Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Damien Hirst. Tassidermia della paura

Se la vita e la morte sono due facce della stessa medaglia, quella relativa all’esistenza di qualsiasi essere vivente, il maggior sostenitore di questa tesi non può che essere l’artista britannico Damien Hirst. Le sue opere sono nella maggior parte dei casi dei memento mori ironici e provocatori, che esorcizzano la paura della morte tramite la sua stessa celebrazione.

L’opera icona The physical impossibility of death in the mind of someone living trasforma in oggetto d’arte un gigantesco squalo tigre posto sotto formaldeide all’interno di una scatola di vetro. L’attacco potenzialmente mortale del morso della creatura degli abissi rimane congelato in modo imperituro, offrendosi come totem della morte sempre in agguato, privata però di un reale pericolo; il titolo gioca proprio sull’incapacità dell’uomo di far suo il concetto di fine, che resta una visione lontana, da contemplare con distacco, privandola in tal modo di reale esistenza.

Se quest’opera fornisce una reazione passiva alla paura della fine, Hirst propone anche una difesa attiva. Nella famosa serie dei medicine cabinets, ad esempio, l’ossessione del preservarsi in buona salute e il tentativo di trovare un elisir di lunga vita, ad ogni costo, viene ben rappresentata dall’esposizione quasi estetica di file e file di medicinali, flaconi, compresse, simbolo di un progresso scientifico che dona conforto, ma che si interpone spesso al naturale rituale di passaggio dall’esistenza al suo termine.

La dialettica vita/morte ricorre continuamente nei suoi lavori; anche un angelo, creatura immune dalla corruzione alla quale tutti noi siamo destinati, viene rappresentato in sezione, come un busto utilizzato dagli studenti di anatomia di una facoltà di medicina, mostrando oltre alle ali e agli attributi di grazia celeste un interiorità fatta di viscere e ossa: la morte si nasconde ovunque, anche in ciò che apparentemente la sublima. I rosoni che Hirst crea utilizzando centinaia di farfalle, che diventano elementi decorativo/costruttivi, sono una celebrazione della vita e della sua bellezza, esemplificata dall’animale simbolo di caducità per eccellenza: un battito di ali e già siamo altrove, trasformati in ricordo cristallizzato dalla luce, quella di un altro mondo, forse.

Se devo convivere con lo spettro della fine, tanto vale renderlo allettante, abbellirlo, ornarlo con gemme dal valore immenso: è il caso del celebre For the love of God, un teschio umano provvisto dei denti originali ricoperto da 8.601 diamanti. Celebrare la morte ricavandone un tornaconto economico: Hirst riesce ad unire all’operato artistico un talento da vero business man. D’altronde, nell’attesa della fine, provare a vivere al meglio e magari anche e a guadagnarci non è una cattiva idea.

 

Elizabeth Peyton, ritrattista dell’età contemporanea

La passione per il disegno, per un’attività creativa, per un mondo chiamato Arte, è il sentimento che ha accompagnato l’artista americana Elizabeth Peyton (1965) fin da quando era bambina, un talento che l’ha resa una fra le più squisite ritrattiste dell’età contemporanea.

La lettura della storia di Napoleone ha significato una svolta per la carriera artistica della Peyton, in quanto ha fatto capire alla ritrattista che una persona, con la propria forza e con l’impegno impiegato per il raggiungimento di un obbiettivo, può cambiare il mondo. Fare qualcosa di importante è l’ambizione di Elizabeth Peyton, la ragione per cui ella dipinge i ritratti.

Anche se la donna opera in un’età in cui il non figurativo assume un ruolo dominante rispetto al figurativismo non si è mai fatta scoraggiare nel proseguimento del suo operato. Il figurativismo ha sempre fatto parte della storia dell’umanità, l’uomo non ha mai rinunciato a realizzare opere dal soggetto riconoscibile ai propri occhi, così, consapevole dei gusti del pubblico, Elizabeth Peyton concentra la propria passione per l’arte nell’ambito della ritrattistica.

Musicisti, scrittori come Oscar Wilde, artisti quali Manet, Giorgione, Cézanne, Frida Kahlo e molti altri, sono stati i maestri dell’artista americana. La celebrità le è stata donata dai ritratti da essa dipinti, caratterizzati da stilizzazioni e idealizzazioni di amici, fidanzati, artisti del mondo dello spettacolo, celebrità varie e personaggi storici.

