Arte Senza Il Corpo

Il soggetto della rubrica Arte Senza Il Corpo sono le opere e le ricerche artistiche che non prendono in considerazione la presenza della figura umana all’interno della rappresentazione.

L’arte, come forma di comunicazione complessa ha da sempre tra i suoi scopi anche quello di comunicare concetti complessi, non fisici, non visibili.
Dall’urgenza di esprimere e descrivere l’ interiorità umana, pensieri trascendentali o utopici, si è reso necessario l’abbandono del figurativismo e della rappresentazione della realtà sensibile a favore della rappresentazione della sensibilità. Questo percorso in profondità ha portato a superare anche la sensibilità stessa fino a tornare a un materialismo assoluto e sfociare nella descrizione ontologica di ciò che ci circonda e spesso, nella ridefinizione ontologica dell’arte stessa.
Spinta anche dalla comparsa di tecnologie di riproduzione del reale, la ricerca artistica si è volta verso altre direzioni, arrivando a non riprodurre più ma a prelevare direttamente dalla realtà elementi, oggetti e materiali sovvertendone funzione e senso comune.
Dalla ricerca formale pura, alla tabula rasa, spesso l’eliminazione dell’uomo dall’opera permette di trattare senza retorica anche temi politici o sociali e attivare un confronto tra l’individuo e l’oggetto che molto sa dire dello stesso essere umani.

Il guerriero Hans Hartung

Hans Hartung era una di quelle persone che in un modo o nell’altro ce la faceva sempre. Ogni ostacolo che la vita gli metteva davanti, lui lo superava. Dalle persecuzioni naziste contro l’arte degenerata, alla depressione dopo il primo divorzio, fino alla guerra combattuta tra le fila della Legione Straniera Francese. Hartung si rialzava sempre. E proprio sotto le armi diede l’esempio più lampante del suo spirito di guerriero, quando il salvataggio di un commilitone ferito gli valse la Croix de Guerre, ma gli costò anche la perdita di una gamba. Una forza d’animo straordinaria che gli aveva permesso non solo di continuare a godersi la vita sino alla fine, ma anche di raggiungere vette di assoluta eccellenza nel campo dell’arte.
L’eredità lasciataci dalle sue opere, rappresenta una continua ricerca di nuove sperimentazioni e una voglia continua di superare se stesso. Impossibile inserirlo con troppa leggerezza in un solo movimento avanguardista. Al massimo lo si potrebbe definire un astrattista in senso lato, visto che svariò in tutti i campi della pittura astratta. Il suo modo di intervenire sulla tela era sempre svincolato da un’ideologia con pretese universali. Ciò che contava di più per lui era il “segno”, con audaci accostamenti cromatici fatti di spruzzi e graffi, colori luminosi o cupi, linee ora morbide ora rigide.
La forza della sua personalità si rispecchia perfettamente nelle immagini da lui prodotte, che sono esplosioni di interiorità espressa sotto forma di fendenti colorati, mai casuali. Le linee e i colpi di colore, sono scelti per stare in un determinato spazio; le forme sono selezionate e i gesti calibrati. La disabilità di Hartung, che ha condizionato la sua vita dal dopo guerra, è servita a tirar fuori una bestia. La creatività è il mezzo con cui essa si è scatenata, graffiando e azzannando la tela. Ciò che si impara da questo artista va al di là della storia dell’arte, è una vera e propria lezione di vita.
Ognuno di noi ha una forza interiore nascosta, ma soltanto quando siamo veramente in difficoltà ci accorgiamo di averla. Hans Hartung questa forza è riuscito anche a controllarla, indirizzandola tutta nella sua arte. Le sue opere sono l’immagine di questa energia interiore.

