Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Vedeteci un po’ quello che volete o quello che vi serve

Non sono qui per presentarvi la solita e banale intervista ad un artista; qui sotto riporto quelle che
sono emozioni e percorsi di vita di Andrea Milia. Ho conosciuto questo artista a Paratissima
Cagliari nel 2018, io facevo parte dello staff tecnico, lui esponeva l’opera che poi l’avrebbe fatto
salire sul palco come vincitore. Un uomo alto che trasportava delle opere davvero pesanti, in
pietra; e ricordo la fatica che fece per fissarle al muro…faceva molto caldo in quel di agosto a
Cagliari.
Pirandello diceva uno, nessuno e centomila; e si perché nella vita siamo tante persone e per
ognuna siamo qualcuno di diverso, ma poi ti imbatti in qualcuno che di te conosce già la storia o
che almeno prova a indirizzarti in quella che sarà la tua strada…visionari, sognatori? No, sono
solo persone che credono in te!.
Qui Andrea ci racconta la sua arte:

Come è nato l’amore per l’arte?
Ricordo che quando ero alle medie il professore di disegno aveva consigliato di mandarmi al liceo
artistico; ma si sa, i genitori poi hanno le loro convinzioni… e così finii iscritto allo scientifico.
“Rido… fu impossibile per me trattenere la risata”
Comunque in famiglia già da piccolo ero “quello che sapeva disegnare”. Non vado a vantare chissà
quale talento innato, insomma non è che fossi un’ enfant prodige; diciamo che avevo una buona
predisposizione. Quello che penso di avere sempre avuto è la voglia di creare, di emergere con
qualcosa che fosse fatto da me. Ci ho provato con la musica e qualche piccola soddisfazione l’ho
avuta; anche se non mi considero un musicista di talento posso dire di essere un discreto paroliere.
Io ho sempre voluto fare l’artista, più che altro non capivo in che modo.

Che tipo di materiale utilizza per le sue opere?
Un giorno, lo ricordo come fosse ieri, ero al secondo anno di accademia, il mio professore di pittura
arrivò a scuola con una sua scultura avvolta in un pezzo di un vecchio tappeto sardo; la svolse e
buttò il tappeto in un angolo. Io gli chiesi se gli serviva; lui mi disse “no”, che se volevo potevo
prenderlo. Presi il tappeto e lo decorai, mi sembra con una specie di danza; Enzo, il professore, mi
guardò e disse: “tu non lo sai ma hai appena fatto quello che farai per tutta la vita”. Penso che in
quell’occasione si sia formato il mio embrione d’artista. Avevo trovato la mia strada, anche se ci
avrei comunque messo del tempo ad affinarla. Dipingere su supporti già decorati, già popolari. Ho
dipinto su tappeti, sulle tende del balcone, su stoffe e su sky, finché alla fine sono arrivato alle
tovaglie cerate ed è nato il concetto delle “Tiallas”, che in sardo vuol dire appunto tovaglie.
Poi c’è l’altro mio amore: la pietra. Oltre che “pittore di tovaglie” sono anche “incisore di granito”.
Con la pietra è stato amore al primo tocco; e tocco dopo tocco quella che era una bella amicizia è
diventata anche una fantastica collaborazione. Devo molto agli amici della GRA. MAR. che per
anni mi hanno fornito le pietre permettendomi di affinare le tecniche e la fantasia su questo
bellissimo materiale. Una delle cose su cui lavoriamo da anni sono i quadri di pietra; uno dei miei
sogni è di presentare una mostra di quadri alla fiera del marmo, in un ambiente dove quando si parla
di arte immancabilmente si va a pensare alla scultura.

Arazzi come è nata?
Non per caso, niente nasce per caso. Ogni cosa ha una storia e ogni storia comincia da prima di
quando noi iniziamo a raccontarla. Tanto per capirci l’idea di disegnare degli arazzi piuttosto che un
altro qualsiasi soggetto nasce da un articolo che ho letto forse online, non ricordo. Parlava del fatto
che la tradizione dell’arazzo in Sardegna sta andando via via perdendosi nel tempo, che le ragazze
moderne non sono più interessate a impararne le tecniche, che l’arazzo sembra destinato a diventare
un concetto da museo dell’artigianato. Allora ho pensato di disegnare arazzi per poter parlare di
quest’argomento, per portare l’attenzione su questo discorso, per parlare della mia terra e difenderne
le tradizioni. Ma non credo si riduca a questo. Un artista non fa politica, l’artista è egoista, nelle sue
opere parla di se. L’artista è introspettivo. Io sono sempre stato affascinato dalle trame. La casa di
fianco alla mia era ornata da un grande ago che pareva cucirne il tetto, solo dopo anni ho scoperto
che quell’ago che con gli amici cercavamo di colpire col pallone era un opera di Maria Lai; solo
dopo che già conoscevo e apprezzavo il lavoro di Maria ho scoperto di essere cresciuto sotto una
sua opera. Forse in realtà gli arazzi nascono da quell’ago.