I delicati lineamenti femminili, così come è possibile osservare, per esempio, nel ritratto di Kurt Cobain, caratterizzano la fisionomia dei soggetti rappresentati. L’artista dona un sentimento, un’anima, ai soggetti dei ritratti, non vengono realizzati come se fossero personaggi appartenenti al passato, non devono apparire al pubblico come un ricordo, è importante invece ritrovare nel personaggio in esame delle tracce dell’epoca in cui è vissuta, si deve avere l’impressione di trovarsi di fronte a un ritratto appartenente a una persona che si è appena prestata a posare.

 

Giosetta Fioroni. La bambina che usa il cuore

L’arte di Giosetta Fioroni è la quintessenza del femminile: eleganza, sogno, sentimento e fantasia sono le sue declinazioni. Unica donna del gruppo degli artisti che negli anni ’50 animavano la scena romana, ha sempre sentito il bisogno di mantenere ben chiara la sua appartenenza al sesso (apparentemente) debole. Le sue prime opere, prodotte nella metà degli anni ’60, si concentrano su intensi primi piani femminili, scatti pittorici che sembrano rubati al mondo della moda e della pubblicità, e per questo erroneamente accostati alla Pop Art americana. In realtà la fredda distanza del mondo pop non trova appiglio negli intensi sguardi o nelle affascinanti silhouette da lei riprodotte. Immagini che sono specchio della contemporaneità, ma al contempo diventano custodi di un segreto senza tempo, non immediatamente svelabile, un richiamo a un’emozione non detta ma sussurrata.

Osservando le sue opere si è trasportati in un mondo onirico e immaginifico: Giosetta è un’artista che ha sempre nutrito la sua bambina interiore, dandole modo di esprimere la sua curiosità e il suo punto di vista attraverso di lei. Una bambina che continua a vivere e a dire la sua malgrado il passare degli anni; ciò detto è una conseguenza ovvia ritrovare dei ricordi d’infanzia nella sua opera. La serie dei teatrini, ad esempio, è un omaggio alla madre marionettista. Questi scenari della fantasia, finestre aperte su un mondo tangibile, sembrano narrare una storia su più livelli, e sono caratterizzati spesso da un desiderio di spingersi oltre, tramite il loro sviluppo verticale o la presenza di scale. Se nelle fiabe o nell’immaginazione il mondo dove vogliamo rifugiarci è sempre al di là del nostro, Giosetta Fioroni concretizza il mezzo per raggiungerlo, agevolandoci nella nostra scalata. Nella serie dei teatrino-presepe, la fantasia si mescola alla religione, portando entrambe al livello di fabula: alla fine sono entrambe un racconto che si dipana all’interno della nostra memoria, creando dei legami tra noi osservatori-ascoltatori e i nostri personaggi preferiti. I teatrini sono quinte cristallizzate, eppure suscettibili di movimento; le scenografie rappresentate sembrano sempre sul punto di essere cambiate, implicano una possibilità e un repentino passaggio all’atto secondo, giusto il tempo di un applauso e si passa oltre.

L’immagine di Giosetta tende alla sintesi, ci mostra tramite macchie di colore e scarti di prospettiva la realtà fantastica alla quale attinge, con lo sguardo sapiente ed innocente di una bambina che si sofferma solo su quello che importa, mettendo da parte quello che non risuona con il cuore. Il cuore, quel meccanismo misterioso tanto cantato nell’arte, ha sempre un posto privilegiato nelle sue opere. Incarna una moltitudine di emozioni e di esperienze, e, come spesso fanno i bambini, disegnarlo risulta l’unico modo per esprimere un insieme troppo grande di concetti per una singola tela. Per sentire bisogna sporcarsi il cuore, e anche le mani; non a caso l’artista ha virato negli ultimi anni al recupero di una dimensione creativa artigianale, scegliendo di realizzare una serie di opere in ceramica, che danno corpo a una fantasia impalpabile che spesso tende a scappare troppo in alto, come un palloncino lasciato andare in aria.

