Il Corpo Nell’Arte

La rubrica Il Corpo Nell’Arte indaga come e perchè il corpo è ancora oggi soggetto irrinunciabile della produzione artistica e quanto sia ampio lo spettro di possibilità espressive che offre.
Fuori dal cliche di un arte contemporanea distante dall’uomo comune, l’approccio a queste opere è meno faticoso rispetto ad altre con un astrazione totale tra immagine e significato.

Fin dalle prime forme di rappresentazione, attraverso le varie epoche il corpo umano è soggetto inesausto delle diverse pratiche artistiche.
Senza il corpo non ci sarebbe l’arte stessa, così come tutto ciò che è prodotto umano.
Ogni opera che rappresenti il corpo si pone in diretto riferimento con ogni individuo, la comprensione non è mediata, l’empatia agevolata.
Nonostante la ridefinizione dell’arte e il moltiplicarsi di tendenze e prassi non figurative succedutesi nell’ultimo secolo, il corpo rimane ancora protagonista della ricerca di svariati autori contemporanei.
L’uso del corpo come soggetto/oggetto assume oggi di volta in volta intenti e significati nuovi, disparati e talvolta opposti.
Dalla continua indagine sulla forma fino alla sua trasfigurazione, dalla valenza politica a quella sociale o individuale, dall’attenzione alle pulsioni carnali e sessuali alla trascendenza metafisica, dalla narrazione epica a quella del quotidiano fino alla perdita di identità e via continuando con gli innumeri temi a cui il corpo è chiamato continuamente ad esser simbolo.

Inchiodato per le palle. Petr Pavlensky

Petr Pavlensky usa il proprio corpo come manifesto delle pratiche politiche del proprio paese, la Russia. Un manifesto diverso da quelli delle campagne elettorali con grandi sorridenti faccioni photoshoppati. Il suo viso, magro e scavato non sorride, anzi ha la bocca cucita, letteralmente suturata.

Che cosa sia l’arte per Pavlensky è chiaro: l’arte è denuncia.
Quale sia il mezzo per fare arte è altrettanto evidente: il corpo.
Quale argomento debba trattare l’arte è semplice da capire: l’uomo, come individuo e come società.

Il suo lavoro è dedicato alla protesta contro la politica sociale di Putin, contro una serie di misure considerate limitanti della libertà individuale e sociale. Pavlensky si esibisce in performance cruente dove il suo corpo è metafora del corpo della Nazione.
Davanti alla Cattedrale di Kazan sulla famosa Prospettiva Nevskij di San Pietroburgo, lo vediamo con le labbra cucite da un grosso filo rosso tenere in mano un manifesto in favore delle Pussy Riot, messe a tacere dal governo.
Siede nudo sul tetto di un istituto psichiatrico, il maggiore centro di psichiatria forense di Mosca, e si taglia il lobo di un orecchio con un lungo coltello da cucina, per protestare contro le incarcerazioni per problemi psichiatrici.
Di fronte al palazzo dell’Assemblea Legislativa di San Pietroburgo lo troviamo sdraiato senza alcun vestito all’interno di una gabbia cilindrica di filo spinato. Una dolorosa limitazione di qualsiasi movimento, rappresentazione delle numerose leggi prodotte dal governo a censura del popolo, con un numero di prigionieri politici sempre crescente, l’omosessualità al bando, leggi sulla blasfemia, il controllo centralizzato dell’informazione e dei mass media. Tutte leggi non contro criminali, sostiene Pavlensky, ma contro la libertà individuale di ogni cittadino.
Ancora un’altra performance a Mosca dove, nudo, si inchioda lo scroto al pavimento della Piazza Rossa davanti al mausoleo di Lenin durante l’annuale giornata della Polizia a dimostrazione dell’indifferenza delle forze dell’ordine verso le sofferenze della gente.

