Il Corpo Nell’Arte

La rubrica Il Corpo Nell’Arte indaga come e perchè il corpo è ancora oggi soggetto irrinunciabile della produzione artistica e quanto sia ampio lo spettro di possibilità espressive che offre.
Fuori dal cliche di un arte contemporanea distante dall’uomo comune, l’approccio a queste opere è meno faticoso rispetto ad altre con un astrazione totale tra immagine e significato.

Fin dalle prime forme di rappresentazione, attraverso le varie epoche il corpo umano è soggetto inesausto delle diverse pratiche artistiche.
Senza il corpo non ci sarebbe l’arte stessa, così come tutto ciò che è prodotto umano.
Ogni opera che rappresenti il corpo si pone in diretto riferimento con ogni individuo, la comprensione non è mediata, l’empatia agevolata.
Nonostante la ridefinizione dell’arte e il moltiplicarsi di tendenze e prassi non figurative succedutesi nell’ultimo secolo, il corpo rimane ancora protagonista della ricerca di svariati autori contemporanei.
L’uso del corpo come soggetto/oggetto assume oggi di volta in volta intenti e significati nuovi, disparati e talvolta opposti.
Dalla continua indagine sulla forma fino alla sua trasfigurazione, dalla valenza politica a quella sociale o individuale, dall’attenzione alle pulsioni carnali e sessuali alla trascendenza metafisica, dalla narrazione epica a quella del quotidiano fino alla perdita di identità e via continuando con gli innumeri temi a cui il corpo è chiamato continuamente ad esser simbolo.

Immagini di guerra. Robert Capa

Robert Capa, un fotoreporter in grado di cogliere la realtà attraverso pochi semplici scatti ma tali da lasciare un segno in chi li guarda.
Capa dimostra il suo talento per la fotografia cogliendo l’attimo esatto in cui lo sguardo di una persona si mostra privo di maschere.
Le foto di Robert sono come una sorta di mostra, concepita per ritrovare memorie e luoghi che ne hanno influenzato il carattere. I reportage sulle città bombardate, sulle truppe, sui sopravvissuti, sui soldati, testimoniano la dura realtà della guerra che soffoca ogni speranza di emozione positiva.

Queste immagini sono documentate nella memoria di Capa, che coglie con il suo sguardo tutto il potenziale delle scene che vive trasfigurandone l’essenza in arte.
Comunicando il dramma e trasformandolo in una pericolosa bellezza, in grado di trasmettere forti emozioni in chi lo osserva. I suoi scatti sono profondi e dolorosi squarci sulla condizione dell’uomo e della popolazione, e testimoniano il desiderio di raccontare una storia attraverso le immagini.
Le foto drammatiche non sono aggressive, ma mostrano tutta la sensibilità e la tenerezza delle volontarie in armi e delle pattuglie mostrando al mondo la cesura e la svolta in atto.

Memorabili alcuni scatti tra cui il suo servizio incentrato sulla figura di un pastore intento a celebrare la messa a cielo aperto, a causa dei bombardamenti, o su un uomo che tiene in braccio una bambina ignara di tutto ciò che le sta accadendo intorno.
Le immagini di Capa mostrano il dolore senta pudore restando fra le più drammatiche di tutta la guerra e rivelano il sentimento di profonda partecipazione del fotografo alle sofferenza degli individui. Così come accade a un cappellano che assiste alla morte di un giovane ragazzo, mostrando quell’attimo rivelatore e sentendo il fascino di uno spirito istintivo. Capa in se stesso è già la fotografia di un’arte senza fine.

