Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Francesco Zizola “Sale, Sudore, Sangue”. Un racconto fotografico tra phatos e tradizione

Fino al 17 Settembre 2017 sarà possibile visitare presso la Sala Volta dell’EXMA di Cagliari la mostra del fotografo, pluripremiato a livello internazionale, Francesco Zizola dal titolo Sale, Sudore, Sangue che mette in scena scatti in bianco e nero realizzati negli ultimi cinque anni nelle tonnare sarde del sud Sardegna, tra Portoscuso e Porto Paglia. La mostra fa parte di un più ampio progetto Hybris che indaga e analizza i limiti dell’uomo rispetto agli elementi naturali e all’ambiente che lo circonda.

Ecco perché Zizola sceglie di fotografare uno spaccato della Sardegna differente dai soliti clichè ma incentrato su un rituale di pesca antico e inusuale ai giorni d’oggi, la mattanza, che seppur cruento rispetta in tutto e per tutto la vita e l’ecosistema marino. Una pesca selettiva e concentrata in un breve periodo di tempo, un’antica pratica che rischia di scomparire a causa della pesca intensiva di tipo industriale.

Negli scatti di Francesco Zizola emerge in modo evidente quel forte legame di sangue, quella forte relazione simbiotica tra i pescatori ed il mare. Foto in bianco e nero che riescono a farci entrare nella scena e vivere appieno le fasi di questo “rito”, regalandoci emozioni, intensità e phatos.

Un racconto fotografico che si concentra sulla forza del gesto e dello sguardo, riuscendo a valorizzare appieno un mestiere duro e sempre più in estinzione come quello del pescatore, ma che allo stesso tempo permette di inabissarsi nell’infinito del mare.

Francesco Zizola è nato a Roma nel 1962, si è laureato in antropologia e ha cominciato a occuparsi di fotografia in modo professionistico nel 1981. Oggi è tra i fotografi italiani più famosi e apprezzati a livello internazionale: negli anni le sue fotografie sono apparse su riviste e giornali di tutto il mondo ed è stato premiato World Press Photo– tra cui nel 1997 per la miglior foto dell’anno – e sei volte al Picture of the Year Internation. Ha pubblicato diversi libri e le sue fotografie sono state esposte in molte città d’Europa. Zizola è tra i fondatori dell’agenzia fotografica Noor e ha aperto il centro per la fotografia 10b Photography, a Roma.

 

Sardegna. 18 giugno 2016.
Un tonnaroto comincia a eviscerare un grande esemplare di tonno rosso appena pescato. Le interiora del tonno saranno distribuite nel mercato alimentare mondiale.
© Francesco Zizola

Tonnara di Porto Paglia, Sardegna, 3 giugno 2016. I tonnaroti tirano la leva mentre i tonni iniziano la loro ultima danza nella camera della morte.
Tonnara of Porto Paglia, Sardinia, 3 June 2016
Tonnaroti pull the nets while the tuna start their last dance in the chamber of death.

Tonnara di Porto Paglia, Sardegna, 18 maggio 2017. Dopo una giornata di duro lavoro i tonnaroti si apprestano a tornare al porto.
© Francesco Zizola

 

Cagliari

Fino al 17 settembre 2017

EXMA, Sala delle Volte

La “sporca” arte di Nikita Golubev

È un fatto ormai assodato che, nel mondo dell’arte contemporanea, anche rifiuti e sporcizia possano trasformarsi in tesori da milioni di dollari, e ormai da tempo materie organiche, polvere, spazzatura e porcherie di ogni sorta sono state ammesse nell’olimpo dell’arte. «Anche lo sporco luccica quando brilla il sole», scriveva del resto Goethe in tempi non sospetti. Un artista russo, Nikita Golubev (alias Pro Boy Nick), ha recentemente messo in pratica questo principio, diventando una vera e propria star mondiale semplicemente sfruttando il potenziale inespresso della sporcizia. L’artista, illustratore e pittore di professione, ha infatti trovato una sua personale forma di espressione nel disegnare con le dita sullo sporco accumulato dei veicoli parcheggiati in strada, iniziando tra marzo e aprile di quest’anno con alcuni camion del suo quartiere. Il pubblico, dal canto suo, sembra aver apprezzato molto l’idea, come suggeriscono i circa 44mila followers raggiunti dal suo profilo Instagram. Con la sua idea semplice ma originale, Golubev è riuscito infatti a ottenere sia il consenso della comunità del web, al giorno d’oggi sempre più importante per consacrare il successo di un artista, sia l’attenzione dei media a livello internazionale, che gli hanno dedicato numerosissimi articoli e servizi tv.

