Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

BRIC-à-brac – The Jumble of Growth – 另一种选择

E’ in corso presso il Salone Centrale della Galleria Nazionale d’arte Moderna e Contemporanea di Roma la collettiva di artisti intitolata BRIC-à-brac – The Jumble of Growth – 另一种选择, a cura di Huang Du e Gerardo Mosquera, un progetto espositivo frutto della collaborazione inedita con il Today Art Museum di Pechino.

Il respiro internazionale della mostra si evince non solo dal titolo multilingue, ma dall’origine geografica degli stessi curatori, che provengono da due paesi molto diversi e lontani fra loro, ossia Cuba e Cina. Sono circa quaranta le opere esposte, di 26 artisti provenienti da tutto il mondo: Wim Delvoye (Belgium); Cinthia Marcelle (Brazil); Wang Goufeng, Wang Guangyi, Ni Haifeng, Wang Lijun, Tian Longyu, Lei Lu, Weng Fen, Gao Weigang, Yang Xinguang, Lu Zhengyuan, Du Zhenjun (China); Chang Young-hae, Heavy Industries (South Korea); Wilfredo Prieto (Cuba); Shilpa Gupta (India); Jamal Penjweny (Kurdistan, Iraq); Damián Ortega (Mexico); Mounir Fatmi (Morocco); Donna Conlon, Jonathan Harker (Panama); AES+F (Russia); Cristina Lucas, Fernando Sánchez Castillo (Spain); Kendell Geers (South Africa); Thomas Hirschhorn (Switzerland).

Il focus di mostra riguarda la crescita caotica e a tratti imprevedibile dei territori legati alle economie emergenti, con particolare riferimento ai cosiddetti Paesi BRIC (Brasile, Russia, India, Cina), e a tutte le potenziali conflittualità che la loro improvvisa crescita può generare. Il gioco di parole presente nel titolo, oltre a citare i suddetti paesi, rimanda all’espressione francofona Bric à brac, usata per descrivere un accumulo disordinato e confuso di oggetti e decorazioni eterogenei fra loro, di solito atto a suscitare curiosità nell’osservatore.

Il termine BRIC è stato coniato nel 2001 dall’economista Jim O’Neill, al fine di portare l’attenzione sul ruolo che questi paesi stanno giocando su scala globale, non solo in campo economico ma anche nella politica, nella società, nell’arte e nella cultura, sul singolo e sulla collettività.

Queste economie emergenti si stanno sviluppando in luoghi che erano in precedenza caratterizzati da situazioni di sottosviluppo; stanno affrontando quindi una crescita accelerata e un’industrializzazione alle quali forse non erano preparati, che sta portando a radicali trasformazioni a livello sociale e antropologico all’interno di queste società, spesso ancora legate a modelli precedenti.

E’ quindi in corso un cambiamento epocale, che ha reso ormai obsoleto il termine Terzo mondo; tutto ciò infatti sta dando il via a un processo di decentramento all’interno della distribuzione dei ruoli a livello globale, generando per l’appunto un bric-à-brac di situazioni e dinamiche.

E’ ovvio che il tema venga affrontato anche dagli artisti, che in questa sede provano a dare attraverso i loro lavori una personale interpretazione di questa nuova e sfaccettata realtà contemporanea.

 

 

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma

Viale delle Belle Arti, 131 – Roma

Dal 17/07 al 14/10/2018

dal martedì alla domenica: 8.30 – 19.30

www.lagallerianazionale.com

Caudu e fridu, una filigrana emotiva. Il progetto site-specific di Massimo Bartolini a Palazzo Oneto

“Caudu e fridu sento ca mi pigla”, un neon rosso sangue illumina la stanza buia di Palazzo Oneto mentre un lieve, ma fastidioso rumore s’insinua nel nostro orecchio. Al di là della stanza rosso fuoco, ipotesi visiva e sensoriale di un tempo passato, l’Inquisizione, divampa una luce tenue, blu, fredda che resta così intrappolata in una filigrana di strutture che si srotolano come una ragnatela e imprigionano le mura, i soffitti, il pavimento e gli stucchi.

