Arte Senza Il Corpo

Il soggetto della rubrica Arte Senza Il Corpo sono le opere e le ricerche artistiche che non prendono in considerazione la presenza della figura umana all’interno della rappresentazione.

L’arte, come forma di comunicazione complessa ha da sempre tra i suoi scopi anche quello di comunicare concetti complessi, non fisici, non visibili.
Dall’urgenza di esprimere e descrivere l’ interiorità umana, pensieri trascendentali o utopici, si è reso necessario l’abbandono del figurativismo e della rappresentazione della realtà sensibile a favore della rappresentazione della sensibilità. Questo percorso in profondità ha portato a superare anche la sensibilità stessa fino a tornare a un materialismo assoluto e sfociare nella descrizione ontologica di ciò che ci circonda e spesso, nella ridefinizione ontologica dell’arte stessa.
Spinta anche dalla comparsa di tecnologie di riproduzione del reale, la ricerca artistica si è volta verso altre direzioni, arrivando a non riprodurre più ma a prelevare direttamente dalla realtà elementi, oggetti e materiali sovvertendone funzione e senso comune.
Dalla ricerca formale pura, alla tabula rasa, spesso l’eliminazione dell’uomo dall’opera permette di trattare senza retorica anche temi politici o sociali e attivare un confronto tra l’individuo e l’oggetto che molto sa dire dello stesso essere umani.

Cai Guo-Qiang: la pirotecnica ricongiunzione celeste

Polvere da sparo e ritualità collettiva sono due degli elementi principali che fanno dell’operato artistico di Cai Guo-Qiang una vera e propria rivoluzione primordiale, che crea connessioni ispirate da una forte matrice orientale, luogo di provenienza dell’artista.

Il fuoco è da sempre un elemento in bilico tra l’esoterico e lo spirituale, si presenta come luce che con la sua forza distrugge e allo stesso tempo vivifica. Quest’aspetto ibrido dell’elemento del fuoco rappresenta in toto la necessità artistica di Cai Guo-Qiang, che esprime, attraverso lo scoppiettio intermittente della polvere da sparo, la testimonianza degli anni del cambiamento maoista tra distruzione e ricostruzione. Il fuoco, infatti, nella sua apparente inconsistenza, nasconde la propria forza distruttrice che produce e trasforma, elevandosi anche a simbolo di purificazione e liberazione. I piccoli cambiamenti che si verificano a seguito del graduale incendiarsi dei pioli lasciano trame e residui che creano magie ed eventi inaspettati del reale. La cenere, ad esempio, da sempre simbolo di penitenza rappresenta nel caso specifico la rinascita, una nuova genesi dell’essere nel mondo.

Attraverso i giochi pirotecnici, tele esplosive di un’arte che muta, l’artista cinese tenta una riconnessione tra la terra e l’universo dove l’uomo può assumere il controllo della propria esistenza in un allineamento ancestrale con le proprie radici e il cielo che sovrasta alto qualsiasi continente.

I lavori di Cai Guo-Qiang non sono però legati solo a un’arte da “testa in su”, ma condividono l’inaspettato e il sorprendente. Così come accade nelle sue installazioni che invadono le sale espositive in danze virtuali che ricordano, da lontano, i disegni caotici creati dalla polvere da sparo. Mantenendo fermo uno sguardo e un’attenzione nei confronti della cultura cinese, Cai Guo-Qiang realizza opere con un unico filo conduttore che celebra la vita e riflette sulla morte. L’azzeramento temporale che l’artista crea nelle sue costruzioni tra uomo e natura, garantisce un’istantaneità quasi fotografica che permette al fruitore di immedesimarsi e compiere quel cambiamento di rotta e ritorno al primordiale a cui auspica l’artista.

Cai Guo-Qiang è senza dubbio una delle stelle dell’arte degli ultimi tempi, riconosciuto a livello mondiale da numerosi premi, la sua arte mantiene la purezza tradizionale che permette di essere partecipi di un viaggio collettivo verso il Cielo e la creazione. Le sue opere sono delle sintesi di visione e lo straniamento di cui si compongono, permette di fare esperienza diretta di ciò che sta davanti agli occhi nella vivida capacità di essere parte di un mondo congiunto nella celeste verità universale.

