Arte Senza Il Corpo

Il soggetto della rubrica Arte Senza Il Corpo sono le opere e le ricerche artistiche che non prendono in considerazione la presenza della figura umana all’interno della rappresentazione.

L’arte, come forma di comunicazione complessa ha da sempre tra i suoi scopi anche quello di comunicare concetti complessi, non fisici, non visibili.
Dall’urgenza di esprimere e descrivere l’ interiorità umana, pensieri trascendentali o utopici, si è reso necessario l’abbandono del figurativismo e della rappresentazione della realtà sensibile a favore della rappresentazione della sensibilità. Questo percorso in profondità ha portato a superare anche la sensibilità stessa fino a tornare a un materialismo assoluto e sfociare nella descrizione ontologica di ciò che ci circonda e spesso, nella ridefinizione ontologica dell’arte stessa.
Spinta anche dalla comparsa di tecnologie di riproduzione del reale, la ricerca artistica si è volta verso altre direzioni, arrivando a non riprodurre più ma a prelevare direttamente dalla realtà elementi, oggetti e materiali sovvertendone funzione e senso comune.
Dalla ricerca formale pura, alla tabula rasa, spesso l’eliminazione dell’uomo dall’opera permette di trattare senza retorica anche temi politici o sociali e attivare un confronto tra l’individuo e l’oggetto che molto sa dire dello stesso essere umani.

Depositi visivi e tracce del reale nelle opere di Renato Leotta

Inondato di una freschezza dalle sfumature mediterranee, l’operato artistico di Renato Leotta è un’introduzione alla conoscenza attenta e curiosa della natura, del paesaggio, della cultura e della sua irrefrenabile capacità di convivere in un contesto fatto di luoghi e storie.

Il giovane artista torinese, sembra dedicarsi con estrema dedizione e strepitosa lentezza all’osservazione di luoghi, di panorami o di fenomeni naturali, registrandoli e ridefinendoli secondo una tradizione puramente gnoseologica. La parola, o meglio la letteratura, accompagna in modo repentino e indispensabile la maggior parte delle sue creazioni. Come riferimenti frammentati, scomposti o velati, i titoli di alcuni lavori di Leotta o i brani che li accompagnano, ci includono già in un ambiente di purezza intellettiva che introduce una composizione visiva raffinata e apparentemente semplice. Queste suggestioni sono, secondo l’artista, la sintesi di un vissuto, di un frammento di realtà che viene catalogato secondo celebrazioni visive che permettono di catturare un momento preciso e riviverlo in un loop temporale che non ha un inizio né tantomeno una fine. La registrazione, è il processo centrale su cui ruota la produzione più recente di Leotta, attraverso quest’azione l’artista è in grado di depositare un accadimento, mantenendo viva l’esperienza legata a un luogo o a un evento storico, e allo stesso tempo li annulla e li riscrive in un frammento spazio-temporale completamente capovolto.

Con una strabiliante potenza evocativa, le opere di Leotta si compongono e scompongono in un moto repentino, esplorando limiti e confini di un’immagine e la sua successiva realizzazione, dove il processo tante volte conta molto meno del prodotto definitivo. In questa ben delineata necessità artistica, l’artista utilizza linguaggi molteplici, caratterizzati da mezzi che spesso si combinano l’uno con l’altro, conservando in modo instancabile una debolezza per l’archiviazione, la registrazione e il deposito. Le proposte visive di Leotta sono installazioni spaziali che coinvolgono in toto le esperienze dello spettatore. La relazione esistente tra paesaggio e cultura si arricchisce, inevitabilmente, di altre forme di incontro che si stratificano e inducono chi osserva a cercare, immaginare e ricostruire delle reti di connessione che ne raccontano il procedimento. Gli indizi visivi e letterari dell’artista, ci introducono in un momento ben preciso che seppur orfano di una dimensione temporale chiara, ci tiene ancorati al “qui ed ora” di un frammento che si riproduce, rilegge e ridefinisce sotto ai nostri occhi o ai nostri piedi.

