Arte Senza Il Corpo

Il soggetto della rubrica Arte Senza Il Corpo sono le opere e le ricerche artistiche che non prendono in considerazione la presenza della figura umana all’interno della rappresentazione.

L’arte, come forma di comunicazione complessa ha da sempre tra i suoi scopi anche quello di comunicare concetti complessi, non fisici, non visibili.
Dall’urgenza di esprimere e descrivere l’ interiorità umana, pensieri trascendentali o utopici, si è reso necessario l’abbandono del figurativismo e della rappresentazione della realtà sensibile a favore della rappresentazione della sensibilità. Questo percorso in profondità ha portato a superare anche la sensibilità stessa fino a tornare a un materialismo assoluto e sfociare nella descrizione ontologica di ciò che ci circonda e spesso, nella ridefinizione ontologica dell’arte stessa.
Spinta anche dalla comparsa di tecnologie di riproduzione del reale, la ricerca artistica si è volta verso altre direzioni, arrivando a non riprodurre più ma a prelevare direttamente dalla realtà elementi, oggetti e materiali sovvertendone funzione e senso comune.
Dalla ricerca formale pura, alla tabula rasa, spesso l’eliminazione dell’uomo dall’opera permette di trattare senza retorica anche temi politici o sociali e attivare un confronto tra l’individuo e l’oggetto che molto sa dire dello stesso essere umani.

La contemplazione dell’ignoto nelle sculture di Isabel Alonso Vega da White Noise Gallery

Immaginifiche, sospese ed effimere si presentano le sculture dell’artista spagnola Isabel Alonso Vega, nella sua prima mostra in Italia alla White Noise Gallery di Roma dal titolo Senza Fuoco. Racchiuse all’interno di teche, le sculture dell’artista sembrano essere precarie forme evanescenti, come pervase da un moto transitorio che invita alla contemplazione e all’abbandono. La sensazione che ne scaturisce è quella di una eterea sospensione in cui le forme senza alcun tipo di riconoscibile caratterizzazione formale, si accende di una identità tesa verso il sublime e l’inesplorato.

Partendo dalle teorizzazioni del testo tardo-medievale La nube della non-conoscenza, Isabel Alonso Vega dà vita a forme dell’essere racchiuse sotto un’ideale nube dalle cromie tra il nero e l’oro che generano un percorso interiore di meditazione. La nube dell’oblio a cui fa riferimento il testo, permette all’uomo di liberarsi da ogni realtà esteriore e proiettarsi verso ciò che è ignoto e misterioso: l’amore divino. Nel caso dell’artista spagnola, il viaggio verso la scoperta di sé e ciò che è ancora incomprensibile e inesplorato, nasce dall’atto stesso della composizione. Le nubi nere, realizzate attraverso la sovrapposizione di lastre di plexiglass dipinte con fiamme vive e i disegni a carboncino sulle pareti, attivano un dialogo esplorativo e allo stesso tempo contemplativo, dando vita a sculture che superano la bidimensionalità della superficie ma creano strutture capaci di superare la comprensione a livello semantico e spostano paradossalmente il linguaggio formale verso qualcosa di ineffabile, etero e transitorio.

Il lavoro dell’artista, parte da tecniche precise di composizione per poi attivarsi nel momento stesso della sua produzione, attraverso cui l’inaspettato e l’inesplorato si mette a disposizione di una conoscenza ultraterrena dell’uomo e dei suoi quesiti esistenziali. Le opere di Vega hanno la capacità di bloccare quel moto di transitorietà di cui sono pervase, bloccandole all’interno di costrutti formali, e allo stesso tempo ridefiniscono l’idea stessa di precarietà. Sono forme ibride in cui la frattura tra significato e significante è colmato da una ricerca tesa al sublime e alla conoscenza, la tensione che ne scaturisce volge lo sguardo a forme astratte e imprecise in cui l’uomo è necessariamente chiamato a partecipare.

