Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Nature Forever: il MAXXI racconta Piero Gilardi tra arte, attivismo e impegno sociale

Ha inaugurato lo scorso 13 aprile presso la Galleria 3 del MAXXI la mostra a cura di Hou Hanru, Bartolomeo Pietromarchi e Marco Scotini, dedicata all’opera di Piero Gilardi, artista, attivista e critico tra i più importanti nel panorama italiano contemporaneo.

Con le sue oltre 60 opere, dai celeberrimi Tappeti-natura fino al Parco d’Arte Vivente di Torino, la grande monografica ripercorre e racconta cinquant’anni di attività del grande maestro. Cinquant’anni in cui pratica artistica, critica e politica si sono intrecciate in maniera indissolubile, in cui cioè arte e vita hanno finito per identificarsi totalmente, convertendosi così in costante impegno militante.

La mostra si articola in quattro sezioni, attraverso cui è illustrata al pubblico tutta l’evoluzione e l’articolazione del pensiero di questo complesso personaggio.

La prima sezione ripercorre la produzione degli anni Sessanta, attraverso una serie di opere riconducibili al concetto di arte interattiva, “abitabile”, che fin dal suo esordio ha caratterizzato l’attività di Gilardi. Sono esposte in questa sezione alcune tra le prime opere realizzate dall’artista, come Macchina per discorrere (1963), e alcuni Vestiti-Stati d’Animo, opere che rimandano al futurismo in chiave di cultura di massa. È esposta poi in questa sezione Terrazza (1966), struttura realizzata per la famosa mostra Arte Abitabile alla Galleria Sperone di Torino, ed eccezionalmente ricostruita per la prima volta in questa occasione. Immancabili poi i celeberrimi Tappeti-Natura, rappresentazioni iperrealistiche di porzioni di natura, realizzate però in un materiale estremamente artificiale, il poliuretano espanso, a creare una sorta di esorcismo nei confronti del cambiamento del mondo causato dall’industrializzazione e dal progresso tecnologico.

 La seconda sezione, invece, è dedicata alla ricerca di Gilardi nel campo della New Media Art, sviluppatasi a partire dagli anni Ottanta. Su un pavimento di prato sintetico sono esposte diverse opere appartenenti a questo tipo di ricerca, come Sassi Pulsanti (1999), Ipogea (2010) e Aigues Tortes (2007), in cui l’artista ha utilizzato la tecnologia per aumentare ulteriormente l’aspetto relazionale, e permettere allo spettatore di interagire in maniera immersiva e multisensoriale. Esposta in questa sede anche Inverosimile (1989), grande installazione multimediale e interattiva, restaurata per l’occasione e riallestita dopo tanti anni.

Nella terza sezione, dedicata alle cosiddette “Animazioni politiche”, sono esposte maschere, trofei, costumi e altre opere realizzate da Gilardi, dalla fine degli anni Sessanta ad oggi, per essere utilizzate durante cortei e manifestazioni, secondo la sua idea di arte militante, intesa come mezzo di sensibilizzazione e trasformazione sociale.

La quarta sezione, una sorta di galleria di documentazione, racconta invece il Gilardi teorico. Interessanti materiali d’archivio come progetti, cataloghi, video, scritti e così via, illustrano la sua attività di curatore e critico, fondamentale per la storia dell’arte internazionale tanto quanto quella artistica.

Una mostra, insomma, quella del MAXXI, che volgendo lo sguardo all’indietro su mezzo secolo di lavoro, fornisce un quadro ampio e completo sull’attività e sulla poetica di questo grande maestro. Una mostra che, con le sue installazioni interattive, le sue opere riproposte in via eccezionale e i suoi numerosissimi materiali di archivio, si presta ad essere apprezzata da qualsiasi tipo di pubblico, a partire dai bambini fino ai maggiori esperti del settore.

Nature Forever. Piero Gilardi

Fino al 15 ottobre 2017

MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Via Guido Reni 4A

Roma

 

http://www.fondazionemaxxi.it/events/piero-gilardi/

 

 

Giuseppe Penone: Matrice

Il nuovo spazio espositivo Fendi, sito all’interno del Palazzo della Civiltà Italiana all’ EUR, ospita, fino al prossimo 16 luglio, un’antologica di 15 opere dedicata all’artista Giuseppe Penone, dal titolo Matrice.

