Arte Senza Il Corpo

Il soggetto della rubrica Arte Senza Il Corpo sono le opere e le ricerche artistiche che non prendono in considerazione la presenza della figura umana all’interno della rappresentazione.

L’arte, come forma di comunicazione complessa ha da sempre tra i suoi scopi anche quello di comunicare concetti complessi, non fisici, non visibili.
Dall’urgenza di esprimere e descrivere l’ interiorità umana, pensieri trascendentali o utopici, si è reso necessario l’abbandono del figurativismo e della rappresentazione della realtà sensibile a favore della rappresentazione della sensibilità. Questo percorso in profondità ha portato a superare anche la sensibilità stessa fino a tornare a un materialismo assoluto e sfociare nella descrizione ontologica di ciò che ci circonda e spesso, nella ridefinizione ontologica dell’arte stessa.
Spinta anche dalla comparsa di tecnologie di riproduzione del reale, la ricerca artistica si è volta verso altre direzioni, arrivando a non riprodurre più ma a prelevare direttamente dalla realtà elementi, oggetti e materiali sovvertendone funzione e senso comune.
Dalla ricerca formale pura, alla tabula rasa, spesso l’eliminazione dell’uomo dall’opera permette di trattare senza retorica anche temi politici o sociali e attivare un confronto tra l’individuo e l’oggetto che molto sa dire dello stesso essere umani.

L’arte e il disincanto: l’ibrido reazionario Claire Fontaine

Una donna, o forse un uomo. Un’entità in continuo divenire che si cela sotto ogni aspetto materiale della quotidianità o, forse, un’evanescente figura rivoluzionaria, attraversa passo dopo passo il contemporaneo, pretende delle risposte, docile e in costante attesa di una provocatoria realtà. Claire Fontaine è tutto questo o forse niente. È una presenza irriverente e dispotica che osserva da lontano i cambiamenti del presente. Non importa la sua identità, ciò che ne costituisce le giuste premesse è una solida e matura poetica di base che affonda le sue radici nell’idea che tutta l’arte costituisca una sorta di “ready-made”. Ecco chi è Claire Fontaine, una donna nelle sembianze di un’alterazione di un oggetto nella forma duchampiana che s’interpone tra noi e l’arte dell’ultimo secolo.

Claire Fontaine è la rappresentazione in “persona” del disagio, la raffigurazione veritiera di una condizione umana che mai, quanto oggi, è in bilico e costantemente sotto minaccia. Si tratta della condizione della donna unitamente a quella dello straniero, maledetto, insopportabile e scomodo. Attraverso la sua battaglia, Claire Fontaine impone un grido che frantuma in mille pezzi la certezza di esistere. Ogni materiale che si tratti di neon, pittura, installazione o video diventa il mezzo per un’indagine approfondita dell’impotenza politica e la pressante crisi identitaria, in un gioco d’ironia e disincanto che permette agli spettatori di interporre un dialogo silenzioso e addomesticato o, a volte, una provocatoria reazione di protesta.

Claire Fontaine è, a partire da se stessa, una questione di riciclaggio, di rielaborazione di principi esistenti e reinterpretati, proposti in chiavi differenti, incastrati in una de-soggettivazione paradossale ed emancipata. Concettualmente illogiche, le opere proposte dal collettivo artistico Claire Fontaine sono caratterizzate da una pressante ambiguità che mettono in moto dei contrasti, pervasi dall’aurea in cui le opere vengono proposte, pensate e invitate a respirare.

La profonda attenzione per l’idea d’identità in un mondo in continuo movimento e in labile bilico verso il baratro, pulsa in ogni prodotto di Claire Fontaine. La pluralità di soggetti da addizionare e la paura dettata dalla crisi dell’essere, fanno della produzione artistica del collettivo la loro punta di diamante, proponendo una riflessione profonda, attenta e minuziosa dell’essere che si scaglia addosso e, difficilmente, ti abbandona.

Claire Fontaine è tutto e niente, ti respira addosso consumando la quotidianità e ti chiede in ginocchio di aprire gli occhi e la bocca e assorbire, nel modo più umano, la disincantata provocazione in religiosa attesa di un cambiamento.

 

Dubai Miracle Garden. Le sculture floreali che coinvolgono i sensi

Gioiello degli Emirati Arabi Uniti è il Dubai Miracle Garden, un giardino fiorito che ricopre una superficie di 72.000 metri quadri nella città di Dubai, un’imponente molteplicità di sculture in grado di offrire al pubblico 4 chilometri di sentieri fioriti, un autentico tripudio di colori e profumi.