Isabel Alonso Vega
Senza Fuoco
Fino al 9 marzo 2019

White Noise Gallery
Via della Seggiola 9, Roma
Orari: dal martedì al venerdì 11:00 – 19:00; il sabato 16:00 – 20:00
Ingresso libero

Alice Ronchi, gli oggetti artificiali e le loro celate bellezze

In bilico tra un’architettura del paesaggio e una produzione fantastica, a tratti magica e di carattere industriale, il lavoro di Alice Ronchi, giovanissima classe ’89, muove i primi passi da quella produzione artistica del secolo scorso in cui la sperimentazione del movimento, degli oggetti d’uso quotidiano e della creatività ha posto le fondamenta di un nuovo modo di intendere l’arte come percorso didattico e formale.

Alice Ronchi, vive e lavora a Milano, dopo anni di formazione e sperimentazioni tra l’Italia e l’Olanda, si dedica a una produzione artistica che mette insieme elementi d’uso quotidiano come tubi idraulici, forme geometriche astratte e l’idea di natura creando opere che seppur nelle loro forme tante volte astratte, narrano di mondi ideali e dalle infinite possibilità di lettura.

L’artista, annienta la separazione che sussiste tra naturale e industriale a favore di uno spostamento semantico di genere. Il paesaggio diventa così un sistema di relazioni in cui l’idea di architettura di paesaggio è intesa come una pratica attraverso cui è possibile trovare una precisa disposizione delle forme nello spazio. Allo stesso tempo però, proprio per questa sua peculiarità di far convivere dentro di sé strutture differenti, il paesaggio acquista molteplici modi di esistere ed essere al mondo. Ronchi, fa di questa concezione il presupposto da applicare ad elementi artificiali, modificandone sì lo status ma mantenendo la loro funzione principale riconoscibile e, allo stesso tempo, usufruibile. Non si tratta dunque di ready-made ma di oggetti che si accomunano per la loro precisa composizione che rimanda, seppur nella differenza estetica e formale, a un concetto di unità. L’artista riesce a scavare nella conoscenza formale ed estetica degli oggetti: il trait d’unione di una percezione armonica che precede il momento stesso in cui l’occhio, così come la nostra conoscenza, riesce a distinguerne le forme e la loro funzione primordiale.

Tutto si riduce ad un approccio prima di tutto estetico e semantico, successivamente ludico e didattico. Non a caso, il tema del playground è lo strumento attraverso cui l’artista racconta questa sua ricerca. La partecipazione del fruitore, indipendentemente dalla sua età o dalla sua conoscenza, diventa elemento necessario. Una vera e propria contingenza emotiva e partecipativa che non solo attiva l’opera ma la avvolge di molteplici capacità di crescita, trasformazione e vita. Gli elementi della natura e le forme artificiali, industriali, persistono in un’atmosfera sospesa e magica che attraverso il gioco si traduce in una didattica dell’arte che riesce ad avvicinare tutti i tipi umani, di genere e di età, permettendo di rivelare la natura dell’oggetto mostrandone le sue celate e possibili bellezze.

TRANSFER, metafora e rituale di Leonid Tsvetkov. Fino a febbraio alla galleria Ex Elettrofonica di Roma

In arte il residuo, è da sempre inteso come sostituto di un’azione visibile, altre volte invece è un cumulo di cose, ovvero ciò che rimane di un lavoro. Il più delle volte, il concetto stesso di residuo si accompagna in modo indivisibile a un’accezione negativa che ne rispecchia l’aspetto di abbandono di un oggetto deteriorato che ha perso la sua precisa composizione materica e il suo stesso uso primordiale. Leonid Tsvetkov, borsista dell’American Academy di Roma nel 2012-2013, convoglia gran parte della sua produzione artistica indagando il concetto fascinoso di residuo. Rigorosamente connesso al luogo, al territorio, il residuo analizzato da Tsvetkov è parte inesauribile di una ricerca che parla di stratificazioni che permeano e ridefiniscono i confini umani e territoriali. Come una prosecuzione, questa sua ricerca, si pone non come aspetto unico del suo lavoro, bensì come graduale narrazione che intende affrontare, ridefinire, scovare e riorganizzare delle esperienze emozionali e sensibili che l’uomo ha apportato a un dato oggetto o a un determinato luogo.

