Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Il silenzio della natura morta di Gianluca Corona

Armonia, silenzio, isolamento. Ecco le tre parole chiave che descrivono al meglio Gianluca Corona, giovanissimo esponente dell’arte figurativa italiana.

Classe 1969, dopo essersi laureato all’Accademia di Belle Arti di Brera (1991), si sposta a Bergamo dove dal 1994 al 1996 frequenta lo studio di Mario Donizetti. Col tempo inizia la sua attività professionale, partecipa a numerose esposizioni sia in Italia che all’estero. Ora vive e lavora a Milano.

Ispirandosi ai grandi maestri del Cinquecento e del Seicento, riesce a riproporre, in chiave contemporanea, i generi della natura morta e del ritratto.

Un’originale saggezza e un grande talento spiccano nelle sue opere, un artista che negli ultimi anni ha saputo raggiungere un intonato equilibrio nelle sue composizioni, servendosi di una rinnovata tavolozza di colori, seppur molto attento alle tecniche e i materiali tradizionali.

Un ritorno alla bellezza, alla poesia, a quella magia del Rinascimento. Corona fa incantare con la più nobile delle arti: la pittura, quella vera. La natura morta abbiamo detto che è tra i suoi temi prediletti, grazie ai quali le sue opere sembrano essere vere e proprie fotografie.

Perfetti giochi di chiaroscuro investono la ciotola di fichi e prugne, la caraffa d’acqua, il bicchiere. Davanti a queste luci non possiamo non pensare agli effetti di luce di Caravaggio, o ai capolavori dell’arte fiamminga. Ma la frutta, gli ortaggi, i salumi, i formaggi di Corona sono descritte con un’armonia del tutto originale, in un momento di assoluta staticità, prima di essere cucinate. Nel quadro infatti, alimenti e qualche utensile da cucina catturano la nostra attenzione, dato il loro isolamento da altri oggetti. Schiarisce le pareti di fondo, opta per colori più freddi, più moderni, si concentra su opere quasi monocrome.

Sembra quasi tangibile la peluria dei lamponi e delle nespole, la trasparenza dei ribes, l’appetitosa polpa delle pesche, o le ciliegie, i mirtilli e così tutti i frutti di bosco, antichi e rari, frutti che non sempre si trovano oggi al supermercato, ma che l’artista sa rappresentare come pochi altri. Non c’è oggetto, che sia frutta verdura o utensile, che l’artista non sappia rendere con efficacia, in ogni sua pittura sembra quasi che si percepisca l’aroma del vino rosso, del pane appena sfornato, del lardo dei salumi della sua terra piacentina. Esattamente come ci capitava di toccare la stoffa di Vermeer.

Scrutando le pitture di Corona, ciò che da maggior risalto è l’intesa che si crea tra la tela e l’osservatore, il silenzio che quasi viene richiesto a chi le guarda, una sorta di introspezione all’interno di se stessi, per esprimere un modo diverso di osservare, una fede.

 

 

The eyes of the city. La New York vista da Richard Sandler

Il leggendario fotografo americano Richard Sandler ha camminato per le strade di New York e Boston per oltre trent’anni riuscendo a catturare alcune delle immagini più iconiche in bianco e nero del nostro tempo. Le fotografie di Sandler sono presenti nelle collezioni permanenti della New York Public Library, del Brooklin Museum, del New York Historical Society e del Museo di Belle Arti di Houston.

A dicembre 2016 la casa editrice PowerHouse Boooks ha presentato una nuova pubblicazione che documenta gli oltre trent’anni di lavoro di Sandler.

The eyes of the city, questo il titolo del libro, raccoglie una serie di fotografie che l’artista ha realizzato dal 1997 al 2001, poco prima dell’attentato alle Twin Towers, portando alla luce la quotidianità della città di New York e Boston. Il fil rouge di questo “racconto” per immagini è certamente la strada insieme alla grande forza evocativa trasmessa dai volti dei soggetti da lui fotografati.

