Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

La perfezione esiste e si trova qui

Se siete ancora dell’idea che la perfezione non esista forse non avete mai prestato attenzione al Museo dei Musei: i Musei Vaticani. Chi al mondo non conosce questo museo dei musei?

Sarebbe riduttivo parlare con voi della straordinaria storia e delle inestimabili opere che questi luoghi racchiudono; grandi nomi del panorama letterario e storico-artistico ne hanno parlato, ed è a loro che lascio questo compito.

Sappiamo che il primo nucleo dei musei nacque nel Cortile delle Statue, l’attuale Cortile Ottagono, che ospitò le copie romane delle maestose sculture greche. Sì perché il Museo originariamente era nato per contenere ed ivi collocarvi le sculture risalenti all’Impero Romano. Quello che fino ad allora era pagano divenne cristiano, sotto i pontificati dei papi che si susseguirono dal 1503 in poi, anno dell’incoronazione di Papa Giulio II. Ed è proprio a quest’ultimo che si deve una delle più importanti e copiose raccolte di opere d’arte al mondo, là nello stato più piccolo del mondo, là dove l’ingegno umano è fiorito.

Oggi quando parliamo di Musei Vaticani parliamo di ventisei musei, così distribuiti: gallerie, pinacoteca, lapidari, stanze, cappelle, collezioni. I Musei Vaticani sono tutto questo, un continuo snodarsi di luoghi che raccontano la storia dell’umanità. Si spazia dall’arte dell’Antico Egitto fino all’Arte Contemporanea. Grandi sono i nomi e le opere che riecheggiano in questi ambienti: Giotto, il Beato Angelico, Raffaello, Michelangelo, Caravaggio ed ancora Carrà, Chagall, Dalì, Kandinsky, Van Gogh, Matisse e tanti, tantissimi altri.

Credetemi è riduttivo ed anche difficile poter descrivere la grande bellezza di questo luogo, dove l’ingegno umano fa da padrone e dove lo spettatore non può far altro che sentirsi smarrito, tante le emozioni che si provano lungo il cammino. E si perché i Musei Vaticani sono il cammino della vita dell’umanità. Un tripudio che esalta le civiltà di tutti i popoli e le straordinarie sfaccettature della vita di noi tutti.

Percorrete questi luoghi lentamente, in silenzio e lasciate che i vostri occhi si riempiano di tutto quello che di più bello c’è al mondo: la grandezza della mente umana. Fate vostri questi attimi di vita, ripercorrete con queste magnificenze l’esistenza. Non siate turisti, siate viaggiatori. La differenza è tanta, fate del viaggio un sentimento, un luogo della mente ma soprattutto del cuore. Fatevi intimorire da quell’Augusto di Prima Porta così autoritario; emozionatevi davanti al Sarcofago di Sant’Elena, madre del grande imperatore Costantino; lasciatevi travolgere dall’aggrovigliato movimento del Laocoonte; dall’amore e la dolcezza dei volti firmati da Raffaello; dall’immensità del fatidico tocco di mani michelangiolesco; provate compassione per il Cristo morente della Pietà di Van Gogh; respirate la vastità del mondo nella Galleria delle Carte Geografiche; gioite alla visione dei colori presenti nelle pitture del Salone Sisto.

Fate dei vostri occhi calamite e del vostro Io fatene orgoglio, orgoglio per il genere umano.

Perché se vi hanno sempre detto che la perfezione non esiste, non sono passati per di qua.

 

 

L’Arte esce di casa

Io resto a casa. È questo l’hashtag più ricorrente nei nostri social, ed è per questo che oggi voglio proporvi una nuova attività. Un’attività che mira al distacco, se pur di breve durata, del periodo che stiamo affrontando, miei cari italiani.

Partendo dalla Pinacoteca di Brera, oggi, faremo un tour dei musei visitabili comodamente da casa, sul divano per esempio.

Situata nell’omonimo quartiere milanese, la Pinacoteca di Brera è una galleria d’arte nazionale che spazia cronologicamente dal IV millennio a.C. al XX secolo d.C.; all’interno delle trentotto stanze sono collocate opere di tutto il territorio italiano, specialmente dell’area settentrionale. Ci concentreremo sulle opere più rappresentative e simboliche che fanno della Pinacoteca uno dei più importanti siti italiani.

