Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Il pallone sgonfio di Gabriel Orozco

La mancata partecipazione della nazionale italiana di calcio al Mondiale non rappresenta solo un fatto sportivo. In Italia lo sport è molto più di un semplice passatempo e i risultati sul campo si ripercuotono sul tessuto sociale e sull’economia. Non si può ignorare la portata culturale che simili avvenimenti possiedono. Il paese dello stivale non è mai stato unito veramente. In tanti si sentono prima cittadini della loro regione e poi italiani, c’è anche chi ripudia il tricolore in nome di una ipotetica identità locale. Una delle poche cose che fa sentire il popolo unito è la Nazionale di calcio e le vittorie internazionali rappresentano le manifestazioni di patriottismo da parte dei cittadini. Ci si sente tutti italiani quando si vince, un po’ meno quando si perde, ma di sicuro tutti subiamo direttamente o indirettamente le conseguenze dei risultati sportivi.

Una buona metafora della disfatta pallonara ce la offre Gabriel Orozco, artista messicano capace di mescolare l’arte con il quotidiano. La sua produzione è molto eterogenea e spazia dalla fotografia al disegno, dalla scultura ai video. Per lui tutto può essere oggetto di indagine e dagli oggetti più semplici possono scaturire riflessioni profonde sulla società contemporanea. Tra arte concettuale e ready made, Orozco sa scovare l’arte ovunque e con qualsiasi cosa. Ecco quindi che a fronte della più grande debacle calcistica della storia italiana non poteva che venirci in mente la sua Pinched Ball, una rappresentazione perfetta di quello che è il momento attuale dello sport più popolare. Un pallone sgonfio come il morale dei tifosi alla fine della partita con la Svezia, vecchio e consumato come la mentalità dei dirigenti sportivi, pieno d’acqua come schiacciato dal peso della massa di un’aspettativa esterna. Aspettativa impossibile da reggere in quanto all’interno dell’oggetto manca ciò che lo renderebbe rotondo e funzionante: l’aria. Quest’ultima è metafora della mancanza di idee e programmazione, vera linfa vitale dello sport.

 

Maman. L’omaggio di Louise Bourgeois alla maternità

«Il ragno è un’ode a mia madre. Lei era la mia migliore amica. Come un ragno, mia madre era una tessitrice. La mia famiglia era nel settore del restauro di arazzi e mia madre si occupava del laboratorio. Come i ragni, mia madre era molto brava. I ragni sono presenze amichevoli che mangiano le zanzare. Sappiamo che le zanzare diffondono malattie e per questo sono indesiderati. Così, i ragni sono protettivi e pronti, proprio come mia madre».

La citazione sopra riportata appartiene a Louise Bourgeois, una celebre artista contemporanea nata a Parigi nel 1911, la quale avviò la propria carriera artistica nel 1938 dopo il trasferimento a New York.

Ma perché un’artista del calibro della Bourgeois dovrebbe interessarsi a un piccolo animaletto che spesso suscita il terrore delle persone? Chi già conosce i lavori dell’artista potrebbe sorridere alle parole “piccolo animaletto”, infatti i ragni realizzati dalla donna sono tutt’altro che piccoli e di certo non sono un bello spettacolo per chi soffre di aracnofobia.

Louise Bourgeois è colei che ha plasmato Maman (1999), il ragno gigantesco che comprende un sacchetto contenente delle uova di marmo, un omaggio alla maternità, al mondo femminile. Maman è emblema di tutte le madri protettive verso i propri figli, simbolo della donna lavoratrice, in grado di rievocare nella mente dell’osservatore gli antichi mestieri femminili legati al settore della tessitura, i quali, secondo il pensiero di Freud, rappresenterebbero “l’invidia del pene” da parte delle donne, in quanto i risultati ottenuti dal lavoro dell’arte tessile sarebbero associabili ai peli presenti in prossimità degli organi maschili. Maman fa pensare a chi è intento a contemplarla alla forza della donna, rievoca le lotte portate avanti dai movimenti femministi contro le società maschiliste per portare in auge l’emancipazione della donna.