 

La sposa di sale di Sigalit Landau

Un vestito bianco, lucente e interamente ricoperto di sale è l’opera dell’artista israeliana Sigalit Landau Salt Bride, divenuta virale sul web per la sua bellezza estetica e per la sua forte carica poetica, nonché per la curiosa tecnica con cui è stata realizzata. L’artista non ha fatto altro che immergere un abito nero nelle acque del Mar Morto, ottenendo un risultato sorprendente e suggestivo: cristallizzandosi, il sale ha trasformato il vestito in una vera e propria scultura. Da funereo simbolo di morte e di follia (si tratta infatti di una replica del costume della protagonista dell’opera teatrale Dybbuk, una giovane posseduta dallo spirito del suo defunto amante), il vestito ha subito una metamorfosi, assumendo le sembianze di un candido abito da sposa, simbolo di purezza, di vita e di speranza.

Il forte senso di rinascita e purificazione di cui questo processo è intriso risulta in contrasto con il luogo in cui è stato realizzato, il Mar Morto, luogo sterile per natura, mortifero per la sua posizione di confine tra popoli in conflitto, e vittima di azioni sconsiderate dell’uomo che ne minacciano l’esistenza stessa. Landau sembra voler riabilitare questo luogo, volergli conferire un’accezione positiva nella memoria personale e collettiva. Nonostante il suo nome e quello che per molti simboleggia, il luogo, in questo caso, si presenta vitale e quasi magico, in grado di trasformare addirittura un semplice oggetto in un’opera d’arte.

Non solo lo spazio è protagonista e in un certo senso autore di quest’opera, anche il tempo assume un ruolo fondamentale. Insieme alle acque del mare, infatti, è stato il tempo, con il suo trascorrere, a realizzare l’opera (come è evidente nelle fotografie subacquee che mostrano le varie fasi della trasformazione). L’artista si è limitata ad innescare il processo, poi concluso in maniera autonoma dalla natura. Il risultato di tale operazione, sorprendente nella sua bellezza, perfetto nonostante il suo essersi sviluppato in maniera casuale e incontrollabile come tutte le cose create dalla natura, sembra dire, prendendo in prestito una celebre frase di Voltaire: “Gli uomini discutono, la natura agisce”.

 

 

Parreno, suoni e luci per la mostra dell’Hangar Bicocca

Musica e cinema, costruzioni e suoni, luci e colori, movimento, è così che Philippe Parreno presenta in Italia la sua prima mostra antologica dal nome Hypotesis.

Parreno, artista francese di fama internazionale fin dagli anni Novanta, trova un modo diverso per affacciarsi all’arte contemporanea. Collabora con architetti e musicisti per concepire installazioni e performance servendosi di linguaggi e codici di media come la radio, la televisione, il cinema, e anche l’informatica, oltrepassando il confine della fisicità delle opere e buttando giù quel muro che molto spesso si crea attorno all’arte.

Mostra maggior interesse per le dinamiche e le forme con cui un’opera d’arte è presentata al pubblico, e come può interagire con esso, con film, installazioni, performance e testi, Parreno sovverte i codici legati allo spazio espositivo e interroga le convenzioni della mostra, inserendovi la dimensione temporale attraverso eventi di varia natura.

Immerge i visitatori in un ambiente in cui le dimensioni spaziali e i riferimenti temporali cessano di essere certezze e sembrano partecipare ad una partitura in cui ciascuno è sia causa sia conseguenza di qualcos’altro.

Curiosa l’etimologia della parola ipotesi, dal greco ypo, sotto, e thesis, posizione. La mostra elaborata da Parreno è composta da installazioni e video che stanno tutte in alto, mentre il visitatore è invitato a stare sotto. Il pubblico dunque passeggia sotto l’installazione, la studia osservando dal basso e in prospettiva. Da qui l’analogia con l’etimo della parola hypothesis: «Restiamo in una posizione al di sotto, sia fisicamente che intellettualmente, rispetto alle opere», così si spiega l’artista, tanto da percepirle come pure astrazioni, ipotetiche forme e concetti frutto della collaborazione di più artisti, di più forme d’arte, per far percepire all’osservatore un’idea diversa del concetto stesso di essere mostra, nella sua globalità.

La mostra antologica è stata allestita a Milano, negli spazi dell’Hangar Bicocca, dal 22 Ottobre 2015 al 14 Febbraio 2016.