Come è venuto fuori l’artista che c’è in lei? Qualcuno ha scoperto
il suo talento o si è fatto lei promotore di se stesso?
C’è sempre qualcuno che ti dice che sei bravo; va bene avere la testa dura ma se non ti fanno un
complimento magari è meglio cambiare strada. I complimenti, o meglio, le critiche , sia positive che
negative sono il sale e il miele per l’artista. Io ne ho avuti anche tanti di complimenti, ma più che
altro le persone mi facevano notare che avevo delle idee particolari. Mia madre in primis era sempre
affascinata dai miei lavori, anche se da madre temeva per il mio futuro e non riusciva a essere
totalmente incoraggiante verso una strada così incerta. Il successo è un po’ come le disgrazie, si
pensa che possano capitare solo agli altri.
C’è però una persona che non ringrazierò mai abbastanza, una professoressa di disegno che era
venuta a farci supplenza al liceo; il nostro professore si era assentato per un lungo periodo e Giulia
ci fece supplenza praticamente per tutto l’anno; fu lei a convincermi che dovevo fare l’accademia.
Così una volta diplomato mi sono iscritto in lettere, ma solo per seguire i corsi di storia dell’arte e
nel frattempo andavo all’artistico come visitatore nella classe di Giulia, che nel frattempo aveva
avuto la cattedra, per colmare le lacune che avevo nelle tecniche del disegno.
Non posso poi non citare la mitica Brunetta, che molti conoscono a Cagliari perché proprietaria di
una galleria che aveva sede a Pula nei mesi estivi e a Cagliari, nel quartiere di castello, in quelli
invernali. Brunetta è stata la prima a esporre le mie opere, a comprarmele e venderle, mi vuole bene
come un figlio e ha creduto in me dalla prima volta che ha visto i miei quadri.
Comunque penso di non dover niente a nessuno, quello che faccio è quello che devo fare. E’ quello
che il mondo mi ha messo a disposizione e io cerco di farne il miglior uso possibile.

Che messaggio vuole lanciare con le sue opere?
Non cerco di lanciare un messaggio. Non salverò ne il mondo ne l’arte con le mie opere, semmai
sarà il contrario. Ho sempre visto con terrore l’ipotesi di fare altro, di stare alle dipendenze, di avere
orari imposti. Per me creare è viscerale. Fare l’artista è un lavoro a tempo pieno, lo fai anche quando
dormi. Penso che creare sia importantissimo, il mondo ha sempre bisogno di andare avanti, di
evolvere; c’è bisogno di innovazione. L’arte è l’antiruggine della storia. E molto spesso è capitato
che il peso di un artista si sia sentito a molti anni di distanza dal suo operato, quindi penso che si
debba creare senza porsi troppe domande. L’artista è solo uno che ha il dono della creazione; e
come noi abbiamo il libero arbitrio penso che un’opera debba essere lasciata libera di trasmettere.
Per questo l’arte va esposta, deve essere mostrata, le risposte sono negli occhi di chi guarda; perché
l’arte non da risposte, pone domande.

L’arte serve per comunicare?
Questa domanda è più complessa di quanto non sembri. Non è che l’arte serve per comunicare, è
che l’arte comunica. Quando un artista crea un’opera questa poi vive di vita propria. L’artista può
anche pensare di comunicare qualcosa, e non è detto che non ci riesca, ma l’opera potrebbe avere
molto altro da dire. Ogni persona che guarda quell’opera guarda un opera diversa. Se noi siamo uno,
nessuno, centomila, un’opera d’arte dovrebbe essere uno, nessuno, centomilioni o centomiliardi.
Penso sia più adatto il termine “trasmettere”; l’arte trasmette un sacco di cose: se vuoi comunicare
basta scrivere una lettera, per trasmettere devi scrivere un romanzo.

Si può vivere di sola arte?
Certo che si può, basta che te la comprino. A parte gli scherzi non è facile. Avere la garanzia di
vendere le opere sarebbe una gran cosa, comunque al momento ho smesso di cercare secondi lavori,
ho aperto uno studio e cerco di tirare la carretta spaziando in tanti campi, dall’oggettistica all’edilizia;
faccio anche i biglietti d’auguri e costruisco cornici, tutto sempre col mio stile.
Vivere di sola arte è come vivere di sola musica, o di solo sport; non è per tutti. Non basta essere
bravi, si sa, nella vita ci vuole anche altro. Però si può vivere del proprio talento e della propria
fantasia, bisogna capire come renderli utili e, soprattutto, accessibili agli altri.

Esiste una sua opera che le ha dato particolarmente orgoglio
esponendola nelle varie mostre cui ha partecipato?
Sicuramente “Iostu”, il primo arazzo di pietra. Anzi, bugia, il secondo; il primo l’ho venduto. E’
l’opera che ho mandato lo scorso anno per la selezione di “Paratissima Cagliari”. Mi piacciono le
mie opere e credo nella mia ricerca ma cerco sempre di guardarle con debita distanza per non
esaltarmi troppo; ho imparato per esperienza che le aspettative sono come il manico del coltello e le
delusioni sono come lame, ma una lama senza il manico può fare meno danni. Comunque dalla
direzione mi mandano una mail informandomi che la direttrice artistica dell’evento, Simonetta
Pavanello, ha apprezzato l’opera già dalla foto, prima ancora di averla vista dal vivo, tanto da
chiedermi se ne avevo altre della stessa serie. Come dissi loro non ne avevo, ma avevo già in mente
un progetto sugli arazzi, quindi dissi che le potevo creare. In un mese ho creato altri cinque arazzi,
per un totale di sei, con cui ho al fine partecipato a Paratissima e che mi hanno fatto vincere uno dei
premi N.I.C.E. permettendomi così di esporre a Paratissima Torino, che si è poi rivelata una
fantastica esperienza.