Nei suoi scatti Sandler non solo mostra la città attraverso i suoi occhi, ma anche attraverso quelli delle persone che ci vivono e che hanno guardato dritto in camera. Immagini che si sviluppano prevalentemente nel periodo tra gli anni ottanta e gli anni novanta portando alla luce le mutazioni che la Grande Mela stava subendo. Pellicole che mostrano in maniera incisiva gli effetti socialmente devastanti di una diffusione eccessiva di droghe soprattutto nelle zone di Times Square e nell’Est Village, ma allo stesso tempo mettono in risalto anche scenari di lusso sfrenato che investivano il cuore commerciale di Manhattan.

Se ci pensiamo nel mondo artistico sono stati numerosi i tentativi di catturare la vera anima della Grande Mela attraverso una varietà di mezzi e strumenti. Jay McInerney, Tom Wolfe e Francis Scott Fitzgerald sono gli scrittori che hanno utilizzato la loro penna per raccontare e descrivere gli anni dell’elite americana, degli yuppies e dello sviluppo delle droghe. Il nome di Woody Allen è spesso correlato con l’atmosfera jazz americana che molti di noi romanticamente attribuiscono a Manhattan. Il rovescio della medaglia lo compie il regista Martin Scorzese che nella pellicola del 1976 – Taxi Driver – è stato in grado di catturare la sporcizia e il nichilismo delle strade newyorkesi.

Le foto di Sandler mostrano scenari contrastanti di bellezza e malinconia, c’è qualcosa di molto profondo nella sua fotografia tanto da essere in grado di trasformare la città di New York in un vero e proprio parco giochi di sperimentazione e di critica sociale, riuscendo a dare all’intero progetto una testimonianza di vita tra composizione ed ironia.

 

Giovanni Prini. Il potere del sentimento

La Galleria d’Arte Moderna di Roma cambia veste fino al 26 marzo, per ospitare nei suoi spazi la prima mostra istituzionale sull’opera di un protagonista quasi dimenticato del Novecento: Giovanni Prini. Nei suoi tre piani sono distribuite circa centotrenta opere, la maggior parte delle quali inedite, realizzate dall’artista nei materiali, tecniche, dimensioni e stili più vari tra i primi del Novecento e gli anni Cinquanta.

La complessa figura di Prini, artista eclettico e multiforme nonché insegnante all’Accademia di Belle Arti e accademico di San Luca, è indagata sia dal punto di vista dell’evoluzione artistica, sia da quello del ruolo ricoperto nella vivace vita culturale della Roma di inizio Novecento.

Il percorso della mostra, a cura di Maria Paola Maino, comprende infatti sia diverse sezioni dedicate alle varie sfaccettature dell’opera dell’artista, come l’interesse per il socialismo umanitario e le tematiche sociali, quello per la ceramica e le arti applicate, la vocazione per l’infanzia e per l’indagine dei sentimenti, sia largo spazio per l’approfondimento del suo rapporto con l’ambiente artistico del tempo. Quest’ultimo aspetto risulta particolarmente interessante, dal momento che Prini fu in effetti un punto di riferimento fondamentale per tutti i giovani artisti e intellettuali attivi a Roma nella prima metà del Novecento, e il suo salotto (creato assieme alla moglie poetessa Orazia Belsito) era frequentato abitualmente «dalle personalità artistiche giovani sulle quali si contava di più in quel tempo» – come scrive Gino Severini nella sua autobiografia – ovvero da personaggi del calibro di Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Sibilla Aleramo, Duilio Cambellotti, Severini stesso e tanti altri.

Al salotto di casa Prini è interamente dedicata la prima sala della mostra, che raccoglie e confronta le opere e i ritratti reciproci scambiati con gli amici artisti e alcuni mobili realizzati da Prini stesso, e, assieme alla copiosa documentazione d’archivio esposta, illustra perfettamente il suo ruolo di figura capace di far gravitare attorno a sé una intera generazione. Sono presenti infatti all’interno della mostra anche numerose vetrine contenenti non solo fotografie, studi, bozzetti, album e taccuini dell’artista, ma anche lettere, biglietti e cartoline scambiate con gli amici e colleghi, a sottolineare ancora una volta il suo peso e la sua eredità all’interno del panorama romano, eredità presente anche a livello fisico in tutta la città, come testimonia un interessante pannello in mostra, che fornisce una mappatura di tutte le opere dell’artista presenti ancora oggi sul territorio romano.

