Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Jannis Kounellis, una vita per l’arte

Si è spento all’età di 80 anni l’artista Jannis Kounellis, esponente di primo piano dell’Arte Povera. L’artista di origini greche si trasferì a Roma nel 1956, città nella quale studiò presso l’Accademia di Belle Arti, un’esperienza fondamentale per la carriera del Kounellis in quanto ebbe l’occasione di conoscere Toti Scialojia, una conoscenza che avvicinò l’artista greco all’Espressionismo Astratto e all’Arte Informale, due pilastri fondamentali per il suo percorso creativo nel mondo dell’arte.

Segni tipografici su uno sfondo chiaro, che rappresentano un’allusione verso l’invenzione di un nuovo linguaggio, sono il punto di partenza per l’esordio dell’artista avvenuto negli anni Sessanta. Il rifiuto di prospettive individualistiche e l’esaltazione del valore pubblico sono la base su cui verte l’arte di Jannis Kounellis.

Vicine alle creazioni dell’Arte Povera sono le opere delle mostre del 1967, ove l’utilizzo di materiali d’uso comune rendono possibile la realizzazione di opere nelle quali non vi sono legami con la mera rappresentazione. Ma è il 1969 l’anno di fulcro per la carriera del Kounellis: 12 Cavalli è l’installazione che viene presentata al pubblico presso la galleria l’Attico, un vero e proprio richiamo alla natura, una celebrazione dell’economia italiana, ancora legata al mondo rurale negli anni Sessanta, in cui la lavorazione manuale da parte dell’artista è ridotta al minimo.

Il fallimento delle potenzialità innovative di cui si faceva carico l’Arte Povera portò Kounellis ad arricchire il proprio operato artistico con un senso di pesantezza, sentimento che può essere ben visibile nella porta chiusa con pietre allestita per la prima volta a San Benedetto del Tronto.

Non solo Arte Povera, non solo materiali comuni per poter plasmare un’opera, a partire dagli anni Ottanta anche gli oggetti antichi e i frammenti sono stati recuperati con lo scopo di potergli conferire una nuova vita, mostrando un sentimento nostalgico verso il mondo arcaico, simbolico e mitologico.

L’enfasi monumentale è la caratteristica che è stata fatta propria dall’artista negli anni Novanta, con installazioni quali Offertorio in piazza del Plebiscito a Napoli (1995) o Mulino in ferro (1998).

Numerose le mostre negli anni Duemila, fra cui l’ultima ancora in corso, fino al 21 febbraio, a Matera.

 

Dal Pane al Sasso… dal Segno allo Spazio. La nuova mostra su Maria Lai a Ulassai

Dal Pane al Sasso… dal Segno allo Spazio è il titolo della mostra che è stata inaugurata presso la Stazione dell’Arte di Ulassai, cuore pulsante dell’arte contemporanea in Ogliastra, sabato 4 febbraio e che rimarrà aperta fino al 4 giugno 2017, un allestimento pronto ad offrire ai visitatori un percorso in cui è possibile osservare le opere realizzate dall’artista ulassese Maria Lai, creazioni attraverso le quali è possibile ripercorrere alcune fasi dell’itinerario artistico della donna.

La mostra è stata suddivisa in tre spazi espositivi, il primo dedicato al pane, al sasso e al segno, il secondo riservato ai Telai e alle Geografie, mentre il terzo ed ultimo spazio all’installazione Legarsi alla montagna del 1981.

La cometa è il titolo della prima opera che apre il percorso espositivo, ove una spiga su uno sfondo nero richiama la mente dell’osservatore allo stato primordiale di uno dei cibi quotidiani, il pane, il quale viene plasmato attraverso il gesto, attraverso la manualità femminile. Suggestivo è il Pupo di Pane realizzato dalla Lai nel 1977, una scultura di pane che nella prima sala dell’esposizione è posta in relazione ad un’altra opera, Lei cantava, che attraverso pochi segni trasmette al pubblico il gesto del setacciare la farina che verrà utilizzata per la creazione del pane.

