Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Anime. Di luogo in luogo. Christian Boltanski a Bologna

É in corso a Bologna Anime. Di luogo in luogo, un articolato programma di eventi dedicati a uno dei massimi artisti francesi viventi: Christian Boltanski. Il progetto, pensato con la collaborazione dell’artista e curato da Danilo Eccher, ha preso il via a giugno e continuerà fino a novembre, coinvolgendo diverse sedi disseminate per la città, dal centro alla periferia. A farne parte la performance Ultima al teatro Arena del Sole, l’installazione Réserve presso il Giardino Lunetta Gamberini dell’ex bunker polveriera, l’intervento di arte pubblica Take Me (I’m Yours) che si svolgerà a settembre nell’ex parcheggio Giuriolo, l’installazione diffusa Billboards, realizzata su cartelloni pubblicitari nelle zone periferiche della città, e soprattutto la mostra antologica al MAMbo, nucleo centrale dell’intero progetto.

La mostra, la più ampia mai realizzata in Italia, ripercorre attraverso 25 opere la poetica dell’artista, dagli anni Ottanta ad oggi. È interamente composta da grandi installazioni che ruotano attorno ai temi della vita e della morte e della memoria sia personale che condivisa, molto cari all’artista e sua vera e propria cifra stilistica.

Entrando nell’area espositiva ci si lascia alle spalle la luce del giorno per immergersi in uno spazio altro, dove tutti i sensi sono coinvolti. Il percorso inizia con il battito del cuore dell’artista (Coeur, 2005), e continua passando attraverso una sua foto da bambino (Entre temps, 2015), gesto quasi mistico con il quale si entra nel fulcro dell’esposizione, dove si viene completamente circondati da un labirinto di sguardi anonimi stampati in bianco e nero su tessuto trasparente (Regards, 2011), presenze fantasmatiche in grado di incutere soggezione e inquietudine. Al centro di questa installazione svetta poi Volver (2015-17), una sorta di montagna dorata alta circa 7 metri, composta da coperte isotermiche che rimandano alla tragedia dei migranti, un altro riferimento all’anonimato e alla privazione delle identità individuali, che va ricondotto al trauma iniziale dell’artista, a cui come è noto si rifanno tutte le sue opere: la Shoah. Nella sala opposta all’ingresso, poi, si trova Animitas (blanc) (2017), esposta per la prima volta in Europa, che con il suo forte odore di fiori ed erba secca e l’ipnotica tranquillità prodotta dal suono di campanelli giapponesi mossi dal vento in mezzo alla neve, è in realtà un riferimento a ciò che avviene dopo la morte. Negli spazi laterali, infine, si susseguono alcune delle opere più famose dell’artista, come Ombres (1985), Monuments (1980-90)e Containers (2010), tutte improntate sul tema della perdita e della memoria, e quindi sulla necessità di ricordare.

Ai temi della memoria e del trascorrere del tempo non a caso si riferiscono anche i numerosi anniversari che ricorrono in questo 2017 per la città di Bologna. Ricorrono infatti quest’anno i 10 anni del MAMbo, i 10 anni del Museo per la Memoria di Ustica insieme ai 37 dalla strage, e i 40 anni di Emilia-Romagna Teatro Fondazione. Non solo, importanti sono anche le ricorrenze nel rapporto tra questa città e Boltanski: i 20 anni dalla prima mostra italiana dell’artista, Pentimenti, che si svolse proprio a Bologna nel 1997, e i 10 dalla sua grande installazione per le vittime di Ustica.

 

 

Anime. Di luogo in luogo –  Christian Boltanski giugno – novembre 2017

Bologna

www.anime-boltanski.it

www.mambo-bologna.org/mostre/mostra-234/

Opere senza schema compositivo. Gli Achromes di Piero Manzoni

Il gesto dell’artista intrecciato alla materialità dell’opera sono stati gli elementi cardine nei lavori di due grandi artisti dell’arte contemporanea, Jackson Pollock e Lucio Fontana, ma tali caratteristiche non sono sempre andate di pari passo nel lavoro di altri artisti contemporanei, uno fra questi Piero Manzoni, colui che ha creato la serie degli Achromes negli anni ’50, ove la creatività col suo potere viene trattenuta dal Manzoni in modo volontario, in maniera tale che l’immagine, resa libera con questa modalità, si possa esibire di fronte a chi la osserva come puro significante.