 

 

Fino al 26 marzo 2017

Galleria d’Arte Moderna

Via Francesco Crispi, 24

Roma

 

http://www.galleriaartemodernaroma.it/mostre_ed_eventi/mostre/giovanni_prini

 

 

Keith Haring, artista a tuttotondo

Il grande maestro americano Keith Haring pone l’accento sulle stesse ispirazioni dell’artista, fornendo gli strumenti necessari per comprendere e capire l’arte.

Dietro figure stilizzate, geometriche, si nasconde un grande studioso dell’arte e del suo significato, una continua e disperata ode alla vita, alla quale continua ad aggrapparsi anche negli ultimi atti della sua vita, con l’intenzione di lasciare un messaggio ai posteri.

Keith Haring, dalla sfavillante New York arriva a toccare anche gli ambienti meno rinomati e conosciuti. La sua arte inizia dai graffiti sui treni, sui muri fino arrivare alle grandi gallerie e alle commissioni, fino a essere richiesta e riprodotta in serie. Volle parlare a tutti con un linguaggio diretto e universale, fino a toccare artisti come Andy Warhol. L’artista stesso racconta le diverse sfaccettature di questo personaggio fornendo la chiave per comprendere l’arte contemporanea.

Le sue opere sempre più richieste, continuano a salire sul mercato della quotazione.

Poco prima di morire trova dentro di se una grande energia con la consapevolezza che sarebbe stata ripresa dagli altri. L’arte riflette la sua vita caotica e disorganizzata, con la convinzione che la comprensione non fa aumentare il piacere della visione.

Scopre trucchi, accorgimenti e l’infinita pazienza che serve a mettere in ognuno di noi un poeta dell’arte. Un universo caotico che lo seduce e lo affascina in una perdita della sua identità in un’arte sentimentale. La sua produzione va dall’astrazione fino a un realismo necessariamente approssimativo.

L’artista americano considera come stimoli creativi, essenziali, le potenzialità espressive della realtà concreta nei materiali, non solo pittorici e transizionali ma anche, in particolare, quelli di ogni genere prelevati dal metaforico quotidiano, elaborati attraverso una continua e inesauribile tensione sentimentale.

La sua pittura in un’evoluzione di stili, di tecniche, lo affascina, lo appaga tanto da sperimentale tecniche e graffiti sempre nuovi. Si tratta di una sorta di propaganda contro New York, che è sempre più corrotta.

Le sue opere sembrano danzare in un universo di colori.

 

Leggere il mondo attraverso le visioni internazionali dell’American Academy di Roma

Il 14 febbraio ha inaugurato, presso la sontuosa struttura dell’American Academy di Roma, Cinque mostre 2017, esposizione annuale di opere degli attuali borsisti Rome Prize, dal titolo Vision(s) a cura di Ilaria Gianni con l’assistenza di Saverio Severini. L’esposizione conta più di quaranta partecipanti tra artisti residenti presso l’accademia statunitense capitolina e artisti italiani non residenti, tra cui anche grandi nomi dell’arte contemporanea come ad esempio Elisabetta Benassi, Pino Pascali, Luigi Ontani e Gabriele de Santis.

Ma perché Vision(s)? La curatrice è partita da una riflessione collettiva intorno al termine “visione” che può avere sfaccettature multiformi e in continuo divenire. Attraverso occhi differenti e appartenenti a culture e tradizioni diverse, queste “visioni” si appropriano di mezzi e comunicazioni tra loro inconsuete sottolineando i vari aspetti e ambiti che il termine permette di esplorare, dalla percezioni fisico mentali alla politica o a tratti mistici dell’essere.

