Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Blu al Quarticciolo: l’eroe mascherato dell’arte italiana torna a Roma

Il suo volto è segreto, si cala dai palazzi ed è sempre schierato dalla parte dei più deboli. È Spiderman? No, Blu, il supereroe mascherato dell’arte italiana che con il suo spirito provocatorio e il suo incredibile talento realizza ormai da tanti anni in tutto il mondo “gigantesche opere che mettono il dito nelle piaghe dell’umanità” (per riprendere un’affermazione di Duccio Dogheria).

L’artista – noto a livello internazionale per opere come il murale realizzato a inizio 2015 a Città del Messico in ricordo dei 43 studenti uccisi l’anno precedente o quello in Palestina realizzato sul muro eretto dal governo israeliano (al fianco di artisti del calibro di Banksy e JR) – ha iniziato da qualche tempo una nuova opera a Roma, nel quartiere popolare del Quarticciolo.

L’opera, ancora incompleta, si estende sulla facciata a sei piani di una ex Questura occupata e rappresenta una severa lettura allegorica della nostra società. Due simboli della cultura occidentale, la Venere di Milo e il David di Michelangelo, sono riproposti dall’artista in chiave caricaturale, l’una con borse, gioielli e accessori firmati e barboncino al guinzaglio, l’altro con pancia, catena e orologio d’oro, Hogan ai piedi e birra e iphone in mano. Le due figure sono racchiuse in una architettura classica dipinta a trompe-l’oeil, composta da due grandi nicchie sormontate da un fregio non ancora concluso, ma che si intuisce rappresentare dei carrelli che si trasformano in carri armati, a ribadire il pericolo e le conseguenze del capitalismo, già simboleggiati dalle figure principali.

Uno dei maggiori esponenti nel campo della Street art italiana, Stefano Antonelli, in un recente articolo su quest’opera ha individuato i precedenti di queste figure nella Happy Shopper di Banksy e nel San Sebastiano di Ozmo (street artista che spesso riprende opere d’arte del passato per riproporle in chiave satirica). La ripresa di immagini simboliche è del resto una strategia da sempre molto utilizzata in campo artistico, e molto efficace per imporsi nell’immaginario dell’osservatore (si pensi ad esempio ad opere divenute iconiche come la Gioconda coi baffi di Duchamp). Forse proprio grazie a questa strategia l’opera di Blu è stata oggetto di grande attenzione ed è arrivata con forza al grande pubblico.

Il discorso di Blu a Roma non è iniziato però con quest’opera, prosegue da ormai tanti anni, sviluppandosi in tutta la città attraverso un repertorio di immagini di straordinaria intensità e carica politica. Oltre alla famosissima ex Caserma dell’Aeronautica Militare di via del Porto Fluviale a Ostiense, dipinta da Blu su 4 lati e divenuta ormai simbolo dei quartiere, esistono infatti nella capitale numerose altre opere di Blu, dalla stazione di Nuovo Salario (interamente decorata nel 2006 insieme a Etnik e Itnes), alle pareti esterne dei centri sociali Alexis di via Ostiense e Acrobax di via della Vasca Navale, al San Basilio dipinto nel 2014 nell’omonimo quartiere in ricordo di Fabrizio Ceruso (e prontamente censurato), fino alle due facciate cieche delle case popolari di Casal de’ Pazzi dipinte nel 2015 e al grande muro realizzato alla fine dello scorso anno nei pressi dell’ex Snia su via Prenestina.

Nell’ultimo intervento al Quarticciolo, l’intento dell’artista sembra essere quello di mettere in atto una critica al sistema dell’arte, e in particolare a quello della Street art stessa, nata come forma espressiva di protesta, estranea alle logiche del mercato e dell’industria culturale, ma da esse sempre più inglobata. Si tratta cioè di un attacco dall’interno, una critica alla piega che sta prendendo, sopratutto a Roma, di fenomeno di massa e di moda, con artisti che lavorano per multinazionali, opere che in realtà sono pubblicità, e un continuo proliferare di festival, progetti e mostre che a volte sfruttano l’etichetta “acchiappa-pubblico” di Street art più per questioni di profitto che per l’aspetto culturale.