Gli Achromes non sono delle opere realizzate seguendo un preciso studio compositivo, a differenza della classica concezione di opera d’arte non sono degli spazi definiti da una composizione di colori e linee, si tratta di una superficie che subisce la trasformazione in opera d’arte in modo autonomo, indipendentemente dal gesto dell’artista, ove il materiale, dopo esser stato imbevuto di caolino o gesso, subisce dei cambiamenti in virtù delle leggi della chimica. Il risultato qual è? Le opere non saranno mai completamente uguali l’una con l’altra, ognuna avrà una propria caratteristica.

L’infinito è il concetto su cui indaga Piero Manzoni, la semplicità e la neutralità dei materiali pongono in evidenza il fatto che la ripetizione delle opere, realizzate in serie, creino un’aggregazione senza un fine. Gli Achromes sono un vero e proprio evento visivo, sono solamente ciò che il pubblico vede, nessuna realtà celata, ogni narrazione viene negata, l’opera è solo ed esclusivamente materia.

 

Fernando Botero, l’uomo delle “figure grasse”

Fernando Botero, classe 1932, è l’artista noto al mondo dell’arte come il creatore delle cosiddette “figure grasse”, ovvero uomini e donne in carne che rendono il suo tratto immediatamente riconoscibile al pubblico.

«Non dipingo donne grasse. Nessuno ci crederà, ma è vero. Ciò che io dipingo sono volumi. Quando dipingo una natura morta dipingo sempre un volume, se dipingo un animale lo faccio in modo volumetrico, e lo stesso vale per un paesaggio. Sono interessato al volume, alla sensualità della forma. Se io dipingo una donna, un uomo, un cane o un cavallo, ho sempre quest’idea del volume, e non ho affatto un’ossessione per le donne grasse».

Come dichiarato dallo stesso Botero non si tratta di un’ossessione dell’artista, l’uomo non presenta nessuna mania rivolta alle persone sovrappeso, l’artista dilata semplicemente le figure, realizza un ampliamento dei volumi. La prima “dilatazione” di Botero non è da cercare in una figura rappresentante un essere vivente, la prima forma dilatata è un oggetto, precisamente uno strumento musicale, un mandolino, il cui foro di risonanza è stato rappresentato con dimensioni assai ridotte, originando uno strumento tozzo e allargato, un risultato che affascinò l’artista tanto da far diventare quell’aspetto “grasso” una sorta di marchio di riconoscimento.

Durante un viaggio in Italia Botero è rimasto affascinato dai pittori dei secoli passati, ha eseguito delle copie riproducenti opere di Giotto e Andrea del Castagno rimanendo fedele allo stile inerente la dilatazione delle figure. Botero è un pittore che è rimasto fedele all’arte figurativa, nonostante ciò si allontana dalla realtà creando delle forme irreali, si tratta di un artista esagerato il cui stile si concentra sulla forma e sul volume.

L’arte di Botero è un richiamo al mondo primitivo, ove le forme generose evocavano vita, abbondanza, energia e sensualità.

 

 

 

I Scream You Scream We All Scream For Ice Cream. Innovazione e atemporalità in mostra alla Fondazione Baruchello

Un’oasi immaginaria e astratta è l’idea evocativa che si sviluppa tra le sale dello spazio della Fondazione Baruchello. Inaugurata da circa una settima, la nuova mostra curata da Clelia Colantonio, è il primo progetto espositivo del nuovo programma di Summer Show pensato e proposto dalla Fondazione. L’idea è quella di dare completa carta bianca a giovani curatori e curatrici nell’ideare e sviluppare un progetto espositivo che ridisegni dall’interno lo spazio, quasi un white cube, della sede romana della Fondazione Baruchello.

