Arte Senza Il Corpo

Il soggetto della rubrica Arte Senza Il Corpo sono le opere e le ricerche artistiche che non prendono in considerazione la presenza della figura umana all’interno della rappresentazione.

L’arte, come forma di comunicazione complessa ha da sempre tra i suoi scopi anche quello di comunicare concetti complessi, non fisici, non visibili.
Dall’urgenza di esprimere e descrivere l’ interiorità umana, pensieri trascendentali o utopici, si è reso necessario l’abbandono del figurativismo e della rappresentazione della realtà sensibile a favore della rappresentazione della sensibilità. Questo percorso in profondità ha portato a superare anche la sensibilità stessa fino a tornare a un materialismo assoluto e sfociare nella descrizione ontologica di ciò che ci circonda e spesso, nella ridefinizione ontologica dell’arte stessa.
Spinta anche dalla comparsa di tecnologie di riproduzione del reale, la ricerca artistica si è volta verso altre direzioni, arrivando a non riprodurre più ma a prelevare direttamente dalla realtà elementi, oggetti e materiali sovvertendone funzione e senso comune.
Dalla ricerca formale pura, alla tabula rasa, spesso l’eliminazione dell’uomo dall’opera permette di trattare senza retorica anche temi politici o sociali e attivare un confronto tra l’individuo e l’oggetto che molto sa dire dello stesso essere umani.

CHRONICLES / Log No.1: un laboratorio per la speranza

Does this floor have a memory? Can it convey to us, what those passing here before me were thinking? Will this floor convey to others what us here now are doing?”

Con queste parole Jaša (Mrevlje-Pollak) presenta il proprio progetto Utter. The violent necessity for the embodied presence of hope, in mostra all UGM Maribor Art Gallery e precedentemente proposto per tutta la durata della 56a Biennale di Venezia.

Durante la manifestazione veneziana il padiglione sloveno aveva assunto il formato di un laboratorio in continuo movimento, in cui l’arte era soggetta a continua trasformazione, con l’obiettivo di produrre una moltitudine di relazioni tra le creazioni, gli artisti e il pubblico. Il risultato, riproposto alla Maribor Art Gallery con la collaborazione della Fondazione Marignoli di Montecorona e di WE.ARE, è stato quello di riunire in un perfetto connubio diverse performance artistiche come la letteratura, la musica, la scultura, le installazioni luminose, la pittura e la fotografia, creando, quindi, un’orchestrazione dinamica di tutti gli elementi.

Attraverso una serie di opere di diversa natura, la mostra indaga il senso della centralità delle idee e il processo di formulazione del lavoro di Jaša: il risultato è un quadro generale del progetto.

Partendo dal titolo si potrebbe comprendere che la violenza è necessaria per incarnare la speranza, ma è lo stesso autore, in una intervista ad Artribune di un anno fa, a spiegare che: «Utter richiama qualcosa di assoluto, mentre il verbo to utter significa proclamare, pronunciare, promulgare, dichiarare. Il sottotitolo, invece, si connette direttamente alle linee guida del progetto: viviamo infatti in un tempo di grande ansietà, nel quale un atto d’urgenza pare sempre necessario».

La mostra della Maribor Art Gallery, CHRONICLES / Log No.1, presenta una serie di disegni preparatori e note create dall’artista nel corso del progetto, come un diario di “conoscenza accumulata”, mostrato per la prima volta a Maribor per gentile concessione della Collezione Marignoli di Montecorona, Fondazione contemporanea, che aveva sostenuto il progetto durante la Biennale. Tali testimonianze, insieme ad una scultura e ad un dipinto di grandi dimensioni, vorrebbero dimostrare che tutto è stato offerto in nome di un bene superiore e che una ipotetica divinità superiore abbia guidato la produzione artistica per tutta la durata della Biennale di Venezia.

Il pubblico è accompagnato da composizioni melodiche lungo tutto lo spazio della galleria, sulla falsariga del progetto veneziano, ed il fine non è quello di interazione con la mostra ma quello di percepire dei singoli, originali, mai eguali, modi di intendere e cogliere il tutto.

