Arte Senza Il Corpo

Il soggetto della rubrica Arte Senza Il Corpo sono le opere e le ricerche artistiche che non prendono in considerazione la presenza della figura umana all’interno della rappresentazione.

L’arte, come forma di comunicazione complessa ha da sempre tra i suoi scopi anche quello di comunicare concetti complessi, non fisici, non visibili.
Dall’urgenza di esprimere e descrivere l’ interiorità umana, pensieri trascendentali o utopici, si è reso necessario l’abbandono del figurativismo e della rappresentazione della realtà sensibile a favore della rappresentazione della sensibilità. Questo percorso in profondità ha portato a superare anche la sensibilità stessa fino a tornare a un materialismo assoluto e sfociare nella descrizione ontologica di ciò che ci circonda e spesso, nella ridefinizione ontologica dell’arte stessa.
Spinta anche dalla comparsa di tecnologie di riproduzione del reale, la ricerca artistica si è volta verso altre direzioni, arrivando a non riprodurre più ma a prelevare direttamente dalla realtà elementi, oggetti e materiali sovvertendone funzione e senso comune.
Dalla ricerca formale pura, alla tabula rasa, spesso l’eliminazione dell’uomo dall’opera permette di trattare senza retorica anche temi politici o sociali e attivare un confronto tra l’individuo e l’oggetto che molto sa dire dello stesso essere umani.

La metafora dell’ignoto di Arnaldo Pomodoro

«Nel mio lavoro vedo le crepe, le pareti erose, il potenziale distruttivo che emerge dal nostro tempo di disillusione».

Sono queste le parole di Arnaldo Pomodoro, scultore e orafo italiano operante nell’ambito dell’arte non figurativa, creatore delle Sfere di bronzo che si scompongono davanti allo sguardo degli spettatori tramite frastagliate e lacerate sezioni. Le Sfere di Pomodoro pongono in evidenza il contrasto tra la perfezione della levigatezza della sfera e la complessità celata all’interno dell’opera, come se si trattasse di una sorta di metafora inerente la complessità dell’ignoto. E’ l’interno delle Sfere, l’anima vera e propria, ad essere mostrato al pubblico, con lo scopo di erudirlo circa la non esistenza dello spazio esterno in quanto tutto ciò che accade si svolge all’interno  in quelle che sono le viscere racchiuse dalle pareti lucenti e lisce, dai volumi nitidi e perfettamente delineati. Pomodoro ha il potere di rendere visibile il reale attraverso forme nuove, l’artista utilizza configurazioni che superano l’ovvietà di ciò che appare, di ciò che è già conosciuto, pone in evidenza ciò che viene nascosto, raggiungendo nuovi accenti di vita e poesia.

Per capire la complessità delle opere di questo artista italiano si ritiene opportuno prendere in esame la Sfera collocata nel Cortile della Pigna presso i Musei Vaticani (1990), la quale assume un significato simbolico caricato dal luogo di collocazione sulla scultura contemporanea: l’installazione di Pomodoro è stata realizzata con l’aspetto di una sfera dentro la sfera, la quale ruota lentamente mossa dal vento, ciò è emblema della Chiesa, in quanto il Vaticano conserva sotto una superficie apparentemente perfetta dei complessi meccanismi che durano da secoli, i quali sono messi in moto da modelli misteriosi della natura della materia e dal Mistero della Fede.

E’ il contrasto tra interno ed esterno il centro della poetica espressa nell’arte di Pomodoro: il mondo in cui vive l’essere umano è un mondo potenzialmente distruttivo, ove la violenza e la minaccia dello sconosciuto, di ciò che è ignoto, si cela sotto una superficie che si presenta all’uomo apparentemente perfetta, ma attraverso una introspezione che si serve delle fratture che denunciano l’inimmaginabile fragilità della materia, è possibile far venire alla luce il lato oscuro e l’interiorità dell’animo e del mondo.