Legata al sasso è l’opera intitolata Mare, in cui la pietra che si orienta verso l’infinito, come se fosse una zattera, sembra annunciare il distacco di Maria Lai dalla sua terra natia, la quale, insieme all’immensa cultura di cui è portatrice, rimarrà sempre nel cuore dell’artista in quanto le origini, le radici di ciascun individuo sono fondamentali per poter percorrere la strada della vita e per far maturare nuovi frutti, in questo caso l’arte. L’influenza dello scultore Arturo Martini e dello scrittore Salvatore Cambosu è ben evidente in questa fase del percorso espositivo, infatti ispirata a uno dei racconti del Cambosu è Maria Pietra, scultura che è possibile interpretare come metafora della vita, ove l’uomo cerca di raggiungere sempre ciò che è irraggiungibile.

Dinamismo e velocità caratterizzano il segno dei disegni della Lai, che si presentano tridimensionali nella loro semplicità. Il segno si dilata nello spazio per raggiungere l’infinito, spazi pieni e vuoti si alternano, anticipando in questo modo la trama delle opere che caratterizzano il secondo spazio dell’allestimento della Stazione dell’Arte, i Telai, per esempio si annovera nell’esposizione il Telaio del Meriggio del 1970, e le Geografie, queste ultime richiamanti alla mente dell’osservatore le antiche carte geografiche, Geografie in cui sono sempre ricorrenti due figure, il triangolo e il cerchio, oltre alle indecifrabili scritture cucite. La libertà di interpretazione è l’elemento fondamentale per capire l’operato dell’artista, Maria Lai non ha offerto al pubblico una chiave di lettura per capire le sue opere ma ogni individuo è libero di interpretare l’opera che ha di fonte in base al proprio stato d’animo. La notte dei mondi scuciti è una Geografia emblematica riguardo al fattore dell’interpretazione, infatti ago e filo sono stati lasciati nell’opera dall’artista affinché l’opera venga “completata” da chi la osserva in virtù delle proprie emozioni.

Da non perdere, nella sala video, è la visione del filmato registrato da Tonino Casula inerente la realizzazione di Legarsi alla montagna, che presenta al fruitore della mostra il clima che animo la società di Ulassai nel 1981 mentre fu posta in atto l’operazione di Maria Lai con la comunità.

Fino al 4 giugno 2017

Fondazione Stazione dell’Arte – Ex Stazione Ferroviaria

Ulassai (NU)

Strada Provinciale 11

Orari:

dal 1 ottobre al 30 aprile tutti i giorni dalle ore 9:00 alle 19:00

visite guidate alle ore 9:30 – 11:00 – 13:00 – 14:30 – 16:00 – 18:00

dal 1 maggio al 30 settembre tutti i giorni dalle ore 9 alle 20:30

visite guidate alle ore 9:30 – 11:00 – 13:00 – 14:30 – 16:00 – 18:00 – 19:30

Tel.: 0782787055

e-mail: stazionedellarte@tiscali.it

 

Karinè Sutyagina. Circoscrivere l’infinito

L’opera di Karinè Sutyagina auspica all’infinito, e ne diventa rappresentazione apparentemente circoscritta. Artista uzbeka di respiro internazionale, inizialmente si dedica agli studi di scenografia, effettuati presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. I suoi schizzi riflettono un grande interesse per il disegno: nel bozzetto per i costumi destinati al balletto del Valzer dei fiori, tratto dallo Schiaccianoci di Ciajkovskij, l’eleganza del segno si coniuga al movimento al quale è destinato il soggetto rappresentato, in un sinuoso fluttuare dato da rapidi tracciati di linee imbevute di sprazzi di colore. Le figure sono eteree, eppure vivono di una presenza ben definita, che mantiene costantemente dei connotati estremamente femminili. In bilico tra il mondo fisico e quello spirituale, questi disegni denotano già una spinta verso un principio più impalpabile, meno ancorato a una necessità descrittiva e più propenso a un linguaggio fatto di sensazioni.

