Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Alberto Burri. Materico pensante

Quando si pensa ad Alberto Burri si pensa a uno dei suoi sacchi. Ruvide superfici di iuta, integrate spesso con toppe e rammendi, in un gioco di cromie terree che rimanda ai colori della sua terra d’origine, l’Umbria. Terra di San Francesco, che vestiva di un saio simile per colore e texture ai sacchi sopracitati. In una dimensione più accademica, si pensa invece a Burri come a uno dei maggiori esponenti dell’Informale italiano, senza dubbio il più importante se pensiamo a quello materico.

La materia di Burri non è supporto ne contenuto. E’ sostanza o grido, superficie vibrante o buco nero, plasma o ustione.

Si laurea in medicina, viene arruolato come ufficiale medico nella Seconda Guerra Mondiale; nel 1944 viene catturato e rinchiuso in un campo di prigionia in Texas: qui inizia a dipingere. Quando farà ritorno in patria non eserciterà più. Sceglie la via artistica come occupazione definitiva; di dolori e lacerazioni, del corpo e dell’anima, forse ne ha viste già a sufficienza.

Ma l’elaborazione di un ricordo o di un forte accadimento avviene spesso proprio tramite la sua ripetizione. Non esercita più la sua manualità sui corpi umani, non ha più sotto gli occhi ferite e sangue, ma compie una scelta artistica curiosamente affine a ciò che lascia dietro di sé.

Burri interviene in modo chirurgico e intenso su diversi materiali che catturano il suo interesse: i primi esperimenti portano alla creazione di muffe, catrami, fino ad arrivare ai plastici gobbi. Dagli anni ’50 parte la serie dei sacchi: materiali poveri e logori, resi ancora più lisi dall’intervento consumante dell’artista, un’azione coercitiva che accelera il normale deteriorarsi delle cose, l’artista è un padre tempo che ha fretta di finire.

In seguito, l’azione diviene più incisiva, e forse anche più simbolica. Nascono le combustioni, il materiale, il più delle volte plastico, quindi nettamente artificiale, viene sollecitato, martoriato, modellato con la fiamma. Opera cardine di questa serie è senza dubbio il Grande rosso P18 del 1964, oramai un’icona. A prima vista è un’esplosione di un telo di plastica color rosso sangue, che implode in sé stesso in buchi e brandelli. Ma non cade, resta intero in un certo senso, nel suo essere comunque opera d’arte. Il tempo, la vita, la violenza ci consumano, ma non ci tolgono del tutto la dignità. Queste ferite inferte a questi materiali, che malgrado il tormento restano in piedi, di una bellezza incredibile proprio perché dilaniati fino a mostrarsi dal dentro, non è forse un elogio di quelle persone che hanno vissuto il martirio fisico ed emotivo di una guerra che non accettava logiche e che, seppur a brandelli sono sopravvissuti e mostrano quasi fieri le proprie cicatrici, come a dire, sono qui, sono ancora un uomo, guardami?

Dagli anni ’70 esegue i famosi cretti, realizzati con un impasto di colle viniliche, caolino e terre, che seccandosi, si cretta, per l’appunto. Da qui il nome. Grandi distese di crepe, in bianco o nero, nette e pure, aride come la terra assetata, potenti come l’azione del tempo che le ha provate, lasciandole secche ma integre, prosciugate ma luminose. Una superficie scabra e segnata da processi erosivi, come anche quelli del pensiero possono essere.

 

L’arte incontra l’energia: Patrick Tuttofuoco

«L’arte è uno strumento con delle potenzialità incredibili, capace di leggere molti aspetti del reale altrimenti intraducibili. Per molti versi, è come la musica: certi pensieri, idee, concetti si possono decodificare e trasmettere solo attraverso l’espressione artistica».

Tempo fa abbiamo parlato di Nicola Toffolini, oggi presentiamo un altro originalissimo ingegno: Patrick Tuttofuoco. Nato a Milano nel 1974, oggi vive e lavora a Berlino.

Lavora con il video, il disegno e l’installazione, e diversi materiali come laser, strutture mobili in alluminio e plastica, luci artificiali, suoni. Ora a soli 43 anni è classificato come una delle personalità più intriganti e attive della nuova generazione italiana, perché è inutile ripeterlo, ora l’arte contemporanea genera una nuova situazione, ma soprattutto un nuovo ruolo dello spettatore, non più passivo ma attivo, ed è questo nuovo ruolo che attira di più.