In virtù delle grandi dimensioni con cui è stata realizzata, Maman è come la madre che accoglie i propri figli con un abbraccio, i fruitori, se non sono terrorizzati dalla vista dei ragni, possono infatti sostare sotto di essa avvertendo la sensazione di essere protetti dalla creatura gigantesca e possono meglio percepire quella sensazione di leggerezza conferita alla scultura grazie alle sottili zampe che si innalzano nell’aria.

 

Intervista all’artista Alberto Scalas, quando il disegno prende vita

«Oggi se vuoi campare di solo pittura devi fare quello che vogliono gli altri e allora forse non ne vale la pena».

Alberto Scalas nasce a Milano nel 1947. Nel 1950 si trasferisce con la famiglia ad Oristano per poi tornare nel 1970 a Milano. Nel 1980 ritorna in Sardegna, dove tuttora vive, ed inizia ad affinare le tecniche acquisite oltremare.

Vengo accolta nella sua casa per intervistarlo. Tanta la sua disponibilità e la voglia di raccontarsi.

Per incominciare le chiedo com’è nato il suo amore per la pittura e perché pittura e non scultura?
Fin da bambino piccolissimo ho iniziato a disegnare. Mia madre era un’insegnate e quando lei correggeva i compiti io pasticciavo sempre tutto. Mi comprò una lavagna, di quelle da appendere al muro, e allora mi mettevo là a disegnare con i gessetti che rubavo da scuola. Ho sempre disegnato sia a casa che a scuola e ho sempre continuato fino ad adesso. La scultura be… diciamo che non mi è mai passata tra le mani, son capace di modellare ma ci vogliono spazi adatti e il mio studio non è attrezzato per questo. Diciamo che non mi è stato nemmeno possibile anche per motivi di tempo; in compenso ho approfondito il problema della grafica e del movimento e sono a buon punto.

Prende ispirazione da qualcuno o da qualcosa per le sue opere?
Son cose che nascono piano piano. Si certo ho dei punti di riferimento dal punto di vista formale, la passione per i grandi del passato. Preferisco Michelangelo a Raffaello, è più disegnatore; mi piace Dorè e Leonardo Da Vinci. Mentre da ragazzo disegnavo quello che mi capitava; è durante gli anni 70, anni dell’impegno politico, che risalgono la Garrota e la Fucilazione opere che vengono da un impegno sociale marcato.
Ho approfondito la dinamica tra linea, forma e colore. La linea e il colore sono cose che vanno tendenzialmente separate, io ho lavorato per unirle. Mi piacciono le tematiche sociali, mi interessano le tematiche del mondo che conosco.

Abbiamo parlato di artisti del passato. Se potesse scegliere chi incontrare chi sceglierebbe?
Sorride un attimo e mi dice…
Paolo Uccello, lui è riuscito ad unire linea e colore, mi piace il gioco di aste e cavalli che troviamo nelle sue opere. Mi affascina il movimento.

C’è un’opera a cui è più affezionato di altre?
Si la mia prima opera.
Ci spostiamo in un’altra stanza…
Questa è la mia prima opera, è una cosa da niente ma per me vale più di tutte le altre. Avevo 16 anni e i miei genitori mi comprarono i colori ad olio per il compleanno e con questo quadretto arrivai quarto ad una mostra tenutasi ad Oristano, come premio vinsi un album e altri colori, mi sentivo il ragazzo più felice. Sai a 16 anni mi prendevano anche un poco in giro…”l’artista” non era ben visto… come adesso dopo tutto.