Dove vorrebbe veder esposte le sue opere?
Dove vorresti veder correre un cavallo? Un cavallo al galoppo è sempre bello da vedere. Le vorrei
vedere dovunque le mie opere: nelle case, nelle piazze, sulle mura dei palazzi, nei ristoranti, nei
musei; non sta a me decidere, non son contro o a favore di nulla. Quando qualcuno compra un’opera
conclude un percorso che parte dalla creazione di questa; da quel momento l’opera fa parte del
mondo e seguirà la sua strada. Se vai a Barcellona puoi pagare l’ingresso al museo di Picasso ma
puoi anche fermarti per strada e sederti su una panchina che è un’opera di Gaudì. Questo somiglia
molto al mondo che vorrei; lo vorrei solo con un po più di opere mie.

Artisti del passato…si ispira a qualcuno?
Uno dei consigli migliori che ho ricevuto in vita e che non dimenticherò mai è stato: “se vuoi fare
l’artista non copiare mai niente, ma ruba tutto”. L’artista è un ladro sopraffino, ruba idee, stile,
concetti; nulla si crea dal nulla. Facciamo parte di una storia antica, siamo l’ultima maglia di una
trama eterna e per capire chi sei devi capire da dove vieni. Io vengo sicuramente da una pittura
decorativa e se devo dirne uno è sicuramente Matisse. Su Matisse doveva essere la mia tesi in
pittura, che poi fu “spostata” in pedagogia. Da Matisse ho “rubato” le prime figure di quello che poi
si sarebbe sviluppato in un mio stile personale. Matisse è stato il mio Big Bang. E poi Picasso, Van
Gogh, Dalì, Maria Lai, i quadri dell’epoca bizantina, le decorazioni messicane, sarde, greche; i
fumetti di Pazienza e quelli di Bunker, Charlie Brown e quel gran genio di Walt Disney. Oggi mi
ispiro a tutto e a niente; sono tutti ingredienti del mio minestrone che intanto girano in pentola, fino
a quando io stesso sarò diventato un ingrediente del minestrone di qualcun’ altro.

Dietro un grande artista c’è sempre dietro….?
Un vuoto, qualcosa da colmare. La grande arte è sempre introspettiva e per poter andare così a
fondo ci deve essere terreno da scavare. Le nostre esperienze, le nostre emozioni, sono come gli
strati della terra; l’artista e pari a uno che scava un tunnel con un cucchiaio, come Andy Dufresne
che finisce in un tunnel di merda per poi uscirne pulito. L’arte non è psicologia ma sull’arte si fa
psicologia. La media della gente o convive con i propri fantasmi o li fa analizzare o magari li
affronta. L’artista gli crea un mare dove possono nuotare liberamente confondendosi con tutte le
altre cose della vita come fossero pesci. Dietro ogni artista c’è più di un vuoto, c’è il suo e quello di
tutti gli altri; perché il compito dell’artista è quello di dare forma alle cose, a quelle fisiche e a quelle
della mente, al buio e alla luce. Piero Della Francesca cercava di dipingere la luce ma il più
moderno dei pittori antichi resta Caravaggio che cercava di dipingere il buio e la polvere. Il pittore
dipinge quello che vede, l’artista cerca di dipingere ciò che non riesce a vedere. Un’opera d’arte non
è mai solo quello che rappresenta.

Ringrazio Andrea per la sua immensa disponibilità e voglia di farsi conoscere; di aver condiviso con
noi episodi di vita e averci fatto sorridere.

A quell’eterno ragazzo
che capì l’arte prima ancora di capire se stesso
che rubò, ma senza mai copiare
che le tradizioni sono tradizioni e vanno portate avanti
che i classici insegnano ma il progresso è avanti
che ascoltò,che ricorda e ringrazia tutti coloro hanno creduto in lui.
Buona Fortuna.

Trovate l’Artista dal 16 al 28 febbraio in mostra a Bologna presso la galleria Wikiarte in via San
Felice 18, la mostra si chiama “OLTRE”.
Al momento ho 18 quadri in esposizione presso il ristorante ADA in San Sperate (CA), la mostra si
chiama immancabilmente “TIALLAS” e sarà visibile sino a tutto febbraio

Paolo Picozza. Cavalcare lo spazio

L’Accademia di Belle Arti di Roma ospita fino al prossimo 13 febbraio, all’interno della Sala Colleoni, la mostra Cavalcare lo spazio, dedicata alle opere di Paolo Picozza.

L’esposizione è il risultato di un lavoro di squadra che ha visto la collaborazione tra gli studenti dell’Accademia e l’Associazione Paolo Picozza, rappresentata dalla sorella dell’artista, Maria Pia. Il progetto espositivo ruota intorno alla produzione realizzata nella sua ultima fase di vita: si tratta di nove grandi tele e otto opere su carta, selezionate da 13 studenti del corso di Allestimento Spazi Espositivi della docente Giuliana Stella, durante un workshop condotto da Jonathan Turner. I giovani si sono occupati dell’intero processo, dall’allestimento delle opere alla realizzazione della grafica e del materiale promozionale, oltre che del catalogo che verrà pubblicato al termine della mostra. Tutto ciò ha offerto la possibilità di creare una grande sinergia tra il lavoro di Picozza, ex studente dell’Accademia, e le nuove leve che si approcciano al mondo dell’arte nella stessa sede.