Attratto dalle tematiche attuali, il lavoro di Tuttofuoco è un gioco inaspettato. È affascinato dai paesaggi urbani che reinventa in modo fantastico attraverso suggestioni inaspettate. Tuttofuoco usa la luce ed il colore per creare atmosfere ed emozioni, creando veri e propri spazi fisici di stampo pop che sembrano usciti da un videogioco in 3D, incentrando il tutto sul divertentissimo coinvolgimento del pubblico.

L’opera che meglio spiega l’ingegno creativo di Tuttofuoco prende il nome di Revolving Landscape.

Il progetto, studiato appositamente per la Fondazione Sandretto, nasce da un viaggio dell’artista della durata di ottanta giorni, tra l’ottobre 2005 e il gennaio 2006, attraverso diciassette megalopoli: Mumbay, Udaipur, Jaipur, New Delhi, Bangkok, Kuala Lumpur, Jakarta, Singapore, Shanghai, Beijing, Seul, San Francisco, Las Vegas, Los Angeles, Mexico City, São Paulo, Rio de Janeiro.

Durante il viaggio è stata raccolta una quantità incalcolabile di documenti attraverso interviste, fotografie e testi che ricostruiscono il paesaggio visivo della mostra, basato sulla memoria comune del gruppo. Il viaggio dell’artista vuole documentare e rendere una veduta d’insieme delle estreme diversità delle forme di urbanizzazione possibili, delle modalità di coinvolgimento e di collaborazione al progetto delle opere e dell’intrattenimento, della realtà intesa come un organismo vivente fonte di energia. In questo lavoro, così come in molte altre opere, rende partecipe il pubblico sentendosi coinvolto in prima persona. Per Tuttofuoco il carattere ludico delle sue installazioni è un elemento che sprigiona energia. Può la sua opera custodire un lato futurista?

 

Lo scatto sensibile e sensuale di Harley Weir

Negli ultimi anni l’uso dei social media ha aiutato tanti talenti creativi ad emergere nel mondo dell’arte. E’ quello che è accaduto ad Harley Weir, una dei talenti più prorompenti della fashion photography. Si è fatta conoscere attraverso l’uso delle piattaforme online come Flickr e Tumblr inizialmente con fotografie legate all’ambito musicale. Le sue immagini possono essere definite una sorta di ponte tra le fotografie analogiche degli anni ’90 e gli scatti immediati e compulsivi della generazione internet accompagnati da continui reblog e repost. Nonostante linguaggi innovativi i suoi scatti sono intimi e personali ed appartengono ad uno spazio temporale indefinito.

Harley Weir trova ispirazione nella pittura Prerafaellita riuscendo comunque a coniugare ed eseguire un lavoro originale e al passo con i tempi. Fotografie belle e seducenti che in giro di breve tempo sono riuscite a conquistare l’industria dell’alta moda esplorando una nudità artistica che niente ha a che vedere con il sesso. Quando siamo davanti ad un suo scatto ci sembra quasi di osservare di nascosto un universo fatto di romanticismo e soggetti con pose regali, riuscendo a farci immergere in esso.

Nel 2014 arriva la svolta della sua carriera: firma la copertina del British Journal of Photography, giornale che raccoglie il meglio del panorama fotografico, che la consacra definitivamente astro nascente della fotografia di moda internazionale.

Un linguaggio fotografico differente con una visione singolare del corpo umano, tra sensualità e dolcezza, performance artistiche che risultano caute e timide al limite dell’innocente imbarazzo. Tagli e inquadrature non appaiono mai banali con pose plastiche ma allo stesso tempo naturali, scatti accompagnati da una texture originale che è diventata il suo marchio e che avvicina la sua fotografia all’arte pittorica.

Nonostante lavori prevalentemente nel mondo della moda la Harley avverte la necessità di dedicarsi anche a progetti personali attraverso i quali possa provare ad esprimere il suo lato più intimo e dolce. Nella serie Highland/Homeland raccoglie una serie di ritratti di soggetti dai capelli rossi immortalati in un’atmosfera bucolica e romantica, con il chiaro intento di cercare il più possibile di emozionare ed entrare in una vera e propria intimità con le emozioni.

 

 

 

L’insostenibile leggerezza delle immagini di Irene Kung

Formatasi nel mondo della pittura, la svizzera Irene Kung è una fotografa anomala, a cui non è mai interessato più di tanto rappresentare la realtà. Le sue fotografie, infatti, non sono mai riproduzioni esatte del reale, ma piuttosto interpretazioni del mondo attraverso gli occhi dell’artista.