L’opera del Mantegna, Cristo morto nel sepolcro e i tre dolenti, è di grande impatto emotivo, il tratto incisivo delle linee fa emergere il dolore e lo strazio provocato dalla classica iconografia del compianto sul Cristo morto, ove l’animo dei dolenti è rappresentato dai fitti segni espressivi presenti sul volto: rughe e lacrime. L’artista conferisce all’opera una prospettiva irregolare, e lo si deduce dalle minute dimensioni dei piedi rispetto al resto del corpo. L’addome è il punto che maggiormente attira lo spettatore, la rigidità muscolare e il panneggio del lenzuolo danno all’opera un aspetto drammatico che viene accentuato dal sapiente uso della luce, che fa emergere un profondo senso di pathos. Quest’ultimo si evince anche nell’opera di Giovanni Bellini, La Pietà, dove la Vergine e San Giovanni sorreggono il corpo morto di Gesù Cristo, un corpo privo di peso. Le tre figure invadono lo spazio centrale dell’opera, in modo tale che lo spettatore si concentri su di essi tralasciando quello che si intravede nello sfondo, una natura distante e distaccata dalla morte: che viene rappresentata attraverso una luce innaturale dei corpi dei tre figuranti. Ed è proprio la luce a giocare un ruolo da protagonista sulla tela di Michelangelo Merisi da Caravaggio. Giochi d’ombre che che conferiscono alla tela di Cena in Emmaus un momento intimo e drammatico. Drammatico come riportano le rughe sul volto del Cristo, stanco ed affaticato; quasi una scena teatrale la cui gamma cromatica è quasi sempre la stessa, cupa e tendente al monocromo. Tutto il contrario va detto della Pala di Montefeltro ad opera del Maestro Piero della Francesca, la cui iconografia della Sacra Conversazione allude sia alla devozione religiosa, sia alla politica del committente, Federico da Montefeltro, ed anche alle sue imprese araldiche. L’opera presente una schiera di santi attorno alla Vergine col Bambino, il tutto viene sovrastato da una conchiglia da cui pende un uovo di struzzo; simboleggiando la maternità della Vergine e di conseguenza la Creazione. Nonostante la vivacità del colore delle vesti dei personaggi, l’opera è impostata con un certo ordine geometrico, che la rende armoniosa e con una prospettiva centrale. Di grande impatto prospettico è l’opera di Raffaello, Lo Sposalizio della Vergine; che come da tradizionale iconografia rappresenta la Vergine da un lato con le altre donne e dall’altro lato Giuseppe con un gruppo di uomini. La naturalezza dei corpi, il tratto morbido delle linee e la moltitudine di colore sono in netto contrasto con la rigidità schematica delle linee della piazza lastricata, che convergono alla gradinata del tempio, che fa da imponente sfondo. La prospettiva vertiginosa fa da sfondo anche nell’opera del Tintoretto, Miracolo di San Marco, ove troviamo sulla sinistra il Santo che cerca di fermare i veneziani, affinché questi pongano fine alla profanazione delle tombe. L’opera appare quasi in movimento, il che è dovuto dal fatto che in alto a destra un gruppo di uomini getta a terra alcuni cadaveri e nella parte sottostante i personaggi tendano ad allontanarsi in maniera spaventata, quasi infastiditi da essi.

Parlando di movimento non possiamo non citare l’opera di Boccioni, Rissa in Galleria, eseguita poco dopo la nascita del Manifesto Futurista. Boccioni infatti sarà uno degli esponenti del futurismo. Sebbene l’opera, presenti figure ben delineate, è dinamica, il movimento viene reso anche dall’uso del colore, vivace, e di quello complementare.