Si tratta di una riflessione globale che accomuna approcci e tecniche differenti per esempio la traduzione, la performance, la scultura, il misticismo o la poesia, attraverso i quali costruisce una storia di vere e proprie visioni e modi di vedere unici, in costante combutta con il presente o che, illusoriamente, predicono il futuro attraverso la rielaborazione del passato. Attraverso strategie varie gli artisti chiamati a partecipare, mettono in risalto e in discussione nozioni a noi care e a cui non siamo abituati a ripensare o infrangere, tra cui la cultura, i luoghi da cui proveniamo e a cui adesso apparteniamo.

Ciò che manca è un filo conduttore logico che accompagni lo spettatore mano nella mano attraverso questo viaggio. Ma si tratta di un percorso mistico e pertanto nulla deve essere logico, tutto ci deve rimbalzare sulla pelle, sugli occhi e sul cuore, frammentando le nostre sicurezze e conoscenze in un gioco in continuo divenire che appare come un sogno. Si tratta appunto di visioni, lampi di luce abbaglianti che ci abbandonano velocemente lasciandoci isolati nella nostra riflessione e indifferenza che ci porta ad aggrapparci a ciò che di più simile a quanto conosciamo ci viene presentato.

Vision(s) è un viaggio nel futuro, un sogno fantastico che ci conduce nell’avventura artistica dettata dalla cultura, ormai imperniata nella miscela più improbabile di tanti frammenti provenienti da luoghi diversi e che, alla fine, ci inducono a pensare che forse sì, non siamo poi così diversi.

Artisti in mostra: Gundam Air, Gregory Bailey, Cornelia Baltes, Elisabetta Benassi, Jonathan Berger, Kristi Cheramie, Caroline Cheung, Roberto Coda Zabetta, E.V. Day, Tomaso De Luca (in collaboration with Vincenzo Giannetti), Gabriele De Santis, Kyle deCamp, Stanislao Di Giugno, Sean Edwards, Hussein Fancy (collaboration with Accettella-Teatro Mongiovino), Aaron Forrest, Anna Franceschini, Piero Golia, Leon Grek, Grossi Maglioni, Isabell Heimerdinger, Robert Hutchison, Lauren Keeley, Jack Livings, Emiliano Maggi, Christoph Meinrenken, Annalisa Metta, Nicole Miller, MODU – Phu Hoang e Rachely Rotem, Jonathan Monk, Matthew Null, Luigi Ontani, Pino Pasquali, Nicola Pecoraro, Gianni Politi, Michael Queenland, David Reinfurt, Enrico Riley, Danielle Simon (in collaboration with Zazie Gnecchi Ruscone e G.A.N Made in Italy), Francis Upritchard, Alessandro Vizzini, Yasmin Vobis, Bedwyr Williams, Joseph Williams.

American Academy in Rome

Via Angelo Masina, 5, 00153 Roma

Fino al 4 aprile 2017

Orari: venerdì, sabato e domenica ore 16.00 – 19.00

I cavalli “migranti” di Gustavo Aceves, a Roma ancora per pochi giorni

C’è tempo ancora fino al 5 marzo per visitare Lapidarium, la grande mostra allestita all’interno dell’area archeologica di Roma, in dialogo con la memoria storica della capitale. Monumentale e di grande effetto scenografico, la mostra comprende ben 43 sculture, disposte in un percorso che va dall’Arco di Costantino, alla piazza del Colosseo, ai Mercati di Traiano. Artefice del tutto l’artista messicano Gustavo Aceves.

Per chi ancora non lo sapesse, Lapidarium è in realtà un progetto itinerante e in continua evoluzione, iniziato nel 2014 con un’anteprima a Pietrasanta (dove l’artista risiede e lavora), e proseguito poi con una prima tappa ufficiale a Berlino nel 2015 e ora con la seconda tappa romana, che si concluderà tra pochi giorni. Le statue si sposteranno poi prossimamente, aumentando anche di numero, tra Corinto, Parigi, Istanbul e Venezia (a ricreare idealmente il viaggio della Quadriga di San Marco, opera che ben prima di quelle in questione si è trovata a dover affrontare suo malgrado epiche migrazioni, e pertanto fonte d’ispirazione del progetto), fino al gran finale a Città del Messico, previsto per il 2018, in cui l’artista conta di raggiungere un totale di 100 esemplari.