Questa ricerca di spirituale si è concretizzata negli ultimi anni, da quando Karinè Sutyagina ha iniziato a dedicarsi alla realizzazione dei cosiddetti occhi, creati assemblando materiali vari e protetti da sfere in plexiglass; sono propaggini estetizzate dei suoi studi accademici che rivelano a sorpresa un nucleo quasi filosofico.

L’occhio è da secoli espressione di una superiore entità divina, che guarda e protegge, veglia e controlla. Nella sfericità della sua forma il Tutto viene illusoriamente rinchiuso, in realtà si dipana, include tutti noi che l’osserviamo, perché altro non è che un riflesso di un bagliore che è già insito nella nostra anima.

Onde senza tempo e senza continuità, l’una nell’altra; i riverberi dell’esperibile accumulato nel corso delle ere diventano conoscenza, sapere che si fa nostro attraverso la presa di coscienza della memoria individuale e collettiva.

Numerosi sono i verbi che si collegano alla percezione visiva: guardare, osservare, spiare, fissare. Ma quello che le sfere ipnotiche di Karinè Sutyagina vogliono condurci a fare è Vedere: dentro e fuori di noi, farci immergere in un cosmo dove possiamo ritrovarci. Siamo minuscoli frammenti che diventano, in modo ordinato e imprevedibile, parte fondante della Realtà, divina ed umana.

Le categorie si perdono nel firmamento dell’universo, e l’unico modo per mantenere la rotta è affidarsi alla propria vista, che altro non è che propaggine di quella di un essere superiore che porta il nostro stesso nome.

L’energia divina ci guarda, e nel suo riflesso ci ritroviamo. Le sfere di Karinè Sutyagina sono una preghiera circolare, che parte dall’uomo verso l’alto per poi tornare a lui, causa ed origine della sua stessa essenza.

 

Adelita Husni-bei e i giochi di potere

Abbiamo già parlato di Rossella Biscotti e la sua vincita alla sedicesima edizione della Quadriennale di Roma, conquistando il primo premio col tema del viaggio, ma chi sono stati gli altri vincitori?

Tra gli under 35 si è aggiudicata il premio Illy Adelita Husni-Bey. AGENCY- Giochi di potere è l’opera che, nata nel 2014, ha colpito per la sua grande originalità. Dopo il successo alla galleria Laveronica di Modica (Sicilia), nel mese di aprile dello stesso anno ha preso corpo al Museo MAXXI di Roma.

Un gioco, un progetto. Adelita, ispirata ad un workshop usato in Inghilterra per lo studio della cittadinanza, propone ad un gruppo di studenti del liceo Manara di Roma di creare una simulazione che spiegasse attraverso relazioni di dominanza l’Italia contemporanea. Quaranta ragazzi, divisi in cinque gruppi: giornalisti, politici, lavoratori, attivisti e banchieri. Tre giorni di simulazione, di gioco, in cui i ragazzi scegliendo la categoria si sono immersi totalmente nella società odierna, comprendendo le vere astrusità che oggi investono l’Italia. Ognuno di loro con massima libertà di interpretazione, ha cercato di crearsi delle risposte. I giornalisti erano i responsabili di un rapporto sul progresso: ad ogni ora un telegiornale spiegava gli accaduti. Al termine della simulazione i ragazzi si assegnavano dei punti di potere, così da poter capire chi dei ragazzi era riuscito a conquistare il potere effettivo nella società che aveva creato. Le categorie in questo modo hanno cercato di simulare ciò che succede nella società italiana. Un gioco di ruolo? Quasi, ma un gioco che propone forme alternative di rappresentazione della vita politica e sottolinea il ruolo fondamentale dell’istruzione come base di fratellanza. Attraverso un’intensa partecipazione del gruppo di adolescenti, l’opera propone una serie di scene che descrivono le pieghe della realtà ed esamina come le decisioni sono prese nella società, per arrivare ad un risultato ricco di domande e risposte. Nel mese precedente il workshop, sono stati organizzati diversi incontri tra gli studenti con selezionati giornalisti, attivisti, economisti, sindacalisti e gli editori, per approfondire la conoscenza delle categorie scelte degli studenti.