 

 

Arriva a Roma il primo murale ecologico che “caccia l’inquinamento”

Grazie ai numerosissimi interventi di arte urbana che spuntato ogni giorno per le sue strade, da qualche anno Roma è stata nominata capitale europea della Street art. Da oggi la città ha però anche un nuovo record: il più grande murale ecologico d’Europa. In Via del Porto Fluviale, nel cosiddetto “Ostiense District” (e proprio di fronte allo spettacolare murale di Blu che ne è divenuto il simbolo), sta infatti nascendo da qualche tempo una nuova originale opera: Hunting Pollution, un gigantesco murale che si sviluppa su due facciate di un palazzo a sei piani, interamente realizzato con vernici ecosostenibili, che assorbono lo smog.

Il nuovo murale, che verrà inaugurato oggi 26 ottobre 2018, è stato realizzato dallo street artista milanese da anni trapiantato a New York Federico Massa, in arte Iena Cruz. Rappresenta un airone con un pesce contaminato in bocca, appollaiato su un grande barile di petrolio da cui fuoriescono dei minacciosi tentacoli neri. Tutto intorno si sviluppano dei motivi a onde che passano dal giallo ocra originale del palazzo al bianco, al verde, fino all’azzurro, mentre delle gocce decorano tutte le finestre dell’edificio. Il titolo sembra riferirsi contemporaneamente sia alla cattura del pesce contaminato da parte dell’airone, sia a quella dell’inquinamento da parte della vernice.

Per la sua immediatezza comunicativa e per la vastità del pubblico che riesce a coinvolgere, la Street art è stata usata spesso come veicolo di messaggi politicamente e socialmente impegnati, molte volte proprio in riferimento al tema dell’ecologia e del rapporto uomo-ambiente. Si pensi ad esempio alle opere fatte di rifiuti e materiali riciclati di Bordalo II, o a quelle fatte di muschio di Anna Garforth, o ai provocatori dipinti realizzati in giro per il mondo da Banksy, Blu o NemO’s, solo per citarne alcuni.

In questo caso, ad essere ispirate da una tematica ecologica, sono sia il soggetto che la tecnica. Se spesso per ottenere certi messaggi vengono utilizzati spray che però sono fortemente inquinanti, grazie all’utilizzo di queste speciali vernici il murale di Iena Cruz può invece avere un impatto positivo anche in questo senso, assorbendo anziché che produrre inquinamento. Pare che l’effetto “purificante” del murale sull’aria equivarrà a quello prodotto da ben trenta alberi.

Il progetto è stato interamente sostenuto da Yourban2030, ente no-profit impegnato in un percorso di sensibilizzazione attraverso l’arte sui temi temi caldi dell’ambiente e del rapporto uomo-natura, con lo sguardo proiettato all’Agenda Globale 2030 per lo Sviluppo Sostenibile promossa dalle Nazioni Unite. Staremo a vedere quali saranno le prossime mosse…

Di seguito pubblichiamo le foto del murale finito ma non ancora del tutto svelato. Per chi si trova a Roma, più tardi verrà inaugurato e mostrato al pubblico nella sua interezza.

 

 

GAU 2018: Centocelle torna a trasformarsi in una galleria a cielo aperto

A chi passeggia per Centocelle, a Roma, può capitare in questi giorni di notare qualcosa di strano, un tocco di colore in più per le strade del quartiere. A partire dallo scorso weekend, infatti, numerosi artisti si stanno dando da fare per decorare le campane per la raccolta del vetro della zona, trasformandole in vere e proprie opere d’arte. Si tratta della seconda edizione di GAU – Gallerie Urbane, il progetto di arte urbana che già lo scorso anno aveva modificato il volto del quartiere, decorando ben quaranta campane.

La manifestazione è parte del programma di Contemporaneamente Roma 2018, promosso da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale e in collaborazione con SIAE, ed è organizzata da Progetto Goldstein, il cui scopo è quello di proporre, rifacendosi al famoso modello della Galeria de Arte Urbana (GAU) di Lisbona, “una strategia mirata alla promozione dell’arte urbana e allo stesso tempo alla valorizzazione del patrimonio cittadino”.

Si tratta di un progetto particolarmente interessante all’interno del panorama romano, con una proposta molto originale. Originale sicuramente anche per gli artisti, i quali, ognuno con il suo stile (e tutti sotto il coordinamento del writer Paolo Colasanti, in arte Gojo), si sono dovuti confrontare con un supporto inconsueto, molto diverso rispetto ai soliti tela e muro, fatto di superfici curve e che prevede diversi punti di vista.