Ago, filo e sessualità: Ghada Amer

La battaglia per la condizione della donna nella società è diventata uno dei must del nostro tempo. Così come sono diventati un must quei finti paladini delle “minoranze”, che dall’alto della loro fama e ricchezza, esibiscono manifestazioni di solidarietà fasulle su ogni palcoscenico in cui salgono. Il messaggio che lanciano è sempre lo stesso: tutte le donne sono fortissime e possono fare qualsiasi cosa. Tradotto vuol dire: devo dire che le donne sono tutte wonder woman perché il mio manager dice che così sembro una persona giusta e incasso di più. Ghada Amer è un’artista che non ha nulla a che fare con questo femminismo di comodo. La sua lotta per l’emancipazione della donna è sentita e autentica, viene dal profondo della sua esperienza di musulmana cosmopolita; la sua arte esprime una critica sulla concezione della donna a 360°, sia nella visione orientale che in quella occidentale. L’uso del ricamo nelle sue opere è uno strumento per scardinare la visione retrograda di una donna domestica. Utilizzando proprio uno dei simboli di quell’immagine da “angelo del focolare”, l’artista disegna una femminilità libera e a proprio agio nella sua sessualità. Ghada Amer rappresenta la tipica donna moderna: viaggiatrice, in carriera, socialmente impegnata e sessualmente disinibita. Ma forse, per combattere un vecchio stereotipo, lei stessa ha finito per diventare un nuovo stereotipo di donna.

Tutti i colori del rosa di Katja Tukiainen

Se c’è un colore che sta caratterizzando la società occidentale del nuovo millennio questo è sicuramente il rosa. Non solo come fatto puramente cromatico e di tendenza, ma anche di mentalità. Se pensiamo al femminismo da prime time, allo sdoganamento della promiscuità sessuale e al buonismo da salotto che imperversano continuamente attraverso il bombardamento mediatico, il filo che collega tutto questo è sicuramente di colore rosa. Il nuovo dogmatismo del consumo ci propone un mondo più rosa, più femminile, basti pensare a Hollywood e al sempre più frequente cliché della donna “cazzuta” tipo Rey in Star Wars o al viaggio a Casablanca fatto dall’intero cast di Ghostbusters a cui hanno invertito il sesso dei protagonisti.

Il rosa è infatti un colore tradizionalmente femminile e sin da piccoli impariamo a legarlo al gentil sesso, ma negli ultimi anni abbiamo imparato ad accettarlo senza antiquati pregiudizi di appartenenza sessuale. Anche i maschietti possono vestirsi di rosa o tatuarsi cuoricini e stelline, oggi la moda lo permette al contrario di venti o trent’anni fa, anche perché nell’avanzare dei tempi c’è stata la cancellazione dello stereotipo di uomo tutto testosterone per arrivare a un più depilato signorino metrosexual.

Tutta questa premessa sul colore rosa nel nostro tempo serve a introdurre uno dei tratti più pungenti di Katja Tukiainen, artista finlandese che possiamo collocare genericamente nel mare magnum del Neo-pop. Attraverso disegni, dipinti e installazioni, la Tukiainen rappresenta un mondo globalizzato e vanesio formato da quegli esibizionisti social il cui unico scopo è piacere il più possibile. Il rosa ricorre spesso nelle sue opere, è un colore dolce ma che spesso viene usato in maniera pacchiana nella barbarie estetica delle nuove generazioni. Molto importante è l’influenza che ha avuto su di lei l’arte Superflat, un movimento post-moderno che affonda le radici nei manga e negli anime giapponesi.

Lo vediamo soprattutto con le sue bambole dai dolcissimi tratti somatici ma proposte alla stregua di lolite truccate come dei viados. È geniale nel combinare gli elementi più significativi della deriva estetica del nuovo millennio: la cultura globalizzata e soprattutto l’esibizionismo. Gioca con il cattivo gusto senza mai caderci dentro, utilizza il banale e lo combina in creazioni intelligenti e sarcastiche. Quella di Katja Tukiainen è un’autopsia fatta alla nostra società, aperta con un bisturi rosa glitterato.

