Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Icaro Libertà vol cercando. Polemica intorno all’opera di Bruno Meloni

E’ sempre più evidente il fatto che l’arte contemporanea non venga sempre apprezzata dalla società in quanto i lavori degli artisti contemporanei mirano soprattutto a far riflettere coloro che sono i fruitori delle opere su determinate tematiche, le quali, ancor nel XXI secolo, vengono considerate “scomode”, capaci di urtare la sensibilità del pubblico.

«Or ti piaccia gradir la sua venuta:

libertà va cercando, ch’è si cara,

come sa chi per lei vita rifiuta».

I versi tratti dal I canto del Purgatorio di Dante sono stati la fonte ispiratrice che ha condotto l’artista Bruno Meloni a plasmare Icaro Libertà vol cercando, un’opera d’arte pubblica collocata fino a non molto tempo fa sul Bastione Santa Croce a Cagliari, il cui soggetto simula l’atto di lanciarsi nel vuoto.

Tante le critiche negative che sono nate intorno all’opera, prima di tutto a esser stato condannato è il fatto che l’artista abbia scelto come punto di riferimento il suicidio di Catone l’Uticense celebrato con ammirazione dall’Alighieri, che secondo l’opinione pubblica potrebbe esser interpretato come un’istigazione a compiere un simile tragico atto, in quanto Catone preferì privarsi della vita piuttosto che vedersi privato di un elemento tanto caro all’essere umano, ovvero la libertà. Altra critica che è stata mossa all’artista è inerente alla scelta della collocazione dell’opera, ovvero in un luogo in cui diverse generazioni di persone hanno deciso di porre fine alla propria vita, uno schiaffo, secondo quanto è emerso anche dai commenti del popolo del web, alle famiglie delle vittime.

L’opera di Bruno Meloni non ha ricevuto solo commenti negativi, una parte del pubblico si è anche espresso con commenti positivi vedendo nell’installazione un gesto di commemorazione, un punto di partenza che deve servire alla società a capire i problemi che investono l’essere umano. Icaro Libertà vol cercando deve essere un riferimento per la popolazione, deve essere in grado di fornire l’input necessario alla sensibilità, Bruno Meloni ha realizzato un’opera che obbliga la mente del pubblico a riflettere su problematiche vere, tragiche, è stato in grado di catapultare l’uomo dal mondo utopico della perfezione al crudo mondo reale.

Icaro Libertà vol cercando presenta solo dei riferimenti alla cronaca nera contemporanea della città? Ovviamente no, nell’opera vi è un richiamo a un dato storico risalente al Medioevo, infatti al giungere del calar del sole il cupo suono di un corno annunciava la chiusura delle porte della città, così i cosiddetti indesiderati venivano scaraventati giù dalle mura cittadine.

Cronaca, storia, libertà e sensibilità sono i temi toccati dall’artista, lo stesso atto compiuto dal soggetto dell’opera induce il pubblico a riflettere, a far rallentare la mente e spinge l’essere umano a esser sensibile non solo verso le problematiche che quotidianamente investono la propria vita, si pensa soprattutto agli altri individui, a cosa è possibile fare per gli altri non pensando solamente al proprio ego.

 

Marcin Ryczek: tesoro nascosto a Reggio Emilia

Si sa che Fotografia Europea, festival internazionale che si tiene ogni anno in questo periodo a Reggio Emilia, riserva sempre interessanti sorprese. Anche quest’anno le sedi coinvolte sono ricche di proposte molto stimolanti, non sempre però facili da scovare. Un progetto particolarmente interessante, ad esempio, si trova nascosto tra i tesori della Galleria Parmeggiani, senza avere purtroppo minimamente la pubblicità che gli spetterebbe. Solo arrivando fino all’ultima sala in fondo all’ultimo piano della Galleria, infatti, con un teatrale effetto sorpresa, ci si trova di fronte a delle opere veramente notevoli, a una meraviglia inaspettata. Indagando meglio, si scopre poi che le opere in questione sono parte di una mostra nata attraverso una call pubblica, il concorso PR2 Camera Work di Ravenna, e che il loro autore, un giovane fotografo polacco residente a Cracovia, ha in realtà già vinto moltissimi premi prestigiosi e che le sue foto sono state accolte in alcune delle più importanti collezioni del mondo. Non solo, ma la sua foto A man feeding swans in the snow è stata riconosciuta dall’Huffington Post come una delle cinque migliori foto del mondo del 2013. Si tratta di Marcin Ryczek, classe 1982. Allo stupore generato dalle sue fotografie, durante le giornate inaugurali del festival, si aggiungeva anche il piacere di trovarselo lì, sorridente a spiegare di come avesse scattato le fotografie in mostra e a immortalare i visitatori più curiosi. Ha raccontato ad esempio dei suoi lunghi appostamenti in attesa dell’immagine perfetta, o di come nonostante i suoi tanti viaggi, la sua foto più famosa, quella appunto dell’uomo che dà da mangiare ai cigni nella neve, sia stata in realtà scattata proprio dalla finestra di casa sua.