Per chi fosse interessato a un’insolita e divertente caccia ai cassonetti, le opere sono concentrate soprattutto intorno a Piazzale delle Gardenie e Via Tor de’ Schiavi. Fino al 28 ottobre, inoltre, alcuni tra i più famosi street artisti della capitale continueranno a lavorare alle loro opere, e per tutto il prossimo weekend si terranno diverse iniziative volte a coinvolgere attivamente il quartiere. Le Invasioni Urbane, ad esempio, sono degli interventi artistici collettivi che si svolgeranno sia sabato che domenica nelle aree di raccolta differenziata, con la partecipazione degli artisti e degli studenti che hanno preso parte al progetto. Domenica pomeriggio, a conclusione della manifestazione, si terranno inoltre visite guidate per ammirare le nuove opere (accompagnati dai ragazzi della Scuola dell’Orologio), mentre sabato pomeriggio si terrà il laboratorio creativo Differenziata Mon Amour, che si propone di sensibilizzare bambini e famiglie sul tema della raccolta differenziata attraverso la trasformazione dei rifiuti in oggetti d’arte. Perché, come diceva Andy Warhol, “gli scarti sono probabilmente brutte cose, ma se riesci a lavorarci un po’ sopra e renderli belli o almeno interessanti, c’è molto meno spreco”.

 

 

Domenica 28 ottobre, in Piazza delle Primule, si terrà anche l’inaugurazione di un nuovo murale della famosa street artist romana Alessandra Carloni.

Per maggiori dettagli sull’evento e sugli orari visitare la pagina: https://www.facebook.com/events/336237826942534/.

Di seguito pubblichiamo le foto di alcune delle opere della scorsa edizione (parte delle quali purtroppo rovinate o vandalizzate) e di quelle già realizzate per l’edizione di quest’anno.

 

 

 

Dal macro al micro, le topografie visive di Marco Maggi

Marco Maggi, rappresentate uruguayano alla 56° Biennale di Venezia (2015), lavora per un’arte che sconfina nello studio attento della percezione attraverso teorizzazioni e segni che hanno come focus principale la miopia come simbolo di percezione. Centro della sua produzione artistica è l’uso di materiali quotidiani come fogli di carta, alluminio o scarti di mele e buste. Questi materiali inanimati e di facile rinvenimento, sono utilizzati dall’artista per mettere in scena topografie dettagliate che vanno dal micro al macro, obbligando l’osservatore ad avvicinarsi e immergersi nella perentoria e labirintica costellazione di segni.

Il lavoro di Marco Maggi fonda le sue basi su delle teorizzazioni che hanno come centro l’appropriazione informale della “miopia” come elemento simbolico che costringe a una sovrapposizione forzata di segni, accatastati da una semantica che si fa sempre più piccola e, a tratti, impercettibile. Da lontano, la percezione è frammentata, faticosa e complessa, da vicino le forme caratterizzate da ombre e riflessi, si compongono e assumono connotati semantici che collegano labirintici rilievi e inducono al dubbio e alla perdita del sé. Le microscopiche costruzioni di Maggi, si attivano come haiku visivi, sintesi visuali di percezioni d’animo, ridefinendo nuovi confini in cui la comprensione assume l’unico vero valore intellettivo.

Attraverso un linguaggio che spesso si ripete e che si appropria di tecniche classiche come incisione, disegno, scultura, Maggi costringe ad abbandonare una visione generale della superficie a favore di una visione per dettagli. Le micro composizioni narrano, sottoforma di elementi, un’arte che si libera da qualsiasi condivisione frettolosa e superficiale, ma induce a fermarsi, a strizzare gli occhi. L’invito alla scoperta, implica inevitabilmente un’attenzione che richiede molta più concentrazione dall’osservatore, il quale viene immerso in una sospensione temporale e spaziale che lo ingloba e ne determina la percezione. Il tempo è qui in perpetuo lento rinnovamento, come in uno slow motion percettivo, le costruzioni di Maggi ne rallentano la realizzazione e determinano una pausa che lentamente sbroglia i dettagli.

In questo alfabeto visivo Maggi costringe a ridurre le distanze che esistono tra l’uomo e le cose, attiva invece la coscienza che celebra il ravvicinato e promuove l’invisibile, nascosto e talvolta esasperato. Il disegno, implica dunque di re-indirizzare e riformulare le idee, creando nuove temporalizzazioni che si snodano finalmente visibili all’occhio umano.