Il visitatore è accolto da Abete, un grande albero in bronzo alto venti metri allestito all’esterno del Palazzo, che già per presenza e magnetismo vale la visita. L’occhio è ingannato dalla forma a prima vista naturale, integrata con dei calchi in lega metallica di canne di bamboo saldati tra loro, a ricreare un intreccio sintetico di arbusti. L’opera si inserisce in maniera decisa a coronamento dello skyline del quartiere romano, già fortemente caratterizzato da un’atmosfera metafisica: il palazzo, che sembra ergersi come una proiezione dell’occhio della mente si trova in dialettica con una forma all’apparenza naturale ma in realtà altrettanto artificiale.

All’interno dello spazio espositivo, le opere di Penone si offrono come un richiamo a un mondo naturale che invece di sembrare fuori luogo negli spazi razionali dell’edificio si integra felicemente con lo stesso. La natura è il principio ispirante dell’artista, e lo scopo è quello di imitarla, partendo da un iniziale senso di stupore e meraviglia che si piega dolcemente all’intervento artistico umano. Questo è evidente nell’opera Essere fiume, in cui Penone scolpisce in maniera fedele un blocco di marmo rispetto a una grande pietra di fiume levigata dallo scorrere delle acque. Nella serie Foglie di pietra, finti arbusti cullano tra i propri rami memorie storiche rappresentate da blocchi di marmo scolpiti, in un’efficace simbologia significante il passare del tempo e quello dei cicli naturali, che con il loro eterno scorrere si stagliano in parallelo con il percorso temporale della storia.

La ricerca della “traccia”, elemento importante nella poetica dell’Arte Povera, movimento di cui Penone fu esponente, è evidente nell’opera Soffio di Foglie, che ci presenta l’impronta corporea dell’artista rimasta su un soffice cumulo di foglie di mirto. Altre tracce sono riscontrabili invece in Spine d’acacia – Contatto, opera che fa parte di una serie di grande tele dove profili e forme umane sono delineati dalla sequenza giustapposta di spine, a definire un contorno di qualcosa che a livello di presenza fisica corporea reale è invece assente. L’opera che dà il titolo alla mostra, Matrice, è un tronco di abete tagliato e scavato seguendo un anello di crescita per tutti i 30 metri della sua lunghezza, quasi a sezionare un organismo vivente negli strati più interni dei suoi mutamenti e dei suoi passaggi. Sul tronco è inserita una forma in bronzo che riproduce un segmento di fusto d’albero, di nuovo a rappresentare l’alternanza tra naturale e artificiale. Davanti a questo gigante naturale sfila la famosa serie di ritratti fotografici intitolata Rovesciare i propri occhi, dove Penone indossa lenti a contatto specchianti che lo trasformano in osservatore visionario dello spettatore e del mondo circostante.

Palazzo della Civiltà Italiana – Quadrato della Concordia, 3 – Roma

Fino al 16 Luglio 2017, tutti i giorni dalle 10:00 alle 20:00

Ingresso gratuito

Riflettere sulla vita attraverso l’arte di Marc Quinn

Marc Quinn, artista britannico nato nel 1964, è un membro del gruppo Young British Artists, che si occupa d’arte attraverso un’indagine rivolta al significato di essere un essere umano che vive nel mondo. Rapporto tra uomo e natura, bellezza e identità sono gli aspetti che Quinn celebra nel proprio operato artistico, ma non vengono trascurati, come nel caso degli altri artisti operanti nel gruppo Young British Artists, si pensi ad esempio a Damien Hirst, i dualismi che accompagnano l’uomo nel corso della propria esistenza, come vita e morte, spirituale e fisico, oltre alla preoccupazione che interessa la mutabilità del corpo.