 

Alek O. L’impero delle luci. La nuova personale in mostra da Frutta Gallery

Dopo la personale di Gabriele de Santis in cui graffiti e illusioni grafiche si espandevano in una sorta di moderno horror vacui, gli spazi di Frutta Gallery si rinnovano per lasciare posto a una forse più timida e meno invasiva personale dell’artista, argentina di nascita ma naturalizzata italiana, Alek O., la seconda all’intero della galleria trasteverina di James Gardner, dal titolo “L’impero delle luci”. Filo conduttore della mostra è l’elaborazione di oggetti dimenticati, leitmotiv del lavoro dell’artista.

Scopo del suo operato artistico è quello di ricostruire attivamente, attraverso materiali di riciclo o il riesumare di piccoli frammenti del quotidiano, il tempo passato. Le opere di Alek O. si dividono tra lo scultoreo e il pittorico, mettendo insieme variazioni metodiche di contrasti tra il reale, il fittizio e il costruito.

Apparentemente prive di un senso strettamente formale o estetico, i materiali utilizzati da Alek O., come il polistirolo e il collage nel caso specifico, acquistano un particolare significato per la minuziosa e laboriosa lavorazione che porta l’artista a una graduale distruzione dell’oggetto attraverso procedimenti artigianali che riducono il prodotto scelto a una regolarità che porta addosso il senso intrinseco delle memorie a cui è necessariamente legato.

Le opere di Alek O. sembrano essere invase da due grandi temi principali: le connessioni che i singoli materiali scelti dall’artista portano al loro interno e la temporalità a cui sono legati. Le geometriche costruzioni delle lastre di polistirolo, che giocano con le pareti della sala, sembrano suggerire articolate mappe cittadine che fissano un tempo che ha al suo interno aspetti del passato e la nuova percezione di cui viene invasa.

La produzione artistica di Alek O. non può non prescindere da un riuso degli oggetti attraverso elaborazioni che uniscono al loro interno i principi del ready-made duchampiano. In questo modo, ogni singolo frammento è invaso da una nuova temporalità infinita e in costante mutamento, una sorta di work in progress che ridefinisce di volta in volta le memorie e le sue infinite connessioni.

Il mondo personale di Alek O., dipinto da colori pastello e da brani del passato della propria storia o di quelle degli altri, invita alla riflessione e al gioco di contrasti che ne definisce la potenzialità astrattiva. Allo stesso modo, la sua sensibilità artistica permette di nascondere un altro tema che si fa spazio tra i suoi particolari oggetti, ossia la loro capacità conservativa. Rielaborare e riutilizzare in forme e modi differenti nuovi oggetti altresì destinati allo scarto, permette di valorizzarli e rigenerare nuove forme di vita in una metamorfosi temporale color pastello.

 

 

Alek O. L’impero delle luci

Frutta Gallery

Via dei Salumi 53, 00153 – Roma

16 marzo 2017 – 13 maggio 2017

Orari: dal martedì al sabato ore 13.00 – 19.00

Ingresso libero

L’incanto delle fotografie di Candida Höfer

Può un interno di un palazzo coinvolgere più di un paesaggio? Se confrontiamo due fotografie: da un lato il verde paesaggio della Pianura Padana, dall’altro la Royal Portuguese Library di Rio de Janeiro. Quale delle due è più affascinante?

Musei e biblioteche, interni di banche ed uffici, teatri, design di palazzi. Questi sono i temi che hanno da sempre appassionato Candida Höfer.

Nata nel 1944 a Eberswalde, in Germania, la Höfer è considerata la principale esponente della Scuola di Düsseldorf, importante centro di formazione professionale e artistica di alto livello per la fotografia.

Fin dalle sue prime realizzazioni, i protagonisti nelle immagini di Candida Höfer sono gli interni di spazi pubblici come musei, biblioteche, archivi, teatri, uffici, banche, palazzi storici e stazioni di treni o metropolitana, fotografati nella loro semplicità ed illuminati rigorosamente dalla sola presenza della luce naturale che permette di cogliere anche i dettagli più minuti. Si tratta di semplici inquadrature centrali, scatti caratterizzati da una precisione unica nel suo genere e realizzati senza ritocco digitale. È incredibile come la Höfer riesca a far trapelare la bellezza naturale da un semplice teatro o una galleria d’arte. Non ci sono passanti, ogni cosa è al suo posto, unico protagonista è il fascino dell’architettura capace di creare un rapporto esclusivo con lo spettatore in una contemplazione solitaria, veri e propri ritratti di architettura dal forte impatto suggestivo. Ad incantarci sono le librerie lignee delle biblioteche, il rosso del tendaggio del palco, le maestose decorazioni del Palais Garnier di Parigi, o ancora il bianco lucente della chiesa di Sant’Andrea di Dusseldorf. Immagini che, pur nella loro semplicità, riescono a regalare emozioni uniche.