Che cosa spera di lasciare nella storia dell’arte?
Il rapporto tra linea e colore. Adesso sto facendo trittici di 3m e ho provato a dargli dinamicità. Mi dicono che sono un futurista, ma non è così. Le loro sono come sequenze di immagini, io obbligo l’occhio dello spettatore a leggere l’opera da sinistra verso destra. Costringo l’occhio a seguire le linee e di conseguenza si percepisce il movimento, e penso di esserci più o meno riuscito.

Come si è fatto conoscere?
È nato tutto per caso. Partecipando alle mostre. Il mio maestro era Antonio Corriga e portavo i miei disegni a Peppeto Pau. A 25 anni feci la mia prima personale e una volta tornato a Milano conobbi Raffaele De Grada (professore all’Accademia di Brera), tramite lui conobbi anche Ernesto Treccani, Armando Pomodoro, Giò Pomodoro e Mucchi. A loro piacevano i miei lavori e mi organizzarono mostre personali a Milano e sempre loro mi portarono alla Biennale di Venezia. Ora sono qui da parecchi anni e a Cagliari faccio personali.

Ringrazio l’artista per la sua disponibilità.

Il 27 ottobre è stata inaugurata, nei locali del Circolo Soci Eurolcoop, a Carbonia, la mostra del pittore Alberto Scalas.
La mostra sarà visitabile fino al 17 novembre (escluso il 1° novembre), dal lunedì al sabato dalle ore 17.30 fino alle ore 20.00.

 

Federica Meloni

 

Fiat Lux. Giovanni Carta in mostra a Oristano

Fino al 14 dicembre la Pinacoteca Carlo Contini di Oristano ospita la mostra Fiat Lux. Giovanni Carta 1973-2017, a cura di Ivo Serafino Fenu, Marco Loi e Anna Rita Punzo. Giovanni Carta è uno dei più grandi esponenti dell’astrattismo geometrico sardo, torna ad esporre in Sardegna: si possono ammirare Sessanta opere, molte delle quali inedite, prodotte dal 1973 a oggi.

«In Giovanni Carta vi è la consapevolezza storico-critica del fare artistico, la disciplina e la costanza del lavoro e l’amore per quella materia per altri versi negata se non addirittura smaterializzata» afferma Ivo Serafino Fenu «L’opera è misura, rigore compositivo, rarefatta ed equilibratissima griglia segnica, sono sottili variazioni cromatiche spesso tono su tono, accostamenti raffinati e vibranti delle campiture, trasparenze liquide e profonde. È così che il gioco delle velature si fa poesia».

Continua Marco Loi «L’arte astratta è quel tipo di arte che, per sua natura, crea immagini che non appartengono alla nostra esperienza visiva, ed estendendo il concetto alle opere di Giovanni Carta, si percepisce come il suo modo di dipingere in maniera astratta l’abbia reso libero di spaziare ed indagare ogni possibilità espressiva che il suo essere artista riesce a percepire. Linea, colore, luce e materia saranno concetti che una volta plasmati racconteranno luoghi, pensieri, stati d’animo. Se per Kandinskj la linea è la traccia lasciata dal punto in movimento, per Carta è segno grafico che esprime tutta l’essenzialità di un gesto ormai scevro dal superfluo».

«Attraverso l’astrazione Giovanni Carta traduce la propria ansia di fuga dal realismo figurativo, di evasione verso l’altro» afferma Anna Rita Punzo, «l’esigenza di essenzialità espressiva, di intensità concettuale e leggerezza della forma si traducono in schemi compositivi ritmati da cadenze geometriche e sistemi cromatici. La linea è il principio strutturante di un raffinato impianto dialettico in cui il segno acquisisce la forza visiva del colore compatto, solido, pieno, e sostiene l’architettura formale dell’opera. La produzione più recente di Giovanni Carta indaga la terza dimensione e disgrega le costrizioni del piano inserendo elementi in rilievo che emergono dalla superficie; rigorosi sistemi cromatici gravitano nella densità del bianco assoluto che accoglie e avvolge le forme, rivelando geometrie di luce ed eleganti alternanze di pieni e vuoti. La cornice traccia il confine dello spazio-tela in cui l’artista introduce installazioni ed abrasioni, volte a definire il materiale e l’immateriale attraverso dialoghi visuali, valori percettivi e tattili, andamenti orizzontali, obliqui e verticali.Ogni opera articola complesse dimensioni oniriche, sorrette da astratti equilibri armonici».