La perdita dell’identità e la rivendicazione dell’appropriazione nell’arte di Pascale Marthine Tayou

L’operato artistico di Pascale Marthine Tayou, artista camerunense attualmente attivo in Belgio, si pone al centro di una ricerca che guarda alla tradizione cercando di rielaborarla e riadattarla alla contemporaneità sociale, politica, economica e anche artistica. Il lavoro di Tayou è dettato da una duplicità di significato e significante che ha come principio fondamentale l’incontro di elementi differenti tra loro non solo nella forma ma anche nella provenienza, con il fine di creare un alter ego di sé attraverso la pratica dell’accostamento e della rielaborazione. Questo interesse si evince a partire dal suo nome, frutto esso stesso di una trasformazione, ovvero la combinazione del nome materno con quello paterno, per dare vita a una figura “femminizzata” e ideale. Una sorta di concettualizzazione del ready-made, pratica che può essere riscontrata in molti dei suoi lavori in cui la ricerca e l’accostamento di oggetti di uso quotidiano determina nuove forme di vita e nuovi significati in nuovo contesto e con sempre nuovi visitatori.

Il dialogo tra sé e gli altri, e tra gli oggetti, è uno degli aspetti predominanti che danno vita ai lavori di Tayou. L’incontro è la chiave per un viaggio tra nazioni, oggetti e tradizioni differenti. Ogni aspetto dell’operato dell’artista camerunense coinvolge una pratica molteplice, colorata, eccentrica che si trasforma ed evolve grazie ai rapporti e ai continui significati che la sua produzione artistica racchiude e racconta. Il suo lavoro ha il compito di creare parallelismi, demitizzare la storia e decontestualizzare gli oggetti ad essa appartenuta.

Attraverso il suo lavoro, Pascale Marthine Tayou, accosta paradossi, così come mette in crisi e annulla i concetti di identità e definizione, a favore della rivendicazione del diritto di appropriarsi di tradizioni che non conosciamo o che non ci appartengono per farne qualcosa di nuovo e diverso, creando oggetti atemporali e senza luogo attraverso l’unificazione di gesti e significati a favore dell’abbattimento di ogni confine o barriera.

 

 

Geometrie dell’astrattismo. Piet Mondrian, il maestro della linea

Griglie di colori e geometrie delle forme, sono gli elementi principali che attirano l’attenzione quando ci si ritrova davanti alle opere di Piet Mondrian (1872-1944), artista che ha determinato con le sue teorie ed esemplificazioni lineari un cambio di rotta nella comprensione e nella definizione stessa dell’arte del Novecento. Banalizzate ed eccessivamente commercializzate nel design, nella pubblicità, nella moda o persino nell’arte stessa, le famose “griglie” di Mondrian nascondono molto più di una semplice scacchiera colorata, sono infatti il frutto di un’intensa presa di coscienza da parte dell’artista a favore di una nuova idea di arte. Nel 1917, Mondrian inizia a pubblicare le sue teorie sulla rivista “De Stijl”, fondata con Theo van Doesburg, tramite la quale si annuncia la nascita di un nuovo movimento artistico denominato Neoplasticismo.

Le griglie di Mondrian però, rappresentano soltanto l’apice di una ricerca trentennale profondamente radicata nella pittura figurativa di paesaggio, tipicamente olandese. Ben presto, fortemente influenzato dagli avvenimenti storico-sociali intorno a sé, Mondrian inizia a semplificare le forme e a ridurre la gamma cromatica dei colori a favore di tonalità forti e primarie. Le forme iniziano ad acquisire valore simbolico, divenendo sempre più frammentate e semplici. Alla fine della Grande Guerra, l’artista olandese abbandona definitivamente l’idea della tridimensionalità della tela a favore di uno studio strettamente legato alla bidimensionalità della superficie e inscindibilmente congiunto a un’idea di un’arte nuova, non individualista e basata sulla purezza.

L’idea di “arte astratta” teorizzata da Mondrian, nasce e si sviluppa dalla consapevolezza che le cose del mondo non possono essere rappresentate così come sono poiché sono continue variabili dotate di proprietà mutevoli. È, dunque, la denaturalizzazione della materia, il processo che per Mondrian è l’unico in grado di dare vita ad una forma libera da ogni possibile oppressione e ingiustizia. Un’arte dettata da rapporti equivalenti è ciò a cui auspica l’artista, ovvero un equilibrio di forme in cui ogni aspetto definisce nuove forme di vita libere e multiformi. A questa si accomuna la ricerca della purezza attraverso l’uso della linea e del colore primario, una purezza che esiste nell’essenza di ogni cosa, emancipata da una realtà oggettiva superflua. Mondrian ridefinisce la scala cromatica e crea un ordine geometrico emergente in poche linee, dimostrando l’esistenza indipendente di una nuova concezione artistica e spirituale.

