Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Dias & Riedweg. Other time than here. Other place than now

Prima volta in Italia per il duo Dias & Riedweg, presente a Roma fino a fine gennaio con la doppia personale dal titolo Other time than here. Other place than now., curata da Anna Cestelli Guidi e dislocata tra le due sedi del MACRO Testaccio e dell’Auditorium Parco della Musica.

Mauricio Dias e Walter Riedweg, brasiliano il primo, svizzero il secondo, sono una coppia artistica attiva da più di venti anni, che realizza opere visive e performance, e che ha partecipato con i suoi lavori ad importanti manifestazioni internazionali quali la Biennale di Venezia e di San Paolo e Documenta di Kassel.

Saranno proprio i lavori realizzati per Documenta del 2007 ad essere esposti presso la sede dell’AuditoriumArte – Auditorium Parco della Musica: si tratta della video installazione a tre canali Funk Staden, allestita nella sala interna dell’AuditoriumArte, della proiezione monocanale Book e delle fotografie Woodcuts.

Al centro del progetto un interessante critica verso il colonialismo passato e presente, che si è spesso spinto a forme di violenza esasperata e di scarso rispetto per le popolazioni locali. Il duo cerca un collegamento tra il fenomeno contemporaneo del Funk Carioca delle favelas di Rio de Janeiro e il racconto dell’avventuriero tedesco Hans Staden, scritto nel XVI secolo e intitolato Wahrhaftige Historia, in cui narrava della sua prigionia presso la tribù brasiliana dei Tupinambà. Il testo, corredato da disegni, alimentò il mito e la diffidenza verso ciò che era considerato selvaggio e quindi potenzialmente pericoloso. Gli artisti ci propongono una riflessione su come il concetto di diversità sia stato spesso visto come qualcosa da abbattere piuttosto che da conservare e da cui trarre esempio e conoscenza.

Il Macro Testaccio espone invece una serie di opere, eseguite dal 1999, che ruotano attorno al concetto di immigrazione e di spostamento, intesi come movimento di individui all’interno del mondo, attraverso città e paesi: è questa eterogenea diversità individuale a formare poi la variegata collettività sociale che ci circonda.

In mostra una serie di video oggetti e video installazioni, che esprimono la volontà di criticare in modo ironico le politiche globali contemporanee (in particolare nel caso di Flesh, del 2005), e che si focalizzano sul concetto di migrazione visto spesso come perdita di un proprio centro.

Presente in questa sede l’opera inedita site specific dal titolo La casa degli altri, realizzata durante il recente soggiorno romano di Dias & Riedweg: un viaggio all’interno del mondo degli abitanti delle più estreme periferie della capitale.

 

 

MACRO – Museo di arte contemporanea di Roma

Testaccio Padiglione A, Piazza Orazio Giustiniani 4, 00153 Roma

Fino al 21 gennaio 2018

Orario: da martedì a domenica, ore 14.00-20.00.

http://www.museomacro.org

 

AuditoriumArte – Auditorium Parco della Musica

Fondazione Musica per Roma, viale de Coubertin 30, 00196 Roma

Dal 16 dicembre 2017 al 28 gennaio 2018

Orario: da lunedì a venerdì, ore 17.00-21.00. Sabato, domenica e festivi, 11.00-21.00.

www.auditorium.com

Oliviero Toscani. Più di cinquant’anni di magnifici fallimenti

Per celebrare la carriera di Oliviero Toscani è stata proposta una mostra da parte del Comune di Otranto e Theutra, la quale sarà presentata dall’artista stesso il 20 gennaio 2018 nelle sale del Castello Aragonese.

L’esposizione, curata da Nicolas Ballario e coordinata da Lorenzo Madaro, metterà in scena la potenza creativa e la carriera del fotografo grazie alla presentazione al pubblico delle sue immagini più note, che hanno fatto discutere il mondo su temi caldi quali razzismo, pena di morte, AIDS e guerra.

Tra i lavori in mostra sarà presente il celebre Bacio tra prete e suora, del 1991, i Tre Cuori White/Black/Yellow, del 1996, No-Anorexia,  del 2007,oltre a tantissime altre opere.

Nella mostra saranno presenti anche i lavori realizzati per il mondo della moda, che Oliviero Toscani ha contribuito a cambiare in modo radicale, si pensi ad esempio alle celebri fotografie di Donna Jordan fino a quelle di Monica Bellucci, ma anche ai ritratti di Mick Jagger, Lou Reed, Federico Fellini, o ancora ai più grandi protagonisti della cultura dagli anni Settanta in poi. In questa straordinaria galleria di ritratti non può certo mancare quello dedicato al genio di Nostra signora dei Turchi, Carmelo Bene.