Caudu e fridu, ossimoro è anche un pensiero e un contrasto su cui Massimo Bartolini ha voluto avvolgere la sua installazione site-specific. Il progetto a cura di Claudia Gioia e sostenuta dalla Fondazione VOLUME!, nell’ambito degli eventi collaterali della Biennale Manifesta 12 a Palermo, ripensa gli spazi di Palazzo Oneto in via Bandiera, contraddistinta per la sua elegante e disordinata tradizione. Il Palazzo costruito verso la fine del XVII, ha riaperto al pubblico in questa occasione, presentando non soltanto i propri tesori tante volte nascosti o oscurati, ma ha permesso di far convogliare l’asse del contemporaneo, elaborando un procedimento di repentino svelamento di strutture architettoniche e apparati decorativi unici.

Caudu e fridu, il caldo e il freddo, sono dunque l’incipit tratto da un graffito rinvenuto sulle pareti delle celle di Palazzo Chiaramonte Steri che tra il Seicento e la fine del Settecento ospitò il tribunale dell’Inquisizione. Il neon rosso di Bartolini, riapre una ferita e dà nuova vita ad una memoria, a quel grido di dolore e di aiuto che, però, nascosto veniva giustapposto con strumenti di fortuna sulle pareti del palazzo.

È la contrapposizione tra rumore e silenzio che fa restare attoniti, quel caos che viene desunto da un colore e da un suono, poi la ragnatela di luminarie che invade tutta la stanza adiacente e che permette al pubblico di entrarci dentro con tutte le difficoltà nel crearsi un percorso che però, girando in tondo, si sofferma e riflette su elementi imbrogliati e strutture decorative tradizionali. È un dialogo silenzioso, quello che si svela sotto ai nostri occhi. Le luminarie, tipiche della tradizione popolana e in particolare di quella Siciliana, assumono qui una decostruzione del loro stesso significato. Decontestualizzate e annullate della loro peculiare appariscenza e colorata festosa rappresentazione, qui creano non solo dei contrasti ma sono una filigrana fittissima che tenta di cancellare il caos, offrendosi silenziose al pubblico e quindi liberandosi della propria funzione attraverso l’atto stesso dello “spegnere”. Le luci si spengono e ciò che resta è un dialogo fitto e una contrapposizione di sensazioni e di visioni.

È dunque questa contrapposizione tra caldo e freddo, tra caos e silenzio, che diventa da affare pubblico e condivisibile, ad affare privato in cui l’animo umano trova fine alle proprie irrequietezze. Un ossimoro che invita a ripensare alla luce e alla parola detta o pensata, qualcosa che supera ogni apparenza e chi si trattiene inattesa e inosservata ai lati di un pensiero.

La mostra è realizzata con il supporto di Magazzino Arte Moderna Roma, Massimo De Carlo Milano, Londra, Hong Kong e per Palazzo Oneto si ringrazia Roberto Bilotti Ruggi D’Aragona.

 

 

 

Caudu e fridu

Fino al 15 settembre 2018

 

Palazzo Oneto di Sperlinga

Via Bandiera 24, Palermo

 

Ingresso libero

 

Peter Kim. Sull’orlo della forma

E’ in corso presso il Museo Carlo Bilotti di Villa Borghese, in anteprima assoluta per Roma, Sull’orlo della forma, la personale dell’artista Peter Kim (1967), visitabile fino al prossimo 4 novembre.

Kim, coreano di nascita ma attualmente residente a New York, si è formato in Asia e in Europa; le sue opere sono state esposte in tutto il mondo. Tema ricorrente della sua ricerca è un costante richiamo al soggetto tempo, alle interazioni tra passato e presente, al legame fra natura e cultura.

La mostra, curata da Maria Giovanna Musso e organizzata da Comediarting, focalizza il suo nucleo semiotico sull’archetipico del vaso, luogo-contenitore senza tempo che mantiene al suo interno la memoria del cosmo, che detiene l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande.

I lavori selezionati dalla curatrice infatti sono quelli in cui “l’artista si attarda ai bordi del reale, insistendo sui limiti della figura e sul vuoto che essa delinea, sull’orlo della forma dove si decide il senso e il destino delle cose”.

Vasi composti da trame di materiale, costruiti attraverso l’uso della linea, che viene scandita in maniera precisa e ritmica, quasi fosse strofa di un canto, fino a diventare vibrazione visiva e sonora che si espande nei gorghi spazio temporali, da usare come filtro e traduttore per la conoscenza del reale, intesa come espressione di forma e contenuto primigenie.