Il principio alla base di questa sua “dirty art”, in sostanza, è quello di disegnare “togliendo” anziché “mettendo”, di creare cioè dei disegni in negativo, a partire dal semplice sporco. Questa idea di sfruttare la sporcizia per ottenere qualcosa di bello, fa pensare inevitabilmente ad un altro progetto artistico realizzato di recente e basato sullo stesso obiettivo: i Triumphs and Laments di William Kentridge a Roma. Chiaramente le due esperienze sono ben distanti tra loro, quello di Golubev è un progetto di minor impegno, su altri livelli e con altri scopi rispetto a quel cantiere monumentale, ma questo non è per forza un male. Ora che l’arte di strada va sempre di più evolvendosi in un fenomeno di moda, inglobato nelle logiche delle gallerie e del mercato, Pro Boy Nick con i suoi disegni spontanei ed effimeri rappresenta un esempio di artista che ha invece ancora voglia di lavorare per passione e in maniera indipendente, e che ovviamente non ha paura di “sporcarsi le mani”.

 

Philip Guston and the Poets

L’opera di Philip Guston è multiforme e multistile, attraversa diverse fasi, vivendole fino alla loro scarnificazione per poi passare oltre, arrivando a volte al suo diretto opposto. A dire dello stesso artista, spesso questi cicli durano 4 o 5 anni, per poi terminare, lasciandogli dentro la sensazione di essere stati sbagliati, o incompleti, o inutili.

Associato in una fase iniziale all’action painting, probabilmente anche per la sua amicizia con l’ex compagno di scuola Jackson Pollock, Guston non si è mai presentato come tale. E’ un’artista vero, e come tale soffre le classificazioni. Studia l’arte classica, ama l’Italia; non c’è una volontà definita di appartenere a una corrente artistica piuttosto che a un’altra. Racconta di come una volta abbia passato un’intera giornata a dipingere gli oggetti che c’erano nella sua stanza, e che alla fine, dopo aver perso la cognizione del tempo e dello spazio, osservando il quadro che aveva davanti abbia pensato: ma allora sono un’artista! Ciò che conta è il vedere.

I dipinti dell’artista statunitense sono ingombranti a livello visivo, presentano colori voraci e immagini spesso inquietanti, esagerate nelle loro distorsioni quasi fumettistiche. L’esito è totale, immersivo , la psiche ne risente come se leggesse un messaggio chiaro, scritto a chiare lettere sulla tela. Linee e colori dettagliano l’oggetto rappresentato, colto nel suo essere più semplice e quindi più complesso. Un rosso e un rosa carnali fanno da sfondo alla rappresentazione di oggetti quotidiani, che diventano apparizioni da cui non si può sfuggire. I grandi occhi delle sue figure vedono e sentono, incamerano informazioni che arrivano allo spettatore con la stessa potenza dell’attimo in cui colpiscono la retina del pittore.

La mostra, conclusasi il 3 settembre alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, presenta un corpus numeroso di opere (50 dipinti e 25 disegni), e si focalizza sulla fase che vede Guston interessarsi agli scritti di una serie di eccellenti poeti tra cui Eugenio Montale. D.H. Lawrence, W.B. Yeats, al fine di comunicare con le immagini l’energia delle loro parole. Non si tratta di un lavoro di traduzione, bensì di rafforzamento: la parola ha già il suo vigore, non necessita di spiegazioni, arriva diretta come un pugno, i dipinti di Guston l’accompagnano, si pongono al suo fianco, modi diversi di dire la stessa cosa, duplicare il concetto in forme e stilemi altri per rafforzarne ancora di più un’intensità che già di per sé è autosufficiente. In questo modo l’artista comunica il grande rispetto che ha per il lavoro di scrittura di questi poeti; non si pone come qualcuno che deve veicolare il loro messaggio, bensì come un altro agente che, incamerato il flusso semiotico proveniente dai loro versi, li accompagna con colori, linee e forme, come uno strumento musicale accompagna una voce che già da sola incanta le orecchie di chi la sta ascoltando.