Nonostante il suo successo, Blu ha sempre lavorato da outsider, in forma autonoma e indipendente. Forte di una identità sfuggente che ne aumenta il mito, ha sempre portato avanti il suo progetto di denuncia e critica sociale, sfidando il sistema dell’arte e rifiutando categoricamente di esservi incluso (si ricordi l’esempio clamoroso della auto-cancellazione nel 2016 dei suoi murales di Bologna dopo l’inclusione non autorizzata di sue opere “strappate” all’interno della mostra Street Art – Banksy & Co. a Palazzo Pepoli, o quella nel 2014 dei murales di Kreuzberg a Berlino in risposta al loro sfruttamento da parte degli immobiliaristi per aumentare il prezzo delle case circostanti).

Nonostante la sua insofferenza ad essere incluso nel sistema, Blu è considerato uno dei maggiori artisti italiani del momento. Sempre Antonelli, nel suo recente articolo, lo ha paragonato a Michelangelo e lo ha definito «l’artista italiano più importante del nostro tempo». Forse queste affermazioni possono essere un po’ esagerate, ma anche il Guardian ha incluso Blu nella sua lista dei dieci migliori interventi di Street art di tutti i tempi, e nella classifica The 50 Greatest Street Artists Right Now promossa da Complex è risultato addirittura al primo posto.

Non possiamo che essere onorati, perciò, che abbia scelto ancora Roma per esprimersi, e non ci resta che aspettare che l’opera sia conclusa per conoscerne l’aspetto finale (si vocifera che sarà a ottobre).

 

Manifesta 12, la bellezza nascosta svela il “fascino osceno” di Palermo

Il Giardino Planetario. Coltivare la coesistenza, titolo scelto per la Biennale Manifesta 2018, trae spunto dalle teorizzazioni di Gilles Clément che vedeva nel giardino la costante per eccellenza di cambiamenti innescati spesso in maniera incontrollabile e involontaria, così come accade in natura. Palermo, non a caso, è stata scelta come luogo prediletto dove stagliare dei percorsi labirintici, immersi nell’incontrollabile combinazione di sapori, rumori e culture ben rappresentato dalla città siciliana.

“Palermo è sontuosa e oscena”, così la città dalle mille dominazioni veniva definita da Giuseppe Fava, scrittore e giornalista siciliano ucciso dalla mafia negli anni Ottanta. Palermo, la città di cui lo stesso Goethe si innamorò, non è soltanto la capitale per eccellenza di quello spirito orientale che ha portato la stessa città a definirsi come la conca del Mediterraneo. Palermo finalmente si racconta attraverso i palazzi antichi e mai restaurati, piccole botteghe abbandonate o chiese sfregiate dalla guerra. Manifesta 12 è dunque Palermo, la biennale nomade, così come è stata definita, che ha indirizzato lo sguardo dell’Europa intera su quelle bellezze nascoste che, seppur dimenticate e spesso fatiscenti, hanno la capacità di raccontarsi e accoglierle la novità, il diverso e il sovversivo. Palermo è dunque non solo capitale della cultura 2018, ma il bacino su cui l’arte contemporanea sta scommettendo. Manifesta 12 ha un valore aggiunto quest’anno, non racconta solo un percorso tematico e di riflessione sul diverso, ma crea una visione unica che accompagna il visitatore alla scoperta di una città poco conosciuta e dalle mille sorprese.