 

 

Oristano

Fino al 14 dicembre 2017

Pinacoteca Carlo Contini

Maskers: tutti i volti di Jan Fabre in mostra a Roma

C’è ancora tempo solo fino a giovedì 9 novembre per visitare Maskers, la sesta personale dedicata dalla galleria romana Magazzino a Jan Fabre.

La mostra, curata da Melania Rossi, è interamente dedicata al tema dell’autoritratto. Protagoniste sono infatti una serie di “maschere”, con cui l’artista indaga e svela i suoi diversi volti, le multiple sfaccettature che compongono la sua identità. Il risultato è la materializzazione di una personalità complessa, fatta di diversi personaggi che convivono e compongono l’io dell’artista, ma anche quello di qualsiasi altro uomo. L’indagine alla base delle opere esposte è infatti senza dubbio narcisistica e autoriferita, ma è rivolta allo stesso tempo anche alla natura umana in generale.

In mostra sono esposti una serie di busti in bronzo e cera, in cui l’artista belga si rappresenta con estremo realismo, ma con l’aggiunta di attributi animali e dettagli colorati dal significato simbolico. In tutti ricorrono gli stessi tratti fisionomici, ma interpretati e modificati attraverso materiali, espressioni, età e deformità differenti. Al naturalismo di tradizione fiamminga tanto caro all’artista, è affiancata l’autoanalisi e l’esplorazione dell’inconscio.

Attraverso orecchie e corna di ogni sorta, l’artista crea un suo personalissimo bestiario psicologico, un proprio corpus iconografico in cui apparire di volta in volta ribelle, terrificante, potente e poi sconfitto, saggio ma subito dopo scherzoso e così via.

Il pubblico si trova trasportato in un’atmosfera surreale e un po’ grottesca, al centro di un’esperienza inquietante e divertente allo stesso tempo. Entrando nella sala nera e senza pannelli né didascalie o altri riferimenti, il visitatore si trova circondato da questo coro di personaggi che emergono dall’oscurità e sembrano voler interagire con lui. La sensazione allora è proprio quella di essere entrati nella testa dell’artista, di presenziare al cospetto delle sue tante personalità.

 

 

Fino al 9 novembre

Magazzino Arte Moderna

Via dei Prefetti, 17

Roma

 

http://www.magazzinoartemoderna.com/maskers/

Le opere da vivere di Grazia Varisco

Grazia Varisco è nata a Milano nel 1937, frequenta l’Accademia di Brera dal 1956 al 1960 ed è cofondatrice del Gruppo T ( poetica sulla variazione dell’immagine nella sequenza temporale) durante gli anni sessanta. Promotrice del movimento dell’Avanguardia, partecipa a molte mostre firmate Miriorama e nel 1962 le sue opere d’arte sono esposte alla mostra di Arte Programmata organizzata da Bruno Munari ( artista, designer e scrittore italiano) dove curatore dell’introduzione è Umberto Eco. La Varisco espone all’estero dal 1963 alla mostra Le Nouvelle Tendence, rassegna del movimento e della luce. Alla fine degli anni sessanta la vediamo in stretto contatto con l’ufficio della Rinascente di Milano, nella progettazione grafica che le viene affidata. L’accademia di San Luca le conferisce il suo premio nel 2007.