 

La Venezia riflessa sul mare. Roger de Montebello

Roger de Montebello (Parigi, 1965) è un artista franco-americano, dopo aver studiato disegno e pittura a Siviglia, consegue la laurea in America nel 1988, presso l’università di Harvard. Nel 1992 sceglie la città d’arte per eccellenza, Venezia, musa ispiratrice per lavorare e dove stabilire il suo atelier.

Fino al 10 Settembre 2017 a Venezia, presso il Museo Correr, sarà possibile visitare la bellissima esposizione dell’artista che comprende 389 opere tra ritratti, vedute veneziane e corrida spagnola.

Le opere più suggestive sono senza dubbio le riprese di Venezia: porta delle Terese, Punta della Dogana, San Michele, la città che emerge dalla laguna riflessa sull’acqua. Panorami semplici, pochi dettagli, in ogni opera lo sfondo è bianco candido e i colori sono pochi: bianco, blu, e poche sfumature dorate. Per chi osserva tutta l’attenzione cade su un unico elemento la nebbia che nasconde l’edificio della Dogana da Mar, dove si vede l’imponente fortuna in cima alla sfera di bronzo, «Mi parlano del passaggio da uno stato all’altro, e dell’unità del mondo, in cui la materia si dissolve nella luce» così si esprime l’artista, follemente innamorato della città, «I quadri di Venezia in grande formato presenti in questa rassegna rappresentano per me il mondo della luce, della trasparenza, e del mistero apollineo». Particolarmente suggestive sono le diverse tele che raffigurano la maestosa porta delle Terese, come la descrive Jean Clair, curatore della mostra: «il suo riflesso la fa entrare nel regno della natura a cui si consegna liberamente in balia delle onde e dei venti. Se la porta è melodia, il suo riflesso è armonia. Il tutto è completo e insieme aperto, e rinnovato senza posa».

«E’ questa Venezia che Roger ha scelto di fissare: ciò che resta dei suoi miraggi, una sottile fascia di pietra, indurita, solida tra due zone d’incertezza, dalla geometria rigorosa, ordinata, dalla simmetria sorprendente come una architettura del palladio» Jean Clair.

 

 

Venezia, Museo Correr, Salone da Ballo

San Marco 52, 30124 Venezia

+39 041 2405211

info@fmcvenezia.it

Fino al 10 Settembre 2017

Cagliari sotto

Al Search, sede espositiva archivio storico comunale, è allestita la mostra fotografica di Marco Mattana, Cagliari Sotto, visitabile fino al 17 settembre, che racconta la storia di una città nascosta sotto l’asfalto, sotto i nostri occhi.

Un viaggio per scoprire la storia di una città celata dai sensi, nascosta, che sfugge da ogni indagine. Lo spettatore è conquistato dal suo fascino, dalle strade allegre e animate, fino ad arrivare al suo cuore immaginario, dove l’allegria si fa ovattata, silenziosa e la luce si spegne in un’oscurità carica di segni e trasmette un fascino irresistibile.

Un viaggio affascinante, grazie alla luce dell’eccellente fotografia, che esalta la presenza discreta umana.

Riuscendo a far emergere dal buio l’anima dei luoghi, a catturare quelle atmosfere che emanano una scossa elettrica impalpabile, che fanno fare un salto nel tempo dentro una visione onirica, proiettano lo spettatore in una dimensione sensoriale.

Il percorso artistico viene proclamato con una brutale immediatezza visiva, ci denuda dal messaggio principale, riduce all’essenziale le fotografie al fine di esaltare il significato. La mostra comunica con un linguaggio diretto, tale che chiunque giunge a un’immediata comprensione.

Il percorso artistico attraversa la storia della dominazione della nostra città, dai fenici agli spagnoli, passando per la Karalis dell’impero Romano, per terminare con una città che cerca riparo dalle bombe degli alleati. Sotto le rocce, un possibile rifugio di salvezza. Una testimonianza d’arte, segnata da conflitti e contrapposizioni.

La manifestazione evidenzia la fotografia come visione oggettiva e soggettiva di un patrimonio attraverso l’obbiettivo. Il messaggio di questa esposizione è adattata a tante situazioni, diverse in realtà, realizzati per assicurare un ricordo, o a un’interpretazione riferita a un sorriso forzato di una città sofferente, che cerca di rinascere dalle torture subite.