Chiunque osservi un’immagine attuale del proprio corpo confrontandola con un’immagine, per esempio una fotografia, risalente a qualche anno prima, sicuramente sarà colpito dai cambiamenti che lo hanno alterato. La mutabilità del corpo è un processo naturale, lo stesso Marc Quinn si è occupato in prima persona di questo aspetto, non attraverso la comune moda dei selfie ma realizzando ogni cinque anni delle sculture ritraenti il proprio viso, un vero e proprio autoritratto testimone del processo di invecchiamento.

Self, progetto iniziato nel 1991, è una delle opere più celebri dell’artista britannico, è un esplicito richiamo al concetto di identità, chi si trova di fronte a quest’opera avrà l’impressione di trovarsi di fronte a un’autentica testa umana e non a un esemplare in silicone, una convinzione che è rafforzata dal fatto che l’artista utilizza del sangue ghiacciato per ricoprire la scultura, il quale gli viene prelevato gradualmente settimana per settimana. Self non solo fa notare a colui che la ammira il cambiamento estetico dell’essere umano subito nel corso degli anni, Self fa riflettere l’uomo sul trascorrere della vita, ecco che compare il dualismo vita e morte, un tema che conferisce all’uomo la consapevolezza della fragilità dell’esistenza.

Il dualismo vita e morte non viene limitato solamente all’opera appena trattata, Garden, installazione del 2000, viene presentato dall’artista come un giardino magico ghiacciato, in cui gli esemplari floreali possono vivere per un lungo periodo. C’è una contraddizione in quest’opera? Ovviamente si. Mostrare degli elementi floreali ghiacciati significa presentare al pubblico un essere vivente vegetale che ha subito l’interruzione del processo di vita, viene creata dall’artista l’illusione che l’esemplare vegetale sia vivo ma in realtà non lo è, ad essere in vita è l’idea che resta di quei fiori, viene preservata l’immagine del loro aspetto ancora in attività, creando in tal modo la visione di un giardino botanico perfetto ed eterno.

Vivere e morire, presente e futuro sono le parole chiave di Continuous Present, opera d’arte realizzata da Marc Quinn nel 2000, una macchina del tempo che consente al fruitore di osservare non solo il teschio inserito dallo stesso artista ma anche la propria immagine. Di fronte a tale opera l’uomo non può non interrogarsi sul proprio destino, se è così che anch’esso diventerà.

Se l’essere umano cerca di ignorare qualsiasi riflessione inerente a questi dualismi perché ancora nel XXI secolo ne è terrorizzato, con l’arte di Marc Quinn si troverà invece a dover fare i conti con le proprie fobie, far riflettere è uno dei fini dell’arte contemporanea e Quinn è riuscito perfettamente in questo intento.

 

Erwin Wurm e la filosofia del corpo in un minuto

Un minuto può essere un attimo oppure può durare un’eternità. Secondo questo basilare principio che ha come punto nevralgico l’importanza della durata, Erwin Wurm, artista di origine austriaca scelto per rappresentare il padiglione austriaco alla prossima Biennale di Venezia (13 maggio – 26 novembre 2017), ha impostato un attimo in un periodo di lunghezza infinita attraverso corpi immobili, che vengono trasformati in un minuto in vere e proprie sculture.

Con le One Minute Sculptures il lungo dibattito intorno alla scultura giunge a una svolta. La tridimensionalità domina il preciso e dettagliato processo di creazione, la partecipazione è l’essenza stessa delle sculture di Erwin Wurm che assumono forme continuamente differenti grazie alla presenza di persone comuni o volontari trovati tramite annunci pubblicitari. Le opere in un minuto di Erwin Wurm ridefiniscono il concetto statico legato alla più tradizionale idea di scultura, in quello dinamico dell’azione e della performance. Si tratta di veri e propri concetti che si rielaborano attraverso l’uso del paradosso e dell’ironia, indagando la capacità dell’uomo qualunque di rapportarsi alla vita quotidiana.