Partendo dall’idea di metafora, Transfer a cura di Lucrezia Cippitelli, narra per unione visuale uno schema di calchi che tra membra, organi e oggetti di consumo, ci parlano come se fossero geroglifici di un linguaggio antichissimo e criptico. In occasione della seconda mostra dell’artista nella galleria, lo spazio si trasforma per diventare una grotta in cui le pareti coperte di simboli suggeriscono idee e racconti stratificati e mai davvero rappresentati. Se nella precedente mostra Downfall nel 2014 gli oggetti di Tsvetkos esploravano l’impatto dei rifiuti sul disagio territoriale della zona circoscritta di Testaccio, in Transfer, gli oggetti assumo apparenze religiose e acquisiscono nuovo valore e significato. L’artista, infatti, applica all’anatomia umana l’apparenza di offerte votive. I calchi diventano ex-voto, invasi dunque di un’aura sacra e devota; i calchi d’imballaggio prodotti dall’artista si presentano come segno semantico, richiesta spirituale e collettiva che guarda, attraverso un antico suggerito, al contemporaneo e al moderno. Gli oggetti rappresentati raffigurano la fisicità corporea e quella di consumo che è parte inesorabile del nostro quotidiano.

Transfer è un codice semantico ben preciso che gioca sul linguaggio e le sue capacità relazionali e narrative che pongono, per necessità, sullo stesso livello, significato e significante. L’etimologia stessa della parola “metafora” (to transfer in inglese) illustra un concetto ben preciso, fil rouge di tutta la mostra, ovvero il trasferire un termine dal suo significato a uno figurato. Così in Transfer, ciò che si osserva è parte di uno studio pragmatico in cui il significato è traslato e rielaborato secondo composizioni visive che richiamano gli ideogrammi dell’antica tradizione asiatica, in cui simboli, grandezze e disposizione visuale raccontavano e raccontano tutt’oggi significati nascosti, idee e concetti non ancora identificati.

Leonid Tsvetkov. Transfer
fino al 21 febbraio 2019

Galleria Ex Elettrofonica
Vicolo di Sant’Onofrio,10 Roma
Orari: dal martedì al venerdì 15.00-19.00, sabato e lunedì su appuntamento, domenica chiuso
Ingresso gratuito

Paesaggi mentali e stratificazioni linguistiche. Le tracce di una condizione umana nelle opere di Corinna Gosmaro

Vincitrice del Talent Prize 2018, undicesima edizione del premio di Inside Art dedicato alle giovani proposte artistiche contemporanee, Corinna Gosmaro fa del colore e dell’idea di paesaggio il suo centro focale. La sua ricerca si concentra essenzialmente sulla condizione umana e sulla sua totalità attraverso l’evocazione di paesaggi visivi e mentali che accomunano e coinvolgono qualsiasi esperienza umana, che sia essa soggettiva o oggettiva.

Al confine tra pittura e scultura, l’operato artistico di Gosmaro parte da studi antichissimi e primordiali, attraverso la cui ricerca e destrutturazione, crea delle narrazioni visive che evocano paesaggi mentali e scenari domestici necessariamente interconnessi tra loro. Una sovrastruttura immaginifica, che assume i propri connotati da stratificazioni della memoria e della conoscenza personale. Le pitture, così come le sculture, si presentano sotto molteplici forme estetiche e materiche, dove la superficie diventa parte integrante del processo artistico. I materiali utilizzati dalla giovane artista torinese nascono anch’essi da uno studio pragmatico e meticoloso di una storia che vuole essere raccontata e rappresentata non solo visivamente ma soprattutto esperienzialmente.

