Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Claustromania: antico e contemporaneo si incontrano a Roma

Nella seconda metà di ottobre 2019 l’ex convento di Sant’Alessio – sul colle Aventino a Roma – farà da scenario alla mostra Claustromania, collettiva di scultura contemporanea. Il chiostro del convento, luogo nascosto e silenzioso che per la prima volta si apre all’arte contemporanea, ospiterà sculture e installazioni site-specific ideate dagli artisti Riccardo Monachesi, Giovanna Martinelli, Ninì Santoro e Mara van Wees.

La mostra, a cura di Daniela Gallavotti Cavallero, è organizzata da AdA – Associazione Amici dell’Aventino e dall’Istituto Nazionale Studi Romani. L’evento è perciò fortemente territoriale, dal momento che tutti i soggetti coinvolti (sia gli artisti, che la curatrice, che le istituzioni organizzatrici) sono residenti sull’Aventino. Si tratta perciò di una vera e propria “mostra a Km 0”, o come spiega Alessandro Olivieri, presidente dell’AdA, di «Un “fatto in casa” di altissimo livello che dimostra, ove ve ne fosse stata la necessità, a quali risorse umane e culturali può attingere l’Associazione Amici dell’Aventino per promuovere la qualità del vivere nel Rione».

Scopo della mostra è portare l’arte contemporanea in un luogo storico di Roma, promuovendo il fertile incontro tra antico e moderno, tema che sarà anche al centro della tavola rotonda Il contemporaneo incontra l’antico, CASO O NECESSITÀ?, che avrà luogo il 22 ottobre a cura di Claudio Strinati e Riccardo Monachesi.

Dal 21 al 25 ottobre, infatti, in occasione della Rome Art Week, parallelamente alla mostra sarà organizzata presso il Chiostro di Sant’Alessio una ricca programmazione di eventi, dalla presentazione del catalogo a visite guidate, incontri con gli artisti, dibattiti e tavole rotonde.

 

 

CLAUSTROMANIA Scultura contemporanea nel chiostro di Sant’Alessio

Dal 16 al 29 ottobre 2019

Inaugurazione 16 ottobre 2019 ore 17.00

Chiostro di Sant’Alessio

Piazza Cavalieri di Malta, 2 – Roma

 

Jan Fabre, il consilience artist che indaga la mente in mostra a Palazzo Merulana

Jan Fabre, l’artista totale dell’arte e del sapere torna a Roma con una mostra cerebrale e allo stesso tempo esperienziale, un incontro – come diranno i curatori – fisico e spirituale con la preziosa collezione Cerasi che vanta una splendida raccolta di arte italiana della prima metà del Novecento. The rhythm of the brain a cura di Achille Bonito Oliva e Melania Rossi, nata dalle sinergie tra la Fondazione Elena e Claudio Cerasi e CoopCulture, in collaborazione con Romaeuropa Festival 2019 e grazie al sostegno di Flanders State of the Art e con la galleria Magazzino, racconta in maniera del tutto visiva e quanto più immediata connessioni sorprendenti e riflessioni che creano effetti stranianti della mente, talvolta erotici e affascinanti, come è il potere della mente.

Non a caso, l’artista si definisce consilience artist, prendendo in prestito il concetto caro al biologo naturalista Edward O. Wilson che ha teorizzato il principio della convergenza dei rami del sapere come unica strada verso la conoscenza e con il quale Fabre ha realizzato il film-performance del 2007 Is the Brain the Most Sexy Part of the Body?. Questa necessità dell’artista di un’arte totalizzante che si espanda a 360° in tutte le sue declinazioni e discipline, si fa tangibile nelle sue opere dettate non solo da una perfezione tecnica quasi ossessiva, ma soprattutto da un nervosismo, un fremere delle viscere che non sta quieto ma si attiva affamato di conoscenza. L’arte di Fabre, infatti, è scandita da un moto in continua crescita che non si frena, ma si snoda nelle connessioni vivaci dell’arte. Persino le sculture in cera o in bronzo, seppur celate da un’apparente quiete, brulicano di sapere, di ritrovarsi in altrettante rappresentazioni del sé, in un “eterna performatività”, come la definisce Achille Bonito Oliva, che non può prescindere dalla scultura, dai disegni o dalla performance.