Lo sforzo fisico è un altro aspetto ricercato dall’artista che, insieme alla temporalità legata al qui ed ora, permette una riflessione formale sulla capacità umana di resistere a uno sforzo, immortalandolo nella sua percettiva manifestazione attraverso lo scatto fotografico, testimone di un azione che può riprodursi altre volte come una documentazione visiva di un attimo. L’idea di Erwin Wurm è sostanzialmente la possibilità di creare una scultura per tutti, attraverso il riutilizzo di oggetti comuni che acquistano significati e sensi inaspettati, sostengono e sfidano l’uomo in una sorta di ricongiunzione a volte sessuale che fa a pezzi la convenzionalità dell’arte scultoria.

 I lavori di Erwin Wurm parlano dell’essere umano in ogni sua forma dalla sua componente fisica, psicologica, politica e spirituale. I corpi utilizzati dall’artista austriaco creano connessioni non solo estetiche e concettuali ma relazioni fisiche e comportamentali che riproducono le tensioni e le impercettibili reazioni del corpo all’inconsueto e al fastidioso.

Le One Minute Sculptures sono la rappresentazione dell’imperturbabilità del corpo in una coreografica visione in cui domina il caso. L’uomo diventa il protagonista che permette all’installazione di anelare alla vita dall’impronta umoristica in un solo ma infinito minuto.

 

 

Du oder Ich. Il disagio espresso da Maria Lassnig

Per molti artisti la pittura è lo strumento eccellente attraverso il quale si ha la possibilità di esprimere i propri sentimenti, le proprie emozioni, un mezzo che concede all’artista l’occasione per poter mostrare al mondo esterno ciò che viene celato dall’interiorità umana. L’atto di mettere a nudo la propria anima è ben evidente nella poetica artistica di Maria Lassnig (1919 – 2014), pittrice austriaca affascinata dall’Azionismo viennese, la quale ha sempre presentato al pubblico dei ritratti di se stessa nel suo contatto corpo a corpo con l’arte.

Per capire meglio l’arte di Maria Lassnig è opportuno prendere subito in considerazione il dipinto Du oder Ich (2005), il cui titolo tradotto significa “Tu o Io”, una definizione lecita se si osserva il gesto compiuto dal soggetto nudo ritratto, che punta con una mano una pistola verso il fruitore del dipinto e utilizza l’altro arto per indirizzare la stessa tipologia di arma sulla propria tempia. Questo autoritratto fa emergere una situazione di disagio psicologico che affligge l’artista, colei che ha dipinto quest’opera si presenta al pubblico facendogli sentire un grido interiore, che non viene esternato come fa Munch nella celebre opera L’urlo (1893), Maria Lassnig pone una sorta di barriera fra soggetto e osservatore, non vi può essere un dialogo fra le due parti indirizzato a placare il disagio interiore di colei che realizza l’opera.

Chi ammira il dipinto viene attratto dal forte impatto suscitato dalla pittura, il pubblico viene colpito dal disagio provato dall’artista, contemporaneamente cerca di mantenere le distanze dal soggetto dell’opera a causa del gesto minaccioso, che involontariamente permette, a colui che osserva l’opera, di chiedersi se a esser colpito dall’arma a fuoco sarà lo sguardo del curioso o colei che soffre. Nonostante la minaccia indirizzata al pubblico il soggetto del dipinto vuole essere ascoltato, vuole essere salvato da una condizione di disagio, appare come un controsenso ma non lo è in quanto la non lucidità mentale conduce chi chiede aiuto a esser spaventati da quell’ancora che è in grado di offrire la salvezza.

Maria Lassnig definisce con l’appellativo di drastica la propria pittura, intesa come l’incontro improvviso e non previsto fra l’emozione e l’immagine. In virtù di ciò si riportano le parole dell’artista: «L’unica intenzione è quella di sentire il modo in cui mi pongo di fronte alle tela in quel preciso momento. E poi vado nei dettagli. E ovviamente devo dargli forma perché le emozioni non hanno forma; è una disseminazione».

 

Tony Cragg. Biochimica della forma

Tony Cragg è uno scultore, e, in una prima fase della sua vita, un tecnico di laboratorio presso la National Rubber Producers Research Association. Questa specifica va fatta per comprendere il processo analitico ed osservativo che sottintende alle sue creazioni, e l’interesse all’essenza intrinseca della materia e delle sue trasformazioni, fin quasi a un livello molecolare.