Le statue, tutte diverse e tutte di dimensioni monumentali, sono realizzate in bronzo, marmo, legno, ferro e granito, e rappresentano tutte dei cavalli. Si tratta però di cavalli piuttosto particolari, sono infatti mutilati, scheletrici, azzoppati e sofferenti, alcuni sono incisi e altri addirittura ripieni di teschi umani, e la maggior parte poggia su delle imbarcazioni di legno. La particolarità del soggetto, enigmatico e se vogliamo anche inquietante, nasconde in realtà uno scopo molto nobile alla base del progetto. L’artista, infatti, convinto che l’arte debba servire a “umanizzare l’umanità”, si propone di sollevare, anche attraverso il mezzo artistico, una questione molto dibattuta in tempi odierni: quella dei migranti. Con la sua schiera di cavalli itineranti, infatti, Aceves vuole portare l’attenzione sul fatto che la migrazione sia un fenomeno continuamente ripetuto nella storia dell’umanità, e che addirittura ci accomuna tutti, se si pensa che in fondo veniamo tutti dallo stesso luogo, e i nostri esodi si ripetono già a partire da quando i primi uomini si spostarono dall’Africa per popolare l’Europa. Le sue opere diventano allora un’esortazione a riflettere sulla ciclicità della storia e a cercare di evitare di commettere sempre gli stessi errori. Sono statue equestri, ma che non sono più simbolo di vittoria e nobiltà, bensì di lotta per la sopravvivenza e disperazione.

Ogni scultura rappresenta nelle intenzioni dell’artista una diversa diaspora avvenuta nel corso della storia antica, un omaggio a ogni popolo che migrando è stato considerato “barbaro” e invasore, ricordandoci così la nostra comune natura umana. Ogni cavallo porta con se il richiamo non solo alla Quadriga di San Marco e alle sue peregrinazioni, ma anche al cavallo di Troia, simbolo di invasione per eccellenza, e alle prime pitture rupestri, simbolo del luogo e del momento in cui tutto ebbe origine, nonché un riferimento invertito a tutti quei monumenti equestri che hanno commemorato valorosi combattenti di ogni tempo. Il suo diventa così un monumento ai vinti, a quegli eroici anti-eroi costretti ogni giorno a lottare per sopravvivere, un monumento capace di dare voce a chi normalmente non ce l’ha, e di mostrare che in fondo siamo (o almeno siamo stati) tutti sulla stessa barca. In tutti i sensi.

Fino al 5 marzo 2017, Arco di Costantino – Piazza del Colosseo – Mercati di Traiano Roma

http://www.mercatiditraiano.it/mostre_ed_eventi/mostre/lapidarium

http://lapidarium.online/

Jannis Kounellis, una vita per l’arte

Si è spento all’età di 80 anni l’artista Jannis Kounellis, esponente di primo piano dell’Arte Povera. L’artista di origini greche si trasferì a Roma nel 1956, città nella quale studiò presso l’Accademia di Belle Arti, un’esperienza fondamentale per la carriera del Kounellis in quanto ebbe l’occasione di conoscere Toti Scialojia, una conoscenza che avvicinò l’artista greco all’Espressionismo Astratto e all’Arte Informale, due pilastri fondamentali per il suo percorso creativo nel mondo dell’arte.

Segni tipografici su uno sfondo chiaro, che rappresentano un’allusione verso l’invenzione di un nuovo linguaggio, sono il punto di partenza per l’esordio dell’artista avvenuto negli anni Sessanta. Il rifiuto di prospettive individualistiche e l’esaltazione del valore pubblico sono la base su cui verte l’arte di Jannis Kounellis.