Da un lato i banchieri, i politici e gli attivisti, dominati dalla fame di potere, dal gioco dei soldi, d’altra parte i lavoratori. «Noi eravamo i più deboli, sottomessi dalla classe dirigente, non avevamo obiettivi perché dovevamo reagire, dovevamo difenderci, ma ci rendevamo conto delle manovre politiche». Così parla una ragazza che ha fatto parte dei lavoratori, sostenendo di esser riuscita a sentirsi in una situazione reale. Se l’obiettivo fosse stato la ricerca del bene della comunità, sicuramente si sarebbero ottenuti risultati diversi, si sarebbe creata una situazione del tutto diversa. Ma al centro del progetto c’era il potere. Il potere che mangia gli uomini, che rende sempre più deboli, per poi far ricadere questa debolezza sulla società.

La scuola italiana deve aprirsi o no a questo tipo di didattica? Il museo è solo un’entità di “arte antica” o deve esser studiato anche come luogo per questo tipo di progetti? Una buona didattica si deve fermare allo studio del greco e del latino o deve andare oltre?

 

 

Francesco Del Drago. Parlare con il colore

Fino al 26 marzo 2017 è possibile visitare gratuitamente a Roma la prima ampia retrospettiva sull’opera di Francesco Del Drago, artista e intellettuale romano scomparso nel 2011.

La mostra, a cura del giovane artista Pietro Ruffo con la consulenza scientifica di Elena Del Drago, è ospitata nelle sale del piano terra del Museo Carlo Bilotti, nella splendida cornice dell’Aranciera di Villa Borghese, e si pone l’obiettivo di illustrare i risultati di una vita dedicata allo studio e alla pittura.

Una ricca selezione di opere e di documenti mostra infatti al pubblico, per la prima volta dalla sua morte, il lavoro di un artista instancabile, che con la sua opera ha attraversato quasi tutto il XX secolo. Quadri e polittici di grandi dimensioni consentono di entrare a pieno nella pratica artistica e nel pensiero di Del Drago, e mostrano la sua passione per la forma e per il colore, insistendo sul suo ossessivo interesse per le infinite possibilità cromatiche e la sua ambizione costante di raggiungere un risultato estetico di equilibrio e bellezza oggettiva.

Realizzate attraverso la sua personale grammatica astratta, queste pitture condensano tutte le teorie sviluppate dall’artista nel corso degli anni, ed è infatti possibile individuarvi sue originali acquisizioni come l’Automatismo lento, le Trasparenze fenomeniche e il Nuovo Cerchio Cromatico.

Le opere sono poi affiancate da numerosi documenti che illustrano in maniera dettagliata i risultati dell’intensa attività interdisciplinare e le conquiste della rivoluzionaria teoria cromatica di Del Drago, arricchendo la mostra con la possibilità di confrontare i risultati estetici con le premesse teoriche della sua ricerca. In questo modo, oltre all’originale apporto dell’artista nel campo dell’arte astratta, è evidenziata dalla retrospettiva anche la sua importanza come intellettuale e le sue interessanti scoperte, che egli stesso si impegnò a diffondere con numerose conferenze in tutto il mondo, soprattutto a partire dagli anni Ottanta, e che influenzarono profondamente i suoi contemporanei.

Fino al 26 Marzo 2017

Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese

Viale Fiorello La Guardia, Roma

martedì – venerdì: 10.00 – 16.00

sabato – domenica: 10.00 – 19.00

Ingresso gratuito

www.museocarlobilotti.it

 

Lo scatto sensibile e sensuale di Harley Weir

Negli ultimi anni l’uso dei social media ha aiutato tanti talenti creativi ad emergere nel mondo dell’arte. E’ quello che è accaduto ad Harley Weir, una dei talenti più prorompenti della fashion photography. Si è fatta conoscere attraverso l’uso delle piattaforme online come Flickr e Tumblr inizialmente con fotografie legate all’ambito musicale. Le sue immagini possono essere definite una sorta di ponte tra le fotografie analogiche degli anni ’90 e gli scatti immediati e compulsivi della generazione internet accompagnati da continui reblog e repost. Nonostante linguaggi innovativi i suoi scatti sono intimi e personali ed appartengono ad uno spazio temporale indefinito.