All’immagine meccanica si sovrappone nelle sue opere il gesto pittorico, in una tecnica multimediale in cui la fotografia perde il suo carattere di pura registrazione, e attraverso l’uso della tecnologia digitale si converte in una diversa forma espressiva.

Nell’epoca dell’iperfotografia, in cui tutti produciamo immagini senza sosta e ne siamo contemporaneamente bombardati, Irene Kung torna invece a un lavoro lento e paziente, fatto di attese (ad esempio nella scelta di soggetti e luce) e di minuzia (nella postproduzione), in quello che può essere letto come un tentativo di rallentamento di un fenomeno che appare ormai inarrestabile.

Obiettivo, non poco ambizioso, del suo lavoro sembra essere quello di raccontare attraverso la fotografia, anziché una visione realistica della realtà esterna, la dimensione opposta, quella irrazionale dell’interiorità e dei sentimenti. Quelli proposti dalla Kung sono infatti luoghi interiori, immagini emotive, in cui la razionalità è messa da parte insieme al superfluo, per arrivare all’essenziale, e così all’emozione.

I soggetti che rappresenta, generalmente alberi e architetture, sono infatti sempre ridotti a una purezza essenziale, completamente decontestualizzati rispetto al loro spazio originario. Sono sempre ripresi frontalmente, ritagliati nel vuoto e sospesi in un silenzio tombale, in cui la figura umana è quasi sempre assente. Estratti dal flusso dell’esistenza e immersi in una dimensione metafisica e rarefatta, sono offerti allo spettatore sotto una veste nuova, arricchiti di sentimenti e quasi purificati. Una calma apparente è perciò protagonista delle sue immagini, e quelle che si creano sono atmosfere enigmatiche, che provocano nel pubblico un senso di smarrimento ma di tranquillità allo stesso tempo, in un dolce naufragare cullati dal silenzio più assoluto. Se tutte le foto sono mute, infatti, le sue lo sono di più.

È in questo modo che i luoghi che conosciamo divengono misteriosi, senza tempo, e soggetti banali si convertono in immagini universali, non riconducibili a uno spazio-tempo in qualche modo identificabile.

Ad essere ben identificabile è invece la mostra in cui sono attualmente esposte le sue opere: si trova a Roma presso la Galleria Bonomo, dove la fotografa è già alla sua terza personale.

Si tratta stavolta di una mostra in cui i soggetti più amati dall’artista sono rivisitati in chiave meno cupa. Ai soliti forti contrasti chiaroscurali e profondi sfondi neri sono sostituite infatti atmosfere più tenui, primaverili, grazie a un nuovo studio sulla luce, che dona alle opere esposte un inconsueto senso di leggerezza, senza però perdere l’abituale dose di enigma e di mistero.

Piazza di Spagna, Campo de’ Fiori e altri spazi della quotidianità romana si trasformano all’interno di questa mostra in luoghi incantati e sconosciuti. É questo il potere della Kung, creare immagini che trascinino all’interno di una dimensione altra, capaci di mostrare qualcosa che normalmente sfugge, di mettere in evidenza aspetti inediti di soggetti altrimenti scontati. Lo stesso, del resto, accade all’interno della mostra. Negli spazi raccolti della galleria, tra il chiarore delle pareti e quello delle immagini, circondati dalle atmosfere sospese della Kung, la sensazione è quella di essere immersi in un mondo parallelo, totalmente isolati dal caos della realtà esterna.

C’è tempo fino al 20 maggio per lasciarsi trasportare.

Fino al 20 maggio 2017

Galleria Valentina Bonomo

Via del Portico d’Ottavia, 13

Roma

 

http://galleriabonomo.com/Exhibitions/irene-kung/

 

Thierry Konarzewski. Enosim, il posto delle anime

Fino al 14 maggio 2017 Cartec, Galleria Comunale di Cagliari, ospiterà la mostra personale Enosim di Thierry Konarzewski, un arista che ha trascorso la sua vita sull’immaginazione visiva, un’immersione completa nel mondo animista.

Mostrò fin da subito un interesse verso la società industriale, guardando il ruolo di ciascun individuo per la perdita dell’estetica, che aveva favorito quest’attrazione estetica e la memoria degli oggetti, creando una simbiosi tra natura e il suo ambiente circostante.