Ultimo ma non per importanza è Il bacio, non possiamo parlare della Pinacoteca di Brera se non parliamo del Bacio di Hayez. L’opera raffigura due giovani innamorati intenti a baciarsi; l’ambientazione è medievale come lo stesso gli abiti che entrambi portano. Il sensuale bacio, viene reso tale dal movimento del corpo della donna che quasi si abbandona al suo amato. Quest’ultimo nonostante il momento di grande intimità e passione, poggiando un piede sul gradino fa intravedere un pugnale, quasi a voler dirci che poco dopo avverrà uno scontro. L’opera è ricca di allegorie, come gli ideali patriottici del Risorgimento che vengono riportati dai colori degli abiti dei due innamorati, quello italiano e francese. Eseguita nel 1859 è considerata il simbolo del Romanticismo italiano.

Il nostro viaggio all’interno della Pinacoteca finisce qui, ma voi potete continuare a visionare le restanti opere presenti al suo interno.

Link: https://pinacotecabrera.org/

 

Kupka. Il mondo, con una realtà di cui non si è nulla

Viviamo nel timore di un nemico invisibile, che avvolge tutta l’umanità costringendola nel terrore. Ma la speranza non muore mai , ci da la forza di continuare a lottare contro questa guerra invisibile.

Artecracy.eu cerca di dare un piccolo contribuito, un aiuto a far sopravvivere l’arte affinché dia un raggio di speranza a non fermarsi #Si va avanti

Oggi mi soffermo su un pittore ceco, esponente della pittura astratta e dell’orfismo: Kupka.

Per Kupka l’esperienza fondamentale e decisiva è quella del male. Indubbiamente il male non è soltanto la fragilità o la debolezza, o imperfezione che cospira nell’armonia dell’universo, esprime l’indifferenza sulle diverse personalità in procinto di disgregarsi nel nulla.

Siamo alla fine del XIX secolo, nella capitale dell’Impero austro-ungarico, un Impero multietnico si sta pian piano dissolvendo a causa dei conflitti interni e dalla varietà di entine diverse. Sul piano culturale è un polo vivace e pieno di stimoli. Il pittore Kupka inizia a copiare dal vivo passando per Vienna, la culla della nuova arte.

Attratto dalla geometrizzazione dell’architettura, è totalmente evidente il suo interesse per la secessione viennese, per quell’astrattismo lontano dalle accademie rigide e chiuse alle novità.

Il giovane pittore scopre Schopenhauer, che esercita su di lui un’influenza considerevole come su tutti i pittori del XX secolo.

La dottrina filosofica tedesca può essere paragonata a una vasta evocazione magica che tenta di svelare la potenza del mondo. La filosofia e l’occultismo sono molto in voga nella sua cultura personale. E’ cresciuto in una regione intrinseca di misteri e spiriti, lui stesso è stato un medium.

Fu un uomo che si poneva molte domande sulla natura metafisica del mondo, la creazione naturale, sul potere della natura, sul posto dell’uomo nell’universo che provoca un enorme attrazione per la corrente del New Age, interessandosi a tutte le tecniche di mediazione che provenivano dall’est. Egli si nutriva di quello spirito metafisico e mistico.

Kurpa s’inserisce in una comunità dche pratica sedute spiritiche. Interpreta l’arte in base alle sue intenzioni personali.

L’astrattismo è la sua scelta di negare la rappresentazione della realtà per esaltare i propri sentimenti attraverso l’uso delle forme e colori, inteso come risultato dell’incontro tra uomo e mondo, in un alternarsi di gioie e dolori. Si considera un filosofo della natura.

 

 

Josè Manuel Ballester. La profezia degli Hidden Spaces

Sono giorni difficili, non solo per l’Italia, ma per il mondo intero. Un nemico invisibile minaccia l’umanità costringendola all’isolamento per poter preservare la propria salute. Anche Artecracy.eu cercherà di dare il suo piccolo contributo, continueremo a scrivere per voi lettori, in modo che la diffusione dell’arte e della cultura non si fermi.

Oggi vi presenterò un artista spagnolo, Josè Manuel Ballester (1960), autore della serie Hidden Spaces. Perché ho scelto questo artista? Basta osservare le sue opere, ispirate dalle pitture di altri artisti, quali ad esempio Botticelli, Leonardo, Picasso; si tratta di composizioni che immediatamente richiamano nella mente di chi le osserva la drammatica situazione attuale, le figure umane infatti non sono presenti, si ha la sensazione che anch’esse siano fuggite, lasciando uno spazio vuoto, deserto e inquietante, come quello mostrato dai mass media delle nostre città.

