Arte Senza Il Corpo

Il soggetto della rubrica Arte Senza Il Corpo sono le opere e le ricerche artistiche che non prendono in considerazione la presenza della figura umana all’interno della rappresentazione.

L’arte, come forma di comunicazione complessa ha da sempre tra i suoi scopi anche quello di comunicare concetti complessi, non fisici, non visibili.
Dall’urgenza di esprimere e descrivere l’ interiorità umana, pensieri trascendentali o utopici, si è reso necessario l’abbandono del figurativismo e della rappresentazione della realtà sensibile a favore della rappresentazione della sensibilità. Questo percorso in profondità ha portato a superare anche la sensibilità stessa fino a tornare a un materialismo assoluto e sfociare nella descrizione ontologica di ciò che ci circonda e spesso, nella ridefinizione ontologica dell’arte stessa.
Spinta anche dalla comparsa di tecnologie di riproduzione del reale, la ricerca artistica si è volta verso altre direzioni, arrivando a non riprodurre più ma a prelevare direttamente dalla realtà elementi, oggetti e materiali sovvertendone funzione e senso comune.
Dalla ricerca formale pura, alla tabula rasa, spesso l’eliminazione dell’uomo dall’opera permette di trattare senza retorica anche temi politici o sociali e attivare un confronto tra l’individuo e l’oggetto che molto sa dire dello stesso essere umani.

Il furto di immagine e il deep web: l’arte 2.0 di Eva e Franco Mattes

An object uncopied is under perpetual sieged, valued less for itself than for the struggle to prevent its being copied” così si legge nell’homepage del sito dell’eversivo duo italiano, Eva e Franco Mattes aka 0100101110101101.org, traendo citazione dal testo “The Culture of the Copy” di Hillel Schwartz (www.0100101110101101.org).

Copia, furto, plagio sono tutti eventi di cui siamo ignari ma allo stesso tempo consapevoli in un’era in cui il digitale è diventato la nostra nuova quotidianità e milioni e milioni di informazioni pubbliche e private vengono messe inconsapevolmente (o consapevolmente) all’asta, per essere usufruite, sfruttate o nascoste. I Mattes, dagli anni Novanta, si occupano proprio di questa parte di vita a cui tutti siamo ormai assuefatti, percependo il web e la condivisione di informazioni come un’attività pericolosa ma allo stesso tempo ribelle. Il duo di origine italiana e con base a New York, rompe gli schemi indirizzando la sua ricerca su riflessioni che mettono l’arte a servizio del web, o meglio utilizzano l’atto artistico come strumento per esperire e forzare un ragionamento e una reazione che si aggira tra le vie oscure della net art, del deep web o del furto di immagini.

Cresciuti sotto lo pseudonimo di Luther Blissett, utilizzato da numerosi artisti per denunciare i media come fabbricatori ed elaboratori di realtà, il duo ha costruito delle basi solide per un’attività più che ventennale indagando ed elaborando eversive produzioni artistiche mettendo il mondo delle tecnologie e la sua repentina crescita e sviluppo al servizio di un’arte dell’informazione che studia le reazioni e i rapporti in rete.

Tutto è accessibile, pertanto tutto è copiabile: questo è il concetto su cui riflette il collettivo. Creare un’arte che sia tra l’utopico e, allo stesso tempo, distopico e che celebri l’invisibilità e l’opacità delle cose del quotidiano sia che appartengano alla sfera del privato che a quella pubblica. Il web è apparentemente caratterizzato da una trasparenza visibile, un accesso facile e immediato, ma il metodo in cui lavora, in cui agisce è misterioso, il gruppo 0100101110101101.org opera per smascherare il misterioso rendendolo riconoscibile, ma spesso censurandolo. Questo gioco di vedo e non vedo, rispecchia un sensibile e accorto ragionamento su quanto sappiamo e conosciamo e su tutto ciò che ignoriamo possa esistere.