Ma l’essenza della mostra si coglie proprio nel sottotitolo del progetto artistico, dove campeggia il termine SPERANZA, ed è lo stesso Jaša a dirci che: «bisogna ristabilire un sistema valoriale che a sua volta ri-stabilizzi la presenza della speranza».

http://www.ugm.si/en/exhibition/exhibition/n/chronicles-log-no1-2967/

http://www.jasha.org/

Il tempo è una condanna. Roman Opalka

Raffigurare il tempo è l’obiettivo titanico che Roman Opalka ha dato alla sua opera di artista. Il risultato è un unico quadro con infinite sfumature digradanti. Un unico quadro dalle stesse identiche dimensioni con lo stesso tema eppure mai uno realmente uguale all’altro.
Raffigurare il tempo, darne coscienza e analizzarlo nelle sue diverse forme e significati è stato un progetto che ha richiesto dedizione, impegno e costanza straordinaria per tutta una vita.
Il progetto è stato questo: iniziare a disegnare col pennello sulla tela i numeri in progressione da 1 fino all’infinito, o meglio fino a che avrebbe potuto farlo, per tutti i giorni della sua esistenza. Una pratica ossessiva, ogni giorno una tela che inizia dall’ultimo numero di quella del giorno precedente, in ordinate righe orizzontali dall’alto a sinistra verso destra e il basso.  Il titolo è unico per tutti i quadri perchè è unica l’opera che compongono: 1965 / 1 – ∞, il ‘65 è l’anno in cui ha iniziato a disegnare da 1 fino all’infinito. Ogni singola tela si chiama detail. Un’opera destinata a non dare tregua e a finire solo con la fine dell’autore. Una conta precisa e quotidiana verso la propria morte.

Il risultato di questo impegno così rigido e asettico sono invece tele dalla forte carica espressiva, sensibili ed ipnotiche.
Il pennello intinto nel pigmento a furia di dare colore ai numeri esaurisce il proprio potenziale, ricaricato di tempera riprende a rigare la tela con un balzo di intensità formando da lontano striature evanescenti sempre diverse che creano composizioni astratte di variazioni tonali dettate da un caso derivato dalla regola principale. Il tempo è sempre uguale ma si manifesta a noi in modi apparentemente dinamici, a volte più veloce altre più lento.

Nell’arco di tempo coperto dalla vita dell’artista tante tele si esauriscono; nello spazio di una tela tanti carichi di colore finiscono, tante righe terminano, tanti numeri scorrono.
Tutto è relativo anche se la regola principale, il tempo, è sempre il medesimo.

Dettagli, si chiamano i signoli quadri, tutto è un dettaglio di qualcosa di più grande, di più duraturo. Ad un certo punto della sua opera Opalka decide di far tendere lo sfondo delle tele verso l’acromia, aggiungendo una stessa percentuale di bianco ogni giorno. I numeri, anch’essi disegnati in bianco, sono quindi via via meno evidenti, pian piano svaniscono del tutto nella tela, perdono forza per acquistare estensione, perdono dettaglio per tornare al tutto.

Ciclicità, slancio, stanchezza, persistenza, impegno, ripetizione, monotonia, infinite variazioni che tendono a una fine certa, c’è tutta la filosofia del tempo, dal panta rei di Eraclito all’esistenzialismo di Sartre. 

Si dice che ogni artista dipinga sempre lo stesso quadro, Opalka nell’onestà di dichiararlo fin dal principio ci dimostra come in realtà sia impossibile ripetersi.

Il guerriero Hans Hartung

Hans Hartung era una di quelle persone che in un modo o nell’altro ce la faceva sempre. Ogni ostacolo che la vita gli metteva davanti, lui lo superava. Dalle persecuzioni naziste contro l’arte degenerata, alla depressione dopo il primo divorzio, fino alla guerra combattuta tra le fila della Legione Straniera Francese. Hartung si rialzava sempre. E proprio sotto le armi diede l’esempio più lampante del suo spirito di guerriero, quando il salvataggio di un commilitone ferito gli valse la Croix de Guerre, ma gli costò anche la perdita di una gamba. Una forza d’animo straordinaria che gli aveva permesso non solo di continuare a godersi la vita sino alla fine, ma anche di raggiungere vette di assoluta eccellenza nel campo dell’arte.
L’eredità lasciataci dalle sue opere, rappresenta una continua ricerca di nuove sperimentazioni e una voglia continua di superare se stesso. Impossibile inserirlo con troppa leggerezza in un solo movimento avanguardista. Al massimo lo si potrebbe definire un astrattista in senso lato, visto che svariò in tutti i campi della pittura astratta. Il suo modo di intervenire sulla tela era sempre svincolato da un’ideologia con pretese universali. Ciò che contava di più per lui era il “segno”, con audaci accostamenti cromatici fatti di spruzzi e graffi, colori luminosi o cupi, linee ora morbide ora rigide.
La forza della sua personalità si rispecchia perfettamente nelle immagini da lui prodotte, che sono esplosioni di interiorità espressa sotto forma di fendenti colorati, mai casuali. Le linee e i colpi di colore, sono scelti per stare in un determinato spazio; le forme sono selezionate e i gesti calibrati. La disabilità di Hartung, che ha condizionato la sua vita dal dopo guerra, è servita a tirar fuori una bestia. La creatività è il mezzo con cui essa si è scatenata, graffiando e azzannando la tela. Ciò che si impara da questo artista va al di là della storia dell’arte, è una vera e propria lezione di vita.
Ognuno di noi ha una forza interiore nascosta, ma soltanto quando siamo veramente in difficoltà ci accorgiamo di averla. Hans Hartung questa forza è riuscito anche a controllarla, indirizzandola tutta nella sua arte. Le sue opere sono l’immagine di questa energia interiore.

