Il Corpo Nell’Arte

La rubrica Il Corpo Nell’Arte indaga come e perchè il corpo è ancora oggi soggetto irrinunciabile della produzione artistica e quanto sia ampio lo spettro di possibilità espressive che offre.
Fuori dal cliche di un arte contemporanea distante dall’uomo comune, l’approccio a queste opere è meno faticoso rispetto ad altre con un astrazione totale tra immagine e significato.

Fin dalle prime forme di rappresentazione, attraverso le varie epoche il corpo umano è soggetto inesausto delle diverse pratiche artistiche.
Senza il corpo non ci sarebbe l’arte stessa, così come tutto ciò che è prodotto umano.
Ogni opera che rappresenti il corpo si pone in diretto riferimento con ogni individuo, la comprensione non è mediata, l’empatia agevolata.
Nonostante la ridefinizione dell’arte e il moltiplicarsi di tendenze e prassi non figurative succedutesi nell’ultimo secolo, il corpo rimane ancora protagonista della ricerca di svariati autori contemporanei.
L’uso del corpo come soggetto/oggetto assume oggi di volta in volta intenti e significati nuovi, disparati e talvolta opposti.
Dalla continua indagine sulla forma fino alla sua trasfigurazione, dalla valenza politica a quella sociale o individuale, dall’attenzione alle pulsioni carnali e sessuali alla trascendenza metafisica, dalla narrazione epica a quella del quotidiano fino alla perdita di identità e via continuando con gli innumeri temi a cui il corpo è chiamato continuamente ad esser simbolo.

Il realismo sociale e intimista di John Currin

«I can’t get rid of my trashiness as an artist».

Se potessimo agitare in uno shaker diversi ingredienti come il Rinascimento, i modelli fashion contemporanei e le riviste più popolari, con un pizzico di vena grottesca, ecco che avremmo come risultato il prodotto intellettuale di John Currin, caratterizzato da un realismo che viaggia dall’intimismo all’afflato sociale.

Le figure ritratte dal pittore americano testimoniano l’individualità dell’espressione, in cui il linguaggio usato tende a privare di ogni simbolicità l’oggetto rappresentato.

La pittura sembra essere, una volta ancora, il mezzo con cui viene veicolato un messaggio. La stessa tecnica finissima di Currin sembra essere non il fine ma l’espediente col quale diffondere un contenuto che si alterna tra pietas cristiana e condanna alla modernità borghese.

I soggetti sono sempre ragazze e donne, contemporanee e d’altri tempi, descritte minuziosamente dall’olio limpido come vernice e da limitate pennellate che descrivono corpi di mature donne appassite da una parte e fiorenti giovani dall’altra.

Si tratta perlopiù di immagini perverse, figure satiriche esorcizzate da Currin che filtra dalla società moderna i messaggi più subdoli ed erotici.

Il risultato è una perfetta sintesi tra gradevolezza e deformità, in quanto le opere dell’artista nordamericano ammaliano e, contemporaneamente, suscitano repellenza.

Il mix garantito dalla grazia morale e dalla pornografia dei sessi enfatizzati sottolinea la soggettività dello sguardo figlia del proprio tempo.

«A lot of my themes in painting, to the extent that there are intentional themes, are meant to bring that conundrum into high relief». John Currin

La carnalità antiestetica di Jenny Saville

“I want to be a painter of modern life, and modern bodies” .

Le opere di Jenny Saville sembrano testimoniare la carnalità della pittura, in cui la morbidezza dei corpi ritratti cozza con la carne lacerata e violentata dei soggetti rappresentati. Tale apparente paradosso provoca nello spettatore reazioni psicologiche violente, sopratutto in chi è solito ricercare armonia e calma nella contemplazione dell’arte.

L’artista inglese è solita creare monumentali dipinti in cui la protagonista è la donna: corpi femminili immortalati nella loro debolezza, caducità, malattia. Soggetti deformi, obesi, mutilati, corpi brutalizzati dalla chirurgia estetica e dalla vita diventano, per la prima volta, attori protagonisti di una nuova estetica.

Il sesso è esposto crudamente, senza alcun filtro poetico o sessuale, risultando equidistante dalla simbologia e dalla pornografia.
Il corpo è corpo, non in posa e non truccato ma a volte rifatto e modificato. Modifiche che non sono solo dettate dalla vanità, sempre assente nelle opere della Saville, ma anche dal bisogno di far collimare l’immagine mentale di sé con l’immagine reale.