Vicine alle creazioni dell’Arte Povera sono le opere delle mostre del 1967, ove l’utilizzo di materiali d’uso comune rendono possibile la realizzazione di opere nelle quali non vi sono legami con la mera rappresentazione. Ma è il 1969 l’anno di fulcro per la carriera del Kounellis: 12 Cavalli è l’installazione che viene presentata al pubblico presso la galleria l’Attico, un vero e proprio richiamo alla natura, una celebrazione dell’economia italiana, ancora legata al mondo rurale negli anni Sessanta, in cui la lavorazione manuale da parte dell’artista è ridotta al minimo.

Il fallimento delle potenzialità innovative di cui si faceva carico l’Arte Povera portò Kounellis ad arricchire il proprio operato artistico con un senso di pesantezza, sentimento che può essere ben visibile nella porta chiusa con pietre allestita per la prima volta a San Benedetto del Tronto.

Non solo Arte Povera, non solo materiali comuni per poter plasmare un’opera, a partire dagli anni Ottanta anche gli oggetti antichi e i frammenti sono stati recuperati con lo scopo di potergli conferire una nuova vita, mostrando un sentimento nostalgico verso il mondo arcaico, simbolico e mitologico.

L’enfasi monumentale è la caratteristica che è stata fatta propria dall’artista negli anni Novanta, con installazioni quali Offertorio in piazza del Plebiscito a Napoli (1995) o Mulino in ferro (1998).

Numerose le mostre negli anni Duemila, fra cui l’ultima ancora in corso, fino al 21 febbraio, a Matera.

 

Dal Pane al Sasso… dal Segno allo Spazio. La nuova mostra su Maria Lai a Ulassai

Dal Pane al Sasso… dal Segno allo Spazio è il titolo della mostra che è stata inaugurata presso la Stazione dell’Arte di Ulassai, cuore pulsante dell’arte contemporanea in Ogliastra, sabato 4 febbraio e che rimarrà aperta fino al 4 giugno 2017, un allestimento pronto ad offrire ai visitatori un percorso in cui è possibile osservare le opere realizzate dall’artista ulassese Maria Lai, creazioni attraverso le quali è possibile ripercorrere alcune fasi dell’itinerario artistico della donna.

La mostra è stata suddivisa in tre spazi espositivi, il primo dedicato al pane, al sasso e al segno, il secondo riservato ai Telai e alle Geografie, mentre il terzo ed ultimo spazio all’installazione Legarsi alla montagna del 1981.

La cometa è il titolo della prima opera che apre il percorso espositivo, ove una spiga su uno sfondo nero richiama la mente dell’osservatore allo stato primordiale di uno dei cibi quotidiani, il pane, il quale viene plasmato attraverso il gesto, attraverso la manualità femminile. Suggestivo è il Pupo di Pane realizzato dalla Lai nel 1977, una scultura di pane che nella prima sala dell’esposizione è posta in relazione ad un’altra opera, Lei cantava, che attraverso pochi segni trasmette al pubblico il gesto del setacciare la farina che verrà utilizzata per la creazione del pane.

Legata al sasso è l’opera intitolata Mare, in cui la pietra che si orienta verso l’infinito, come se fosse una zattera, sembra annunciare il distacco di Maria Lai dalla sua terra natia, la quale, insieme all’immensa cultura di cui è portatrice, rimarrà sempre nel cuore dell’artista in quanto le origini, le radici di ciascun individuo sono fondamentali per poter percorrere la strada della vita e per far maturare nuovi frutti, in questo caso l’arte. L’influenza dello scultore Arturo Martini e dello scrittore Salvatore Cambosu è ben evidente in questa fase del percorso espositivo, infatti ispirata a uno dei racconti del Cambosu è Maria Pietra, scultura che è possibile interpretare come metafora della vita, ove l’uomo cerca di raggiungere sempre ciò che è irraggiungibile.