L’artista conferisce importanza allo sfondo, allo spazio che ha circondato le più note icone della storia dell’arte, conduce la mente di chi osserva le sue opere a osservare i dettagli della natura o di uno spazio architettonico che prima, con la presenza della figura umana, veniva presa poco in considerazione.

Le sue opere sono una sorta di profezia. Attualmente l’uomo, essendo stato privato della quotidianità, pensa con nostalgia agli spazi che ora non può frequentare, capisce l’importanza di quei piccoli dettagli che per anni l’hanno circondato e che sono stati trascurati. L’assenza, il silenzio, il vuoto e la solitudine sono i protagonisti delle opere di Josè Manuel Ballester, figure di spicco che in questo momento accompagnano la nostra vita.

Delicatezza e inafferrabilità: Mattia Pajè si racconta nella sua prima personale a Roma

Una delicata inafferrabilità è ciò che si percepisce davanti alle opere che Mattia Pajè, artista emergente classe ‘91, ha immaginato e ideato per gli spazi della Fondazione smART. Un giorno tutto questo sarà tuo, titolo della mostra a cura di Saverio Verini, non è solo un auspicio, ma è uno statement che fa da collante a un approccio artistico non solo concettuale, bensì esperienziale.

Il progetto nato a seguito di una residenza presso lo spazio di Fondazione smART, convoglia non solo un uso materico differente e una connessione apparentemente scollegata tra le opere, ma fa molto di più ovvero si concentra su una sorta di sospensione, di incertezza e instabilità che precede un obiettivo, così come recita una delle opere in mostra. Questo senso di precarietà che avvolge il percorso della visita, si affianca anche ad un senso di casualità non necessariamente riconducibile a qualcosa di negativo, ma nella sua variante più possibilista. Il caso, l’incapacità di prevedere la raggiungibilità di un qualcosa a cui ognuno di noi cerca di arrivare, è un’incognita che si sviluppa nelle opere di Pajè sotto varie forme: una sequenza di numeri, un volto indefinito, un’immagine interrotta. Ciò che può succedere da un momento all’altro non è dato sapere, ma quello che resta è un senso di ambiguità e fragilità.

Le opere di Pajè pensate per la mostra, sembrano vivere di contraddizioni non solo a causa dell’eterogeneità e della scelta di metodi stilistici diversi che potrebbero far pensare a un molteplice autore, ma anche dalla loro distribuzione nello spazio. Ogni intervento sembra essere pensato per entrare in contraddizione con ciò che ha di fronte: un’immagine troppo grande persino della stanza entra in un dialogo immediato e ferratissimo con una piccolissima “bacchetta magica” che nel bianco puro e accecante della parete riesce a mostrarsi allo spettatore in uno scambio di intenzioni e forza espressiva che invade la stanza.

Ogni opera nella sua complessità o nella sua semplicità, racchiude e nasconde infinite riflessioni che hanno una forza e una potenza espressiva immediata. L’inafferrabilità è sia la delicatezza di un gesto che l’imprevedibilità di una conclusione che forse non avverrà mai o forse si. Un abbraccio accennato che potrebbe sgretolarsi da un momento all’altro, un gesto semplice e quasi impercettibile che però racchiude tutta la forza della mostra e di quel senso di imprevedibilità che accomuna una generazione. In questo senso, la mostra ha un approccio prima emotivo e poi concettuale, una forza espressiva che non lascia niente all’incompiuto a differenza del messaggio che vuole inviare.

Un giorno tutto questo sarà tuo si racconta in una dimensione domestica, quasi familiare e sicuramente vivace, che nonostante lo zelo e l’abbondanza degli interventi, si presenta in un modo del tutto lineare, non narrativo, ma episodico dove il senso comune di appartenenza a una generazione segnata dalla libertà di scelta, di cambiamento e di autonomia, porta con sé inquietudine e incertezze affrontate nel tentativo di affidarsi al caso, all’imprevedibilità del momento per poi raggiungere, forse, una promessa di felicità.

