Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Go #Obey, go!

All’inizio alcune forme artistiche non le vedi neanche. Le confondi. Non le distingui. Per Shepard Fairey in arte Obey Giant, street artist e designer, lo stickers è un medium espressivo attraverso cui proseguire le sue poetiche e istanze poetiche uscendo dalla nicchia artistica della street art per giungere al grande pubblico. Tutto ebbe origine da una campagna del 1989, “Andrè the Giant Has a Posse”, stickering propaganda evolutasi poi in “Obey Giant” e cresciuta grazie ad una rete internazionale di collaboratori che replicarono i suoi disegni rendendo le sue immagini virali. L’adesivo si diffonde come un virus, divenendo un simbolo della propaganda politica, del marketing, dell’ingiunzione insensata di ogni potere ad obbedire. Obbedisci al gigante, obbedisci ad Obey.

«L’adesivo non significa nulla ma esiste perché le persone reagiscano, e vi cerchino un significato. Poiché Obey non ha un significato specifico, le varie reazioni e le interpretazioni di coloro che lo vedono, riflettono le loro personalità e lo loro sensibilità».

La campagna Obey Giant entusiasma anche i critici d’arte che la collegano inevitabilmente allo strapotere della pubblicità: stickers e immagini che ti invitano a comprare e obbedire senza specificare a chi o a che cosa, evidenziando i meccanismi basilari che regolano la società con un forte invito a riflettere. Focalizzarsi sugli atti irriflessi riprodotti ogni giorno in una coazione a ripetere può, forse, spingerci a mettere in discussione le logiche di questa società.

Nel guardare le sue opere è inevitabile notare una diretta ispirazione all’arte di Andy Warhol da cui apprende soprattutto l’apertura mentale di connettere il proprio lavoro ad una scena culturale più ampia. Se il creatore della Pop Art aveva ideato la copertina del primo album dei Velvet Underground, Shepard Fairey illustra icone del punk come Henry Rollins, Jonny Rotten e Joey Ramone.

Ma ad accendere su di lui le luci della ribalta fu il famosissimo ritratto di Barack Obama nel manifesto “Hope” durante la campagna elettorale del 2008. Quell’immagine stilizzata in quadricromia del futuro presidente degli Stati Uniti sovrapposta alle parole Hope [speranza], Change [cambiamento] e Progress [progresso] divenne l’icona-simbolo della campagna elettorale di Obama in corsa contro John McCain per la poltrona presidenziale. Quel manifesto ha fatto il giro del mondo divenendo in breve tempo un’icona celebre quanto la Gioconda di Leonardo da Vinci o la Marylin di Andy Warhol. Un’attenzione all’aspetto comunicativo dell’arte che l’artista mette a frutto nella guerrilla marketing e, nel corso del conflitto tra gli Stati Uniti e l’Iraq, nel campo della politica, grazie alla realizzazione di una serie di manifesti di stampo pacifista.

Sguardi sul mondo attuale: #1 Eastern eyes

Tre donne improvvisano in maniera impacciata una danza, nessuna rappresenta il modello classico di bellezza, com’è nella volontà di Wang Qingsong, l’autore. A fianco, una fotografia di Zhang Huan documenta una performance che richiama ad una fisicità intensa, «pregna di rimandi alla cultura e alla sensibilità orientali, mescolata alla storia millenaria di Roma». Accanto, opere di Sugimoto, Ghukasyan, Miyajima e tanti altri testimoniano gli “occhi orientali”, il filo conduttore di tutta la mostra inaugurata dall’EXMA Exhibiting and Moving Arts. Il progetto, intitolato “Sguardi sul mondo attuale – Arte contemporanea internazionale da una collezione privata in Sardegna”, mette in mostra opere appartenenti o nella disponibilità della collezione privata di Antonio Manca.

“Eastern eyes” rappresenta la prima tappa di un percorso atto a «coniugare la cultura orientale con quella occidentale – sostiene Simona Campus, curatrice della mostra – creando delle contaminazioni, con la volontà di aprire l’arte contemporanea ai continenti». Oggi l’Asia, domani chissà.

L’esposizione sfoggia le opere di quindici artisti orientali che spaziano dalla pittura alla fotografia, fino alle grandi istallazioni, in un percorso che si configura come un viaggio ricco d’interesse, attraverso i continenti. La collezione di Manca è, infatti, frutto dei viaggi dello stesso collezionista, che ha indagato le culture locali «guardando la storia con l’ottica del contemporaneo – conferma lo stesso Manca – e selezionando gli artisti sulla base di chi si avvicinasse di più alla cultura ed alla storia di quel determinato luogo, ma che, soprattutto, rompesse con il passato e con il presente». Artisti, quindi, capaci di squarciare il velo di Maya, per consegnare ai visitatori un’interpretazione alternativa della realtà, attraverso l’introspezione corporea dell’artista stesso.

