Arte Senza Il Corpo

Il soggetto della rubrica Arte Senza Il Corpo sono le opere e le ricerche artistiche che non prendono in considerazione la presenza della figura umana all’interno della rappresentazione.

L’arte, come forma di comunicazione complessa ha da sempre tra i suoi scopi anche quello di comunicare concetti complessi, non fisici, non visibili.
Dall’urgenza di esprimere e descrivere l’ interiorità umana, pensieri trascendentali o utopici, si è reso necessario l’abbandono del figurativismo e della rappresentazione della realtà sensibile a favore della rappresentazione della sensibilità. Questo percorso in profondità ha portato a superare anche la sensibilità stessa fino a tornare a un materialismo assoluto e sfociare nella descrizione ontologica di ciò che ci circonda e spesso, nella ridefinizione ontologica dell’arte stessa.
Spinta anche dalla comparsa di tecnologie di riproduzione del reale, la ricerca artistica si è volta verso altre direzioni, arrivando a non riprodurre più ma a prelevare direttamente dalla realtà elementi, oggetti e materiali sovvertendone funzione e senso comune.
Dalla ricerca formale pura, alla tabula rasa, spesso l’eliminazione dell’uomo dall’opera permette di trattare senza retorica anche temi politici o sociali e attivare un confronto tra l’individuo e l’oggetto che molto sa dire dello stesso essere umani.

Nedko Solakov: quando lo scarabocchio diventa arte

Ci sono molti modi con cui artisti e curatori possono approcciarsi a uno spazio espositivo, e può capitare, a volte, che da semplice contenitore esso si trasformi in strumento nelle mani dell’artista, generando felici occasioni di immersione e interazione tra pubblico e opera d’arte. É questo il caso di Nedko Solakov, artista bulgaro di difficile inquadramento, poiché fin dal suo esordio negli anni Ottanta evita accuratamente di essere legato a un unico stile e a un unico mezzo espressivo. La sua arte, in effetti, spazia tra i media più disparati, senza mai rinunciare però a una grande potenza narrativa e un atteggiamento ironico e radicale. Solakov, del resto, non accetta di essere confinato neppure nella comune logica della produzione artistica e dei modelli espositivi tradizionali. Pur abitando e alimentando il sistema dell’arte dall’interno, si dedica a suo modo a modificarne le regole.

In occasione delle sue mostre, in particolare, Solakov non si limita mai alla semplice pratica dell’esposizione di opere d’arte, ma sconfina in una dimensione che si può definire performativa, interagendo con lo spazio in maniera non convenzionale, spontanea e mai premeditata. Gli spazi che lo ospitano si riempiono così sempre di scritte e figurine disegnate a mano, dotate di una insolita ironia e un sarcasmo pungente, capaci di strappare una risata o una riflessione a chi è abbastanza attento da notarle. Si tratta di brevi storielle, aforismi e giochi di parole. Piccole incursioni dell’artista nello spazio espositivo, straripamenti dal suo normale raggio d’azione, che fungono da commenti ambigui e fantasiosi alla realtà che lo circonda.

Si tratta, in poche parole, di “scarabocchi” (o doodle, per adottare una definizione più alla moda), che con la loro grafia elementare e il loro linguaggio esplicito, sembrano scritti da un bambinone birichino e provocatore, e sono in grado di arrivare al pubblico in maniera diretta e immediata. Può capitare, addirittura, che ci si chieda se il museo sia o meno consapevole della loro presenza, e se non si tratti invece di una marachella di qualche pazzo o vandalo.