L’“istante decisivo”, unito a una capacità di osservazione e una fantasia incredibilmente sviluppate, sono gli ingredienti base del lavoro di questo fotografo. I suoi scatti, caratterizzati dall’uso del bianco e nero e da una forma semplificata, quasi minimalista, sono una sorta di metafore visive, dal significato ambiguo ma allo stesso tempo universale. Sotto il suo tocco, infatti, l’ordinario si fa inusuale, e immagini estratte dal mondo reale si trasformano in motivi, linee e geometrie, organizzate in composizioni armoniche e perfettamente equilibrate. Come teorizzato da Breton quasi un secolo fa nel concetto di “Bellezza convulsiva”, è la realtà stessa a farsi rappresentazione agli occhi del fotografo, che si limita a prelevarla e a sottolinearne attraverso l’inquadratura dettagli e interpretazioni inaspettate. Le opere di Ryczek, del resto, hanno non poco a che fare con il Surrealismo. Attraverso titoli evocativi e spesso anche amaramente ironici (si vedano ad esempio il riferimento alla fenice di Hiroshima o al grafico della vita) immagini già belle e suggestive di per sé, perfette nella forma e nella composizione, si trasformano in letture simboliche del reale e in occasioni di riflessione.

 

Le opere del progetto Simple World di Marcin Ryczek, dedicato in particolare al tema delle frontiere (non tanto nella loro accezione fisica ma piuttosto concettuale), sono visibili a Reggio Emilia presso la Galleria Parmeggiani fino all’8 luglio.

Luigi Ontani. SanLuCastoMalinIconicoAttoniTonicoEstaEstE’tico

L’Accademia di San Luca nasce a Roma alla fine del XVI secolo a raccogliere e tutelare sotto la propria egida gli artisti e il loro operato.

Oggi oltre a essere un ente culturale importante, ha anche il nobile compito di selezionare annualmente l’artista più meritevole, in modo che sia fregiato del Premio Presidente della Repubblica, onorificenza istituita più di mezzo secolo fa dall’allora presidente Luigi Einaudi.

Nel 2015 il premio è stato assegnato proprio a Luigi Ontani, e giustamente un biennio più tardi l’Accademia si appresta a celebrarlo con una mostra da lui stesso curata che raccoglie un corpus di 60 opere che ripercorrono la sua intera parabola artistica lungo le sale e lungo la splendida rampa che caratterizza Palazzo Carpegna, sede dell’istituzione accademica, con un titolo che è già un’opera d’arte letteraria di per sè: SanLuCastoMalinIconicoAttoniTonicoEstaEstE’tico.

Dagli anni ’70 ad oggi, dalle performance alle fotografie, dai celebri tableaux vivant fino ad arrivare agli stravaganti pezzi di mobilio adatti ad arredare la casa di un abitante onirico, la mostra offre una visione completa ed esaustiva della poetica di quest’artista.

Creativo e poliedrico, Ontani è un interprete della propria inventiva, si rende egli stesso opera, ne è creatore e protagonista. Si è misurato con tecniche diversissime (dalla fotografia alla ceramica) riuscendo sempre a imprimere un proprio personalissimo timbro, mai scontato, sempre ironico, a tratti provocante, molto spesso citazionista. Usa il suo corpo in modo massiccio, rendendolo cifra attoriale al servizio di una serie di personaggi che appartengono alla storia, al mito, alla religione, alla nostra fantasia.

Le sue foto sono maxi miniature da oreficeria dalle cornici eleganti o gigantografia narcisistiche a tutto campo, fatte per essere viste, non solo guardate.

