Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Giovanni Coda. Exposition

Il Search comunale di Cagliari presenta una mostra dedicata a Giovanni Coda, un filmmarker, un artista multimediale, con un’esposizione che sarà visitabile fino al 6 maggio.

Un operatore multimediale, un videoartista, anche se definirlo così è obsoleto, che spazia dalla fotografia, al video proiezione, un’artista capace di far vivere le sue opere, che presentano una forza narrativa espositiva, presente in molte sue fotografie, contenenti molte caratteristiche parte del suo linguaggio.

Si tratta di un lavoro di denuncia sociale che affronta una tematica particolarmente forte come quella del bullismo omofobico.

Una carriera che intende ripercorrere l’attività di filmmarker e fotografo mettendo in relazione gli aspetti più drammatici del sociale, una denuncia contro la solitudine, contro un mondo crudele che volta le spalle.

Intanto le sue opere descrivono subbugli interiori e desideri di pace, basata esclusivamente su fatti reali.

Giovanni Coda coniuga cinema, fotografia e arti performative, con la costante di una voce narrante fuori campo che, come in un diario, documenta senza filtri la tematica in esame. Le sue opere sono caratterizzate da contrapposizioni stilistico-espressive tra il racconto di matrice documentaristica e quella parte più visionaria, più intima. Tutto il suo mondo è improntato sulla riflessione della devastazione del corpo come involucro sull’esistenza e sulla caducità della vita.

I suoi lavori vivono sul brulicare d’immagini che si fondano e si confondano, su squarci, frammenti di fotogrammi, che colgano un preciso istante. Questi lavori interagiscono tra di loro, offrendo un ritmo emozionale nel piacere di raccontare. Riprende in mano spunti dal quotidiano dando maggiore enfasi con una luce che inquadra uno scorcio o una parte del viso, come se l’altra parte fosse nascosta al visitatore che si attinge nel contemplare le sue opere.

Giovanni Coda predilige una serie di video clip nel raccontare le sue produzioni.

 

 

Search comune di Cagliari

Fino a maggio 2017

Largo Carlo Felice

Face to Face – Dialoghi tra le collezioni

Face to Face è il nuovo progetto espositivo allestito presso la Galleria Comunale d’Arte di Cagliari, visitabile dal 19 marzo al 3 giugno 2017.

Mimmo Rotella, Enrico Castellani, Giulio Paolini, Hsiao Chin e Eduardo Arroyo sono solo alcuni dei nomi più illustri di una delle più complete collezioni d’arte italiane degli anni Sessanta e Settanta, il cui scopo era quello di documentare a Cagliari, con opere acquistate dalla Galleria sotto la guida di Ugo Ugo, gli indirizzi più significativi della ricerca artistica contemporanea in campo nazionale ed europeo.

L’attuale allestimento è stato curato da Anna Maria Montaldo, la quale ha esaltato il colloquio tra le opere, garantendo ai fruitori una visione della raccolta sotto una luce del tutto nuova.

La Collezione d’Arte Contemporanea dialoga con la Collezione Ingrao, un lascito di circa 500 opere donate al Comune di Cagliari nel 1999.  Punti di contatto tra le due collezioni sono stati individuati da un gruppo di storici dell’arte in virtù di confronti inediti di due pezzi, riconducibili a entrambe le raccolte, ove è possibile risalire a nuove chiavi di lettura.

Delle conferenze, i cui giorni e orari sono stati riportati di seguito, potranno rendere partecipe il pubblico circa gli accostamenti che sono stati portati avanti fra le opere in mostra.

Fino al 03 Giugno 2017

Cagliari

Luogo: Galleria Comunale d’Arte di Cagliari

Enti promotori:

  • Musei Civici di Cagliari
  • Comune di Cagliari

Telefono per informazioni: +39 070 6777598

E-Mail info: museicivici@comune.cagliari.it

Sito ufficiale: http://www.museicivicicagliari.it/

Programma h 16:
19 marzo Cristina Pittau
9 aprile Efisio Carbone e Tiziana Ciocca
7 maggio Ines Richter
20 maggio Roberta Vanali
27 maggio Silvia Ledda
3 giugno Ivana Salis

Dinamicità ed equilibrio: lo Spazio Elastico di Gianni Colombo

Che cos’è lo spazio? Lo spazio è invisibile o esistono modi diversi di vederlo e di percepirlo? E il corpo, come si rapporta a esso? Gianni Colombo è stato tra i primi a porsi queste domande e a mettere in pratica studi matematici minuziosi e precisi applicandoli a produzioni manuali, visibili e mobili. Grazie, soprattutto, agli insegnamenti e agli studi sullo spazialismo di Lucio Fontana, l’elemento invisibile e inafferrabile, diventa nella ricerca artistica di Colombo l’elemento centrale per uno studio accurato sulle relazioni tra il corpo e lo spazio.