Manifesta 12 non è soltanto nomade, Manifesta è anche interdisciplinare: racconta e descrive aspetti nuovi o rielabora quelli del passato per attualizzarli. Con l’occasione, artisti di diverse origini territoriali hanno affrontato contesti nuovi, con storie importanti e anche imponenti, preservando con dolcezza e integrandosi con rispetto con le culture che hanno stratificato ogni parte di Palermo. Basti citare il gioiello ritrovato grazie ai collezionisti Massimo e Francesca Valsecchi, Palazzo Butera che, guardando il mare, apre alle sue meraviglie attraverso gli interventi site specific dei Fallen Fruit, Renato Leotta o Maria Thereza Alves. Palazzo Forcella de Seta, invece, ci rimanda immediatamente nella Palermo esotica e arabeggiante con la bellissima installazione di sale benedetto dell’artista olandese Patricia Kaersenhout. Più di venti sedi, stanno ospitando e ripensando l’interculturalità tramite interventi artistici o produzioni ex novo e site-specific. Palazzo Ajutamicristo lascia spazio a progetti partecipativi come quello di Filippo Minelli, Across the Border, che indagano i temi dell’immigrazione e ripensano l’interculturalità con una visione politica, come nell’opera di Tania Bruguera. La splendida chiesa dello Spasimo, sempre nel quartiere de “la pura”, la Kalsa (Kahalisah in arabo), ospita una delle installazioni del collettivo londinese Cooking Sections.

Tra gli interventi più acclamati, quello del duo Masbedo presso l’Archivio di Stato, una video installazione site-specific concepita come tributo alle vicissitudini del regista Vittorio De Seta. Protocollo no. 90/6 è una visione sovversiva che spolvera dal passato fascicoli e documenti trasformando migliaia di prodotti cartacei stratificati e abbandonati negli anni, in un’impressionante idea di archivio accatastato e dimenticato.

Molti gli interventi collaterali di cui quest’anno Manifesta si è fatta promotrice, incrementando non solo l’interesse in una visione più ampia e abbordabile di arte contemporanea ma dando ulteriore senso a quel concetto di interdisciplinarità e fusione culturale di cui Palermo, le sue strade e la sua essenza, sono impregnati.

Per maggiori informazioni sulle sedi e gli artisti, visitare il sito: m12.manifesta.org

 

 

Manifesta 12

Il Giardino Planetario. Coltivare la coesistenza

Fino al 4 novembre 2018

Sedi dislocate, Palermo

 

Orari: dal martedì alla domenica, dalle 10:00 alle 20:00

I biglietti sono disponibili al seguente sito: http://manifesta12.org/tickets/

 

 

 

 

Franco Toselli e gli artisti di Portofranco. Soft Revolution

La Triennale di Milano ospita, fino al prossimo 26 agosto, la mostra Franco Toselli e gli artisti di Portofranco. Soft Revolution, a cura di Elena Pontiggia.

La mostra, oltre a celebrare l’operato del noto gallerista milanese, si focalizza su una serie di artisti il cui lavoro, seppur di non immediata facilità di accostamento, presenta una caratteristica comune, una profonda levità, termine che a prima vista può apparire come una sorta di ossimoro linguistico, ma che in questa sede può essere inteso come una nuova e convincente figura retorica applicata alla creatività.

Gli artisti qui esposti sono stati più volte riuniti da Toselli, a partire dagli anni ’90, in una serie di mostre intitolate Portofranco. La loro produzione è un naturale prolungamento della presenza nella galleria Toselli di artisti quali Salvo, Alighiero Boetti, Tony Cragg e Charlemagne Palestine (solo per citarne alcuni), percorso caratterizzato da una grande libertà creativa e da una fantasia originaria non contaminata da altrui esperienze. Il termine Portofranco, oltre ad avere un chiaro ed immediato riferimento al creatore del progetto, è già di per sé un assioma di libertà, di fuga dai vincoli o dai facili approdi, è una zona aperta dove l’unico dazio in vigore è quello che si paga alla propria fantasia.

La rivoluzione “morbida” attuata dagli artisti di Portofranco è una battaglia a cuscinate, una conquista del colore e della luce ottenuta nell’intimità dell’artista, nei suoi sogni, nella delicata filigrana delle pagine sfogliate dai suoi occhi e dalla sua memoria. Una battaglia soffice, il cui generale è lo sguardo intenso e perspicace di Franco Toselli, capace di orchestrare in modo armonioso note artistiche eterogenee ma ugualmente efficaci, giocando con i sottili confini sui quali le stesse si muovono, in bilico tra stili e tematiche diverse, ma tutte protette nello stesso modo dal sensibile che le avvolge come una rete di salvataggio. Queste opere rappresentano un mondo lirico, inafferrabile eppure solido, riconoscibile dallo spettatore in quanto vissuto dall’artista, un ritorno alla poesia del mondo attraverso un approccio delicato e un’arte che usa i codici stessi della natura e della vita per raccontare un’idea che non deve essere per forza vincolata a tematiche sociali o alla cruda verità, ma che viene colorata attraverso le linee del sentimento e le molteplici tonalità dell’età umana e delle sue diverse esperienze.