Se l’Accademia di San Luca nasce col presupposto di nobilitare l’artista donandogli uno status superiore rispetto a quello di semplice artigiano, Ontani in un certo qual modo riesce ad unire queste due tipologie, in quanto la sua produzione si è spesso espressa tramite la lavorazione di materiali quali il legno e la ceramica, che l’artista lavora presso la bottega Gatti di Faenza, famosa per la lunga tradizione nel campo. Quest’ultima è la grande protagonista di questa mostra, con una splendida serie di sculture in realizzate con questo materiale definite ErmEstEtiche, Canopi e BellimBusTi a metà strada tra immaginario popolare ed iconografia religiosa. Evidente inoltre la sua attrazione verso l’esotismo, visibile attraverso il ciclo indiano realizzato proprio in quella terra durante un lungo soggiorno giovanile, per non parlare delle famose maschere realizzate a Bali.

Attore e regista di sé, Luigi Ontani si autoritrae in qualunque suo modulo espressivo, realizzando un’epica del Sé conturbante e convincente, teatrale eppure vera.

Accademia di San Luca – Palazzo Carpegna

Piazza dell’Accademia di San Luca, 77

Dal 17 maggio al 22 settembre 2017

Orari: Dal lunedì al sabato ore 10.00-19.00 (ultimo ingresso 18.30)

Chiuso domenica e dal 6 al 27 di agosto

Info: http://www.accademiasanluca.eu/it/mostre

 

Amrita Sher-Gil. Una voce dall’India

Amrita Sher-Gil è una pittrice indiana, alla riscoperta dei grandi valori della storia dimenticati. Nasce in una realtà troppo impegnativa, più di quanto oggi si può immaginare ed è una delle artiste più espressive del suo periodo. Ella ha osato sfidare la cultura indiana sulle condizione delle donne oppresse, ha fatto dell’arte la sua voce per restituire a quelle donne una dignità ancora negata e rubata, diventando un’ispirazione per il suo popolo.

Si abbandona alla pittura sin da piccola, sperimentando stili sempre diversi, appare affascinata dall’arte cercando quei segreti che vengono svelati solo guardando le piaghe di un quadro. Approfondisce la ricerca della materia e cerca di creare, anche nei colori, una reale identità indiana.

Dedica una serie di dipinti alle donne indiane dei piccoli villaggi o delle tribù, sperimentando forme e cromie fatte di spezie e di terra, creando un viaggio alternativo immerso nella cultura indiana fatta di spezie e toni rossastri. L’artista riesce a donare alle sue figure femminili una espressione realistica e intensa, al tempo stessa malinconica.

La sua pittura racconta la vita dei poveri, delle caste più umili che altrimenti sarebbero dimenticate dalla storia. Si tratta di un’arte come una sorta di reportage per cambiare le cose e tracciare nuove strade, dove ognuno ha un prezzo da pagare quando cerca di cambiare le cose.

Utilizza un linguaggio contemporaneo ed esplora un contesto mettendo in risalto i cambiamenti sociali e politici. Usa come modelli uomini e donne, prendendo le distanze da una nobiltà indiana, ammalata dall’odio e da una coscienza troppo pesante da nascondere. Le sue figure vivono nel tempo, portatrici di una vita al popolo indiano.

La bruttezza e la malinconia della popolazione più povera viene da lei trasformata in una sconvolgente bellezza adottando un linguaggio essenziale fatto di linee e colori semplificati al massimo. Amrita Sher-Gil matura uno stile tutto suo fatto dall’uso di calde tonalità.

 

Lorenzo Quinn: voce del verbo scolpire

Forse da piccolo sognava di fare l’attore, o forse sarebbe stato un desiderio del padre, ma a vent’anni si rende conto che non era questa la sua strada. È Lorenzo Quinn, l’artista che sta trionfando a Venezia per via delle grandi mani che emergono dall’acqua.

Un’infanzia divisa tra l’Italia e gli Stati Uniti, ma dopo aver studiato all’American Academy of fine arts di New York, decide di buttarsi nel mondo della scultura, l’arte che meglio mostra la sua originalità creativa.