L’artista scoprì negli oggetti un linguaggio metaforico fatto di suoni e visioni, una metafora dell’anima umana, di una società alla ricerca dell’etica e dell’estetica. Enosim racconta un’avventura umana, quella della nostra società, con la consapevolezza che ogni oggetto abbandonato o riciclato ha una sua anima.

Le immagini della mostra invitano ad accettare questo cambiamento di stato, all’affermazione della vita sull’eternità sconosciuta. La mostra si colloca in una metamorfosi, in questa mutazione obliqua, dove lo sguardo attento di un camminatore sappia cogliere la bellezza o il dolore o la presenza dell’anima degli oggetti.

Thierry Konarzeski è un visionario, prima che fotografo e prima che artista è un uomo del nostro secolo. Il suo sguardo non è quello del fotografo che fotografa ma dell’uomo che umanizza, che dona vita, che fa assomigliare le cose a dei volti e a sentimenti, che ispeziona le profondità delle cose come un bambino sa fare. Alla base di questa catalogazione c’è una metamorfosi del popolo sulla nostra società. L’inservibilità delle cose e la loro dimensione metaforica perviene la narrazione della mostra come un viaggio iniziato, un viaggio affondato sulle nostre cose, esausto e vagabondo.

Le foto ci osservano, ci ammoniscono, ci consegnano alla nostra mortalità, è lo sguardo di un fotografo che va oltre la memoria delle nostre azioni.

 

 

 

 

Cartec Galleria Comunale di Cagliari

Dalle 10,00 alle 18,00

Dal lunedì alla domenica

Chiuso il martedì

Nature Forever: il MAXXI racconta Piero Gilardi tra arte, attivismo e impegno sociale

Ha inaugurato lo scorso 13 aprile presso la Galleria 3 del MAXXI la mostra a cura di Hou Hanru, Bartolomeo Pietromarchi e Marco Scotini, dedicata all’opera di Piero Gilardi, artista, attivista e critico tra i più importanti nel panorama italiano contemporaneo.

Con le sue oltre 60 opere, dai celeberrimi Tappeti-natura fino al Parco d’Arte Vivente di Torino, la grande monografica ripercorre e racconta cinquant’anni di attività del grande maestro. Cinquant’anni in cui pratica artistica, critica e politica si sono intrecciate in maniera indissolubile, in cui cioè arte e vita hanno finito per identificarsi totalmente, convertendosi così in costante impegno militante.

La mostra si articola in quattro sezioni, attraverso cui è illustrata al pubblico tutta l’evoluzione e l’articolazione del pensiero di questo complesso personaggio.

La prima sezione ripercorre la produzione degli anni Sessanta, attraverso una serie di opere riconducibili al concetto di arte interattiva, “abitabile”, che fin dal suo esordio ha caratterizzato l’attività di Gilardi. Sono esposte in questa sezione alcune tra le prime opere realizzate dall’artista, come Macchina per discorrere (1963), e alcuni Vestiti-Stati d’Animo, opere che rimandano al futurismo in chiave di cultura di massa. È esposta poi in questa sezione Terrazza (1966), struttura realizzata per la famosa mostra Arte Abitabile alla Galleria Sperone di Torino, ed eccezionalmente ricostruita per la prima volta in questa occasione. Immancabili poi i celeberrimi Tappeti-Natura, rappresentazioni iperrealistiche di porzioni di natura, realizzate però in un materiale estremamente artificiale, il poliuretano espanso, a creare una sorta di esorcismo nei confronti del cambiamento del mondo causato dall’industrializzazione e dal progresso tecnologico.

 La seconda sezione, invece, è dedicata alla ricerca di Gilardi nel campo della New Media Art, sviluppatasi a partire dagli anni Ottanta. Su un pavimento di prato sintetico sono esposte diverse opere appartenenti a questo tipo di ricerca, come Sassi Pulsanti (1999), Ipogea (2010) e Aigues Tortes (2007), in cui l’artista ha utilizzato la tecnologia per aumentare ulteriormente l’aspetto relazionale, e permettere allo spettatore di interagire in maniera immersiva e multisensoriale. Esposta in questa sede anche Inverosimile (1989), grande installazione multimediale e interattiva, restaurata per l’occasione e riallestita dopo tanti anni.

