Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Dal produttore al consumatore. Comedian di Maurizio Cattelan divorata dalla performance Hungry Artist

Quando si visita un museo capita spesso di rimanere affascinati dai dettagli realistici delle nature morte che hanno caratterizzato l’arte nei secoli passati. Ai giorni nostri invece le nature morte prendono vita, nel senso che non ci si limita più a dipingere frutta, verdura oppure oggetti comuni, questi prodotti vengono direttamente esposti diventando i veri e propri soggetti dell’opera d’arte. Un esempio recente è Comedian, l’ultima opera realizzata dall’artista italiano Maurizio Cattelan, la quale è stata mangiata, nel vero senso della parola, dall’artista David Datuna durante la performance artistica Hungry Artist.

Comedian è, anzi era, una banana in fase di maturazione, acquistata per circa 30 centesimi di dollaro dall’artista italiano in un negozio di Miami, attaccata a una parete bianca da un semplice pezzo di nastro adesivo, venduta all’Art Basel di Miami al prezzo di 120.000 dollari. Se già la cifra d’acquisto ha suscitato numerose polemiche ancora più clamore ha scatenato la reazione di un altro artista, David Datuna, che ha mangiato l’opera di Cattelan durante la performance Hungry Artist (artista affamato).

L’atto di Datuna non deve essere interpretato come un oltraggio all’opera di Cattelan, anzi con Hungry Artist l’installazione di Cattelan è stata completata perché si è fatto ciò che normalmente si fa con un qualsiasi alimento, è stato mangiato, l’artista si è nutrito, tanto è vero che quando Comedian è stata venduta, assieme al certificato di autenticità dell’opera è stato affidato al museo anche un certificato con le istruzioni per l’uso, in cui l’artista richiedeva che il frutto venisse sostituito di tanto in tanto, in quanto si tratta di un materiale degradabile, destinato alla putrefazione.

Comedian e Hungry Artist sono diventate, grazie all’azione di Datuna, un’unica opera, è l’esempio di come l’arte contemporanea, a differenza del passato, vede il coinvolgimento del fruitore dell’opera, che in questo caso è diventato anch’esso opera d’arte attraverso il semplice atto di nutrirsi.

 

 

 

Santiago Calatrava. Nella luce di Napoli

Il rigore progettuale e gli slanci creativi dell’architetto spagnolo Santiago Calatrava sono protagonisti della grande monografica a lui dedicata in corso presso le sale del Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli: una mostra che racchiude prove di tutta la sua produzione, che spazia dall’architettura alla scultura, dalla pittura al disegno a mano libera, fio ad arrivare alla ceramica.

Nove sale del celebre museo partenopeo sono state messe a disposizione del suo estro; si parte dalla prima stanza, dove una serie di nudi femminili in bianco e nero si stendono parallele ai lati della fila centrale di sculture in bronzo di ellenica memoria, esercizi di stile anatomico con richiami allo spirito agonistico per poi entrare in una più moderna, quasi tecnologica: ecco le “moveable sculptures” bellissimi giochi cinetici di colore e geometria, che mirano a ipnotizzare lo sguardo del visitatore, in un gioco ottico di linee e spaziature in movimento.

E poi i bellissimi modelli e plastici architettonici, riproduzioni in scala dei grandi progetti dell’architetto: ponti, chiese, edifici, piccole meraviglie da studiare nel dettaglio o ricordare nell’immagine reale, vista magari dal vivo nei vari paesi del mondo dove sono state costruite.

E ancora la serie di dipinti rappresentanti tori, collegamento alle origini dell’architetto, i bellissimi leporelli sempre sullo stesso tema animale, la serie degli alberi, preziosi nella loro semplicità, che fanno da contraltare alle gradi sculture lignee, salici piangenti rovesciati, quindi quasi ridenti, o forse grandi mani artigliate in movimento, che trovano un parallelo nelle loro gemelle di ferro presenti nelle altre sale.

La mostra è dislocata, oltre che nel museo, anche nel Cellaio, edificio situato all’interno del Real Bosco di Capodimonte; un ambiente più intimo, quasi ecclesiastico, caratterizzato dalla preponderanza assoluta del colore bianco, dalle grandi volte e dai giochi di luce che fanno da perfetta cornice a più di cinquanta ceramiche, disposte quasi a ricordare un antiquarium di antica tradizione.