Nel lontano 1989 diceva di aver creato la sua prima opera d’arte: «Avevo fatto un busto dal disegno di Adamo di Michelangelo, un lavoro di artigiano. Avevo un’idea e ho iniziato a scalpellare via, e Eva è uscito dal corpo di Adamo. Aveva iniziato come esercizio puramente accademico, ma era diventato un’opera d’arte». Anche osservando l’ultima magnifica installazione a Venezia non possiamo non immaginare quali siano gli artisti che Quinn osserva: la virilità di Michelangelo, la plasticità di Bernini, la forza travolgente di Rodin.

Negli ultimi vent’anni le opere di Quinn sono state richieste ed esposte in tutto il mondo. Le sue idee creative sfavillano rapidamente: «l’ispirazione arriva in un millisecondo» dice, mentre lavora «osservo l’energia quotidiana della vita». E proprio queste sue parole le vediamo scolpite nell’albero della vita, prodotto per le Nazioni Unite nel 1993, la statua di Sant’Antonio per la basilica di Padova, Rise Through Education, un’installazione per l’accademia sportiva di Doha.

Incomparabile è Legacy, per Barcellona nel 2006. Affascinato dalla storia degli alberi di ciliegio della città, Quinn ha deciso di creare un’opera che potesse riflettere questo racconto. Il tronco d’albero, formato da un maschio e una femmina che tiene rami carichi di ciliegie, simulazione del DNA umano.

La sua fama inizia ad accrescere sempre di più, tanto che nel 2008 Evolution, è stata scelta per inaugurare i nuovi locali della Halcyon Gallery a Londra. Molte delle sculture in Evolution rappresentavano il simbolo che è diventato emblematico di Quinn: la mano umana. «Volevo scolpire quello che è considerato la parte più difficile e più tecnicamente impegnativa del corpo umano. La mano tiene tanto potere, il potere di amare, odiare, creare, distruggere. Ho iniettato una vita di esperienza in Evoluzione; Si tratta del mio passato, presente e futuro».

Nella 2011 Lorenzo Quinn è chiamato a partecipare alla prima Biennale di Scultura, a Roma, e, poco dopo, una nuova svolta per Quinn: San Pietroburgo. Ebbene sì, è chiamato ad esporre Salto di fede e Mano di Dio al Palazzo d’Inverno. «Il passato è in pietra, il presente si sta scavando in legno e il futuro è un calice vuoto da riempire di sogni».

Questo è Lorenzo Quinn, originale al punto giusto e ingegno da vendere.

 

Fotografia Europea 2017

Al via lo scorso 5 maggio a Reggio Emilia la dodicesima edizione di Fotografia Europea, festival internazionale dedicato al mondo della fotografia contemporanea. Tema di quest’anno, pensato dall’ormai abituale comitato scientifico composto da Elio Grazioli, Walter Guadagnini e Diane Dufour, è Mappe del tempo. Memoria, archivi, futuro, in cui l’archivio, argomento centrale nel dibattito fotografico degli ultimi anni, è inteso (al pari della fotografia stessa) come strumento di memoria e conoscenza ma anche di manipolazione, nonché di visione critica su passato, presente e futuro.

Al solito bellissime le giornate inaugurali, una full immersion tra opening, conferenze, presentazioni di libri, visite guidate, workshop e moltissimi altri eventi (che proseguiranno, anche se in maniera meno serrata, fino alla chiusura della manifestazione il 9 luglio).

Numerosissime le mostre e gli spazi coinvolti. Tra le proposte più interessanti delle sedi principali del festival sicuramente le cinque ai Chiostri di San Pietro, tra cui non si possono non citare Dall’archivio al mondo. L’atelier di Gianni Berengo Gardin, un tuffo all’interno dello studio e dell’archivio del Cartier-Bresson nostrano, e Les Nouveaux Encyclopédistes, una riflessione sulla proliferazione e sulla possibilità di classificazione delle immagini nella società contemporanea, orchestrata dal geniale curatore Joan Fontcuberta attraverso le produzioni di alcuni dei più interessanti artisti attivi in questo campo.

A Palazzo da Mosto, invece, esposti i cosiddetti Archivi del futuro: in una mostra creata ad hoc dai curatori del festival sette fotografi si concentrano sui temi dell’anonimato, dell’ambiguità e del ruolo dell’autore in riferimento all’enorme flusso di immagini attuale. Imperdibili le sezioni dedicate ad Alessandro Calabrese, David Fathi e Teresa Giannico.