Hiroshi Sugimoto e l’amore per il vuoto

Risulta praticamente impossibile rappresentare il vuoto, eppure Sugimoto ne dà una personale interpretazione non attraverso linee geometriche, non grazie a suggestive astrazioni frutto della propria fantasia, né tramite la propria realtà interiore direttamente traslata su supporto. Egli cerca di arrivarci, invece, proprio attraverso la realtà oggettiva, per mezzo della natura, filtrata dalla sua macchina fotografica e dal suo spirito. Questo paradosso è ravvisabile nei Seascapes, arcani orizzonti marini ritratti con un rigore metodologico propriamente nipponico e da una impostazione concettuale. Sugimoto critica la presunta capacità della fotografia di ritrarre la storia con accuratezza, perciò egli la utilizza per rappresentare ciò che va al di là della storia, rimuovendo dai suoi scatti ogni elemento di distrazione, riducendo il prodotto a pura forma, allusione, evanescenza, sfumatura. I soggetti dei suoi ritratti marini sono elementi semplici: acqua e aria. Proprio perché semplici essi difficilmente attirano la nostra attenzione, sebbene siano fondamentali per la nostra esistenza. Per lo stesso Sugimoto l’inizio della vita è avvolta nel mito, tuttavia sia l’acqua che l’aria giocano un ruolo determinante: «i fenomeni della vita sono spontaneamente generati da acqua e aria in presenza di luce, ciò potrebbe altrettanto facilmente suggerire una coincidenza casuale». Nel vuoto dell’universo cerchiamo invano un pianeta che abbia le stesse caratteristiche ma, «mistero dei misteri, l’acqua e l’aria sono proprio lì di fronte a noi», basta guardare il mare. Il risultato dei suoi scatti sono immagini possenti e cariche ma, al contempo, delicate e distinte, che conducono ad una sensazione di vuoto cosmico. Questo amore per il vuoto potrebbe erroneamente portare a credere che esista una sottesa interpretazione pessimistica e nichilista della vita. Tutt’altro, poiché tale decodificazione sarebbe contraria alla Terra, l’unico pianeta per ora conosciuto in cui sia presente al contempo aria, acqua ed almeno un raggio di luce. «Ogni volta che osservo il mare, sento un senso di calma e di sicurezza, è come se visitassi la mia casa ancestrale».

sugimotohiroshi.com

FOOD. Dal cucchiaio al mondo

Inizio con il dire che sono partita prevenuta, molto prevenuta. Da quando è iniziato l’EXPO a Milano tv, media, eventi, mostre, projects non fanno altro che parlare di cibo, di eco sostenibilità e di nutrizione saturandoci di immagini e nozioni che spesso e volentieri non seguono un ben delineato filo conduttore. Ed ecco che tutti pubblicano libri, opuscoli, eventi e mostre sul cibo, sul mangiar bene e in modo sano forti che il solo argomento porti a se interesse, introiti e visitatori.

Questo è tutto ciò che è riuscito a non fare il MAXXI con: “Food. Dal Cucchiao al Mondo” una mostra che racconta come il cibo influenza la nostra vita e tutto ciò che ci circonda; divisa in sei sezioni parte dal corpo e – passando per la casa, la strada, la città, il paesaggio – arriva al mondo spiegando attraverso installazioni, immagini e proiezioni video gli assetti mondiali della produzione e distribuzione del cibo. E’ articolata su due livelli, comprende oltre 50 opere prediligendo fotografia e installazioni di tipo concettuale. Il visitatore diventa parte integrante dell’esposizione, fruitore ma allo stesso tempo partecipe della scena; gli spazi sono organizzati in maniera ineccepibile accompagnati da didascalie e schede tecniche di rapida ed efficace lettura.

Nella sezione Corpo ecco che ci troviamo davanti ad una serie di fotografie di Henry Hargreaves dal titolo “No Seconds”, nelle quali l’artista neozelandese immortala l’ultimo pasto libero dei condannati a morte americani in cui il vassoio rappresenta la chiusura della cella, lo spazio minimale in cui il cibo viene consumato.

Henry Hargreaves – No second – www.henryhargreaves.com/#no-seconds

Henry Hargreaves – No second – www.henryhargreaves.com/#no-seconds

Interessante anche l’analisi nella sezione Casa nella quale vengono esposti alcuni esempi di progetti esemplari di spazi legati al cibo e alla vita sociale con il supporto di video, foto e modelli in 3 D; dalla realizzazione di una cucina innovativa del French Laundry Kitchen a Yountville in USA alle fotografie di Ilya Utekhin che mettono in luce le kommunalke russe, case popolari in cui le cucine, i corridoio ed i servizi igienici sono in comune con gli altri residenti. La cucina domestica diventa uno spazio fisico e sociale, che mette in mostra uno spaccato di vita dai contorni particolari.

Attraverso il cibo una rappresentazione del mondo in cui risaltano squilibri, crisi dei paesi più in difficoltà ma anche opportunità e sviluppi di crescita innovativi in una società sempre più all’avanguardia tecnologica.