 

Le installazioni “impossibili” di Paola Pivi, tra utopia e assurdo

Nella visione utopica dell’arte, l’assurdo si unisce spesso a un sentimento ancestrale di visioni che inducono il dubbio della percezione del reale. Paola Pivi, classe ‘71, ha definito questa concezione di valore artistico attraverso una produzione fatta da mezzi differenti, stimolata da un’urgente riflessione sul rapporto tra l’uomo e la natura circostante.

Animali in mezzo al mare, orsi dai colori sgargianti, gigantesche scale multi cromatiche, scatti fotografici privi di un ritocco digitale, accompagnano l’itinerante produzione artistica e visiva dell’artista che con il suo spirito nomade ha ridefinito il concetto di “impossibile”.

Quelle realizzate da Pivi sono installazioni che mirano a un’improbabilità di successo, una sfida che attraversa trasversalmente tutta la sua produzione e che è il motore portante di un intento che mira a ridefinire l’oggetto, astraendolo, mutandolo e dandogli nuovi significati. Le opere, che virano verso una linea duchampiana, sembrano assumere i connotati d’immagini mentali e visioni fantastiche, precedute da una componente puramente ludica. L’uso della performance permette all’artista di interagire, manipolare e giocare attivamente con la realtà. Spesso la performance sconfina nel video, annullando qualsiasi tipo di suddivisione pratica e spiazzando il fruitore che si ritrova così senza alcuna certezza e si domanda dove sia il confine tra ciò che è reale e ciò che non lo è.

Paola Pivi riflette su tematiche politiche e ambientali attraverso l’ironia, il non-sense e l’assurdo. Le sue costruzioni si caratterizzano anche per dimensioni molto grandi che permettono ai suoi personaggi di interagire con lo spazio circostante e, contemporaneamente, ridefinirne lo status statico e primordiale a favore di una visione nuova e ribelle. L’artista rivisita e giustappone elementi allo stesso tempo familiari e archetipi in un mondo iconografico utopico. Questi elementi si rivelano attraverso una luce onirica e surreale che permette al fruitore non solo di esserne spiazzato, ma anche di ritrovarsi di fronte ad aspetti del reale, parte della vita quotidiana, analizzati da un punto di vista lontano e vagabondo.

Paola Pivi crea immagini mentali che sotto forma di narrazione disorientano e, allo stesso tempo, invadono lo spazio e la relazione con il fruitore, attraverso un’aurea poetica e suggestiva. Grazie al suo lavoro, Pivi riporta l’attenzione su una dimensione ludica dell’arte che anche usufruendo di elementi visibilmente fantastici, ha la capacità di raccontare la potenza di un’interazione contingente che si fonda sull’idea che non esistono limiti formali, ma anzi l’impossibile, a volte, può diventare possibile.

 

 

Sheila Hicks e la forma del colore. Teorizzazioni e composizioni di un’arte fatta di tessuti

Negli spazi delle Corderie, in occasione della 57° Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, un incredibile esplosione di colori e di tessuti fascia, copre e travolge le superfici circostanti. Si tratta di Escalade Beyond Chromatic Lands di Sheila Hicks, artista statunitense di fama internazionale che ha incentrato la sua carriera artistica sulla ricerca della forma del colore, l’impiego e l’elaborazione di materiali comuni e quotidianamente utilizzati nel mondo tessile.

Di primo acchito sembrerebbe che non ci sia nulla di innovativo nella scelta estetica e formale dell’artista. Ciò che però non sfugge è la ricerca minuziosa e continuativa di un approccio logico e rispettoso in cui la tradizione culturale e la lavorazione ossessiva di questi materiali, si traducono in un esame diretto delle pratiche di tessitura indigene nei loro paesi d’origine. La fibra si disfa e si crea sotto le mani dell’artista, che attraverso le sue installazioni di grandi o piccole dimensioni, filtrano le superfici e si annodano nelle intercapedini degli ambienti in cui vengono disposte. Il tessuto è dunque l’elemento portante di una teorizzazione nata sotto il segno del suo mentore Josef Albers e continuata attraverso una ricerca di una nuova edificazione del colore e un reimpiego di materiali spesso considerati funzionali o decorativi.