La sua prima produzione si incentra sulla realizzazione di opere tramite l’accostamento di object trouvè, come nel caso di Bird, del 1980. Gli oggetti vengono allineati in modo da creare forme di altre figure, spesso con criteri cromatici omogenei, avvalendosi di una poetica del riuso che non ha connotazioni politiche o filosofiche, ma che mira ad essere esercizio di recupero materico, che viene svolto tramite attenta osservazione (negli stessi anni ha realizzato composizioni utilizzando una serie di oggetti trovati durante le sue passeggiate sulla spiaggia).

Gli anni ’90 invece lo vedono proiettarsi verso la realizzazione di sculture più imponenti, quasi totemiche, che iniziano a fare della resa del movimento in forma quasi cinetica il loro scopo. L’elemento naturale è chiaramente il punto iniziale dell’operazione artistica: dalla sua osservazione e dai suoi continui mutamenti nasce l’idea di rappresentarli in modo non statico ma coerente a questo dinamismo. Le masse si elevano, ruotano, si infrangono, curvano, declinate in molteplici materiali, con colori ed effetti visivi diversi: ciò che le accomuna è comunque la sensazione di moto continuo, di non fissità. Sculture le sue che non hanno alcuna finalità se non quella di rappresentare il flusso quasi subatomico delle particelle che compongono il reale.

Le sculture di quest’artista britannico sono prelievi di elementi minerali, geologici, vegetali o animali (come in Mc Cormack del 2007), resi con colori a contrasto, usando materiali che si piegano docilmente alle linee che questi stessi elementi assumono in natura, che è contraddistinta da una ciclicità continua, da un’imprevedibilità, da un mutare che è scoperta.

Negli ultimi anni Cragg si è concentrato sulla realizzazione di sculture anamorfiche, che nascono spesso uno o più visi al loro interno, profili in evoluzione, come in Different Points of View del 2011; forse sono rappresentazioni della stessa persona o forse no, ma comunque sono identificate con il cambiamento, con la varietà di punti di vista che ci permette l’incontro con qualsiasi oggetto o essere umano.

Velocità e inafferrabilità: il reale seppur attentamente analizzato non può essere mai del tutto conosciuto, la sua forma non ha definizione definita, se permettete il gioco di parole. E’ questo il suo Paradosso, come titola la scultura di Cragg del 2015 ospitata nel Duomo di Milano ed ispirata alla celebre Madonnina che si trova in cima alla chiesa: un corpo femminile di materia gassosa ed eterea pronto ad assumere connotati umani: la nostra essenza è il mutamento.

 

Colera: una storia di mani sporche e amicizia

Colera è un progetto fatto di mani sporche e amicizia. È una storia che parla di affinità artistica e voglia di sperimentare. La storia di sei artisti che si sono ritrovati a Londra uniti da un comune desiderio di fare arte, e che ora ripropongono la stessa esperienza anche a Roma.

Gli artisti in questione sono Borondo, Run, Servadio e il trio Canemorto. La sperimentazione messa in atto, invece, è quella legata all’investigazione delle possibilità del monotipo, mezzo ibrido a metà tra pittura e stampa, ottenuto attraverso l’impressione di una lastra dipinta a mano su un supporto cartaceo. Il frutto di questa collaborazione e sperimentazione, un grandissimo numero di monotipi, è ora protagonista di una collettiva curata da Chiara Pietropaoli, in cui questi artisti legati al mondo della street art e della cultura underground si trasformano per l’occasione in artisti da studio, tappezzando interamente le pareti della Galleria VARSI con le loro opere fino al 23 aprile.

L’utilizzo comune di un unico mezzo espressivo, genera inevitabilmente un interessante confronto tra gli artisti, lasciando emergere i diversi stili e le diverse identità.