Spazio Elastico 1967-68 è una delle prime sperimentazioni che l’artista mette in pratica intorno alla seconda metà degli anni Sessanta. L’opera, esposta per la prima volta nel 1967 a Trigon 67 a Graz, l’anno seguente viene premiata in occasione della XXXVI Biennale di Venezia. L’opera, in bilico tra installazione e azione performativa, si sviluppa all’interno di una stanza. Attraverso la riduzione al buio totale, catapulta lo spettatore in un non-spazio, in cui gli unici punti di riferimento per non precipitare nel baratro sono dei fili elastici mobili, azionati da motori e resi fosforescenti grazie all’uso di neon Wood.

La sensazione è la parziale mancanza di equilibrio che si annulla grazie alla guida luminosa e sonora dei fili che indicano la costruzione matematica dello spazio, in altre parole la sua stereometrica figura. Il grande reticolo tridimensionale di Colombo assume le fattezze di una camera prospettica, uno spazio ambientale aperto e flessibile che non ingloba il corpo, bensì lo lascia libero di muoversi. Attraverso la fitta ragnatela monocromatica, si creano infinite possibilità di vivere e sostare nello spazio, divenendo il paradigma del mutamento e della trasformazione. L’ambiente aperto e il suo Spazio Elastico mostra che siamo dentro uno spazio non più inafferrabile, invisibile e, attraverso la soggettivazione psicofisica dell’essere, l’ambiente acquisisce la capacità di inglobare lo spettatore facendolo diventare l’oggetto centrale dell’opera.

Colombo nella sua idea di spazialismo formale riesce a sovvertire la rigidità della griglia matematica e prospettica nella fisiologica processualità di un organismo vivente. Il suo ambiente, instaurando un dialogo tra spazio, equilibrio e dinamicità, mette in crisi l’entità corporea che acquisisce funzionalità e aspetti in un continuo mutuare di percezione. Nell’apparente semplicità di visione e nella plasticità delle forme, Spazio Elastico esprime la complessa e analitica formulazione geometrica di uno spazio individuale e oggettivamente decontestualizzabile. Gianni Colombo crea delle mappe di transiti o momenti temporanei e ogni ambiente diviene il punto nevralgico dell’incontro di entità mobili che presuppongono un ordine spaziale che si rivela allo spettatore, unico agente estetico che possa mettere in pratica la dinamica visione di uno spazio dalle infinite possibilità di metamorfosi.

 

Corpi troppo grandi, corpi troppo piccoli. Le sculture di Ron Mueck

Ron Mueck, classe 1958, è un artista australiano che lavora in Gran Bretagna il cui lavoro è spesso associato alla corrente artistica dell’Iperrealismo. Proveniente da una famiglia di artigiani impegnati nella costruzione di giocattoli, Mueck cominciò la propria carriera lavorativa realizzando modelli e balocchi destinati alla televisione per bambini, lavorò per la pubblicità e per il mondo del cinema, diventando ideatore di effetti speciali ritenuti fantastici.

Il successo arrivò nel 1997, anno in cui creò Dead Dad, una scultura rappresentante una figura maschile defunta nuda, realizzata con l’utilizzo di silicone crudo, opera attraverso la quale è ben evidente l’interesse dello scultore verso la realizzazione, in senso imitativo, della forma umana. Osservando Dead Dad è subito possibile notare come l’artista, pur riproducendo nei minimi dettagli le fattezze del corpo umano, non riproduca in scala reale le dimensioni corporee, preferendo plasmare invece delle opere d’arte aventi un corpo o troppo grande, in cui vengono esaltati i particolari della superficie corporea, o troppo piccolo.

Sono le dimensioni delle sculture a colpire il pubblico, meraviglia e stupore invadono i sensi di colui che le ammira ma subito dopo, lo stesso, viene investito da una terribile sensazione di tristezza. A cosa è dovuto questo sentimento? Esaminando le sculture con una maggiore attenzione è evidente come i soggetti plasmati da Ron Mueck appaiono in solitudine, sono vulnerabili, anche se alcuni personaggi sono stati realizzati in coppia questi rimangono isolati dal pubblico circostante, come se vivessero in un mondo proprio, dove possono essere osservati ma a loro volta non possono osservare ciò che li circonda.