In mostra anche disegni e una serie di opere dove è il materiale ad essere determinante, come è evidente nelle matasse informi di fili colorati; il percorso espositivo è infine completato dalla proiezione di alcuni video, e da un’opera site-specific, che sarà installata sulla terrazza.

Correda l’esposizione un catalogo a cura di Maria Giovanna Musso, con testi suoi e di Vittoria Biasi.

 

 

photo by brian buckley for

 

Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese

Dal 22 giugno al 04 novembre 2018

Da martedì a venerdì ore 13.00 – 19.00

Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00

www.museocarlobilotti.it

 

Ripensare lo spazio attraverso il colore: Karen Rifas – Deceptive Construnctions

Lo spazio, che sia esso costruito o decostruito, rivela equilibri e stratificazioni che inducono il ricevente a farne esperienza irrazionale e tante volte ingenua che crea inosservate relazioni tra il corpo e ciò che lo circonda. Karen Rifas, artista originaria di Chicago e da oltre trent’anni conosciuta negli ambienti artistici di Miami, ha basato il suo lavoro pluri-trentennale sulla ricerca e la decostruzione dello spazio. Il The Bass, museo di arte contemporanea di Miami Beach, ha permesso a questa ricerca attenta e minuziosa di prendere vita in un’esposizione colorata e ragionata con l’obiettivo principale di rendere lo spettatore cosciente di uno spazio che esiste intorno a sé e che ha la capacità di mutare e modificarsi. Karen Rifas Deceptive Constructions, è il primo solo show dedicato all’artista dopo circa dieci anni e concentra un corpo di lavori tra i più recenti realizzati dall’artista, dal 2016 ad oggi.

La sala white cube del museo ha lasciato spazio ad un percorso intellettivo ed emozionale che racconta lo spazio e lo re-immagina attraverso forme tridimensionali e bidimensionali in cui il colore e la linea sviscerano forme inattese e interrogativi del quotidiano.

I lavori presentati, focalizzano l’attenzione sulle infinite possibilità del colore e su un’idea di spazialità che muta attraverso procedimenti di denaturalizzazione della materia, come già Piet Mondrian aveva intenso nel suo viaggio pittorico verso la decostruzione della forma individuando rapporti equivalenti tra forme e colori. Le opere dislocate sul pavimento o sviluppate su carte o su legno, si muovono tra due dimensioni quella della percezione oggettuale che per prima colpisce l’occhio e, successivamente, la percezione immaginata, suggerita che ci obbliga a mutare la nostra percezione dello spazio. Le opere, spesso interattive, aiutano dunque il corpo a porsi in relazione con una spazialità informale, ripensata attraverso figure geometriche surreali, ma allo stesso tempo che suggeriscono forme conosciute ai nostri sensi.

La mostra, a cura di Leilani Lynch, racconta dunque di un percorso oggettuale informale, un sentiero di colore che unisce e stratifica la ricerca dello spazio e della dimensione. Deceptive Constructions attraverso forme concettuali, dà vita a visioni contingenti in cui il corpo in primis ridefinisce la sua posizione all’interno o al di fuori di una struttura, rivalutando la condizione dell’essere e la sua fisicità in relazione allo spazio che lo circonda.

 

 

Karen Rifas. Deceptive Constructions

Fino al 21 ottobre 2018

Info: www.thebass.org

The Bass

2100 Collins Ave, Miami Beach

33139, Stati Uniti

 

Orari: dal mercoledì alla domenica, dalle ore 10.00 alle ore 17.00

Ingresso: $10, ragazzi e studenti $5, bambini under 12 gratis

 

 

 

Gabriel Hartley, Spoiled

La galleria Z2O Sara Zanin Gallery presenta la prima mostra personale di Gabriel Hartley, artista britannico che ha realizzato le opere esposte (dipinti, disegni e rilievi scultorei), durante il suo soggiorno come Abbey Fellow in Pittura presso la British School di Roma.

Il percorso espositivo è una sorta di collage della memoria dell’artista, che ci mostra, attraverso i suoi occhi e i suoi processi mentali di assimilazione, un universo di immagini, colori e sapori associati a cose viste, sperimentate e perfino assaggiate durante il suo soggiorno romano. Elementi della vita quotidiana o di un passato monumentale convergono in una serie di oggetti artistici o di espressioni cromatiche e materiche, che da un singolo dettaglio possono innescare nello spettatore processi legati alla memoria e al riconoscimento.