Un’arte di attribuzione, evocativa, dispotica e aggressiva, fa del collettivo un esperimento d’arte 2.0 che distorce, astrae, esporta e importa dati, sviscerandoli di ogni suppellettile. Un’arte al servizio dell’informazione e contro l’informazione. L’oscura percezione che si inserisce a metà tra spazi protetti (arte) e spazi non protetti (internet) invertendone le percezioni, si mostra vulnerabile e allo stesso tempo prepotente imponendo un’idea che copia, ruba o distorce un’altra idea a favore di una riflessione morale invasa dal multimediale.

 

 

Urs Fischer, il maestro del paradosso

Ironia e dramma sono due aspetti uguali e contrari per definire a grandi linee la produzione artistica di Urs Fischer. Un’arte di ossimori è quella realizzata dall’artista, di origine svizzera e con base a New York, che sorprende e allo stesso tempo fa storcere il naso chiedendo un passo cauto ma giocoso per le strade e le atmosfere oniriche create dall’artista.

Urs Fischer è visionario e allo stesso tempo realista, mette in scena accorte produzioni di oggetti o riproduzioni di opere della storia dell’arte ponendosi sempre in bilico tra un’attenzione iperrealistica, precisa e minuziosa, e una dimensione fantastica, fatta di sogni e di colore. L’universo artistico di Fischer mette in gioco tanti elementi che si contrappongono e si raccontano in maniera chiara e immediata. Non sono gli oggetti, però, ad essere il centro dell’attenzione di Fischer, bensì la sua abilità nel percepire e chiamare a sé tutti i sensi, avvicinarli allo spettatore e lasciarli andare con sfrontata delicatezza.

Con un particolare debole per il paradosso, l’artista distrugge dall’interno ogni singolo elemento, attuando una graduale separazione a più livelli dell’oggetto, devitalizzandolo e riambientandolo in nuove contingenze. Tuttavia, la separazione da significato e significante conduce a un lavoro che predilige il processo ideativo che precede la creazione piuttosto che la ricerca, a volte caratterizzata da errori e tentativi falliti. Non è dunque il punto di vista compositivo il protagonista dell’opera di Urs Fischer, bensì le contingenze, i racconti e i legami che nascono tra paradossi, tra visioni contrastanti, esuberanti ed eccessive. L’interazione è il racconto frammentato che l’artista tenta di costruire, una contingenza che ha al suo interno, celata, una forte critica politica ma che si astiene e si lega in maniera elegante e sofisticata alla storia dell’arte.

L’attualità visiva immaginaria di Fischer racconta anche di una confusione totalizzante, che annienta l’essere umano in ogni secolo. Questo spaesamento è descritto tramite racconti frammentati, oggetti annientati o destrutturati, abbandonati e dimenticati. Tutta la produzione di Fischer descrive una situazione che mano a mano si arricchisce di elementi, confusi e offuscati da una produzione quasi pop, divertente, umoristica e gioiosa. Questo grande controsenso, permette all’operato artistico di Urs Fischer di sperimentare e presentare un’arte logica e assurda, ironica e drammatica che tenta di catturare un momento che si smonta agli occhi dello spettatore, restando in sospeso, indefinito. Un’arte che riflette sul tempo e sulla sua caducità, attraverso drammatiche ironie colorate.

 

The Dream Machine is Asleep

Pirelli Hangar Bicocca presenta The Dream Machine is Asleep fino al 22 luglio 2018, mostra personale di Eva Kot’átková, un percorso onirico e labirintico in cui vengono messe in scena dall’artista le fantasie individuali, le paure e le sfide della società contemporanea.

L’opera di Eva Kot’átková (1982) indaga le forze intrinseche ed estrinseche che influiscono sul comportamento umano, in particolare le norme e i sistemi educativi che possono determinare le caratteristiche di ogni individuo, influendo così sulla propria personalità.

In The Dream Machine is Asleep Kot’átková vengono presentate installazioni coinvolgenti, sculture, opere performative e collage, che vertono sulla concezione del corpo umano come macchina e organo che continua a svolgere le sue funzioni durante il sonno, creando mondi interiori, paralleli.