L’artista (1970-2010), originario di Latina, inizia a realizzare le prime personali dal 1994 (suo ultimo anno del corso di Pittura), presso la Galleria romana Al Ferro di Cavallo e alla Kunsthaus Tacheles di Berlino, per poi proseguire con una serie di mostre internazionali. La sua ascesa viene purtroppo interrotta dalla morte improvvisa avvenuta nel 2010; tra anni dopo il MACRO di Roma gli dedica una retrospettiva a cura di Achille Bonito Oliva.

Nel 2017 l’Accademia di Belle Arti gli rende omaggio a sua volta con la creazione del Premio Paolo Picozza, la cui prima edizione è stata vinta dalla studentessa Claudia Roma. E’ infatti il suo lavoro intitolato Viandante a chiudere il percorso espositivo di questa mostra; si tratta di un’opera grafica su carta che riporta i cambiamenti di luminosità studiati dalla giovane nell’arco di 24 giorni, fino alla loro trasformazione finale in paesaggio ghiacciato. Uno studio della luce che si pone coerentemente in linea con i lavoro di Picozza, che prediligeva soggetti legati al paesaggio, sia naturale che urbano. I suoi quadri erano realizzati con materiali sintetici, industriali, come il bitume o gli smalti, applicati sulla tela tramite una gestualità forte ed espressiva, per larghe campiture orizzontali. Tonalità scure, come il grigio e il marrone, dialogano con bianchi accecanti di neve e neri scuri di profondità, illuminati da fiamme di rosso, in una poesia della terra e delle sue innumerevoli sfumature e manifestazioni.

Accademia di Belle Arti di Roma, Sala Colleoni
Via di Ripetta, 222 – Roma
dal lunedì al sabato dalle 10:00 alle 18:00
ingresso gratuito

Il fantino perduto. René Magritte, un pittore di idee

René Magritte (1898 – 1967) è stato uno dei più importanti esponenti del Surrealismo. Quale fu l’opera ritenuta dallo stesso artista come la sua prima surrealista? Quali caratteristiche possedeva per essere definita come tale?

Il primo quadro a essere considerato surrealista dallo stesso Magritte si intitola Il fantino perduto, del 1926. Per poter definire l’opera come tale bisogna tenere in considerazione che Magritte fu prima di tutto un pittore di idee, ovvero di pensieri visibili agli altri uomini, non un pittore di materie, tanto che non fu amante né dell’astrazione lirica né di quella espressionista. In virtù di ciò è possibile affermare che più che dipingere egli amasse pensare per immagini.

I soggetti dell’arte di Magritte sono facilmente riconoscibili, infatti si distinguono chiaramente oggetti, vedute, animali ed esseri umani. Ma con quali caratteristiche sono stati presentati agli occhi dello spettatore? A dominare è il contrasto, che nel caso degli oggetti riguarda le proprietà di questi ultimi, infatti nel mondo reale è impossibile che una pietra possa essere leggera e spiccare il volo, come invece accade nelle tele dell’artista, così come non è possibile, in riferimento all’opera Il fantino perduto, che da un birillo musicale, che nella realtà non esiste, possano crescere dei rami spogli.

Il contrasto induce chi si trova di fronte al dipinto a riflettere sul fatto che la pittura può andare oltre le leggi della fisica e della comune percezione, la pittura dispone così a suo piacimento delle apparenze, adottando un principio di irrealtà.

Joint is Out of Time

Inaugura il 21 gennaio 2019 presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea la mostra Joint is Out of Time, a cura di Saretto Cincinelli e Bettina Della Casa, esposizione che si inserisce all’interno dell’allestimento permanente della collezione museale, arricchendolo con le opere di 7 artisti contemporanei dal respiro internazionale.

Si tratta di Elena Damiani (Lima, 1979), Fernanda Fragateiro (Montijo, Portogallo, 1962), Francesco Gennari (Pesaro, 1973), Roni Horn (New York,1955), Giulio Paolini (Genova, 1940), Davide Rivalta (Bologna, 1974) e Jan Vercruysse (Ostenda, 1948 –Bruges, 2018). Il loro lavoro dialoga in maniera attiva con la collezione: basti pensare ai cinque nuovi leoni bronzei di Davide Rivalta, posizionati sulla scalinata esterna del museo, diventati ormai presenza integrante dell’habitat urbano circostante, o ai lavori site specific eseguiti da Elena Damiani e Fernanda Fragateiro; interessante l’intervento di Giulio Paolini, che presenta un’opera concepita espressamente per uno degli spazi di ingresso del museo oltre al riallestimento di due suoi lavori esposti sempre in questa sede nel 1988.