Dar vita ai propri disegni: William Kentridge

Con le sue animazioni ricavate da disegni a carboncino, William Kentridge ci dà una geniale rappresentazione di temi politici e sociali riguardanti specialmente il suo paese d’origine, il Sud Africa. Nella serie di nove video prodotti tra il 1989 e il 2003, un ottimo esempio della sua arte è dato da “Felix in Exile”, una malinconica animazione che racconta la devastazione di un territorio attraverso una corrispondenza tra una giovane donna nera, Nandi, e il protagonista Felix. La sofferenza del regime di Apartheid, la devastazione dell’ambiente, la morte di persone innocenti, sono visti da Felix attraverso i disegni inviatigli da Nandi, mentre lui sta a Parigi e lei in Sud Africa. Kentridge ci fa capire che i due, nonostante la lontananza e il diverso colore della pelle, soffrono allo stesso modo per il destino della loro terra. Il fatto che questo cortometraggio sia uscito nel 1994, anno delle prime elezioni democratiche in Sud Africa, non è secondario. Infatti, i disegni di Nandi stanno a indicare che il passato di sofferenza non va cancellato, ma è necessario tenerlo sempre impresso per costruire un futuro migliore. Un messaggio ancora molto attuale visto il recente scenario di guerra e migrazione che sta coinvolgendo anche l’Europa, con Felix e Nandi che potrebbero benissimo essere due Siriani o due Somali, per esempio. Ma noi spettatori terzi, riusciamo a vedere i disegni che Nandi ha mandato a Felix? O forse ci accontentiamo soltanto dell’interpretazione che ne dà il telegiornale o l’intellettuale di turno?


La sfortuna che ha creato una leggenda: Zdzislaw Beksinski

Zdzislaw Beksinski è stato uno straordinario interprete del macabro e dello spettrale, pochi artisti hanno saputo trasformare così bene i propri incubi in immagini.

Gli esordi avvengono alla fine degli anni Cinquanta nel campo della fotografia e della scultura, ma la vera svolta arriva con l’approdo alla pittura, quando nel 1971 un bruttissimo incidente stradale risveglia in lui tutti i mostri sopiti nella sua mente. Si dice infatti che dalle tre settimane di coma a seguito dell’incidente Beksinski abbia tratto ispirazione per la sua nuova fase di pittore, una svolta che lo porta ad esprimersi attraverso un surrealismo tenebroso fatto di inquietanti visioni oniriche.

Le sue immagini sono cariche di romanticismo decadente, in quella che si potrebbe definire molto semplicisticamente una versione horror dei grandi interpreti del Sublime come William Turner, John Constable e Caspar David Friedrich. L’incubo avviene durante la vita ma si verifica praticamente in una situazione di “non vita” come il sonno, dunque qualsiasi rappresentazione è volta a rimandare alla mente le sensazioni di timore per ciò che non è vita ma che dal mondo dei vivi prende le forme e le trasforma in qualcosa di orrifico.

Beksinski dipinge scenografie imponenti e senza tempo, che possono contenere personaggi deformi o rappresentare luoghi immensi e desolati. Il suo è un mondo cupo in cui la tensione è sempre al massimo, lo sconforto per il destino e per l’inesorabile fine di tutto è ben marcato dalle sue visioni apocalittiche. Ma certe volte la vita reale è peggio degli incubi. La casualità e la follia umana sono riuscite a superare di gran lunga il suo surrealismo gotico. Sua moglie muore nel 1988, suo figlio si suicida la vigilia di Natale del 1999, mentre Zdzislaw Beksinski muore il 2 febbraio 2005 ucciso dal figlio del suo maggiordomo con diciassette coltellate. Quando la realtà è più mostruosa della fantasia.

Fabio Viale: Anima e Pietra

Originario di Cuneo, classe 1975, professione artista scultore. Si perché Fabio Viale è veramente uno scultore con la S maiuscola: si confronta con la pietra, la modella con martello e scalpello in una sorta di gioco-lotta continuo che lo porta a realizzare opere marmoree vive, sinuose e leggere.

Fabio Viale _ Il nostro sarà vostro _ 2015, Fabio Viale©

Fabio Viale _ Il nostro sarà vostro _ 2015, Fabio Viale©

Opere che rievocano il passato dei grandi scultori come Michelangelo ma che hanno in essere un sapore del tutto nuovo, una chiave contemporanea che risulta fruibile ai giorni nostri e che è in linea con i nuovi strumenti di comunicazione.