Colpisce lo spettatore la visione delle quattro uova decorate che pendono dai quattro archi principali del Cellaio; un’immagine che fa subito tornare in mente la famosa Pala di Brera di Piero Della Francesca. La leggerezza e il respiro spirituale dell’opera quattrocentesca sono però qui rimpiazzati da un senso più terreno di giocosità e presenza scenica, dato dalla forza evocativa di queste aeree forme decorate.

 

 

Museo e Real Bosco di Capodimonte

06 Dicembre 2019 – 10 maggio 2020

Via Miano, 2 – Napoli

www.museodicapodimonte.beniculturali.it

 

L’estetica della resistenza nelle opere di Nelson Pernisco

Equilibri esili e allo stesso tempo brutali si sviluppano nelle costruzioni scultoree di Nelson Pernisco, giovanissimo artista francese, alla sua prima esposizione personale in Italia negli spazi di White Noise Gallery a Roma. Il lavoro dell’artista è composto da sfaccettature che variano dalla scultura all’architettura, con un’accezione fortemente politica e utopistica. Il lavoro artistico di Pernisco è inesorabilmente connesso alla sua storia personale caratterizzata da un nomadismo che lo induce a necessitare di un incontro fisico e spirituale con i materiali e i luoghi in cui lavora. Una pratica artistica organizzata attorno alle nozioni di sforzo, lavoro e autoproduzione. Si tratta di una ricerca del tutto improntata sulla necessità di creare terzi luoghi reali o immaginari, spazi di libertà indisciplinata in cui la riflessione critica giustifichi la produzione di nuove utopie, libere da qualsiasi forma di repressione o occupazione.

Le sculture di Pernisco sembrano trovarsi in equilibrio perfetto tra la creazione e la distruzione. L’artista in un processo corporeo, quasi performativo, estrae forme minime da materiali pesanti, dando vita a costruzioni scultoree che si ergono a totem, trasferendo su di esse il concetto di resistance contro la disumanizzazione dell’habitat contemporaneo. Una resistenza attiva e non passiva che si esplicita nella scelta dei materiali, oggetti provenienti dal nostro immaginario collettivo, urbano e quotidiano, come ad esempio tornelli o cancellate. Questi “arredi invisibili” che appaiono come oggetti inanimati, s’inseriscono in un sistema architettonico standardizzato che non necessita più dell’individuo come centro propulsore. Questi oggetti, nella loro rielaborazione strutturale ed estetica, assumono forme nuove offrendo un’altra prospettiva ai nostri stessi “rifiuti urbani”. Si tratta quindi di costruzioni prese in prestito dall’ambiente urbano, dall’arredamento industriale o dal mondo tecnologico, che elaborano e accompagnano in una temporalità precaria unita all’urgenza di ripensarne le forme.

La mostra L’eternité n’est guère plus longue que la vie a cura di Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti, racconta visivamente questa estetica secca talvolta brutale e ironica che travolge le imponenti costruzioni scultoree dell’artista che sembrano unire iconografie antiche con elementi di puro utilitarismo, oggetti mistici che riportano l’uomo moderno alle sue radici esistenziali. Scegliendo di lavorare con materiali industriali e pesanti, Nelson Pernisco sfida la sua forza fisica tanto quanto il materiale, sia nel design che nel montaggio. In questo modo, l’artista da vita a un’estetica industriale ma del tutto artigianale che invita al dialogo e alla riflessione nell’esperienza di terzi luoghi in cui il pensiero critico diventa un’urgenza e la rielaborazione visiva dei contenuti diventa veicolo di nuove prospettive e nuove considerazioni.

Nelson Pernisco. L’eternité n’est guère plus longue que la vie

a cura di Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti

fino al 20 dicembre 2019

White Noise Gallery

Via della Seggiola, 9 – Roma

Orari: dal martedì al venerdì 11 – 19; sabato 16 – 20

Ingresso libero

 

 

 

From Tor Bella with Love: tre artisti per raccontare la periferia

Agglomerati urbani, segnali stradali, materiali da cantiere invadono gli spazi in una concomitanza di segni che ci raccontano un luogo, nello specifico una periferia a volte dimenticata. From Tor Bella with Love è il nuovo progetto espositivo che inaugura la nuova stagione di Spazio In Situ, l’artist run space e laboratorio condiviso, esempio di rigenerazione urbana giovane e frizzante.