I fiori sono sempre stati celebrati nel mondo dell’arte, si pensi alle innumerevoli nature morte, ai fiori rappresentati nei dipinti fiamminghi, che all’epoca costituivano un importante documento per lo studio della natura, o ai giardini fioriti rappresentati da Monet, ma nulla di ciò può essere paragonato al giardino che è stato realizzato dalla Akar Landscaping and Agriculture Co., realizzatrice di una magnifica creazione artistica che risulta essere il punto di partenza dell’immaginazione dell’essere umano, in quanto una volta che l’uomo accede al Dubai Miracle Garden vive il privilegio di fantasticare con la propria mente, si trova immerso in un luogo incantato, magico, si trasforma nell’Alice in un Paese delle Meraviglie.

I molteplici colori dei fiori, le sculture floreali realizzate in varie forme, come stelle, piramidi, igloo, cuori e tanto ancora, stupiscono gli spettatori dando loro la gradevole sensazione di trasformarsi nuovamente in bambini e poter passeggiare nei mondi delle favole tanto ammirati nell’età dell’infanzia. Non solo l’aspetto delle sculture floreali, ma anche i percorsi coperti con mini ombrelloni colorati, che ricordano l’installazione realizzata con gli ombrelloni fluttuanti di Algueda in Portogallo, e il profumo dei fiori di calendula, delle petunie, del fior Marigold e delle piante aromatiche provenienti da tutto il mondo interagiscono con il pubblico, viene sollecitata la percezione e i sensi vengono risvegliati.

E’ il senso della vista a essere colpito per primo perché investito dai colori variopinti dei fiori, è in grado di cogliere lo straordinario orologio floreale con i disegni che cambiano in base al trascorrere delle stagioni.

Le sculture del Dubai Miracle Garden hanno quindi lo straordinario potere di coinvolgere emotivamente il pubblico, non solo donano stupore a chi le osserva, infatti è impossibile non essere incantati dalla grandezza artistica di tali creazioni, ma concedono sollievo all’uomo dal momento in cui varca la soglia d’ingresso del giardino, facendogli dimenticare la frenetica società in cui vive, dove ormai c’è poco tempo per fantasticare come si faceva da bambini.

 

 

Le metamorfosi dell’essere: Greenhouse di Gianfranco Baruchello a Milano

Per la prima volta nella sede del Palazzo Belgioioso di Milano, Massimo De Carlo ospita, nell’omonima galleria, Greenhouse esposizione personale di Gianfranco Baruchello. La mostra è un grande excursus storico–artistico che ripercorre la lunga e intensa vita dell’artista presentando una ricca serie di opere realizzate tra il 1960 e il 2016. La ricerca di Baruchello affonda le sue radici nell’intimo rapporto con il grande artista francese Duchamp; il suo percorso artistico è arricchito poi dall’esperienza dell’espressionismo astratto newyorkese e dal fervido scambio d’idee con alcuni dei più grandi filosofi e critici del secolo, tra cui Jean-François Lyotard e Félix Guattari, protagonisti di una serie di film e interviste pensate e progettate dallo stesso Barruchello.

La mostra rinnova completamente lo spazio espositivo, anticipando e permettendo un’immersione totale nella specificità artistica ‘baruchelliana’. La scultura, quasi minimalista, centrale di Greenhouse enfatizza ed esemplifica la comprensione dello spazio, sia fisico che psicologico, inteso come un linguaggio universale incastrato nella continua relazione tra uomo, ambiente e spazio urbano in costante dinamismo e mutamento. Attraverso il sottile e fragile sistema proposto da Baruchello si creano gesti, metamorfosi e verità uniche che hanno sempre un punto di unione con l’uomo e il suo rapporto con i meccanismi della mente attraverso gli elementi più puri che compongo l’intero universo tra i quali la natura. La natura è, infatti, per l’artista uno spazio aperto che va ricodificato attraverso miniature su grandi tele, riduzioni su grande scala e sculture minimali o che occupano una parte di una stanza con l’intento unico di racchiudere tutta la natura possibile al suo interno.