Time is out of joint: era l’ottobre del 2016 quando Cristiana Collu, allora nuova direttrice del museo, proponeva un progetto di allestimento del tutto inedito, che, mettendo da parte la tradizionale divisione delle sale per cronologia temporale o stilistica, aveva dato spazio alla commistione e al confronto tra artisti molto lontani tra loro per modi e tempi, giocando attraverso una serie di associazioni visive ed intuitive che invitavano lo spettatore a partecipare ad un’esperienza non tanto didattica quanto originale e stimolante, capace di rimanere impressa nella memoria dopo la visita.

Joint is out of time è il titolo della nuova mostra; un’inversione di parole per due progetti diversi ma paralleli, volti a dare voce ad artisti contemporanei ponendoli però sempre in stretto dialogo con grandi nomi della storia dell’arte.

Per l’occasione sono state organizzate diverse iniziative: un progetto di mediazione culturale in collaborazione con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma, che condurranno delle visite guidate all’interno degli spazi espositivi per tutta la durata della mostra, e una convenzione con la Fondazione Bioparco di Roma,dove sarà possibile usufruire di un biglietto ridotto nelle giornate del 26-27 gennaio previa presentazione del biglietto d’ingresso della Galleria Nazionale.

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
Via delle Belle Arti 131 – Roma
Dal 22 gennaio al 2 giugno 2019-01-19
Dal martedì alla domenica 8.30-19.30
www.lagallerianazionale.com

Figlia del Mondo, ma con cuore giapponese

Nella vita potrai vivere ovunque, chiamare casa posti che non avresti mai pensato; ma alla fine la vera casa dove abiterà il tuo cuore sarà sempre una: la tua terra d’origine. Così ha fatto Asako Hishiki, artista giapponese ma di adozione Italiana. Trasferitasi a Bologna all’età di 23 anni, questa giovane artista conquista il pubblico con le sue opere che richiamano l’oriente. Quell’oriente fiabesco che trasmette la calma, la riflessine e l’amore per la natura circostante. Abbiamo il piacere di intervistarla e conoscere un po’ meglio la sua persona.

Cosa raccontano le tue opere?
«Nelle mie opere sono sempre presenti soggetti della natura: acqua, alberi e uccelli. Sono cresciuta vicino a dei laghi e da piccola mi piaceva molto andare ad ammirare quella magnificenza, quel tripudio di colori che regalava i passare delle stagioni; in Giappone il cambiamento stagionale avviene in modo molto graduale. I colori si mescolano l’un l’altro e danno vita a sfumature meravigliose, forse così è nato il mio amore per il colore e di conseguenza per l’arte.»

A chi sono rivolte le tue opere?
«Le mie opere sono rivolte a chi vuole evadere. Evadere dalla quotidianità… staccare per un momento la spina, rilassarsi e non dover pensare a nulla.»

Lavori sempre nello stesso posto fisico?
«Si. Lavoro sempre nel mio studio, ora a Monza, mi piace stare tranquilla. Ad aprile, però, andrò a fare una residenza artistica a Reggio Emilia; sono molto curiosa e non so cosa aspettarmi da questa nuova esperienza, sono molto impaziente.»

C’è un legame tra le tue opere e la tua terra natia?
«In realtà no. Tutti mi dicono che le mie opere fanno sentire molto l’oriente, l’arte giapponese; ma io non l’ho mai studiata. Non so il perché di questo, a mio parere ho sempre seguito, e continuo a farlo, l’arte occidentale. Avrò assorbito l’arte Giapponese senza essermi resa conto di ciò. Ogni parere del pubblico per me è sempre una nuova sorpresa»

Si può vivere facendo arte?
«È difficile vivere solo facendo mostre e vendendo le tue opere. Io evado un po’, ma cerco sempre qualcosa che sia collegato all’arte»

Che altro lavoro avresti voluto fare se non l’artista?
«Se non fossi diventata un’artista che è la mia più grande soddisfazione, avrei voluto fare l’archeologa. L’antico mi affascina e scoprire ciò che si cela dietro l’arte mi attira molto»

Chi è il tuo artista preferito?
«Shiko Munakana 棟方志功(1907-1975) è una grande artista e incisore della xilografia giapponese. Ho voluto lavorale con la tecnica Xilografia giapponese perché mi hanno fatto affascinato molto i simboli creati col legno e stampati sulla carta giapponese.»

E un artista che ti ha ispirato chi è?
«Claudio Parmiggiani. Da lui ho preso molta ispirazione; le sue opere raccontano di antiche memorie e lunghi silenzi.»

Leggerezza, dovremmo prendere la vita con più leggerezza, come gli uccelli rappresentati nelle opere di Asako… che forse mirano al Giappone.
Con il miglior augurio per tutto Asako.

SEMIdei: il seme dell’arte germoglia a Roma

“Dove la natura non sparge il seme, invano ha arato l’arte”, recita il proverbio. E la curatrice e gli artisti protagonisti della mostra SEMIdei, che inaugurerà il prossimo 22 gennaio alla Galleria Il Laboratorio di Roma, sembrano averlo preso alla lettera.