Considerando le esperienze personali dell’artista e del suo recente corpus di opere – come l’installazione video Stomach of the World (2017) – l’artista trasforma lo spazio espositivo in un organismo labirintico attraverso il quale esplorare pensieri privati, visioni intime e sogni, ma anche le paure e le sfide della società contemporanea.

Viene rievocata l’estetica Dada dell’Europa dell’Est e delle mostre surrealiste, nella mostra incluse performance, conversazioni e narrazioni orali tenute dai personaggi che la animano. Tra questi giocano un ruolo chiave bambini e ragazzi, che occuperanno uno spazio a loro dedicato, definito “Children office”, dove creeranno un archivio dei sogni.

 

 

Dal 14 Febbraio 2018 al 02 Luglio 2018

Milano

Luogo: Pirelli HangarBicocca

Curatori: Roberta Tenconi

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 02 66 11 15 73

E-Mail info: info@hangarbicocca.org

Sito ufficiale: http://www.hangarbicocca.org

L’arte che dialoga con il circostante: Mauro Staccioli

Purtroppo questo 2018 è iniziato con una grave perdita per tutto il mondo dell’arte. Il primo gennaio all’età di ottant’anni è scomparso a Milano Mauro Staccioli, scultore di fama internazionale nato a Volterra nel 1937. La sua innata capacità di sapersi connettere al circostante è ciò che più ha contribuito a collocarlo tra i grandi della scultura mondiale. Celebri le sue installazioni all’aperto fatte di curve e forme geometriche, semplici segni che si incastonavano nella natura o tra le architetture urbane. Alla base dei suoi lavori non c’è mai stata la scultura in sé e per sé, quanto invece l’ambiente circostante come punto di partenza per ogni fantasia creativa.

Staccioli definiva le sue sculture proprio come dei “segni”, quasi a sottolineare la non invasività delle opere nei contesti. Per lui il lavoro artistico era fatto di semplicità, emotività ed intuizione. Inutile cercare una spiegazione logica per ciò che faceva, tutta l’azione creativa era frutto di sentimenti intimi che non si potevano spiegare e che non era necessario chiarire né al pubblico né a se stesso.  Una spiegazione di ciò Staccioli la diede del docu-film intitolato Corso Italia ’96, del regista Alberto Tempi, un cortometraggio che racconta l’installazione temporanea dell’artista a San Giovanni Valdarno nel 1996.

Lo scultore di Volterra disse: “La reazione più bella che incontro quando installo le mie opere è quella degli operai che lavorano con me. Di solito sono quelli che, superato il primo attimo, entrano nell’operazione e alla fine sono dispiaciuti che tutto sia terminato. Questo perché percepiscono la creatività che ci sta dietro, la percepiscono come libertà di potersi esprimere e vivono addosso questa libertà”.

La libertà è il filo conduttore di tutto l’operato di Staccioli, sia essa legata all’espressività dell’artista che all’interpretazione di chi osserva. La semplicità è invece la chiave con cui ha saputo aprire gli spazi del circostante alle sue opere. Senza dubbio uno dei migliori interpreti del rapporto tra spazio e arte.

La perdita dell’identità e la rivendicazione dell’appropriazione nell’arte di Pascale Marthine Tayou

L’operato artistico di Pascale Marthine Tayou, artista camerunense attualmente attivo in Belgio, si pone al centro di una ricerca che guarda alla tradizione cercando di rielaborarla e riadattarla alla contemporaneità sociale, politica, economica e anche artistica. Il lavoro di Tayou è dettato da una duplicità di significato e significante che ha come principio fondamentale l’incontro di elementi differenti tra loro non solo nella forma ma anche nella provenienza, con il fine di creare un alter ego di sé attraverso la pratica dell’accostamento e della rielaborazione. Questo interesse si evince a partire dal suo nome, frutto esso stesso di una trasformazione, ovvero la combinazione del nome materno con quello paterno, per dare vita a una figura “femminizzata” e ideale. Una sorta di concettualizzazione del ready-made, pratica che può essere riscontrata in molti dei suoi lavori in cui la ricerca e l’accostamento di oggetti di uso quotidiano determina nuove forme di vita e nuovi significati in nuovo contesto e con sempre nuovi visitatori.