Le bellezze apollinee a cui l’arte ci ha abituato vengono sostituite da antiestetiche forme delle realtà che ci circonda che, volenti o nolenti, esistono e fanno parte delle nostra vita quotidiana.
Saville conosce le infinite possibilità estetiche che il corpo umano può dare a disposizione e ne sfrutta le molteplici applicazioni, indubbiamente più formali, mettendo in mostra ciò che la società è solita nascondere.

Sintomatico di ciò fu il tentativo di una nota catena inglese di supermercati che censurò con un foglio bianco la copertina del Journal for Plague Lovers, album dei Manic Street Preachers realizzato dalla Saville. Il crimine? Aver ritratto una bambina sfigurata da un angioma sul volto. Essendo i supermercati frequentati da molte famiglie, si sa, il borghesuccio avrebbe potuto rimanerne sconvolto.

Prendendo spunto da Bacon – e formatasi grazie a Rubens e Lucian Freud – Saville ritrae donne in stato di grottesca esagerazione, di carnalità antiestetica, esaltandone la dimensione scultorea che, contemporaneamente, diventa quasi astratta per le dimensioni dei ritratti e la tecnica pittorica fatta di violente e larghe pennelate.

«La normalità è noiosa, bello è solo ciò che possiede una goccia di veleno».
Jenny Saville

Silenzio, meditazione e sogno. Jaume Plensa

Silenzio, meditazione e sogno, le opere di Jaume Plensa sono raffigurazione di uno stato di grazia, lieve e neutrale, al quale poter assurgere senza troppa fatica. Totem urbani candidi e metafisici, volti e corpi ormai lontani dal dolore.

A metà strada tra la statuaria colossale arcaica e la propaganda religiosa di una setta d’ispirazione neoplatonica, le opere di Plensa raggiungono il meglio del loro potenziale negli spazi aperti e pubblici. Come i Moai dell’Isola di Pasqua o un manifesto pubblicitario per l’appunto.

L’uso del corpo per Plensa è didascalia di un’esistenza sognante e distante dal peso della quotidianità. Grandi teste costruite con mattoni bianchi, corpi raccolti e trasparenti delineati da numeri, lettere o linee grafiche. Immagini facili ed educate, di immediata comprensione e dubbia originalità che popolano numerose città in Europa e Stati Uniti. Discrete e silenziose hanno però il potere di esercitare una forte attrazione su chi le guarda. I grandi volti bianchi, deformati un po’ in lunghezza, con gli occhi chiusi e i lineamenti sfumati catturano lo sguardo e l’attenzione in maniera insolita. Emanano un’aura di quiete e pace interiore che, se si dedica anche poco tempo a contemplarli, risulta inaspettatamente contagiosa.

Sono opere introverse e concluse in se stesse, immobili e indifferenti al contesto o allo scorrere del tempo.
Forse siamo troppo attenti al movimento che abbiamo attorno, a registrare e diffondere dove siamo e cosa facciamo senza più prestare davvero attenzione a noi stessi. Chiudere gli occhi e non guardare gli altri, rendersi trasparenti ai cambiamenti più superficiali è un atto reazionario e in controtendenza.

Un tema unico rappresentato a scala monumentale e ripetuto più e più volte è la formula vincente della produzione di Plensa. La tautologia senza freni è tecnica strategica così come espressione dell’ossessività dell’artista. L’unica ineducazione è ravvisabile proprio nella spudoratezza della ripetizione continua.

L’espressionismo cerebrale di Marlene Dumas

L’arte contemporanea è autoreferenziale solo all’apparenza, poiché, spesso, ci parla di società, gusto, moda, politica, diritti sociali e civili. Marlene Dumas, attraverso la figura umana, ci mostra i drammi sociali, personali e politici che si nascondono al di là dell’anatomia.

L’artista sudafricana distrugge l’en plein air lavorando quasi unicamente grazie ai media: usando foto, reportage, video etc. come mezzo per esaltare la carica sensuale, drammatica, erotica e tellurica della figura umana.

La nudità primordiale che emerge dalle sue opere sono un trionfo del corpo fine a se stesso, ma non per questo i suoi lavori sono scevri di retorica intellettuale.

La Dumas rende plumbei gli sfondi cangianti alla Macke e rielabora l’espressività secca di Nolde per ritrarre l’uomo nella sua accezione elementare e sottolineare una volta di più la verità nel corpo nudo.