Sarà possibile ammirare nel percorso espositivo anche alcune fotografie del progetto Razza Umana, che Oliviero Toscani da anni porta avanti realizzando ritratti nelle strade e nelle piazze del Mondo. «RAZZA UMANA è frutto di un soggetto collettivo – ha scritto il critico d’arte e curatore Achille Bonito Oliva – lo studio di Oliviero Toscani inviato speciale nella realtà della omologazione e della globalizzazione. Con la sua ottica frontale ci consegna una infinita galleria di ritratti che confermano il ruolo dell’arte e della fotografia: rappresentare un valore che è quello della coesistenza delle differenze».

 

 

Dal 20 Gennaio 2018 al 31 Marzo 2018

Otranto | Lecce

Luogo: Castello Aragonese

Enti promotori:

  • Theutra
  • Comune di Otranto

Costo del biglietto: mostra + castello 7 Euro intero, 5 Euro ridotto

 

Maria Licheri. Il fascino della ceramica

Ciotole, piatti, centrotavola, lampade. Semplici oggetti d’arredamento che affascinano per la preziosa decorazione. Una sorprendente cultura professionale, quella di Maria Licheri, che abbraccia una vastissima produzione di ceramiche, di molteplici categorie ed uniche nel loro genere.

Conseguito il diploma al Liceo Artistico di Cagliari con il celebre scultore faentino Melandri, la Licheri ha approfondito l’attività di ceramista a Milano nello studio di Giuseppe Rossicone, e così varca il confine regionale per proseguire la sua ricerca verso una moda decorativa assai vivace della ceramica. La produzione comprende una vasta gamma di oggetti per l’arredamento come piatti, ciotole, vasi, pannelli, ma anche sculture e gioielli.

Una sorta di Art Noveau, combinazioni tonali di grande fascino colorano le forme brillanti dei raffinati oggetti d’arredamento finemente incisi, manufatti che sembrano raccontare uno studio di diverse tecniche artistiche lavorate insieme, come i fili di cotone che si legano all’argilla. Ogni oggetto è reso prezioso e unico nella lavorazione delle decorazioni, realizzate interamente a mano con l’utilizzo di argilla adornata di smalti, oro zecchino e altri materiali inusuali, che l’artista personalizza e trasforma.

In modo molto originale, Maria Licheri riesce a spianare il confine accademico dei canoni di produzione del manufatto in ceramica, creando veri e propri gioielli d’artigianato di altissimo livello che raccontano anni di rigoroso lavoro.

L’artista ha partecipato alle più importanti mostre specializzate in Italia ed all’Estero conseguendo premi e segnalazioni in cui si afferma che «i suoi pezzi rivelano una ricerca concentrata sia sulla forma che sul colore, evidenziando una ricchezza di motivi ed un complesso di elementi che li rendono estremamente raffinati».

 

 

Dal simbolismo all’astrazione. Il primo Novecento a Roma nella Collezione Jacorossi

Dal 1° dicembre scorso il tessuto espositivo del centro storico romano si avvale di una nuova realtà operante sul fronte dell’arte contemporanea: parliamo di Musia, spazio polifunzionale ideato dal collezionista e imprenditore Ovidio Jacorossi.

Il luogo prescelto è un luogo caro alla famiglia dell’imprenditore: Musia è situata infatti in Via dei Chiavari, dove suo nonno, Agostino, iniziò nel 1922 la sua avventura imprenditoriale con un piccolo negozio di carbone. L’attività di famiglia proseguirà poi di generazione in generazione, legandosi sempre all’ambito delle fonti energetiche e ai servizi per l’ambiente; sarà poi proprio Ovidio a compiere i primi passi verso il collezionismo artistico, con una serie di acquisizioni di dipinti, sculture e disegni.

Musia è uno spazio di oltre 1000 mq, un ambiente enorme rispetto alle tradizionali metrature delle gallerie d’arte capitoline. Al suo interno gli spazi sono destinati a diversi tipi di attività, tutte legate però alla cultura e alla fruizione del bello: l’area dedicata alle mostre tempoanee della Galleria 7, la vendita di oggetti di design, fotografia e opera d’arte all’interno della Galleria 9, gli ambienti destinati alle installazioni site specific delle Sale di Pompeo, la zona ristoro della Cucina & Wine bar, diretta dallo chef Ben Hirst, che si caratterizza per un’attenzione particolare alla carta dei vini proposti nonchè alle materie prime utilizzate, provenienti dal territorio laziale e del centro Italia.