Grazia aderisce all’Arte Cinetica e Programmata con una prima produzione di immagini che proponevano la variazione della luce, estensione e contrazione nelle forme delle superfici dando vita allo Schema Luminoso Variabile. Attraverso una serie di interviste rilasciate dall’artista possiamo capire più a fondo il significato delle sue opere come i Quadri Comunicanti: cornici che ospitano al loro interno un riflesso acquatico e che danno la percezione del movimento. L’istallazione può essere ampliata o ristretta a seconda delle occasioni e della disposizione dello spazio da allestire.

Non solo all’interno di musei o gallerie d’arte, Grazia Varisco è riuscita a dare un tocco di colore e di sua personalità anche ai parchi e agli spazi verdi delle città che hanno ospitato le sue opere IF. Istallazioni di tavole magnetiche sulle quali sono presenti elementi geometrici che creano un ordine disordine, ordine e caos; caos che non possiamo trascurare nella vita poiché parte di ognuno di noi e che mette in moto la quotidianità. Fondamentale è l’uso della mano nell’opera Risonanze al tocco, dove è la testa che guida la mano dell’osservatore che diventa parte integrante dell’opera d’arte, creando così suoni.

Concludo riportando una frase dell’artista che si adatta bene a questi tempi da noi vissuti: «Artista?! Dicono… e io me la godo! Perché la parola Artista non mi chiude in un’attività definita e limitata, mi concede uno spazio più ampio e libero; anche perché vale ugualmente al maschile e femminile e non è poco ancor oggi».

Per chiarirci un po’ le idee. Che cos’è l’arte cinetica programmata? La loro definizione non è univoca anzi presenta delle differenze concettuali non trascurabili. L’Arte Cinetica introduce nell’opera d’arte, quadro o scultura, il movimento, che può essere reale o virtuale ottenuto dallo spostamento dell’osservatore e di conseguenza dal punto di vista stesso. Dall’altra per Arte Programmata, si intende un’opera realizzata in base ad un programma di calcolo, che permette all’opera stessa di variare forma e cromia, quindi sequenze figurali secondo un ordine temporale.

 

Federica Meloni

 

1968. E’solo un inizio

Inaugurata lo scorso 3 ottobre presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, la mostra E’ solo un inizio. 1968, curata da Ester Coen, presenta un corpus di lavori appartenenti a una generazione di artisti che si sono mossi a cavallo tra la fine degli anni ‘60 e il decennio successivo, sperimentando il proprio operato attraverso una serie di nuove correnti e possibilità sviluppatesi proprio in quegli anni, grazie allo zeitgeist del periodo, caratterizzato da un clima di agitazione ideologica e culturale.

Lo spunto politico presente nel titolo, che allude ai movimenti del Maggio francese del ’68, che nacquero in pesante polemica all’idea di capitalismo e che si irradiarono poi in diversi paesi europei arrivando a toccare anche la nostra penisola, non trova un chiarissimo riscontro nella selezione delle opere in mostra. Si può forse parlare di una concomitanza cronologica tra gli eventi politici e quelli più prettamente artistici e culturali, piuttosto che di un’adesione vera e propria a una rivoluzione di ordine sociale.

Sono tanti i protagonisti dei movimenti esposti in questa sede che, nati in quegli anni, hanno lasciato un segno vigoroso nella storia dell’arte, diventando delle vere e proprie correnti, strutturate e innovative.

L’Arte Povera, nuovo atteggiamento che usa materiali che stanno alla base della catena dei materiali, come il legno, il cotone idrofilo, il piombo, i metalli. Tra gli esponenti di questa corrente c’è Mario Merz, il cui igloo apre la mostra, troneggiando al centro della prima sala, ponendosi come modulo abitativo primitivo nel quale si raccoglie la volontà costruttiva senza pretesa stilistica.

Poverista anche l’opera di Gilberto Zorio, in cui elementi costruttivi funzionali sono usati solo come struttura portante di materia destinata semplicemente a descriversi in quanto tale o lo specchio di Michelangelo Pistoletto, che pone una riflessione sullo spazio: vedersi riflesso implica essere fuori e dentro l’opera.