Tale epifania primigenia richiama gli istinti primari dell’uomo, che torna alla sua dimensione naturale, anti-metafisica, ma non per questo meno nobile, anzi, semplicemente più idonea alla Terra.

Attraverso un confronto dialogico di socratica memoria, a lei caro soprattutto nell’insegnamento che porta avanti, ella instaura un colloquio ideale con le proprie opere, devastando il concetto escatologico – che proprio Socrate partorì per primo – e riconsegnando il corpo umano, con la sua carica espressiva figlia dell’intelletto, alla sua dimensione equilibrata: né animale, né dio.

Una volta Marlene Dumas disse che «Gesù è la la figura più erotica nell’arte», soprattutto per quanto concerne le scene raffiguranti la crocefissione. Più avanti chiarì che non volesse intendere, ovviamente, che si eccitasse vedendo persone morte, piuttosto che nella storia della pittura egli è stato la figura principale, «l’uomo nudo che lotta tra la spiritualità e la fisicità».

«I’m worry about what they think of me and I get even more worried about they think, I think of them. And then I lose the freedom of the amoral touch which for me is a prerequisite for making a good painting». Marlene Dumas

Canemorto: la poesia in volgare della Street Art

La Street Art è un mondo in continua espansione. Essendo una delle forme d’arte più ribelli ma allo stesso tempo più accessibili, continua a fare proseliti tra i più giovani, che trovano nella bomboletta spray una vera e propria valvola di sfogo.

La Street Art è però un tipo di espressione artistica facilmente equivocabile. Si viaggia su binari molto sottili tra opera d’arte e vandalismo, in cui le possibilità di deragliare sono altissime. Vuoi perché il murales non viene capito, vuoi perché lo si è fatto nel posto sbagliato, vuoi perché fa oggettivamente schifo; nessuna forma d’arte è più colpita dal pregiudizio della Street Art.

Canemorto è una crew che viaggia su questi binari a bordo di un leggero carrettino spinto da un razzo. Il loro stile è sporco, le figure deformi. Non hanno paura di deragliare, anzi, sembrano proprio voler essere equivocati dai benpensanti ricolmi di pregiudizio. Molte delle loro opere, a uno sguardo superficiale potrebbero sembrare semplici scarabocchi. Ma osservando con più attenzione quelle figure quasi tribali, si arriva a leggerne il fortissimo impatto espressivo. Sono forme grottesche, cariche di ironia caustica, senza pretese pedagogiche o escatologiche. Figure buffe, a volte inquietanti, si stagliano su pareti tristi, simbolo di un’urbanizzazione sfrenata e fine a se stessa. Rozze e deformate, queste immagini movimentano i luoghi della geometrica modernità, con un tratto mosso e nervoso che consente di dare ritmo a delle figure piatte.

È come se Canemorto riuscisse a dare un senso al linguaggio dei peggiori writers, quelli che non sanno disegnare e imperterriti ci provano lo stesso, quelli che non vedono l’ora di sporcare la parete appena intonacata con tentativi improbabili di creare una figura antropomorfa. Qui sta la loro genialità: usare un registro basso per arrivare a un componimento dal risultato complessivo alto e mai banale. Una sorta di poesia in volgare della Street Art.

Gilbert&George: il corpo, specchio e riflesso della società e dell’individuo

Gilbert&George, il duo londinese; due persone per un’unica entità artistica che, come ogni contemporaneo che si rispetti, si muove sulla scia dell’anticonvenzionale, dell’immorale, dell’antiestetica. E, allora, cosa c’è di bello, di affascinante, di ammirevole in un pannello che ti sbatte in faccia escrementi di dimensioni gigantesche, espliciti atti sessuali, crocifissioni blasfeme? Niente. Assolutamente niente. La loro arte strizza l’occhio, stride, taglia, ma colpisce; positivamente o negativamente, colpisce. Indagano la realtà che ci circonda, la mettono a nudo, la estremizzano, portano fuori ciò che ciascuno di noi, come individuo e come società, vuole nascondere. E loro, Gilbert&George, gli artisti, non assumono una posizione privilegiata, la posizione del lottiamo ma non ci immischiamo; no, tutt’altro. Si mischiano eccome, osservando direttamente il mondo, la società, coincidendo perfettamente con le loro opere. Sin dal loro esordio negli anni Settanta, infatti, compaiono in prima persona, ci sono fisicamente in Bloody Life (1975) e nei Dusty Corners (1975), all’interno di stanze vuote, tra angoli polverosi e ambienti scarni, nella neutralità di pannelli in bianco e nero.