Con From Tor Bella with Love Christophe Constantin, Marco De Rosa e Daniele Sciacca, ci offrono tre modi diversi di vedere e conoscere la periferia, in particolare la strada, creando un dialogo che ne metta in risalto pregi e difetti. Come una cartolina, le opere in mostra propongono un percorso che dalla strada ci porta in uno spazio in cui l’incognita e la diversità si pone reale davanti agli occhi dell’interlocutore cercando di porre delle domande e immaginare delle risposte.

È un sistema di segni e simboli quello costruito dai tre artisti, attraverso un linguaggio mnemonico e personale che appartiene all’immaginario collettivo, e un linguaggio segnico in cui i simboli si annullano nella loro funzione primaria conducendo all’assurdo e al non-sense. Questa duplice funzionalità del gesto e dell’azione, determinano una riflessione multidirezionale che sancisce degli abbattimenti spazio-temporali e ci interroga su un sistema cittadino segnato da una contraddittorietà di fondo data da unicità e differenze. Lo spazio si presta a degli interrogativi definiti da peculiarità di senso, da oggetti nati per veicolare sistemi e codici della strada, che diventano nella loro reinterpretazione estetica, ironica e talvolta paradossale, sistemi binari in cui confluiscono criticità e contraddizioni. Contemporaneamente, riflessioni più latenti e celate sono il pretesto per costruzioni dalle fattezze quasi scultoree in cui limiti e possibilità, come ad esempio la delimitazione di un territorio, si annullano vicendevolmente e propongono visioni e spazi alternativi, inevitabili forme di riflessione critica dell’uomo di fronte a un agglomerato urbano invasivo e talvolta degradato e abbandonato. Infine, non manca l’aspetto performativo che attiva e vivacizza lo spazio, dando un assaggio di quella realtà urbana che ci avvolge e che, in qualche modo, si pone come esasperazione di una visione puramente turistica della strada.

From Tor Bella with Love è una narrazione che richiede uno sguardo divertito e attento allo stesso tempo, una cartolina che dalla città ci porta in periferia e ce ne mostra i lati peculiari e contraddittori. La strada come metafora di modi di vivere e capacità di dialogo e interconnessioni, si presenta libera da determinati metodologie comportamentali creando, però, piccoli campanelli dall’allarme che interrogano inesorabilmente una realtà precaria in cui l’individuo è spettatore passivo e condizionato.

In Situ con From Tor Bella with Love inaugura una nuova programmazione made in situ, che vede i propri artisti mettere in connessione e in dialogo i propri unici e singolari linguaggi artistici con tre collettive con l’obiettivo comunitario di riflettere e mettere in evidenza gli elementi che identificano l’artist run space per eccellenza della periferia romana.

From Tor Bella with Love.

Christophe Constantin, Marco De Rosa, Daniele Sciacca

fino al 1° dicembre 2019

Spazio In Situ

Via San Biagio Platani 7 – Roma

 

 

Inner Landscapes. Paula Cortazar, Benjamin Degen, Alexandra Karakashian, Michele Mathison

Il viaggio e le sue molteplici declinazioni; questo è il tema della mostra Inner Landscapes, curata da Marina Dacci, in corso presso la galleria Anna Marra di Roma fino al prossimo 21 dicembre.

Viaggio inteso non solo come spostamento fisico ma come sequenza di tappe interiori, movimento interno che si riflette nei passi che si compiono all’esterno, mentre ci si sposta di luogo in luogo. Terre reali o immaginarie, spazi fisici o mentali: tra queste il viaggiatore non vede la differenza, ma si limita a percorrerne i sentieri.

Le opere esposte sono state eseguite da un gruppo di artisti di diversa provenienza: il sudafricano Michele Mathison, che crea le sue sculture utilizzando dei materiali duri, pesanti, realizzando delle fattispecie di divinità legate a un mondo connesso ai cicli delle coltivazioni e ai ritmi della comunità; i disegni dello statunitense Benjamin Degen, le cui opere su carta fanno da filo conduttore a tutta la mostra, piene come sono di colori vibranti, tesi a rappresentare il procedere fisicamente percepibile delle sue mai e dei suoi piedi nello spazio, un incedere fatto di curiosità, di fatica, di approdi e di partenze, in un labirinto segnico che ci mostra quasi una volontà di restare nel circuito piuttosto che trovarne la via d’uscita.