Nella terza sezione, dedicata alle cosiddette “Animazioni politiche”, sono esposte maschere, trofei, costumi e altre opere realizzate da Gilardi, dalla fine degli anni Sessanta ad oggi, per essere utilizzate durante cortei e manifestazioni, secondo la sua idea di arte militante, intesa come mezzo di sensibilizzazione e trasformazione sociale.

La quarta sezione, una sorta di galleria di documentazione, racconta invece il Gilardi teorico. Interessanti materiali d’archivio come progetti, cataloghi, video, scritti e così via, illustrano la sua attività di curatore e critico, fondamentale per la storia dell’arte internazionale tanto quanto quella artistica.

Una mostra, insomma, quella del MAXXI, che volgendo lo sguardo all’indietro su mezzo secolo di lavoro, fornisce un quadro ampio e completo sull’attività e sulla poetica di questo grande maestro. Una mostra che, con le sue installazioni interattive, le sue opere riproposte in via eccezionale e i suoi numerosissimi materiali di archivio, si presta ad essere apprezzata da qualsiasi tipo di pubblico, a partire dai bambini fino ai maggiori esperti del settore.

Nature Forever. Piero Gilardi

Fino al 15 ottobre 2017

MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Via Guido Reni 4A

Roma

 

http://www.fondazionemaxxi.it/events/piero-gilardi/

 

 

Giuseppe Penone: Matrice

Il nuovo spazio espositivo Fendi, sito all’interno del Palazzo della Civiltà Italiana all’ EUR, ospita, fino al prossimo 16 luglio, un’antologica di 15 opere dedicata all’artista Giuseppe Penone, dal titolo Matrice.

Il visitatore è accolto da Abete, un grande albero in bronzo alto venti metri allestito all’esterno del Palazzo, che già per presenza e magnetismo vale la visita. L’occhio è ingannato dalla forma a prima vista naturale, integrata con dei calchi in lega metallica di canne di bamboo saldati tra loro, a ricreare un intreccio sintetico di arbusti. L’opera si inserisce in maniera decisa a coronamento dello skyline del quartiere romano, già fortemente caratterizzato da un’atmosfera metafisica: il palazzo, che sembra ergersi come una proiezione dell’occhio della mente si trova in dialettica con una forma all’apparenza naturale ma in realtà altrettanto artificiale.

All’interno dello spazio espositivo, le opere di Penone si offrono come un richiamo a un mondo naturale che invece di sembrare fuori luogo negli spazi razionali dell’edificio si integra felicemente con lo stesso. La natura è il principio ispirante dell’artista, e lo scopo è quello di imitarla, partendo da un iniziale senso di stupore e meraviglia che si piega dolcemente all’intervento artistico umano. Questo è evidente nell’opera Essere fiume, in cui Penone scolpisce in maniera fedele un blocco di marmo rispetto a una grande pietra di fiume levigata dallo scorrere delle acque. Nella serie Foglie di pietra, finti arbusti cullano tra i propri rami memorie storiche rappresentate da blocchi di marmo scolpiti, in un’efficace simbologia significante il passare del tempo e quello dei cicli naturali, che con il loro eterno scorrere si stagliano in parallelo con il percorso temporale della storia.

La ricerca della “traccia”, elemento importante nella poetica dell’Arte Povera, movimento di cui Penone fu esponente, è evidente nell’opera Soffio di Foglie, che ci presenta l’impronta corporea dell’artista rimasta su un soffice cumulo di foglie di mirto. Altre tracce sono riscontrabili invece in Spine d’acacia – Contatto, opera che fa parte di una serie di grande tele dove profili e forme umane sono delineati dalla sequenza giustapposta di spine, a definire un contorno di qualcosa che a livello di presenza fisica corporea reale è invece assente. L’opera che dà il titolo alla mostra, Matrice, è un tronco di abete tagliato e scavato seguendo un anello di crescita per tutti i 30 metri della sua lunghezza, quasi a sezionare un organismo vivente negli strati più interni dei suoi mutamenti e dei suoi passaggi. Sul tronco è inserita una forma in bronzo che riproduce un segmento di fusto d’albero, di nuovo a rappresentare l’alternanza tra naturale e artificiale. Davanti a questo gigante naturale sfila la famosa serie di ritratti fotografici intitolata Rovesciare i propri occhi, dove Penone indossa lenti a contatto specchianti che lo trasformano in osservatore visionario dello spettatore e del mondo circostante.