La Minimal Art americana è presente con opere di Donald Judd, Carl Andre e Dan Flavin, fino ad arrivare a Sol LeWitt: forme geometriche essenziali, accentramenti e decentramenti che connotano lo spazio in maniera plastica, mentre l’Arte Concettuale è rappresentata dalle opere di Kosuth e Giulio Paolini, il cui fine è la smaterializzazione dell’identità. Nel caso del celebre autoritratto di Paolini ad esempio, il potere culturale vive attraverso la memoria dell’immagine: non conta l’opera stessa ma la memoria dell’oggetto.

Sono tre gli esponenti della Land art esposti, poetica artistica che come dice il nome stesso compie la sua azione sul paesaggio: Gordon Matta-Clark, che interviene in situazioni urbane di abbandono, ad esempio su palazzi di periferia; Richard Long, che effettua interventi sul paesaggio nei grandi spazi dei deserti americani o utilizzandone gli elementi costitutivi, come nelle rocce in mostra, o Christo, con i suoi famosi impacchettamenti.

Luigi Ontani, artista indipendente, che fa capo alla Scuola di Piazza del Popolo di Roma, portando avanti un discorso a sé, è in mostra con 52 foto che lo rappresentano in atteggiamenti e pose diverse: è il suo corpo il substrato su cui si depositano le informazioni rivolte allo spettatore. Indagine sul corpo o meglio utilizzo del corpo dell’artista stesso come principale strumento di espressione è anche il perno della poetica della body art, rappresentata dal performer italo americano Vito Acconci.

Sono forse i protagonisti dell’arte Pop gli artisti più politicizzati in mostra, con la loro polemica rivolta alla società consumistica; questo è molto evidente nelle opere di Franco Angeli e Mario Schifano, nelle quali il gesto del braccio o la predominante del colore rosso riportano a un senso dichiaratamente schierato.

La mostra si presenta quindi davvero come una ricca pagina antologica di un decennio complesso e variegato, offrendo al visitatore spunti interessanti per inquadrarne i maggiori protagonisti.

 

 

È solo un inizio. 1968

Fino al 14.01.2018

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Via delle Belle Arti 131, Roma

http://lagallerianazionale.com/

 

 

Part 1 – Galleria Alessandra Bonomo

Ha inaugurato mercoledì 25 ottobre presso la Galleria Alessandra Bonomo di Roma la collettiva Part 1, dedicata all’incontro tra le sperimentazioni di quattro giovani artisti. La mostra, come suggerisce il titolo generico, si pone come una semplice occasione di valorizzazione di giovani proposte, senza il bisogno di forzare a tutti i costi le opere verso aspetti comuni o messaggi unitari, e anche come la prima di una serie di iniziative similari, volte a indagare il fermento artistico contemporaneo. In altre parole, al centro dell’esibizione non c’è un discorso unico costruito attraverso le opere, ma l’esaltazione dell’individualità dei singoli artisti, delle loro caratteristiche specifiche e qualità originali. Le opere esposte, infatti, come osserva Carmelo Cipriani nel suo testo critico, sono accostate più per opposizione che per analogia, e la mostra non è altro che un fertile dialogo tra esperienze eterogenee, tra materiali e linguaggi molto diversi tra loro.

Ad aprire la mostra è Lulu Nuti, che espone opere nate durante una residenza d’artista su una nave cargo, molto diverse nella forma e nelle modalità di realizzazione, ma tutte volte ad interpretare lo spazio e la nostra relazione con esso. Particolarmente interessante è Cardiograms, una serie di tredici fogli circolari su cui sono stati registrati i movimenti della nave attraverso il tratto tracciato da una penna appesa al soffitto della cabina dell’artista, con risultato avvincente sia dal punto di vista estetico che per l’originalità nella rappresentazione del movimento, dello spazio e del tempo.