Dinamismo e velocità caratterizzano il segno dei disegni della Lai, che si presentano tridimensionali nella loro semplicità. Il segno si dilata nello spazio per raggiungere l’infinito, spazi pieni e vuoti si alternano, anticipando in questo modo la trama delle opere che caratterizzano il secondo spazio dell’allestimento della Stazione dell’Arte, i Telai, per esempio si annovera nell’esposizione il Telaio del Meriggio del 1970, e le Geografie, queste ultime richiamanti alla mente dell’osservatore le antiche carte geografiche, Geografie in cui sono sempre ricorrenti due figure, il triangolo e il cerchio, oltre alle indecifrabili scritture cucite. La libertà di interpretazione è l’elemento fondamentale per capire l’operato dell’artista, Maria Lai non ha offerto al pubblico una chiave di lettura per capire le sue opere ma ogni individuo è libero di interpretare l’opera che ha di fonte in base al proprio stato d’animo. La notte dei mondi scuciti è una Geografia emblematica riguardo al fattore dell’interpretazione, infatti ago e filo sono stati lasciati nell’opera dall’artista affinché l’opera venga “completata” da chi la osserva in virtù delle proprie emozioni.

Da non perdere, nella sala video, è la visione del filmato registrato da Tonino Casula inerente la realizzazione di Legarsi alla montagna, che presenta al fruitore della mostra il clima che animo la società di Ulassai nel 1981 mentre fu posta in atto l’operazione di Maria Lai con la comunità.

Fino al 4 giugno 2017

Fondazione Stazione dell’Arte – Ex Stazione Ferroviaria

Ulassai (NU)

Strada Provinciale 11

Orari:

dal 1 ottobre al 30 aprile tutti i giorni dalle ore 9:00 alle 19:00

visite guidate alle ore 9:30 – 11:00 – 13:00 – 14:30 – 16:00 – 18:00

dal 1 maggio al 30 settembre tutti i giorni dalle ore 9 alle 20:30

visite guidate alle ore 9:30 – 11:00 – 13:00 – 14:30 – 16:00 – 18:00 – 19:30

Tel.: 0782787055

e-mail: stazionedellarte@tiscali.it

 

Karinè Sutyagina. Circoscrivere l’infinito

L’opera di Karinè Sutyagina auspica all’infinito, e ne diventa rappresentazione apparentemente circoscritta. Artista uzbeka di respiro internazionale, inizialmente si dedica agli studi di scenografia, effettuati presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. I suoi schizzi riflettono un grande interesse per il disegno: nel bozzetto per i costumi destinati al balletto del Valzer dei fiori, tratto dallo Schiaccianoci di Ciajkovskij, l’eleganza del segno si coniuga al movimento al quale è destinato il soggetto rappresentato, in un sinuoso fluttuare dato da rapidi tracciati di linee imbevute di sprazzi di colore. Le figure sono eteree, eppure vivono di una presenza ben definita, che mantiene costantemente dei connotati estremamente femminili. In bilico tra il mondo fisico e quello spirituale, questi disegni denotano già una spinta verso un principio più impalpabile, meno ancorato a una necessità descrittiva e più propenso a un linguaggio fatto di sensazioni.

Questa ricerca di spirituale si è concretizzata negli ultimi anni, da quando Karinè Sutyagina ha iniziato a dedicarsi alla realizzazione dei cosiddetti occhi, creati assemblando materiali vari e protetti da sfere in plexiglass; sono propaggini estetizzate dei suoi studi accademici che rivelano a sorpresa un nucleo quasi filosofico.

L’occhio è da secoli espressione di una superiore entità divina, che guarda e protegge, veglia e controlla. Nella sfericità della sua forma il Tutto viene illusoriamente rinchiuso, in realtà si dipana, include tutti noi che l’osserviamo, perché altro non è che un riflesso di un bagliore che è già insito nella nostra anima.

Onde senza tempo e senza continuità, l’una nell’altra; i riverberi dell’esperibile accumulato nel corso delle ere diventano conoscenza, sapere che si fa nostro attraverso la presa di coscienza della memoria individuale e collettiva.

Numerosi sono i verbi che si collegano alla percezione visiva: guardare, osservare, spiare, fissare. Ma quello che le sfere ipnotiche di Karinè Sutyagina vogliono condurci a fare è Vedere: dentro e fuori di noi, farci immergere in un cosmo dove possiamo ritrovarci. Siamo minuscoli frammenti che diventano, in modo ordinato e imprevedibile, parte fondante della Realtà, divina ed umana.