L’artista statunitense, nella sua lunga carriera, ha dato vita ad un corpus significativo di opere che sconfinano e si muovono adagiandosi tra diversi campi visivi, arte, artigianato, architettura e design. Questa concezione interdisciplinare porta la visione del colore e del tessuto stesso a uno sforzo di trasposizione cognitiva in cui la tecnica della tessitura o del ricamo fanno da collante per una ricerca più affine che termina con la trasposizione tridimensionale e quasi architettonica del colore.

Il colore dunque senza alcun tipo di riferimento oggettuale si snoda come fatto scultoreo che invade lo spazio. Questo cambio di status in tattile permette un coinvolgimento emotivo. Le fibre nell’atto stesso della loro tessitura creano un oggetto a sé che varia a seconda di un incontro emozionale che si rinnova, dettato anche da un’imperfezione, un errore di manualità che anziché di valenza negativa risulta essere l’attivatore di fanciulleschi ricordi. Non esiste più dunque l’idea del colore a sé stante, ma si traduce in una resa minima costruttiva e tridimensionale, una catarsi emotiva che permette al fruitore di essere inglobato in cascate soffici di colore e fibra.

 

L’invisibile che diventa percezione nelle installazioni ambientali di Shay Frisch

Campi elettromagnetici, adattatori composti e assemblati, corrente elettrica e infine la luce che illumina l’invisibile e lo rende improvvisamente percettibile. Queste le principali chiavi di lettura da tenere a mente quando si parla di Shay Frisch, artista e industrial designer, che ha fatto della riflessione tra arte e scienza il suo biglietto da visita. L’intervento al limite tra artistico e industriale che mette in atto Shay Frisch, racconta di un graduale spostamento della linea che separa il campo cognitivo da quello emotivo, alla ricerca di una nuova frontiera tra arte e scienza. Attraverso l’utilizzo perentorio di prese elettriche e collegamenti energetici, l’artista tenta di creare un fil rouge che anziché dividere i due campi, tenta di metterli sullo stesso piano, inglobandoli e, in definitiva, annientandoli.

Fulcro dell’azione non è la luce generata da questi assemblaggi puramente industriali e quasi home-made, ma l’energia che origina, trasforma, manipola e modella. La luce è dunque solo il prodotto che, da ultimo, fa da connettore e svela un prodotto di per sé invisibile, ossia, l’energia. Essa scorre ovunque ma si percepisce solo lì dove delle lampadine ne rivelano la “forma” effimera e intuitiva. I campi elettromagnetici rivelano dunque che l’invisibile prevale nettamente sul visibile, ed è quella forza, quella vitalità che permette di far coincidere emozione e conoscenza su pari livello, inducendo lo spettatore a fare esperienza diretta con qualcosa che va al di là del proprio raziocinio.

Shay Frisch, mette in pratica un dinamismo inatteso e imprevedibile che porta a osservare e a percepire gli ambienti in maniera differente ed esperienziale. In particolare, i campi messi in moto dall’artista modellano anche l’idea di superfice che qui assume i connotati di un continuum e annullano dunque ogni separazione tra oggetto e spazio. Tutto è trasformabile e tutto vive su uno stesso livello emozionale e visivo. Gli assemblaggi di Shay Frisch, lavorano anche sullo spazio – ambiente o meglio su quel contenitore che accoglie e, tante volte, tende a coccolare il pubblico predisponendo oggetti o manufatti di facile interpretazione. In questo caso, il fruitore è invitato ad attivare il senso intrinseco dell’opera generando esso stesso energia emotiva. Avvolgere lo spettatore e immergerlo attraverso proiezioni di luce intensa ha l’obiettivo unico di guardare alla forza e all’elemento dell’elettricità sotto un aspetto innovativo e inatteso. Le intermittenze luminose permettono allo spettatore di sentire e percepire il movimento che si cela dietro questi meccanismi di materia inerte.

Shay Frisch permette all’aspetto immateriale di rivelarsi e allo stesso tempo rende consapevoli del fatto che spesso per poter sentire e percepire l’energia, l’arte o la materia non è necessario vederla o toccarla.

 

Colore ed emozione: la poetica artistica di Mark Rothko

«Probabilmente ci sono ancora così tante annotazioni che non riescono a spiegare i nostri dipinti. La loro spiegazione deve sorgere da una profonda esperienza tra immagine e osservatore. L’apprezzamento dell’arte è un vero matrimonio dei sensi. E come in un matrimonio, se non viene consumato si giunge all’annullamento».