Il simbolo è assunto da Gosmaro come presupposto formale per raggiungere un’identificazione personale di una determinata visione che tante volte si cela sotto chiazze di colore. Come delle stratificazioni linguistiche, le opere dell’artista sono codici narrativi precisi, una sorta di proto scrittura che si racconta attraverso simboli, geroglifici o composizioni visive. È un linguaggio archetipo che lavora attraverso accostamenti per produrre processi cognitivi che attivano la narrazione tra l’essere umano, l’ambiente e la cultura che lo circonda.

Le opere dell’artista, che siano esse pitture o sculture, sono delle immagini ideali, mentali poiché appartengono a processi cognitivi diversi per ogni essere umano che si legano tra loro come risultato di una somma di percezioni. I paesaggi ideali di Gosmaro sono composizioni astratte che non devono rappresentare ciò che è ma ciò che è stato più e più volte immaginato, ricomposto, sovrapposto o raccolto nel corso dei propri processi di crescita. Un concetto di natura ideale che parte dalla memoria per rielaborare un’unione di emozioni interiori in perenne mutamento. Così, la temporalità stessa delle immagini si blocca in un continuum che non ha un inizio né tantomeno una fine ma si estende e si propaga attraverso esperienze visive ed emotive. La scelta dei materiali di supporto, evidenzia sia l’assenza di un preciso flusso temporale così come l’esigenza comunicativa richiesta dalle sue opere: un linguaggio condiviso e in continuo divenire tramite cui lo spettatore tenta di completarne le fattezze e di riedificarne i caratteri emotivi. L’esperienza mentale, fisica e primordiale, si accompagna a processi visivi ed esperienziali unici e perennemente al limite tra l’essere e il mondo che lo circonda.

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Fotonica: il festival delle arti luminose

Il fotone è il più piccolo frammento luminoso dell’universo, una particella di dimensioni microscopiche ma dalla straordinaria potenza creatrice, in grado di dare origine a ogni forma di luce. A esso e allo “scintillante universo creativo” che è in grado di generare è dedicato il festival Fotonica, che si svolgerà dal 7 al 15 dicembre prossimi al Macro Asilo di Roma.

Giunto alla sua seconda edizione, Fotonica è un festival gratuito dedicato alle forme d’arte contemporanea legate all’elemento luce e che perciò si propone di indagare e promuovere l’innovazione delle arti audio-video e digitali. È parte del programma di Contemporaneamente Roma 2018, ed è realizzato con la collaborazione di alcune tra le più importanti manifestazioni internazionali attive nello stesso campo come lo Zsolnay Light Festival (Ungheria), l’Athens Digital Art Festival (Grecia), il Patchlab Festival (Polonia) e il Videomapping Mexico.

I numeri di quest’anno sono veramente notevoli: per la manifestazione verranno messi in campo ben 65 artisti, 4 performance e 6 installazioni audio-video, 3 workshop, 7 lecture, oltre a 3 live set musicali e più di 40 partner internazionali.

Parte centrale del festival saranno le performance, che si terranno nel foyer del museo. Si partirà con OVV, la performance degli ungheresi Glowing Bulbs, seguita da Go Back to Hiding in the Shadows di Pandelis Diamantide, Digilogue di Studio Otaika e Iterations dell’artista russo Procedural. Il foyer del museo ospiterà ogni giorno anche tutti gli altri appuntamenti della manifestazione: le installazioni audio-video, quelle di light art, e il videomapping. Per tutta la durata del festival sarà poi visitabile anche la mostra di Net Art Net Paintings, realizzata come lo scorso anno in collaborazione con il progetto Shockart.net.