Il dialogo tra sé e gli altri, e tra gli oggetti, è uno degli aspetti predominanti che danno vita ai lavori di Tayou. L’incontro è la chiave per un viaggio tra nazioni, oggetti e tradizioni differenti. Ogni aspetto dell’operato dell’artista camerunense coinvolge una pratica molteplice, colorata, eccentrica che si trasforma ed evolve grazie ai rapporti e ai continui significati che la sua produzione artistica racchiude e racconta. Il suo lavoro ha il compito di creare parallelismi, demitizzare la storia e decontestualizzare gli oggetti ad essa appartenuta.

Attraverso il suo lavoro, Pascale Marthine Tayou, accosta paradossi, così come mette in crisi e annulla i concetti di identità e definizione, a favore della rivendicazione del diritto di appropriarsi di tradizioni che non conosciamo o che non ci appartengono per farne qualcosa di nuovo e diverso, creando oggetti atemporali e senza luogo attraverso l’unificazione di gesti e significati a favore dell’abbattimento di ogni confine o barriera.

 

 

Geometrie dell’astrattismo. Piet Mondrian, il maestro della linea

Griglie di colori e geometrie delle forme, sono gli elementi principali che attirano l’attenzione quando ci si ritrova davanti alle opere di Piet Mondrian (1872-1944), artista che ha determinato con le sue teorie ed esemplificazioni lineari un cambio di rotta nella comprensione e nella definizione stessa dell’arte del Novecento. Banalizzate ed eccessivamente commercializzate nel design, nella pubblicità, nella moda o persino nell’arte stessa, le famose “griglie” di Mondrian nascondono molto più di una semplice scacchiera colorata, sono infatti il frutto di un’intensa presa di coscienza da parte dell’artista a favore di una nuova idea di arte. Nel 1917, Mondrian inizia a pubblicare le sue teorie sulla rivista “De Stijl”, fondata con Theo van Doesburg, tramite la quale si annuncia la nascita di un nuovo movimento artistico denominato Neoplasticismo.

Le griglie di Mondrian però, rappresentano soltanto l’apice di una ricerca trentennale profondamente radicata nella pittura figurativa di paesaggio, tipicamente olandese. Ben presto, fortemente influenzato dagli avvenimenti storico-sociali intorno a sé, Mondrian inizia a semplificare le forme e a ridurre la gamma cromatica dei colori a favore di tonalità forti e primarie. Le forme iniziano ad acquisire valore simbolico, divenendo sempre più frammentate e semplici. Alla fine della Grande Guerra, l’artista olandese abbandona definitivamente l’idea della tridimensionalità della tela a favore di uno studio strettamente legato alla bidimensionalità della superficie e inscindibilmente congiunto a un’idea di un’arte nuova, non individualista e basata sulla purezza.

L’idea di “arte astratta” teorizzata da Mondrian, nasce e si sviluppa dalla consapevolezza che le cose del mondo non possono essere rappresentate così come sono poiché sono continue variabili dotate di proprietà mutevoli. È, dunque, la denaturalizzazione della materia, il processo che per Mondrian è l’unico in grado di dare vita ad una forma libera da ogni possibile oppressione e ingiustizia. Un’arte dettata da rapporti equivalenti è ciò a cui auspica l’artista, ovvero un equilibrio di forme in cui ogni aspetto definisce nuove forme di vita libere e multiformi. A questa si accomuna la ricerca della purezza attraverso l’uso della linea e del colore primario, una purezza che esiste nell’essenza di ogni cosa, emancipata da una realtà oggettiva superflua. Mondrian ridefinisce la scala cromatica e crea un ordine geometrico emergente in poche linee, dimostrando l’esistenza indipendente di una nuova concezione artistica e spirituale.