Riportiamo le parole dell’artista, dette in occasione della mostra Candida Höfer. Immagini di Architettura ala Fondazione Bisazza: «Il soggetto del mio lavoro sono gli spazi pubblici e istituzionali. Io li preferisco quando non sono ancora invasi dal pubblico. È allora che questi stessi sanno raccontare di più sulle persone che li vivono o li hanno vissuti. Gli spazi parlano di luce, ecco perché li immortalo nella luce stessa in cui li trovo, naturale o artificiale che sia. Gli spazi hanno delle funzioni. Le funzioni creano analogie. Io sono affascinata dalla differenza in queste analogie».

 

Nedko Solakov: quando lo scarabocchio diventa arte

Ci sono molti modi con cui artisti e curatori possono approcciarsi a uno spazio espositivo, e può capitare, a volte, che da semplice contenitore esso si trasformi in strumento nelle mani dell’artista, generando felici occasioni di immersione e interazione tra pubblico e opera d’arte. É questo il caso di Nedko Solakov, artista bulgaro di difficile inquadramento, poiché fin dal suo esordio negli anni Ottanta evita accuratamente di essere legato a un unico stile e a un unico mezzo espressivo. La sua arte, in effetti, spazia tra i media più disparati, senza mai rinunciare però a una grande potenza narrativa e un atteggiamento ironico e radicale. Solakov, del resto, non accetta di essere confinato neppure nella comune logica della produzione artistica e dei modelli espositivi tradizionali. Pur abitando e alimentando il sistema dell’arte dall’interno, si dedica a suo modo a modificarne le regole.

In occasione delle sue mostre, in particolare, Solakov non si limita mai alla semplice pratica dell’esposizione di opere d’arte, ma sconfina in una dimensione che si può definire performativa, interagendo con lo spazio in maniera non convenzionale, spontanea e mai premeditata. Gli spazi che lo ospitano si riempiono così sempre di scritte e figurine disegnate a mano, dotate di una insolita ironia e un sarcasmo pungente, capaci di strappare una risata o una riflessione a chi è abbastanza attento da notarle. Si tratta di brevi storielle, aforismi e giochi di parole. Piccole incursioni dell’artista nello spazio espositivo, straripamenti dal suo normale raggio d’azione, che fungono da commenti ambigui e fantasiosi alla realtà che lo circonda.

Si tratta, in poche parole, di “scarabocchi” (o doodle, per adottare una definizione più alla moda), che con la loro grafia elementare e il loro linguaggio esplicito, sembrano scritti da un bambinone birichino e provocatore, e sono in grado di arrivare al pubblico in maniera diretta e immediata. Può capitare, addirittura, che ci si chieda se il museo sia o meno consapevole della loro presenza, e se non si tratti invece di una marachella di qualche pazzo o vandalo.

Possono essere piccolissimi o giganti, evidenti o sapientemente nascosti nei luoghi più impensabili (come bagni, soffitti, panchine, interstizi e ombre). Possono poi essere permanenti o effimeri, indipendenti o a commento di opere più convenzionali. In ogni caso sono sempre fortemente legati al luogo in cui si trovano, senza il quale non potrebbero neppure esistere. Non sono mai infatti progettati a priori, ma seguono la conformazione e le caratteristiche degli ambienti con cui si confrontano. Questo conferisce, come si diceva, un carattere performativo alle opere dell’artista, che non va rintracciato però solo nella modalità di realizzazione, ma anche in quella di fruizione da parte del pubblico. Il visitatore, infatti, di fronte a questi interventi, si trova spesso inconsapevolmente coinvolto in una sorta di caccia al tesoro, per tentare di scovare tutte le tracce furbescamente disseminate dall’artista nello spazio, e soprattutto si rapporta in maniera inconsueta alle opere, prendendo parte in qualche modo a una comunicazione diretta. Solakov, infatti, con queste operazioni, non fa altro che porsi sul suo stesso piano, interloquendo con lui, raccontandogli delle storie e provocandolo, cosa che gli permette di stabilire un contatto diretto ed estremamente efficace.