L’artista ha conferito alle proprie creazioni pose intime della vita quotidiana, una scelta che conduce il fruitore dell’opera a provare imbarazzo per aver violato la privacy dei soggetti. Se si ammirano gli sguardi e i gesti dei soggetti, si pensi ad esempio alla scultura Young Couple, del 2013, è lecito chiedersi cosa sta succedendo fra la giovane coppia, si vuole quindi entrare a far parte della psicologia dei due personaggi.

Anche se la personalità di Ron Mueck è spesso associata all’Iperrealismo il pubblico non cadrà mai nella tentazione di associare le sue creazioni a vere e proprie persone grazie alla riproduzione non in scala reale dei corpi. Nascita, maternità, amore e morte sono i temi affrontati dall’artista. L’illusionismo non viene inserito da Mueck nelle sculture, motivo per cui non si avrà l’impressione di trovarsi di fronte a una persona in carne e ossa.

 

 

Piero Ligas. Ritratti d’anima

Piero Ligas ha inaugurato la sua nuova collezione dal titolo Ritratti d’Anima visitabile sino all’undici di Aprile 2017 al Coffe Art di Cagliari.

Ligas è un artista locale, che si avvicina alla pittura da autodidatta, il cui percorso artistico è rivolto alla ricerca del proprio io, da sfoggiare in una pittura astratta con un gioco cromatico accesso.

Restare indifferenti all’intensa espressività e al cromatismo della prova pittorica del maestro sardo è difficile, infatti la pittura evoca quel qualcosa di magico, che ci attrae coinvolgendo lo sguardo nella sua narrazione.

I colori contengono una forte valenza simbolica che rimanda al mondo interiore dell’artista, la percezione del colore ha un fondamento oggettivo che oltrepassa le differenze culturali e costituisce un linguaggio universale.

Vengono evocate suggestioni nel fruitore dell’opera, tra un inconscio e mistero, mediante uno scambio contemplativo dell’arte. Concetti difficili vengono resi più semplici attraverso l’uso dell’immagine e del colore, marcato da contorni sempre più netti.

La predominanza di alcune tonalità cromatiche come il viola, il rosso accesso, il nero, mostrano un desiderio tra la sintesi della energia e un calmo appagamento, l’unione dell’elemento materiale con quello spirituale nel gradevole carattere offerto dal viola.

Il percorso artistico è correlato a contenuti psichici, mediante un gioco di colori e luci.

Le opere dell’artista mostrano uno slancio vitale, un’idea di perfezione e delicatezza, sensibilità e fragilità nella figura umana. Il tutto è mitigato da tonalità decise, con una tinta che non mostra incertezze. I contorni neri esaltano e hanno una funzione passiva inglobata da altre tinte. Il nero può rappresentare non solo il nulla finito. La figura umana proietta un’immagine di sé.

Nei Ritratti d’anima è lo sguardo a catturare l’attenzione, gli occhi dell’inconscio e contatto con il mondo esterno, esprimono l’io che è presente in ognuno di noi. La pittura del maestro suggerisce, sia per le tinte che per il tratto, sentimenti forti, dove traspare un’inquietudine, espressa dal gesto grafico, dove il contatto con la realtà sembra solo una pallida visione.

Con quest’opera l’artista esprime se stesso e il suo Io.

 

 

Cagliari

Mostra visibile al coffee Art-Piazza Tristani

Tutti i giorni fino all’11 aprile 2017

 

Cindy Sherman. Cosmesi dello stereotipo

Cindy Sherman è nota come fotografa, ma forse la definizione che più le si addice è quella di teatrante. Si accosta all’arte tentando con la pittura ma presto si accorge che non la soddisfa ed inizia a fotografare sé stessa, travestendosi da altro da sé.

La prima serie dei suoi lavori è quella degli Untitled Film Stills, lunga serie di scatti che sembrano altrettanti fotogrammi di una pellicola cinematografica. La Sherman posa come un’attrice, interpretando in ogni immagine un ruolo, un’identità, uno stereotipo associato al femminile, tanto spesso presente nei film d’epoca: la casalinga, la prostituta, la donna sedotta e abbandonata, i vari ruoli la rivestono e sono da lei indossati a loro volta. Negli anni della lotta femminista, queste immagini sembrano voler polemizzare contro il ruolo spesso minoritario o limitante attribuito alle donne, ma in realtà l’ironia che traspare da queste foto non è polemica né giudicante, non prende posizioni nette ma diventa semplice e lucida interpretazione.