E poi ancora le opere della scultrice messicana Paula Cortazar, che diventano trascrizione del segno naturale sul materiale artistico: profonda interprete del linguaggio della terra e degli elementi, riscontra tra di essi profonde sinergie, quasi una matrice comune tra uomo e ambiente. Di nuovo dal Sudafrica la ricerca di Alexandra Karakashian, che racconta attraverso le sue bandiere fatte di frammenti dai toni scuri una lirica dell’istante ricostruito, quasi a formare un patchwork del ricordo e dei substrati della memoria, i bilico tra malinconia e ricostruzione.

Un viaggio dentro e fuori di sè stessi, sentito e provato dal corpo, ma elaborato e ricordato dalla mente, che si arricchisce strada facendo di dettagli ed impressioni, che segue la mappa del cuore piuttosto che quella dei laghi e dei fiumi.

Completa la mostra il catalogo edito Gangemi Editore, con un testo di Marina Dacci ed interventi degli artisti.

Galleria Anna Marra

Dal 13 Novembre 2019 al 21 Dicembre 2019

Via Sant’angelo in Pescheria 32 – Roma

Su appuntamento lunedì – sabato 15.30 – 19.30 (chiuso i festivi)

http://www.galleriaannamarra.com

 

 

Bacon, Freud e la Scuola di Londra

La School of London, trainata dai grandi nomi di Lucien Freud e Francis Bacon arriva nelle sale del Chiostro del Bramante di Roma: una mostra a cura di Elena Crippa che propone un corpus di oltre quarantacinque dipinti, disegni e incisioni provenienti dalla Tate, che percorrono sette decenni di arte britannica, con opere che vanno dal 1945 al 2004.

Gli artisti che fanno parte della School of London non sono originari di questa città, ma vi sono arrivati per vie traverse, spesso dovute a situazioni di crisi o a motivi di ricerca personale. Vi giungono fuggendo dalla Germania nazista Lucian Freud e Frank Auerbach; vi approdano per motivi di studio il norvegese Michael Andrews (che diventerà allievo di Freud alla scuola d’arte) e Paula Rego, che lascerà l’assolato Portogallo per le nebbie britanniche; viveva qui da eterno immigrato Leon Kossoff, nato nella capitale inglese da genitori ebrei russi, e Francis Bacon, irlandese di nascita ma londinese d’adozione da quando, quindicenne, vi si trasferì.

L’individuo, la sua vita e la sua psicologia sono al centro delle loro opere, analizzate attraverso prospettive diametralmente opposte tra loro; il senso di appartenenza a un substrato etnografico e familiare di Paula Rego esplode nella disintegrazione dell’io dei corpi di Francis Bacon, magma putrescente che tracima i succhi di anime tormentate o semplicemente desiderose di esplodere oltre il consentito. Il dettaglio ossessivo e puntuale di Lucien Freud intende limare le angosce dei volti di esseri per lo più distesi, dormienti o in veglia assorta, in cerca di alienazione dai loro stessi pensieri, coesi in alcune occasioni con i loro alter ego animali al punto da perdersi nelle loro fattezze, mentre quello di Leon Kossof si erge solitario in un marasma di segni e tratti cromatici, singolo baluardo a difesa di tutta la rappresentazione della vita che scorre.

Il medium audiovisivo trova una certa risonanza in questo progetto espositivo: a “The Naked Truth”, opera filmica interpretata da Stefano Cassetti, Adamo Dionisi, Lucrezia Guidone e Sarah Sammartino per la regia di Enrico Maria Artale è infatti affidato il compito di narrare la mostra attraverso una serie di immagini, mentre le audioguide che accompagneranno lo spettatore nella visita avranno la voce di Costantino D’Orazio, storico dell’arte e saggista.

 

 

Chiostro del Bramante

Dal 26 settembre 2019 al 20 febbraio 2020

Via della Pace – Roma

Lunedì – Venerdì dalle 10.00 alle 20.00

Sabato e Domenica dalle 10.00 alle 21.00

https://www.chiostrodelbramante.it

Scienza, arte e cultura: in arrivo a Torino la prima edizione del Festival della Tecnologia

Il Politecnico di Torino in occasione del 160esimo anniversario dalla sua fondazione, apre alla cultura con la prima edizione del Festival della Tecnologia, una rassegna inedita – pensata e organizzata dal Politecnico di Torino con la curatela del Rettore Guido Saracco, del delegato per la Cultura e la Comunicazione Juan Carlos De Martin e del giornalista Luca De Biase – che per la prima volta si propone di esplorare la relazione tra tecnologia e società con un approccio umanistico e democratico, partendo dal presupposto che la tecnologia non sia soltanto il risultato di scienza e innovazione, ma sia prima di tutto il frutto di un’abilità squisitamente umana, la creatività.