In mostra opere di Enzo Forese, Peter Angermann, Fabrizio Braghieri, Serena Clessi, Giorgio Colombo, Tony Cragg, Nicola De Maria, Bonomo Faita, Angelo Formica, Francesca Fornasari, Helgi Thorgils Fridjonsson, Riccardo Gusmaroli, Jan Knap, Milan Kunc, Claus Larsen, Kazumasa Mizokami, Corrado Levi, Enzo Obiso, Charlemagne Palestine, Paola Pezzi, Lisa Ponti, Luigi Puxeddu, Rosa Maria Rinaldi, Salvo, Antonio Serrapica, Antonio Sofianopulo, Giacomo Toselli, Giampaolo Truffa, Gabriele Turola.

 

 

Palazzo della Triennale

Viale Alemagna 6 – Milano

dal 13 luglio al 26 agosto 2018 – dal martedì alla domenica dalle 10.30 alle 20.30

www.triennale.org

 

Un fotografo in viaggio. Gianni Berengo Gardin e la Sardegna Nuragica

Fino al 31 agosto 2018 è possibile visitare la mostra fotografica dell’artista ligure Gianni Berengo Gardin, inaugurata dalla Fondazione di Sardegna attraverso la collaborazione di Milano.

Milano dedica una grande mostra alla civiltà nuragica della Sardegna prestorica, la città di Cagliari ospita una grande esposizione, dedicata all’archeologia misteriosa dell’isola, ideata per celebrare il più grande archeologo sardo, Giovanni Lilliu.

L’isola e le fotografie di Gianni Berengo Gardin tornano a essere come un palco d’immagini per raccontare angoli remoti di una terra ancora poco nota, da diventare una pellicola cinematografica e fotografica, in bianco e nero, di un viaggio alla scoperta dei luoghi sconosciuti della Sardegna.

Grazie all’impegno della Fondazione di Sardegna e attraverso la supervisione scientifica della Soprintendenza di Cagliari diventa un progetto di scatti dedicati ad altrettanti monumenti, selezionati con cura per avere una panoramica ampia e variegata delle tante sfaccettature dell’architettura nuragica; nuraghi, templi, pozzi, fonti sacre, necropoli e villaggi si susseguono in una lunga carrellata armoniosa nel cuore della Sardegna.

Le fotografie si susseguono in una danza di luci, suoni, come un fenomeno unico e favoloso di un territorio dell’isola percorso senza risparmio.

Cagliari finalmente dedica un progetto di mostra a Gianni Berengo Gardin, un reportage per raccontare la storia del suo passato.

Per ritrovare nel bianco e nero delle sue immagini la persistente grandezza dei propri monumenti che guardano lo spettatore indifferente e allo stesso tempo affascinato da quel mondo incantevole, come in un viaggio dei luoghi raggiunti attraverso l’obbiettivo della macchina fotografica.

L’artista attraverso il suo sguardo rigoroso ha raccontato in bianco e nero, il nostro tempo e il nostro paese. Ha creato un sodalizio tra la fotografia e l’ambiente, per restituire le immagini umanizzati attraverso la presenza delle persone che hanno creato gli spazi.

Era stato uno dei primi a raccontare la remota Sardegna con il suo paesaggio prestorico e le sue anime antiche.

Le immagini come ragazzini che viaggiano alla scoperta del mondo.

Le fotografie dell’artista ligure fedeli all’arte della pittura con la luce e l’ombra, suscitano questi struggenti emozioni.