Harley Weir trova ispirazione nella pittura Prerafaellita riuscendo comunque a coniugare ed eseguire un lavoro originale e al passo con i tempi. Fotografie belle e seducenti che in giro di breve tempo sono riuscite a conquistare l’industria dell’alta moda esplorando una nudità artistica che niente ha a che vedere con il sesso. Quando siamo davanti ad un suo scatto ci sembra quasi di osservare di nascosto un universo fatto di romanticismo e soggetti con pose regali, riuscendo a farci immergere in esso.

Nel 2014 arriva la svolta della sua carriera: firma la copertina del British Journal of Photography, giornale che raccoglie il meglio del panorama fotografico, che la consacra definitivamente astro nascente della fotografia di moda internazionale.

Un linguaggio fotografico differente con una visione singolare del corpo umano, tra sensualità e dolcezza, performance artistiche che risultano caute e timide al limite dell’innocente imbarazzo. Tagli e inquadrature non appaiono mai banali con pose plastiche ma allo stesso tempo naturali, scatti accompagnati da una texture originale che è diventata il suo marchio e che avvicina la sua fotografia all’arte pittorica.

Nonostante lavori prevalentemente nel mondo della moda la Harley avverte la necessità di dedicarsi anche a progetti personali attraverso i quali possa provare ad esprimere il suo lato più intimo e dolce. Nella serie Highland/Homeland raccoglie una serie di ritratti di soggetti dai capelli rossi immortalati in un’atmosfera bucolica e romantica, con il chiaro intento di cercare il più possibile di emozionare ed entrare in una vera e propria intimità con le emozioni.

 

 

 

Il mondo è una prigione? La riflessione collettiva al MAXXI di Roma

Nell’androne del MAXXI i visitatori vengono accolti da una gabbia con al suo interno una panchina e una valigia. La panchina metafora dell’attesa, e la gabbia simbolo della prigione, dell’impossibilità di essere liberi, in silenzio accatastati come animali in pochi centimetri, sperando che una luce all’improvviso irrompa tra le sbarre e dia fine a questa nostra attesa. Quest’opera realizzata da H. H. Lim ci introduce in una riflessione che ha come centro nevralgico la considerazione della prigione sia come una struttura che accoglie e dimentica i detenuti, sia come la prigione del mondo ultramoderno, bombardato da strumenti che ci negano, ormai da tempo, la nostra libertà.

Il titolo della mostra Please Come Back a cura di Hou Hanru e Luigia Lonardelli, prende spunto da un’opera realizzata dal collettivo Claire Fontaine nel 2009. Il neon che irrompe nello spazio della Galleria 5 del MAXXI, quasi come una presenza inquietante e inquisitoria, nasce da una riflessione sul mondo del lavoro, considerato come uno spazio di reclusione e della capacità della prigione di sconfinare oltre i suoi muri. Come in una sorta di dentro e fuori, il collettivo Claire Fontaine immagina una prigione sia mentale che fisica, una prigione che cela le sue sbarre invisibili intorno a noi.

The cage the bench and the luggage e Please Come Back sono solo alcune delle tante opere in mostra. La mostra collettiva, infatti, si compone di tre sezioni: Dietro le mura; Fuori le mura; Oltre i muri. Ogni ambito racconta, attraverso le esperienze degli artisti, la loro cultura e i loro interessi, storie che a volte s’intrecciano, si distaccano o restano in silenzio.

Dietro le mura, racconta la vivida realtà vissuta da alcuni artisti all’interno delle carceri. Zhang Yue che racconta attraverso le sue illustrazioni e i suoi disegni la vita al di là delle mura, ci parla della censura mostrandoci brutalmente le condizioni e l’opprimente cultura cinese. Gianfranco Baruchello, invece, racconta attraverso un film, la dimensione del tempo in quei luoghi irreali e sospesi. Attraverso alcune interviste realizzate a dei detenuti nelle carceri di Roma e del Lazio, Baruchello riflette su un tempo, lento e inesauribile, una dimensione perduta, cancellata e macchiata di speranza. Un tempo morto che ritorna anche nel lavoro di Mohamed Bourouissa in collaborazione con un detenuto attraverso il suo telefono cellulare.