 

[Articolo collegato alla mostra “Volcano ed altri cicli” che si è svolta a Isili (Sud Sardegna) a partire dal 28 dicembre 2017 e che ha visto l’esposizione di alcuni cicli evolutivi del percorso artistico di Antonio Mallus, formatosi nel clima neoavanguardistico degli anni Settanta ed avendo come maestri spirituali Kandinsky, Mondrian ed il primo Futurismo. Evento realizzato dall’associazione Youth Caravella con il contributo dell’Assessorato al Turismo della Regione Autonoma della Sardegna e dalla partnership con il Comune di Isili, del Comune di Serri, del Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri, dall’Associazione Culturale Artecrazia e del giornale Artecracy.eu].

Naviganti: il “monumento all’immaginazione” di Davide Dormino

Semplici pezzi di ferro possono diventare dei remi, un muro scrostato diventare il fianco di una nave, il cielo trasformarsi in mare. Perché questo avvenga c’è bisogno solamente di una cosa: l’immaginazione. È proprio a questa splendida facoltà umana che l’artista e docente della Rome University of Fine Arts Davide Dormino erge un monumento con la sua ultima opera, Naviganti, installata lo scorso 2 dicembre a piazza Copernico a Roma. È l’immaginazione, infatti, ci mostra Dormino, spesso anche aiutata dall’arte, a permettere di capovolgere la realtà, di abbattere muri e spostare i confini mentali e fisici che spesso ci costringono.

L’installazione, realizzata nell’ambito della prima edizione di Creature, il festival della creatività romana, è composta solo da sette grandi remi di ferro appoggiati sul recinto di un ex spazio produttivo abbandonato e rivolti verso l’alto. Sette come le Pleiadi, la costellazione dei naviganti. Nonostante la sua dura essenzialità, però, l’opera presenta molteplici livelli di lettura. Come si diceva, con un po’ di fantasia la realtà si capovolge, e quel recinto si trasforma in una nave che solca un mare azzurro come il cielo di Roma. La dedica però è ai “naviganti”, che possono essere intesi in diversi modi. Un riferimento è sicuramente ai grandi geografi, cartografi e astronomi a cui sono intitolate le strade del quartiere Pigneto in cui è installata, ma i naviganti possono essere anche tutti coloro che viaggiano con la fantasia, che sono capaci di vedere con gli occhi di un bambino un cielo diventare mare. In questo periodo storico, però, viene spontaneo anche un altro tipo di lettura, che intravede un significato politico nell’intervento di Dormino. In un’opera che si propone di abbattere le barriere, spontaneo è infatti il pensiero verso i confini che ultimamente si stanno creando e irrigidendo sempre più nel mondo, e i naviganti a cui è dedicata diventano automaticamente coloro che ogni giorno si avventurano in mare cercando di superarli. L’opera allora non è più solo un esercizio d’immaginazione ma anche di riflessione, che ci ricorda, per usare delle metafore navali, di non restare ancorati ai pregiudizi e di evitare di creare barriere perché, in fondo, siamo tutti sulla stessa barca.

A proposito di migranti, l’opera stessa è pensata per migrare, resterà infatti solo qualche mese in piazza Copernico per poi salpare a inizio estate verso nuove destinazioni.

L’installazione è stata realizzata con il supporto del gruppo creativo SonoFrankie per il terzo appuntamento del Festival Creature, organizzato dall’associazione Open City Roma nell’ambito di Contemporaneamente 2017. Per maggiori informazioni: http://www.creaturefestival.it/

Night Engines. Le avveniristiche sculture di Caroline Mesquita

Dopo il successo ottenuto ad Artissima, l’artista francese Caroline Mesquita ha di recente inaugurato il suo primo solo show presso la galleria trasteverina T293. Come delle moderne e futuristiche navicelle spaziali, le sculture dell’artista francofona hanno invaso lo spazio asettico della galleria presentandosi come dei frammenti di meteoriti o originali e avveniristiche auto del futuro. Lo scopo centrale della sua produzione artistica è ripensare gli oggetti, eliminando qualsiasi modello familiare e comprensibile. Attraverso la rielaborazione costante e sistematica delle materie, l’artista crea delle strutture fruibili a tutto tondo, elimina un punto di vista unico a favore di una ricezione completa e in continuo mutamento. La materia è per Mesquita una costante che fa del suo lavoro una rielaborazione del concetto di scultura.