 

 

Fondazione Banco di Sardegna fino al 31/08/2018

Dal lunedì al venerdì

Dalle 10,00 alle 19,00

 

BRIC-à-brac – The Jumble of Growth – 另一种选择

E’ in corso presso il Salone Centrale della Galleria Nazionale d’arte Moderna e Contemporanea di Roma la collettiva di artisti intitolata BRIC-à-brac – The Jumble of Growth – 另一种选择, a cura di Huang Du e Gerardo Mosquera, un progetto espositivo frutto della collaborazione inedita con il Today Art Museum di Pechino.

Il respiro internazionale della mostra si evince non solo dal titolo multilingue, ma dall’origine geografica degli stessi curatori, che provengono da due paesi molto diversi e lontani fra loro, ossia Cuba e Cina. Sono circa quaranta le opere esposte, di 26 artisti provenienti da tutto il mondo: Wim Delvoye (Belgium); Cinthia Marcelle (Brazil); Wang Goufeng, Wang Guangyi, Ni Haifeng, Wang Lijun, Tian Longyu, Lei Lu, Weng Fen, Gao Weigang, Yang Xinguang, Lu Zhengyuan, Du Zhenjun (China); Chang Young-hae, Heavy Industries (South Korea); Wilfredo Prieto (Cuba); Shilpa Gupta (India); Jamal Penjweny (Kurdistan, Iraq); Damián Ortega (Mexico); Mounir Fatmi (Morocco); Donna Conlon, Jonathan Harker (Panama); AES+F (Russia); Cristina Lucas, Fernando Sánchez Castillo (Spain); Kendell Geers (South Africa); Thomas Hirschhorn (Switzerland).

Il focus di mostra riguarda la crescita caotica e a tratti imprevedibile dei territori legati alle economie emergenti, con particolare riferimento ai cosiddetti Paesi BRIC (Brasile, Russia, India, Cina), e a tutte le potenziali conflittualità che la loro improvvisa crescita può generare. Il gioco di parole presente nel titolo, oltre a citare i suddetti paesi, rimanda all’espressione francofona Bric à brac, usata per descrivere un accumulo disordinato e confuso di oggetti e decorazioni eterogenei fra loro, di solito atto a suscitare curiosità nell’osservatore.

Il termine BRIC è stato coniato nel 2001 dall’economista Jim O’Neill, al fine di portare l’attenzione sul ruolo che questi paesi stanno giocando su scala globale, non solo in campo economico ma anche nella politica, nella società, nell’arte e nella cultura, sul singolo e sulla collettività.

Queste economie emergenti si stanno sviluppando in luoghi che erano in precedenza caratterizzati da situazioni di sottosviluppo; stanno affrontando quindi una crescita accelerata e un’industrializzazione alle quali forse non erano preparati, che sta portando a radicali trasformazioni a livello sociale e antropologico all’interno di queste società, spesso ancora legate a modelli precedenti.

E’ quindi in corso un cambiamento epocale, che ha reso ormai obsoleto il termine Terzo mondo; tutto ciò infatti sta dando il via a un processo di decentramento all’interno della distribuzione dei ruoli a livello globale, generando per l’appunto un bric-à-brac di situazioni e dinamiche.

E’ ovvio che il tema venga affrontato anche dagli artisti, che in questa sede provano a dare attraverso i loro lavori una personale interpretazione di questa nuova e sfaccettata realtà contemporanea.

 

 

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma

Viale delle Belle Arti, 131 – Roma

Dal 17/07 al 14/10/2018

dal martedì alla domenica: 8.30 – 19.30

www.lagallerianazionale.com

Caudu e fridu, una filigrana emotiva. Il progetto site-specific di Massimo Bartolini a Palazzo Oneto

“Caudu e fridu sento ca mi pigla”, un neon rosso sangue illumina la stanza buia di Palazzo Oneto mentre un lieve, ma fastidioso rumore s’insinua nel nostro orecchio. Al di là della stanza rosso fuoco, ipotesi visiva e sensoriale di un tempo passato, l’Inquisizione, divampa una luce tenue, blu, fredda che resta così intrappolata in una filigrana di strutture che si srotolano come una ragnatela e imprigionano le mura, i soffitti, il pavimento e gli stucchi.