La mostra è incentrata infatti proprio sul tema dei semi: elementi piccoli e all’apparenza insignificanti, ma portatori di un’enorme forza creatrice. Agenti di vita e rigenerazione, capaci di contenere in sé passato e futuro allo stesso tempo. E come scrive la curatrice Roberta Melasecca nel testo di accompagnamento alla mostra “i semi non sono solo quelli materiali, ma le radici da cui traggono origine le capacità umane di indagare, pensare ed esperire, quelle capacità di relazioni e connessioni che generano comunità e diventano i presupposti di speranze concrete, quelle capacità che ci avvicinano al divino e all’universo che è in noi”.
Gli artisti in mostra, Alberta Piazza e Sergio Vecia, hanno elaborato il tema secondo il proprio stile e le proprie attitudini creative, fotografando o trasportando direttamente all’interno dell’opera una grande varietà di semi.

Le opere esposte da Alberta Piazza – artista veneziana che vive e lavora tra Roma e l’Umbria – sono dipinti fortemente materici, la cui tridimensionalità è data soprattutto dall’applicazione di elementi naturali direttamente sul supporto (all’interno di grandi campiture di colori evocativi, che richiamano la terra e la natura incontaminata). Sono opere che contengono in sé qualcosa di primordiale, un senso di profondo contatto con la natura, e sembrano quasi frutto di una qualche cerimonia magica o rito sciamanico.

Sergio Vecia – artista e fotoreporter romano – fotografa invece elementi naturali che, isolati dal loro contesto, appaiono come forme di vita o oggetti provenienti da un altro pianeta. Semplici semi si trasformano attraverso il suo obiettivo in mitologici mostri marini, strane galassie e astronavi o curiosi animali mai visti prima, ricordando il divertente Herbarium del catalano Joan Fontcuberta e ponendosi quasi come una versione aggiornata del celeberrimo Urformen der Kunst di Karl Blossfeldt.

SEMIdei è il primo “raccolto” del 2019 del progetto Interno 14 Next, non ci resta che attendere per sapere cos’altro semineranno.

SEMIdei/ Alberta Piazza e Sergio Vecia
Dal 22 al 27 gennaio 2019
Inaugurazione 22 gennaio 2019 ore 17.00
Galleria Il Laboratorio
Via del Moro 49 – Roma

L’arte di smuovere l’anima

Sempre più spesso ci si imbatte nelle sue scritte, nelle sue opere che danno vita a quei muri spogli. Il più delle volte si incontrano nelle strade a scorrimento veloce, nelle scuole o vicino ai monumenti simbolo delle maggiori città. Spunti, riflessioni, emozioni, speranza, positività; sono tante le emozioni che questo tipo di street art trasmette. Autore di queste opere è lui: Manu Invisible.

Nato a Cagliari, la sua identità è un mistero. Sono poche le persone che possono dire di averlo visto all’opera, poiché il più delle volte lavora la notte. Maschera sul viso, quasi a voler separare la vita da artista da quella privata.Oggi abbiamo il piacere di intervistarlo e conoscere un po’ meglio quello che la sua maschera nera cela.

Cosa ti ha spinto a fare arte?
«Inizialmente pura passione, poi sacrificio, tempo ed esperienza. È diventato poi un lavoro, faticoso come qualsiasi lavoro.»

Le tue opere sono rivolte ad un pubblico ben preciso?
«Le mie opere toccano i più deboli, ma anche i più forti che hanno un briciolo di debolezza. Essendo ubicate in strade a scorrimento veloce vengono viste da chiunque, dal camionista al bambino che si affaccia dal finestrino e questo per me è un’immensa gratificazione, significa che la mia arte comunica a uno spettro molto ampio di persone ed è quello che mi interessa maggiormente.»

C’è un legame tra le tue opere e il luogo in cui sei nato?
«La Sardegna, la mia terra natia, è tutt’ora un legame molto forte; sono molto fiero di esserne la figura di riferimento nel mondo.»

Gli domando e chiedo se nella vita avesse potuto fare altro se non l’artista.
«Assolutamente no! Ho sempre voluto fare arte, l’ho sempre pensato molto testardamente, anche quando attorno avevo solo persone che dicevano fosse una cosa impossibile.»

Hai una tua opera personale preferita? In quale città si trova?
«Ne ho molte, le esperienze internazionali: Francia, Londra, Bratislava, sono state esperienze e di conseguenza opere di cui ho un legame molto forte.»

Ritroviamo la tua arte in varie città, ma c’è una particolare città cui vorresti lasciare la tua firma?
«Vorrei e probabilmente ci riuscirò nel 2019: Africa, America ed Australia.»

C’è un messaggio che vuoi trasmettere con le tue opere?
«Le opere che realizzo partono tutte da parole positive, quelle che non lo sono mandano sempre dei messaggi costruttivi e positivi, sopratutto per la società e i più giovani. In una società dove i valori sono solo un lontano miraggio.»

Immediatezza, fruibilità e colori: questa è la street art. Arte del vivere quotidiano che abbraccia tutte le età.

Jackson Pollock. Come si è giunti al successo di Stenographic Figure

New York, primavera del 1943. Ci troviamo alla galleria Art of This Century di fronte a un’opera intitolata Stenographic Figure, un dipinto scelto da Peggy Guggenheim, una creazione che è stata celebrata dall’olandese Piet Mondrian come «l’opera più interessante vista in America». Ma chi è l’autore che sembra aver amalgamato Picasso e Mirò, che ha riscosso un notevole successo fra buona parte della critica? Si tratta di Jackson Pollock (1912 – 1956), l’uomo che poi sarà ribattezzato come Padre dell’Action Painting, artista americano fra i più importanti del XX secolo.