Ampio spazio verrà poi dedicato anche alle lecture, che si terranno presso la sala cinema e l’auditorium del Macro Asilo. Esperti del settore si racconteranno in diversi appuntamenti per incoraggiare l’avvicinamento del pubblico al mondo delle arti audio-visive e digitali e favorirne l’approfondimento teorico. Ad interessare i partecipanti ai temi del festival attraverso un’esperienza più pratica e diretta sarà poi il workshop di Videomapping (in programma per il 7 e il 14 dicembre), mentre i più piccoli saranno avvicinati alla cultura digitale attraverso gli stimoli creativi dei laboratori di animazione Animating your star e Dalla luce alla proiezione. Ci sarà poi spazio anche per la musica, con i dj e vj set di musica elettronica organizzati con LPM Live Performers Meeting e Manifesto delle Visioni Parallele.

Ad anticipare il festival e fornire un assaggio di questa nuova edizione sarà l’anteprima che si terrà il prossimo 1 dicembre presso la Centrale Montemartini. Per l’occasione verrà presentata la performance ONNFrame di Ipologica + FLxER Team, in cui forme, narrazioni, suoni e colori si fonderanno tra loro e con la suggestiva location in un dialogo generato in tempo reale da una band di 4 elementi, tre musicisti del collettivo Ipologica e la Vj Liz.

 

 

Per maggiori informazioni e il programma dettagliato delle attività: https://fotonicafestival.com

La ricerca del presente e le sue forme di esistere: Pierre Huyghe e i suoi mondi fantastici

Nell’incessante incombenza di segni deviati e aspetti del reale ambigui e incontrollabili, dove si pone il presente? Qual è la forma che più di tutte lo rappresenta? Pierre Huyghe si pone queste domande e tenta di ridefinirne le risposte attraverso una visionaria idea di realtà, accompagnato dall’uso di immagini, video e installazioni di cui si fa ambasciatore.

Dalla difficile definizione artistica, Huyghe, rispecchia in maniera precisa e puntuale la sua idea di arte e la poetica che ne sta alla base. L’artista indaga il concetto di presente e la temporalità a esso legata. Sceglie di costruire immagini o frammenti d’immagini in cui ricreare situazioni ancora non concluse ma che avvengono nel reale. Si tratta di vere e proprie strutture in costante apertura verso qualcosa che è potenziale, che cambia e che ne potrebbe alterare la presenza o la durata. Queste visionare e frammentarie forme visive non esistono se non connesse una all’altra. Questo presuppone un’interazione costante con lo spettatore è proiettato in un mondo ultra fantastico, paradossale e irrequieto, in cui chi osserva si ritrova, per volontà o necessità, a fare collegamenti e connessioni incerte e inattese.

La potenza dell’immagine è uno dei tanti aspetti che interessano l’artista. Il suo approccio considera i medium come veri e propri mezzi attraverso cui creare forme e significati in bilico tra il reale e il surreale. Attraverso l’irrequietezza e l’apparente sconnessione logica di segni e vedute, Huyghe, crea delle attese mantenendo in sospeso l’ambiguità delle forme. Essenziale è la temporalità che si lega indissolubilmente all’immagine. Ciò che deve essere considerato non è tanto il tempo dell’immagine quanto l’immagine nel tempo. La durata e la codificazione del tempo, accompagnano la produzione del visibile modificandola e adattandola alla più prossima idea di presente. Il tempo così come la finzione e la memoria, è messo a disposizione del pubblico che si ritrova davanti a un terzo livello di rappresentazione in cui il presente si mescola al passato e all’immediato presente.

Le opere di Pierre Huyghe sono dettate da una narrazione di fondo in cui le relazioni tra le figure dirigono, come in un film, l’intero racconto e, la connessione segnica in continuo divenire, si apre a nuove possibilità di vita. L’interesse primario è dunque ritrovare, attraverso il reale e l’interconnessione di segni, il primato del presente, la sua nuova forma di esistere e le sue infinite capacità di inalare vita e restituirla in maniera del tutto ambigua e sfrontata a chi osserva inerte la meravigliosa visione di un mondo che si mostra nel suo farsi regolato dal tempo e dallo spazio che lo circonda.