Lungo l’intera produzione, si mostrano talvolta vestiti, talvolta nudi; il loro corpo partecipa al quadro, diviene parte di ogni singolo racconto, si manifestano per unificarsi allo spettatore, all’individuo; sono dentro la società, fatta di sessualità, religione, politica, modi di agire, guerra. Scavano l’umanità in Hunger e Thirst (1982), gruppo figurativo in cui privilegiano colori forti e decisi, quali rosso, giallo e nero, inquadrando atti sessuali, istinti primordiali e pulsioni con una stilizzazione grafica del corpo, inteso come oggetto. E se la sessualità appartiene a ognuno di noi, indistintamente, così, per Gilbert&George, escrementi, fluidi corporei fanno parte di quel processo meccanico che ci rende tutti uguali, dove si annientano le classi, i moralismi, i perbenismi; così racconta il gruppo The Naked Shit Pictures (1994), in un mosaico articolato in più pannelli, dove il cromatismo si accentua, la provocazione si fa più forte. Procedono metodicamente con la fotografia, fotografano letteralmente la realtà e la riproducono; riproducono il loro punto di vista, la vita e la società viste dall’East Est di Londra, dai bassifondi della capitale inglese.

E, dagli esordi, Londra torna ad essere prepotentemente punto focale in Six Bomb Pictures (2008), in seguito agli attentati del 2005. Immagini di una Londra desolata, deserta, cromaticamente rossa di terrore, bianca di paura in cui Gilbert&George si ritrovano distrutti, stravolti, interrotti. E’ l’inizio del racconto della guerra contemporanea, che si accompagna alla diffusione dell’estremismo islamico e della sua radicalizzazione, a Londra e nel mondo. Parlano le bombe in Scapegoating Pictures (2013), tutta la grigia realtà è una bomba, i due artisti sono fatti di bombe, Londra è dentro la bomba dell’Islam più estremo, che attraverso le donne col burka aziona i detonatori e spegne il mondo. E, allora, cosa c’è di bello in Gilbert&George? Forse, c’è di bello l’arte di rappresentare la realtà.

Elisa Medda

Un raggio di buon gusto nella generazione del Kitsch: Jacopo Scassellati

Tra i giovani che si stanno facendo un nome nel panorama artistico contemporaneo, uno dei maggiori talenti è sicuramente Jacopo Scassellati. Si tratta di un artista sardo, classe 1989, che nonostante la giovanissima età può vantare diverse mostre personali sia in Italia che all’estero. Partito da Sassari, in breve tempo è riuscito a riscuotere successi lungo la penisola italiana, arrivando a toccare anche Francia e Stati Uniti. Stiamo parlando di una carriera ancora agli inizi, ma che ha già mostrato un enorme potenziale.

Come sempre, qui si cerca di dare un input ai lettori, si propone una nostra visione personale (profana e senza pretese) che possa stimolare la curiosità di approfondire autonomamente il discorso. Scassellati merita attenzione, perché per talento ed età, potrebbe essere uno degli artisti più rappresentativi di questa generazione. La sua caratteristica è quella di essere “old school” nel suo approccio all’arte, con delle basi forse più vicine a un Rinascimentale che non a un Contemporaneo, ma assolutamente moderno nel rielaborare i fondamentali.

Oggi è molto facile imbattersi in presunti creativi trasformati in artisti dalla critica, ma Scassellati no. Davanti a quelle sue figure composte da frammenti, si rimane stupiti e affascinati. Sembrano tratte da un ricordo, che si sta ricomponendo mentre lo richiamiamo alla mente o che si sta scomponendo per l’inesorabile trascorrere del tempo. Sono cocci che appartengono al passato, nel quale i vuoti possono essere pezzi che abbiamo perso o pezzi che dobbiamo ancora ritrovare. Tutto sembra in divenire, ma niente sembra indicarci se si stia andando verso il deterioramento o verso la ricomposizione. Sono eventi sospesi nel tempo, in bilico su una linea che divide la fantasia dal ricordo. Il mito torna ad essere un monito per la realtà.