E’ sempre curioso notare come le azioni non comuni di un singolo compiute su se stesso e per propria scelta facciano più clamore di una violenza imposta dall’alto e subita dalla collettività.
Le azioni di Pavlensky sono raffigurazioni della realtà da lui percepita, sono accuse allo Stato politico così come al popolo, che come l’artista, accetta tutte le vessazioni del governo in silenzio, senza opporre resistenza.

L’idea di arte che origina le opere sembra partire dall’equazione platonica Bello = Buono = Vero. Le performance rappresentano la verità della situazione russa, sono quindi buone perchè l’intenzione è di svegliare le coscienze e dunque devono essere anche belle nella loro espressione estetica.
Una certa bellezza in effetti è ravvisabile nelle immagini dell’artista diffuse attraverso la rete. Non nella sua figura smagrita, con le guance infossate e gli occhi grandi e silenziosi, ma nella totale nudità priva di qualsiasi malizia. Nell’innocenza di un corpo esposto al pubblico non per riduzione ad oggetto sessuale ma per un proprio ideale di giustizia. L’immagine di un letterario eroe russo.
Pavlensky è stato arrestato più volte e la sua arte è un rischio reale per il suo corpo e la sua libertà.
Voglio credere a questa innocenza, almeno per il momento, ignorando le quotazioni delle sue opere e sperando di non avere a che fare con un nuovo Ai Weiwei.

Autoritratti dell’assenza: Liu Bolin

Nascondersi, fondersi o sparire. Forse prorpio tutte queste cose insieme. Le numerose immagini prodotte pazientemente da Liu Bolin sono autoritratti dell’assenza.

L’ossessiva serie di autoritratti dell’artista è ciò che di più lontano si possa interpretare come vanità e compiacimento della propria immagine.

Il corpo rappresentato sparisce nel paesaggio urbano, viene trasfigurato e inghiottito, ne rimane una sagoma d’ombra incompleta. Cannibalismo.

La città ingoia per intero l’individuo senza emettere alcun suono o rumore d’avviso.
Al tempo stesso ci sembra di poter leggere un certo celato compiacimento, una sparizione alla quale non si oppone nessuna resistenza, un abbandonarsi volontario, un nascondersi in bella vista nell’abitudine di una veduta nota e conosciuta. E’ il rassicurante anonimato dell’uomo moderno, poter sfuggire al prossimo senza sforzo.

Risorsa a doppio taglio, a volte la vera fatica è quella di uscire dallo sfondo e dal costante rumore di sottofondo per farsi notare.

Le sue fotografie, scattate da Pechino a Milano, da New York a Venezia sono fusione dell’individuo con il contesto estetico, culturale e politico. Il corpo non è barriera alle influenze esterne ma veicolo di conoscenza. Pura osmosi metropolitana. Inserito in un dato luogo un uomo non può esimersi dall’apprendere ciò che lo circonda, dal portarlo con se, dall’esserne in qualche modo influenzato ed anche trasformato.
Il corpo umano nella sua consistenza fisica svanisce a vantaggio di una presenza immateriale che scorgiamo a fatica ma con certezza.

L’assenza di Bolin sembra suggerirci che il corpo è lo strumento con cui conosciamo l’esterno e al tempo stesso è lo specchio fedele delle nostre personali influenze.

E’ la rappresentazione dell’integrazione come abdicazione totale della propria identità, sacrificio sempre richiesto allo scopo di un adattamento totale.

L’opera di Liu Bolin è critica sociale, all’oppressione politica o culturale, all’individuo e alle sue debolezze, ai pericoli del conformismo.

Il potere consolidato o in via di consolidamento ci obbliga a farci entrare a far parte della sua stessa immagine, ad essere parte quasi inconscia del suo stesso corpo.

L’efficacia del lavoro di Bolin è la sintesi riuscita della perdita di identità e forza senza identificare un unico colpevole.