Questa attitudine recitativa e performante trova un ulteriore sviluppo negli History Portraits, un esperimento che la vede indossare i panni e i colori di una serie di figure tratte da famosi dipinti della storia dell’arte; un’operazione di mimesi con la pittura e con quello che l’ha preceduta come artista, con effetti stranianti e speso divertenti; un’ironia malcelata, il gusto di compiacersi in una mascherata che fa il verso a un’arte forse ormai sorpassata.

Con le Sex Pictures invece l’ironia diventa incubo, il piacere diventa pornografia macabra e asfissiante. Le immagini non la vedono più protagonista, al suo posto una serie di manichini o di parti anatomiche in plastica, montate spesso in modo non lineare creando una commistione di generi sessuali e di forme. L’esito è raccapricciante e ributtante, si perde qualsiasi attrazione, rimpiazzata da una sorta di repulsione. La meccanica dei corpi incastrati toglie qualunque naturalezza all’atto fisico, che diventa qui un avvilente mercificazione, quasi un negozio di sex toys dell’incubo.

La Sherman ha il potere di appropriarsi dello stereotipo che vuole rappresentare in modo completo e convincente, dote che hanno tutte le grandi attrici quando danno vita a un ruolo. Si trucca e si traveste da concetto. Un esempio su tutti l’interpretazione della tipica quarantenne americana, ex reginetta di bellezza, ora casalinga in tuta da ginnastica occupata a spalmarsi di crema autoabbronzante mentre segue corsi di aerobica nella tv via cavo, una versione al cerone della famosa Barbie a stelle e strisce. Definirla fotografa è per questo limitante, l’artista in questo caso diventa tableu vivant del concetto stesso che la sua opera vuole rappresentare.

 

Dalla tecnologia alla natura, dalla natura all’arte. Il caso di Nicola Toffolini

Avete mai pensato ad un’opera d’arte che altro non è che un misto tra arte, natura e tecnologia? Stiamo parlando di Nicola Toffolini.

Quarantadue anni, architetto di formazione, è un artista a 360 gradi: performer, designer, coreografo, impegnato nelle arti visive e nel teatro. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Venezia diplomandosi in pittura nel 2000 con una tesi sul tema “Piccolissimi volumi mutevoli”. Ora vive e lavora tra Firenze e Coseano, in provincia di Udine.

Nicola Toffolini realizza vere opere d’arte che, classificate come sculture o installazioni di piccole o grandi dimensioni: non sono altro che una combinazione di materiali artificiali e tecnologici con elementi naturali, i cui processi di crescita ne rimangono inverosimilmente suggestionati. Quella di Toffolini è una creatività unica e rara,un’abilità artistica che accresce il potere dell’arte contemporanea. L’interesse di Toffolini si rivolge alle plurime dimensioni della natura ma soprattutto alle molteplici facce dell’arte, arte come espressione. Indaga non solo sui processi di formazione e di crescita, ma soprattutto sul nostro concetto di natura, applicando dei contrasti.

Ma entriamo più nello specifico per capire di cosa stiamo parlando. L’opera che meglio spiega questa sua vena artistica prende il nome di Volumi mutevoli a regime di crescita disturbato, realizzata nel 2009.

Due teche identiche. Nella parte superiore sono inserite delle celle solari, in quella inferiore, posiziona una pianta, per ogni teca. La funzione del pannello fotovoltaico è catturare la luce dispersa nell’ambiente, naturale o artificiale che sia, trasformandola in energia. Le piante sono in questo modo illuminate da due sorgenti luminose diverse, una blu e una rossa. Benché le piante siano della stessa specie, nella crescita subiscono delle patologie, reagendo dunque in maniera diversa tra loro, relativamente ai differenti spettri luminosi. Mentre una pianta presenta una crescita in direzione verticale, l’altra tende piuttosto a espandersi in larghezza. In aggiunta, in una terza vetrina a parete, vengono presentati i disegni che rappresentano il processo di produzione e gli effetti della luce sulle piante.

È un lavoro che sintetizza lo studio dell’artista sul rapporto tra un elemento naturale estrapolato dal suo contesto originale, e un elemento tecnico. Le sue installazioni agiscono sia attraverso il potenziale semantico dei propri elementi, sia attraverso i processi naturali o artificiali che li legano tra loro.