A metà tra costruzione e pura arte estetica, le opere dell’artista elaborano materiali pesanti come metallo o acciaio che, attraverso il riuso e la manipolazione, risultano leggeri, provocanti e inaspettati. Le strutture hanno però un’altra caratteristica fondamentale che si lega indubbiamente alla sua materia, ovvero la capacità e la libertà di assumere forme proprie. L’artista, in questo caso, diventa il maestro che impartisce una lezione, detta una forma e poi attende che venga elaborata e, poi, acquisisca fattezze inaspettate.

La sensazione che si ha di fronte agli oggetti di Mesquita è di un iniziale disorientamento, l’atmosfera suggerita è quella di una dimensione onirica, surrealistica che si riscontra anche nella produzione video. In particolare, la molteplice capacità di creazione dell’artista mette in luce un aspetto fondamentale ovvero quello dell’incontro. Nei video, così come nella scelta e produzione delle sculture, Mesquita crea un accostamento per immagini di incontri inaspettati e impossibili, come quello tra uomo e creature fantastiche, oggetti inanimati che assumono nuove identità e sensualità inesplorate. L’interesse per la ricerca incessante di senso nelle relazioni intercorrono tra lo spazio e le sculture o in particolare l’approfondimento delle differenze di genere, l’amore per gli outsider, si inglobano in una ricerca artistica fine, attenta e minuziosa che racconta di un preciso intento artistico, quello di un’elaborazione umana e sociale attraverso l’uso accurato di materie prime che assumono forme inebrianti in spazi inaspettati.

La produzione artistica di Caroline Mesquita è dunque un’interessante relazione tra cose reali e dimensioni oniriche in cui al centro di tutto c’è l’esasperante ricerca di una fattezza umana che interagisca con tutto ciò che nasce e muore intorno a un sé irriverente, impavido e sregolato.

 

 

Fino al 08 dicembre 2017
T293 Gallery

Via Ripense 6, Roma

Orario: dal martedì al venerdì dalle ore 12.00 alle ore 19.00

Ingresso libero

L’ironia kitsch della denuncia: Guan Xiao e l’arte per accostamenti

Guan Xiao giovane artista di origine cinese che vive e lavora a Beijing, è conosciuta in Europa grazie alla sua partecipazione alla Biennale di Berlino, e alle sue esposizioni all’ICA di Londra e al Jeu de Paume di Parigi. L’artista fa della tradizione cinese un presupposto che denota un forte attaccamento alla produzione di massa e all’approccio enfatico, a tratti kistch dell’oggetto. Non a caso la sua produzione è un ibrido non solo di stili, ma un incessante accostamento di immagini, suoni e aspetti della vita quotidiana che si mettono in relazione. È questa tendenza al vario, al confuso, all’immagine ripetuta, il presupposto per un’arte che spazia dal video, alla scultura, fino alla produzione di veri e propri ambienti.

L’arte di Guan Xiao mette davanti due strade la prima è quella dell’ironia, la seconda, più sottile, è quella della percezione delle cose. Con il suo video a tre canali dal titolo David esposto all’ultima Biennale di Venezia all’interno del Padiglione delle Tradizioni, chiarisce la sensazione primordiale di sarcasmo per poi spazzarla via lasciando la percezione di un disagio ossessivo, di un amore sconsiderato e di una fruibilità prêt-à-porter che inneggia all’arte, ma la distorce, la commercializza e la ridicolizza.