Le categorie si perdono nel firmamento dell’universo, e l’unico modo per mantenere la rotta è affidarsi alla propria vista, che altro non è che propaggine di quella di un essere superiore che porta il nostro stesso nome.

L’energia divina ci guarda, e nel suo riflesso ci ritroviamo. Le sfere di Karinè Sutyagina sono una preghiera circolare, che parte dall’uomo verso l’alto per poi tornare a lui, causa ed origine della sua stessa essenza.

 

Adelita Husni-bei e i giochi di potere

Abbiamo già parlato di Rossella Biscotti e la sua vincita alla sedicesima edizione della Quadriennale di Roma, conquistando il primo premio col tema del viaggio, ma chi sono stati gli altri vincitori?

Tra gli under 35 si è aggiudicata il premio Illy Adelita Husni-Bey. AGENCY- Giochi di potere è l’opera che, nata nel 2014, ha colpito per la sua grande originalità. Dopo il successo alla galleria Laveronica di Modica (Sicilia), nel mese di aprile dello stesso anno ha preso corpo al Museo MAXXI di Roma.

Un gioco, un progetto. Adelita, ispirata ad un workshop usato in Inghilterra per lo studio della cittadinanza, propone ad un gruppo di studenti del liceo Manara di Roma di creare una simulazione che spiegasse attraverso relazioni di dominanza l’Italia contemporanea. Quaranta ragazzi, divisi in cinque gruppi: giornalisti, politici, lavoratori, attivisti e banchieri. Tre giorni di simulazione, di gioco, in cui i ragazzi scegliendo la categoria si sono immersi totalmente nella società odierna, comprendendo le vere astrusità che oggi investono l’Italia. Ognuno di loro con massima libertà di interpretazione, ha cercato di crearsi delle risposte. I giornalisti erano i responsabili di un rapporto sul progresso: ad ogni ora un telegiornale spiegava gli accaduti. Al termine della simulazione i ragazzi si assegnavano dei punti di potere, così da poter capire chi dei ragazzi era riuscito a conquistare il potere effettivo nella società che aveva creato. Le categorie in questo modo hanno cercato di simulare ciò che succede nella società italiana. Un gioco di ruolo? Quasi, ma un gioco che propone forme alternative di rappresentazione della vita politica e sottolinea il ruolo fondamentale dell’istruzione come base di fratellanza. Attraverso un’intensa partecipazione del gruppo di adolescenti, l’opera propone una serie di scene che descrivono le pieghe della realtà ed esamina come le decisioni sono prese nella società, per arrivare ad un risultato ricco di domande e risposte. Nel mese precedente il workshop, sono stati organizzati diversi incontri tra gli studenti con selezionati giornalisti, attivisti, economisti, sindacalisti e gli editori, per approfondire la conoscenza delle categorie scelte degli studenti.

Da un lato i banchieri, i politici e gli attivisti, dominati dalla fame di potere, dal gioco dei soldi, d’altra parte i lavoratori. «Noi eravamo i più deboli, sottomessi dalla classe dirigente, non avevamo obiettivi perché dovevamo reagire, dovevamo difenderci, ma ci rendevamo conto delle manovre politiche». Così parla una ragazza che ha fatto parte dei lavoratori, sostenendo di esser riuscita a sentirsi in una situazione reale. Se l’obiettivo fosse stato la ricerca del bene della comunità, sicuramente si sarebbero ottenuti risultati diversi, si sarebbe creata una situazione del tutto diversa. Ma al centro del progetto c’era il potere. Il potere che mangia gli uomini, che rende sempre più deboli, per poi far ricadere questa debolezza sulla società.

La scuola italiana deve aprirsi o no a questo tipo di didattica? Il museo è solo un’entità di “arte antica” o deve esser studiato anche come luogo per questo tipo di progetti? Una buona didattica si deve fermare allo studio del greco e del latino o deve andare oltre?