Sono illustrazioni di un viaggio attraverso la memoria di chi ha vissuto quei tempi. Marco Mattana vuole ricostruire un realismo di una rinascita, l’affacciarsi di una nuova humanitas.

 

 

Fino al 17 settembre

Cagliari

Luogo: Search spazio espositivo comunale

 

Costo del biglietto: ingresso gratuito

 

Tutti i giorni

Maurizio Finotto: vita, morte e miracoli

A partire dallo scorso giugno, una parete della collezione permanente del MAMbo di Bologna si è trasformata in una sorta di santuario, di luogo di culto, interamente ricoperta di tavolette votive ispirate alla tradizione dei “per grazia ricevuta” e dei “retablos” messicani. La cosa più curiosa è che si riferiscono tutte alla stessa persona, Maurizio Finotto, artista e professore all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Non si tratta infatti di una strana riconversione degli spazi da parte del museo, ma di una sorta di insolito autoritratto dell’artista, che attraverso iconografie e linguaggi della tradizione popolare cristiana racconta gli episodi più importanti della sua vita. Così malattie, incidenti, successi e insuccessi quotidiani si trasformano in accadimenti miracolosi, non senza un certo effetto comico. Tutta la biografia di Finotto, episodio per episodio, dall’infanzia fino ai giorni nostri, si tramuta in un ironico racconto introspettivo, in un’opera sincera e dissacrante, capace di catturare la curiosità dello spettatore e tenerlo per ore incollato a sé.

Parallelamente alla parete riempita con circa duecento ex voto, inoltre, viene proiettato un video, che documenta le reazioni della mamma e della nonna dell’artista di fronte ad alcuni di essi, mostrati loro dall’autore stesso. In questo modo l’opera diventa anche un’occasione per ripercorrere insieme, attraverso il racconto e il confronto, un intero percorso di vita. Un’occasione per scambiare ricordi ed emozioni tra risate e commozione, tra ironico disincanto e ingenua spontaneità, coinvolgendo lo spettatore in un siparietto tanto intimo e toccante quanto per altri versi esilarante.

 

 

Fino al 17 settembre 2017

sala video Collezione Permanente MAMbo

via Don Minzoni, 14

Bologna

 

http://www.mambo-bologna.org/mostre/mostra-236/

Non solo Astrattismo. Piet Mondrian e l’arte figurativa

Uno degli artisti più conosciuti nel campo dell’arte contemporanea del Novecento è sicuramente l’olandese Piet Mondrian (1872 – 1944), un illustre personaggio il cui nome viene immediatamente associato all’arte astratta, non figurativa, in cui a far da padrone sono le celebri griglie di colore con le linee ben marcate, con i colori primari, blu, rosso e giallo, che si dispongono in modo asimmetrico sulla tela creando composizioni armoniche insieme alle superfici bianche e alle linee nere.

Non tutti sanno che Piet Mondrian ha cominciato la carriera artistica partendo dal figurativismo, infatti agli anni 1908 – 1909 risale un disegno a carboncino il cui soggetto raffigura un crisantemo, una rappresentazione attraverso la quale Mondrian dimostra un’acuta capacità nel riprodurre con precisione e buona tecnica il soggetto naturale, tanto da far pensare al pubblico che si tratti di un lavoro risalente al Rinascimento e non a un artista meglio noto per le composizioni ove non esistono aspetti riconducibili alla realtà.

Il dato figurativo può essere riscontrato ancora nella rappresentazione di altri due soggetti: i mulini e gli alberi. Quando si parla dei mulini vengono poste subito a confronto due opere, ovvero Mulino di sera, un olio su tela realizzato nel 1907, e Mulino al sole, del 1908. Qual è la differenza fra le due opere aventi lo stesso soggetto figurativo? Nonostante la presentazione di una tradizionale struttura olandese in entrambe le opere, la prima presenta al pubblico un’esecuzione che ancora è legata all’idea di arte che deve basarsi sull’imitazione della natura, la seconda opera invece pone in evidenza il fatto che l’artista sia entrato in contatto con altre correnti artistiche, precisamente col Divisionismo e con l’arte dei fauves, una caratteristica piuttosto evidente se si osserva l’uso violento del colore e il segno delle pennellate.