Il video è un miscuglio di filmati tratti da internet a cui l’artista accosta brevi frasi, accompagnate da una canzone da lei prodotta che richiama sonorità synth pop, retaggio forse di una cultura di tendenza orientale. David è una denuncia camuffata in ironia kitsch, che tramite il dilettevole, contesta la superficialità con cui è oggi considerata l’arte. Con una sottile riflessione sul riuso, ruolo e diffusione dell’immagine del David, Guan Xiao elabora una produzione artistica non immediata, ma fatta di piccoli pezzi che esprimo una riflessione oltre ogni superficialità. L’artista ci porta a compiere un passo indietro e ad affrontare la repentina necessità di riconsiderare l’arte come nucleo unico e inimitabile, ammirando e reimparando a meravigliarsi.

Guano Xiao produce accostamenti che diventando seriali. Riproponendoli all’occhio del fruitore in un circolo costante e infinito, invitano a porre l’attenzione sul singolo elemento in un paradosso di sensazioni. Ciò che percepiamo è una coralità che diventa una voce e una messa a fuoco che illumina, ingrandisce e distorce mille altri volti.

 

La dimensione della luce nelle installazioni di Anila Quayyum Agha

Vincitrice di ambitissimi premi, come ArtPrize 2014 e numerosi riconoscimenti, Anila Quayyum Agha è una tra le artiste più talentuose degli ultimi anni. Nata a Lahore, in Pakistan, ad oggi vive e lavora negli Stati Uniti. Il suo lavoro mette insieme la tradizione dell’arte islamica, con le tecniche più semplici contemporanee. Attraverso la sua operazione di esemplificazione e riproduzione tenta di esplorare e rielaborare in maniera del tutto immateriale, attenti e minuziosi intagli che creano giochi in cui la contrapposizione tra luce e ombra diventa padrona. Gli ambienti creati da Agha sono frammenti di reale che esplodono e irrompono all’interno di strutture, tipicamente white cube, capovolgendo la normale visione e inglobando la diversità in tante ripetizioni.

Le sue imponenti installazioni l’hanno consacrata come artista internazionale e le piccole ripetizioni geometriche che adornano lo splendido palazzo dell’Alhambra a Granada, perla del sud della Spagna, sono quelle che l’artista riproduce in cubi dalle grandi dimensioni. Attraverso il suo attento lavoro, riesce a dare vita al giusto equilibrio tra contemporaneo e tradizione, in modo che il centro di tutta la sua rappresentazione sia la luce, elemento essenziale e centrale per la cultura islamica, e l’assenza della figura umana.

I muqarnas, sono alcuni dei patterns a cui l’artista fa riferimento, bidimensionali e in continuo mutamento, sono composti da strati molteplici e si offrono allo spettatore in sembianze sempre diverse riflettendo fonti luminose. La luce non è però mai in rapporto con il nostro sguardo, come succede per le installazioni di Agha, non ci osserva, ma interferisce con lo spazio abbattendo ogni relazione fisica e diventando il tramezzo che regola e disegna le geometriche composizioni.

Il corpo, non ha alcuna rilevanza, ciò che è protagonista assoluto sono le mille traiettorie di luce che non ci guardano, ma ci penetrano e ci invitano a farne esperienza. Questa tipologia di pensiero artistico è ciò che fa della produzione artistica di Agha, uno spettacolare racconto per traiettorie, geometrie e luce.

La cultura islamica è tutta nella composizione e nella relazione tra le cose, tutto il resto è luce e la sua capacità di modificare le cose intorno a sé. La contemporaneità è la capacità di raccontare attraverso l’immateriale, tematiche a livello globale. Le strutture di Agha, infatti, descrivono da lontano una società in cui alle donne non è permesso di accedere alle affascinanti moschee islamiche che sono costrette, invece, alla preghiera domestica. Non a caso, la potenza emotiva si confonde con la coscienza d’animo e la necessità di dare una voce attraverso l’immateriale e l’intimo racconto di sé.

 

Baldo Diodato – Pedibus Calcantibus

Tutte le strade portano a Roma, alla MAC Maya Arte Contemporanea per l’esattezza. Qui, infatti, è in corso la mostra Pedibus Calcantibus, un percorso virtuale per le vie della capitale, trasferite e condensate negli spazi della galleria attraverso tredici opere di Baldo Diodato.

L’artista, infatti, si dedica ormai da molti anni a realizzare calchi e frottage di pavimentazioni, con una particolare predilezione per le strade di Roma, città in cui attualmente risiede e lavora, e per i caratteristici sampietrini che le ricoprono.