Il fulcro della sua indagine artistica è la ricerca del punto di rottura, che si spinge fino ad arrivare al concetto stesso di rovina. Nei dipinti questo avviene attraverso un processo di creazione dell’immagine che prevede l’utilizzo di una smerigliatrice angolare per intagliare la vernice, che comporta un paziente lavoro di scavo stratificato, il cui esito finale è quello di mostrarci un’immagine mobile che si sfoca progressivamente.

Nei rilievi invece, eseguiti utilizzando materiali di risulta delle imbottiture dei mobili, l’intento è quello di associarsi in linea di pensiero alle antiche spolia, ossia le sculture decorative di reimpiego utilizzate sulla maggior parte degli antichi edifici romani.

Il termine spolia è chiaramente un rimando al titolo della mostra, Spoiled, che unisce quindi in senso filologico la lingua latina a quella, contemporanea, parlata dall’autore. Inoltre si associa al concetto di rovina, sia essa materiale o intellettuale; il termine prevede la doppia valenza (latina/inglese) anche per quanto riguarda il concetto di spoliazione, di appropriazione (in inglese bottino di guerra si dice infatti spoils), che, se analizzato in maniera trasversale e in senso chiaramente anti-predatorio, può essere visto come l’assorbimento da parte dell’artista di una serie di “bolle di pensiero” come lui stesso le chiama (ovvero frammenti di storia che fluttuano liberamente), che appartengono a una città che lo ha ospitato mentre portava avanti la sua ricerca, di cui questa mostra è il tracciato finale.

 

Z2O Sara Zanin Gallery

Vicolo della Vetrina, 32

Dal 6 Giugno al 31 Luglio 2018

www.z2ogalleria.it

 

 

 

Dolomiti. Il cuore di pietra del mondo

Dal settembre del 2009 le Dolomiti sono entrate a far parte del Patrimonio dell’Umanità, in virtù della loro monumentale bellezza ed unicità.

Dolomiti. Il cuore di pietra del mondo è la terza tappa della mostra che, dopo le sedi di Praga e di Zagabria, approda nelle sale del Palazzo delle Esposizioni di Roma; circa quaranta scatti, eseguiti dal fotografo del National Geographic Georg Tappeiner, originario di Merano, allestite all’interno degli spazi della Sala Fontana. Da profondo conoscitore nonché abitante di queste splendide montagne, Tappeiner riesce a renderne tutta la magia e la potenza in questi scatti degni della migliore tradizione dei fotoreporter del mondo della natura del passato.

Splendide panoramiche, scorci di luce e pietra immortalati con perizia e poesia dal fotografo compongono un affresco naturale di grande impatto e fascino, oltre a sottolinearne il grandissimo potenziale a livello scientifico e geologico.

Completano la mostra una serie di supporti informativi della Fondazione Dolomiti UNESCO, tra i quali ricordiamo il documentario tratto dal reportage realizzato da Piero Badaloni con Fausta Slanzi, il cui tema è l’influenza e il fascino esercitati dalle Dolomiti su tutta una serie di artisti, musicisti e scrittori.

 

 

Palazzo delle Esposizioni

Via Nazionale, 194

Dal 20 giugno al 2 settembre 2018

www.palazzoesposizioni.it

 

Mauro Staccioli, Sensibile ambientale

Ventisei sculture immerse nella cornice paesaggistica e monumentale del complesso delle Terme di Caracalla di Roma: questa la mostra Sensibile ambientale, che celebra l’operato di Mauro Staccioli, uno dei principali interpreti della scultura italiana dal secondo dopoguerra, scomparso lo scorso gennaio a 80 anni.

La retrospettiva, curata da Alberto Fiz, ha questo titolo proprio per sottolineare la profonda empatia che lega l’opera di Staccioli al mondo naturale; tutta la sua produzione infatti si contraddistingue per la cura utilizzata nel rapportare scultura e ambiente, in un equilibrio reciproco volto ad amplificare le potenzialità intrinseche di entrambe.

Il percorso espositivo, allestito sia nei sotterranei che negli spazi all’aperto delle Terme, ripercorre tutta la carriera dell’artista: dai lavori degli anni Settanta, fino alla produzione più recente, come Diagonale Palatina (2017), sua ultima opera, che faceva parte della mostra Da Duchamp a Cattelan tenutasi sul colle Palatino di Roma, che rimarrà esposta in modo permanente presso le Terme di Caracalla al termine della mostra.