Per chi fosse interessato a prendere parte a questo dialogo, alcune opere dell’artista di trovano attualmente in mostra in Italia, alla Galleria Continua di San Gimignano fino al 23 aprile.

Nedko Solakov “Stories in Colour”

18 febbraio – 23 aprile 2017

Galleria Continua

Via Arco dei Becci, 1 – San Gimignano

 

http://www.galleriacontinua.com/exhibitions/exhibition/401

 

 

 

Allegro non troppo. La giungla tessile di Bruna Esposito

Uno stretto corridoio, una folla di gente. Si sta stretti, ma un profumo acre di agrumi accoglie il visitatore distraendolo, per un momento, dalla confusione e dalla difficoltà nel raggiungere la sala centrale. All’improvviso, nella semi oscurità si avvicina una giungla tessile colorata e profumata. Un improbabile sovrapposizione di reti, amache, aghi di pino, bitume, catrame, annunci discount, avvolge in un’atmosfera dalle fattezze allegre, ma non troppo. Si tratta della prima personale dell’artista del paradosso e dell’improbabile Bruna Esposito negli spazi dello studio Stefania Miscetti. La mostra porta non a caso il titolo di Allegro non troppo ed è stata inaugurata di recente nel cuore trasteverino della capitale già scenario di innumerevoli esplosioni di contemporaneità internazionale e a tutto tondo.

Bruna Esposito in questa mostra riflette ed elabora due corpi di lavori in cui riprendere temi a lei cari. Attraverso un elaborato assemblaggio site specific intesse un dialogo formalmente insensato e al limite tra il claustrofobico e l’incanto. Le trappole di materiale apparentemente innocue celano tensioni che innescano disagi e paure. Tutto intorno l’atmosfera ricorda tende circensi, colori sgargianti che rendono lo spazio improvvisamente allegro, spensierato, mentre al suo interno tutto tende all’oscuro che attanaglia attraverso scelte che sollecitano significati dettati dall’insensatezza della quotidianità che si fa spazio tra i grovigli di materie per suscitare dinamiche ostinate e audaci.

Bruna Esposito è l’artista che ha fatto della capacità di calibrare in modo sapiente connessioni illogiche, la sua cifra stilistica. Le costruzioni che provengono dalla sua sensibilità artistica sembrano ricercare più un senso di rigore che una dedizione alla spettacolarizzazione dell’arte o delle sue declinazioni. Attraverso la scelta consapevole di prediligere un’economicità materica a una ricerca ostentata del particolare, crea visioni irreali dal gusto ironico e, allo stesso tempo, poetico che evocano la forza della fragilità umana.

Nello specifico Bruna Esposito crea un’unione spaziale che interrompe il cammino libero dello spettatore che si ritrova incastrato tra i grovigli di reti che lo spingono ai lati della stanza in una sorta di ribellione materica che invade, attira e allontana chiunque si avvicini. L’installazione dell’artista è la riappropriazione della materia sull’insensatezza dell’uomo, frenato dalla prepotente presenza di una giungla di sensi, odori, colori in un’atmosfera paradossale e allo stesso tempo allegra, ma non troppo.

 

 

 

Studio Stefania Miscetti

9 marzo 2017 – 30 giugno 2017

via delle Mantellate, 14 – 00165 Roma

Orari: dal martedì al sabato dalle 16.00 alle 20.00

Ingresso: libero

L’alchemica mutazione della materia: Gilberto Zorio

L’interesse per la materia e le sue proprietà è stato spesso analizzato dagli artisti, a partire dal secolo scorso fino ad oggi. Consapevoli delle sue infinite possibilità di trasformazione, questi artisti hanno messo in discussione il rapporto natura e artificio, reale e magico. Secondo Germano Celant, in molti casi, la possibilità di plasmare gli elementi, permette di rappresentare la metafora della vita, poiché nei suoi effetti fisici e sonori, la materia, tende a imitare il movimento e il comportamento degli esseri umani. Gilberto Zorio, esponente dell’Arte Povera, dalla metà degli anni Sessanta, lavora con materiali industriali in diretta relazione con le reazioni chimico-fisiche subite, in particolare con il solfato di rame. La materia di Zorio è il fil rouge di tutta la sua carriera artistica, caratterizzata da un parziale controllo del caso sulla totale riuscita delle proprie produzioni artistiche. Il caso determina la trasformazione totale o parziale della materia che Zorio decide di elaborare, manovrare e modificare.