Non più superbi marmi dalla bianchezza aulica ma sculture classicheggianti la cui superficie viene tatuata con pigmenti che penetrano in profondità, una riproposizione dell’opera d’arte che unisce il classico all’aggressività dei simboli tatuati, codici complessi che non necessitano di spiegazioni ma raccontano vite e, allo stesso tempo, incutono freddezza e timore.

Fabio Viale _ Galleria Poggiali e Forconi _ Fabio Viale©

Fabio Viale _ Galleria Poggiali e Forconi _ Fabio Viale©

Madonne che sembrano realizzate in polistirolo, Pneumatici marmorei che vengono colorati e borchiati, la celeberrima Gioconda di Leonardo da Vinci resa sotto forma di scultura fatta di un materiale plastificato che viene utilizzato per proteggere le opere d’arte durante le spedizioni e gli spostamenti. Classicità lontana unita a materiali moderni.

Fabio Viale _ Kourus _ Fabio Viale ©

Fabio Viale _ Kourus _ Fabio Viale ©

Un incontro tra classico e contemporaneo, tra la vita e la morte, tra il sacro ed il profano in un insieme di opere magnetiche, che catturano l’attenzione per la sottile ironia che evocano nel guardarle.

Fino al 10 dicembre 2015 sarà possibile vedere alcune opere di Fabio Viale alla Galleria Poggiali Forconi a Firenze e poi l’artista si dedicherà al suo ultimo progetto che trae ispirazione dalla famosa icona della Mattel: una bambola di due metri di altezza che pattina.

Fabio Viale _ Galleria Poggiali e Forconi 2_ Fabio Viale©

Fabio Viale _ Galleria Poggiali e Forconi 2_ Fabio Viale©

Fabio Viale +O|

Galleria Poggiali e Forconi

Via della Scala 35/A – 29/Ar

50123 Firenze

www.poggialieforconi.it

www.fabioviale.blogspot.it

 

Errò e l’Islanda “Pop”

La prima parte dell’estate 2016 è stata sicuramente caratterizzata dallo svolgimento degli Europei di calcio. L’evento ha catalizzato la maggior parte dell’attenzione mediatica che, come spesso capita nelle manifestazioni sportive, accresce la popolarità di alcuni paesi che per tantissima gente risultano difficili da individuare su una cartina geografica.

Quest’anno è toccato all’Islanda, protagonista di una storica cavalcata sino ai quarti di finale e che si è fatta notare sia per la tenacia dei giocatori in campo sia per la spettacolare cornice di pubblico al seguito. Ma una piccola nazione che prima di quest’estate era nota al grande pubblico solo per il vulcano che bloccò mezza Europa nel 2010 che arte può aver mai prodotto?

Proprio in virtù di questa poca notorietà che sembrerebbe suggerire una certa chiusura da parte dei suoi trecentomila abitanti, ci si aspetterebbe un’arte molto caratteristica incentrata sulla tradizione come lo è il loro ormai noto sistema anagrafico. Invece uno dei maggiori artisti islandesi ci dimostra tutto il contrario.

Gudmundur Gudmundsson, in arte Errò, è quanto di più lontano ci possa essere dalla concezione generale che vede l’Islanda isolata dal mondo. Attento osservatore politico e sociale, Errò viaggia tanto e accresce sempre di più il suo spirito critico, tracciando il suo percorso artistico fatto di una continua mescolanza di culture e personalissime reinterpretazioni di alcune icone dell’arte.

Negli anni Sessanta incontra la Pop Art mutuandone il linguaggio e le idee, arrivando così a creare interessantissimi collage sulla scia di Andy Warhol e Roy Lichtenstein che ancora oggi compongono la parte più rappresentativa del suo repertorio. Un artista che vive i fermenti della sua epoca, osserva il mondo nei suoi cambiamenti e di volta in volta trae nuovi spunti per le sue opere. Errò è l’abitante di un’isola che ha attraversato il mare per osservare i fenomeni pop del resto del mondo, traducendoli in arte con pungente ironia e mostrandoci come un islandese vede la nostra caotica società di massa.