La mostra unisce, dunque, in maniera magistrale e per nulla invasiva tutti questi aspetti dell’arte di Fabre, facendoli dialogare con le opere della collezione, grandi nomi del Novecento come De Chirico, Donghi, Capogrossi, Ianni, Casorati e Cambellotti ponendo quesiti evidenti e talvolta nascosti che inducono a un’ideale caccia al tesoro. Il pubblico è invitato a interagire in un tempo che è quello personale e che, paradossalmente, si unisce e quasi coincide con quello dell’artista, un tempo senza soluzione di continuità, ma che rispetta il momento, il confronto e la riflessione. Le risposte sembrano non importare, piuttosto è la riflessione che nasce dalla loro visione, dai loro enigmi, che sembra essere l’unico mezzo verso la conoscenza. La mente, nel caso specifico il cervello, è sede del pensiero e contemporaneamente dell’azione, vero formulatore di quesiti, per Fabre è l’elemento chiave per far conciliare i diversi aspetti della sua pratica artistica nel tentativo di dare forma alla sua astrazione, rendendo invisibile l’apparenza e viceversa.

Diceva Emily Dickinson “la mente è più grande del cielo perché se li metti fianco a fianco l’una contiene l’altro facilmente”, così Fabre ridefinisce in maniera plastica, quasi ieratica, un dialogo tra una visione mentale e una fisica che combacia perfettamente nell’attimo da lui immortalato, come nel Le garçon qui porte la lune et les étoiles sur la tête (2018-2019) che in dialogo con il ben più conosciuto L’uomo che dirige le stelle (2015) ci induce a immaginar le stelle e a librarci nel cosmo come dei direttori d’orchestra, nel tentativo visionario di comporre una sinfonia che dal cervello arriva fino alla luna e oltre.

 

 

Jan Fabre – The rhythm of the brain

a cura di Achille Bonito Oliva e Melania Rossi

11 ottobre 2019 – 9 febbraio 2020

Palazzo Merulana

Via Merulana, 121 – Roma

Ingresso: Intero 10.00 €; Ridotto 8.00 €

Orari: dal mercoledì al lunedì dalle ore 10.00 alle ore 20.00

 

 

Il gesto e la pittura, nuove forme di visione nelle opere di Jonathan VanDyke

Dei tubi da cantiere, come ponteggi, incorniciano tele composte da un patchwork di tessuti e tela. Si tratta della nuova personale, per esattezza la terza, dell’artista statunitense Jonathan VanDyke, ospitata negli spazi di 1/9unosunove. How to Operate in a Dark Room, racconta in maniera del tutto visiva, un modus operandi segno riconoscibile dell’operazione artistica di VanDyke che predilige un’analisi della pittura che concentri le energie e le forze nel tentativo, finale, di oltrepassare il limite stesso dell’idea della pittura come segno ancestrale di un dipinto.

L’intervento di VanDyke riprende certi esperimenti del secolo scorso, orientandoli verso nuove forme di sperimentazione che mettono in gioco vari elementi che, quasi in maniera sistematica, annullano altri concetti come il contenuto pittorico, la composizione e la rappresentazione. Questi elementi si presentano sotto altre forme, più visibili, innescando nuove forme di visioni, quasi paesaggi universali che uniscono ciò che è quotidiano e dunque confortevole, con ciò che è custodito nella memoria, probabilmente un colore, una macchia o un frammento.

Il gesto è centrale in questo lavoro: la fisicità predispone la visione mentre il movimento della vernice, attraverso la sua viscosità e instabilità, diventa il centro dell’oggetto. L’installazione, d’altro canto, simula una situazione che l’artista condivide con lo spettatore facendolo entrare idealmente in un frangente intimo, un momento irripetibile di creazione dell’opera. Così, l’artista crea dei contrasti forti tra i materiali e l’uso della vernice che contribuiscono a costruire un’ambiente a-temporale, dove il tempo è a disposizione del visitatore che in un gioco di attrazione verso le trame dei dipinti, lo induce a ricercarne le tracce nascoste del colore, un gioco quasi ludico di riconoscibilità del materiale utilizzato. Le impalcature nelle loro superfici logore metalliche, a citare l’Arte Povera e la scultura minimalista americana, innescano riflessioni innovative sul fare arte, guardando al passato come fonte d’ispirazione.