 

[Articolo collegato alla mostra “Volcano ed altri cicli” che si è svolta a Isili (Sud Sardegna) a partire dal 28 dicembre 2017 e che ha visto l’esposizione di alcuni cicli evolutivi del percorso artistico di Antonio Mallus, formatosi nel clima neoavanguardistico degli anni Settanta ed avendo come maestri spirituali Kandinsky, Mondrian ed il primo Futurismo. Evento realizzato dall’associazione Youth Caravella con il contributo dell’Assessorato al Turismo della Regione Autonoma della Sardegna e dalla partnership con il Comune di Isili, del Comune di Serri, del Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri, dall’Associazione Culturale Artecrazia e del giornale Artecracy.eu].

Naviganti: il “monumento all’immaginazione” di Davide Dormino

Semplici pezzi di ferro possono diventare dei remi, un muro scrostato diventare il fianco di una nave, il cielo trasformarsi in mare. Perché questo avvenga c’è bisogno solamente di una cosa: l’immaginazione. È proprio a questa splendida facoltà umana che l’artista e docente della Rome University of Fine Arts Davide Dormino erge un monumento con la sua ultima opera, Naviganti, installata lo scorso 2 dicembre a piazza Copernico a Roma. È l’immaginazione, infatti, ci mostra Dormino, spesso anche aiutata dall’arte, a permettere di capovolgere la realtà, di abbattere muri e spostare i confini mentali e fisici che spesso ci costringono.

L’installazione, realizzata nell’ambito della prima edizione di Creature, il festival della creatività romana, è composta solo da sette grandi remi di ferro appoggiati sul recinto di un ex spazio produttivo abbandonato e rivolti verso l’alto. Sette come le Pleiadi, la costellazione dei naviganti. Nonostante la sua dura essenzialità, però, l’opera presenta molteplici livelli di lettura. Come si diceva, con un po’ di fantasia la realtà si capovolge, e quel recinto si trasforma in una nave che solca un mare azzurro come il cielo di Roma. La dedica però è ai “naviganti”, che possono essere intesi in diversi modi. Un riferimento è sicuramente ai grandi geografi, cartografi e astronomi a cui sono intitolate le strade del quartiere Pigneto in cui è installata, ma i naviganti possono essere anche tutti coloro che viaggiano con la fantasia, che sono capaci di vedere con gli occhi di un bambino un cielo diventare mare. In questo periodo storico, però, viene spontaneo anche un altro tipo di lettura, che intravede un significato politico nell’intervento di Dormino. In un’opera che si propone di abbattere le barriere, spontaneo è infatti il pensiero verso i confini che ultimamente si stanno creando e irrigidendo sempre più nel mondo, e i naviganti a cui è dedicata diventano automaticamente coloro che ogni giorno si avventurano in mare cercando di superarli. L’opera allora non è più solo un esercizio d’immaginazione ma anche di riflessione, che ci ricorda, per usare delle metafore navali, di non restare ancorati ai pregiudizi e di evitare di creare barriere perché, in fondo, siamo tutti sulla stessa barca.

A proposito di migranti, l’opera stessa è pensata per migrare, resterà infatti solo qualche mese in piazza Copernico per poi salpare a inizio estate verso nuove destinazioni.

L’installazione è stata realizzata con il supporto del gruppo creativo SonoFrankie per il terzo appuntamento del Festival Creature, organizzato dall’associazione Open City Roma nell’ambito di Contemporaneamente 2017. Per maggiori informazioni: http://www.creaturefestival.it/

Night Engines. Le avveniristiche sculture di Caroline Mesquita

Dopo il successo ottenuto ad Artissima, l’artista francese Caroline Mesquita ha di recente inaugurato il suo primo solo show presso la galleria trasteverina T293. Come delle moderne e futuristiche navicelle spaziali, le sculture dell’artista francofona hanno invaso lo spazio asettico della galleria presentandosi come dei frammenti di meteoriti o originali e avveniristiche auto del futuro. Lo scopo centrale della sua produzione artistica è ripensare gli oggetti, eliminando qualsiasi modello familiare e comprensibile. Attraverso la rielaborazione costante e sistematica delle materie, l’artista crea delle strutture fruibili a tutto tondo, elimina un punto di vista unico a favore di una ricezione completa e in continuo mutamento. La materia è per Mesquita una costante che fa del suo lavoro una rielaborazione del concetto di scultura.