L’attività espositiva di Musia è inaugurata dalla mostra Dal Simbolismo all’Astrazione. Il primo Novecento a Roma nella Collezione Jacorossi, allestita negli spazi della Galleria 7: in mostra circa cinquanta opere, provenienti dal contesto storico artistico italiano della prima metà del Novecento. Tra gli importanti autori dei pezzi esposti ci sono Giorgio De Chirico, Gino Severini, Alberto Savinio, Leoncillo, Mimmo Rotella e molti altri. Tra le opera spiccano lo splendido Autoritratto Tricolore di Giacomo Balla, oltre all’intensa scultura La sognatrice di Antonietta Raphael Mafai.

A questa prima esposizione ne seguiranno altre due nel 2018: una dedicata alla seconda compagine della collezione Jacorossi, con opere databili alla seconda metà del Nocecento, ed infine una terza incentrata invece sulle opere di grande formato eseguite lungo i decenni centrali dello stesso secolo.

Le Sale di Pompeo, situate sui resti dell’omonimo Teatro romano ospitano invece la video installazione site specific di Studio Azzurro dal titolo il Teatro di Pompeo (Dramma per 4 stanze e 8 schermi), punto forte del programma inaugurale di Musia, che narra dell’uccisione di Giulio Cesare. Lo spettatore si aggira tra le sale, dove si snodano scene di vita quotidiana ambientate nella Roma antica, rappresentate attaverso la semplice silhouette dei loro protagonisti: il mercato, le terme, le danze. Tutto è in penombra, apparentemente quieto, fino a un brusco cambio di immagine: il giorno cede il passo alla notte, la congiura sta per iniziare, Cesare sarà ucciso e ciò che un tempo era certezza diventa caos, avvolto tra le fiamme che si innalzano in questo teatro multimediale di grande effetto.

In occasione dell’apertura di Musia infine, la Galleria 9 propone una rassegna sui gioielli d’artista, esponendo le sculture indossabili di Paola Gandolfi, i gioielli in ceramica di Rita Miranda e le creazioni della designer Alessandra Calvani.

 

 

MUSIA

Via dei Chiavari 7/9, Roma

dal 1° dicembre 2017 al 18 marzo 2018

Orari: da martedì a sabato ore 16 – 22,30; domenica, lunedì e festivi chiuso

Ingresso: libero

Info: www.musia.it

Paper Gardens: la personale di Giorgio Coen Cagli allo Studio Co-Co

É ancora visitabile fino al 13 gennaio presso lo Studio Co-Co di Roma Paper Gardens, personale del giovane fotografo romano Giorgio Coen Cagli a cura di Giorgia Noto.

Inaugurata lo scorso dicembre nell’ambito delle Passeggiate Fotografiche Romane, tre giorni dedicata alla fotografia organizzata dal Ministero dei Beni Culturali, la mostra espone 10 scatti inediti dell’artista. Si tratta di fotografie appartenenti ad una serie ancora in evoluzione che l’artista porta avanti da circa un anno, dedicata alla scoperta di luoghi al confine tra naturale e antropizzato. I soggetti delle foto sono infatti luoghi abbandonati, rovine architettoniche di cui la natura ha ripreso possesso. Sono luoghi volutamente non specificati, dominati dal silenzio e in cui la figura umana è sempre totalmente assente, ma ne rimane l’eco attraverso i resti degli insediamenti dismessi. Non c’è però un intento ambientalista dietro la serie, nessuna volontà critica di creare dibattito, ma uno scopo puramente estetico, semplice attrazione per il fascino decadente della rovina e dell’abbandono. La natura dei paesaggi rappresentati, unita al bianco e nero e all’assenza di figure umane dona alle fotografie un’atmosfera surreale alla Eugène Atget.

La peculiarità della mostra è la stampa su carta washi, una carta inusuale di tradizione giapponese, che usata come supporto fotografico enfatizza la sua texture ed esalta i grigi. La forte attenzione alla carta e alla stampa alla base dell’esposizione è dovuta al luogo che la ospita, non una semplice galleria ma uno studio di progettazione grafica e arti applicate che si occupa principalmente di comunicazione visiva, design editoriale e web design. Per la stessa ragione la mostra è anche accompagnata da un pacchetto editoriale realizzato dallo studio in una edizione limitata di 30 copie, contenente tre fotografie del progetto, degli adesivi e i testi di Fabio Donalisio, Giulio Ciccarese e Giorgia Noto.