I micro sistemi di Baruchello sono, infatti, una delle tante esperienze prodotte dall’artista nella sua lunga carriera; a questi si affiancano produzioni di libri, film e grandi tele, dittici o trittici attraverso cui l’artista esemplifica, nella codificazione linguistica a lui più cara, aspetti della storia dagli anni Settanta ad oggi: le lotte femministe o la guerra in Vietman. Attraverso queste rappresentazioni, ripercorse tramite l’atto artistico, Baruchello cerca di decifrare la stratificazione dell’informazione di quegli anni trasformando in gesti e piccole miniature, il tentativo di ribellione nei confronti di un sistema ancora troppo marginale e chiuso.

Greenhouse è sicuramente uno degli appuntamenti imprescindibili per gli appassionati di arte che merita non soltanto una visita, ma un’esperienza extrasensoriale tout court che presuppone un’immersione totale nel mondo d’altri tempi (seppur sempre attuali) dell’artista più grande di sempre: Gianfranco Baruchello.

Gianfranco Baruchello, Greenhouse, installation views (www.massimodecarlo.com) Gianfranco Baruchello, Greenhouse exhibition view(www.massimodecarlo.com) Gianfranco Baruchello, Greenhouse, 1977(www.artribune.com). Gianfranco Baruchello, Greenhouse, exhibition view(www.massimodecarlo.com) Gianfranco Baruchello, Greenhouse, exhibiton view(www.massimodecarlo.com)

Greenhouse

Massimo De Carlo, Milano

Piazza Belgioioso 2

20121 Milano, Italia

26/ 01/ 2017 – 18/ 03/ 2017

Orario: dal martedì al sabato dalle ore 11.00 alle ore 19.00

Tel: +39 0270003987

Attraverso il filo della vita di Chiharu Shiota

Nell’antica mitologia greca Arianna innamoratasi di Teseo, un giovane proveniente da Atene che doveva essere sacrificato al Minotauro rinchiuso in un labirinto per volere del re Minosse, gli diede in dono un gomitolo di lana affinché il suo amato, sbrogliandolo lunga la via, potesse fare ritorno da quell’intricato groviglio di vie e prenderla in sposa. Il filo è emblema non solo dell’amore e della salvezza dell’uomo, ma anche del dolore e della disperazione di Arianna che una volta aiutato Teseo verrà abbandonata sull’isola di Nasso. Il filo è, dunque, l’elemento che ricorda la possibilità che, davanti alle avversità, c’è sempre una strada che ti permette di tornare sui tuoi passi. Il filo è però anche un contenitore di memorie quando ritorna a essere parte di un groviglio che non permette di isolarlo dagli altri.

Chiharu Shiota utilizza il filo e le sue infinite capacità d’incastri per le sue proprietà di evocatore di memorie. Il filo diventa custode di una storia e attraverso i suoi intrecci si aggrappa ad altre narrazioni, tessendo così un grande labirinto di parole, idee, pensieri che si districano nello spazio inducendo al silenzio e alla totale immersione. Chiharu Shiota è la moderna Arianna che con le sue mani districa, crea e avvolge un tempo che è infinito e sta sospeso, incastonando dentro di sé oggetti appartenuti negli anni alla più fitta varietà di persone. L’incontro inaspettato tra queste due componenti emotive è la spettacolarizzazione di un ambiente che lascia stupiti e impietriti, mentre l’ambiente intorno inghiottisse tutto ciò che trova nella sua via.

Lo spazio spesso è invaso da un’aurea di eterno silenzio in cui si fa sempre più tangibile la beltinghiana presenza di un’assenza, il tema centrale di tutta la produzione artistica di Shiota. La presenza fisica delle persone cui l’artista lega e connette non solo i fili, ma gli oggetti che utilizza per le sue narrazioni, risuonano negli ambiti attraverso la loro perenne assenza. Questo senso d’isolamento, ma allo stesso tempo di rumorosa presenza si districa tra i fili fittamente tessuti, trasformandosi in una pioggia emozionale che si scaglia prepotentemente sugli spettatori.

Le installazioni colossali dell’artista Giapponese mettono in moto un gioco continuo tra memoria e oblio, tra inquietudine e meraviglia. Ogni aspetto del reale e le sue infinite possibilità di narrazione sono create, modificate e intricate attraverso le mani abili dell’artista.

Chiharu Shiota, come una parca contemporanea tesse il filo della vita, decidendo il destino di ogni uomo, intagliando quotidianamente frammenti individuali del reale e attendendo sapientemente altre storie da legare eternamente al groviglio di fili, narrazioni di vite solitarie e indelebili memorie incastonate negli oggetti di vita quotidiana che ci parlano attraverso metafore e segni incomprensibili del reale.