A metà tra costruzione e pura arte estetica, le opere dell’artista elaborano materiali pesanti come metallo o acciaio che, attraverso il riuso e la manipolazione, risultano leggeri, provocanti e inaspettati. Le strutture hanno però un’altra caratteristica fondamentale che si lega indubbiamente alla sua materia, ovvero la capacità e la libertà di assumere forme proprie. L’artista, in questo caso, diventa il maestro che impartisce una lezione, detta una forma e poi attende che venga elaborata e, poi, acquisisca fattezze inaspettate.

La sensazione che si ha di fronte agli oggetti di Mesquita è di un iniziale disorientamento, l’atmosfera suggerita è quella di una dimensione onirica, surrealistica che si riscontra anche nella produzione video. In particolare, la molteplice capacità di creazione dell’artista mette in luce un aspetto fondamentale ovvero quello dell’incontro. Nei video, così come nella scelta e produzione delle sculture, Mesquita crea un accostamento per immagini di incontri inaspettati e impossibili, come quello tra uomo e creature fantastiche, oggetti inanimati che assumono nuove identità e sensualità inesplorate. L’interesse per la ricerca incessante di senso nelle relazioni intercorrono tra lo spazio e le sculture o in particolare l’approfondimento delle differenze di genere, l’amore per gli outsider, si inglobano in una ricerca artistica fine, attenta e minuziosa che racconta di un preciso intento artistico, quello di un’elaborazione umana e sociale attraverso l’uso accurato di materie prime che assumono forme inebrianti in spazi inaspettati.

La produzione artistica di Caroline Mesquita è dunque un’interessante relazione tra cose reali e dimensioni oniriche in cui al centro di tutto c’è l’esasperante ricerca di una fattezza umana che interagisca con tutto ciò che nasce e muore intorno a un sé irriverente, impavido e sregolato.

 

 

Fino al 08 dicembre 2017
T293 Gallery

Via Ripense 6, Roma

Orario: dal martedì al venerdì dalle ore 12.00 alle ore 19.00

Ingresso libero

L’ironia kitsch della denuncia: Guan Xiao e l’arte per accostamenti

Guan Xiao giovane artista di origine cinese che vive e lavora a Beijing, è conosciuta in Europa grazie alla sua partecipazione alla Biennale di Berlino, e alle sue esposizioni all’ICA di Londra e al Jeu de Paume di Parigi. L’artista fa della tradizione cinese un presupposto che denota un forte attaccamento alla produzione di massa e all’approccio enfatico, a tratti kistch dell’oggetto. Non a caso la sua produzione è un ibrido non solo di stili, ma un incessante accostamento di immagini, suoni e aspetti della vita quotidiana che si mettono in relazione. È questa tendenza al vario, al confuso, all’immagine ripetuta, il presupposto per un’arte che spazia dal video, alla scultura, fino alla produzione di veri e propri ambienti.

L’arte di Guan Xiao mette davanti due strade la prima è quella dell’ironia, la seconda, più sottile, è quella della percezione delle cose. Con il suo video a tre canali dal titolo David esposto all’ultima Biennale di Venezia all’interno del Padiglione delle Tradizioni, chiarisce la sensazione primordiale di sarcasmo per poi spazzarla via lasciando la percezione di un disagio ossessivo, di un amore sconsiderato e di una fruibilità prêt-à-porter che inneggia all’arte, ma la distorce, la commercializza e la ridicolizza.