Interessante, poi, anche la scelta di esporre, insieme alle opere, anche gli strumenti utilizzati per realizzarle. Il torchio calcografico, ad esempio, è protagonista al centro della galleria, mentre pennelli, punte, rulli e altri attrezzi sono esposti in una teca all’ingresso, a sottolineare fin da subito il motore primario della mostra, cioè il comune desiderio di sperimentare. Si può immaginare, così, il gruppo in preda al fermento artistico e intento a creare, le sei menti immaginare e le dodici mani sporcarsi di inchiostro. Questo, forse, il vero fascino della mostra: più che le singole opere finite (seppur di grande bellezza estetica), il processo che ha portato alla loro realizzazione.

Colera è un progetto che attraverso la dimensione collettiva, la tecnica, lo scambio di idee, ricorda le cose belle di altri tempi. Come il bianco e nero delle opere che lo compongono, rimanda ad altri valori e ad un’altra epoca, che forse però non è ancora persa per sempre.

Fino al 23 aprile 2017

Galleria VARSI

Via di San Salvatore in Campo, 51

Roma

 

Ingresso libero

 

www.galleriavarsi.it

 

Giovanni Coda. Exposition

Il Search comunale di Cagliari presenta una mostra dedicata a Giovanni Coda, un filmmarker, un artista multimediale, con un’esposizione che sarà visitabile fino al 6 maggio.

Un operatore multimediale, un videoartista, anche se definirlo così è obsoleto, che spazia dalla fotografia, al video proiezione, un’artista capace di far vivere le sue opere, che presentano una forza narrativa espositiva, presente in molte sue fotografie, contenenti molte caratteristiche parte del suo linguaggio.

Si tratta di un lavoro di denuncia sociale che affronta una tematica particolarmente forte come quella del bullismo omofobico.

Una carriera che intende ripercorrere l’attività di filmmarker e fotografo mettendo in relazione gli aspetti più drammatici del sociale, una denuncia contro la solitudine, contro un mondo crudele che volta le spalle.

Intanto le sue opere descrivono subbugli interiori e desideri di pace, basata esclusivamente su fatti reali.

Giovanni Coda coniuga cinema, fotografia e arti performative, con la costante di una voce narrante fuori campo che, come in un diario, documenta senza filtri la tematica in esame. Le sue opere sono caratterizzate da contrapposizioni stilistico-espressive tra il racconto di matrice documentaristica e quella parte più visionaria, più intima. Tutto il suo mondo è improntato sulla riflessione della devastazione del corpo come involucro sull’esistenza e sulla caducità della vita.

I suoi lavori vivono sul brulicare d’immagini che si fondano e si confondano, su squarci, frammenti di fotogrammi, che colgano un preciso istante. Questi lavori interagiscono tra di loro, offrendo un ritmo emozionale nel piacere di raccontare. Riprende in mano spunti dal quotidiano dando maggiore enfasi con una luce che inquadra uno scorcio o una parte del viso, come se l’altra parte fosse nascosta al visitatore che si attinge nel contemplare le sue opere.

Giovanni Coda predilige una serie di video clip nel raccontare le sue produzioni.

 

 

Search comune di Cagliari

Fino a maggio 2017

Largo Carlo Felice

Face to Face – Dialoghi tra le collezioni

Face to Face è il nuovo progetto espositivo allestito presso la Galleria Comunale d’Arte di Cagliari, visitabile dal 19 marzo al 3 giugno 2017.

Mimmo Rotella, Enrico Castellani, Giulio Paolini, Hsiao Chin e Eduardo Arroyo sono solo alcuni dei nomi più illustri di una delle più complete collezioni d’arte italiane degli anni Sessanta e Settanta, il cui scopo era quello di documentare a Cagliari, con opere acquistate dalla Galleria sotto la guida di Ugo Ugo, gli indirizzi più significativi della ricerca artistica contemporanea in campo nazionale ed europeo.

L’attuale allestimento è stato curato da Anna Maria Montaldo, la quale ha esaltato il colloquio tra le opere, garantendo ai fruitori una visione della raccolta sotto una luce del tutto nuova.

La Collezione d’Arte Contemporanea dialoga con la Collezione Ingrao, un lascito di circa 500 opere donate al Comune di Cagliari nel 1999.  Punti di contatto tra le due collezioni sono stati individuati da un gruppo di storici dell’arte in virtù di confronti inediti di due pezzi, riconducibili a entrambe le raccolte, ove è possibile risalire a nuove chiavi di lettura.