 

Sol LeWitt: il musicista dei concetti

Che bello quando si è davanti ad artisti che “semplificano” l’arte contemporanea, che la rendono immediata anche agli occhi più profani. LeWitt è un’artista molto amato dal pubblico, forse per l’apparente facilità di lettura delle sue opere formate da geometriche figure dipinte direttamente sul muro con colori accesi e sgargianti: i Wall Drawings ed i Wall Paintings. Invece siamo davanti a degli interventi artistici che riescono a coniugare teoremi matematici e sentimenti, linguaggio lineare e semplice poesia. «Al primo posto c’è il cervello, le linee non sono messe a caso o per capriccio, ma con un senso di direzione che nel tempo diventa sistema già preesistente nel cervello. Perciò viene prima il concetto, poi le linee che sono usate come simbolo della memoria. Ad esempio, la musica è il risultato finale, ma le note sono là soltanto per essere lette dai musicisti, è questo quello che non voglio, l’arte deve essere sia letta che guardata».

Il percorso artistico di Sol LeWitt rispetto a qualsiasi altro artista degli anni ’60 evolve da un approccio minimal andando incontro all’arte concettuale. Tra il 1963 – 65 realizza sculture essenziali, smaltate, monocrome che vengono incassate alla parete o collocate direttamente a contatto con il suolo, senza alcun basamento. Inizia così pian piano a costruire le prime strutture modulari realizzandole attraverso procedimenti industriali in alluminio o acciaio e verniciandole completamente di bianco. Ci troviamo davanti all’opera Serial Project No. 1 (ABCD), una superficie di base di oltre quattro metri quadrati in cui si estende un’apparente caos di forme, in cui diviene difficile riconoscere un criterio di ordine.

Parte dalla forma geometrica elementare del quadrato e del cubo è ne presenta tutte le combinazioni possibili di cubi e quadrati aperti e chiusi, che a loro volta contengono altri cubi e quadrati aperti e chiusi. Un’apparente caos di forme, in cui è molto difficile riconoscere con la semplice osservazione, un criterio ordinante. «La caratteristica più interessante del cubo è proprio il suo essere apparentemente poco interessante. Paragonato ad una qualunque altra forma tridimensionale, il cubo manca di aggressività, non implica movimento ed è il meno emotivo. E’ dunque la forma migliore da usare come unica base per ogni funzione più complessa, l’espediente grammaticale da cui far procedere il lavoro. Poiché è standardizzato e universalmente riconosciuto, non richiede nessuna intenzionalità da parte dell’osservatore; è immediatamente chiaro che il cubo rappresenta il cubo, una figura geometrica che è incontestabilmente se stessa. L’uso del cubo evita la necessità di inventare un’altra forma prestandosi esso a nuove invenzioni».

Le opere di Sol LeWitt sono l’esempio più importante della possibile vicinanza tra la Minimal Art e l’Arte Concettuale, tra il materiale e l’immateriale, un giusto compromesso fra qualità percettiva e concettuale, tra la semplicità dell’ordine geometrico e la ricerca di una bellezza intuitiva, una fusione tra ready-made e astrattismo geometrico.

 

Gerhard Richter. Asetticità della visione

La conoscenza si basa sull’assenza di giudizio e sull’osservazione neutrale. Osservare significa conoscere, non riconoscere.

Fatti di cronaca, paesaggi naturali, ritratti di personaggi noti o pertinenti alla nostra sfera più intima. La realtà che appare ai nostri occhi è complessa e multiforme, suscettibile di diverse interpretazioni, portatrice di riflessioni su larga scala. E’ facile esserne impressionati a caldo. L’arte di Gerhard Richter si pone in antitesi con questa tendenza: rappresenta oggettivamente qualcosa, qualunque cosa; l’importante è lasciare cortesemente fuori dalla porta qualsiasi implicazione soggettiva. Le categorie restano fuori dal gioco; l’artista stesso spazia con elasticità da uno stile all’altro, dialogando con naturalezza tra figuratività e astrattismo. Per comprendere senza preconcetti o agganci sussidiari, io per primo devo essere un agente libero dalle coercizioni che le definizioni, per loro stessa natura, si portano sempre dietro. L’insofferenza all’ideologia, al voler incasellare per categorie il variegato che ci circonda, maturata forse durante gli anni accademici della Germania comunista, lo porta a diventare un fotoreporter dall’obiettivo asettico.