Possono essere piccolissimi o giganti, evidenti o sapientemente nascosti nei luoghi più impensabili (come bagni, soffitti, panchine, interstizi e ombre). Possono poi essere permanenti o effimeri, indipendenti o a commento di opere più convenzionali. In ogni caso sono sempre fortemente legati al luogo in cui si trovano, senza il quale non potrebbero neppure esistere. Non sono mai infatti progettati a priori, ma seguono la conformazione e le caratteristiche degli ambienti con cui si confrontano. Questo conferisce, come si diceva, un carattere performativo alle opere dell’artista, che non va rintracciato però solo nella modalità di realizzazione, ma anche in quella di fruizione da parte del pubblico. Il visitatore, infatti, di fronte a questi interventi, si trova spesso inconsapevolmente coinvolto in una sorta di caccia al tesoro, per tentare di scovare tutte le tracce furbescamente disseminate dall’artista nello spazio, e soprattutto si rapporta in maniera inconsueta alle opere, prendendo parte in qualche modo a una comunicazione diretta. Solakov, infatti, con queste operazioni, non fa altro che porsi sul suo stesso piano, interloquendo con lui, raccontandogli delle storie e provocandolo, cosa che gli permette di stabilire un contatto diretto ed estremamente efficace.

Per chi fosse interessato a prendere parte a questo dialogo, alcune opere dell’artista di trovano attualmente in mostra in Italia, alla Galleria Continua di San Gimignano fino al 23 aprile.

Nedko Solakov “Stories in Colour”

18 febbraio – 23 aprile 2017

Galleria Continua

Via Arco dei Becci, 1 – San Gimignano

 

http://www.galleriacontinua.com/exhibitions/exhibition/401

 

 

 

Allegro non troppo. La giungla tessile di Bruna Esposito

Uno stretto corridoio, una folla di gente. Si sta stretti, ma un profumo acre di agrumi accoglie il visitatore distraendolo, per un momento, dalla confusione e dalla difficoltà nel raggiungere la sala centrale. All’improvviso, nella semi oscurità si avvicina una giungla tessile colorata e profumata. Un improbabile sovrapposizione di reti, amache, aghi di pino, bitume, catrame, annunci discount, avvolge in un’atmosfera dalle fattezze allegre, ma non troppo. Si tratta della prima personale dell’artista del paradosso e dell’improbabile Bruna Esposito negli spazi dello studio Stefania Miscetti. La mostra porta non a caso il titolo di Allegro non troppo ed è stata inaugurata di recente nel cuore trasteverino della capitale già scenario di innumerevoli esplosioni di contemporaneità internazionale e a tutto tondo.

Bruna Esposito in questa mostra riflette ed elabora due corpi di lavori in cui riprendere temi a lei cari. Attraverso un elaborato assemblaggio site specific intesse un dialogo formalmente insensato e al limite tra il claustrofobico e l’incanto. Le trappole di materiale apparentemente innocue celano tensioni che innescano disagi e paure. Tutto intorno l’atmosfera ricorda tende circensi, colori sgargianti che rendono lo spazio improvvisamente allegro, spensierato, mentre al suo interno tutto tende all’oscuro che attanaglia attraverso scelte che sollecitano significati dettati dall’insensatezza della quotidianità che si fa spazio tra i grovigli di materie per suscitare dinamiche ostinate e audaci.

Bruna Esposito è l’artista che ha fatto della capacità di calibrare in modo sapiente connessioni illogiche, la sua cifra stilistica. Le costruzioni che provengono dalla sua sensibilità artistica sembrano ricercare più un senso di rigore che una dedizione alla spettacolarizzazione dell’arte o delle sue declinazioni. Attraverso la scelta consapevole di prediligere un’economicità materica a una ricerca ostentata del particolare, crea visioni irreali dal gusto ironico e, allo stesso tempo, poetico che evocano la forza della fragilità umana.

Nello specifico Bruna Esposito crea un’unione spaziale che interrompe il cammino libero dello spettatore che si ritrova incastrato tra i grovigli di reti che lo spingono ai lati della stanza in una sorta di ribellione materica che invade, attira e allontana chiunque si avvicini. L’installazione dell’artista è la riappropriazione della materia sull’insensatezza dell’uomo, frenato dalla prepotente presenza di una giungla di sensi, odori, colori in un’atmosfera paradossale e allo stesso tempo allegra, ma non troppo.