Complementare ai lavori in cui VanDyke lavora e unisce centinaia di pezzi di tela e tessuti, tra cui denim e t-shirt, è la serie di fotografie in bianco e nero ispirate a una scena del film di Michelangelo Antonioni del 1962, L’eclisse, in cui un uomo che ha perso tutto disegna dei fiori, a ribadire, forse, quel concetto di intimità e di rinascita che l’artista ci racconta in un modo meramente visivo, senza celare nulla, ma lasciandolo lì sospeso e immobile davanti gli occhi dei visitatori.

Jonathan VanDyke – How to Operate in a Dark Room

fino al 23 novembre 2019

1/9unosunove

Via degli specchi 20, Roma

Orari: dal martedì al venerdì, 11 – 19; il sabato, 15 – 19

Ingresso libero

 

Carla Cacianti e le sue “Identità mutevoli” in mostra al Macro Asilo

Identità mutevoli, scomposizioni, manipolazioni fotografiche accompagnano il nuovo progetto dell’artista e designer Carla Cacianti in mostra nella project room del Macro Asilo fino al 13 ottobre. Il progetto espositivo curato da Giulia Cappelletti, nasce da una lunga riflessione dell’artista sul tema dell’identità. Attraverso un gioco di contrasti, di luci e ombre e attraverso la manipolazione dei ritratti fotografici, Cacianti realizza delle foto-sculture che indagano un’identità personale che sconfina nel collettivo. Così facendo, il mezzo fotografico diventa solo medium espressivo, tramite e grazie al quale l’artista porta all’attenzione del pubblico l’incapacità e l’impossibilità del singolo individuo di riconoscersi in una identità artistotelicamente intesa come stabile e determinata. Grazie alla mutevolezza del mezzo e del prodotto ultimo, l’artista, rende chiara la coscienza di un sé in continuo cambiamento che, seppur nella sua continua variazione, è in grado di mantenere certi tratti o delle forme che restano intatte, uguali a se stesse e che permettono così la riconoscibilità del sè in ogni circostanza, esperienza o cambiamento.

L’intervento artistico diretto alla scomposizione e manipolazione fino a ottenere oggetti tridimensionali, si costruisce come un processo di conoscenza e autoanalisi che porta a valicare quel confine tra visibile e invisibile, tra l’io e il mondo, tra l’essere e la sua mutevolezza.

Le foto-sculture esposte ritraggono persone comuni, di età anagrafiche e con vissuti diversi. I ritratti sono stati eseguiti in esterna e i soggetti sono personaggi in cerca d’autore, attori che recitano “il giuoco delle parti”. Come diceva Pirandello, possiamo essere uno, nessuno e centomila, pertanto la ricerca della nostra identità sembra essere un bisogno impellente, una necessità che cerchiamo nel nostro riflesso o negli altri. Eppure, la ricerca del sé è una costante senza tempo, una domanda che non trova mai una risposta definitiva. In questa sospensione si pone la ricerca di Carla Cacianti che non intende fermarsi, ma come in un work in progress cerca ulteriori modi di vedersi e di conoscersi, alla ricerca di quella risposta definitiva alla domanda “qual è la nostra identità?”.

Sabato 5 ottobre Carla Cacianti e la curatrice, Giulia Cappelletti, presenteranno al pubblico il progetto. Seguirà la performance Corpi delle coreografe e danzatrici Caterina Di Rienzo e Ilaria Puccianti. Infine, sabato 7 dicembre, come evento conclusivo sarà presentato, nella Sala Libri del Macro, il catalogo dell’esposizione, in cui confluiranno numerosi contributi che spaziano dalla storia dell’arte alla filosofia, dalla danza alla fotografia, dalla comunicazione alla poesia.

Identità mutevoli

Un progetto di Carla Cacianti

A cura di Giulia Cappelletti

1 – 13 ottobre 2019

MACRO – Museo Arte Contemporanea Roma (Project Room)

Via Nizza, 138 – 00198 Roma

 

Palermo, città aperta e contenitore di cultura. Dal 6 novembre torna BAM la Biennale Arcipelago Mediterraneo

Apertura, accoglienza e unione, sono questi alcuni dei temi centrali attorno ai quali nasce e si sviluppa BAM la Biennale Arcipelago Mediterraneo, alla sua seconda edizione, che vedrà come protagonista Palermo in prima linea come modello di un luogo d’incontro e di scambio. Dal 6 novembre fino all’8 dicembre 2019, la Biennale animerà e coinvolgerà tutte le realtà interculturali cittadine e non necessariamente solo spazi dedicati all’arte e alla cultura, con un core program a cura della Fondazione Merz, di European Alternatives al fianco dei quali si svilupperanno eventi collaterali e sinergie con il territorio grazie all’iniziativa BAM – Palermo.