 

La quarta dimensione della percezione nelle installazioni sonore di Haroon Mirza

Haroon Mirza, vincitore di diversi premi internazionali tra cui il Leone d’Argento della 54esima Esposizione Internazionale d’arte della Biennale di Venezia nel 2011, è ad oggi uno dei giovani artisti più promettenti della scena artistica internazionale. L’arte di ricerca di Mirza si basa su una scelta stilistica che si inserisce nel limbo tra scultura e installazioni sonore, raccogliendo e incrementando molti degli stimoli più interessanti dell’ultimo secolo.

Il suo sofisticato interesse artistico mette in moto un’attrazione verso la rielaborazione ambientale. Le sue sculture/installazioni, infatti, stravolgono lo spazio in maniera percettibile e minimale, creando contemporaneamente atmosfere imperturbate e a tratti inquietanti. La contraddittorietà visiva e percettiva amplifica potentemente la richiesta intenzionale di partecipazione da parte dell’artista britannico. L’ambiente a tratti asettico e quasi white cube si annulla per lasciare spazio ai concerti intuitivi e dinamici prodotti da Haroon Mirza.

La potenza e la forma di ricerca intravedono un interesse prettamente legato ai diversi modi di percepire il mondo attraverso differenti tipi di onde sonore. L’opera, infatti, nasce e si sviluppa come un unione di pezzi tra loro differenti. Può nascere da una singola idea o da un oggetto, a volte invece da un suono o da una composizione di suoni. Ma cosa succede quando esiste una sintesi tra di loro? Ogni singolo elemento, seppur mantenendo una propria autonomia e indipendenza, crea inevitabilmente una nuova dimensione di percezione, esplorata su un livello più astratto e intimo. La loro sintesi si esplica in volumi e nuove modalità di ascolto che determinano un livello altro di percezione che spesso ne definisce la potenza o l’assenza. Si tratta di rumori singoli e interni a un oggetto specifico, che si attivano e funzionano attraverso l’esistenza unificatrice di altri aspetti del sonoro.

Attraverso la rielaborazione tecnica e artistica degli oggetti, Haroon Mirza ci chiede di riconsiderare e di rianalizzare, le diverse forme percettive che si distinguono tra rumore, suono e musica. Quest’ultima, infatti, è costituita da un’unione di suoni che acquista un significato solo grazie alla percezione e al contesto socio-culturale che la definisce come rumore o come musica.

Questa tendenza inclusiva tipica di tutta la sua opera, lega ogni singolo elemento attraverso vuoti sostanziali, riempiti dallo spettatore che è chiamato a fare esperienza di quella composizione “entrandone”, in maniera ideale ma anche fisica, a fare parte. Attraverso un’esplorazione che va dal particolare al generale lo spettatore, in un viaggio fatto di suoni e rumori che si annullano tra di loro, è libero di percorrere lo spazio occupato dagli oggetti che acquistano vita e inondano la scena di stimoli percettivi e sensoriali unici e che conducono ed elevano lo spettatore su un nuovo livello di percezione che determina una forma estetica irripetibile.

 

 

Christopher Wool: il caos bicromatico della tela

Grovigli di linee, macchie di colore sul bianco di una tela, parole senza spazi, senza interruzioni di senso e in una costante ritmica fredda e distacca, sono l’essenza potenziale delle opere di Christopher Wool. Al limite tra rimembranze espressionistiche e grafismi di strada, l’astrattismo pittorico di Wool va contro ogni sistema, da quello stesso della pittura a quello politico. Con un’attitudine cupa e aggressiva le pennellate si distribuiscono sulla superficie in una formalità linguistica dettata più dal caso che da un’attenta decifrazione stilistica.

Nella disinvolta retorica del senso, Christopher Wool, crea imperfezioni dappertutto, trasformando le sue opere in simboli e nuove regole del fare che s’insidiano prepotentemente nella sua idea di pittura. Contro la configurazione e le “regole” raffigurative classiche, le opere di Wool si confermano al di fuori da ogni sistema tranne, forse, quello dell’economia estetica che permea la cultura sociale e artistica americana. Non a caso Wool è a oggi uno tra gli artisti contemporanei più quotati di Wall Street. Nel turbinio del fascino economico, a volte può sorgere il dubbio che, quello che interessa maggiormente l’artista, sia un’attenzione estetica, formale con una sottile deviazione verso la mercificazione dell’arte piuttosto che una reale riflessione poetica o una minuziosa analisi dei sistemi di pittura.