La citazione sopra riportata è stata espressa da Mark Rothko (1903 – 1970), artista appartenente al gruppo di pittori americani che insieme a Pollock, Gottlieb, de Kooning, Still, Kline, Newman e Motherwell è possibile inserire nella corrente dell’espressionismo astratto, ove i sentimenti vengono espressi tramite l’azione pittorica. Colorfield Painting è il movimento culturale a cui appartiene Rothko, ovvero pittura delle campiture, in cui ad assumere il ruolo che fa da padrone è la forza scaturita dal colore suscitante emozioni.

Chi vede per la prima volta le opere di Rothko, le creazioni appartenenti alla fase matura dell’attività pittorica dell’artista, non quelle che ancora presentano tracce di figurativismo, si sente quasi preso in giro dall’autore  il primo pensiero è che ogni individuo è in grado di realizzare un simile dipinto, in cui non vi è la possibilità di riconoscere un soggetto preciso. E’ dunque fondamentale superare questa concezione riguardante le opere di questo mito dell’arte contemporanea, la chiave per capire l’operato di Rothko è proprio lo sguardo attento del pubblico in contatto con il dipinto.

Il linguaggio figurativo astratto adoperato da Rothko nelle sue opere d’arte si esprime attraverso una relazione che coinvolge l’osservatore e il dipinto, le creazioni cromatiche, caratterizzate da composizioni di colori rettangolari sfumate, sono un elemento di attrazione per lo spettatore, il quale viene imprigionato all’interno della composizione. Il pubblico è catturato dall’immensità dell’opera d’arte, la geometria dell’immagine e l’omogeneità del colore inducono la mente umana in un viaggio spirituale all’interno della creazione artistica, non si tratta di un viaggio allucinatorio, infatti i quadri di Rothko sono un emblema della rappresentazione della drammaticità, della tragedia esistenziale dell’artista stesso. E’ la tragedia del nascere, del vivere e del morire ad essere espressa dall’artista.

Rothko è riuscito con la sua vena artistica a restituire alla pittura la qualità di suscitare atmosfere immateriali, un’atmosfera non terrena resa sublime grazie al colore e alla luce. Ciò non significa che l’artista sia riuscito ad andare oltre una normale tridimensionalità terrena, egli ha plasmato tramite l’utilizzo del colore un tonalismo non più legato alla raffigurazione naturalistica degli elementi.

Jeff Koons e la banalità del quotidiano

E’ tendenzialmente considerato l’erede di Andy Warhol e continuatore della Pop Art, è spesso associato a Marchel Duchamp per le reinterpretazioni della tecnica del ready-made: si tratta di Jeff Koons (21 gennaio 1955), artista statunitense, uno fra i più ricchi del mondo, icona dello stile neo-pop che utilizza una vasta gamma di materiali e tecniche, quali pigmenti, plastica, marmo, metalli e porcellana, per la creazione delle proprie opere d’arte.

Ispirata al consumismo e alla banalità della vita e della società contemporanea, l’arte di Koons mette a nudo l’attaccamento dell’uomo agli oggetti, gli stessi oggetti di cui si serve l’individuo tutti i giorni per soddisfare le proprie esigenze. Il vocabolario visivo utilizzato dall’artista per comunicare col pubblico è tratto dal mondo della pubblicità e dall’industria, un modo di rendere i fruitori delle mostre a proprio agio con le opere d’arte, a prescindere dal ceto sociale di appartenenza.

Già con le prime opere degli anni ’70 Koons presenta agli amanti dell’arte contemporanea delle composizioni costituite da giocattoli e fiori gonfiabili posizionate su superfici specchianti e nel 1979, con la serie The Pre-New, combina oggetti d’uso quotidiano a sfondi metallici o lampade al neon, creando composizioni da appendere al muro come se fossero dei quadri tradizionali. E’ ancora l’oggetto quotidiano il protagonista delle opere degli anni ’80, si pensi all’aspirapolvere della serie The New, uno strumento che non svolge più la sua funzione pratica e quotidiana, diventa un oggetto da ammirare e destinato a non essere più usato, non è più lo strumento amato dalle casalinghe per fare le pulizie, diviene un vero e proprio pezzo da museo suscitante reazioni diverse nel pubblico, creando approvazione o sgomento per aver inserito un oggetto banale nel tempio consacrato all’arte. Sono sempre gli oggetti di consumo ad essere presentati nella serie The Equilibrium (1985), dove uno o più palloni da basket fluttuano in teche di vetro in una soluzione di acqua distillata e cloruro di sodio come se fossero dei pesci in un acquario. “La sospensione dei palloni simbolizza uno stato di perfezione”: queste sono le parole di Jeff Koons in Retrospettivamente, attraverso le quali l’artista intende far riflettere circa il significato del concetto di equilibrio, infatti i palloni, anziché galleggiare, rimangono sospesi nel centro del liquido grazie alla perfetta equipollenza di forze.