Per quattro giorni (dal 7 al 10 di novembre 2019) l’Ateneo aprirà le porte dei propri laboratori, Dipartimenti, Centri di ricerca interdipartimentali e collezioni storiche e si allargherà alla città e all’intera Regione. Oltre 50 partner hanno aderito e contribuito a una rassegna di ampio respiro per offrire alla cittadinanza una riflessione articolata, inclusiva e accessibile su questi temi. Soggetti culturali del territorio come Polo del ‘900, Museo del Cinema insieme a Torino Film Festival e Circolo dei Lettori hanno collaborato fin da subito alla realizzazione del Festival, con iniziative organizzate e ospitate in diversi luoghi della città.

Il Politecnico di Torino con questa iniziativa, vuole fare dono alla città e alla cittadinanza di una rassegna di ampio respiro che offra gratuitamente approfondimenti e riflessioni articolate, una chiave di lettura per il mondo complesso in cui viviamo e da cui la tecnologia è inevitabilmente plasmata. Il programma, quindi, è caratterizzato da una forte interdisciplinarità e da un fitto calendario di eventi e incontri con grandi personalità del mondo della scienza e della cultura. Il Festival si apre giovedì 7 novembre con il conferimento della Laurea ad honorem in Ingegneria Gestionale al Premio Nobel Joseph Stiglitz, mentre sabato 9 novembre verrà conferita la Laura ad honorem in Ingegneria Aerospaziale a Samantha Cristoforetti.

Tra le tante iniziative, si darà spazio anche all’arte e alla cultura nelle sue declinazioni, con eventi mirati e incontri. Il Museo Nazionale del Cinema, partner del Festival della tecnologia con Torino Film Festival, proporrà una Notte da brivido: una notte al museo, fino all’alba, interamente dedicata al tema delle tecnologie, della fantascienza e dell’horror, con proiezioni – con effetti speciali dal vivo – sui maxischermi dell’Aula del Tempio.

Alessandro Baricco, si interrogherà su cosa ha guadagnato e cosa ha perso l’uomo con la rivoluzione digitale, mentre l’architetto e docente cinese Zhang Li e Antoine Picon, docente di Harvard, racconteranno come gli edifici diventino quasi creature vive, capaci di interagire tra loro e con i cittadini grazie alla tecnologia. Protagonista della giornata di domenica 10 novembre, invece, Piero Angela, che terrà una lectio dal titolo Tecnologia, cultura e informazione, dedicata all’importanza della diffusione delle conoscenze scientifiche.

Non mancherà, infine, la voce di un grande artista. In linea con lo spirito del Festival, Michelangelo Pistoletto si farà portavoce di una riflessione su come riconciliare umanità, tecnologia e natura, ovvero promuovere un nuovo umanesimo costruendo il Terzo Paradiso: una terza fase dell’umanità che viene dopo il paradiso della comunione con la natura e dopo l’attuale paradiso artificiale.

 

Festival della Tecnologia

7 – 10 novembre 2019

Politecnico di Torino (sedi varie)

 

Ingresso libero

Tutti gli eventi e gli incontri del Festival sono ad accesso gratuito e libero, fino ad esaurimento dei posti disponibili in sala, ad eccezione della “Notte da brivido” al Museo del Cinema, che prevede un biglietto d’ingresso. Per alcuni incontri è richiesta la prenotazione obbligatoria sul sito www.festivaltecnologia.it

 

Programma completo e info

Il programma completo è disponibile online al sito www.festivaltecnologia.it

È disponibile sia per dispositivi Android che iOS la webapp Festival della Tecnologia.