Le opere in mostra, datate tra il 2001 e il 2017, non sono altro infatti che calchi di alcune famose vie e piazze romane. La tecnica con cui sono realizzate è piuttosto particolare: dei fogli di alluminio vengono adagiati a terra, per essere poi modellati sia con colpi di martello che attraverso un calpestio collettivo, messo in atto dall’artista congiuntamente al pubblico, che in questo modo viene reso partecipe anche del momento creativo. In questo modo, le opere di Diodato arrivano a racchiudere in sé tutta la plurisecolare storia di Roma, nonché l’essenza stessa della città. Essa viene infatti catturata attraverso la sua “pelle”, i sampietrini, e restituita sotto forma di scultura. Quelli che si vengono a creare pertanto sono dei “paesaggi urbani condensati al suolo”, in cui attraverso la sensibilità dell’artista singoli dettagli vengono estratti dalla realtà, ed eretti a sua massima rappresentazione.

Queste opere, in effetti, non sono solo molto affascinanti dal punto di vista estetico, ma portano con sé anche tutta una serie di riflessioni filosofiche sul concetto semiotico di “indice” o “impronta”. L’impronta, infatti, non solo è il modo più ancestrale per creare una forma, ma anche un modo per presentare un soggetto, piuttosto che rappresentarlo. Un “indice”, infatti, è generato attraverso un legame diretto con il suo referente, e questo lo rende diverso da qualsiasi altra forma di rappresentazione ottenuta invece sfruttando memoria e immaginazione, e gli permette di far percepire come presenti gli oggetti da cui è tratto. I calchi di Diodato, pertanto, conservano in loro la storia delle strade che li hanno generati, comprese le imperfezioni e ogni altra traccia del tempo trascorso, e la presentano a noi in quanto tale, senza il bisogno di costruirne una rappresentazione iconica o simbolica.

È proprio per questa caratteristica intrinseca del calco che lo spettatore, pur trovandosi all’interno della galleria, si trova trasportato tra le vie di Roma, in un percorso guidato dai risvolti inaspettati. La mostra, in sostanza, non è altro che una passeggiata alternativa per le strade della capitale, oltre che un’occasione per ripercorrere passo dopo passo (è proprio il caso di dirlo) la carriera di Baldo Diodato.

L’esposizione aderisce inoltre alla tredicesima edizione della Giornata del Contemporaneo, organizzata dall’Associazione AMACI per il prossimo 14 ottobre, e alla seconda edizione della Rome Art Week, che si terrà dal 9 al 14 ottobre.

 

 

Fino al 21 ottobre 2017

MAC Maja Arte Contemporanea

via di Monserrato, 30

Roma

http://www.majartecontemporanea.com/?l=it&s=m&d=17_diodato

Ps. I Love You. Jung Lee: neon e fotografia per raccontare l’amore

Jung Lee, artista e prima di tutto fotografo, vive e lavora a Seoul in Corea del Sud. Dopo gli studi di fotografia alla Royal Collage of Art, inizia a praticare l’uso del neon in una precisa e accurata operazione artistica che vede la parola e la semantica, la chiave d’accesso alla scoperta e alla totale immersione della sua produzione artistica.

Il neon, tra gli elementi prediletti delle ultime serie realizzate dall’artista, è una tecnica molto conosciuta e amata da numerosi artisti, come Bruce Nauman o Maurizio Nannucci, che pone a dialogare lo spazio e il pubblico. Nel caso di Jung Lee, gli spazi scelti sono luoghi ameni, a tratti inquietanti o freddi, che permettono una totale ricognizione dell’elemento e una maggiore affettività. Il mezzo fotografico immortala un momento creando un frame narrativo che racchiude, al suo interno, un intramezzo di emozioni e riferimenti letterari che appaiono immortalati da uno scatto.