 

 

 

Studio Stefania Miscetti

9 marzo 2017 – 30 giugno 2017

via delle Mantellate, 14 – 00165 Roma

Orari: dal martedì al sabato dalle 16.00 alle 20.00

Ingresso: libero

L’alchemica mutazione della materia: Gilberto Zorio

L’interesse per la materia e le sue proprietà è stato spesso analizzato dagli artisti, a partire dal secolo scorso fino ad oggi. Consapevoli delle sue infinite possibilità di trasformazione, questi artisti hanno messo in discussione il rapporto natura e artificio, reale e magico. Secondo Germano Celant, in molti casi, la possibilità di plasmare gli elementi, permette di rappresentare la metafora della vita, poiché nei suoi effetti fisici e sonori, la materia, tende a imitare il movimento e il comportamento degli esseri umani. Gilberto Zorio, esponente dell’Arte Povera, dalla metà degli anni Sessanta, lavora con materiali industriali in diretta relazione con le reazioni chimico-fisiche subite, in particolare con il solfato di rame. La materia di Zorio è il fil rouge di tutta la sua carriera artistica, caratterizzata da un parziale controllo del caso sulla totale riuscita delle proprie produzioni artistiche. Il caso determina la trasformazione totale o parziale della materia che Zorio decide di elaborare, manovrare e modificare.

Gilberto Zorio attraverso l’atto creativo tenta di esaltare l’aspetto magico-rituale della materia cercando di evidenziarne da una parte i suoi aspetti interni, sconosciuti perché collegati al suo mondo fisico, e dall’altra attraverso le sue proprietà esterne, le sue metamorfosi. Secondo la tradizione esoterica e alchemica, ogni materiale possiede nel suo intimo il residuo di un’immagine estatica. La materia è già di per sé fonte di meraviglia, quindi compito primo dell’artista è permettere alla materia di liberarsi dei propri limiti e, autonomamente, rivelarsi al mondo. Il linguaggio plastico dell’artista si sviluppa attorno a delle strutture iconiche che trasformano un’immagine reale in una forma vera e propria. Il mondo di Zorio è formato da archetipi come, ad esempio, le stelle, fasci di luce, canoe e giavellotti. Le figure ancestrali, come le stelle a cinque punte, assumono a lungo andare variazioni materiche e spaziali che introducono un mondo che non si ferma al terreno ma si eleva a un livello spirituale.

La materia, così come la natura, è incontrollabile, Zorio assume le vesti di vero e proprio homo faber nel tentativo di portare alla luce attraverso elementi della nostra esistenza aspetti del creato che assumono un controllo totalitario sul nostro destino. La plasticità della forma diventa la dimensione ideale per rappresentare il caos naturale del divenire. Senza nessuna pretesa, l’artista si mette a disposizione dell’oggetto in attesa di una metamorfosi che ne riveli la bellezza e la sua più nascosta purezza.

 

 

A Roma la pittura prende corpo con l’opera di Aljoscha

Forme iper-leggere, sospese e apparentemente instabili sono le protagoniste dell’opera dell’artista di origine ucraina Aljoscha, per la prima volta in mostra a Roma con una installazione site-specific allestita presso la Sala Santa Rita, visitabile fino al 13 marzo.

La sala, ex chiesa barocca posizionata in pieno centro monumentale, è per l’occasione totalmente invasa e rivoluzionata nel segno dall’arte contemporanea. Sotto la cura di Sala 1 in collaborazione con Natalia Gershevskaya, la monumentale e immersiva installazione ideata da Aljoscha converte lo spazio espositivo in un ambiente estremamente suggestivo, capace di catturare in maniera immediata la curiosità del pubblico, in un affascinante gioco di pieni e vuoti e di luci e ombre.