Mattia Pajè. Un giorno tutto questo sarà tuo

a cura di Saverio Verini

fino al 20 marzo 2020

Fondazione smART – Polo per l’Arte

Piazza Crati 6/7, Roma

Orari: dal martedì al venerdì, ore 11-13 / 15-18 o su appuntamento

Ingresso gratuito

 

Sabina Mirri. Gonna be a cult character

In scena presso la Galleria Alessandra Bonomo di Roma la personale dell’artista svizzero-romana Sabina Mirri, arricchita da un intervento di Sandro Ghia: cameo questo che rappresenta unchiaro richiamo alle sue origini, visto che la Mirri ha esordito negli anni ’80 come artista della Post Transavanguardia in alcune rassegne curate da Achille Bonito Oliva dedicate questa corrente.

In mostra una serie inedita di collage in carta velina montati su pannelli di legno, disegni e lo Studiolo, opera che trae ispirazione dal San Girolamo di Antonello da Messina: si tratta di un ambiente realmente usato dall’artista per il suo lavoro, già esposto a Pisa nel 2017, nei cui scomparti e anditi sono racchiuse testimonianze, attimi di vita e soprattutto i disegni di Sandro Chia, personaggio che come già accennato riveste un ruolo importante nella formazione artistica di Sabina Mirri.

I collage sono composti da carte veline colorate, diafane e trasparenti, che alla base hanno un’ossatura definita dal disegno e dal carboncino: si sovrappongono creando un percorso cromatico e narrativo fatto di vedo e non vedo. La maggior parte dei collage in mostra ha come soggetto principale una lepre umanizzata, viziosa e lasciva, dedita a piaceri di vario genere, quasi un antieroe destinato a suscitare simpatia e riconoscimento nelle nostre personali debolezze.

 

 

GALLERIA ALESSANDRA BONOMO

Dal 18 febbraio 2020

Via del Gesù 62, Roma

Dal martedì al sabato 12.00-19.00

www.bonomogallery.com

 

 

Y.Z.Kami e l’indaco della notte

Avvolte da un’atmosfera enigmatica, dalle tonalità fredde color indaco, il colore della notte, le opere di Y.Z.Kami sono forme visibili di un sogno, di un’idea o di un’immagine del reale veicolata dalla foschia e dallo sfumato del nostro vedere. Originario di Teheran, Y.Z.Kami, dopo la sua partecipazione al progetto collaterale della 58esima Biennale di Venezia, The Spark Is You, una collettiva organizzata dalla Parasol unit foundation for contemporary art di Londra, presenta la sua prima personale in Italia dal titolo Night Paintings presso gli spazi di Gagosian.

Lo spazio espositivo di Gagosian si mette a disposizione di un racconto per immagini monocromo in cui vige la predilezione per un linguaggio teso tra il figurativo e l’astratto. Nella tensione dell’indaco e di una pennellata nebbiosa e sfocata, che esaspera l’enigma del vedere, i dipinti notturni di Kami mostrano delle immagini in dialogo attraverso piani apparentemente solidi, liquidi e gassosi. A tenere unito il tutto è una riflessione tra il filosofico e lo spirituale. Seppur non in maniera immediata, si percepisce una necessità di raccoglimento, come un momento di sacra contemplazione, in cui la possibilità di cogliere certi aspetti del visibile è velata dall’ineffabilità della composizione. Sembra più essere in dialogo diretto con le capacità del vedere, che con ciò che è realmente visibile. Tra tutte le opere, Great Swan (2018) esplicita questa incapacità in un’immagine più figurativa che ci suggerisce un momento, interrotto però da un compatto blocco di colore che sospende il percorso dell’occhio sulla superficie del dipinto in maniera brusca. Così, l’immagine è suggerita e invita la memoria e l’immaginazione, a mettersi in gioco e a vivere in maniera più empatica possibile il racconto descritto nell’opera. I corpi, i colori, le fattezze umane sembrano dissolversi, e così anche il tempo dell’immagine che tesa nell’enigma si dilata nell’immortalità del gesto.