Hiroshi Sugimoto e l’amore per il vuoto

Risulta praticamente impossibile rappresentare il vuoto, eppure Sugimoto ne dà una personale interpretazione non attraverso linee geometriche, non grazie a suggestive astrazioni frutto della propria fantasia, né tramite la propria realtà interiore direttamente traslata su supporto. Egli cerca di arrivarci, invece, proprio attraverso la realtà oggettiva, per mezzo della natura, filtrata dalla sua macchina fotografica e dal suo spirito. Questo paradosso è ravvisabile nei Seascapes, arcani orizzonti marini ritratti con un rigore metodologico propriamente nipponico e da una impostazione concettuale. Sugimoto critica la presunta capacità della fotografia di ritrarre la storia con accuratezza, perciò egli la utilizza per rappresentare ciò che va al di là della storia, rimuovendo dai suoi scatti ogni elemento di distrazione, riducendo il prodotto a pura forma, allusione, evanescenza, sfumatura. I soggetti dei suoi ritratti marini sono elementi semplici: acqua e aria. Proprio perché semplici essi difficilmente attirano la nostra attenzione, sebbene siano fondamentali per la nostra esistenza. Per lo stesso Sugimoto l’inizio della vita è avvolta nel mito, tuttavia sia l’acqua che l’aria giocano un ruolo determinante: «i fenomeni della vita sono spontaneamente generati da acqua e aria in presenza di luce, ciò potrebbe altrettanto facilmente suggerire una coincidenza casuale». Nel vuoto dell’universo cerchiamo invano un pianeta che abbia le stesse caratteristiche ma, «mistero dei misteri, l’acqua e l’aria sono proprio lì di fronte a noi», basta guardare il mare. Il risultato dei suoi scatti sono immagini possenti e cariche ma, al contempo, delicate e distinte, che conducono ad una sensazione di vuoto cosmico. Questo amore per il vuoto potrebbe erroneamente portare a credere che esista una sottesa interpretazione pessimistica e nichilista della vita. Tutt’altro, poiché tale decodificazione sarebbe contraria alla Terra, l’unico pianeta per ora conosciuto in cui sia presente al contempo aria, acqua ed almeno un raggio di luce. «Ogni volta che osservo il mare, sento un senso di calma e di sicurezza, è come se visitassi la mia casa ancestrale».

sugimotohiroshi.com

Piet Mondrian e l’astrazione

Dalla nascita del De Stijl e del suo esponente di spicco, Piet Mondrian, padre del neoplasticismo, divenuto con il tempo figura mitica e ispiratore di molti altri artisti, il movimento olandese “Lo Stile”, oltre ad aver giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’astrattismo in Europa e non solo, costituisce una chiave di lettura indispensabile per comprendere molte altre correnti artistiche del Novecento.

L’artista più rappresentativo di questo movimento, come detto, è Mondrian, pioniere della pittura astratta e principale teorico del movimento. Egli fu intenzionato ad inventare la “modernità”, per diffondere al mondo una nuova visione dell’arte. Così, all’indomani della Prima guerra mondiale, l’artista diede vita al movimento, che fin da subito si distinse dalle altre forme astratte. Questa ricerca tende a cancellare i soggetti e la prospettiva per favorire una ricerca di ritmo assoluto e un linguaggio universale. Protagonisti delle tele sono le linee orizzontali e verticali e i colori, soprattutto primari. La combinazione di questi elementi ha per i suoi autori il potere di rendere visibile l’essenza del mondo. Le opere di Mondrian, fondate su una ridefinizione profonda della pittura e l’ambizione di una astrazione che sorpassa i limiti della tela, hanno caratterizzato l’arte del XX secolo. Alla iniziale pittura naturalista, che abbandona velocemente, si dedica allo studio delle strutture espressive della natura che riporta nelle sue opere: linee regolari degli alberi, griglie ortogonali, segni cruciformi. Una geometria che egli trae direttamente dalla natura, prediligendo il colore al soggetto, preferendo le linee e l’irradiazione della luce.