Osservando le macchie e le linee di colore utilizzate da Wool ritornano alla memoria esperienze già vissute dall’arte americana dei primi anni del Novecento. L’informale e l’espressionismo sono sicuramente due forti basi del lavoro del pittore/non pittore americano. Sicuramente, l’aspetto più innovativo del lavoro artistico di Wool è la sua ricerca di forme linguistiche nuove attraverso l’uso esasperato di tecniche come lo stencil, rubate alla strada, le parole con o senza connessioni logiche, sono urlate e disposte in maniera minimale e del tutto concettuale. Il senso intrinseco è forse proprio la disattenzione per la forma estetica perfetta e lineare, la predisposizione alle imperfezioni, a un’estetica ripetitiva e libera che smantella ogni legame con il pubblico che resta disorientato nel comprendere cosa sia davvero pittura. La vera forza sta proprio in questa capacità di smaterializzare l’opera d’arte e il seguente tentativo di trasformarla in puro segno di comunicazione attraverso la linea, la macchia o le lettere “urlate”, disposte l’una vicina all’altra, in una ritmica scansione temporale.

Christopher Wool si presenta dunque come il principe del bianco e nero, il primo l’assenza del tutto e il secondo la presenza di ogni cosa, in una sorta di ideale cancellazione del segno pittorico comunemente utilizzato. Il suo lavoro artistico si presta a un annullamento segnico e linguistico, che costringe l’osservatore al dubbio e all’incertezza, per diventare, definitivamente, la rappresentazione di un processo artistico che si materializza sulla superficie sotto forma di segni.

 

James Turrell, il maestro della luce

Pochi hanno saputo consacrare la propria vita a una così devota e instancabile attività artistica come ha fatto James Turrell, settantatreenne californiano che da oltre mezzo secolo si dedica ad un unico mezzo di creazione e sperimentazione: la luce. Le sue opere, di grande successo a livello internazionale, sono caratterizzate da un forte impatto emotivo, ma allo stesso tempo sono anche estremamente coinvolgenti dal punto di vista fisico. Si tratta di ambienti, spesso in bilico tra interno ed esterno, tra luce naturale e artificiale, che a volte hanno sconfinato addirittura nel territorio della Land Art (ad esempio con il visionario Roden Crater Project). Sono opere solenni, avvolgenti e suggestive, il cui effetto si colloca a metà tra una cattedrale gotica e un quadro di Rothko.

Pochi, inoltre, hanno saputo utilizzare la luce come James Turrell ha saputo fare. Nel suo lavoro, infatti, la materia impalpabile per eccellenza prende corpo, diventa strumento per plasmare lo spazio, e lo spettatore può avvertirne la presenza in maniera fisica e concreta. Se la luce e lo spazio sono gli elementi di cui le opere sono fatte, ciò che conta realmente è il modo in cui lo spettatore si relaziona con esse, l’esperienza che scaturisce dal loro incontro.

Lo scopo di tutta l’attività di Turrell è quello di riflettere sui meccanismi della percezione umana, sulle modalità attraverso cui l’uomo si rapporta allo spazio e a tutto ciò che lo circonda. L’artista, in sostanza, riprende la riflessione sulle teorie della percezione e dei colori, spostando però il discorso dalla tela all’atmosfera, dalla rappresentazione all’esperienza. Come molti nel contesto di generale smaterializzazione dell’arte in cui la sua ricerca è nata, Turrell elimina ogni oggetto dal suo fare artistico. All’interno delle sue opere lo spettatore si trova in presenza solo del suo corpo e dei suoi sensi, immerso in ambienti da cui ogni riferimento estraneo alla pura percezione fisica e sensoriale è rigorosamente escluso. L’importante per l’artista non è rappresentare un’immagine, un messaggio, un’ideologia, e non è neanche la luce in sé. L’unica cosa che conta è l’esperienza, contingente e reale, che lo spettatore si trova a vivere all’interno delle sue opere. L’attenzione non è rivolta all’opera, ma a colui che la esperisce. Del resto, come spiega l’artista, «With no object, no image and no focus, what are you looking at? You are looking at you looking».