La serie degli alberi è quella attraverso la quale Mondrian passa dal figurativismo alla dissoluzione della forma. Nell’opera L’albero rosso (1908) è possibile riscontrare come l’olandese sia ancora legato all’arte figurativa nonostante inizi a venir meno il dato reale, elemento visibile dalla scelta non naturale del colore, il quale pare ispirarsi all’operato di Van Gogh. Il figurativismo non viene del tutto abbandonato nelle altre composizioni, infatti L’albero blu (1909 – 1910), L’albero orizzontale (1911), L’albero grigio (1912) e Melo in fiore (1912) sono la dimostrazione di come Mondrian non abbia mai perso di vista il dato reale, nonostante l’influenza dell’art nouveau e del Cubismo, la scomposizione della struttura dell’immagine non ha alterato la riconoscibilità della forma, dunque l’osservatore è sempre in grado di riconoscere il soggetto.

Blossoming apple tree
*oil on canvas
*78,5 x 107,5 cm
*1912

Oostzijde windmill at night
*oil on canvas
*67,5 x 117,5 cm
*signed b.l.: Piet Mondriaan
*1907-1908

Anime. Di luogo in luogo. Christian Boltanski a Bologna

É in corso a Bologna Anime. Di luogo in luogo, un articolato programma di eventi dedicati a uno dei massimi artisti francesi viventi: Christian Boltanski. Il progetto, pensato con la collaborazione dell’artista e curato da Danilo Eccher, ha preso il via a giugno e continuerà fino a novembre, coinvolgendo diverse sedi disseminate per la città, dal centro alla periferia. A farne parte la performance Ultima al teatro Arena del Sole, l’installazione Réserve presso il Giardino Lunetta Gamberini dell’ex bunker polveriera, l’intervento di arte pubblica Take Me (I’m Yours) che si svolgerà a settembre nell’ex parcheggio Giuriolo, l’installazione diffusa Billboards, realizzata su cartelloni pubblicitari nelle zone periferiche della città, e soprattutto la mostra antologica al MAMbo, nucleo centrale dell’intero progetto.

La mostra, la più ampia mai realizzata in Italia, ripercorre attraverso 25 opere la poetica dell’artista, dagli anni Ottanta ad oggi. È interamente composta da grandi installazioni che ruotano attorno ai temi della vita e della morte e della memoria sia personale che condivisa, molto cari all’artista e sua vera e propria cifra stilistica.

Entrando nell’area espositiva ci si lascia alle spalle la luce del giorno per immergersi in uno spazio altro, dove tutti i sensi sono coinvolti. Il percorso inizia con il battito del cuore dell’artista (Coeur, 2005), e continua passando attraverso una sua foto da bambino (Entre temps, 2015), gesto quasi mistico con il quale si entra nel fulcro dell’esposizione, dove si viene completamente circondati da un labirinto di sguardi anonimi stampati in bianco e nero su tessuto trasparente (Regards, 2011), presenze fantasmatiche in grado di incutere soggezione e inquietudine. Al centro di questa installazione svetta poi Volver (2015-17), una sorta di montagna dorata alta circa 7 metri, composta da coperte isotermiche che rimandano alla tragedia dei migranti, un altro riferimento all’anonimato e alla privazione delle identità individuali, che va ricondotto al trauma iniziale dell’artista, a cui come è noto si rifanno tutte le sue opere: la Shoah. Nella sala opposta all’ingresso, poi, si trova Animitas (blanc) (2017), esposta per la prima volta in Europa, che con il suo forte odore di fiori ed erba secca e l’ipnotica tranquillità prodotta dal suono di campanelli giapponesi mossi dal vento in mezzo alla neve, è in realtà un riferimento a ciò che avviene dopo la morte. Negli spazi laterali, infine, si susseguono alcune delle opere più famose dell’artista, come Ombres (1985), Monuments (1980-90)e Containers (2010), tutte improntate sul tema della perdita e della memoria, e quindi sulla necessità di ricordare.