Cosa può aver influenzato Pollock fino a farlo diventare il grande artista che tutti conosciamo e che quella primavera del ’43, con Stenographic Figure, ha incantato i critici? Come è stato possibile che tutte quelle tele prodotte da questo umile uomo siano diventate delle arene d’azione simili a quelle in cui combattevano gli antichi gladiatori glorificati dal clamore del popolo?

Indubbiamente, ad aver influito sulla personalità dell’artista, fin da quando era solo un bambino, troviamo la madre, Stella. Pollock crebbe all’interno di una famiglia matriarcale, ove la donna a capo della famiglia risultò essere oppressiva, esigente e molto protettiva verso figli, in particolar modo nei confronti di Jackson, l’ultimo della famiglia. L’atteggiamento nevrotico della madre venne riversato dall’artista in molti dipinti, manifestando così la propria personalità frustrata, con un carattere volubile, introverso e caratterizzato da attacchi di collera.

Durante il periodo della prima adolescenza osserviamo come l’infatuazione per le dottrine di Jiddu Krishnamurti, mistico indù secondo il quale la scoperta e la coscienza di sé fossero il mezzo per il raggiungimento della felicità, abbiano profondamente colpito la sensibilità di Pollock; da questo momento egli sceglie l’arte come la via adatta per condurlo a scoprire sé stesso.

Dovranno passare ancora alcuni anni affinché l’arte di Pollock possa sbocciare veramente. Alla fine degli anni ’30, in seguito al ricovero per problemi legati all’alcool, l’artista cominciò a riempire quaderni con disegni e schizzi aventi uno sfondo psicosessuale. In questo modo finalmente Pollock riuscì a mettere in luce la propria personalità disgregata e lo fece approcciandosi all’arte surrealista e astratta. Per continuare a ricomporre i pezzi della sua vita Pollock si affidò a uno psicanalista junghiano, il quale riuscì a convincere l’artista che il mezzo migliore per esprimere le paure dell’inconscio fosse proprio l’arte, in particolar modo lo esorta a esprimerle con una serie di disegni surrealisti. Ciò rappresentò un successo nella vita di Pollock in quanto quei disegni catturarono l’attenzione di John Graham, uno dei sovrintendenti del Metropolitan Museum of Art, che non solo amava l’arte primitiva ma riteneva che le creazioni di Pollock fossero la rivelazione di una incredibile sintonia tra verità mistiche, e non, e la realtà terrena.

Fu proprio John Graham, nel 1941, a presentare Pollock a Lee Krasner, sua futura moglie, ma soprattutto colei che riuscì a fargli ottenere un certo rilievo nell’universo artistico e culturale di New York, ove nel 1943 incontrò Peggy Guggenheim, la collezionista che volle proprio Stenographic Figure per l’apertura della galleria Art of This Century e che allestì la prima personale di Pollock nel novembre del ’43. La critica impazzì per Pollock, tanto che nel New York Times venne scritto che l’artista possedeva un talento vulcanico.

Ennio Calabria. Verso il tempo dell’essere. Opere 1958-2018

Le sale di Palazzo Cipolla ospiteranno, fino al prossimo 27 gennaio, una grande mostra antologica dedicata all’artista Ennio Calabria, promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale e realizzata da POEMA, in collaborazione con l’Archivio Calabria e con Civita Mostre.

Ennio Calabria. Verso il tempo dell’essere. Opere 1958-2018, a cura di Gabriele Simongini, include circa 80 opere che ripercorrono l’intera parabola creativa di questo pittore, che esordì nel 1958 presso la Galleria La Feluca di Roma, nonché alcune sue creazioni inedite realizzate proprio per questo evento. Il percorso espositivo presenta inoltre vari documentari e filmati a lui dedicati, come il videoclip realizzato da Raffaele Simongini, nel quale sarà l’artista stesso a presentarsi e ad accogliere i visitatori del museo.

Ennio Calabria ritiene che la sua pittura oggi si deve porre come qualcosa che si sente, non come qualcosa che si capisce. La sua produzione, sin dalle prime opere, si può decisamente definire come una pittura di storia, tesa a interpretare le trasformazioni e i passaggi che hanno interessato l’umanità in quest’ultima metà del secolo, rivelando spesso, attraverso le immagini e i colori scelti dall’artista, una visione quasi profetica.

L’artista romano è infatti da sempre testimone lucido e cosciente dei mutamenti attraversati dalla nostra società, il cui sviluppo spesso non coincide con quello che si ritiene il progresso in senso letterale, ma che anzi al contrario diventa in più occasioni evidenza tangibile di una regressione morale e sociale dell’individuo, sia che esso agisca come singolo che come gruppo.