Baldassarre Ruspoli espone invece opere che indagano le potenzialità inespresse dei materiali da costruzione. Oggetti trovati come cavi d’acciaio e travi di legno sono recuperati dall’artista e utilizzati per realizzare opere che rimandano a esperienze artistiche precedenti, come le due assi riadattate in un omaggio a Brancusi

Seguono i disegni di Delfina Scarpa, una serie di colorati busti di donna e paesaggi appena schizzati, evocativi di un mondo infantile ed esotico allo stesso tempo.

L’ultimo artista in mostra è Simone Pappalardo con la sua sperimentazione sonora Orchestra Fragile, un’installazione che è anche uno strumento musicale. Composta da una serie di ampolle in vetro e fili di rame, l’opera produce un suono che accompagna il pubblico lungo tutto il percorso, risuonando in ogni sala e perfino all’esterno della galleria.

 

 

Galleria Alessandra Bonomo

Fino al 30 gennaio 2018

via del Gesù, 62

Roma

http://www.bonomogallery.com/

 

 

Decades

Beetroot, Diamond, Solo, Lucamaleonte e Gomez, cinque tra i più interessanti street artist attivi sulla scena romana, si trovano attualmente riuniti in un’unica mostra: Decades. Il progetto, ideato da Philobilon Urban Project, è ospitato all’interno del Guido Reni District, il nuovo spazio espositivo sorto negli spazi dell’ex caserma situata proprio di fronte al MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, al quale sempre più si sta affiancando come punto di riferimento per la cultura e la creatività contemporanea della capitale.

Non è un caso infatti che la mostra sia dedicata proprio a degli artisti attivi nel campo della Street art, che attualmente si è imposta come la nuova linfa vitale per l’arte contemporanea, soprattutto a Roma, dove il fenomeno sta raggiungendo dimensioni monumentali e quasi incontenibili. Molto apprezzabile a tal proposito la scelta dell’ingresso gratuito, che rispetta la modalità di fruizione libera che normalmente caratterizza le opere di questo genere e stempera il più che giustificato scetticismo nei confronti del loro passaggio dalla strada alla galleria.

I cinque artisti, come suggerisce il titolo stesso della mostra, sono stati invitati a rappresentare altrettante decadi del Novecento, dagli anni Cinquanta ai Novanta, attraverso il proprio stile e il proprio punto di vista personale. Tutta la seconda metà del secolo scorso è stata perciò da loro interpretata attraverso tele, murales e installazioni.

Si parte con gli anni Cinquanta, raccontati da Riccardo Rapone, in arte Beetroot. Protagoniste di questa sezione sono le icone del cinema dell’epoca, da James Dean a Charlie Chaplin, da Marilyn a Audrey Hepburn, rappresentate dall’artista attraverso la sua inconfondibile tecnica dello spray su stucco lavorato a trapano, con un risultato materico molto originale.

È Flavio Solo, invece, a raccontare gli anni Sessanta. Il decennio è rappresentato dall’artista attraverso il soggetto tipico di tutta la sua produzione: i supereroi. Personaggi come Spiderman, I fantastici 4, Hulk e Iron Man, creati dalla Marvel proprio in quegli anni, non potevano che essere del resto la chiave di lettura naturale dell’artista verso quegli anni.

Gli anni Settanta sono reinterpretati da Diamond, che ci restituisce le icone del tempo attraverso il suo elegante stile a metà tra il Pop e il Liberty.

Lucamaleonte ci racconta invece gli anni Ottanta, conducendoci tramite la sua tecnica impeccabile attraverso i ricordi personali di chi in quegli anni era ancora un bambino.

Particolarmente riuscita è infine la sezione dedicata a Luis Gomez de Teran, vera protagonista della mostra. L’artista ha scelto di descrivere gli anni Novanta attraverso il filtro della musica. Le numerose opere esposte, tutte realizzate con tecniche e materiali inusuali (tra cui ragni e semi di marijuana), sono infatti ispirate ognuna a una canzone nata in quegli anni e divenuta di culto per intere generazioni, come Smells like teen spirit, Zombie, Fear of the dark e così via.