Una tale raffinatezza sia di linguaggio che di contenuti, è difficile da trovare negli artisti contemporanei, sempre più attenti alla provocazione e sempre meno interessati ad una poetica elegante e di buon gusto. Se volessimo tradurlo in campo musicale, Jacopo Scassellati è come un giovane cantautore in un mercato discografico dominato da MC e DJ. È uno che segue la tradizione di De Andrè e Dalla, mentre gli altri si adeguano alle proposte dei Talent. Un bel raggio di sole nella fredda pianura di una generazione che ha fatto del kitsch la propria bandiera.

www.jacoposcassellati.com

Superman vs Sigmar Polke

Il modo più intelligente per esprimere il proprio dissenso è l’ironia. Quando si odia qualcosa, ci sono due possibilità: o la si ignora, o la si schernisce. Ma se proprio si vuole far conoscere al mondo il proprio astio, prenderne le distanze attraverso il sarcasmo è la miglior via per smontare il nemico. Sigmar Polke è riuscito a smontare l’immagine della società capitalistica con la pura ironia. Attraverso le sue opere si è preso gioco della massa, vittima della cultura americanizzante e in preda all’euforia della libertà di essere schiava del mercato. È un distacco anche dall’ambiguità della Pop Art, che al contrario suo si è sempre mantenuta su una posizione intermedia, tra la critica e la conformità verso la cultura di massa. Polke gioca sul bombardamento di immagini a cui l’uomo contemporaneo è costantemente sottoposto. Disegna quello che accade nel nostro inconscio mentre guardiamo la televisione, leggiamo un giornale o passeggiamo in città. La modernità, con i suoi stereotipi, viene scomposta e rimescolata sulla tela. Il mercato è continuamente alla ricerca di falsi bisogni da inculcare alla gente, come se creasse prima il farmaco e poi la malattia. Polke attacca questo meccanismo, sembra volerci dire che dell’espressione “panem et circenses”, oggi il popolo sia più attento alla parola “circenses”. Nell’utilizzare supereroi dei fumetti, immagini pubblicitarie o volti noti, non c’è una celebrazione della cultura pop, ma una totale dissacrazione. Un Superman all’interno di un Supermarket, colpisce l’idea della grande distribuzione, schernendo quella propaganda pubblicitaria che incensa con ipocrisia l’uomo comune, dipingendo come grandi gesta le normali attività quotidiane. Diventano eroi il papà che compra la macchina nuova, la mamma che toglie le macchie col detersivo, la nonna che cucina, la zia che regala i giocattoli ai nipotini, il benzinaio, l’assicuratore, l’impiegato. La normalità è mostrata come un’avventura e Polke distrugge questa finzione scenica. Le sue opere ci raccontano un grande spettacolo di magia, ma lui non ce lo fa vedere dalla prospettiva dello spettatore. Ci fa guardare attraverso gli occhi dell’illusionista, che davanti a sé non vede altro che un pubblico di allocchi.

Carol Rama: Lei, Lui, Loro

A volte l’Arte con la A maiuscola unisce. Ecco che due poli culturali EXMA di Cagliari e MACC di Calasetta (CA) realizzano un progetto congiunto, articolato nelle due sedi, che porta in scena un allestimento con più di cento cinquanta opere dell’artista anticonformista Carol Rama. La mostra “Lei, lui, loro” curata da Efisio Carbone, Ivana Mulatero, Roberta Vanali e Alexandra Wetzel, è incentrata su un tema molto caro all’artista: la celebrazione del corpo attraverso le mutazioni, i cambiamenti, le amputazioni, mostrando sempre una sessualità di genere precocemente femminista che nell’estrema durezza e rabbia delle scelte iconografiche e dello stile, supera ogni riferimento ai generi dada e surrealismo, anticipando di quarant’anni tendenze dell’arte di oggi.

A Cagliari sono esposte le opere in relazione con Lei, la donna, a Calasetta viene portato in scena il Lui, l’uomo, mentre l’anello di congiunzione il Loro, le coppie, è rappresentato in entrambe le sedi da un piccolo “gabinetto delle meraviglie” allestito dallo stilista Antonio Marras.

Il tutto è articolato in singoli gruppi tematici che presentano le opere incisorie dell’artista dagli anni quaranta sino al duemila, dando modo di capire come il personaggio di Carol Rama si componga di vari elementi: grande curiosità, rifiuto delle regole e la ricerca di un individualismo sfrenato che le permettesse di ottenere un’assoluta libertà. La volontà declinata in Passione, uno dei temi presenti in mostra, reale e magnetico fil rouge di tutto il suo excursus artistico.