L’aspetto più interessante dell’opera in mostra è l’inconsueto metodo di realizzazione. Essa è infatti generata dall’artista solidificando e modellando della vernice acrilica, in un’operazione che ricorda una evoluzione tridimensionale dell’action painting. In questa sorta di esperimento sullo studio della materia, la pittura abbandona il suo stato liquido per assumere una connotazione più corporea, si emancipa dalla tela e prende forma nello spazio.

Quello che ne viene fuori è una forma d’arte difficile da classificare. È allo stesso tempo pittura, scultura e installazione, e non va sottovalutato poi anche il suo carattere performativo, rintracciabile non solo nella modalità di realizzazione, ma soprattutto nell’interazione che mette in atto con spazio e pubblico, aspetto imprescindibile di tutta l’operazione.

L’opera, infatti, pendendo dal soffitto e occupando tutto lo spazio occupabile, interagisce sia con l’ambiente che la ospita, sia con il pubblico, in una seducente esperienza di coinvolgimento totale. Con le sue protuberanze che arrivano quasi a toccare terra, costringe lo spettatore a girarvi attorno o a passarvi attraverso, e soprattutto si offre alla visione da infiniti punti di vista, ognuno dei quali ugualmente sorprendente e suggestivo, superando l’idea di contemplazione statica in favore di un approccio attivo e dinamico.

Fondamentale per questo carattere immersivo dell’esposizione e per la riuscita del suo effetto altamente scenografico è poi anche l’illuminazione, sapientemente studiata per accendere i colori e proiettare ombre estremamente decorative sulle pareti, a creare un interessante dialogo con gli stucchi e i marmi dell’arredo seicentesco.

 

 

Aljoscha. A notion of cosmic teleology

Fino al 13 marzo 2017

Sala Santa Rita

Via Montanara (ad. Piazza Campitelli) – Roma

Ingresso libero

Orari di apertura: tutti i giorni dalle 11 alle 13 e dalle 16 alle 19.

 

http://www.comune.roma.it/pcr/it/newsview.page?contentId=NEW1400946

L’esposizione è un gioco: Cornelia Baltes

Cornelia Baltes è una delle migliori rivelazioni di questo decennio. L’artista tedesca si è fatta conoscere per la sua eccezionale espressività creativa resa attraverso segni semplici e forme giocose. La sua vena irriverente si manifesta non solo con un continuo dialogo tra pittura e scultura, dove alcune volte le due cose vanno praticamente a coincidere, ma anche attraverso il coinvolgimento diretto del pubblico nell’invenzione degli ambienti espositivi. Uno straordinario esempio di questo è la mostra del 2015 dal titolo Turner.

Alla Northern Gallery for Contemporary Art di Sunderland la Baltes ha escogitato un sistema che permette al visitatore di spostare le opere a proprio piacimento, trasformando uno spazio statico, come può essere il classico ambiente espositivo, in uno spazio animato in continuo mutamento. Disponendo i dipinti orizzontalmente sul pavimento e dotandoli di piccole rotelle si è resa possibile al pubblico un’interazione totale con l’allestimento, dove tutto può mutare di forma e di significato a seconda di chi osserva e da dove osserva.

In condizioni canoniche nelle esposizioni le opere vengono posizionate con un certo grado di isolamento (più o meno ampio a seconda di come vengono pensati l’ordinamento e l’allestimento in funzione di ciò che si vuole raccontare) per far risaltare la qualità intrinseca di ogni singolo pezzo e facilitarne la lettura al pubblico. In Turner invece ogni individualismo è completamente annullato, non c’è un punto di vista privilegiato, non c’è gerarchia tra il centro e la periferia degli spazi.