La violenza, la morte, le impressioni del reale vengono registrate dopo essere state epurate. Dal colore e dal voyeurismo rivolto al mondo delle celebrità, nel caso dell’opera Il presidente Johnson cerca di consolare la signora Kennedy, immagine che si rifà a un universo pop passato in candeggina: la cromia vistosa e il clamore della notizia si tramutano in un fotogramma in bianco e nero immobile e statico, che invece di sedurre i nostri sensi e la nostra curiosità onnivora ci porta a pensare al fatto accaduto, alle sue cause e conseguenze, leggibili lungo i contorni sfocati dei volti degli stessi protagonisti. Richter parte spesso da alcune fotografie, che rielabora poi attraverso il medium tradizionale della pittura. Quella che sembra una foto è un olio su tela; come a dire, attendete prima di affermare o giudicare, in quanto solo un approccio incolore porta poi alla definizione di un tono. Nel famoso trittico del 1988 che ritrae Gudrun Ensslin, componente della banda terroristica Baader Meinhof , il punto di partenza è di nuovo fotografico, ma l’immagine si sfalda nella pittura, quella che di primo impatto sembra essere la testimonianza dell’entrata in carcere di un pericoloso criminale diventa il ritratto di un ragazzo, che nella seconda foto sembra quasi cercare l’obiettivo, quasi a voler chiedere a noi cosa ha fatto e perché. Sdrammatizzato dalle luci del flash da prima pagina, anche il reo svela un’identità imprevista: un giovane schiacciato da una convinzione politica che lo ha fagocitato. Nella narrazione dei fatti di cronaca la figuratività netta si perde definitivamente nel famoso quadro September, eseguito dall’artista dopo l’attentato delle Torri Gemelle a New York nel 2011. I protagonisti del fatto diventano linee: verticali le vittime, rappresentate dalla struttura dei grattacieli, orizzontali i carnefici in volo. Richter sceglie dei freddi e pacifici toni pastello per narrare lo shock di un intero paese. E solo così che la riflessione arriva nel profondo, non commuovendoci facilmente. E’ nella calma che si raggiunge la consapevolezza, e, volendo, anche la l’empatia verso quanto accaduto. L’oggetto abbandona i suoi confini e diventa nucleo; una soffice macchia d’ aria, come nell’opera Nuvola, del 1965.

Qualunque sia il soggetto, ciò che conta è che diventi un oggetto. Spersonalizzazione volta alla comprensione. La pittura come conoscenza del reale, senza la pretesa di sapere.

 

Afremov, un pittore impressionista contemporaneo

L’impressionismo, una delle correnti artistiche più affascinanti della storia, è come sappiamo la pittura che per prima ha aperto la strada delle avanguardie nella seconda metà del XIX secolo, ma si può considerare impressionista, un artista che pur vivendo in un’altra epoca si mette in gioco con lo stile dell’avanguardia Ottocentesca? E’ il caso di Leonid Afremov, artista di origine Bielorussa, che una volta emigrato negli Stati Uniti d’America, nel 2000, ha trovato il vero successo vendendo i suoi quadri porta a porta, o, strano a dirsi, tramite eBay.

Afremov propone un tipo di impressionismo in chiave moderna, ripropone la tecnica della macchia, della pennellata rapida, la voglia di non curare i dettagli per un unico scopo: dare maggior risalto con colori vivaci e i giochi di luce.

Se Manet, Monet e Renoir si servivano dell’impressione dell’occhio e della pittura rigorosamente condotta d’après nature, la cosiddetta en plein air, utilizzando solo il pennello come strumento, per Afremov c’erano solo spatole e coltelli al posto dei pennelli, per plasmare colori ad olio. L’artista da il meglio di se per creare paesaggi serali sotto la luce dominante dei lampioni, o vie deserte e bagnate di pioggia, riflessi sull’acqua, coppie di innamorati che passeggiano lungo la strada sotto l’ombrello; le foglie degli alberi che sembrano tanti palloncini da festa, colori a dir poco vivaci, dal rosso al giallo al blu che colorano il cielo e che riempiono la tela di giochi di luce e sfumature, che irrompono nel buio.

I suoi dipinti sono straricchi di colori accesi, e spesso rappresentano paesaggi notturni sotto la pioggia: ma nessuno comunica solitudine o tristezza. Sono paesaggi reali, impregnati di luci, persone, alberi. Nessuno fa trasparire solitudine o tristezza, bensì il contrario: c’è un’armonia che sembra trapelare dalle sue opere quasi con un effetto di incantesimo, di poesia e bellezza. Quel gusto tipicamente francese di gioia di vivere, sospeso tra il reale e l’irreale.