Gilberto Zorio attraverso l’atto creativo tenta di esaltare l’aspetto magico-rituale della materia cercando di evidenziarne da una parte i suoi aspetti interni, sconosciuti perché collegati al suo mondo fisico, e dall’altra attraverso le sue proprietà esterne, le sue metamorfosi. Secondo la tradizione esoterica e alchemica, ogni materiale possiede nel suo intimo il residuo di un’immagine estatica. La materia è già di per sé fonte di meraviglia, quindi compito primo dell’artista è permettere alla materia di liberarsi dei propri limiti e, autonomamente, rivelarsi al mondo. Il linguaggio plastico dell’artista si sviluppa attorno a delle strutture iconiche che trasformano un’immagine reale in una forma vera e propria. Il mondo di Zorio è formato da archetipi come, ad esempio, le stelle, fasci di luce, canoe e giavellotti. Le figure ancestrali, come le stelle a cinque punte, assumono a lungo andare variazioni materiche e spaziali che introducono un mondo che non si ferma al terreno ma si eleva a un livello spirituale.

La materia, così come la natura, è incontrollabile, Zorio assume le vesti di vero e proprio homo faber nel tentativo di portare alla luce attraverso elementi della nostra esistenza aspetti del creato che assumono un controllo totalitario sul nostro destino. La plasticità della forma diventa la dimensione ideale per rappresentare il caos naturale del divenire. Senza nessuna pretesa, l’artista si mette a disposizione dell’oggetto in attesa di una metamorfosi che ne riveli la bellezza e la sua più nascosta purezza.

 

 

A Roma la pittura prende corpo con l’opera di Aljoscha

Forme iper-leggere, sospese e apparentemente instabili sono le protagoniste dell’opera dell’artista di origine ucraina Aljoscha, per la prima volta in mostra a Roma con una installazione site-specific allestita presso la Sala Santa Rita, visitabile fino al 13 marzo.

La sala, ex chiesa barocca posizionata in pieno centro monumentale, è per l’occasione totalmente invasa e rivoluzionata nel segno dall’arte contemporanea. Sotto la cura di Sala 1 in collaborazione con Natalia Gershevskaya, la monumentale e immersiva installazione ideata da Aljoscha converte lo spazio espositivo in un ambiente estremamente suggestivo, capace di catturare in maniera immediata la curiosità del pubblico, in un affascinante gioco di pieni e vuoti e di luci e ombre.

L’aspetto più interessante dell’opera in mostra è l’inconsueto metodo di realizzazione. Essa è infatti generata dall’artista solidificando e modellando della vernice acrilica, in un’operazione che ricorda una evoluzione tridimensionale dell’action painting. In questa sorta di esperimento sullo studio della materia, la pittura abbandona il suo stato liquido per assumere una connotazione più corporea, si emancipa dalla tela e prende forma nello spazio.

Quello che ne viene fuori è una forma d’arte difficile da classificare. È allo stesso tempo pittura, scultura e installazione, e non va sottovalutato poi anche il suo carattere performativo, rintracciabile non solo nella modalità di realizzazione, ma soprattutto nell’interazione che mette in atto con spazio e pubblico, aspetto imprescindibile di tutta l’operazione.

L’opera, infatti, pendendo dal soffitto e occupando tutto lo spazio occupabile, interagisce sia con l’ambiente che la ospita, sia con il pubblico, in una seducente esperienza di coinvolgimento totale. Con le sue protuberanze che arrivano quasi a toccare terra, costringe lo spettatore a girarvi attorno o a passarvi attraverso, e soprattutto si offre alla visione da infiniti punti di vista, ognuno dei quali ugualmente sorprendente e suggestivo, superando l’idea di contemplazione statica in favore di un approccio attivo e dinamico.

Fondamentale per questo carattere immersivo dell’esposizione e per la riuscita del suo effetto altamente scenografico è poi anche l’illuminazione, sapientemente studiata per accendere i colori e proiettare ombre estremamente decorative sulle pareti, a creare un interessante dialogo con gli stucchi e i marmi dell’arredo seicentesco.

 

 

Aljoscha. A notion of cosmic teleology

Fino al 13 marzo 2017

Sala Santa Rita

Via Montanara (ad. Piazza Campitelli) – Roma

Ingresso libero

Orari di apertura: tutti i giorni dalle 11 alle 13 e dalle 16 alle 19.