 

Depositi visivi e tracce del reale nelle opere di Renato Leotta

Inondato di una freschezza dalle sfumature mediterranee, l’operato artistico di Renato Leotta è un’introduzione alla conoscenza attenta e curiosa della natura, del paesaggio, della cultura e della sua irrefrenabile capacità di convivere in un contesto fatto di luoghi e storie.

Il giovane artista torinese, sembra dedicarsi con estrema dedizione e strepitosa lentezza all’osservazione di luoghi, di panorami o di fenomeni naturali, registrandoli e ridefinendoli secondo una tradizione puramente gnoseologica. La parola, o meglio la letteratura, accompagna in modo repentino e indispensabile la maggior parte delle sue creazioni. Come riferimenti frammentati, scomposti o velati, i titoli di alcuni lavori di Leotta o i brani che li accompagnano, ci includono già in un ambiente di purezza intellettiva che introduce una composizione visiva raffinata e apparentemente semplice. Queste suggestioni sono, secondo l’artista, la sintesi di un vissuto, di un frammento di realtà che viene catalogato secondo celebrazioni visive che permettono di catturare un momento preciso e riviverlo in un loop temporale che non ha un inizio né tantomeno una fine. La registrazione, è il processo centrale su cui ruota la produzione più recente di Leotta, attraverso quest’azione l’artista è in grado di depositare un accadimento, mantenendo viva l’esperienza legata a un luogo o a un evento storico, e allo stesso tempo li annulla e li riscrive in un frammento spazio-temporale completamente capovolto.

Con una strabiliante potenza evocativa, le opere di Leotta si compongono e scompongono in un moto repentino, esplorando limiti e confini di un’immagine e la sua successiva realizzazione, dove il processo tante volte conta molto meno del prodotto definitivo. In questa ben delineata necessità artistica, l’artista utilizza linguaggi molteplici, caratterizzati da mezzi che spesso si combinano l’uno con l’altro, conservando in modo instancabile una debolezza per l’archiviazione, la registrazione e il deposito. Le proposte visive di Leotta sono installazioni spaziali che coinvolgono in toto le esperienze dello spettatore. La relazione esistente tra paesaggio e cultura si arricchisce, inevitabilmente, di altre forme di incontro che si stratificano e inducono chi osserva a cercare, immaginare e ricostruire delle reti di connessione che ne raccontano il procedimento. Gli indizi visivi e letterari dell’artista, ci introducono in un momento ben preciso che seppur orfano di una dimensione temporale chiara, ci tiene ancorati al “qui ed ora” di un frammento che si riproduce, rilegge e ridefinisce sotto ai nostri occhi o ai nostri piedi.

 

 

Arriva a Roma il primo murale ecologico che “caccia l’inquinamento”

Grazie ai numerosissimi interventi di arte urbana che spuntato ogni giorno per le sue strade, da qualche anno Roma è stata nominata capitale europea della Street art. Da oggi la città ha però anche un nuovo record: il più grande murale ecologico d’Europa. In Via del Porto Fluviale, nel cosiddetto “Ostiense District” (e proprio di fronte allo spettacolare murale di Blu che ne è divenuto il simbolo), sta infatti nascendo da qualche tempo una nuova originale opera: Hunting Pollution, un gigantesco murale che si sviluppa su due facciate di un palazzo a sei piani, interamente realizzato con vernici ecosostenibili, che assorbono lo smog.

Il nuovo murale, che verrà inaugurato oggi 26 ottobre 2018, è stato realizzato dallo street artista milanese da anni trapiantato a New York Federico Massa, in arte Iena Cruz. Rappresenta un airone con un pesce contaminato in bocca, appollaiato su un grande barile di petrolio da cui fuoriescono dei minacciosi tentacoli neri. Tutto intorno si sviluppano dei motivi a onde che passano dal giallo ocra originale del palazzo al bianco, al verde, fino all’azzurro, mentre delle gocce decorano tutte le finestre dell’edificio. Il titolo sembra riferirsi contemporaneamente sia alla cattura del pesce contaminato da parte dell’airone, sia a quella dell’inquinamento da parte della vernice.