Il titolo del progetto è una citazione che ci introduce all’idea che tutto possa succedere, I Scream, You Scream, We All Scream For Ice Cream è un motivetto che s’incastra tra i pensieri e risuona in testa per tutto il percorso, lasciando nel visitatore l’idea fresca di un passaggio tra elementi della natura e del quotidiano ripensati e dematerializzati.

Gli artisti invitati a partecipare sono tutti classe ’80 e ’90, europei e non, si mostrano al pubblico in maniera limpida, quasi gridandoci nell’orecchio e mettendoci davanti agli occhi il reale, il quotidiano, l’esasperato, attraverso figure arcaiche e antropomorfe o tramite una dimensione ironica e informale. Tra i tanti nomi che vediamo esposti per tutte le sale, le Sisters Form Another Mister hanno portato in auge in maniera lirica una riflessione che ha molto a che fare con la contemporaneità. Con la performance Tarzan Versus IBM (2015), svolta durante la serata d’inaugurazione, il collettivo formato da Milda Lembertaitė e Amelia Prazak, ha invitato il pubblico a fare ingresso in una dimensione in cui l’elemento tecnologico è considerato un’estensione del proprio corpo. Lunghi cavi incastrati tra le membra delle due performer, sono come capelli impigliati sui loro abiti, attraverso la rielaborazione visiva e sonora di pattern reali e residuali.

Ad accoglierci, altre forme incognite del reale, che ci accompagnano virtualmente in un percorso dove l’uomo è un essere transitorio, il cui scopo è solo quello di essere in un eterno movimento che mai cessa di esistere. Foglie di grandezze inverosimili e dalle venature idilliache, distese di lasciti transitori di presenze. E così via, verso l’informale che rielabora la condizione dell’essere, senza definizioni temporali precise, ma solo ricordi lontani. Il corpo sembra essere una costante che ripensa in chiave contemporanea la fisicità o l’assenza stessa di corporeità attraverso la stilizzazione o la produzione di antibodies e corpi decostruiti. Ciò che manca è una connessione temporale che permette all’uomo, essere in continuo transito, di essere in un non-luogo dove tutto è sospeso. Una dimensione astratta e impossibile dove tutto ciò che resta è la residua immagine di sé e un distratto motivetto che risuona in testa: I Scream, You Scream, We All Scream For Ice Cream.

 

Gundam Air (Roma, 2193)

BB5000 (Milano, 2015) (Giada Carnevale, Arcangelo Costanzo, Francesco Saverio Costanzo, Filippo De Marchi, Giovanni Riggio)

Pauline Beaudemont (Genève, 1983)

Zuzanna Czebatul (Miedzyrzecz, PL, 1986)

Alessandro Di Pietro (Messina, 1987)

Aleksandra Domanović (Novi Sad, Serbia, 1981)

Carlos Fernández Pello (Madrid, 1985)

Karlos Gil (Toledo, 1984)

Marco Giordano (Pietrasanta, 1981)

Yu Honglei (Inner Mongolia, 1984)

Hannah Levy (New York, 1991)

Sisters From Another Mister (Londra, 2011) (Milda Lembertaitė 1987, Klaipėda, Lithuania, Amelia Prazak 1987, Vira Gambarogno, Switzerland)

Alessandro Vizzini (Cagliari, 1985)

 

 

I Scream, You Scream, We All Scream For Ice Cream

Fondazione Baruchello

Via del Vascello 35, 00152 – Roma

26 giugno – 22 settembre

Orario: Dal lunedì al venerdì, dalle ore 16.00 alle ore 19.00

Ingresso libero

 

 

Omaggio a Klimt

L’associazione culturale La ruota della fortuna inaugura da sabato 8 luglio fino a venerdì 14 luglio a Cagliari, una mostra dedicata al più celebre pittore viennese, Gustav Klimt. La collezione è curata dal pittore Mauro Angiargiu e dalla pittrice Gabi Schunzel.

Viene rappresentato un mondo colorato e romantico, facendoci sognare e riempiendoci gli occhi di bellezza e poesia. Poesia come Klimt, che celebra l’esistenza umana, la minaccia della morte, con uno stile totalmente carico emotivamente e fortemente espressivo.