Palermo, dunque, continua ad essere il centro propulsore non solo di ricchezza artistica e innovazione, ma rafforza nuovamente la sua presenza in Italia e soprattutto in Europa come città aperta contraddistinta dalla voglia di inclusione e una visione unica non soltanto artistica, ma anche sociale ed etica. Palermo come modello di straordinaria accoglienza, ribadisce la voglia di cultura e di apertura sociale che l’ha sempre contraddistinta, continuando una tradizione di mescolanza di elementi che la rendono eccezionalmente unica.

Il sindaco Leoluca Orlando insieme a Beatrice Merz, Presidente della Fondazione Merz, Andrea Cusumano, ideatore e direttore artistico di BAM e il fondatore di European Alternatives Lorenzo Marsili, ha presentato la Biennale come un arcipelago, un mosaico che concorre ad un unico Mediterraneo.

Nell’idea alla base dell’iniziativa è doveroso menzionare il titolo scelto per quest’edizione ÜberMauer (Oltremuro) che, parafrasando il nietzschiano Übermensch, invita già all’unione, a quella necessità di apertura verso l’altro, non il diverso, ma il vicino, andare dunque oltre ogni muro – non a caso il mese di inizio della Biennale è stato scelto, tra l’altro, per ricordare la caduta del muro di Berlino avvenuta il 9 novembre del 1989 – ripensando il modello dell’“io sono persona” che si declina in “io sono comunità”. A tal proposito, il logo di quest’anno è proprio una taurocatapsia minoica che introduce già visivamente l’idea di una città come Palermo che prende il toro per le corna.

In questa fucina di idee e diffusione culturale, la Biennale ha il compito principale di permettere agli amanti d’arte e non di vivere la città come polo culturale diffuso e contribuire consapevolmente o no ad un arricchimento continuo, propulsore di cultura. Sono stati invitati 17 artisti internazionali, italiani e del territorio a pensare dei progetti site specific, costruiti proprio per la città, obbligando idealmente gli stessi a vivere il territorio e confrontarsi con le mille sfaccettature di Palermo. Gli artisti, molti di calibro internazionale come Alfredo Jaar, Shilpa Gupta, Shirin Neshat, Patrizio Di Massimo, Claire Fontaine e così via, occuperanno una decina di spazi pubblici, non necessariamente legati al mondo dell’arte, sottolineando ancora una volta l’apertura e la voglia di coinvolgimento e sinergia alla base dell’iniziativa. A questi si affiancheranno artisti del territorio che per l’occasione apriranno i loro studi, così come verranno coinvolti oltre 60 soggetti che ad oggi si occupano di cultura a Palermo. Grazie, poi, alla partecipazione di Transeuropa Festival, il programma sarà arricchito da performance, mostre, spettacoli e musica per coinvolgere, ancora una volta, una comunità che scardini la separazione e la paura immaginando un’integrazione fondata sull’inclusione e sull’arricchimento reciproco con l’altro, scambiando cultura e informazione.

Un’iniziativa che re-interpreta e unisce attraverso l’arte nelle sue varie declinazioni i luoghi chiave della città, rispettandone i tempi storici e mettendo in comunicazione presente, passato e futuro in una prospettiva di cambiamento graduale che, per citare Walter Benjamin, ci renda “familiare ciò che è straniero e straniero ciò che è familiare”.

Chiesa Santa Maria dello Spasimo – monumenti di palermo

ÜberMauer

BAM – Biennale Arcipelago Mediterraneo

6 novembre – 8 dicembre 2019

Palermo, sedi varie

Per info: www.bampalermo.com

Tracey Emin – Leaving

Andare a vedere la personale di Tracey Emin alla galleria di Lorcan O’Neill di Roma significa letteralmente entrare dentro di lei.

L’artista inglese si mette a nudo, non in senso pornografico o provocatorio, ma nel modo più intimo e devastante che si possa concedere agli occhi dei visitatori.