Per la sua immediatezza comunicativa e per la vastità del pubblico che riesce a coinvolgere, la Street art è stata usata spesso come veicolo di messaggi politicamente e socialmente impegnati, molte volte proprio in riferimento al tema dell’ecologia e del rapporto uomo-ambiente. Si pensi ad esempio alle opere fatte di rifiuti e materiali riciclati di Bordalo II, o a quelle fatte di muschio di Anna Garforth, o ai provocatori dipinti realizzati in giro per il mondo da Banksy, Blu o NemO’s, solo per citarne alcuni.

In questo caso, ad essere ispirate da una tematica ecologica, sono sia il soggetto che la tecnica. Se spesso per ottenere certi messaggi vengono utilizzati spray che però sono fortemente inquinanti, grazie all’utilizzo di queste speciali vernici il murale di Iena Cruz può invece avere un impatto positivo anche in questo senso, assorbendo anziché che produrre inquinamento. Pare che l’effetto “purificante” del murale sull’aria equivarrà a quello prodotto da ben trenta alberi.

Il progetto è stato interamente sostenuto da Yourban2030, ente no-profit impegnato in un percorso di sensibilizzazione attraverso l’arte sui temi temi caldi dell’ambiente e del rapporto uomo-natura, con lo sguardo proiettato all’Agenda Globale 2030 per lo Sviluppo Sostenibile promossa dalle Nazioni Unite. Staremo a vedere quali saranno le prossime mosse…

Di seguito pubblichiamo le foto del murale finito ma non ancora del tutto svelato. Per chi si trova a Roma, più tardi verrà inaugurato e mostrato al pubblico nella sua interezza.

 

 

GAU 2018: Centocelle torna a trasformarsi in una galleria a cielo aperto

A chi passeggia per Centocelle, a Roma, può capitare in questi giorni di notare qualcosa di strano, un tocco di colore in più per le strade del quartiere. A partire dallo scorso weekend, infatti, numerosi artisti si stanno dando da fare per decorare le campane per la raccolta del vetro della zona, trasformandole in vere e proprie opere d’arte. Si tratta della seconda edizione di GAU – Gallerie Urbane, il progetto di arte urbana che già lo scorso anno aveva modificato il volto del quartiere, decorando ben quaranta campane.

La manifestazione è parte del programma di Contemporaneamente Roma 2018, promosso da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale e in collaborazione con SIAE, ed è organizzata da Progetto Goldstein, il cui scopo è quello di proporre, rifacendosi al famoso modello della Galeria de Arte Urbana (GAU) di Lisbona, “una strategia mirata alla promozione dell’arte urbana e allo stesso tempo alla valorizzazione del patrimonio cittadino”.

Si tratta di un progetto particolarmente interessante all’interno del panorama romano, con una proposta molto originale. Originale sicuramente anche per gli artisti, i quali, ognuno con il suo stile (e tutti sotto il coordinamento del writer Paolo Colasanti, in arte Gojo), si sono dovuti confrontare con un supporto inconsueto, molto diverso rispetto ai soliti tela e muro, fatto di superfici curve e che prevede diversi punti di vista.