I due artisti creano un modo policromo con la loro arte di vedere Klimt, una sorta di enfasi che crea un’intensità di linguaggio dall’accentatura lieve di colore o dal gioco di luce e penombra.

Le loro opere creano una teatralità, un’ampollosità nel coinvolgere totalmente il pubblico, conferendo solennità e rilievo ai dipinti grazie all’uso combinato di miscele diverse di toni.

Nell’immaginazione dell’artista si crea la combinazione di tutti gli aspetti della personalità umana complessa ed enigmatica e allo stesso tempo ingenua.

Nella produzione artistica l’amore richiede azione e forza creativa con costante attenzione alla natura intrinseca del proprio artista.

Pittori come Angiargiu e Schunzel, creano passione e curiosità nei loro dipinti, coinvolgendo totalmente il pubblico, dando origine a un racconto avventuroso ed ironico ricco di sarcasmo nella loro arte, che è una chiave di lettura per comprendere il grande maestro viennese.

Sono quadri che si mostrano ricchi di elementi simbolici e mistici. Si crea uno spirito giocoso nella realizzazione delle opere, che si presentano a una lettura leggera e piacevole.

Una produzione artistica che alimenta la fantasia e desta curiosità, capace di sonare al pubblico una serenità, un ponte ideale con l’artista del passato che ha fatto la storia della pittura.

La collezione non segue un ordine cronologico ma quello visivo che è in grado di scaturire emozione, un ringraziamento al grande maestro austriaco da un’eleganza decorativa e mondi onirici.

 

Cagliari

L’esposizione permarrà fino al 14 luglio

Orari: 10-13 e 16-20

via Bacaredda 48/b

Il silenzio dei paesaggi di Roberto Salgo

Paesaggi industriali, scorci di una città deserta, forse di giorno troppo chiassosa, una spiaggia invernale che sa di sturm und drang. Stiamo parlando di Roberto Salgo. Nato a Cagliari nel 1959, dopo alcuni reportage e collaborazioni con agenzie pubblicitarie si accosta alla fotografia a partire dal 1995.

Da qui in poi espone presso numerose mostre e concorsi fotografici, in cui arriva quasi sempre finalista. Collabora con riviste, mensili e quotidiani, nazionali e regionali, con agenzie pubblicitarie per la realizzazione di brochure, siti web e campagne pubblicitarie. È stato docente in corsi di fotografia su metodi e tecnica utilizzati durante i reportage. Qualificato come fotografo in tutte le sagre della Sardegna, è evidente quanto lui ami viaggiare, scoprire, osservare posti nuovi, ha viaggiato soprattutto in Africa e in Asia, «Quando ho visto degli uomini di una tribù africana guardare estasiati le immagini trasmesse da una tv, ho pensato: ecco come doveva essere stato anche per noi, 60 anni fa, vedere delle storie dentro una scatola». Da questo viaggio infatti nasce il reportage fotografico in Sud Sudan, Kenia e Uganda, in collaborazione con Argonauti Explorers per la rivisitazione e ristampa del libro Equatoria 12° parallelo.

Le sue aree di interesse più recenti sono l’architettura, urbana e industriale, un esempio è l’opera Dighe della Sardegna, esposta presso il Bastione di Sant Remy di Cagliari. Frammenti di vita quotidiana, la frenesia della città descritta con un tocco di futurismo: un tram cha a tutta velocità taglia l’immagine, il silenzio dei macchinari delle fabbriche chimiche, insomma paesaggi che, diversi dal solito e differenti tra loro, mostrati assieme esprimono quasi un senso di isolamento: manca sempre l’uomo. Protagonisti indiscussi delle opere di Salgo sono dunque i paesaggi, la natura, e un tuffo nel sublime romantico.

 

WARAL, la Street Art che fa sognare Varallo

Il progetto Waral, ideato e curato da Alessandro Dealberto, è un’iniziativa che valorizza il ruolo della Street Art in funzione della riqualificazione urbana. La città di Varallo ha colto brillantemente il valore dell’idea e ha dato vita a una kermesse che si appresta a trasformare il piccolo centro piemontese in un museo a cielo aperto.