Palazzo della Civiltà Italiana – Quadrato della Concordia, 3 – Roma

Fino al 16 Luglio 2017, tutti i giorni dalle 10:00 alle 20:00

Ingresso gratuito

Riflettere sulla vita attraverso l’arte di Marc Quinn

Marc Quinn, artista britannico nato nel 1964, è un membro del gruppo Young British Artists, che si occupa d’arte attraverso un’indagine rivolta al significato di essere un essere umano che vive nel mondo. Rapporto tra uomo e natura, bellezza e identità sono gli aspetti che Quinn celebra nel proprio operato artistico, ma non vengono trascurati, come nel caso degli altri artisti operanti nel gruppo Young British Artists, si pensi ad esempio a Damien Hirst, i dualismi che accompagnano l’uomo nel corso della propria esistenza, come vita e morte, spirituale e fisico, oltre alla preoccupazione che interessa la mutabilità del corpo.

Chiunque osservi un’immagine attuale del proprio corpo confrontandola con un’immagine, per esempio una fotografia, risalente a qualche anno prima, sicuramente sarà colpito dai cambiamenti che lo hanno alterato. La mutabilità del corpo è un processo naturale, lo stesso Marc Quinn si è occupato in prima persona di questo aspetto, non attraverso la comune moda dei selfie ma realizzando ogni cinque anni delle sculture ritraenti il proprio viso, un vero e proprio autoritratto testimone del processo di invecchiamento.

Self, progetto iniziato nel 1991, è una delle opere più celebri dell’artista britannico, è un esplicito richiamo al concetto di identità, chi si trova di fronte a quest’opera avrà l’impressione di trovarsi di fronte a un’autentica testa umana e non a un esemplare in silicone, una convinzione che è rafforzata dal fatto che l’artista utilizza del sangue ghiacciato per ricoprire la scultura, il quale gli viene prelevato gradualmente settimana per settimana. Self non solo fa notare a colui che la ammira il cambiamento estetico dell’essere umano subito nel corso degli anni, Self fa riflettere l’uomo sul trascorrere della vita, ecco che compare il dualismo vita e morte, un tema che conferisce all’uomo la consapevolezza della fragilità dell’esistenza.

Il dualismo vita e morte non viene limitato solamente all’opera appena trattata, Garden, installazione del 2000, viene presentato dall’artista come un giardino magico ghiacciato, in cui gli esemplari floreali possono vivere per un lungo periodo. C’è una contraddizione in quest’opera? Ovviamente si. Mostrare degli elementi floreali ghiacciati significa presentare al pubblico un essere vivente vegetale che ha subito l’interruzione del processo di vita, viene creata dall’artista l’illusione che l’esemplare vegetale sia vivo ma in realtà non lo è, ad essere in vita è l’idea che resta di quei fiori, viene preservata l’immagine del loro aspetto ancora in attività, creando in tal modo la visione di un giardino botanico perfetto ed eterno.

Vivere e morire, presente e futuro sono le parole chiave di Continuous Present, opera d’arte realizzata da Marc Quinn nel 2000, una macchina del tempo che consente al fruitore di osservare non solo il teschio inserito dallo stesso artista ma anche la propria immagine. Di fronte a tale opera l’uomo non può non interrogarsi sul proprio destino, se è così che anch’esso diventerà.

Se l’essere umano cerca di ignorare qualsiasi riflessione inerente a questi dualismi perché ancora nel XXI secolo ne è terrorizzato, con l’arte di Marc Quinn si troverà invece a dover fare i conti con le proprie fobie, far riflettere è uno dei fini dell’arte contemporanea e Quinn è riuscito perfettamente in questo intento.

 

Erwin Wurm e la filosofia del corpo in un minuto

Un minuto può essere un attimo oppure può durare un’eternità. Secondo questo basilare principio che ha come punto nevralgico l’importanza della durata, Erwin Wurm, artista di origine austriaca scelto per rappresentare il padiglione austriaco alla prossima Biennale di Venezia (13 maggio – 26 novembre 2017), ha impostato un attimo in un periodo di lunghezza infinita attraverso corpi immobili, che vengono trasformati in un minuto in vere e proprie sculture.