Le immagini di Kami, partono spesso da istantanee scattate dall’artista stesso che ritraggono componenti della famiglia, amici o sconosciuti. I suoi ritratti si distinguono per l’utilizzo di una pittura fatta di velature, di composizioni velate, accennate, attraverso cui, gradualmente, costruisce l’immagine. I tratti sfumati che li caratterizzano richiamano antichi dipinti iconici, carichi di una dimensione temporale e sacrale sospesa. Per Gagosian, Kami, mette in mostra la duplice anima della sua produzione, lasciando da parte i ritratti e aggrappandosi a un’unica dimensione del colore. Da una parte l’astratto, dall’altra il figurativo, mezzi che l’artista utilizza per rendere delle emozioni e delle immagini che si legano necessariamente con la nostra capacità non solo di vedere, ma anche di interagire emotivamente e spiritualmente.

Veduta d’installazione della mostra “Night Paintings” di Y. Z. Kami presso Gagosian Roma, ph Matteo D’Eletto, M3Studio, Courtesy Gagosian and the artist

Veduta d’installazione della mostra “Night Paintings” di Y. Z. Kami presso Gagosian Roma, ph Matteo D’Eletto, M3Studio, Courtesy Gagosian and the artist

Veduta d’installazione della mostra “Night Paintings” di Y. Z. Kami presso Gagosian Roma, ph Matteo D’Eletto, M3Studio, Courtesy Gagosian and the artist

Veduta d’installazione della mostra “Night Paintings” di Y. Z. Kami presso Gagosian Roma, ph Matteo D’Eletto, M3Studio, Courtesy Gagosian and the artist

Veduta d’installazione della mostra “Night Paintings” di Y. Z. Kami presso Gagosian Roma, ph Matteo D’Eletto, M3Studio, Courtesy Gagosian and the artist

Y.Z.Kami Night Paintings

fino al 21.03.2020

Gagosian

Via Francesco Crispi 16, Roma

Orari: dal martedì al sabato, ore 10.30 – 19.00

Ingresso libero

Gabriel Basilico, Metropoli

In mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma oltre 250 scatti di Gabriel Basilico, il fotografo che ha incentrato la sua ricerca sui panorami urbani e sulle contraddizioni visive e architettoniche delle metropoli di tutto il mondo.

La mostra, a cura di Giovanna Calvenzi e Filippo Maggia, è promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale Azienda Speciale Palaexpo, ed è stata realizzata in collaborazione con l’Archivio Gabriele Basilico di Milano.

Si tratta di una serie di lavori realizzati dagli anni Settanta al Duemila, alcuni dei quali inediti. Al centro delle foto un universo variegato di geografie e spaccati storico-sociali: Beirut, Istanbul, San Francisco, Roma, Madrid, Gerusalemme, Buenos Aires, Rio de Janeiro, New York, Shanghai, rappresentate attraverso una serie di immagini che ci danno la possibilità di conoscere, nel tempo di uno sguardo, situazioni di vita, gusti estetici, drammi sociali e skyline di luoghi vicini e lontani, visti in tempo di pace o dilaniati da conflitti bellici.

Il percorso espositivo è diviso in cinque sezioni: “Milano. Ritratti di fabbriche 1978-1980”, primo fondamentale progetto realizzato dal fotografo; segue “Sezioni del paesaggio italiano”, un’indagine sulla nostra penisola presentata alla Biennale Architettura di Venezia. Di grande impatto il viaggio attraverso la distruzione della guerra e la successiva ricostruzione di “Beirut”, che si snoda lungo due campagne fotografiche diverse, qui esposte per la prima volta insieme, realizzate nel 1991 in bianco e nero e nel 2011 a colori.

E poi “Le città del mondo”, un viaggio tra Palermo, Bari, Napoli, fino a Istanbul, Gerusalemme, Mosca, New York, Rio de Janeiro e molte altre ancora, “Roma”, che chiude il percorso, la città che ha visto Basilico cimentarsi nel 2010 con un confronto tra la città contemporanea e quella settecentesca vista attraverso le famose incisioni di Giovambattista Piranesi.