Fuori le mura, è una riflessione sull’invisibilità della prigione. Gli artisti indagano l’onnipresenza della detenzione anche se non necessariamente incastrato tra delle mura. In una società in cui si stanno compiendo giganteschi passi indietro, questa sezione racconta e vive il tema del muro che non porta altro che privazioni, prigionia e annulla qualsiasi diritto della persona e della sua libertà d’espressione.

Oltre i muri, è l’ultima sezione che attraverso i lavori di Jenny Holzer o Simon Denny riflette sull’iper-controllabilità dettata da “guerre al terrore” o eccessivi e frenetici controlli attraverso le tecnologie.

Please Come Back è dunque una sfida che invita alla riflessione e al pentimento attraverso la testimonianza silenziosa di un mondo che, dato che non ci appartiene direttamente, è ormai invisibile.

 

Artisti in mostra: AES+F, Jananne Al-Ani, Gianfranco Baruchello, Elisabetta Benassi, Rossella Biscotti, Mohamed Bourouissa, Chen Chieh-Jen, Simon Denny, Rä di Martino, Harun Farocki, Omer Fast, Claire Fontaine, Carlos Garaicoa, Dora García, Jenny Holzer, Gülsün Karamustafa, Rem Koolhaas, H.H. Lim, Lin Yilin, Jill Magid, Trevor Paglen, Berna Reale, Shen Ruijun, Mikhael Subotzky, Superstudio, Zhang Yue.

MAXXI – Museo Nazionale delle arti del XXI secolo

Via Guido Reni 4/a, Roma

Fino al 21 maggio 2017

Orari: Dal Martedì al Venerdì ore 11.00 – 19.00

Sabato ore 11.00 – 22.00

Domenica 11.00 – 19.00

Biglietto d’ingresso:

Intero: € 12 Ridotto: € 8

Ren Hang, quando la fotografia è libertà di espressione

Il mercato d’arte asiatico negli ultimi anni è vertiginosamente decollato, diventando un polo artistico sempre più occidentalizzato grazie anche a manifestazioni artistiche quali l’Expo a Shangai e le Olimpiadi a Pechino, che hanno decisamente contribuito a rendere una più moderna immagine del paese. Allo stesso tempo anche il mercato occidentale si è mostrato sempre più incuriosito nei confronti degli artistici asiatici, in particolar modo di quelli cinesi e koreani, perchè per certi aspetti risultano pioneri di nuovi linguaggi – spesso provocatori – per altri risultano ancora molto legati ad una cultura conservatrice. Ecco che alla 55 edizione della Biennale di Venezia, all’interno del padiglione tedesco, è stata scelta l’installazione dell’artista cinese Ai Wewey o a parigi, un’istituzione come il Palais de Tokyo, ha affiancato ad una sua esposizione la mostra Inside China.

Ren Hang è un fotografo cinese, classe 1987, che si trova in prima linea nella battaglia per la libertà creativa portata avanti quotidianamente dagli artisti cinesi. Uno dei suoi modelli di ispirazione è l’artista Ai Wewei con il quale condivide il fatto di essere particolarmente apprezzati nel resto del mondo ma essere visti come personaggi controversi in patria.

Hang non vuole essere considerato un ribelle o un’artista che usa il tabù per far parlare di se. Più semplicemente vuole essere libero di esprimersi: ecco che ritrae spesso i suoi amici, familiari e sostenitori completamente nudi, quasi sempre in contesti all’aperto, su alberi o su vertiginosi tetti di palazzi con elementi bizzarri addosso. Sebbene la carica erotica delle sue foto e l’uso enfatico di alcuni clichè, ad esempio lo smalto rosso delle modelle, richiamano fortemente la fotografia di moda, Ren invece afferma di essere ispirato prevalentemente dalla cultura tradizionale cinese quella delle grafiche di propaganda maoista, delle stampe di valore e delle grafiche prodotte su ceramica antica.