Si cammina tra le pieghe dei suoi ricordi, delle sue emozioni, dei dare e avere affettivi che spesso sono predatori, sia in un senso che nell’altro.

Leaving è il titolo della mostra: disegni e dipinti, pochi tratti sulla tela, a volte colate di colore che sono grida cromatiche.

L’amore, il sesso, la delusione e la morte. Alla fine cosa le divide, se non un segno più incisivo, uno schizzo più feroce, un profilo di qualcosa che si sperava fosse e che in realtà si è rivelato una delusione o un crimine, o un tempo che finisce di scorrere, con l’ineluttabile semplicità del senza ritorno.

Opere che nascono dal guizzo rapido di un’idea, di una parola, di uno stato d’animo, messo velocemente sulla tela prima che possa contaminarsi con il dire o il pensare. Opere recentissime, vive, dolorose e sublimi.

Esporsi senza ritegno; ma d’altronde quale ritegno dovrebbero avere i sentimenti, se non quello di esigere di essere sbandierati ed ascoltati da tutti noi?

L’artista è incaricato di non avere vergogna né filtri nel farlo.

Tracey Emin è un’artista; il mio consiglio è di andare a vedere quello che ha da dire.

 

Galleria Lorcan O’Neill

Dal 21 settembre al 7 dicembre 2019

Vicolo dei Catinari, 3 – Roma

www.lorcanoneill.com

 

Nora Lux: gli enigmatici autoritratti nelle Vie Cave arrivano al museo di Villa Giulia

Le Vie Cave, dette anche “tagliate”, sono degli affascinanti percorsi viari scavati in epoca etrusca nelle colline di tufo di Sorano e Sovana. Percorrere questi sentieri unici nel loro genere (non hanno infatti raffronti in altre civiltà del mondo antico), in un’ambiente suggestivo e incontaminato tra pareti di roccia alte fino a più di venti metri, permette di calarsi in un’atmosfera magica, a contatto col sottosuolo e con una dimensione “altra”.

Ad aver colto questa dimensione spirituale e mistica del luogo è l’artista Nora Lux, che all’interno delle Vie Cave ha ambientato una serie di autoritratti molto suggestivi.

Si tratta di fotografie che ritraggono il corpo femminile immerso in un profondo dialogo con la natura. Immagini enigmatiche, che sembrano quasi dei fotogrammi di più ampie e curiose performance alla ricerca del divino. L’artista appare nuda nel ruolo di una sorta di sacerdotessa (come lei stessa si definisce), e sembra riflettere su alcune dicotomie fondamentali quali nascita e morte, concepimento e sacrificio, umano e divino. I nudi femminili protagonisti di queste immagini, sfocati a causa del movimento e delle lunghe esposizioni e perciò fusi con l’ambiente circostante, ricordano in qualche modo alcune fotografie di Francesca Woodman, oltre a ispirarsi dichiaratamente agli studi di Maria Gimbutas ed Erich Neumann.

Le fotografie verranno proiettate il 28 settembre 2019 presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, in occasione della conferenza GLI DEI – Sperimentare il divino nell’antichità e nel presente, tenuta dagli psicologi analisti Antonio Dorella e Francesco Frigione.

La conferenza fa parte di L’Eros – Gli Dei – I Simboli, una serie di incontri su psicologia, civiltà etrusca e arte organizzato dal CSPL Centro Studi Psicologia e Letteratura, fondato nel 1992 da Aldo Carotenuto e promotore di iniziative culturali volte a individuare i nessi tra psicologia, psicoterapia e mondo della creazione artistica.

L’evento è gratuito e non è necessaria la prenotazione.

 

 

28 settembre 2019 ore 20.45

Ingresso libero e gratuito fino esaurimento posti

Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Piazzale di Villa Giulia 9 – Roma

 

www.museoetru.it

http://centrostudipsicologiaeletteratura.org

Quattro artisti per un nuovo spazio per il contemporaneo, a Roma apre La Fondazione

In un palazzo risalente agli anni Venti del Novecento, nel pieno centro di Roma, ha inaugurato un nuovo spazio per il contemporaneo. La Fondazione, nome scelto per il nuovo progetto, è il centro culturale non-profit presentato dalla Fondazione Nicola Del Roscio e che con la direzione artistica di Pier Paolo Pancotto punta a ripensare gli spazi del contemporaneo a favore di un centro culturale interdisciplinare che spazi dal cinema all’editoria e coinvolga artisti giovani attraverso un project room pensato appositamente per la loro promozione.