Sensibile ambientale ci mostra come l’interazione tra antico e contemporaneo sia un esperimento di sicuro successo: i materiali industriali (cemento, ferro e acciaio) utilizzati da Staccioli coesistono infatti in maniera armoniosa con le antiche architetture romane, generando un rapporto di mutevole esaltazione che impreziosisce ambedue le testimonianze, come d’altronde era già stato evidente con le installazioni permanenti di Michelangelo Pistoletto presenti all’interno delle Terme.

Sculture di forma geometrica si posizionano nello spazio diventandone parte integrante: i Vortici in acciaio di 10 metri di diametro, gli Anelli attraverso i quali si insinuano spezzoni di paesaggio, diventando cornice ambientale, le piramidi, simboli antichi e misteriosi che catturano lo sguardo del visitatore.

La mostra, visitabile fino al prossimo 30 settembre, è promossa dalla Soprintendenza Speciale di Roma in collaborazione con la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma e con l’Archivio Staccioli, ed è accompagnata da una monografia edita da Electa.

 

 

Complesso delle Terme di Caracalla

Viale delle Terme di Caracalla

Dal 13 giugno al 30 settembre 2018

Tutti i giorni dalle ore 9.00

 

 

 

La luce diversa. Lucilla Catania | Claudio Palmieri | Sandro Sanna

Il Mattatoio di Roma ospita la mostra La luce diversa. Lucilla Catania | Claudio Palmieri | Sandro Sanna, curata da Anna Imponente e promossa dall’ Assessorato alla Crescita Culturale del Comune di Roma e dall’ Azienda Speciale Palaexpo.

I tre protagonisti illustrano, attraverso il loro operato, il particolare rapporto che sussiste tra materia, luce e natura nella loro produzione artistica.

La mostra, pensata come un unico organismo malgrado le singole peculiarità dei tre artisti, è allestita negli spazi del Padiglione 9°, ed è divisa in tre parti: nella prima i lavori degli artisti dividono il medesimo spazio, nella seconda, la grande sala centrale, si articola il dialogo tra le pitture di Sandro Sanna e le sculture di Lucilla Catania; nella terza infine, sono presentate le opere di Claudio Palmieri, che chiudono la mostra.

L’alternanza di luce e buio gioca un ruolo importante per la fruizione delle spettatore. Ad esempio le opere di Claudio Palmieri sono immerse nella totale oscurità: una luce ultravioletta fa emergere la vernice fluorescente presente sui suoi lavori, generando un effetto affascinante, quasi ipnotico. In questo caso la pittura interagisce in maniera imprescindibile con la scultura, attraverso l’uso di pigmenti e resine.

Riflessi cangianti, mutevolezza dell’apparire, sfaccettature pittoriche: queste le caratteristiche che denotano le opere di Sandro Sanna; la materia diventa mobile, sfuggente, con effetti luministici che sembrano provenire dall’essenza stessa dell’opera.

In entrambi i casi gli artisti giocano con l’aspetto materico più che formale, con un chiaro aggancio all’universo naturale.

Con Lucilla Catania invece l’asse materico-formale si assesta in un equilibrio perfetto. Le sue superfici marmoree, levigate o increspate che siano, si fanno riflesso, diventano solido effetto luminoso; anche qui l’ispirazione è tratta dal mondo della natura, che si articola in forme a volte sinuose a volte più strutturate e geometriche.

La mostra, accompagnata da un catalogo di Campisano Editore, al cui interno si trova un testo della curatrice, è prodotta dall’Associazione Culturale per la Promozione delle Arti Visive Hidalgo.

 

 

Mattatoio Testaccio – Padiglione 9A

Piazza Orazio Giustiniani, 4 – Roma

Dal 06 Giugno al 29 Luglio 2018

www.mattatoioroma.it

 

 

 

 

Postcard from New York — Part II

E’ New York, con la sua complessa e variegata scena sociale e culturale, la protagonista della mostra Postcard from New York — Part II, inaugurata lo scorso 6 giugno presso la galleria Anna Marra Contemporanea di Roma.