Uncini. Materia bruta

Il cemento è la materia che Uncini promuove a soggetto della sua vasta produzione artistica. Le sue opere non sono rappresentative, non raffigurano qualcos’altro rispetto a ciò che sono. Non ci viene proposto quindi un riflesso o una imitazione. L’attenzione è interamente dedicata alla materia, insolita per questo scopo e dunque originale, che diverrà la cifra stilistica immediatamente riconoscibile dell’autore. 
Il cemento  è antica materia da costruzione, con il perfezionamento ottocentesco dell’armatura diventa un’insostituibile risorsa, solido e pesante, resistente e forte, da il via libera a nuove e ardite soluzioni tecniche ed espressive per gli architetti.
Uncini espone porzioni di questa materia composta (cemento e ferro) come fossero quadri e crea una serie di opere da appendere al muro, i Cementarmati per l’appunto, che invece di nascondere la propria anima metallica, espediente fondamentale per la longevità di una struttura architettonica esposta alle intemperie e all’usura; la esibisce togliendo strati di superficie a denudarne la filiforme rigidità.
La superficie liscia più esteriore è sbranata a mostrare conglomerati irregolari e una trama di ferri corrosi che spesso fuoriescono minacciosi dai bordi. Sono opere aggressive proprio laddove rivelano la loro interiorità. Superfici grumose frutto del caos, tondini di ferro storti e acuminati, maglie metalliche, macchie di ruggine. L’estetica promossa da Uncini è brutale e spoglia, irregolare e non rassicurante. Si è ben distanti dallo scopo edile per cui questa materia è stata creata che offre uno spazio protetto e sicuro. Lontani dall’immagine di una materia così resistente da costruire grandi palazzi.
Le opere di Uncini aprono la strada a un estetica materialista ricca di espressività, brutale e spoglia, irregolare e non rassicurante. Arriverà poi invece fino alla negazione di questo brutalismo.
Il cemento armato è quadro o scultura poggiata a terra che si trasforma nelle diverse serie di lavori prodotte negli anni. Dalla primitiva e arrogante nudità dei Cementarmati la materia viene dominata dalla razionalità e definita in contorni certi e non più aggressivi nei Ferrocementi, fino a sublimarsi in raffinati campi allisciati adatti a variazioni tonali e formali dominati da un disegno quasi decorativo nelle Ombre e nei Muri d’Ombra. La materia bruta viene addomesticata, equiparata in tutto e per tutto a un qualsiasi altro medium artistico.

link: Archivio Uncini

L’identità anonima dell’esistenza: Carl Andre

Carl Andre dispone in scena un esistenza pervicace, ridotta ai minimi termini, dall’identità anonima e nuda, totalmente autoriferita.

Materia povera e nuda, di produzione industriale, a volte senza spessore, apparecchiata in scacchiere bicrome o monocrome, posate a terra con cura ma instabili, temporaneamente presenti ma visibilmente estranee al luogo e precarie, composte da parti perfettamente uguali tra loro per dimensioni e bordi e anonime.

Sono superfici calpestabili, ingombro solo visivo dal volume trascurabile, denunciano la loro presenza solo come cambio di superficie passandoci sopra, come paiono essere destinate a fare.

Sono pura presenza, cieca, sorda, muta.

Presenza tanto forte da non avere necessità di difese, nessuna bellezza e nessuna protezione. Opere prostrate a terra che non conoscono il senso del concetto di dignità e per questo stesso motivo mai indegne di esistere, di essere presenti, di essere.

Ordinati parallelepipedi costruiti da unità identiche tra loro, il materiale è privo di decoro, indecoroso direbbe un uomo di altri tempi. Il materiale stesso invece si fa decorazione e identità.

Trend, questo, fortunatissimo che è ancora ampiamente sfruttato in architettura e design di oggi dalla ben nutrita schiera di chi si rifà al movimento o semplicemente cavalca il diffuso gusto minimalista di cui Andre è uno dei primi e più alti esponenti.

Identità del totale e anonimato delle singole parti sono impersonate da opere senza un corpo stabile. Non esiste l’ego, il protagonismo, l’originalità. Tutti uguali senza la minima impressione che ci sia la voglia o la possibilità di non esserlo. Arte dalla profonda essenza comunista ma senza alcuna retorica o propaganda politica.

Non c’è corpo ma solo materia. Non c’è una parte che ha valore maggiore di un’altra.

Non c’è vita ma solo esistenza.