[Sara Costa]

Photo Musacchio&Ianniello. Courtesy Fondazione MAXIIPhoto Musacchio&Ianniello. Courtesy Fondazione MAXII

Museo MAXXI Roma
Via Guido Reni, 4A
Roma

Uncini. Materia bruta

Il cemento è la materia che Uncini promuove a soggetto della sua vasta produzione artistica. Le sue opere non sono rappresentative, non raffigurano qualcos’altro rispetto a ciò che sono. Non ci viene proposto quindi un riflesso o una imitazione. L’attenzione è interamente dedicata alla materia, insolita per questo scopo e dunque originale, che diverrà la cifra stilistica immediatamente riconoscibile dell’autore. 
Il cemento  è antica materia da costruzione, con il perfezionamento ottocentesco dell’armatura diventa un’insostituibile risorsa, solido e pesante, resistente e forte, da il via libera a nuove e ardite soluzioni tecniche ed espressive per gli architetti.
Uncini espone porzioni di questa materia composta (cemento e ferro) come fossero quadri e crea una serie di opere da appendere al muro, i Cementarmati per l’appunto, che invece di nascondere la propria anima metallica, espediente fondamentale per la longevità di una struttura architettonica esposta alle intemperie e all’usura; la esibisce togliendo strati di superficie a denudarne la filiforme rigidità.
La superficie liscia più esteriore è sbranata a mostrare conglomerati irregolari e una trama di ferri corrosi che spesso fuoriescono minacciosi dai bordi. Sono opere aggressive proprio laddove rivelano la loro interiorità. Superfici grumose frutto del caos, tondini di ferro storti e acuminati, maglie metalliche, macchie di ruggine. L’estetica promossa da Uncini è brutale e spoglia, irregolare e non rassicurante. Si è ben distanti dallo scopo edile per cui questa materia è stata creata che offre uno spazio protetto e sicuro. Lontani dall’immagine di una materia così resistente da costruire grandi palazzi.
Le opere di Uncini aprono la strada a un estetica materialista ricca di espressività, brutale e spoglia, irregolare e non rassicurante. Arriverà poi invece fino alla negazione di questo brutalismo.
Il cemento armato è quadro o scultura poggiata a terra che si trasforma nelle diverse serie di lavori prodotte negli anni. Dalla primitiva e arrogante nudità dei Cementarmati la materia viene dominata dalla razionalità e definita in contorni certi e non più aggressivi nei Ferrocementi, fino a sublimarsi in raffinati campi allisciati adatti a variazioni tonali e formali dominati da un disegno quasi decorativo nelle Ombre e nei Muri d’Ombra. La materia bruta viene addomesticata, equiparata in tutto e per tutto a un qualsiasi altro medium artistico.

link: Archivio Uncini

L’identità anonima dell’esistenza: Carl Andre

Carl Andre dispone in scena un esistenza pervicace, ridotta ai minimi termini, dall’identità anonima e nuda, totalmente autoriferita.

Materia povera e nuda, di produzione industriale, a volte senza spessore, apparecchiata in scacchiere bicrome o monocrome, posate a terra con cura ma instabili, temporaneamente presenti ma visibilmente estranee al luogo e precarie, composte da parti perfettamente uguali tra loro per dimensioni e bordi e anonime.

Sono superfici calpestabili, ingombro solo visivo dal volume trascurabile, denunciano la loro presenza solo come cambio di superficie passandoci sopra, come paiono essere destinate a fare.

Sono pura presenza, cieca, sorda, muta.

Presenza tanto forte da non avere necessità di difese, nessuna bellezza e nessuna protezione. Opere prostrate a terra che non conoscono il senso del concetto di dignità e per questo stesso motivo mai indegne di esistere, di essere presenti, di essere.

Ordinati parallelepipedi costruiti da unità identiche tra loro, il materiale è privo di decoro, indecoroso direbbe un uomo di altri tempi. Il materiale stesso invece si fa decorazione e identità.

Trend, questo, fortunatissimo che è ancora ampiamente sfruttato in architettura e design di oggi dalla ben nutrita schiera di chi si rifà al movimento o semplicemente cavalca il diffuso gusto minimalista di cui Andre è uno dei primi e più alti esponenti.

Identità del totale e anonimato delle singole parti sono impersonate da opere senza un corpo stabile. Non esiste l’ego, il protagonismo, l’originalità. Tutti uguali senza la minima impressione che ci sia la voglia o la possibilità di non esserlo. Arte dalla profonda essenza comunista ma senza alcuna retorica o propaganda politica.

Non c’è corpo ma solo materia. Non c’è una parte che ha valore maggiore di un’altra.

Non c’è vita ma solo esistenza.

Questo il reiterato e ossessivo messaggio minimal, dichiarazione di pura esistenza, declinato in chiave non geometrica, non formale, ma materica da Andre.

Il corpo non c’è, la volontà non c’è, la personalità non c’è, l’individualità non c’è; l’opera c’è: visibilmente esiste.