Con le One Minute Sculptures il lungo dibattito intorno alla scultura giunge a una svolta. La tridimensionalità domina il preciso e dettagliato processo di creazione, la partecipazione è l’essenza stessa delle sculture di Erwin Wurm che assumono forme continuamente differenti grazie alla presenza di persone comuni o volontari trovati tramite annunci pubblicitari. Le opere in un minuto di Erwin Wurm ridefiniscono il concetto statico legato alla più tradizionale idea di scultura, in quello dinamico dell’azione e della performance. Si tratta di veri e propri concetti che si rielaborano attraverso l’uso del paradosso e dell’ironia, indagando la capacità dell’uomo qualunque di rapportarsi alla vita quotidiana.

Lo sforzo fisico è un altro aspetto ricercato dall’artista che, insieme alla temporalità legata al qui ed ora, permette una riflessione formale sulla capacità umana di resistere a uno sforzo, immortalandolo nella sua percettiva manifestazione attraverso lo scatto fotografico, testimone di un azione che può riprodursi altre volte come una documentazione visiva di un attimo. L’idea di Erwin Wurm è sostanzialmente la possibilità di creare una scultura per tutti, attraverso il riutilizzo di oggetti comuni che acquistano significati e sensi inaspettati, sostengono e sfidano l’uomo in una sorta di ricongiunzione a volte sessuale che fa a pezzi la convenzionalità dell’arte scultoria.

 I lavori di Erwin Wurm parlano dell’essere umano in ogni sua forma dalla sua componente fisica, psicologica, politica e spirituale. I corpi utilizzati dall’artista austriaco creano connessioni non solo estetiche e concettuali ma relazioni fisiche e comportamentali che riproducono le tensioni e le impercettibili reazioni del corpo all’inconsueto e al fastidioso.

Le One Minute Sculptures sono la rappresentazione dell’imperturbabilità del corpo in una coreografica visione in cui domina il caso. L’uomo diventa il protagonista che permette all’installazione di anelare alla vita dall’impronta umoristica in un solo ma infinito minuto.

 

 

Du oder Ich. Il disagio espresso da Maria Lassnig

Per molti artisti la pittura è lo strumento eccellente attraverso il quale si ha la possibilità di esprimere i propri sentimenti, le proprie emozioni, un mezzo che concede all’artista l’occasione per poter mostrare al mondo esterno ciò che viene celato dall’interiorità umana. L’atto di mettere a nudo la propria anima è ben evidente nella poetica artistica di Maria Lassnig (1919 – 2014), pittrice austriaca affascinata dall’Azionismo viennese, la quale ha sempre presentato al pubblico dei ritratti di se stessa nel suo contatto corpo a corpo con l’arte.

Per capire meglio l’arte di Maria Lassnig è opportuno prendere subito in considerazione il dipinto Du oder Ich (2005), il cui titolo tradotto significa “Tu o Io”, una definizione lecita se si osserva il gesto compiuto dal soggetto nudo ritratto, che punta con una mano una pistola verso il fruitore del dipinto e utilizza l’altro arto per indirizzare la stessa tipologia di arma sulla propria tempia. Questo autoritratto fa emergere una situazione di disagio psicologico che affligge l’artista, colei che ha dipinto quest’opera si presenta al pubblico facendogli sentire un grido interiore, che non viene esternato come fa Munch nella celebre opera L’urlo (1893), Maria Lassnig pone una sorta di barriera fra soggetto e osservatore, non vi può essere un dialogo fra le due parti indirizzato a placare il disagio interiore di colei che realizza l’opera.

Chi ammira il dipinto viene attratto dal forte impatto suscitato dalla pittura, il pubblico viene colpito dal disagio provato dall’artista, contemporaneamente cerca di mantenere le distanze dal soggetto dell’opera a causa del gesto minaccioso, che involontariamente permette, a colui che osserva l’opera, di chiedersi se a esser colpito dall’arma a fuoco sarà lo sguardo del curioso o colei che soffre. Nonostante la minaccia indirizzata al pubblico il soggetto del dipinto vuole essere ascoltato, vuole essere salvato da una condizione di disagio, appare come un controsenso ma non lo è in quanto la non lucidità mentale conduce chi chiede aiuto a esser spaventati da quell’ancora che è in grado di offrire la salvezza.

Maria Lassnig definisce con l’appellativo di drastica la propria pittura, intesa come l’incontro improvviso e non previsto fra l’emozione e l’immagine. In virtù di ciò si riportano le parole dell’artista: «L’unica intenzione è quella di sentire il modo in cui mi pongo di fronte alle tela in quel preciso momento. E poi vado nei dettagli. E ovviamente devo dargli forma perché le emozioni non hanno forma; è una disseminazione».