Caudu e fridu, ossimoro è anche un pensiero e un contrasto su cui Massimo Bartolini ha voluto avvolgere la sua installazione site-specific. Il progetto a cura di Claudia Gioia e sostenuta dalla Fondazione VOLUME!, nell’ambito degli eventi collaterali della Biennale Manifesta 12 a Palermo, ripensa gli spazi di Palazzo Oneto in via Bandiera, contraddistinta per la sua elegante e disordinata tradizione. Il Palazzo costruito verso la fine del XVII, ha riaperto al pubblico in questa occasione, presentando non soltanto i propri tesori tante volte nascosti o oscurati, ma ha permesso di far convogliare l’asse del contemporaneo, elaborando un procedimento di repentino svelamento di strutture architettoniche e apparati decorativi unici.

Caudu e fridu, il caldo e il freddo, sono dunque l’incipit tratto da un graffito rinvenuto sulle pareti delle celle di Palazzo Chiaramonte Steri che tra il Seicento e la fine del Settecento ospitò il tribunale dell’Inquisizione. Il neon rosso di Bartolini, riapre una ferita e dà nuova vita ad una memoria, a quel grido di dolore e di aiuto che, però, nascosto veniva giustapposto con strumenti di fortuna sulle pareti del palazzo.

È la contrapposizione tra rumore e silenzio che fa restare attoniti, quel caos che viene desunto da un colore e da un suono, poi la ragnatela di luminarie che invade tutta la stanza adiacente e che permette al pubblico di entrarci dentro con tutte le difficoltà nel crearsi un percorso che però, girando in tondo, si sofferma e riflette su elementi imbrogliati e strutture decorative tradizionali. È un dialogo silenzioso, quello che si svela sotto ai nostri occhi. Le luminarie, tipiche della tradizione popolana e in particolare di quella Siciliana, assumono qui una decostruzione del loro stesso significato. Decontestualizzate e annullate della loro peculiare appariscenza e colorata festosa rappresentazione, qui creano non solo dei contrasti ma sono una filigrana fittissima che tenta di cancellare il caos, offrendosi silenziose al pubblico e quindi liberandosi della propria funzione attraverso l’atto stesso dello “spegnere”. Le luci si spengono e ciò che resta è un dialogo fitto e una contrapposizione di sensazioni e di visioni.

È dunque questa contrapposizione tra caldo e freddo, tra caos e silenzio, che diventa da affare pubblico e condivisibile, ad affare privato in cui l’animo umano trova fine alle proprie irrequietezze. Un ossimoro che invita a ripensare alla luce e alla parola detta o pensata, qualcosa che supera ogni apparenza e chi si trattiene inattesa e inosservata ai lati di un pensiero.

La mostra è realizzata con il supporto di Magazzino Arte Moderna Roma, Massimo De Carlo Milano, Londra, Hong Kong e per Palazzo Oneto si ringrazia Roberto Bilotti Ruggi D’Aragona.

 

 

 

Caudu e fridu

Fino al 15 settembre 2018

 

Palazzo Oneto di Sperlinga

Via Bandiera 24, Palermo

 

Ingresso libero

 

Peter Kim. Sull’orlo della forma

E’ in corso presso il Museo Carlo Bilotti di Villa Borghese, in anteprima assoluta per Roma, Sull’orlo della forma, la personale dell’artista Peter Kim (1967), visitabile fino al prossimo 4 novembre.

Kim, coreano di nascita ma attualmente residente a New York, si è formato in Asia e in Europa; le sue opere sono state esposte in tutto il mondo. Tema ricorrente della sua ricerca è un costante richiamo al soggetto tempo, alle interazioni tra passato e presente, al legame fra natura e cultura.

La mostra, curata da Maria Giovanna Musso e organizzata da Comediarting, focalizza il suo nucleo semiotico sull’archetipico del vaso, luogo-contenitore senza tempo che mantiene al suo interno la memoria del cosmo, che detiene l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande.