«Cerco solo banalmente di inseguire un’idea e di formalizzarla col mezzo con cui sento-penso meriti essere concretizzata. Per il resto preferisco curiosare e cercare di fuggire il più possibile dalle classificazioni. Mi sento a mio agio quando riesco a sentirmi ancora mobile. Cerco di indagare le potenzialità espressive di alcune componenti tecnologiche cercando il più possibile di non farmi incastrare dall’ostentazione del semplice tecnicismo». Così si esprime, un Leonardo contemporaneo? Certamente una ingegnosità incomparabile.

 

 

Georg Baselitz – Gli Eroi. Palazzo delle Esposizioni

Il titolo della mostra che il Palazzo delle Esposizioni dedica a Georg Baselitz fino al 18 giugno può trarre in inganno lo spettatore nel momento in cui questi si trova davanti a queste magnifiche tele. Gli Eroi o Nuovi Tipi, sono due denominazioni che raccolgono un sottogruppo di vari personaggi. Figure incombenti caratterizzate da un’aura tragica e ferita, ma nonostante questo dotate di grande personalità e di una carismatica forza espressiva. La mostra traccia un excursus nell’ideologia pittorica di Baselitz, concentrandosi su un corpus di tele dipinte tra il 1965 e il 1967, esposte insieme ai primi lavori degli anni ‘60 e a quelli più recenti del 2007, ossia una serie di tele che hanno protagonista l’antieroe per eccellenza, ovvero Adolf Hitler.

Baselitz cresce nel clima oppressivo della Germania dell’Est, che si trovava sotto il controllo della Repubblica Democratica Tedesca. Sceglie di fuggire nella Germania dell’Ovest, prima della costruzione del Muro di Berlino. dove la situazione era diversa, offriva più possibilità e soprattutto una maggiore libertà di espressione. Questa fuga però gli lascia dentro un senso di colpa sotterraneo, suo e di tutta una generazione piegata, come un tradimento delle sue origini, che si è trovato obbligato ad abbandonare. Forse è per questo che assume il cognome d’arte Baselitz, da Deutschbaselitz, nome del suo paese natale.

I primi Eroi sono rappresentati come figure di fuggiaschi legati a grossi alberi nodosi, che si legano alla tradizione naturalistica pittorica teutonica; giganti intrappoli, bloccati nel loro desiderio di fuga. Negli anni successivi gli Eroi si liberano dei vincoli arborei ma presentano sempre delle menomazioni, fisiche o spirituali: sono mutilati nel corpo ma non nelle intenzioni, sono soldati, partigiani, ribelli, figure di rottura con l’ordine costituito, denotati da un comune desiderio di fuga misto spesso a un substrato di colpa che altro non è che la grande ombra che i tedeschi si portano dietro, quella del Nazismo prima e della dittatura socialista dopo, due facce della stessa medaglia di privazione di quell’ossigeno libertario necessario alla creazione artistica. La pittura in questi lavori è formidabile, grassa e delineate, con la curiosa caratteristica di apparire a prima vista come molto bidimensionale, mentre dopo attenta osservazione offre slanci di tridimensionalità incredibile, come se la figura fosse pronta a camminare oltre il bordo della tela. I toni sono terrosi, il nero è utilizzato in modo grafico, per segnare le articolazioni o le pieghe di un volto come quelle di un vestito lacero, guizzi di rosso sangue a dare vitalità stantia ma comunque attiva, una gravità corporea che si sente, ma che non ostacola l’intenzione di movimento della figura. Il peso che l’uomo ha dentro si trasfigura nella massa corporea, nella resa volumetrica che dà Presenza da rispettare: l’Eroe è colui che seppur calpestato prosegue a camminare, non c’è traccia di retorica ma solo la descrizione sacralizzata nel sangue e nel fango del suo tentativo di essere un uomo nuovo malgrado il peso del vecchio che gli incombe addosso.

Fino al 18 giugno 2017

Roma

Palazzo delle Esposizioni

Orario sale espositive
Domenica, martedì, mercoledì e giovedì dalle 10:00 alle 20:00
Venerdì e sabato dalle 10:00 alle 22:30 – lunedì chiuso
L’ingresso è consentito fino a un’ora prima della chiusura

Cédric Dasesson

The Ab Factory presenta un ciclo di esperienze dedicate al mondo della fotografia, con uno dei rinomati fotografi che mette la sua esperienza a disposizione degli amanti della fotografia, un mondo di incontro e scambio culturale, un nuovo modo di concepire l’arte impressa nella pellicola.