 

http://www.comune.roma.it/pcr/it/newsview.page?contentId=NEW1400946

L’esposizione è un gioco: Cornelia Baltes

Cornelia Baltes è una delle migliori rivelazioni di questo decennio. L’artista tedesca si è fatta conoscere per la sua eccezionale espressività creativa resa attraverso segni semplici e forme giocose. La sua vena irriverente si manifesta non solo con un continuo dialogo tra pittura e scultura, dove alcune volte le due cose vanno praticamente a coincidere, ma anche attraverso il coinvolgimento diretto del pubblico nell’invenzione degli ambienti espositivi. Uno straordinario esempio di questo è la mostra del 2015 dal titolo Turner.

Alla Northern Gallery for Contemporary Art di Sunderland la Baltes ha escogitato un sistema che permette al visitatore di spostare le opere a proprio piacimento, trasformando uno spazio statico, come può essere il classico ambiente espositivo, in uno spazio animato in continuo mutamento. Disponendo i dipinti orizzontalmente sul pavimento e dotandoli di piccole rotelle si è resa possibile al pubblico un’interazione totale con l’allestimento, dove tutto può mutare di forma e di significato a seconda di chi osserva e da dove osserva.

In condizioni canoniche nelle esposizioni le opere vengono posizionate con un certo grado di isolamento (più o meno ampio a seconda di come vengono pensati l’ordinamento e l’allestimento in funzione di ciò che si vuole raccontare) per far risaltare la qualità intrinseca di ogni singolo pezzo e facilitarne la lettura al pubblico. In Turner invece ogni individualismo è completamente annullato, non c’è un punto di vista privilegiato, non c’è gerarchia tra il centro e la periferia degli spazi.

L’insieme delle opere va a formare una vera e propria installazione dove il pubblico è parte integrante della performance. L’idea del pavimento come superficie espositiva per i dipinti è stata applicata anche in un’altra mostra del 2016 dal titolo Drunk Octopus wants to fight svoltasi alla Limoncello Gallery di Londra. Anche qui Cornelia Baltes si è divertita a sfidare i canoni dell’allestimento museale, dimostrando ancora una volta la sua straordinaria intelligenza nel saper sfruttare la resa estetica delle sue creazioni al fine di comporre ambienti totalmente fuori dagli schemi senza rovinare la qualità espositiva nel complesso. In aggiunta a questo allestimento orizzontale sono presenti nelle sue mostre tanti altri tricks museografici molto interessanti sia dal punto di vista meramente artistico sia da un punto di vista più tecnico. Non c’è dubbio: Cornelia Baltes è un’autentica scultrice di ambienti.

 

Le vibrazioni temporali di Giorgio Griffa in mostra alla Galleria Lorcan O’Neill

Tempo, sequenze ritmate e segni ridotti al minimo invadono le bianche mura asettiche della Galleria Lorcan O’Neill in vicolo dei Catinari a Roma, vicino Campo de’ Fiori. Giorgio Griffa torna a invadere gli spazi della galleria che occupa la corte del bellissimo palazzo rinascimentale Santacroce. Dopo, infatti, la mostra del 2014 Danza dei Neuroni, Griffa presenta la sua seconda mostra personale nei locali capitolini dal titolo Giorgio Griffa: Paintings 1970-2017, una sintetica retrospettiva che ripercorre la sua cifra stilistica dalla fine degli anni Sessanta a oggi. È un viaggio che ci conduce in un mondo parallelo in cui l’opera è in costante divenire, dove vige su tutto una temporalità precaria e sospesa.

Giorgio Griffa dai suoi primissimi esordi ha introdotto una nuova visione del colore e del tempo, scegliendo in perfetta autonomia un metodo di lavoro che oggi ne identifica la sua pratica: la tela grezza. Si tratta, infatti, di materiali non trattati, dalla iuta al lino, poggiati e lavorati sul pavimento per evitare sgocciolamenti di colore. La cornice è assente, questo permette alle opere, una volta disposte sulle mura, di diventare parte viva del luogo creando un dialogo inaspettato tra le opere stesse e il supporto su cui sono presentate. Inoltre, Griffa ha da sempre prediletto un approccio fisico, come Pollock creava movimento e dinamismo, come una moderna danza, l’artista torinese cammina, calpesta la canapa, il cotone e lascia che ogni imperfezione della materia diventi parte integrante delle sue rappresentazioni.