Attraverso l’arte di Jeff Koons si assiste dunque alla celebrazione dell’oggetto quotidiano, l’oggetto viene manipolato e reso degno dell’ammirazione del pubblico, è l’atto dell’inserimento di quell’oggetto in una vetrina a trasformarlo in una sorta di reperto strappato dal sottosuolo e valorizzato in un museo. Ciò che generalmente è considerato un oggetto banale grazie a Koons viene elevato a opera d’arte. Il legame tra l’arte di Koons e la società dei consumi è innegabile, ma questa società viene criticata dall’artista attraverso le sue opere, tramite le quali è possibile sottolineare la banalità e superficialità di quella classe sociale che ha reso ricco e famoso l’artista.

Il furto di immagine e il deep web: l’arte 2.0 di Eva e Franco Mattes

An object uncopied is under perpetual sieged, valued less for itself than for the struggle to prevent its being copied” così si legge nell’homepage del sito dell’eversivo duo italiano, Eva e Franco Mattes aka 0100101110101101.org, traendo citazione dal testo “The Culture of the Copy” di Hillel Schwartz (www.0100101110101101.org).

Copia, furto, plagio sono tutti eventi di cui siamo ignari ma allo stesso tempo consapevoli in un’era in cui il digitale è diventato la nostra nuova quotidianità e milioni e milioni di informazioni pubbliche e private vengono messe inconsapevolmente (o consapevolmente) all’asta, per essere usufruite, sfruttate o nascoste. I Mattes, dagli anni Novanta, si occupano proprio di questa parte di vita a cui tutti siamo ormai assuefatti, percependo il web e la condivisione di informazioni come un’attività pericolosa ma allo stesso tempo ribelle. Il duo di origine italiana e con base a New York, rompe gli schemi indirizzando la sua ricerca su riflessioni che mettono l’arte a servizio del web, o meglio utilizzano l’atto artistico come strumento per esperire e forzare un ragionamento e una reazione che si aggira tra le vie oscure della net art, del deep web o del furto di immagini.

Cresciuti sotto lo pseudonimo di Luther Blissett, utilizzato da numerosi artisti per denunciare i media come fabbricatori ed elaboratori di realtà, il duo ha costruito delle basi solide per un’attività più che ventennale indagando ed elaborando eversive produzioni artistiche mettendo il mondo delle tecnologie e la sua repentina crescita e sviluppo al servizio di un’arte dell’informazione che studia le reazioni e i rapporti in rete.

Tutto è accessibile, pertanto tutto è copiabile: questo è il concetto su cui riflette il collettivo. Creare un’arte che sia tra l’utopico e, allo stesso tempo, distopico e che celebri l’invisibilità e l’opacità delle cose del quotidiano sia che appartengano alla sfera del privato che a quella pubblica. Il web è apparentemente caratterizzato da una trasparenza visibile, un accesso facile e immediato, ma il metodo in cui lavora, in cui agisce è misterioso, il gruppo 0100101110101101.org opera per smascherare il misterioso rendendolo riconoscibile, ma spesso censurandolo. Questo gioco di vedo e non vedo, rispecchia un sensibile e accorto ragionamento su quanto sappiamo e conosciamo e su tutto ciò che ignoriamo possa esistere.

Un’arte di attribuzione, evocativa, dispotica e aggressiva, fa del collettivo un esperimento d’arte 2.0 che distorce, astrae, esporta e importa dati, sviscerandoli di ogni suppellettile. Un’arte al servizio dell’informazione e contro l’informazione. L’oscura percezione che si inserisce a metà tra spazi protetti (arte) e spazi non protetti (internet) invertendone le percezioni, si mostra vulnerabile e allo stesso tempo prepotente imponendo un’idea che copia, ruba o distorce un’altra idea a favore di una riflessione morale invasa dal multimediale.