 

Time is running out: Félix González-Torres

Era un giorno qualunque, in un luogo qualunque. Era il 1988. Su di un foglio due simboli, due cerchi, sembra l’infinito, ma un ticchettio inizia a riempiere gli occhi e le orecchie. Due orologi si toccano. Più in fondo, una mano nervosa spinge dei tasti che riempiono il vuoto silenzio della pagina bianca: «[…] We are synchronized, now and forever». Dall’altra parte un uomo, un’artista, scrive le ultime parole d’amore al proprio compagno e disegna due orologi, simbolo di eternità sperando di rubare del tempo a quel tempo che troppo presto gli è stato sottratto.

Si tratta di una delle lettere che Félix González-Torres scrisse al proprio compagno, Ross Laycock malato di AIDS e prossimo alla morte. La lettera rappresenta una delle più intense dediche d’amore che mostrano un’artista fragile e, allo stesso tempo, consapevole che il tempo, da lui tanto odiato e amato, gli porterà via per sempre un pezzo di sé. L’amore sofferto, idilliaco, nei confronti del compagno, scomparso prematuramente nel 1991, diventa uno dei moventi che fanno della sua opera un segno tangibile di come il tempo sia detentore di memoria.

Da sempre studiato e conosciuto per la sua arte partecipativa, Felix González-Torres è da considerare anche il maestro del tempo. L’artista individua nella temporalità un vero e proprio recipiente di memorie, un tempo scandito dal ticchettio di due orologi o da due lampadine i cui fili s’intrecciano divenendo un tutt’uno. Il numero due nei suoi lavori diventa ossessione e, contemporaneamente, presenza/assenza di un amore che lentamente si spegne. Il numero due rappresenta da sempre l’unione di due elementi, pertanto è comunemente considerato come il numero delle relazioni di coppia, in González-Torres è una presenza velata ma costante. Il riferimento alla duplicità diventa per l’artista un leitmotiv e l’unico modo possibile per esprimere una temporalità che non ha specificità ma che sopravvive nel suo “qui ed ora”. «La cifra due è onnipresente, ma non è mai un’opposizione binaria» afferma Nicolas Bourriaud nella sua Estetica relazionale, «la solitudine non è mai raffigurata dall’1, ma dall’assenza del 2». Ogni singola forma, sia che si tratti di due specchi, due cuscini su un letto disfatto o due lampadine, rappresenta metaforicamente l’idea della coppia, che in González-Torres è un’unità doppia e quieta, come un’ellisse o un otto, simbolo dell’eternità e dell’amore assoluto.

Nel lavoro di González-Torres ci troviamo spesso di fronte ad una presenza iconica in cui le immagini, attraverso l’assenza del corpo, prendono vita. L’assenza può essere temporanea o definitiva, come nel caso della morte. Lì, dove il corpo non c’è più, esiste «un’assenza visibile», che permette di trasformare l’assenza in una presenza.

È un tempo che scivola continuamente via, quello di Felix González-Torres. Drammaticamente poetico, mette in scena una straziante visione personale dell’amore, quello per il suo compagno, in un tentativo di esorcizzare la morte attraverso la presenza/assenza di un corpo effimero che gradualmente scompare dalla vista ma che resta ben saldo nelle forme e nell’essenza.

 

 

Tra delicatezza del ricamo e potenza del colore: le atmosfere sospese di Michael Raedecker

Superficie e materia, bidimensionalità ed effetto 3D, artigianato e arte alta: dall’incontro di questi opposti nasce l’opera di Michael Raedecker. Opera caratterizzata da una tecnica del tutto originale, frutto dell’unione tra ricamo e pittura, tra filo e vernice. In tutti i quadri dell’artista olandese, infatti, quelli che da lontano sembrano elementi dipinti, frutto di pennellate materiche e corpose, a una visione più attenta e ravvicinata si rivelano fili cuciti sulla tela, con grande effetto di tridimensionalità e soprattutto di sorpresa.

Per il modo in cui sono realizzate, ci si aspetterebbe di trovare in queste opere soprattutto virtuosismo tecnico e decorativismo, esse stupiscono invece per il loro grande effetto poetico. Non è in effetti solo la tecnica insolita a rendere unico il lavoro di Raedecker, quanto la potenza evocativa che i suoi quadri sono in grado di sprigionare, anche solo attraverso pochi e semplici segni.