Curata da Larry Ossei-Mensah e Serena Trizzino, l’esposizione è la seconda di una serie iniziata nel 2016, e coinvolge i lavori di: Derrick Adams, Firelei Báez, Alexandria Smith e William Villalongo, Paul Anthony Smith e Abigail DeVille, quest’ultima presente con un’installazione posizionata all’interno del cortile della galleria.

La metropoli newyorchese è oggi il luogo con la più alta percentuale di abitanti di colore (circa 2 milioni); ciò significa che il 25% della sua popolazione è di origine africana (e con africana si intende afro-latina, afro-caraibica e afro-americana).

Se nel passato gli Stati Uniti si sono spesso macchiati di comportamenti scorretti nei confronti della popolazione nera, oggi il problema al quale si sta finalmente ponendo rimedio è la scarsa attenzione culturale che per decenni è stata rivolta agli artisti di colore.

Questa mostra intende celebrarne l’operato e mostrare, attraverso il filtro dello sguardo di questi cinque artisti di origine africana che vivono e lavorano a New York, temi come quello della migrazione, della razza, dei diritti umani e del pregiudizio, correlati alle vicende che hanno visto protagonisti i partecipanti della diaspora africana. Ognuno di loro, attraverso le sue opere (su tela, carta o collage), cerca di rappresentare cosa voglia dire essere oggi una persona di colore in America, quali siano le contraddizioni ancora presenti piuttosto che gli spiragli di apertura.

Il discorso però non si limita alla compagine geografica statunitense, ma tenta di allargarsi su grande scala, proponendosi come una riflessione internazionale che sia grado di abbracciare l’intera situazione umana associabile a queste tematiche.

 

 

Anna Marra Contemporanea

Via di S. Angelo in Pescheria, 32

dal 6 giugno al 27 luglio 2018

dal lunedì al venerdì dalle 15.30 alle 19.30 (chiuso i festivi)

www.annamarracontemporanea.com

 

 

Duilio Cambellotti. Mito, sogno e realtà

L’eleganza e il talento declinato in molteplici forme: questo e molto altro ancora traspare dalla mostra antologica dedicata all’artista Duilio Cambellotti, visitabile presso i musei di Villa Torlonia fino al prossimo 11 novembre.

La mostra, curata da Daniela Forti, responsabile scientifico dell’archivio dell’opera di Duilio Cambellotti e da Francesco Tetro, direttore del Museo Civico Duilio Cambellotti di Latina, consta di 200 opere, che ripercorrono l’intera produzione del maestro.

All’interno delle otto sale del Casino dei Principi sono allestiti disegni, bozzetti, vetri decorati, ceramiche, filatelia, manifesti, complementi d’arredo: un universo raffinato, curato in ogni dettaglio, permeato dall’armonia e dalla bellezza tipicamente liberty, caratterizzato da una linearità che, se a prima vista può apparire semplicemente decorativa porta in sé invece anche vigorosi elementi strutturali e formali.

Una sezione distaccata è ospitata invece nel Casino Nobile, dove sono esposte una serie di sculture oltre che apparati scenografici e costumi teatrali: il teatro fu infatti una delle grandi passioni di Cambellotti, che mise al servizio di questo mondo il suo estro multidisciplinare.

L’artista fu un rappresentante di spicco di quella versatilità propugnata dal movimento inglese delle Arts & Crafts; fu infatti in grado di spaziare tra espressioni artistiche molto diverse fra loro, con una resa finale però universalmente convincente.

E’ interessante notare come in lui convivano in maniera serena e produttiva due anime molto diverse tra loro: da una parte una produzione legata a un ambito più intimo e personale, come quello domestico, dall’altra il mondo della pubblicità e a tratti della propaganda (basti pensare ai manifesti dedicati alla bonifica dell’agro pontino).

Quest’ultimo aspetto però è sempre colto non con spirito di parte politica bensì come un tentativo di sublimare nella bellezza qualsiasi cosa passasse nelle mani dell’artista, che fosse un progetto sociale piuttosto che una tragedia da rappresentare su un palco.

La mostra, organizzata in collaborazione con la Galleria Russo di Roma e la Fondazione Cultura e Arte, è accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale.

 

 

Duilio Cambellotti. Mito, sogno e realtà

Musei di Villa Torlonia

Via Nomentana, 70

Dal 6 giugno all’11 novembre 2018

Dal martedì alla domenica dalle 9.00 alle 19.00

www.museivillatolonia.it