Si tratta di un viaggio attraverso i ritratti e i reportage artistici, Cedric Dasesson è alle porte, da sabato 11 Marzo 2017, l’occasione di scoprire i segreti della fotografia e dei Social Network di Cedric.

Il workshop introduce l’esperienza del docente per apprendere un metodo personale sul significato di costruzione e comunicazione di progetti fotografici attraverso i social network, quale metodo di promozione diffusione e commercializzazione del proprio lavoro fotografico.

Un’occasione, dunque, di incontro e confronto, scoprendo il percorso artistico e professionale della fotografia, con la possibilità di sperimentare i segreti di quest’arte, non più attraverso le pennellate ma attraverso dei semplici scatti, dove il soggetto è messo in rilievo attraverso la luce come elemento predominante.

Un’arte, un metodo si comunicazione e diffusione del lavoro dell’artista, attraverso lo stretto contatto con la propria terra. Questo lo porta a concentrarsi sulla fotografia e sull’interpretazione delle persone e del paesaggio circostante e lo studia in relazione con il mondo della fotografia. L’artista entra in contatto con la materia, l’aria, la terra e in particolar modo la luce.

Un viaggio sull’evoluzione dell’arte all’interno del mondo della macchina fotografica. Un incontro culturale rivolto a tutti gli amanti sia della fotografia e dell’arte, sulla sua evoluzione e su come approcciarsi alla nuova tematica.

Un viaggio a 360 gradi nel mondo della fotografia a stretto contatto con il fotografo per imparare e conoscere ad approcciarsi a un mondo ancora oscuro e ostile.

Il frutto di questo viaggio è di capire i professionisti del settore, la loro esperienza messa a disposizione dell’arte attraverso un semplice negativo digitale fino all’immagine suggestiva, attraverso l’utilizzo di mezzi semplici per trasmettere una semplice fotografia in un’immagine accattivante commercialmente valida, in un’opera artistica o in un piacevole ricordo.

 

 

Cagliari

Dalle ore 10,00 fino alle 18,00

In via Alagon, spazio the factory

 

In mostra a La Galleria Nazionale di Roma i capolavori di Giacomo Balla

Forse non tutti sanno che la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma possiede il nucleo più folto e completo di opere di Giacomo Balla esistente in un museo pubblico. Questo grazie a due donazioni, effettuate a favore del museo da Elica e Luce Balla, figlie dell’artista, sul finire del secolo scorso.

Si tratta di un nucleo di opere molto importante, perché comprende interessanti testimonianze di ogni momento dell’attività dell’artista: dagli esordi al futurismo al ritorno al realismo. A questa preziosa raccolta il museo capitolino dedica fino al 26 marzo una mostra, a cura di Stefania Frezzotti, in cui le opere provenienti da entrambe le donazioni sono esposte per la prima volta insieme.

La mostra, che sembra un tentativo di rimediare all’esclusione della maggior parte delle opere del maestro dal nuovo allestimento voluto dalla direttrice Cristiana Collu (e di evitare le conseguenti possibili azioni legali da parte degli eredi di cui si vocifera da tempo), è in ogni caso una bella occasione per rileggere la carriera dell’artista e godere di questi veri e propri tesori nascosti della Galleria. La mostra offre una panoramica completa sulla carriera di Balla, artista sempre teso verso il cambiamento e la sperimentazione, e che fu fondamentale per l’ambiente artistico romano e per tutto il Novecento italiano in generale. Attraverso le opere in mostra, infatti, è possibile ripercorrere tutto il percorso artistico di Balla, dalla scomposizione cromatica divisionista abbinata a temi sociali e umanitari degli inizi, alla scomposizione della luce in forme geometriche astratte e all’indagine sui temi della velocità e del movimento del periodo futurista, all’interesse per le arti applicate e al tentativo di compenetrazione di arte e vita del primo dopoguerra, fino al ritorno alla figurazione e all’intenso luminismo combinati a tematiche autobiografiche degli ultimi anni.

Filo conduttore di tutto questo percorso è chiaramente la passione di Balla per la luce, passione che l’artista seppe trasmettere a tutti i suoi giovani allievi e amici e che lo spinse addirittura a dare questo nome alla sua figlia maggiore, nome che da anche il titolo alla mostra, in omaggio alla sua generosità.

 

 

Giacomo Balla. Un’onda di luce

Fino al 26 marzo 2017

La Galleria Nazionale

viale delle Belle Arti, 131

Roma

 

http://lagallerianazionale.com/mostra/giacomo-balla-unonda-di-luce/