L’insieme delle opere va a formare una vera e propria installazione dove il pubblico è parte integrante della performance. L’idea del pavimento come superficie espositiva per i dipinti è stata applicata anche in un’altra mostra del 2016 dal titolo Drunk Octopus wants to fight svoltasi alla Limoncello Gallery di Londra. Anche qui Cornelia Baltes si è divertita a sfidare i canoni dell’allestimento museale, dimostrando ancora una volta la sua straordinaria intelligenza nel saper sfruttare la resa estetica delle sue creazioni al fine di comporre ambienti totalmente fuori dagli schemi senza rovinare la qualità espositiva nel complesso. In aggiunta a questo allestimento orizzontale sono presenti nelle sue mostre tanti altri tricks museografici molto interessanti sia dal punto di vista meramente artistico sia da un punto di vista più tecnico. Non c’è dubbio: Cornelia Baltes è un’autentica scultrice di ambienti.

 

Le vibrazioni temporali di Giorgio Griffa in mostra alla Galleria Lorcan O’Neill

Tempo, sequenze ritmate e segni ridotti al minimo invadono le bianche mura asettiche della Galleria Lorcan O’Neill in vicolo dei Catinari a Roma, vicino Campo de’ Fiori. Giorgio Griffa torna a invadere gli spazi della galleria che occupa la corte del bellissimo palazzo rinascimentale Santacroce. Dopo, infatti, la mostra del 2014 Danza dei Neuroni, Griffa presenta la sua seconda mostra personale nei locali capitolini dal titolo Giorgio Griffa: Paintings 1970-2017, una sintetica retrospettiva che ripercorre la sua cifra stilistica dalla fine degli anni Sessanta a oggi. È un viaggio che ci conduce in un mondo parallelo in cui l’opera è in costante divenire, dove vige su tutto una temporalità precaria e sospesa.

Giorgio Griffa dai suoi primissimi esordi ha introdotto una nuova visione del colore e del tempo, scegliendo in perfetta autonomia un metodo di lavoro che oggi ne identifica la sua pratica: la tela grezza. Si tratta, infatti, di materiali non trattati, dalla iuta al lino, poggiati e lavorati sul pavimento per evitare sgocciolamenti di colore. La cornice è assente, questo permette alle opere, una volta disposte sulle mura, di diventare parte viva del luogo creando un dialogo inaspettato tra le opere stesse e il supporto su cui sono presentate. Inoltre, Griffa ha da sempre prediletto un approccio fisico, come Pollock creava movimento e dinamismo, come una moderna danza, l’artista torinese cammina, calpesta la canapa, il cotone e lascia che ogni imperfezione della materia diventi parte integrante delle sue rappresentazioni.

In particolare, la mostra presenta una selezione di dipinti scelti per ogni decade della sua carriera caratterizzati dalla peculiarità lirica di ridurre il segno pittorico al minimo e concentrarsi su tre aspetti fondamentali: ritmo, sequenza e segno. Si tratta, infatti, di posizioni precise e ragionate del colore che non invadono la tela, ma ne costituiscono una sorta di work in progess in cui l’opera dà la sensazione di essere un “non finito”. Appaiono, poi, numerazioni prima semplicemente legate alla volontà di fare parte di un ciclo di lavori. Il numero è l’indizio per comprendere il divenire di ogni singola opera, altre volte i numeri diventano dei rapporti matematici come ad esempio nei lavori più recenti incentrati sul Canone Aureo. Il canone crea una sequenza di numeri che ha un inizio e mai una fine, può continuare ossessivamente all’infinito. È un salto nel buio, un’opera che tende all’ignoto e all’incontrollabile.

Sono segni primari, frequenze vibranti di pennellate color pastello e numeri che ci incuriosiscono e ci distraggono, li troviamo ovunque. Le opere di Giorgio Griffa nel loro essere analitiche, minimalisticamente originali, si presentano con le sembianze di narrazioni attraverso scelte tonali calde e rincuoranti e un segno puro, tradizionale che riporta a una vicinanza terrena con il primitivo o il primordiale. La terra che ci sta sotto i piedi è la stessa che è stata calpestata, integrata e accorpata alle tele e il tempo si presenta come il ticchettio di un orologio che non si ferma mai, continua a risuonare nella testa nel ricordo di un tempo che non avrà fine.