 

Per informazioni: info.festival@polito.it

Strings. Light and Vision alla White Noise Gallery di Roma

Tra luce e buio inizia il percorso espositivo di Strings. Light and Vision, la prima collettiva ospitata negli spazi di White Noise Gallery a Roma. La mostra a cura di Maria Abramenko parte proprio dalla luce, come elemento primordiale dello sguardo, elemento fondamentale e ancestrale che precede il tempo, la memoria e l’identità. Attraverso il lavoro di sei artisti di fama internazionale: Isabel Alonso Vega, DUSKMANN, Andrea Galvani, Sali Muller, Mareo Rodriguez, Alessandro Simonini, la teoria delle stringhe, così come la fisica quantistica celata nelle installazioni e nei lavori degli artisti, conducono verso un’astrazione psicologica che si presenta al pubblico sotto forme effimere visibili e talvolta invisibili.

Il progetto è un’interessante analisi e racconto visivo delle teorie più studiate in fisica, attraverso l’uso di un’altra scienza, quella dell’arte. Nella scelta delle opere e nella costruzione del dialogo visivo è chiara la necessità di interrogarsi e interrogare lo spettatore su più livelli, da quello meramente estetico a quello più concettuale.

In un connubio dove il buio si costituisce come oscurità da cui la luce emerge e plasma, Andrea Galvani, ad esempio, presenta un paesaggio incandescente, un’equazione cosmica, che appare in alto come un cielo stellato e si pone come guida celeste dove i numeri e la matematica si materializzano come ipotesi, quesiti legati all’universo e all’intero cosmo. Alessandro Simoni, invece, nel suo tetragramma neon si apre a duplici interpretazioni e connessioni di senso, volutamente contrapposti, in cui fa appello a una trasmutazione alchemica e spirituale. L’elettricità funge da moderno fuoco, simbolo antichissimo che racchiude una forza distruttrice e, allo stesso tempo, si costituisce come simbolo di rinascita e purificazione.

Gli artisti in mostra, seppur in modo e con mezzi differenti, indagano fenomeni puramente scientifici, ci si domanda, però, dove si collochi l’individuo e quali processi relazionali possa innescare in un’ambiente così già ricco di riflessioni. Sali Muller, sposta così l’attenzione sull’uomo partendo dall’oscurità come dimensione necessaria per veicolare un’alienazione. L’individuo, nel buio e attraverso ipotetici frammenti di luce, indaga il suo ruolo identitario in relazione alienante rispetto alla propria immagine di sé e della natura che lo circonda.

Tutti gli artisti in mostra, coinvolgono lo spettatore in una narrazione che richiede uno sforzo in più rispetto alla mera osservazione. Il pubblico deve intervenire, ma in un tempo misurato, poiché sono le opere, cariche di una dimensione quasi metafisica, a narrare di ricerche e ipotesi costruendo nella loro singola rappresentazione quesiti e ipotesi relazionali tra ciò che è visibile e ciò che non lo è.

STRINGS. LIGHT AND VISION

Isabel Alonso Vega – DUSKMANN – Andrea Galvani – Sali Muller – Mareo Rodriguez – Alessandro Simonini

a cura di Maria Abramenko

28 settembre – 26 ottobre 2019

White Noise Gallery

Via della Seggiola 9 – Roma

Orari: mar – ven, 11 – 19; sabato 16 – 20

Ingresso libero

 

Impressionisti Segreti

Lo sapevate che il passatempo preferito di Maria Letizia Romolino, la mamma di Napoleone Bonaparte, durante il periodo in cui visse a Roma era spiare, non vista, dalle persiane del balconcino con affaccio sui Piazza Venezia le persone che passeggiavano per la strada sottostante? Riuscite a immaginarla mentre commenta, scherza, fa dei pettegolezzi su sconosciuti e volti noti, mentre il famoso figlio è impegnato a conquistare l’Europa?

Ed è proprio nelle sale del cosiddetto piano nobile di Palazzo Bonaparte, dove Donna Letizia viveva, che dal 6 ottobre è possibile visitare la mostra Impressionisti Segreti, prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia, con il patrocinio dell’Ambasciata di Francia in Italia e della Regione Lazio. Questo bellissimo spazio riapre al pubblico, in questa inedita veste espositiva, grazie all’intervento di Generali Italia, con una mostra di 50 opere di artisti Impressionisti, tra cui Monet, Renoir, Cézanne, Pissarro, Sisley, Caillebotte, Morisot, Gauguin, Signac.