Borondo: il bello nel brutto

Periferie, palazzacci, strutture abbandonate e luoghi di degrado: la città contemporanea, più che in qualsiasi altra epoca, è satura di obbrobri. Ma è nel disgustoso ambiente urbano che ha germogliato la Street Art, come il corallo che cresce sul relitto di una nave affondata, portando colore e luce dove regna la tristezza. Ovviamente non tutto è arte come non tutto è vandalismo, ecco perché è fondamentale operare una distinzione netta tra il babbeo che aggiunge altro brutto allo schifo e l’artista che invece valorizza qualcosa con il suo intervento. Chi di sicuro può permettersi di “sporcare” le nostre città è Gonzalo Borondo, giovanissimo artista spagnolo che rappresenta una delle migliori realtà nel panorama della Street Art europea. Le sue figure umane indagano nel profondo le inquietudini dell’uomo moderno, le paure e le incertezze proprie di chi vive negli ambienti cittadini. E’ nei corpi, nei volti e in quella pittura graffiata che l’artista ci mostra l’animo della nostra società, ingabbiato da regole e pregiudizi, mai libero di esprimere pienamente se stesso perché nel mondo odierno diamo troppa importanza a come ci vedono gli altri, costringendo noi stessi a reprimere le pulsioni più profonde.Borondo dipinge il nostro Es, lui tira fuori l’immagine della nostra interiorità repressa che affiora come un fantasma, immateriale come il suo segno sembra suggerirci. Un rudere, una fermata del bus, una vetrina insulsa, delle balle di fieno, possono trasformarsi in fenomenali contenitori d’arte grazie alla mente di Gonzalo Borondo. Ed è proprio questo il grande insegnamento della Street Art: in un mondo dove vige la logica del buttare e ricomprare nuovo è meglio che riparare, solo chi sa valorizzare ciò che gli altri butterebbero può dirsi veramente libero. E’ con la nostra fantasia che possiamo crearci il bello nel brutto che ci circonda.

 

L’inesorabilità del corpo: Henry Moore

L’attenzione di Moore per il corpo, quasi esclusivamente femminile, è l’essenza di tutta la sua produzione artistica, con variazioni che vanno da una rappresentazione più realistica fino a una profonda deformazione formale della figura umana. Moore sembra tracciare con precisione una storia nostalgica e insieme visionaria dell’esistenza terrena.

Il corpo femminile è rappresentato come arcaico, possente e forte, è lontano e imperturbabile, è archetipo di maternità, di origine, di generazione, di continuità. Col susseguirsi delle opere lo si vede poi consumarsi, perdere gli arti, i dettagli fisionomici. Non è creatura viva, mobile, peritura; diviene immagine del materno ma non della madre, idolo procreatore, oracolo immortale più che amorevole levatrice.

Il corpo è roccia esposta al tempo e agli elementi, si corrode, la sua superficie si sgretola, si spezza del tutto in parti separate ma rimane la sua forza come monumentale presenza naturale, come una scogliera, come la terra stessa che esiste da sempre e si modifica in continuazione senza sparire mai. Il corpo della donna è madre Terra stessa, con cui condivide ferite, privazioni e grandezza inesauribile.

Diventa infine visione di un corpo allungato, diafano, attraversabile, tutt’uno con lo spazio stesso non più solo materia, solcato da nuova fisionomia e da un nuovo codice estetico. Modificazione futura ma non ultima della continua sopravvivenza del corpo. Anticipazione del concetto di fluidità oggi tanto in voga e assunto come simbolo della nostra era.

L’opera di Moore è testimonianza dell’inesorabile, il corpo è soggetto e mezzo di studio, trattato come materia pura priva di psicologia o sentimenti o sensualità, le sue trasformazioni e diverse sembianze non alterano la sua essenza profonda e insostituibile. Intera, spezzata in due o composta da più parti lisce e acuminate, non possiamo fuggire dalla sua presenza, è in un passato lontano come nel futuro remoto. E’ condizione indispensabile di vita e arte irrinunciabile.

[Marzio La Condanna]