Nello spazio di Via Secchi 11, poi, quattro artisti selezionati attraverso la consueta Pubblic Call si concentrano su temi importanti quali i ricordi, il tempo e soprattutto l’aspetto oscuro della Rete (con la originalissima Iceberg di Giorgio di Noto). Altre tre mostre selezionate tramite la Pubblic Call sono poi dedicate alla rilettura della storia dell’arte italiana nel suggestivo contesto della Galleria Parmeggiani (dove è ospitata anche la rassegna PR2 Camera Work, focalizzata sul tema delle frontiere).

Ai Chiostri di San Domenico, invece, tre giovani fotografi rivisitano dopo oltre mezzo secolo Un Paese di Paul Strad e Cesare Zavattini, storico reportage esposto in un’altra preziosa mostra a Palazzo Magnani.

Community Era – Echoes from the Summer of Love è invece la grande mostra ospitata dallo Spazio Gerra, una raccolta di scatti realizzati da quattro fotografi che vissero in prima persona l’atmosfera unica della rivoluzione hippy.

Ancora da segnalare poi la quinta edizione di Giovane Fotografia Italiana, progetto dedicato agli under 35 ospitato dal meraviglioso Palazzo dei Musei; la mostra Satelliti, pensata da Christian Fogarolli per il Museo della Psichiatria; e il viaggio nell’evoluzione della tecnica fotografica, ricostruita dalla Biblioteca Panizzi attraverso le sue preziose collezioni storiche.

Ad arricchire il festival poi, oltre alle altre quattro sedi sparse per la regione, le quasi 400 proposte indipendenti del circuito OFF, che, disseminate tra bar, ristoranti, negozi, spazi espositivi e così via, coinvolgono l’intera città in un’unica enorme mostra diffusa. Assolutamente da non perdere in questa sezione collaterale le 60 mostre concentrate in via Roma, tra cui quella di polaroid del giapponese Nobuyoshi Araki, la “foresta” di fotografie su foglie di Maria Silvano, i “ricordi in conserva” di Studio Pace10, e i divertenti progetti insinuati per la strada come Los incomunicados di Teo Vazquez e le Foto sui cestini.

Fotografia Europea

Edizione 2017. “Mappe del tempo. Memoria, archivi, futuro”

Fino al 9 luglio

Reggio Emilia

 

http://www.fotografiaeuropea.it/

Gianluca Corona e Claude Jammet. Erbario – Bestiario

«Credo di aver deciso di intraprendere questo mestiere proprio per il desiderio di voler raggiungere certi effetti di luce e di colore. E’ la possibilità di rappresentare e di elevare un soggetto, anche il più apparentemente banale, ad un livello superiore, al ruolo di icona, di archetipo assoluto».

Poco tempo fa abbiamo avuto modo di incontrare l’attività artistica di Gianluca Corona, esponente della giovane figurazione italiana, incentrata sulla natura morta. Ecco che il 20 Maggio una nuova esposizione prende corpo alla Galleria Cristina Busi di Chiavari, in provincia di Genova.

Claude Jammet è nata in Zimbabwe da genitori francesi. Cresciuta e formatisi in Kenya, India e Giappone, si è trasferita all’età di 19 anni in Sudafrica, dove ha intrapreso la carriera di pittrice. Ora vive e lavora in Italia.

«La credenza comune vuole che gli animali non abbiano anima. Ho vissuto troppe esperienze che indicano il contrario, quindi quando gli animali entrano nella mia pittura ciò non avviene soltanto per ragioni simboliche, ma come segno di parentela». (C. Jammet)

Circa venti oli su tavola e su tela, protagonista per eccellenza: la natura.

La natura vegetale è approfondita da Gianluca Corona, con le sue nature morte ne indaga la forma e la bellezza. La natura animale è invece indagata da Claude Jammet che ne sente le molteplici affinità e con essa ha stretto un grande legame empatico.

Per entrambi gli artisti il lavoro richiede tempi lunghi, è meticoloso, scrupoloso; le richieste delle loro opere sono molteplici essendo artisti di risonanza internazionale. Sono quindi particolarmente orgogliosa di poter presentare le loro ultime opere: una ventina di oli su tavola o tela.

