi” e di quanto ci sia da imparare da una piccolissima popolazione che ha saputo dare una lezione di civiltà e apertura mentale a tutta l’Europa.