Si tratta di un hub culturale che segue i moduli interpretativi di gestione e ricerca delle risorse artistiche contemporanea già ampiamente indagato all’estero. Lo spazio, si apre alla città nel tentativo di accoglienza, apertura, condivisione e dialogo alla base di una fruizione più genuina e prolifica di un’arte per tutti.

Lo spazio ha inaugurato con una mostra collettiva che riunisce le opere di quattro artisti di origine romena che hanno, a più riprese, soggiornato nella capitale. Il progetto espositivo nasce da una riflessione attraverso medium differenti, del contesto storico attuale insieme alle pratiche e agli interessi degli artisti in mostra.

Geta Brătescu, Adrian Ghenie, Ciprian Mureşan, Șerban Savu utilizzano un linguaggio sperimentale unitario che non obbliga ad un percorso preciso, ma invita ad una partecipata fruizione delle opere contestualizzate in uno spazio che sembra fare da perfetta cornice alle opere in mostra. Un dinamismo inconsueto anima il percorso che lascia una sorta di tempo sospeso tra le varie forme artistiche, dai film di Geta alle sculture di Mureşan per poi passare alle rappresentazioni pittoriche di Adrian Ghenie, da un lato e Șerban Savu dall’altro.

Seppur di generazioni differenti, ma di una stessa connotazione geografica, gli artisti in mostra sembrano dialogare nella pratica, proponendo tematiche che permettono sguardi molteplici e riflessioni continue.

I dipinti di Ghenie sono composizioni complesse intente ad indagare attraverso l’uso di strumenti non convenzionali come ad esempio la spatola, i momenti più bui della storia europea, come gli abusi sociali e politici del potere. A dialogare con lui, le figura umane di Șerban Savu, immagini enigmatiche seppur estremamente realistiche che ritraggono una società contemporanea intrappolata in un’atmosfera sospesa.

Attraverso una decostruzione delle opere del passato, Mureşan reinventa opere letterarie, cinematografiche e artistiche al fine di demistificarle. Una pratica fortemente concettuale che necessita di uno spettro diversificato di media che si fondono a favore di una visione più coesa del mondo. Centrale è, infine, il nucleo inedito di opere di Geta Brătescu, colosso dell’arte romeno scelta nel 2017 per rappresentare la sua nazione durante la 57° Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, in una continua rilettura del passato costituisce una “voce fuori dal coro” poiché unica donna presente nella mostra. Geta ne è però il centro propulsore, una presenza forte e contingente che ridefinisce quell’equilibrio di apertura e accoglienza di cui il nuovo spazio si fa propulsore.

 

Geta Brătescu, Adrian Ghenie, Ciprian Mureşan, Șerban Savu

a cura di Pier Paolo Pancotto

20 settembre 2019 – 11 maggio 2020

La Fondazione

Via Francesco Crispi 18

 

Orari: dal martedì al sabato, h 11 – 18

Ingresso libero

 

Maria Lai – Tenendo per mano il sole

Cento anni fa nasceva Maria Lai, la fata sarda; il Maxxi di Roma le dedica una grande esposizione, a cura di Bartolomeo Pietromarchi e Luigia Lonardelli, in collaborazione con l’Archivio Maria Lai e con la Fondazione Stazione dell’Arte.

La mostra, che si snoda attraverso 5 sezioni, chiamate Essere è tessere. Cucire e ricucire, Giocare e RaccontareDisseminare e Condividere, Immaginare l’Altrove, Incontrare e partecipare, include opere inedite e non, presentate dalla voce stessa dell’artista attraverso una serie di materiali video che la vedono protagonista, montati dal regista Francesco Casu.

Un’esistenza, la sua, trascorsa tra la Sardegna e Roma; il richiamo dell’isola natia è stato però sempre più forte rispetto a tutto il resto, coadiuvato dalla volontà di recupero delle tradizioni locali, punto fermo nella ricerca della Lai, soprattutto per quanto riguarda ll’ambito dell’arte tessile sarda, che dalla metà degli anni Sessanta la vede impegnata in un’appassionata ricerca artistica sui materiali poveri provenienti dalla tradizione.