 

 

Dal 20 Maggio al 25 Giugno 2017

Galleria Cristina Busi

Via Martiri della Liberazione, 195, Chiavari (Genova)

Dal martedì alla domenica, dalle ore 17:00 alle ore 20:00

Sabato e domenica dalle ore 10:00 alle ore 12:00 e dalle ore 17:00 alle ore 20:00

 

Vernissage, Sabato 20 Maggio ore 17:00

Temperantia di Pablo Betti

The AB Factory nel suo continuo supporto alla crescita umana e professionale degli artisti è lieta di presentare la mostra fotografica di Pablo Betti, un artista internazionale argentino. La mostra sarà possibile visitare fino al 27 maggio negli spazi di The Ab Factory, un’esposizione artistica che sarà un evento indispensabile per acquisire tutti gli strumenti adeguati per capire l’arte nel suo sistema.


Le sue opere non sono paesaggi, sono orizzonti e visioni aeree della mente, del pensiero astratto che trova forma nelle regole della mente, mentre il colore e la composizione sono intime composizioni, memorie direttamente estratte dall’infanzia dell’artista della sua terra natia. Gli echi della pittura sembrano risuonare nel racconto raffinato dell’artista, per meglio leggere tra le righe del “racconto”, per farsi trasportare dall’emozione, dalla luce dei cromatismi e dai percorsi delle forme disegnate su una superficie piana come la tela o a rilievo come la tessitura.

Pablo Betti è un artista che intende rivolgersi a un vero mercato dell’arte fatto dal pubblico e non dallo spazio espositivo. Gli attori principali dell’arte sono lo stesso pubblico, che offre oggi il mondo dell’arte e come si colloca all’interno del panorama artistico. Le sue opere sono intime memorie strappata dalla sua terrà, dove il colore riflette il suo stato d’animo, illuminato da rapide e intense pennellate calde. I colori sono una ricerca continua per ritrovare se stesso, le sue radici. La sua arte è quasi un racconto da leggere nel profondo silenzio per cogliere l’intimo dell’artista. Le sue opere spesso diventano icone del suo tempo, avvolti da quel fascino misterioso che coinvolge lo spettatore nella sua rete. Le immagini apparentamene semplici trasmettano una carica emotiva abbastanza forte da essere contemplate nel profondo silenzio.

La mostra sembra suggerire un percorso cronologico della vita dell’artista passando da tele calde a quelle fredde.

via Alagon Cagliari

fino al 27 maggio

Dalle 10,00 alle 18,00

Alberto Burri. Materico pensante

Quando si pensa ad Alberto Burri si pensa a uno dei suoi sacchi. Ruvide superfici di iuta, integrate spesso con toppe e rammendi, in un gioco di cromie terree che rimanda ai colori della sua terra d’origine, l’Umbria. Terra di San Francesco, che vestiva di un saio simile per colore e texture ai sacchi sopracitati. In una dimensione più accademica, si pensa invece a Burri come a uno dei maggiori esponenti dell’Informale italiano, senza dubbio il più importante se pensiamo a quello materico.

La materia di Burri non è supporto ne contenuto. E’ sostanza o grido, superficie vibrante o buco nero, plasma o ustione.

Si laurea in medicina, viene arruolato come ufficiale medico nella Seconda Guerra Mondiale; nel 1944 viene catturato e rinchiuso in un campo di prigionia in Texas: qui inizia a dipingere. Quando farà ritorno in patria non eserciterà più. Sceglie la via artistica come occupazione definitiva; di dolori e lacerazioni, del corpo e dell’anima, forse ne ha viste già a sufficienza.

Ma l’elaborazione di un ricordo o di un forte accadimento avviene spesso proprio tramite la sua ripetizione. Non esercita più la sua manualità sui corpi umani, non ha più sotto gli occhi ferite e sangue, ma compie una scelta artistica curiosamente affine a ciò che lascia dietro di sé.

Burri interviene in modo chirurgico e intenso su diversi materiali che catturano il suo interesse: i primi esperimenti portano alla creazione di muffe, catrami, fino ad arrivare ai plastici gobbi. Dagli anni ’50 parte la serie dei sacchi: materiali poveri e logori, resi ancora più lisi dall’intervento consumante dell’artista, un’azione coercitiva che accelera il normale deteriorarsi delle cose, l’artista è un padre tempo che ha fretta di finire.