Questo il reiterato e ossessivo messaggio minimal, dichiarazione di pura esistenza, declinato in chiave non geometrica, non formale, ma materica da Andre.

Il corpo non c’è, la volontà non c’è, la personalità non c’è, l’individualità non c’è; l’opera c’è: visibilmente esiste.

FOOD. Dal cucchiaio al mondo

Sino all’8 NOVEMBRE 2015
MAXII ROMA

Inizio con il dire che sono partita prevenuta, molto prevenuta. Da quando è iniziato l’EXPO a Milano tv, media, eventi, mostre, projects non fanno altro che parlare di cibo, di eco sostenibilità e di nutrizione saturandoci di immagini e nozioni che spesso e volentieri non seguono un ben delineato filo conduttore. Ed ecco che tutti pubblicano libri, opuscoli, eventi e mostre sul cibo, sul mangiar bene e in modo sano forti che il solo argomento porti a se interesse, introiti e visitatori.

Questo è tutto ciò che è riuscito a non fare il MAXXI con: “Food. Dal Cucchiao al Mondo” una mostra che racconta come il cibo influenza la nostra vita e tutto ciò che ci circonda; divisa in sei sezioni parte dal corpo e – passando per la casa, la strada, la città, il paesaggio – arriva al mondo spiegando attraverso installazioni, immagini e proiezioni video gli assetti mondiali della produzione e distribuzione del cibo. E’ articolata su due livelli, comprende oltre 50 opere prediligendo fotografia e installazioni di tipo concettuale. Il visitatore diventa parte integrante dell’esposizione, fruitore ma allo stesso tempo partecipe della scena; gli spazi sono organizzati in maniera ineccepibile accompagnati da didascalie e schede tecniche di rapida ed efficace lettura.

Nella sezione Corpo ecco che ci troviamo davanti ad una serie di fotografie di Henry Hargreaves dal titolo “No Seconds”, nelle quali l’artista neozelandese immortala l’ultimo pasto libero dei condannati a morte americani in cui il vassoio rappresenta la chiusura della cella, lo spazio minimale in cui il cibo viene consumato.

Henry Hargreaves – No second – www.henryhargreaves.com/#no-seconds

Henry Hargreaves – No second – www.henryhargreaves.com/#no-seconds

Interessante anche l’analisi nella sezione Casa nella quale vengono esposti alcuni esempi di progetti esemplari di spazi legati al cibo e alla vita sociale con il supporto di video, foto e modelli in 3 D; dalla realizzazione di una cucina innovativa del French Laundry Kitchen a Yountville in USA alle fotografie di Ilya Utekhin che mettono in luce le kommunalke russe, case popolari in cui le cucine, i corridoio ed i servizi igienici sono in comune con gli altri residenti. La cucina domestica diventa uno spazio fisico e sociale, che mette in mostra uno spaccato di vita dai contorni particolari.

Attraverso il cibo una rappresentazione del mondo in cui risaltano squilibri, crisi dei paesi più in difficoltà ma anche opportunità e sviluppi di crescita innovativi in una società sempre più all’avanguardia tecnologica.

[Sara Costa]

Photo Musacchio&Ianniello. Courtesy Fondazione MAXIIPhoto Musacchio&Ianniello. Courtesy Fondazione MAXII

Museo MAXXI Roma
Via Guido Reni, 4A
Roma
Dal Martedì al Venerdì 11.00 – 19.00
Domenica 11.00 – 19.00
Chiusure: Tutti i Lunedì, 1 maggio, 25 dicembre

Biglietto Intero: € 10
Biglietto Ridotto: € 8
per tutti i minori di 30 anni; per gruppi a partire da 15 persone e categorie convenzionate; giornalisti iscritti all’albo con tessera di riconoscimento valida; tesserati FAI – Fondo Ambiente Italiano; possessori Carta Civita; possessori biglietto d’ingresso Museo Ebraico di Roma; correntisti UniCredit e un accompagnatore, dietro presentazione della propria carta di debito o credito UniCredit e di un documento di riconoscimento valido (fino al 31.12.2015)

Biglietto Ridotto: € 4
a studente (oltre i 14 anni) per gruppi classe (scuole secondarie di secondo grado) che acquistano le attività educative

Gratuito
minori di 14 anni, disabili che necessitano di accompagnatore, accompagnatore del disabile, dipendenti MiBACT, accompagnatori e guide turistiche Regione Lazio, 1 insegnante ogni 10 studenti, membri ICOM, soci AMACI, giornalisti accreditati, possessori della membership card del MAXXI, studenti universitari di Arte e Architettura (dal martedì al venerdì)*