Le linee del ricamo, unite alla magia del colore, riescono a creare nei quadri dell’artista atmosfere incantevoli, in grado di catturare l’osservatore come di rado avviene in immagini statiche e bidimensionali, tanto da essere state definite avvolgenti quanto un film completo di colonna sonora.

Un forte senso di indeterminatezza, di sospensione temporale, quasi di abbandono, è il protagonista assoluto di queste opere. L’assenza della figura umana, le superfici monocrome dai toni spesso malinconici e gli elementi figurativi ridotti al minimo sono gli ingredienti base che rendono questo possibile. Soggetti isolati emergono da uno spazio piatto e vuoto, vaghe rappresentazioni che si stagliano contro la materia allo stato puro. Architetture, paesaggi e oggetti quotidiani sembrano emergere come da una nebbia, dando vita ad atmosfere metafisiche di grande forza poetica. Quelle che si creano sono scene non collocabili in un tempo e luogo ben precisi, scene familiari ma mai del tutto riconoscibili. Hanno le sembianze di miraggi, di ricordi, di residui sfocati di qualcosa che ormai può solo intravedersi. Sembrano appartenenti a una memoria lontana, remota, che lentamente svanisce avvolta dalla nebbia.

La riduzione degli elementi figurativi e delle coordinate spazio-temporali, come spesso accade, è direttamente proporzionale all’effetto immaginifico che questi quadri sortiscono su di noi. Il pittore si limita a dare degli input, dei suggerimenti, che rimandino a qualcosa che c’è ma non si vede. Non fornisce, cioè, un tutto finito e definito, ma solo delle suggestioni, pronte a diventare immagini e storie nella mente di chi le guarda.

 

La ricerca del presente e le sue forme di esistere: Pierre Huyghe e i suoi mondi fantastici

Nell’incessante incombenza di segni deviati e aspetti del reale ambigui e incontrollabili, dove si pone il presente? Qual è la forma che più di tutte lo rappresenta? Pierre Huyghe si pone queste domande e tenta di ridefinirne le risposte attraverso una visionaria idea di realtà, accompagnato dall’uso di immagini, video e installazioni di cui si fa ambasciatore.

Dalla difficile definizione artistica, Huyghe, rispecchia in maniera precisa e puntuale la sua idea di arte e la poetica che ne sta alla base. L’artista indaga il concetto di presente e la temporalità a esso legata. Sceglie di costruire immagini o frammenti d’immagini in cui ricreare situazioni ancora non concluse ma che avvengono nel reale. Si tratta di vere e proprie strutture in costante apertura verso qualcosa che è potenziale, che cambia e che ne potrebbe alterare la presenza o la durata. Queste visionare e frammentarie forme visive non esistono se non connesse una all’altra. Questo presuppone un’interazione costante con lo spettatore è proiettato in un mondo ultra fantastico, paradossale e irrequieto, in cui chi osserva si ritrova, per volontà o necessità, a fare collegamenti e connessioni incerte e inattese.

La potenza dell’immagine è uno dei tanti aspetti che interessano l’artista. Il suo approccio considera i medium come veri e propri mezzi attraverso cui creare forme e significati in bilico tra il reale e il surreale. Attraverso l’irrequietezza e l’apparente sconnessione logica di segni e vedute, Huyghe, crea delle attese mantenendo in sospeso l’ambiguità delle forme. Essenziale è la temporalità che si lega indissolubilmente all’immagine. Ciò che deve essere considerato non è tanto il tempo dell’immagine quanto l’immagine nel tempo. La durata e la codificazione del tempo, accompagnano la produzione del visibile modificandola e adattandola alla più prossima idea di presente. Il tempo così come la finzione e la memoria, è messo a disposizione del pubblico che si ritrova davanti a un terzo livello di rappresentazione in cui il presente si mescola al passato e all’immediato presente.

Le opere di Pierre Huyghe sono dettate da una narrazione di fondo in cui le relazioni tra le figure dirigono, come in un film, l’intero racconto e, la connessione segnica in continuo divenire, si apre a nuove possibilità di vita. L’interesse primario è dunque ritrovare, attraverso il reale e l’interconnessione di segni, il primato del presente, la sua nuova forma di esistere e le sue infinite capacità di inalare vita e restituirla in maniera del tutto ambigua e sfrontata a chi osserva inerte la meravigliosa visione di un mondo che si mostra nel suo farsi regolato dal tempo e dallo spazio che lo circonda.