I lavori selezionati dalla curatrice infatti sono quelli in cui “l’artista si attarda ai bordi del reale, insistendo sui limiti della figura e sul vuoto che essa delinea, sull’orlo della forma dove si decide il senso e il destino delle cose”.

Vasi composti da trame di materiale, costruiti attraverso l’uso della linea, che viene scandita in maniera precisa e ritmica, quasi fosse strofa di un canto, fino a diventare vibrazione visiva e sonora che si espande nei gorghi spazio temporali, da usare come filtro e traduttore per la conoscenza del reale, intesa come espressione di forma e contenuto primigenie.

In mostra anche disegni e una serie di opere dove è il materiale ad essere determinante, come è evidente nelle matasse informi di fili colorati; il percorso espositivo è infine completato dalla proiezione di alcuni video, e da un’opera site-specific, che sarà installata sulla terrazza.

Correda l’esposizione un catalogo a cura di Maria Giovanna Musso, con testi suoi e di Vittoria Biasi.

 

 

photo by brian buckley for

 

Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese

Dal 22 giugno al 04 novembre 2018

Da martedì a venerdì ore 13.00 – 19.00

Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00

www.museocarlobilotti.it

 

Ripensare lo spazio attraverso il colore: Karen Rifas – Deceptive Construnctions

Lo spazio, che sia esso costruito o decostruito, rivela equilibri e stratificazioni che inducono il ricevente a farne esperienza irrazionale e tante volte ingenua che crea inosservate relazioni tra il corpo e ciò che lo circonda. Karen Rifas, artista originaria di Chicago e da oltre trent’anni conosciuta negli ambienti artistici di Miami, ha basato il suo lavoro pluri-trentennale sulla ricerca e la decostruzione dello spazio. Il The Bass, museo di arte contemporanea di Miami Beach, ha permesso a questa ricerca attenta e minuziosa di prendere vita in un’esposizione colorata e ragionata con l’obiettivo principale di rendere lo spettatore cosciente di uno spazio che esiste intorno a sé e che ha la capacità di mutare e modificarsi. Karen Rifas Deceptive Constructions, è il primo solo show dedicato all’artista dopo circa dieci anni e concentra un corpo di lavori tra i più recenti realizzati dall’artista, dal 2016 ad oggi.

La sala white cube del museo ha lasciato spazio ad un percorso intellettivo ed emozionale che racconta lo spazio e lo re-immagina attraverso forme tridimensionali e bidimensionali in cui il colore e la linea sviscerano forme inattese e interrogativi del quotidiano.

I lavori presentati, focalizzano l’attenzione sulle infinite possibilità del colore e su un’idea di spazialità che muta attraverso procedimenti di denaturalizzazione della materia, come già Piet Mondrian aveva intenso nel suo viaggio pittorico verso la decostruzione della forma individuando rapporti equivalenti tra forme e colori. Le opere dislocate sul pavimento o sviluppate su carte o su legno, si muovono tra due dimensioni quella della percezione oggettuale che per prima colpisce l’occhio e, successivamente, la percezione immaginata, suggerita che ci obbliga a mutare la nostra percezione dello spazio. Le opere, spesso interattive, aiutano dunque il corpo a porsi in relazione con una spazialità informale, ripensata attraverso figure geometriche surreali, ma allo stesso tempo che suggeriscono forme conosciute ai nostri sensi.

La mostra, a cura di Leilani Lynch, racconta dunque di un percorso oggettuale informale, un sentiero di colore che unisce e stratifica la ricerca dello spazio e della dimensione. Deceptive Constructions attraverso forme concettuali, dà vita a visioni contingenti in cui il corpo in primis ridefinisce la sua posizione all’interno o al di fuori di una struttura, rivalutando la condizione dell’essere e la sua fisicità in relazione allo spazio che lo circonda.

 

 

Karen Rifas. Deceptive Constructions

Fino al 21 ottobre 2018

Info: www.thebass.org

The Bass

2100 Collins Ave, Miami Beach

33139, Stati Uniti

 

Orari: dal mercoledì alla domenica, dalle ore 10.00 alle ore 17.00

Ingresso: $10, ragazzi e studenti $5, bambini under 12 gratis

 

 

 

Gabriel Hartley, Spoiled

La galleria Z2O Sara Zanin Gallery presenta la prima mostra personale di Gabriel Hartley, artista britannico che ha realizzato le opere esposte (dipinti, disegni e rilievi scultorei), durante il suo soggiorno come Abbey Fellow in Pittura presso la British School di Roma.