Ai temi della memoria e del trascorrere del tempo non a caso si riferiscono anche i numerosi anniversari che ricorrono in questo 2017 per la città di Bologna. Ricorrono infatti quest’anno i 10 anni del MAMbo, i 10 anni del Museo per la Memoria di Ustica insieme ai 37 dalla strage, e i 40 anni di Emilia-Romagna Teatro Fondazione. Non solo, importanti sono anche le ricorrenze nel rapporto tra questa città e Boltanski: i 20 anni dalla prima mostra italiana dell’artista, Pentimenti, che si svolse proprio a Bologna nel 1997, e i 10 dalla sua grande installazione per le vittime di Ustica.

 

 

Anime. Di luogo in luogo –  Christian Boltanski giugno – novembre 2017

Bologna

www.anime-boltanski.it

www.mambo-bologna.org/mostre/mostra-234/

Opere senza schema compositivo. Gli Achromes di Piero Manzoni

Il gesto dell’artista intrecciato alla materialità dell’opera sono stati gli elementi cardine nei lavori di due grandi artisti dell’arte contemporanea, Jackson Pollock e Lucio Fontana, ma tali caratteristiche non sono sempre andate di pari passo nel lavoro di altri artisti contemporanei, uno fra questi Piero Manzoni, colui che ha creato la serie degli Achromes negli anni ’50, ove la creatività col suo potere viene trattenuta dal Manzoni in modo volontario, in maniera tale che l’immagine, resa libera con questa modalità, si possa esibire di fronte a chi la osserva come puro significante.

Gli Achromes non sono delle opere realizzate seguendo un preciso studio compositivo, a differenza della classica concezione di opera d’arte non sono degli spazi definiti da una composizione di colori e linee, si tratta di una superficie che subisce la trasformazione in opera d’arte in modo autonomo, indipendentemente dal gesto dell’artista, ove il materiale, dopo esser stato imbevuto di caolino o gesso, subisce dei cambiamenti in virtù delle leggi della chimica. Il risultato qual è? Le opere non saranno mai completamente uguali l’una con l’altra, ognuna avrà una propria caratteristica.

L’infinito è il concetto su cui indaga Piero Manzoni, la semplicità e la neutralità dei materiali pongono in evidenza il fatto che la ripetizione delle opere, realizzate in serie, creino un’aggregazione senza un fine. Gli Achromes sono un vero e proprio evento visivo, sono solamente ciò che il pubblico vede, nessuna realtà celata, ogni narrazione viene negata, l’opera è solo ed esclusivamente materia.

 

Fernando Botero, l’uomo delle “figure grasse”

Fernando Botero, classe 1932, è l’artista noto al mondo dell’arte come il creatore delle cosiddette “figure grasse”, ovvero uomini e donne in carne che rendono il suo tratto immediatamente riconoscibile al pubblico.

«Non dipingo donne grasse. Nessuno ci crederà, ma è vero. Ciò che io dipingo sono volumi. Quando dipingo una natura morta dipingo sempre un volume, se dipingo un animale lo faccio in modo volumetrico, e lo stesso vale per un paesaggio. Sono interessato al volume, alla sensualità della forma. Se io dipingo una donna, un uomo, un cane o un cavallo, ho sempre quest’idea del volume, e non ho affatto un’ossessione per le donne grasse».

Come dichiarato dallo stesso Botero non si tratta di un’ossessione dell’artista, l’uomo non presenta nessuna mania rivolta alle persone sovrappeso, l’artista dilata semplicemente le figure, realizza un ampliamento dei volumi. La prima “dilatazione” di Botero non è da cercare in una figura rappresentante un essere vivente, la prima forma dilatata è un oggetto, precisamente uno strumento musicale, un mandolino, il cui foro di risonanza è stato rappresentato con dimensioni assai ridotte, originando uno strumento tozzo e allargato, un risultato che affascinò l’artista tanto da far diventare quell’aspetto “grasso” una sorta di marchio di riconoscimento.

Durante un viaggio in Italia Botero è rimasto affascinato dai pittori dei secoli passati, ha eseguito delle copie riproducenti opere di Giotto e Andrea del Castagno rimanendo fedele allo stile inerente la dilatazione delle figure. Botero è un pittore che è rimasto fedele all’arte figurativa, nonostante ciò si allontana dalla realtà creando delle forme irreali, si tratta di un artista esagerato il cui stile si concentra sulla forma e sul volume.

L’arte di Botero è un richiamo al mondo primitivo, ove le forme generose evocavano vita, abbondanza, energia e sensualità.