Per chi fosse interessato a un’insolita e divertente caccia ai cassonetti, le opere sono concentrate soprattutto intorno a Piazzale delle Gardenie e Via Tor de’ Schiavi. Fino al 28 ottobre, inoltre, alcuni tra i più famosi street artisti della capitale continueranno a lavorare alle loro opere, e per tutto il prossimo weekend si terranno diverse iniziative volte a coinvolgere attivamente il quartiere. Le Invasioni Urbane, ad esempio, sono degli interventi artistici collettivi che si svolgeranno sia sabato che domenica nelle aree di raccolta differenziata, con la partecipazione degli artisti e degli studenti che hanno preso parte al progetto. Domenica pomeriggio, a conclusione della manifestazione, si terranno inoltre visite guidate per ammirare le nuove opere (accompagnati dai ragazzi della Scuola dell’Orologio), mentre sabato pomeriggio si terrà il laboratorio creativo Differenziata Mon Amour, che si propone di sensibilizzare bambini e famiglie sul tema della raccolta differenziata attraverso la trasformazione dei rifiuti in oggetti d’arte. Perché, come diceva Andy Warhol, “gli scarti sono probabilmente brutte cose, ma se riesci a lavorarci un po’ sopra e renderli belli o almeno interessanti, c’è molto meno spreco”.

 

 

Domenica 28 ottobre, in Piazza delle Primule, si terrà anche l’inaugurazione di un nuovo murale della famosa street artist romana Alessandra Carloni.

Per maggiori dettagli sull’evento e sugli orari visitare la pagina: https://www.facebook.com/events/336237826942534/.

Di seguito pubblichiamo le foto di alcune delle opere della scorsa edizione (parte delle quali purtroppo rovinate o vandalizzate) e di quelle già realizzate per l’edizione di quest’anno.

 

 

 

Dal macro al micro, le topografie visive di Marco Maggi

Marco Maggi, rappresentate uruguayano alla 56° Biennale di Venezia (2015), lavora per un’arte che sconfina nello studio attento della percezione attraverso teorizzazioni e segni che hanno come focus principale la miopia come simbolo di percezione. Centro della sua produzione artistica è l’uso di materiali quotidiani come fogli di carta, alluminio o scarti di mele e buste. Questi materiali inanimati e di facile rinvenimento, sono utilizzati dall’artista per mettere in scena topografie dettagliate che vanno dal micro al macro, obbligando l’osservatore ad avvicinarsi e immergersi nella perentoria e labirintica costellazione di segni.

Il lavoro di Marco Maggi fonda le sue basi su delle teorizzazioni che hanno come centro l’appropriazione informale della “miopia” come elemento simbolico che costringe a una sovrapposizione forzata di segni, accatastati da una semantica che si fa sempre più piccola e, a tratti, impercettibile. Da lontano, la percezione è frammentata, faticosa e complessa, da vicino le forme caratterizzate da ombre e riflessi, si compongono e assumono connotati semantici che collegano labirintici rilievi e inducono al dubbio e alla perdita del sé. Le microscopiche costruzioni di Maggi, si attivano come haiku visivi, sintesi visuali di percezioni d’animo, ridefinendo nuovi confini in cui la comprensione assume l’unico vero valore intellettivo.

Attraverso un linguaggio che spesso si ripete e che si appropria di tecniche classiche come incisione, disegno, scultura, Maggi costringe ad abbandonare una visione generale della superficie a favore di una visione per dettagli. Le micro composizioni narrano, sottoforma di elementi, un’arte che si libera da qualsiasi condivisione frettolosa e superficiale, ma induce a fermarsi, a strizzare gli occhi. L’invito alla scoperta, implica inevitabilmente un’attenzione che richiede molta più concentrazione dall’osservatore, il quale viene immerso in una sospensione temporale e spaziale che lo ingloba e ne determina la percezione. Il tempo è qui in perpetuo lento rinnovamento, come in uno slow motion percettivo, le costruzioni di Maggi ne rallentano la realizzazione e determinano una pausa che lentamente sbroglia i dettagli.

In questo alfabeto visivo Maggi costringe a ridurre le distanze che esistono tra l’uomo e le cose, attiva invece la coscienza che celebra il ravvicinato e promuove l’invisibile, nascosto e talvolta esasperato. Il disegno, implica dunque di re-indirizzare e riformulare le idee, creando nuove temporalizzazioni che si snodano finalmente visibili all’occhio umano.