 

 

Galleria Lorcan O’Neill

Vicolo dei Catinari 3,

00186 – Roma

21 febbraio – 13 maggio 2017

Orari di apertura: Dal martedì al sabato ore 11.00 – 19.00

Ingresso: Gratuito

Astrattismo ed effetti ottici con Mark Grotjahn

Astrattismo è il termine da affiancare a un artista contemporaneo che non ha intenzione di essere figurativo nella propria arte in quanto si pone come obbiettivo il raggiungimento, sempre maggiore, dell’astrazione: si tratta di Mark Grotjahn, un pittore americano che crede fortemente nell’importanza di attribuire un ricco significato alle proprie creazioni artistiche.

Ispirato da Kandinsky, Klee e dal Bauhaus, Mark Grotjahn è particolarmente noto al pubblico come il realizzatore della serie Face Paintings, facce aventi occhi che ricordano l’aspetto di un totem, che immergono lo spettatore in un mondo magico e primitivo, e della Butterfly series, in cui delle farfalle sembrano svolazzare con le loro ali colorate e dalle linee marcate verso coloro che le ammirano.

L’interesse per la costruzione dell’immagine tridimensionale su un piano bidimensionale è il fulcro del lavoro dell’artista, ove due o più punti di fuga sono il mezzo impiegato per l’ottenimento dell’effetto ottico.

Quando si osserva un’opera di Grotjahn, si pensi alla serie Face Paintings, lo sguardo del fruitore viene catturato al centro dell’opera e successivamente si espande verso l’esterno in modo simmetrico. Cosa ricorda questo “accesso centrale”? Sicuramente la prospettiva Rinascimentale, un paragone inevitabile, una tecnica straordinaria che ha permesso all’artista di riempire gli spazi della tela in modo più veloce. L’osservatore, in virtù della distanza che mette tra sé e l’opera, è in grado di cogliere le forme del mondo naturale, quali arbusti, foglie o insetti, oppure perde l’orientamento in un intricato labirinto di linee e colori, lasciandosi coinvolgere in quell’effetto ottico studiato dall’artista come se fosse un gioco.

Non solo prospettiva, ma anche colore e atmosfera caratterizzano la serie delle farfalle, dove giochi di colore coinvolgono lo spettatore, imprigionandolo prima nella tela e poi catapultandolo all’esterno.

Non è necessario che esista il figurativismo in un’opera per poter coinvolgere emotivamente l’osservatore, Mark Grotjahn ha saputo dimostrare come si possa essere attratti da un manufatto artistico semplicemente lasciandosi trascinare all’interno della tela da un gioco ottico fatto di linee e colori, ove regina è la prospettiva, che da secoli coinvolge gli ammiratori dell’arte.

 

 

L’arte e il disincanto: l’ibrido reazionario Claire Fontaine

Una donna, o forse un uomo. Un’entità in continuo divenire che si cela sotto ogni aspetto materiale della quotidianità o, forse, un’evanescente figura rivoluzionaria, attraversa passo dopo passo il contemporaneo, pretende delle risposte, docile e in costante attesa di una provocatoria realtà. Claire Fontaine è tutto questo o forse niente. È una presenza irriverente e dispotica che osserva da lontano i cambiamenti del presente. Non importa la sua identità, ciò che ne costituisce le giuste premesse è una solida e matura poetica di base che affonda le sue radici nell’idea che tutta l’arte costituisca una sorta di “ready-made”. Ecco chi è Claire Fontaine, una donna nelle sembianze di un’alterazione di un oggetto nella forma duchampiana che s’interpone tra noi e l’arte dell’ultimo secolo.