La prima opera realizzata è un intervento di Andrea Ravo Mattoni, street artist nato a Varese nel 1981, che ha ereditato dal padre Carlo la passione per l’arte. La sua peculiarità è il riadattamento di opere antiche ai mezzi contemporanei, estrapolando i soggetti dei più famosi maestri dell’arte e riproponendoli con gli strumenti tipici del writer.

Il suo intervento a Waral si è rivelato un magnifico esempio di riqualificazione di uno spazio urbano. Attraverso la riproposizione del dipinto Davide e Golia di Tanzio da Varallo è riuscito a coniugare identità, storia dell’arte e senso del contemporaneo. Identità perché Tanzio da Varallo era un pittore locale e questo stesso dipinto lo si può trovare alla Pinacoteca cittadina; storia dell’arte perché si parla di un’opera del 1625 fortemente ispirata a Caravaggio; senso del contemporaneo perché la riproposizione attraverso il graffitismo, mezzo espressivo moderno per antonomasia, è volta a valorizzare uno spazio urbano altrimenti mesto e ignorabile.

Waral è dunque partito col piede giusto e già da subito ha mostrato tutte le potenzialità del progetto che durerà fino al 2018 sempre nella città di Varallo. Altri famosissimi street artist sono pronti a lasciare la loro impronta e chissà come sarà l’immagine del piccolo paese al termine della kermesse che per il momento sta riscuotendo un’ottima risonanza mediatica. Per il momento l’idea di Alessandro Dealberto sta prendendo forma e non c’è dubbio che sia sulla buona strada verso un risultato finale che potrebbe trasformare Varallo in un format da riproporre in giro per l’Italia.

 

Delusione e rinascita. Camilla Manca

Fino al primo Luglio è allestita la mostra fotografica Delusione e rinascita di Camilla Manca, presso la gelateria artigianale Likitta, Cagliari, in piazza Garibaldi. Una serie di scatti, che rappresentano gli stati d’animo delle persone, individui coinvolti nei vortici dei processi quotidiani. Si tratta di modo per trasmettere le sensazioni della propria condizione psicofisica, é una realtà, guardata con occhi, non come rappresentazione del quotidiano.

Il lavoro esposto in questa rassegna rappresenta una delusione profonda accompagnata dalla rinascita. Le foto pur essendo a colori, mostrano una gamma limitata di toni, per far riflettere le forme essendo offuscate dalle ombre. L’artista ha saputo cogliere con un semplice scatto la serenità del paesaggio e l’emozione di un semplice ritratto. L’immagine é come se fosse una pellicola applicata ai nostri occhi che mostra il sentimento, la fragilità della realtà che ne emerge.

Il progetto della mostra è concepito in modo da rispecchiare il percorso e la personalità dell’artista. Si tratta di un lavoro formale ed espressivo, attraverso il quale ci conduce verso la propria ricerca, indagando ora percorsi inattesi della memoria, della condizione umana in una lettura più intima. Ogni fotografia diventa una sorta di finestra dalla quale e sulla quale vede e racconta quello che attira la sua attenzione. Le sue fotografie sono i diari dei suoi sentimenti, delle sue impressioni sulla bellezza del mondo.

Lo sguardo abbraccia la mostra, cogliendo ogni singola fotografia di quest’affascinante viaggio della coscienza umana. L’esposizione non segue un ordine cronologico, ma solo le memorie dell’artista, che ha fatto delle foto il suo mondo.

Le fotografie sono come delle istantanee di una pellicola che si offre allo sguardo, lo trattengono senza immobilizzarlo. In questa mostra l’artista ha voluto rappresentare il proprio stato d’animo, un ricordo, un’immagine senza fissarla nella memoria.

 

 

La mostra è visitabile fino al primo luglio dalle 18.00 alle 00.00

Presso Likitta, piazza Garibaldi Cagliari

Lo “sketchbook” di Lucrezia de Fazio in mostra a Milano

Bianco e nero onnipresente, forme organiche ripetute ossessivamente e spaesamento dell’osservatore: queste sono le caratteristiche principali della ricerca di Lucrezia de Fazio, giovane artista che si accinge a inaugurare a Milano la sua prima personale.