In particolare, la mostra presenta una selezione di dipinti scelti per ogni decade della sua carriera caratterizzati dalla peculiarità lirica di ridurre il segno pittorico al minimo e concentrarsi su tre aspetti fondamentali: ritmo, sequenza e segno. Si tratta, infatti, di posizioni precise e ragionate del colore che non invadono la tela, ma ne costituiscono una sorta di work in progess in cui l’opera dà la sensazione di essere un “non finito”. Appaiono, poi, numerazioni prima semplicemente legate alla volontà di fare parte di un ciclo di lavori. Il numero è l’indizio per comprendere il divenire di ogni singola opera, altre volte i numeri diventano dei rapporti matematici come ad esempio nei lavori più recenti incentrati sul Canone Aureo. Il canone crea una sequenza di numeri che ha un inizio e mai una fine, può continuare ossessivamente all’infinito. È un salto nel buio, un’opera che tende all’ignoto e all’incontrollabile.

Sono segni primari, frequenze vibranti di pennellate color pastello e numeri che ci incuriosiscono e ci distraggono, li troviamo ovunque. Le opere di Giorgio Griffa nel loro essere analitiche, minimalisticamente originali, si presentano con le sembianze di narrazioni attraverso scelte tonali calde e rincuoranti e un segno puro, tradizionale che riporta a una vicinanza terrena con il primitivo o il primordiale. La terra che ci sta sotto i piedi è la stessa che è stata calpestata, integrata e accorpata alle tele e il tempo si presenta come il ticchettio di un orologio che non si ferma mai, continua a risuonare nella testa nel ricordo di un tempo che non avrà fine.

 

 

Galleria Lorcan O’Neill

Vicolo dei Catinari 3,

00186 – Roma

21 febbraio – 13 maggio 2017

Orari di apertura: Dal martedì al sabato ore 11.00 – 19.00

Ingresso: Gratuito

Astrattismo ed effetti ottici con Mark Grotjahn

Astrattismo è il termine da affiancare a un artista contemporaneo che non ha intenzione di essere figurativo nella propria arte in quanto si pone come obbiettivo il raggiungimento, sempre maggiore, dell’astrazione: si tratta di Mark Grotjahn, un pittore americano che crede fortemente nell’importanza di attribuire un ricco significato alle proprie creazioni artistiche.

Ispirato da Kandinsky, Klee e dal Bauhaus, Mark Grotjahn è particolarmente noto al pubblico come il realizzatore della serie Face Paintings, facce aventi occhi che ricordano l’aspetto di un totem, che immergono lo spettatore in un mondo magico e primitivo, e della Butterfly series, in cui delle farfalle sembrano svolazzare con le loro ali colorate e dalle linee marcate verso coloro che le ammirano.

L’interesse per la costruzione dell’immagine tridimensionale su un piano bidimensionale è il fulcro del lavoro dell’artista, ove due o più punti di fuga sono il mezzo impiegato per l’ottenimento dell’effetto ottico.

Quando si osserva un’opera di Grotjahn, si pensi alla serie Face Paintings, lo sguardo del fruitore viene catturato al centro dell’opera e successivamente si espande verso l’esterno in modo simmetrico. Cosa ricorda questo “accesso centrale”? Sicuramente la prospettiva Rinascimentale, un paragone inevitabile, una tecnica straordinaria che ha permesso all’artista di riempire gli spazi della tela in modo più veloce. L’osservatore, in virtù della distanza che mette tra sé e l’opera, è in grado di cogliere le forme del mondo naturale, quali arbusti, foglie o insetti, oppure perde l’orientamento in un intricato labirinto di linee e colori, lasciandosi coinvolgere in quell’effetto ottico studiato dall’artista come se fosse un gioco.

Non solo prospettiva, ma anche colore e atmosfera caratterizzano la serie delle farfalle, dove giochi di colore coinvolgono lo spettatore, imprigionandolo prima nella tela e poi catapultandolo all’esterno.

Non è necessario che esista il figurativismo in un’opera per poter coinvolgere emotivamente l’osservatore, Mark Grotjahn ha saputo dimostrare come si possa essere attratti da un manufatto artistico semplicemente lasciandosi trascinare all’interno della tela da un gioco ottico fatto di linee e colori, ove regina è la prospettiva, che da secoli coinvolge gli ammiratori dell’arte.