Il suo modello artistico per eccellenza è il fotografo giapponese Shuji Terayama, molto attivo negli anni 70 in Occidente, conosciuto principalmente per il suo cinema e allievo di Nobuyoshi Araky – fotografo del bondage e del sesso.

A guardarle bene le fotografie di Hang risultano affascinanti e particolari. I suoi nudi non sono volgari ne tantomeno sensuali, al contrario evocano un erotismo pudico e velato soprattutto nelle espressioni. Riesce a fotografare i suoi modelli come se fossero dei burattini inserendoli in scenari surreali e affiancando alle loro figure elementi estranei come animali, braccia, fiori. Foto di grande impatto, tutte realizzate su pellicola, in grado di trasmettere sentimenti ed emozioni contrastanti come allegria, senso di libertà, angoscia e tanta avanguardia.

Hang è interessato al corpo come semplice mezzo di relazione tra l’uomo e la natura, attraverso i suoi scatti si riesce ad esplorare l’intimo e profondo rapporto che l’essere umano intrattiene con chi lo circonda.

I suoi lavori sono stati spesso oggetto di cesura da parte della Cina, additati come osceni ed impresentabili, ma tutto ciò ha reso sempre più grande la forza di Hang nel voler contribuire in modo attivo a dare una scossa ai tabù di un paese ancora troppo conservatore.

Ren Hang è stato protagonista di oltre 20 esposizioni personali e 70 collettive internazionali in solo cinque anni di carriera, oltre a numerose pubblicazioni su media nazionali ed internazionali.

«I’m restricted here, but the more I’m limited by my country, the more I want my country to take me in and accept me for who I am and what I do». R.H.

 

Collezione D’arte Contemporanea

L’esposizione della collezione d’Arte Contemporanea apre le porte al pubblico nella Galleria Comunale d’Arte. Un’opportunità da non perdere, per calarsi nel panorama artistico degli anni Sessanta e Settanta con la collezione d’Arte di Ugo Ugo, che ritorna in Galleria a partire dal gennaio 2017.

La raccolta è tra le più interessanti del panorama artistico, con opere acquistate direttamente dal Comune. Databili tra il 1963 e il 1974, anni durante i quali molti artisti, riflettevano sulle opere, il senso del proprio ruolo, all’interno della società, e sul ruolo che esercitavano sul pubblico.

L’importanza della figura ancora troppo trascurata e tesa a mettere in auge la collezione mutilata e distrutta, all’interno della società, una giusta collocazione, non estranea al credo culturale locale.

Un’arista come Ugo Ugo, che ha saputo cogliere gli artisti più rappresentativi dell’arte italiana.

La collezione è concepita come un organismo vivente da suscitare un coinvolgimento sia fisico, sia mentale nello spettatore grazie al gioco di luce e colore.

La selezione della collezione della Galleria Comunale d’Arte, è dedicata sia all’arte concettuale, sia all’arte povera. Attraverso un intenso impatto emotivo, s’instaura un dialogo con le opere esaltate dalla luce e dal colore, ove l’importanza della figura torna a essere protagonista di stessa.

La realtà quotidiana, le cose comuni diventano protagoniste del loro lavoro, attraverso un semplice inserimento dell’oggetto sia figurativo sia astratto.

Ugo Ugo nella sua consapevolezza ha saputo cogliere gli artisti più rappresentativi del mondo artistico italiano. La mostra è concepita come un organismo vivente da suscitare un coinvolgimento sia fisico e mentale nello spettatore. L’oggettività della realtà viene esaltata dalle opere pittoriche e l’atto stesso del dipingere, considerato come una reazione ormai superata, dà maggiore rilievo all’azione dell’artista.

Nasce così un movimento dinamico e reale e non virtuale nell’opera, causata da una continua variazione del punto di osservazione.

 

Fonte vivereacagliari.com

 

 

Cagliari

Galleria comunale

Esposizione visitabile da gennaio fino a marzo 2017

Dal lunedì alla domenica dalle 10 alle 18.