Per visitare l’esposizione c’è tempo ancora solo fino a domenica 22 ottobre, quando in occasione della chiusura si svolgerà l’ultimo dei vari eventi di live painting che l’hanno accompagnata durante tutto il suo svolgimento.

 

 

Fino al 22 ottobre 2017

Guido Reni District

via Guido Reni, 7

Roma

http://www.philobiblon.org/mostre/decades

http://guidorenidistrict.com/eventi/

 

Sulle orme del “vecchio pazzo per la pittura”: Katsushika Hokusai

La grande onda di Kanagawa è l’opera forse tra le più riprodotte e conosciute a livello mondiale di Katsushika Hokusai, “il vecchio pazzo per la pittura”. Recentemente protagonista della mostra Hokusai. Sulle orme del maestro presso il Museo dell’Ara Pacis, la xilografia prima citata – la più nota della serie delle Trentasei vedute del monte Fuji – è solo una tra le tante opere che raccontano per grandi temi la produzione del maestro dell’ukiyoe, ovvero il “pittore delle immagini del Mondo Fluttuante”, e della sua contaminazione a livello nazionale ed internazionale. La mostra è dunque un racconto per immagini di una storia che ha influenzato moltissimi dei primi artefici della pittura moderna e contemporanea. Ma cosa ha ancora oggi di straordinario la tecnica e il senso artistico delle opere di Hokusai?

Sicuramente la fruibilità è indiscussa, basti pensare che tutti noi, sul nostro telefonino, possiamo usufruire in maniera del tutto inconscia e senza neanche porci troppe domande di un frammento, stilizzato e divertente, di questo grande artista, sperimentatore e abile narratore di una tradizione forse troppo lontana dal nostro pensiero contemporaneo. Ad oggi, infatti La grande onda è forse tra le immagini più giustamente e a volte ingiustamente “sfruttate” dell’arte di quegli anni. Questa celebrazione è forse dettata anche dalla grande apertura che l’arte del maestro ha avuto nei confronti dell’arte occidentale. Hokusai ha saputo far combaciare, perentoriamente, le innovazioni dell’arte occidentale alla tradizione artistica giapponese. Il senso di unità e di sguardo a ciò che succedeva al di là dell’Oceano, ha creato un ponte di relazioni e scambi. Che sia un bene o un male, un dato di fatto è che l’arte giapponese negli anni si è evoluta, rielaborando in maniera del tutto intima e personale un passato fatto di uno stretto legame con la tradizione della propria cultura. Hokusai, ha avuto la grande abilità di saper far convivere insieme elementi che hanno abbattuto ogni confine e ha permesso all’innovazione artistica occidentale ottocentesca di arrivare alle prime sperimentazioni, senza le quali, il nostro “contemporaneo” non sarebbe concepibile.

Sulle orme del maestro è oltre che un racconto, una finestra su un mondo che ci accomuna e allo stesso tempo ci allontana. La mostra mette nelle nostre mani le linee guida per una riflessione che ci conduce ad oltrepassare i confini e lasciarsi inebriare da culture orientali, strizzando un occhio alle evoluzioni artistiche dei secoli. Sebbene ad oggi, l’impronta paesaggistica, delicata e minuziosa, sia per lo più un ricordo lontano, ciò che resta è una contaminazione di forme, vedute e tradizioni in continuo mutamento.

 

 

HOKUSAI. Sulle orme del Maestro

12 ottobre 2017 – 14 gennaio 2018

Museo dell’Ara Pacis

Lungotevere in Augusta (angolo via Tomacelli), Roma

Orari: tutti i giorni h 9.30- h19.30

Biglietti: 11€ intero; 9€ ridotto + prevendita € 1