Oggi invece siamo noi ad osservare l’Islanda come fenomeno di massa e nuova icona pop, accorgendoci soltanto dopo una partita di calcio della nostra presunzione da “grandi paesi” e di quanto ci sia da imparare da una piccolissima popolazione che ha saputo dare una lezione di civiltà e apertura mentale a tutta l’Europa.

Juan Muñoz, la scultura tra la solitudine e l’illusione

In fondo avremmo solo bisogno di un po’ d’igiene, di pulizia, di disinfettante. Siamo soffocati dalle parole, dalle immagini, dai suoni che non hanno ragione di vita, che vengono dal vuoto e vanno verso il vuoto. Ad un artista veramente degno di questo nome non bisognerebbe chiedere che quest’atto di lealtà: educarsi al silenzio. Ricorda l’elogio di Mallarmé alla pagina bianca? E di Rimbaud? Un poeta mio caro, non un regista cinematografico (…). Se non si può avere il tutto, il nulla è la vera perfezione”. (…).

Sono queste le parole poste alla fine del film 8 e ½ capolavoro di Fellini, parole che un critico cinematografico rivolge a Guido, Marcello Mastroianni, che interpreta la parte di un regista disilluso, in crisi di vocazione sia come uomo che come artista. E’ insofferente verso tutti, incapace sempre di scegliere, è cinico ma in modo bonario, affettuoso ma allo stesso tempo freddo, incapace di piangere o ridere.

Si tratta di solitudini, ovvero lo stato dell’uomo alla ricerca di un senso, il tempo dell’artista mentre si compie la creazione. Tutto questo ci avvicina alle installazioni di uno dei maggiori artisti della seconda metà del secolo passato, Juan Muñoz, un interprete visionario che ha focalizzato la ricerca sulla figura umana. Stressa le forme e le dimensioni, toglie, modifica e crea dei corpi inumani che hanno una strana energia vitale nella disinvoltura dei gesti semplici. L’illusione del movimento costante è unita alla sensazione di udire il dialogo muto delle statue e alla comprensione di quello che sta accadendo tra loro.

Le mute conversazioni di Muñoz, fatte di omini ghignanti dai lineamenti orientali che ci parlano d’inquietudini inascoltate, nella neutra solitudine dei grigi dei loro corpi appesantiti. La loro comunicatività viene stemperata in muti e bloccati gesti, in taciti colloqui sottintesi inseriti in scenari disattesi tra realtà ed illusione, tra ciò che si vede e ciò che si intuisce. Nonostante le diverse dimensioni, nelle sue opere si percepisce l’esclusione del visitatore da questi dialoghi scultorei per un complesso rapporto spaziale e il non coinvolgimento emozionale. Figure inserite in spazi tridimensionali fittizi che l’inaccessibilità rende più misteriosi e costringono lo spettatore a sbalordirsi ma anche a estraniarsi da uno spazio che risulta essere inafferrabile e ingannatore. E’ il caso di The Wasteland dove in un pavimento dal pattern geometrico e colorato, con un rimando alle illusioni ottiche del Barocco, l’artista posiziona su una mensola di metallo un pupazzo con le gambe a penzoloni, una sorta di ventriloquo che al primo sguardo può apparire come un soggetto che narra senza emettere alcun suono. Da una parte siamo davanti ad un gioco ottico dello spazio espositivo, dall’altra la presenza umana crea una situazione straniante e distaccata.

Ambiguità visiva, vuoti reali ed illusori. Opere da fruire in assoluto silenzio per assorbire l’atmosfera del gusto dell’assurdo. Senza fine, il motus è perpetuo.

Il realismo sociale e intimista di John Currin

«I can’t get rid of my trashiness as an artist».