Il percorso espositivo è una sorta di collage della memoria dell’artista, che ci mostra, attraverso i suoi occhi e i suoi processi mentali di assimilazione, un universo di immagini, colori e sapori associati a cose viste, sperimentate e perfino assaggiate durante il suo soggiorno romano. Elementi della vita quotidiana o di un passato monumentale convergono in una serie di oggetti artistici o di espressioni cromatiche e materiche, che da un singolo dettaglio possono innescare nello spettatore processi legati alla memoria e al riconoscimento.

Il fulcro della sua indagine artistica è la ricerca del punto di rottura, che si spinge fino ad arrivare al concetto stesso di rovina. Nei dipinti questo avviene attraverso un processo di creazione dell’immagine che prevede l’utilizzo di una smerigliatrice angolare per intagliare la vernice, che comporta un paziente lavoro di scavo stratificato, il cui esito finale è quello di mostrarci un’immagine mobile che si sfoca progressivamente.

Nei rilievi invece, eseguiti utilizzando materiali di risulta delle imbottiture dei mobili, l’intento è quello di associarsi in linea di pensiero alle antiche spolia, ossia le sculture decorative di reimpiego utilizzate sulla maggior parte degli antichi edifici romani.

Il termine spolia è chiaramente un rimando al titolo della mostra, Spoiled, che unisce quindi in senso filologico la lingua latina a quella, contemporanea, parlata dall’autore. Inoltre si associa al concetto di rovina, sia essa materiale o intellettuale; il termine prevede la doppia valenza (latina/inglese) anche per quanto riguarda il concetto di spoliazione, di appropriazione (in inglese bottino di guerra si dice infatti spoils), che, se analizzato in maniera trasversale e in senso chiaramente anti-predatorio, può essere visto come l’assorbimento da parte dell’artista di una serie di “bolle di pensiero” come lui stesso le chiama (ovvero frammenti di storia che fluttuano liberamente), che appartengono a una città che lo ha ospitato mentre portava avanti la sua ricerca, di cui questa mostra è il tracciato finale.

 

Z2O Sara Zanin Gallery

Vicolo della Vetrina, 32

Dal 6 Giugno al 31 Luglio 2018

www.z2ogalleria.it

 

 

 

Dolomiti. Il cuore di pietra del mondo

Dal settembre del 2009 le Dolomiti sono entrate a far parte del Patrimonio dell’Umanità, in virtù della loro monumentale bellezza ed unicità.

Dolomiti. Il cuore di pietra del mondo è la terza tappa della mostra che, dopo le sedi di Praga e di Zagabria, approda nelle sale del Palazzo delle Esposizioni di Roma; circa quaranta scatti, eseguiti dal fotografo del National Geographic Georg Tappeiner, originario di Merano, allestite all’interno degli spazi della Sala Fontana. Da profondo conoscitore nonché abitante di queste splendide montagne, Tappeiner riesce a renderne tutta la magia e la potenza in questi scatti degni della migliore tradizione dei fotoreporter del mondo della natura del passato.

Splendide panoramiche, scorci di luce e pietra immortalati con perizia e poesia dal fotografo compongono un affresco naturale di grande impatto e fascino, oltre a sottolinearne il grandissimo potenziale a livello scientifico e geologico.

Completano la mostra una serie di supporti informativi della Fondazione Dolomiti UNESCO, tra i quali ricordiamo il documentario tratto dal reportage realizzato da Piero Badaloni con Fausta Slanzi, il cui tema è l’influenza e il fascino esercitati dalle Dolomiti su tutta una serie di artisti, musicisti e scrittori.

 

 

Palazzo delle Esposizioni

Via Nazionale, 194

Dal 20 giugno al 2 settembre 2018

www.palazzoesposizioni.it