Claire Fontaine è la rappresentazione in “persona” del disagio, la raffigurazione veritiera di una condizione umana che mai, quanto oggi, è in bilico e costantemente sotto minaccia. Si tratta della condizione della donna unitamente a quella dello straniero, maledetto, insopportabile e scomodo. Attraverso la sua battaglia, Claire Fontaine impone un grido che frantuma in mille pezzi la certezza di esistere. Ogni materiale che si tratti di neon, pittura, installazione o video diventa il mezzo per un’indagine approfondita dell’impotenza politica e la pressante crisi identitaria, in un gioco d’ironia e disincanto che permette agli spettatori di interporre un dialogo silenzioso e addomesticato o, a volte, una provocatoria reazione di protesta.

Claire Fontaine è, a partire da se stessa, una questione di riciclaggio, di rielaborazione di principi esistenti e reinterpretati, proposti in chiavi differenti, incastrati in una de-soggettivazione paradossale ed emancipata. Concettualmente illogiche, le opere proposte dal collettivo artistico Claire Fontaine sono caratterizzate da una pressante ambiguità che mettono in moto dei contrasti, pervasi dall’aurea in cui le opere vengono proposte, pensate e invitate a respirare.

La profonda attenzione per l’idea d’identità in un mondo in continuo movimento e in labile bilico verso il baratro, pulsa in ogni prodotto di Claire Fontaine. La pluralità di soggetti da addizionare e la paura dettata dalla crisi dell’essere, fanno della produzione artistica del collettivo la loro punta di diamante, proponendo una riflessione profonda, attenta e minuziosa dell’essere che si scaglia addosso e, difficilmente, ti abbandona.

Claire Fontaine è tutto e niente, ti respira addosso consumando la quotidianità e ti chiede in ginocchio di aprire gli occhi e la bocca e assorbire, nel modo più umano, la disincantata provocazione in religiosa attesa di un cambiamento.

 

Dubai Miracle Garden. Le sculture floreali che coinvolgono i sensi

Gioiello degli Emirati Arabi Uniti è il Dubai Miracle Garden, un giardino fiorito che ricopre una superficie di 72.000 metri quadri nella città di Dubai, un’imponente molteplicità di sculture in grado di offrire al pubblico 4 chilometri di sentieri fioriti, un autentico tripudio di colori e profumi.

I fiori sono sempre stati celebrati nel mondo dell’arte, si pensi alle innumerevoli nature morte, ai fiori rappresentati nei dipinti fiamminghi, che all’epoca costituivano un importante documento per lo studio della natura, o ai giardini fioriti rappresentati da Monet, ma nulla di ciò può essere paragonato al giardino che è stato realizzato dalla Akar Landscaping and Agriculture Co., realizzatrice di una magnifica creazione artistica che risulta essere il punto di partenza dell’immaginazione dell’essere umano, in quanto una volta che l’uomo accede al Dubai Miracle Garden vive il privilegio di fantasticare con la propria mente, si trova immerso in un luogo incantato, magico, si trasforma nell’Alice in un Paese delle Meraviglie.

I molteplici colori dei fiori, le sculture floreali realizzate in varie forme, come stelle, piramidi, igloo, cuori e tanto ancora, stupiscono gli spettatori dando loro la gradevole sensazione di trasformarsi nuovamente in bambini e poter passeggiare nei mondi delle favole tanto ammirati nell’età dell’infanzia. Non solo l’aspetto delle sculture floreali, ma anche i percorsi coperti con mini ombrelloni colorati, che ricordano l’installazione realizzata con gli ombrelloni fluttuanti di Algueda in Portogallo, e il profumo dei fiori di calendula, delle petunie, del fior Marigold e delle piante aromatiche provenienti da tutto il mondo interagiscono con il pubblico, viene sollecitata la percezione e i sensi vengono risvegliati.

E’ il senso della vista a essere colpito per primo perché investito dai colori variopinti dei fiori, è in grado di cogliere lo straordinario orologio floreale con i disegni che cambiano in base al trascorrere delle stagioni.