Se potessimo agitare in uno shaker diversi ingredienti come il Rinascimento, i modelli fashion contemporanei e le riviste più popolari, con un pizzico di vena grottesca, ecco che avremmo come risultato il prodotto intellettuale di John Currin, caratterizzato da un realismo che viaggia dall’intimismo all’afflato sociale.

Le figure ritratte dal pittore americano testimoniano l’individualità dell’espressione, in cui il linguaggio usato tende a privare di ogni simbolicità l’oggetto rappresentato.

La pittura sembra essere, una volta ancora, il mezzo con cui viene veicolato un messaggio. La stessa tecnica finissima di Currin sembra essere non il fine ma l’espediente col quale diffondere un contenuto che si alterna tra pietas cristiana e condanna alla modernità borghese.

I soggetti sono sempre ragazze e donne, contemporanee e d’altri tempi, descritte minuziosamente dall’olio limpido come vernice e da limitate pennellate che descrivono corpi di mature donne appassite da una parte e fiorenti giovani dall’altra.

Si tratta perlopiù di immagini perverse, figure satiriche esorcizzate da Currin che filtra dalla società moderna i messaggi più subdoli ed erotici.

Il risultato è una perfetta sintesi tra gradevolezza e deformità, in quanto le opere dell’artista nordamericano ammaliano e, contemporaneamente, suscitano repellenza.

Il mix garantito dalla grazia morale e dalla pornografia dei sessi enfatizzati sottolinea la soggettività dello sguardo figlia del proprio tempo.

«A lot of my themes in painting, to the extent that there are intentional themes, are meant to bring that conundrum into high relief». John Currin

La carnalità antiestetica di Jenny Saville

“I want to be a painter of modern life, and modern bodies” .

Le opere di Jenny Saville sembrano testimoniare la carnalità della pittura, in cui la morbidezza dei corpi ritratti cozza con la carne lacerata e violentata dei soggetti rappresentati. Tale apparente paradosso provoca nello spettatore reazioni psicologiche violente, sopratutto in chi è solito ricercare armonia e calma nella contemplazione dell’arte.

L’artista inglese è solita creare monumentali dipinti in cui la protagonista è la donna: corpi femminili immortalati nella loro debolezza, caducità, malattia. Soggetti deformi, obesi, mutilati, corpi brutalizzati dalla chirurgia estetica e dalla vita diventano, per la prima volta, attori protagonisti di una nuova estetica.

Il sesso è esposto crudamente, senza alcun filtro poetico o sessuale, risultando equidistante dalla simbologia e dalla pornografia.
Il corpo è corpo, non in posa e non truccato ma a volte rifatto e modificato. Modifiche che non sono solo dettate dalla vanità, sempre assente nelle opere della Saville, ma anche dal bisogno di far collimare l’immagine mentale di sé con l’immagine reale.

Le bellezze apollinee a cui l’arte ci ha abituato vengono sostituite da antiestetiche forme delle realtà che ci circonda che, volenti o nolenti, esistono e fanno parte delle nostra vita quotidiana.
Saville conosce le infinite possibilità estetiche che il corpo umano può dare a disposizione e ne sfrutta le molteplici applicazioni, indubbiamente più formali, mettendo in mostra ciò che la società è solita nascondere.

Sintomatico di ciò fu il tentativo di una nota catena inglese di supermercati che censurò con un foglio bianco la copertina del Journal for Plague Lovers, album dei Manic Street Preachers realizzato dalla Saville. Il crimine? Aver ritratto una bambina sfigurata da un angioma sul volto. Essendo i supermercati frequentati da molte famiglie, si sa, il borghesuccio avrebbe potuto rimanerne sconvolto.

Prendendo spunto da Bacon – e formatasi grazie a Rubens e Lucian Freud – Saville ritrae donne in stato di grottesca esagerazione, di carnalità antiestetica, esaltandone la dimensione scultorea che, contemporaneamente, diventa quasi astratta per le dimensioni dei ritratti e la tecnica pittorica fatta di violente e larghe pennelate.

«La normalità è noiosa, bello è solo ciò che possiede una goccia di veleno».
Jenny Saville