Completa la mostra una serie di documenti video, tra i quali spicca il filmato realizzato da Tanino Musso nel 1991 a Beirut e rimontato da Giacomo Traldi che ha rielaborato anche un’intervista del regista Amos Gitai del 2012 dedicata a Roma e a Piranesi.

Palazzo delle Esposizioni

Via Nazionale 194

Dal 25 gennaio al 12 aprile 2020

Domenica, martedì, mercoledì e giovedì dalle 10.00 alle 20.00 – Venerdì e sabato dalle 10.00 alle 22.30

https://www.palazzoesposizioni.it/

 

 

Il “Warudo” di Rei per la prima volta in mostra a Roma

“Un segno scuro e potente che scava le forme per estrarne la luce segreta, l’incontro e la lotta tra il nero e gli altri colori da cui scaturisce lo splendore delle cose e dei volti, evocazioni e culture che si sovrappongono e si fondono in un ciclo coerente di opere”: così il curatore Lorenzo Canova descrive il lavoro dell’artista romano Rei, la cui prima personale Warudo sta per essere inaugurata presso il museo Venanzo Crocetti di Roma.

La mostra, visitabile dal 14 al 29 febbraio 2020, espone una serie di opere realizzate dall’artista attraverso la sua originale tecnica pittorica, che unisce un incisivo segno grafico a una altrettanto intensa ricerca cromatica. Una netta linea di contorno, insieme a colori accesi e a una evidente geometrizzazione delle forme, sono perciò i protagonisti di questi dipinti, e trasformano i loro soggetti in immagini stilizzate, a metà tra il fumetto, le vetrate istoriate e gli smalti cloisonné.

Soggetti prediletti dell’artista sono la natura e il ritratto. Volti umani e fiori di campo sono perciò le componenti essenziali del “mondo” creato dall’artista (l’espressione “warudo”, infatti, che dà titolo alla mostra, allude al modo in cui i giapponesi pronunciano la parola “world”), e si alternano nell’esposizione dando vita a “un mosaico vitale di suggestioni e di riferimenti”, per riprendere le parole del curatore.

La mostra sarà anche accompagnata da un catalogo, edito da Gangemi Editore.

 

 

Rei – Warudo

Dal 14 al 29 febbraio 2020

Inaugurazione 14 febbraio ore 18.00

Museo Venanzo Crocetti

Via Cassia 492 – Roma

Orari: dal lunedì al venerdì 11-13 / 15-19; sabato 11-19

 

Jim Dine

Mezzo secolo in 60 opere: in mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma lo spirito libero di Jim Dine, in una monografica curata da Daniela Lancioni in stretta collaborazione con l’artista stesso.

Nato a Cincinnati ne 1935, Dine sfugge a qualsivoglia classificazione; originale e sovversivo, il suo lavoro ha marcato la cultura visiva contemporanea; spesso erroneamente considerato artista Pop, è in realtà un artista scevro da condizionamenti stilistici, fiero di non appartenere ad alcun gruppo preciso.

In mostra una serie di tele e sculture che coprono un lungo arco temporale, dal 1959 al 2016, esposte in ordine cronologico insieme a un apparato iconografico che ci restituisce la memoria visiva dei suoi happening. Dine è protagonista della mostra in tutti i sensi: attraverso una serie di video interviste abbiamo modo di approfondire la sua conoscenza ed entrare così a pieno nella sua poetica.

Molti i prestiti eccellenti, provenienti dall’Italia, dall’Europa e dagli Stati Uniti. Particolare rilievo ha senza dubbio il nucleo dalle opere che Jim Dine ha donato nel 2017 al Musée national d’art moderne – Centre George Pompidou di Parigi, concesso in blocco per questa esposizione. Inquietanti e affascinanti i suoi combine paintings; la tela e la pittura si uniscono ad oggetti di uso quotidiano, generando un effetto straniante e dai profondi risvolti psicologici e semiotici.

 

 

Palazzo dell’Esposizioni

dall’11 febbraio al 2 giugno 2020

Via Nazionale, 194

Domenica, martedì, mercoledì e giovedì dalle 10.00 alle 20.00

Venerdì e sabato dalle 10.00 alle 22.30

www.palaexpo.it