Nei corpi rappresentati vi è un forte contrasto tra la cruda violenza e l’esplicita sensualità dei soggetti dipinti, con un uso della linea molto spesso infantile che rende il tutto più delicato e poetico. Estremamente provocatorie, tanto che in passato furono spesso censurate perché considerate oscene, le opere di Rama mettono in evidenza bocche, lingue, organi sessuali maschili e femminili sovradimensionati che colpiscono per la loro vitalità e danno vita a segni e forme geometriche che rappresentano stati mentali e pulsazioni e che servono all’artista per esorcizzare le proprie paure. Anche perché Carol Rama non ha mai seguito schemi prestabiliti, regole, comportandosi invece in maniera istintiva e spesso anche con una buona dose di innocenza. Una carriera vissuta pericolosamente la sua, sempre fedele a se stessa, circondata dalle persone più care, come il poeta Edoardo Sanguineti e il pittore Felice Casorati. Un’artista eccezionale che con il suo lavoro ha dato un contributo alla ricerca e alla sperimentazione artistica sul corpo in tutte le sue forme.

Alla fine della sala la mostra si conclude con una installazione site specific dello stilista Antonio Marras, grande amico di Carol Rama. I visitatori sono invitati ad entrare in uno spazio raccolto all’interno della sala, in cui è possibile rivivere l’habitat privato dell’artista. Quella piccola mansarda, dalle persiane sempre serrate e dalle pareti mai imbiancate, luogo in cui i due hanno avuto modo di frequentarsi e far sbocciare una grande amicizia. Antichi tappeti, mobili di famiglia e cimeli ci permettono di avere un contatto ancora più diretto e intimo con un’artista audace e sperimentale le cui tematiche ci stimolano riflessioni molto attuali.

Exma Cagliari

Consorzio Camù – Centri d’Arte e Musei

22 Aprile – 26 Giugno 2016

Via San Lucifero 71 Cagliari

www.exmacagliari.com

dal martedì alla domenica 9 – 13 \ 16 – 20

Fondazione MACC Calasetta

Via Savoia, 2 Calasetta

www.fondazionemacc.it

dal martedì al venerdì 18 – 21

sabato e domenica 11- 13 \ 18 – 21

Divinità, puttane e telefilm. Kris Kuksi

Traendo immagini, figure e stilemi dalle correnti storiche dominate dall’horror vacui, Kris Kuksi assembla altari decadenti, pianeti caotici capeggiati da antieroi nostalgici di classica bellezza.
Figure e figurine di uomini e donne, soldati, divinità e puttane sono accostati con proporzioni suggerite dal simbolismo medievale – dove i soggetti spiritualmente più importanti sono fisicamente più grandi dei personaggi secondari – costituiscono antigraziose narrazioni di spietate realtà. Il gusto per la decorazione è traboccante, su una base di derivazione classica si affastellano elementi gotici, barocchi, liberty e industriali. Una merceologia stilistica usata con disinvoltura e accanimento.

Il corpo per Kuksi, malgrado sia sempre ammantato da un bianco winckelmanniano, è rappresentazione nervosa dei vizi e della corruzione morale. I corpi sono lo strumento per una narrativa che non si esaurisce nell’immagine che vediamo, sono frame di una storia lunga epoche, rappresentazioni teatrali interrotte e surreali di cui comprendiamo la trama anche senza conoscerla.
Una trama reiterata e appiattita, priva di sfumature o opposizioni tanto da essere quasi fumettistica nella semplificazione di temi complessi. Potere, moralità, vanità, dignità, lussuria,  violenza e altri ancora sono i temi presenti nelle opere ma sempre rappresentati con la stessa connotazione, come se una cosa valesse per l’altra. Il mondo è un tritume di corpi, armi, morti e gingilli vari, caotico e pericoloso, niente di più.

Riduzione da fumetto appunto, dove le parti sono ben definite e si riesce ad avere una visione d’insieme precisa della quale non si può aver dubbi. Simboli religiosi di ogni confessione sono presenti ed equiparati alle altre figure, è inutile cercare rifugio in esse, fa tutto parte dello stesso mondo.
Nel pessimismo che pervade i suoi lavori sembra quasi che Kuksi trovi conforto nella convinzione che ciò che rappresenta sia l’unica realtà.

La vicinanza al mondo della finzione narrativa è confermata dall’ottima scelta di utilizzare una sua opera per la sigla di un telefilm sul mondo violento, semi-anarchico e libertino dei pirati: Black Sails.

link: Kris Kuksi