Arte Senza Il Corpo

Il soggetto della rubrica Arte Senza Il Corpo sono le opere e le ricerche artistiche che non prendono in considerazione la presenza della figura umana all’interno della rappresentazione.

L’arte, come forma di comunicazione complessa ha da sempre tra i suoi scopi anche quello di comunicare concetti complessi, non fisici, non visibili.
Dall’urgenza di esprimere e descrivere l’ interiorità umana, pensieri trascendentali o utopici, si è reso necessario l’abbandono del figurativismo e della rappresentazione della realtà sensibile a favore della rappresentazione della sensibilità. Questo percorso in profondità ha portato a superare anche la sensibilità stessa fino a tornare a un materialismo assoluto e sfociare nella descrizione ontologica di ciò che ci circonda e spesso, nella ridefinizione ontologica dell’arte stessa.
Spinta anche dalla comparsa di tecnologie di riproduzione del reale, la ricerca artistica si è volta verso altre direzioni, arrivando a non riprodurre più ma a prelevare direttamente dalla realtà elementi, oggetti e materiali sovvertendone funzione e senso comune.
Dalla ricerca formale pura, alla tabula rasa, spesso l’eliminazione dell’uomo dall’opera permette di trattare senza retorica anche temi politici o sociali e attivare un confronto tra l’individuo e l’oggetto che molto sa dire dello stesso essere umani.

Uncini. Materia bruta

Il cemento è la materia che Uncini promuove a soggetto della sua vasta produzione artistica. Le sue opere non sono rappresentative, non raffigurano qualcos’altro rispetto a ciò che sono. Non ci viene proposto quindi un riflesso o una imitazione. L’attenzione è interamente dedicata alla materia, insolita per questo scopo e dunque originale, che diverrà la cifra stilistica immediatamente riconoscibile dell’autore. 
Il cemento  è antica materia da costruzione, con il perfezionamento ottocentesco dell’armatura diventa un’insostituibile risorsa, solido e pesante, resistente e forte, da il via libera a nuove e ardite soluzioni tecniche ed espressive per gli architetti.
Uncini espone porzioni di questa materia composta (cemento e ferro) come fossero quadri e crea una serie di opere da appendere al muro, i Cementarmati per l’appunto, che invece di nascondere la propria anima metallica, espediente fondamentale per la longevità di una struttura architettonica esposta alle intemperie e all’usura; la esibisce togliendo strati di superficie a denudarne la filiforme rigidità.
La superficie liscia più esteriore è sbranata a mostrare conglomerati irregolari e una trama di ferri corrosi che spesso fuoriescono minacciosi dai bordi. Sono opere aggressive proprio laddove rivelano la loro interiorità. Superfici grumose frutto del caos, tondini di ferro storti e acuminati, maglie metalliche, macchie di ruggine. L’estetica promossa da Uncini è brutale e spoglia, irregolare e non rassicurante. Si è ben distanti dallo scopo edile per cui questa materia è stata creata che offre uno spazio protetto e sicuro. Lontani dall’immagine di una materia così resistente da costruire grandi palazzi.
Le opere di Uncini aprono la strada a un estetica materialista ricca di espressività, brutale e spoglia, irregolare e non rassicurante. Arriverà poi invece fino alla negazione di questo brutalismo.
Il cemento armato è quadro o scultura poggiata a terra che si trasforma nelle diverse serie di lavori prodotte negli anni. Dalla primitiva e arrogante nudità dei Cementarmati la materia viene dominata dalla razionalità e definita in contorni certi e non più aggressivi nei Ferrocementi, fino a sublimarsi in raffinati campi allisciati adatti a variazioni tonali e formali dominati da un disegno quasi decorativo nelle Ombre e nei Muri d’Ombra. La materia bruta viene addomesticata, equiparata in tutto e per tutto a un qualsiasi altro medium artistico.

link: Archivio Uncini

L’identità anonima dell’esistenza: Carl Andre

Carl Andre dispone in scena un esistenza pervicace, ridotta ai minimi termini, dall’identità anonima e nuda, totalmente autoriferita.

Materia povera e nuda, di produzione industriale, a volte senza spessore, apparecchiata in scacchiere bicrome o monocrome, posate a terra con cura ma instabili, temporaneamente presenti ma visibilmente estranee al luogo e precarie, composte da parti perfettamente uguali tra loro per dimensioni e bordi e anonime.

Sono superfici calpestabili, ingombro solo visivo dal volume trascurabile, denunciano la loro presenza solo come cambio di superficie passandoci sopra, come paiono essere destinate a fare.

Sono pura presenza, cieca, sorda, muta.

Presenza tanto forte da non avere necessità di difese, nessuna bellezza e nessuna protezione. Opere prostrate a terra che non conoscono il senso del concetto di dignità e per questo stesso motivo mai indegne di esistere, di essere presenti, di essere.

Ordinati parallelepipedi costruiti da unità identiche tra loro, il materiale è privo di decoro, indecoroso direbbe un uomo di altri tempi. Il materiale stesso invece si fa decorazione e identità.

Trend, questo, fortunatissimo che è ancora ampiamente sfruttato in architettura e design di oggi dalla ben nutrita schiera di chi si rifà al movimento o semplicemente cavalca il diffuso gusto minimalista di cui Andre è uno dei primi e più alti esponenti.

Identità del totale e anonimato delle singole parti sono impersonate da opere senza un corpo stabile. Non esiste l’ego, il protagonismo, l’originalità. Tutti uguali senza la minima impressione che ci sia la voglia o la possibilità di non esserlo. Arte dalla profonda essenza comunista ma senza alcuna retorica o propaganda politica.

Non c’è corpo ma solo materia. Non c’è una parte che ha valore maggiore di un’altra.

Non c’è vita ma solo esistenza.

Questo il reiterato e ossessivo messaggio minimal, dichiarazione di pura esistenza, declinato in chiave non geometrica, non formale, ma materica da Andre.

Il corpo non c’è, la volontà non c’è, la personalità non c’è, l’individualità non c’è; l’opera c’è: visibilmente esiste.