In seguito, l’azione diviene più incisiva, e forse anche più simbolica. Nascono le combustioni, il materiale, il più delle volte plastico, quindi nettamente artificiale, viene sollecitato, martoriato, modellato con la fiamma. Opera cardine di questa serie è senza dubbio il Grande rosso P18 del 1964, oramai un’icona. A prima vista è un’esplosione di un telo di plastica color rosso sangue, che implode in sé stesso in buchi e brandelli. Ma non cade, resta intero in un certo senso, nel suo essere comunque opera d’arte. Il tempo, la vita, la violenza ci consumano, ma non ci tolgono del tutto la dignità. Queste ferite inferte a questi materiali, che malgrado il tormento restano in piedi, di una bellezza incredibile proprio perché dilaniati fino a mostrarsi dal dentro, non è forse un elogio di quelle persone che hanno vissuto il martirio fisico ed emotivo di una guerra che non accettava logiche e che, seppur a brandelli sono sopravvissuti e mostrano quasi fieri le proprie cicatrici, come a dire, sono qui, sono ancora un uomo, guardami?

Dagli anni ’70 esegue i famosi cretti, realizzati con un impasto di colle viniliche, caolino e terre, che seccandosi, si cretta, per l’appunto. Da qui il nome. Grandi distese di crepe, in bianco o nero, nette e pure, aride come la terra assetata, potenti come l’azione del tempo che le ha provate, lasciandole secche ma integre, prosciugate ma luminose. Una superficie scabra e segnata da processi erosivi, come anche quelli del pensiero possono essere.

 

L’arte incontra l’energia: Patrick Tuttofuoco

«L’arte è uno strumento con delle potenzialità incredibili, capace di leggere molti aspetti del reale altrimenti intraducibili. Per molti versi, è come la musica: certi pensieri, idee, concetti si possono decodificare e trasmettere solo attraverso l’espressione artistica».

Tempo fa abbiamo parlato di Nicola Toffolini, oggi presentiamo un altro originalissimo ingegno: Patrick Tuttofuoco. Nato a Milano nel 1974, oggi vive e lavora a Berlino.

Lavora con il video, il disegno e l’installazione, e diversi materiali come laser, strutture mobili in alluminio e plastica, luci artificiali, suoni. Ora a soli 43 anni è classificato come una delle personalità più intriganti e attive della nuova generazione italiana, perché è inutile ripeterlo, ora l’arte contemporanea genera una nuova situazione, ma soprattutto un nuovo ruolo dello spettatore, non più passivo ma attivo, ed è questo nuovo ruolo che attira di più.

Attratto dalle tematiche attuali, il lavoro di Tuttofuoco è un gioco inaspettato. È affascinato dai paesaggi urbani che reinventa in modo fantastico attraverso suggestioni inaspettate. Tuttofuoco usa la luce ed il colore per creare atmosfere ed emozioni, creando veri e propri spazi fisici di stampo pop che sembrano usciti da un videogioco in 3D, incentrando il tutto sul divertentissimo coinvolgimento del pubblico.

L’opera che meglio spiega l’ingegno creativo di Tuttofuoco prende il nome di Revolving Landscape.

Il progetto, studiato appositamente per la Fondazione Sandretto, nasce da un viaggio dell’artista della durata di ottanta giorni, tra l’ottobre 2005 e il gennaio 2006, attraverso diciassette megalopoli: Mumbay, Udaipur, Jaipur, New Delhi, Bangkok, Kuala Lumpur, Jakarta, Singapore, Shanghai, Beijing, Seul, San Francisco, Las Vegas, Los Angeles, Mexico City, São Paulo, Rio de Janeiro.

Durante il viaggio è stata raccolta una quantità incalcolabile di documenti attraverso interviste, fotografie e testi che ricostruiscono il paesaggio visivo della mostra, basato sulla memoria comune del gruppo. Il viaggio dell’artista vuole documentare e rendere una veduta d’insieme delle estreme diversità delle forme di urbanizzazione possibili, delle modalità di coinvolgimento e di collaborazione al progetto delle opere e dell’intrattenimento, della realtà intesa come un organismo vivente fonte di energia. In questo lavoro, così come in molte altre opere, rende partecipe il pubblico sentendosi coinvolto in prima persona. Per Tuttofuoco il carattere ludico delle sue installazioni è un elemento che sprigiona energia. Può la sua opera custodire un lato futurista?