Delle conferenze, i cui giorni e orari sono stati riportati di seguito, potranno rendere partecipe il pubblico circa gli accostamenti che sono stati portati avanti fra le opere in mostra.

Fino al 03 Giugno 2017

Cagliari

Luogo: Galleria Comunale d’Arte di Cagliari

Enti promotori:

  • Musei Civici di Cagliari
  • Comune di Cagliari

Telefono per informazioni: +39 070 6777598

E-Mail info: museicivici@comune.cagliari.it

Sito ufficiale: http://www.museicivicicagliari.it/

Programma h 16:
19 marzo Cristina Pittau
9 aprile Efisio Carbone e Tiziana Ciocca
7 maggio Ines Richter
20 maggio Roberta Vanali
27 maggio Silvia Ledda
3 giugno Ivana Salis

Dinamicità ed equilibrio: lo Spazio Elastico di Gianni Colombo

Che cos’è lo spazio? Lo spazio è invisibile o esistono modi diversi di vederlo e di percepirlo? E il corpo, come si rapporta a esso? Gianni Colombo è stato tra i primi a porsi queste domande e a mettere in pratica studi matematici minuziosi e precisi applicandoli a produzioni manuali, visibili e mobili. Grazie, soprattutto, agli insegnamenti e agli studi sullo spazialismo di Lucio Fontana, l’elemento invisibile e inafferrabile, diventa nella ricerca artistica di Colombo l’elemento centrale per uno studio accurato sulle relazioni tra il corpo e lo spazio.

Spazio Elastico 1967-68 è una delle prime sperimentazioni che l’artista mette in pratica intorno alla seconda metà degli anni Sessanta. L’opera, esposta per la prima volta nel 1967 a Trigon 67 a Graz, l’anno seguente viene premiata in occasione della XXXVI Biennale di Venezia. L’opera, in bilico tra installazione e azione performativa, si sviluppa all’interno di una stanza. Attraverso la riduzione al buio totale, catapulta lo spettatore in un non-spazio, in cui gli unici punti di riferimento per non precipitare nel baratro sono dei fili elastici mobili, azionati da motori e resi fosforescenti grazie all’uso di neon Wood.

La sensazione è la parziale mancanza di equilibrio che si annulla grazie alla guida luminosa e sonora dei fili che indicano la costruzione matematica dello spazio, in altre parole la sua stereometrica figura. Il grande reticolo tridimensionale di Colombo assume le fattezze di una camera prospettica, uno spazio ambientale aperto e flessibile che non ingloba il corpo, bensì lo lascia libero di muoversi. Attraverso la fitta ragnatela monocromatica, si creano infinite possibilità di vivere e sostare nello spazio, divenendo il paradigma del mutamento e della trasformazione. L’ambiente aperto e il suo Spazio Elastico mostra che siamo dentro uno spazio non più inafferrabile, invisibile e, attraverso la soggettivazione psicofisica dell’essere, l’ambiente acquisisce la capacità di inglobare lo spettatore facendolo diventare l’oggetto centrale dell’opera.

Colombo nella sua idea di spazialismo formale riesce a sovvertire la rigidità della griglia matematica e prospettica nella fisiologica processualità di un organismo vivente. Il suo ambiente, instaurando un dialogo tra spazio, equilibrio e dinamicità, mette in crisi l’entità corporea che acquisisce funzionalità e aspetti in un continuo mutuare di percezione. Nell’apparente semplicità di visione e nella plasticità delle forme, Spazio Elastico esprime la complessa e analitica formulazione geometrica di uno spazio individuale e oggettivamente decontestualizzabile. Gianni Colombo crea delle mappe di transiti o momenti temporanei e ogni ambiente diviene il punto nevralgico dell’incontro di entità mobili che presuppongono un ordine spaziale che si rivela allo spettatore, unico agente estetico che possa mettere in pratica la dinamica visione di uno spazio dalle infinite possibilità di metamorfosi.