Le sculture del Dubai Miracle Garden hanno quindi lo straordinario potere di coinvolgere emotivamente il pubblico, non solo donano stupore a chi le osserva, infatti è impossibile non essere incantati dalla grandezza artistica di tali creazioni, ma concedono sollievo all’uomo dal momento in cui varca la soglia d’ingresso del giardino, facendogli dimenticare la frenetica società in cui vive, dove ormai c’è poco tempo per fantasticare come si faceva da bambini.

 

 

Le metamorfosi dell’essere: Greenhouse di Gianfranco Baruchello a Milano

Per la prima volta nella sede del Palazzo Belgioioso di Milano, Massimo De Carlo ospita, nell’omonima galleria, Greenhouse esposizione personale di Gianfranco Baruchello. La mostra è un grande excursus storico–artistico che ripercorre la lunga e intensa vita dell’artista presentando una ricca serie di opere realizzate tra il 1960 e il 2016. La ricerca di Baruchello affonda le sue radici nell’intimo rapporto con il grande artista francese Duchamp; il suo percorso artistico è arricchito poi dall’esperienza dell’espressionismo astratto newyorkese e dal fervido scambio d’idee con alcuni dei più grandi filosofi e critici del secolo, tra cui Jean-François Lyotard e Félix Guattari, protagonisti di una serie di film e interviste pensate e progettate dallo stesso Barruchello.

La mostra rinnova completamente lo spazio espositivo, anticipando e permettendo un’immersione totale nella specificità artistica ‘baruchelliana’. La scultura, quasi minimalista, centrale di Greenhouse enfatizza ed esemplifica la comprensione dello spazio, sia fisico che psicologico, inteso come un linguaggio universale incastrato nella continua relazione tra uomo, ambiente e spazio urbano in costante dinamismo e mutamento. Attraverso il sottile e fragile sistema proposto da Baruchello si creano gesti, metamorfosi e verità uniche che hanno sempre un punto di unione con l’uomo e il suo rapporto con i meccanismi della mente attraverso gli elementi più puri che compongo l’intero universo tra i quali la natura. La natura è, infatti, per l’artista uno spazio aperto che va ricodificato attraverso miniature su grandi tele, riduzioni su grande scala e sculture minimali o che occupano una parte di una stanza con l’intento unico di racchiudere tutta la natura possibile al suo interno.

I micro sistemi di Baruchello sono, infatti, una delle tante esperienze prodotte dall’artista nella sua lunga carriera; a questi si affiancano produzioni di libri, film e grandi tele, dittici o trittici attraverso cui l’artista esemplifica, nella codificazione linguistica a lui più cara, aspetti della storia dagli anni Settanta ad oggi: le lotte femministe o la guerra in Vietman. Attraverso queste rappresentazioni, ripercorse tramite l’atto artistico, Baruchello cerca di decifrare la stratificazione dell’informazione di quegli anni trasformando in gesti e piccole miniature, il tentativo di ribellione nei confronti di un sistema ancora troppo marginale e chiuso.

Greenhouse è sicuramente uno degli appuntamenti imprescindibili per gli appassionati di arte che merita non soltanto una visita, ma un’esperienza extrasensoriale tout court che presuppone un’immersione totale nel mondo d’altri tempi (seppur sempre attuali) dell’artista più grande di sempre: Gianfranco Baruchello.

Gianfranco Baruchello, Greenhouse, installation views (www.massimodecarlo.com) Gianfranco Baruchello, Greenhouse exhibition view(www.massimodecarlo.com) Gianfranco Baruchello, Greenhouse, 1977(www.artribune.com). Gianfranco Baruchello, Greenhouse, exhibition view(www.massimodecarlo.com) Gianfranco Baruchello, Greenhouse, exhibiton view(www.massimodecarlo.com)

Greenhouse

Massimo De Carlo, Milano

Piazza Belgioioso 2

20121 Milano, Italia

26/ 01/ 2017 – 18/ 03/ 2017

Orario: dal martedì al sabato dalle ore 11.00 alle ore 19.00

Tel: +39 0270003987