Disegno, scultura, suoni e immagini in movimento dialogano abitualmente tra loro nelle opere di questa artista, fino a creare delle installazioni immersive e multisensoriali a metà tra il materiale e l’immateriale. Obiettivo di queste opere è provocare un disorientamento nello spettatore, di sapore vagamente surrealista. Esso è ottenuto attraverso la scomposizione, frammentazione e ripetizione di parti del corpo, che si trasformano così in una sorta di macchie di Rorschach, elementi tra il conosciuto e l’irriconoscibile, che ognuno è portato ad interpretare a modo suo.

È in questa maniera che le opere di Lucrezia de Fazio si fanno ipnotiche, e il corpo, punto di vista privilegiato e oggetto della sua analisi artistica, viene trasfigurato, e una volta smembrato e privato del suo contesto si riveste di nuovi e inediti significati.

Nonostante la grande eterogeneità, insomma, esiste un filo conduttore tra le opere dell’artista. Il momento giusto per scoprirlo è la sua prima personale, Sketchbook, che inaugurerà stasera presso The Lone T Art Space a Milano. Proprio come un diario, un taccuino di appunti, la mostra avrà infatti lo scopo di presentare il percorso dell’artista, nelle sue differenti manifestazioni.

Nonostante la giovane età della loro autrice, inoltre, i lavori di Lucrezia sono già stati esposti singolarmente in diverse parti del mondo, e la sua When It’s Three In The Morning si trova in mostra fino al 25 giugno a Roma, all’interno della collettiva Aurore, organizzata dall’associazione CultRise negli spazi del The Popping Club.

 

 

Lucrezia de Fazio. Sketchbook

23 giugno – 29 luglio 2017

Inaugurazione 22 giugno ore 18.30

The Lone T s.r.l.

via Senato, 24

Milano

www.thelonet.it

Roberto Lalli: un informale contemporaneo

Ceralacca, cemento su tavola, collage e tessuti su tela, non è mai troppo tardi per l’arte informale.

E’ Roberto Lalli, romano doc e discepolo dell’informale e dell’espressionismo astratto americano.

Dopo esser stato impegnato a Roma nel restauro di affreschi e sculture presso alcune ditte, ha frequentato botteghe artigiane che gli hanno fatto amare gli strumenti d’arte, la creatività e l’alchimia dei colori, lavorando poi in uno studio da lui stesso allestito, creando con grande appagamento tecniche polimateriche.

E così Tapies, Burri, Rotko e Capogrossi l’hanno affascinato. Terre, metalli, pigmenti, legni, cartigli e stoffe diventano per Lalli elementi narranti nelle sue tele. Più che una tela, si sente quasi davanti ad un muro, sul quale manifesta lo sfogo creativo delle sue emozioni, avvertita dallo spettatore come una rappresentazione ideale di rottura, strappo e lacerazione per l’elemento più importante in assoluto del pittore, ovvero la tela.

«Ancora oggi ogniqualvolta creo un quadro, dopo tanta esperienza assorbita, provo una sensazione di tormento, legata al desiderio di riuscire ad ottenere perfettamente ciò che vedo, nel profondo del mio essere. Creando le mie tele in un piacere, quasi di estasi, cerco di trovare quella pace che caratterizza il progetto e l’attività di un modesto pittore come me».

Anche con le sue parole si nota come l’opera sia il risultato di una lunga meditazione, «un informale tormentato» come si esprime Daniele Radini Tedeschi nel 2011 in occasione della Triennale di Roma, che vede Burri come un’autorità paterna.

A partire dal 2008 ha esposto a diverse mostre d’arte contemporanea, ricevendo anche premi e riconoscimenti, nel 2008 a Roma un premio alla Carriera e nel 2009 un attestato di gradimento da parte della critica e del pubblico. Nell’ottobre del 2011 ha partecipato alla Triennale di Roma con grandissimo successo.