Certo, il suo modo di pitturare non è così innovativo, sia nello stile che nelle tecniche, usa prettamente colori ad olio stesi in modo veloce sulla tela con la spatola, ma c’è un briciolo di originalità, la modernità dell’impressionismo.

 

Esprimere la prigionia. Mona Hatoum

Mona Hatoum (classe 1952) è una di quelle giovani donne che negli anni ’90 inizia a guardare al Minimalismo, all’Arte concettuale, alla Video art, alla performance, all’installazione e all’Arte site – specific degli anni ’60 e ’70, motivata dallo scontento per un universo artistico sensazionalistico in cui a dominare erano le strategie del marketing.

L’artista, nata a Beirut, nel 1975 rimase bloccata nella capitale della Gran Bretagna a causa dello scoppio della guerra in Libano, evento che influenzò il proprio operato artistico. E’ possibile riscontrare quanto affermato in una performance risalente al 1985, operazione performativa nella quale la Hatoum percorre scalza le vie di Brixton con allacciati alle caviglie degli stivali, come se fossero una simulazione di una palla al piede portata da un carcerato.

La prigione, la tortura e il dolore vengono evocate dall’artista attraverso una rilettura Minimalista: La luce alla fine (1989), ove delle barre elettriche sono state collocate nella parte terminale di una galleria triangolare, ricordando la ripetizione modulare di Judd, induce lo spettatore ad essere attratto dalla semplicità delle barre componenti l’opera, attrazione che porta lo stesso spettatore ad essere respinto a causa del calore. Lo spettatore può essere il carceriere se sceglie di restare sul lato aperto dello spazio, ma può diventare carcerato se attratto dalle barre che apparentemente potrebbero essere oltrepassate per via dello spazio esistente tra l’una e l’altra.

Il carcere, la prigionia, sono al centro dell’arte della Hatoum, così in Condanna leggera (1992) le ombre proiettate da una lampadina in un labirinto di armadietti di maglia in filo metallico danno l’idea di un carcere.

Se Mona Hatoum sfida i tabù del corpo, ove le sue prime performance vengono associate all’operato artistico di Vito Acconci, e i primi video pongono l’attenzione sulle strutture di sorveglianza, è possibile osservare come l’artista continui a coltivare entrambi gli interessi nelle installazioni da essa create. Corps étranger, video del 1994, è l’esempio attraverso il quale è possibile osservare il modo in cui la Hatoum esplora il proprio corpo all’interno, viene utilizzata una microcamera che rende partecipe il mondo esterno di ciò che viene sorvegliato all’interno.

 

 

Love, la costruzione di Milov

Un inno all’amore, alla forza del rimpianto, la voglia di sentirsi vicino. Un’opera d’arte che non lascia indifferenti quella dell’artista ucraino Alexandr Milov, Love. Si tratta di una scultura costruita interamente con il fil di ferro che forma due sagome sedute che si danno le spalle, mentre all’interno del fil di ferro due sagome più piccole, come se fossero bambini. In realtà Milov vuole mettere in risalto l’animo interiore ancora un po’ bambino dell’adulto, che, in fondo, non lascia spazio ai rancori ma solo all’affetto e al contatto fisico.

L’artista con Love ha riscosso un enorme successo all’edizione dello scorso anno del Burning Man festival, l’evento di otto giorni che ogni anno dal 1991 anima il deserto Black Rock del Nevada negli Stati Uniti d’America, e in cui è possibile organizzare liberamente workshop, mostre, performance ed installazioni. Love rappresenta il conflitto tra un uomo e una donna e, nello stesso tempo, l’espressione dello stato d’animo che è nascosto in ognuno di noi. Le due sagome all’interno della scultura di ferro sono rappresentate da bambini trasparenti che attraverso le grate metalliche tentano di toccarsi. Non appena cala la notte, i bambini si illuminano. «Questo splendore è un simbolo della purezza e della sincerità che unisce le persone quando arriva il momento buio», spiega Milov.

Nient’altro che una bella e originale metafora della natura umana in conflitto, che presi dalla forza dell’orgoglio tendono ad allontanarsi, a voltarsi le spalle, ma c’è un significato molto più profondo dietro di esso, che si sviluppa solo quando il sole comincia a calare, ovvero il loro ego interiore rappresentato dai bimbi che cercano di toccarsi con il palmo delle mani oltre il filo metallico, che vogliono avvicinarsi e amarsi.