Il titolo della mostra, curata da Claire Durand-Ruel, discendente di Paul Durand-Ruel, mercante d’arte e primo sostenitore degli impressionisti e da Marianne Mathieu, direttrice del Musée Marmottan di Parigi, allude alla provenienza delle opere, quasi tutte appartenenti a collezioni private solitamente non accessibili al pubblico.

Le sale, restaurate in modo elegante e raffinato, ospitano un allestimento di piccoli gioielli pittorici; sembra di entrare in un vero e proprio salotto dell’arte, denotato da un’illuminazione perfetta e da toni cromatici avvolgenti e intimi. Una mostra preziosa ed elegante, che oltre a regalare la possibilità di ammirare una serie di capolavori poco noti ha ridato aria e respiro a un importante palazzo di Roma, già caratterizzato di per sé dalla bellezza architettonica e da rimandi storici importanti e a tratti, perché no, anche ironici.

Donna Letizia avrebbe sicuramente apprezzato.

Federico Zandomeneghi
Sul divano
Olio su tela, 44×87 cm
Collezione privata, Italia

Berthe Morisot
Devant la psyché, 1890
Olio su tela, 55×46 cm
Collection Fondation Pierre Gianadda,
Martigny, Suisse
Photo Michel Darbellay, Martigny

Pierre-Auguste Renoir
Bougival, 1888
Olio su tela, 54×65 cm
Collezione Pérez Simón, Messico

 

Palazzo Bonaparte

Dal 6 ottobre 2019 all’ 8 marzo 2020

Piazza Venezia, 5 – Roma

www.arthemisia.it/it/impressionisti-segreti/

da lunedì a venerdì 9.00-19.00 – sabato e domenica 9.00-21.00

 

Eo/hoc ipso tempore. Sebastiano Bottaro in mostra alla Blue Hole Art Gallery

A tre mesi dall’apertura del Citylab 971, avvenuta grazie alla cooperazione tra URBAN VALUE by Ninetynine il Comune di Roma, CDP e Visionart, si concretizza il primo intervento strutturale sull’Ex Cartiera Salaria, con l’apertura della galleria d’arte Blue Hole. La galleria sorge all’interno di uno degli otto hangar del CityLab 971, uno spazio di 300 mq, ristrutturato per poter ospitare esposizioni ed eventi d’arte. Un progetto ambizioso che persegue il suo obiettivo con la nuova mostra personale inaugurata, in concomitanza con la Roma Art Week, dell’artista Sebastiano Bottaro, Eo/hoc ipso tempore, un progetto di Valentina Ferrari a cura di Ruggero Barberi.

La mostra presenta al pubblico un corpus di opere significative dell’artista di Palazzolo Acreide che, alla sua prima mostra personale romana, coniuga il gesto manuale a una ricerca di stampo metafisico.

Le opere sono il frutto di una matura riflessione sul gesto manuale – il cui esito è una gestualità consapevole e formalmente codificata – e sulla testimonianza che questo lascia di sé nella sua durata temporale. I lavori presentano un’innegabile matrice grafica – nel senso poietico e manuale del termine – il tutto approntato su un piano di lavoro gelosamente pittorico e autografo.

Attraverso il gesto manuale e la stesura delle linee, il tempo si verifica come una distinta semiosi della temporalità laddove questa si concretizza verso la spazializzazione, dove essa produce spazio; una temporalità che rende aperto il suo segreto e che si configura come un terreno per un qualcosa, tant’è che la messa in moto della traccia temporale delinea su di un secondo piano – reso omologo al primo – strutture tabulari le quali creano e parimenti disfanno le dimensioni spaziali, e in ultima analisi fanno coincidere il piano temporale con quello spaziale tout-court.

Il gesto, caro all’artista, accoglie la lezione sulla cancellatura di Emilio Isgrò – nel campo della poesia visiva – ossia il gesto della cancellatura inteso come vero e proprio mezzo “salvifico” che fa rilucere il contenuto – in questo caso della parola – preservandolo in un annerimento che ricompone e ridistribuisce le priorità discorsive e istanziali tra i livelli di significato. Un gesto che perciò si appropria a sua volta di un chiaro intento affermativo, nella negatività della sua esecuzione.

Sebastiano Bottaro, eo/hoc ipso tempore

Dal 12 al 26 ottobre 2019

Blue Hole Art Gallery

Orari: dal lunedì al giovedì, 11 – 19

www.blueholeartgallery.com