Tra le opere più note che sarà possibile ammirare ricordiamo La città che scende del 1963 e i Funerali di Togliatti del 1965, oltre che diversi autoritratti e a cinque tele inedite realizzate in questi ultimi mesi. La mostra è accompagnata da un catalogo, edito da Silvana Editoriale, che contiene al suo interno un’intervista all’artista realizzata da Marco Bussagli e i testi del curatore e del Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele, Presidente della Fondazione e principale fautore di questa mostra, come si evince dalle sue parole: “Ennio Calabria ha traghettato il figurativismo italiano ed europeo dal secolo scorso ad oggi, imponendosi come un protagonista assoluto sempre in linea con il suo tempo. Dalle opere di questo artista – cui sono particolarmente lieto di dedicare un’antologica così ricca e completa come quella che qui presentiamo – promanano un’energia ed una vitalità che sono specchio del suo approccio critico ed appassionato al mondo che lo circonda, atteggiamento che sfocia in una ricerca a tutto tondo sulla condizione esistenziale dell’individuo contemporaneo e sulle dinamiche di un’epoca in perenne evoluzione”.

Palazzo Cipolla
Via del Corso, 320 – Roma
dal 20 novembre 2018 al 27 gennaio 2019
Tutti i giorni, escluso il lunedì, dalle ore 10 alle ore 20
www.fondazioneterzopilastrointernazionale.it

Difendete i colori, la mostra personale di Truman

Difendete i colori è la mostra organizzata dall’Associazione Artecrazia che ha chiuso il 2018 con grande innovazione e popolarità. Colori e geometrie pure animano la mostra sita presso la Sala mostre temporanee della Cittadella dei Musei, creando un’atmosfera fresca e ospitale incantandoci e facendoci sentire parte integrante delle emozioni che legano ogni opera l’una all’altra. L’artista Francesco Truman Mameli ci racconta.

Truman, da cosa nasce questo tag?
In realtà non se sono più così tanto sicuro. Credo sia nato, per gioco, quando alcuni miei cari amici stavano guardando il film Armageddon (credo ci fosse un personaggio chiamato Truman). Ormai è da almeno metà della mia vita che me lo porto appresso. Credo che alcuni non conoscano nemmeno il mio vero nome.

Caro Truman, ti va di raccontarci quando e come ti sei accorto che doveva iniziare la tua vita da artista?
Anche questo per caso. Ho sempre disegnato, in realtà, però ho iniziato a dedicarmi a pennelli e tele solo nel 2011, grazie soprattutto all’influenza di mio nonno e mio padre (entrambi dipingevano). Nel 2012 ho aperto la mia pagina FB dove ho iniziato a pubblicare i miei disegni e, con mio grande stupore, ho anche iniziato a venderli.

Le tue opere trasmettono una forte positività, soprattutto per la grande quantità di colori, c’è un particolare messaggio che vorresti comunicare a chi osserva?
Dipende dal dipinto, ovviamente. Certo è che ogni volta che disegno cerco di metterci qualcosa di mio e, talvolta, il significato dei dipinti è fortemente influenzato dal mio stato d’animo del momento. È una cosa che mi rilassa molto, di conseguenza credo che questo senso di benessere si manifesti spesso nelle mie opere.

Hai una particolare fonte di ispirazione quando lavori?
In generale non mi ispiro a artisti in particolare. Ammiro molto il lavoro di artisti sardi come Crisa e Tellas e, ovviamente, visito spesso Musei e gallerie in tutta Italia e Europa uscendone ogni volta arricchito e ispirato. Credo, comunque, che la mia ispirazione più grande sia la musica. Raramente disegno senza un sottofondo musicale e, generalmente, questo influenza il lavoro.

Un buon risultato per la tua prima personale “Difendete i colori” soddisfatto?
Sono davvero molto soddisfatto e mi sento di ringraziare, anche qui, Giacomo Dessí che ha curato la mostra, Antonio Giorri che si è occupato del catalogo, Elisabetta che ha portato avanti un fantastico lab per i bambini e le tante persone che mi hanno aiutato a portare avanti questa mostra, collaborando attivamente e prestandomi i dipinti esposti. Grazie a tutti!

Tra le diverse tecniche delle opere esposte, qual’ é quella che preferisci? (intendo tra dipinti e immagini realizzate al computer)
preferisco di gran lunga i dipinti. Ovviamente l’acrilico, a mio modo di vedere, è la tecnica ideale per il mio modo di disegnare. Anche se ho iniziato con l’olio…

Una tua opera che, secondo te, meglio rispecchi la tua personalità?
Difficile da dire. Credo che in tutte le Bidde ci sia tanto di me, anche se sembrano solo casette. È difficile da spiegare: per questo ti allego quanto scritto qualche anno fa, rispetto alla mia produzione, dalla scrittrice e poetessa Paola Alcioni che, a mio modo di vedere, a compreso davvero quanto c’È dietro quei disegni e ovviamente usa le parole meglio di me.

“[…] Dietro quelle finestre, c’è un mucchio di gente che si incontra. Non mi sembra di ricordare persone fuori da quelle case: sono tutte dentro e stanno facendo qualcosa che va al di là della piazza e dei proclami, qualcosa che ha molto a che fare con la quiete domestica, con la costruzione minima della propria vita e della propria comunità[…].

Progetti per il futuro?
Spero di fare altre mostre come questa, magari girando per la Sardegna e avvicinandomi a quelle ‘bidde’, a quei paesi che tanto caratterizzano l’isola e tanto influenzano la mia produzione.

Come ti descriveresti in sole tre parole?
In questo momento della mia vita? Paziente, confuso e… abbastanza alto!