Il video è un miscuglio di filmati tratti da internet a cui l’artista accosta brevi frasi, accompagnate da una canzone da lei prodotta che richiama sonorità synth pop, retaggio forse di una cultura di tendenza orientale. David è una denuncia camuffata in ironia kitsch, che tramite il dilettevole, contesta la superficialità con cui è oggi considerata l’arte. Con una sottile riflessione sul riuso, ruolo e diffusione dell’immagine del David, Guan Xiao elabora una produzione artistica non immediata, ma fatta di piccoli pezzi che esprimo una riflessione oltre ogni superficialità. L’artista ci porta a compiere un passo indietro e ad affrontare la repentina necessità di riconsiderare l’arte come nucleo unico e inimitabile, ammirando e reimparando a meravigliarsi.

Guano Xiao produce accostamenti che diventando seriali. Riproponendoli all’occhio del fruitore in un circolo costante e infinito, invitano a porre l’attenzione sul singolo elemento in un paradosso di sensazioni. Ciò che percepiamo è una coralità che diventa una voce e una messa a fuoco che illumina, ingrandisce e distorce mille altri volti.

 

La dimensione della luce nelle installazioni di Anila Quayyum Agha

Vincitrice di ambitissimi premi, come ArtPrize 2014 e numerosi riconoscimenti, Anila Quayyum Agha è una tra le artiste più talentuose degli ultimi anni. Nata a Lahore, in Pakistan, ad oggi vive e lavora negli Stati Uniti. Il suo lavoro mette insieme la tradizione dell’arte islamica, con le tecniche più semplici contemporanee. Attraverso la sua operazione di esemplificazione e riproduzione tenta di esplorare e rielaborare in maniera del tutto immateriale, attenti e minuziosi intagli che creano giochi in cui la contrapposizione tra luce e ombra diventa padrona. Gli ambienti creati da Agha sono frammenti di reale che esplodono e irrompono all’interno di strutture, tipicamente white cube, capovolgendo la normale visione e inglobando la diversità in tante ripetizioni.

Le sue imponenti installazioni l’hanno consacrata come artista internazionale e le piccole ripetizioni geometriche che adornano lo splendido palazzo dell’Alhambra a Granada, perla del sud della Spagna, sono quelle che l’artista riproduce in cubi dalle grandi dimensioni. Attraverso il suo attento lavoro, riesce a dare vita al giusto equilibrio tra contemporaneo e tradizione, in modo che il centro di tutta la sua rappresentazione sia la luce, elemento essenziale e centrale per la cultura islamica, e l’assenza della figura umana.

I muqarnas, sono alcuni dei patterns a cui l’artista fa riferimento, bidimensionali e in continuo mutamento, sono composti da strati molteplici e si offrono allo spettatore in sembianze sempre diverse riflettendo fonti luminose. La luce non è però mai in rapporto con il nostro sguardo, come succede per le installazioni di Agha, non ci osserva, ma interferisce con lo spazio abbattendo ogni relazione fisica e diventando il tramezzo che regola e disegna le geometriche composizioni.

Il corpo, non ha alcuna rilevanza, ciò che è protagonista assoluto sono le mille traiettorie di luce che non ci guardano, ma ci penetrano e ci invitano a farne esperienza. Questa tipologia di pensiero artistico è ciò che fa della produzione artistica di Agha, uno spettacolare racconto per traiettorie, geometrie e luce.

La cultura islamica è tutta nella composizione e nella relazione tra le cose, tutto il resto è luce e la sua capacità di modificare le cose intorno a sé. La contemporaneità è la capacità di raccontare attraverso l’immateriale, tematiche a livello globale. Le strutture di Agha, infatti, descrivono da lontano una società in cui alle donne non è permesso di accedere alle affascinanti moschee islamiche che sono costrette, invece, alla preghiera domestica. Non a caso, la potenza emotiva si confonde con la coscienza d’animo e la necessità di dare una voce attraverso l’immateriale e l’intimo racconto di sé.