Altra peculiarità è la modalità di esposizione dei lavori. Sono infatti esposti in Light boxes progettate appositamente dallo studio, realizzate in cartone (per rimanere in tema cartaceo) e motivo per il quale la mostra è visitabile solo di pomeriggio, dal tramonto in poi.

 

 

Fino al 13 gennaio

Studio Co-Co

Via Ruggero d’Altavilla, 10 – Roma

 

www.co-co.it

 

 

Idill’io Romano alla PIOMONTI Arte Contemporanea

Fino al 5 gennaio la storica galleria PIOMONTI Arte Contemporanea ospita la mostra Idill’io Romano, dedicata a Giacomo Leopardi.

L’evento collega idealmente lo spazio attivo ormai da più di quarant’anni nel panorama artistico romano con la nuova galleria IDILL’IO, aperta da Pio Monti a Recanati nel 2015. L’idea è dovuta sicuramente alle origini marchigiane del gallerista, ma la connessione tra i due spazi ha anche un’origine antica. Durante il suo soggiorno romano del 1822-23, infatti, Leopardi risiedette proprio a Palazzo Mattei, lo stesso che oggi ospita la galleria.

Ad essere esposta è una installazione composita, formata da due opere di due artisti diversi: una statua dorata raffigurante il poeta a dimensione naturale creata da Michela Nibaldi (in arte Niba), e uno dei famosi frottage di sampietrini realizzati in alluminio da Baldo Diodato. Il frottage è posto a terra come una passerella, a indirizzare il poeta dal fondo della galleria verso l’esterno. Lo spazio puro e silenzioso della galleria è così collegato alla pittoresca piazzetta che gli si apre di fronte, proiettandosi fino alla celebre fontana delle Tartarughe che la caratterizza.

Il prodotto dell’accostamento tra le due opere è una sorta di visione immateriale, quasi un’immagine mentale. Lo sfondo azzurro, il luccichio dei metalli e la tensione tra verticale e orizzontale, infatti, rendono la visione straniante e surreale, quasi si trattasse di un sogno. E di sogno in effetti si tratta, quello del gallerista di vedere ancora il grande poeta suo conterraneo passeggiare per quello stesso palazzo e per quelle strade romane che per un attimo seppero donargli un’illusione di felicità.

Fino al 5 gennaio 2018
PIOMONTI arte contemporanea
Piazza Mattei 18, Roma
www.piomonti.com

Mario Vespasiani. FIVE

Fra gli artisti più eclettici della pittura italiana contemporanea si annovera Mario Vespasiani (1978), protagonista della grande mostra collettiva FIVE, inaugurata sabato 9 dicembre presso la Catania Art Gallery di Catania.

Vespasiani lo scorso anno era stato presentato con una personale dal titolo Sì Sì Lì, ove era stato apprezzato per l’originalità e l’attenzione alle dinamiche migratorie, grazie all’originalità rivolta verso interpretazione dell’Isola come metafora di contrasti e di energie, mentre in questa occasione ha avuto come intento quello di realizzare un’opera inedita, che vede nella marcia di quattro orsi polari il cambiamento e i grandi spostamenti che la nostra società sta vivendo.

La galleria in occasione del quinto anniversario di attività, ha voluto celebrare con questo evento il suo compleanno, effettuando una selezione fra alcune delle proposte più interessanti visibili nel panorama nazionale. Sessantacinque nomi di qualità che abbracciano varie generazioni e stili, ma non solo, anche autori che vanno da Alberto Abate a Ubaldo Bartolini, da Giuseppe Bergomi ad Andrea Martinelli, da Mauro Reggio a Livio Scarpella fino a Mario Vespasiani, il quale,in questi giorni, è anche presente con una personale al Museo Storico dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle.

La mostra a cura di Aldo Gerbino ed Elisa Mandarà si concluderà il 31 gennaio 2018. La presentazione del catalogo edito per la collana Edizioni Elefantino avverrà sabato 21 gennaio 2018.