Ciò che davvero sorprende è il continuo rimando a grandi letterature tra cui la Divina Commedia o Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes per una delle sue ultime serie dal titolo Aporia dal greco ἀπορία, letteralmente strada senza uscita. Nell’antica filosofia greca era utilizzata per dare una risposta sicura a un quesito che poneva due risposte entrambe valide. Nel caso dei neon di Jung Lee, l’artista coreano utilizza frasi a tratti banali sull’amore, ma allo stesso tempo reali o apparentemente prive di alcun significato e, astraendole dal proprio contesto, vengono adagiate in luoghi in cui la natura crea un processo di evoluzione della semantica assimilandola, riflettendola o inglobandola.

La sensazione è che si tratti di un eco lontano e, allo stesso tempo, immortale in cui l’operazione di Jung Lee si compie attraverso il mezzo fotografico che blocca l’attimo e permette che le parole, le lettere, i colori assumano e riprendano possesso del proprio significato. L’alienazione del mezzo semantico è un’altra forma di riappropriazione della parola che aberra ogni riferimento e si presenta senza veli in una sorta di forzatura che l’artista ci costringe a leggere, interpretare e fare nostra. È una sorta d’incoscienza poetica attraverso il minimalismo color neon e lo spazio deserto, freddo e isolato. Uno spazio puro e incontaminato focalizza un pensiero e lo fa riecheggiare all’infinito.

La produzione di Jung Lee non inventa nulla di nuovo, i mezzi scelti dall’artista sono quelli più comuni, a ben tutti conosciuti, ciò che cambia e che fa di queste serie delle vere e proprie forzature d’arte, in senso buono, è il significato che portano dentro di sé non solo filosofico e letterario ma personale che si amplia e si riproduce ogni volta che qualcuno si ferma davanti all’immagine. La potenza e la forza del mezzo visivo permettono una profonda immersione nel senso e nel gesto e diventano parte di un qualcosa che va di là da uno sguardo furtivo, ma riecheggia nell’immediato momento successivo.

 

James Turrell, il maestro della luce

Pochi hanno saputo consacrare la propria vita a una così devota e instancabile attività artistica come ha fatto James Turrell, settantatreenne californiano che da oltre mezzo secolo si dedica ad un unico mezzo di creazione e sperimentazione: la luce. Le sue opere, di grande successo a livello internazionale, sono caratterizzate da un forte impatto emotivo, ma allo stesso tempo sono anche estremamente coinvolgenti dal punto di vista fisico. Si tratta di ambienti, spesso in bilico tra interno ed esterno, tra luce naturale e artificiale, che a volte hanno sconfinato addirittura nel territorio della Land Art (ad esempio con il visionario Roden Crater Project). Sono opere solenni, avvolgenti e suggestive, il cui effetto si colloca a metà tra una cattedrale gotica e un quadro di Rothko.

Pochi, inoltre, hanno saputo utilizzare la luce come James Turrell ha saputo fare. Nel suo lavoro, infatti, la materia impalpabile per eccellenza prende corpo, diventa strumento per plasmare lo spazio, e lo spettatore può avvertirne la presenza in maniera fisica e concreta. Se la luce e lo spazio sono gli elementi di cui le opere sono fatte, ciò che conta realmente è il modo in cui lo spettatore si relaziona con esse, l’esperienza che scaturisce dal loro incontro.

Lo scopo di tutta l’attività di Turrell è quello di riflettere sui meccanismi della percezione umana, sulle modalità attraverso cui l’uomo si rapporta allo spazio e a tutto ciò che lo circonda. L’artista, in sostanza, riprende la riflessione sulle teorie della percezione e dei colori, spostando però il discorso dalla tela all’atmosfera, dalla rappresentazione all’esperienza. Come molti nel contesto di generale smaterializzazione dell’arte in cui la sua ricerca è nata, Turrell elimina ogni oggetto dal suo fare artistico. All’interno delle sue opere lo spettatore si trova in presenza solo del suo corpo e dei suoi sensi, immerso in ambienti da cui ogni riferimento estraneo alla pura percezione fisica e sensoriale è rigorosamente escluso. L’importante per l’artista non è rappresentare un’immagine, un messaggio, un’ideologia, e non è neanche la luce in sé. L’unica cosa che conta è l’esperienza, contingente e reale, che lo spettatore si trova a vivere all’interno delle sue opere. L’attenzione non è rivolta all’opera, ma a colui che la esperisce. Del resto, come spiega l’artista, «With no object, no image and no focus, what are you looking at? You are looking at you looking».