Chiuso il martedì

Giacomo Balla. I tempi del Tempo

Se oggi la fotografia viene considerata da tutti noi come il mezzo più rapido per catturare un’immagine che colpisce la nostra vista e immaginazione, in tempi passati questa tecnica presupponeva un lavoro paziente, e soprattutto un’attesa, che diviene temporalità estesa. Il processo di ripresa, e poi quello di sviluppo e asciugatura poteva durare diverse ore, a volte anche un giorno.

Giacomo Balla era figlio di un fotografo; lui stesso lo aiutava spesso nella sua professione. La ricerca della resa della quarta dimensione nella sua pittura viene indubbiamente dalla matrice professionale paterna, che va ad unirsi felicemente con la parabola Futurista in cui entrerà a far parte, lui, più anziano rispetto agli altri membri dell’avanguardia italiana, ne assimilerà gli assiomi, arricchendola con la sua esperienza artistica più matura.

I Futuristi anelavano alla fusione delle tre dimensioni (lunghezza, larghezza profondità) nel minimo comun denominatore del movimento, inteso come dinamismo interiore o esteriore, volto alla rappresentazione di una spinta veloce verso l’avvenire. Balla sposa queste idee, ma introduce una quarta dimensione, legata al tempo e alla durata. Anche i Futuristi avevano condotto questa ricerca, ma in loro la resa della temporalità veniva divorata dal moto velocissimo che fondeva l’immagine in macchia quasi indistinta. Il concetto di durata proposta da Balla è di tipo più meccanico, offre una scansione dell’immagine che non perde mai nitidezza.

In una prima fase della sua carriera, Balla dipinge tramite la tecnica divisionista. Scomposizione dell’immagine in puntini luminosi, che, saggiamente distribuiti in base a ben precise leggi scientifiche teorizzate alla fine dell’800, la frantumano dapprima per poi ricomporla alla giusta distanza nella retina dello spettatore. Balla usa questa tecnica nel quadro Fidanzata a villa Borghese del 1902. L’immagine è un’istantanea di un pigro ed assolato pomeriggio domenicale, una passeggiata romantica in un parco romano. Ma già qui l’interesse per la durata degli eventi trapela dalla scelta della tecnica esecutiva, che come dicevamo presuppone un lavoro di smembramento e poi di nuovo di assimilazione del nervo ottico, quindi una durata. Ma oltre a ciò, l’immagine riassume in un tempo una sequenza di eventi: l’aver camminato a lungo con un clima probabilmente afoso, azione passata che porta a quella presente, contraddistinta dalla necessità di sedersi all’ombra a riposare, dallo sguardo stanco della donna, alla muta richiesta che le si legge negli occhi di procedere, in un futuro prossimo, al ritorno a casa, per ristorarsi.

Quando Balla diventa Futurballa, la resa del concetto temporale avanza ulteriormente. In Dinamismo di un cane al guinzaglio del 1912 ad esempio, lo scodinzolare e lo zampettare di un cagnolino a spasso con la padrona vengono resi in maniera simultanea, come se potessimo vedere in una sola immagine la condensazione dei tempi del tempo della sua passeggiata. Ciò è ancora più evidente in Ragazza che corre sul balcone, dello stesso anno: il suo correre avanti e indietro, appoggiata alla ringhiera del terrazzino, le cui sbarre diventano struttura fusa alla sua stessa massa muscolare ed ossea, integrate nell’equazione movimento + durata.

Ma la quintessenza di questa ricerca si ha con il dipinto Volo di rondini, del 1913. Le rappresentazioni delle fasi di volo dell’uccello si mescolano alla descrizione di diversi momenti di vita degli oggetti intorno a lui e a quelli dell’aria stessa, quasi che anche i dettagli atmosferici e le cose fossero suscettibili di mutamenti continui, che prendono corpo in questa rappresentazione che si estende, permettendoci di divorare con uno solo sguardo attimi diversi che si coniugano insieme in modo amabile, amalgamandosi senza mai perdere la loro specifica durata.