Catania Art Gallery
Via Caronda 48-48a
Catania
orari: da lunedi a sabato dalle 16,30 alle 20,30 – lunedi su appuntamento 095-315047

Museo della Follia

Apre i battenti a Napoli, per la quinta tappa del suo viaggio itinerante, il Museo della Follia, creatura nata da un’idea di Vittorio Sgarbi, che è anche curatore di questa interessante esperienza umana ed artistica.

Dopo le sedi di Matera, Milano, Catania e Salò la mostra trova una nuova location nel capoluogo campano, presso la Basilica di Santa Maria in Pietrasanta, nella centrale Via dei Tribunali.

L’esposizione, articolata lungo le sale in penombra, mostra le opere come intense interpreti di loro stesse: la luce le irradia in maniera diretta, svelandone l’intensa iconografia, generando un apparato teatrale della sensibilità acuta, e quasi dolorosa, della diversità del sentire.

Opere di artisti appartenenti a tempi diversi, molti dei quali vittima di quel turbamento interiore, di quelle ossessioni della mente denominate generalmente follia, opere caratterizzate da tecnica ed esiti molteplici, eppure tutte unite da una profondità viscerale, dall’aver saputo tirare fuori dalle proprio ombre o da quelle altrui guizzi di luce e colore, come per liberare in modo catartico attraverso la forma, anche solo per un momento, quel lavorio interiore senza posa che li contraddistingueva: che l’alienato o presunto tale sia il protagonista dell’opera piuttosto che il suo esecutore, l’effetto è infatti ugualmente profondo e coinvolgente.

Gli intensi ritratti eseguiti da Francis Bacon di Van Gogh, il pittore folle per eccellenza, (se per folle intendiamo chi è malato di vita, chi si immerge talmente a fondo nell’apparato dell’esistenza da sentire suo il contorcimento dei girasoli verso il sole o la tensione verso l’alto dei grandi cipressi scuri) si legano a Le agitate di Telemaco Signorini, alle colorate visioni di un continente lontano di Antonio Ligabue, alle frasi di Alda Merini, agli oggetti appartenuti a veri malati nella sezione delle Stanze del ricordo, catturando lo sguardo e l’anima dello spettatore, in una visita il cui livello di introspezione man mano aumenta, fino a raggiungere una brutale e necessaria climax nel video documentario che svela l’esistenza, che molti neanche sospettavano, dei sei OPG italiani, gli ospedali psichiatrici giudiziari.

Questi sono dei gironi infernali senza via d’uscita dove, in condizioni igienico sanitarie a dir poco raccapriccianti, sono depositati come stracci abbandonati esseri umani, colpevoli di reati più o meno gravi, spesso abbandonati dalle famiglie, alcuni richiusi lì loro malgrado per una serie di errori giudiziari o in attesa di un trasferimento presso comunità d’accoglienza o ritorni alla vita reale che non arrivano mai, attese senza fine che creano un fine pena mai dell’orrore della solitudine.

Tanto di cappello a Vittorio Sgarbi che inserisce coraggiosamente tra opere meravigliose una testimonianza così dura e tragicamente vera, una secchiata d’acqua in faccia, una denuncia necessaria a rendere attuale non solo la poesia distorta che circonda da sempre le conseguenze artistiche della pazzia, ma anche l’urgenza di aiutare nella pratica coloro che ne sono vittime.

Museo della Follia – Basilica di santa Maria Maggiore alla Pietrasanta
Piazzetta Pietrasanta, angolo via dei Tribunali
Dal 1° dicembre 2017 al 27 maggio 2018
Dal lunedì al venerdì ore 10.00 – 20.00 – Sabato e domenica 10.00 – 21.00

Asinara. Marco Delogu

La Fondazione di Sardegna presenta un progetto di arte contemporanea, condivisa in Sardegna.

Si tratta di un percorso progettuale volto alla valorizzazione di mostre dedicate alla storia dell’arte sarda, diffusa su tutto il territorio. Al centro del lavoro c’è il viaggio dell’artista sardo, alla scoperta dell’Asinara, isola nell’isola, colta nella sua identità più profonda attraverso gli scatti di Marco Delogu.

E’ possibile visitare la mostra fotografica fino al 28 febbraio 2018.

La natura e la storia dell’Asinara sono dunque raccontate attraverso le immagini e le parole dell’artista in grado di ricreare con scatti offuscati le suggestioni di un ambiente misterioso, segnato da un vissuto ricco di contraddizioni. L’approccio visivo dell’isola si distingue da una natura libera e incontaminata, una metamorfosi dell’umanità, in grado di paralizzare lo spettatore.