In mostra sarà infatti possibile ammirare i suoi famosi Telai e le Tele cucite: il filo del racconto, il filo della storia, il nodo che lega il gioco all’intuizione artistica più profonda, quella trama nascosta che unisce l’identità autoctona, locale, al codice universale che sa parlare all’intera umanità.

Il titolo della mostra deriva invece dalla sua prima Fiaba cucita: “Giocavo con grande serietà, a un certo punto i miei giochi li hanno chiamati arte“; questa frase dell’artista racchiude tutta la sua poetica, fatta di propensione ludica e slanci puri, incontaminati, supportati da una seria e costruttiva ricerca sul linguaggio e sulla parola che non perde mai di vista l’innocenza e la potenza della tradizione e del mondo naturale.

                                                                                           

 

MAXXI – MUSEO DELLE ARTI DEL XXI SECOLO

Fino al 12 gennaio 2020

Via Guido Reni, 4a – Roma

Dal martedì alla domenica dalle 11.00 alle 19.00

www.maxxi.art.it

 

La persistenza degli opposti: Il Surrealismo di Dalí in mostra a Matera

La pittura non è che una parte infinitamente piccola della mia personalità”, diceva Salvador Dalí. La creatività del genio surrealista non si è mai fermata infatti ai limiti della tela, ma si esprimeva sempre in modi nuovi e con i mezzi più vari. L’interesse per la terza dimensione, in particolare, fu costante nella vita dell’artista spagnolo, e si manifestò con particolare fervore dal 1934 fino al 1987. Oggi una grande mostra a Matera ne illustra i risultati.

Si tratta di La persistenza degli opposti, “un viaggio multisensoriale nel mondo surreale di Salvador Dalí” e in particolare nella sua attività di scultore (sono esposte infatti prevalentemente opere tridimensionali in bronzo e pasta di vetro, con eccezione di alcuni arredi e illustrazioni). La mostra – che si concluderà il 30 Novembre dopo un intero anno di apertura al pubblico – è ospitata nella millenaria città dei Sassi in occasione del suo ruolo di Capitale Europea della Cultura 2019.

Come suggerito dal titolo, La Persistenza degli Opposti è una mostra pensata per rappresentare i principali dualismi concettuali presenti nell’arte di Dalí. Il percorso espositivo è organizzato secondo alcune tematiche fondamentali: il tempo; gli involucri e il contrasto tra duro e molle; la religione; la metamorfosi e le forme oniriche prodotte dall’inconscio.

Le circa duecento opere in mostra, provenienti dalla Collezione Dalí Universe – un’immensa raccolta di opere del maestro catalano assemblata nell’arco di quarant’anni dal mercante e collezionista Beniamino Levi – sono esposte all’interno del complesso delle chiese rupestri di San Nicola dei Greci e della Madonna delle Virtù. Passeggiando per la città ci si può imbattere poi in altre tre statue monumentali: Danza del Tempo, Pianoforte Surrealista ed Elefante Spaziale.

A Matera, le creature surrealiste di Dalí sembrano aver trovato il loro habitat naturale. Ammirandole si ha infatti la sensazione che siano state concepite appositamente per quel luogo.

Anche il complesso che ospita la mostra, con i suoi spazi scavati nella roccia e il suo alone di mistero, contiene rimandi surrealisti e appare il contesto ideale per esporre le sculture. Complice di questo è anche un allestimento estremamente suggestivo: umidità e oscurità avvolgono opere e spettatore, e lunghe ombre proiettate raddoppiano le sculture intensificando l’effetto di suggestione.

Durante la visita alla mostra, inoltre, si viene catapultati all’interno chiese e cripte medievali e si incontrano affreschi, tombe barbariche, tracce di abitato preistorico e altre testimonianze della ricchezza stratificata del luogo. Si tratta perciò di un vero e proprio “due al prezzo di uno”, perché non solo le opere in mostra sono molto numerose e la visita molto impegnativa, ma la location che le ospita è altrettanto interessante e già di per sé vale il prezzo del biglietto (fissato a 12 euro).

Il percorso è poi anche arricchito da ologrammi, proiezioni, videomapping ed effetti audio che rendono l’esperienza immersiva e adatta a tutte le età.

 

Fino al 30 novembre 2019

Complesso rupestre Madonna delle Virtù e San Nicola dei Greci

Via Madonna delle Virtù – Matera
+39 3774448885
info@daliamatera.it

 

https://www.daliamatera.it/