Le foto sono un percorso di molti tormenti passati che hanno condizionato la vita dell’autore. Una serie d’immagini leggermente mosse hanno il piacere di comunicare una sublime bellezza. Con le sue fotografie raggiunge un punto d’incontro, dove le tensioni estreme sono sospese nell’aria.
Le figure e i contorni si spogliano del loro significato da diventare meravigliosamente anonime. Le fotografie sono un’eterna bellezza della vita dell’artista, il bello e il sublime di un’estetica ormai dimenticata. La bellezza e il male dell’isola non sono eliminati ma conciliati nel loro insieme, come parte di una stessa essenza.

L’intensità della mostra permette a quelle forme di risplendere miracolosamente nell’oscurità.

La storia annullata con l’ambiente geografico dell’isola da un tenue e delicato bagliore che disegna appena il profilo delle cose, non corrisponde più al racconto della natura. Un mare di luci, un barlume di colori si creano nella pupilla dell’occhio, creando un gioco di luci e colori, dove il tumulto e le vibrazioni della vita si sono assottigliati non legati più a un evento o luogo straordinario, ma solo il ricordo di un piacevole viaggio. Le immagini create da Delogu si rivelano invece come una scenografia poetica dove i ricordi dolorosi in contrasto con la bellezza e liberta fiabesca.

La mostra è visitabile alla Fondazione di Sardegna
Via San Salvatore da Horta
Dalle 10:00 alle 20:00
Ingresso libero

Francesco Trombadori. L’essenziale verità delle cose

La Galleria d’Arte Moderna di Roma espone, fino al prossimo febbraio, la mostra monografica su Francesco Trombadori, pittore siciliano di nascita ma romano d’adozione.

Un corpus di 90 opere, che vanno dai dipinti ai disegni, passando per materiale documentario, libri, articoli di giornale, oggetti (molte delle testimonianze cartacee esposte provengono dall’archivio dell’artista situato presso Villa Strohl-Fern Villa, che fu suo studio, oggi Casa Museo), il tutto a corredo di una mostra esaustiva che indaga l’intero suo operato artistico.

Roma fu il centro propulsore della sua arte, fu la città dove visse e partecipò ai circoli culturali più importanti dell’epoca, frequentando importanti salotti letterari ed entrando così a contatto con diverse figure chiave del periodo, sia in campo pittorico ma anche e soprattutto in quello poetico e letterario. Oltre che come pittore infatti, Trombadori lavorò come critico d’arte, scrivendo per diverse testate del settore, che includevano tra i loro collaboratori, come nel caso della rivista Circoli, poeti conosciutissimi come Giuseppe Ungaretti e Eugenio Montale.

La luce, la sua resa trasparente ed avvolgente è il punto dominante della serena pittura di questo artista, che affrontò le diverse correnti che si affacciavano in quegli anni, sperimentandole per passare immediatamente dopo a una ricerca sua personale, intima, che si lascia affascinare dall’effetto luministico, dal dato cromatico, dall’esattezza pittorica che cattura lo sguardo dello spettatore.

Il percorso espositivo propone una corposa quantità di opere, a partire dai paesaggi della terra natia, fino ad arrivare ad una carrellata di splendidi ritratti femminili che strizzano l‘occhio ai dettami del Realismo Magico in voga negli anni ’20, figure perfette nella stesura compatta dei colori, quasi smaltati, fredde e irraggiungibili, talmente esatte da sembrare irreali e proprio per questo stranianti, sono ritratti di donne con nome e cognome chiaramente identificati ma stranamente non collocabili in un contesto temporale o spaziale definito.

Ma sono i paesaggi capitolini che primeggiano; piazze, fontane, monumenti facilmente riconoscibili, scorci entrati ormai nell’immaginario collettivo, non solo in quello dei romani, assumono qui fattezze diverse, punti di vista inusuali, inesattezze topografiche che sconfinano nell’onirico: ciò che conta è la visione del pittore, è come l’immagine si trasfigura nel suo occhio di osservatore attento nelle ore calde di un pigro pomeriggio estivo piuttosto che nella bruma umida del mattino, per poi essere resa sulla tela come un riflesso della memoria, che non ha mai connotati nostalgici o malinconici ma riesce piuttosto a renderne affettuosamente il riverbero attraverso il ricordo.

Galleria d’Arte Moderna di Roma – Via Francesco Crispi, 24 – Roma

Fino all’ 11 febbraio 2018
Dal martedì alla domenica ore 10.00 – 18.30