Una “rottura” perfettamente ravvisabile, ad esempio, nelle opere di Wang Qingsong, un artista cresciuto nell’humus culturale successivo alla morte di Mao Zedong, che denuncia gli effetti della globalizzazione economica e culturale, non limitandosi a documentare la realtà, ma esprimendo con chiarezza la sua visione del mondo. Nel componimento Three Graces (2002), egli perpetua la «distruzione della bellezza» delle Tre Grazie di classica memoria, per restituire allo spettatore una visione onirica, angosciante e paradossale del canone di bellezza odierno.

La mostra si concentra, inoltre, su artisti e opere che affrontano e ridiscutono i cambiamenti politici, sociali e culturali degli ultimi decenni, «in modo tale che possano fornire degli elementi di studio – prosegue la Campus – ed uno spunto per comprendere il mondo ed, eventualmente, cambiarlo, attraverso l’azione».

Se Li Wei comunica il trauma procurato dal progresso, figlio della nostra società, attraverso immagini dello stesso artista che appare a testa in giù con la testa piantata in diversi luoghi (senza l’utilizzo di photoshop), Peter Belyi, con la sua Biblioteca di Pinocchio (2008), esprime l’utopia degli architetti, che con le proprie costruzioni pensano di poter cambiare il mondo, mentre Pinocchio è l’illusione che resiste all’interno di ogni essere umano, la fiducia che un burattino di legno (lo stesso materiale dell’installazione) possa un giorno diventare bambino in carne e ossa. «Ma alla conoscenza, rappresentata dai libri, spesso si lega la disillusione», sostengono gli organizzatori.

Artisti in mostra:

Nobuyoshi Araki (Giappone) – Peter Belyi (Russia) – Blue Noses (Russia) – Yufit Evgeny (Russia) – Liana Ghuk Asyan (Armenia/ Germania) – FX Harsono (Indonesia) – Zang Huan (Cina) – Oleg Kulik (Ucraina) – Tatsuo Miyajima (Giappone) – Elena Nemkova (Tajikistan) – Wang QinqSong (Cina) – Roland Ventura (Filippine) – Hiroshi Sugimoto (Giappone) – Entang Wiharso (Indonesia) – Li Wei (Cina).

Wharol, la quotidianità come icona del suo tempo

Vita mondana, giornali, oggetti quotidiani: ecco il campo d’azione di Wharol.

La sua vocazione artistica nasce quando, in seguito ad una grave malattia, la madre gli regala l’occorrente per disegnare. Così, timido e cagionevole, Wharol scopre di essere dotato di una grande capacità di osservazione e un’abilità organizzativa non comune. Diventando il protagonista indiscusso della Pop art americana.

Ciò che lo ha da sempre attratto era “ciò che si vede ogni giorno”, il modo in cui il mondo della comunicazione si trasformava intorno a lui. Non sappiamo di preciso cosa Wharol pensasse, ma il suo soggetto erano: la realtà consumistica e un ossessivo e quasi maniacale interesse per l’immagine pubblicitaria, ponendosi come una sorta di lavagna su cui si evidenziano i segni del suo tempo. In quest’ottica si comprende il motivo per cui ha esposto come opere d’arte le scatole di lucido di scarpe, le bibite della coca-cola e le scatole di zuppa Campbell ripetute in serie, la stessa serie che si trova negli scaffali dei supermercati.

Affascinato dall’informazione giornalistica contemporanea, il suo repertorio abbraccia anche immagini di disastri stradali, o le sedie elettriche vuote, i condannati a morte, frutto sempre della realtà in cui viveva.

E sempre con lo stesso spirito ha riprodotto immagini di personaggi famosi come Liz Taylor, Marilyn Monroe, Marlon Brando e Mao Xedong, togliendo ai volti ogni segno relativo a un momento specifico del tempo e trasformandoli in icone. Semplifica i lineamenti, aumenta i contrasti per accentuare la bocca, crea delle serigrafie delle immagini secondo il procedimento della quadricomia, non a caso quello usato dalle riviste, marcando l’effetto del “fuori registro”, gli spazi colorati non coincidevano perfettamente con i contorni. Wharol si limita a scegliere ed esaltare le immagini che ritiene significative in quanto, indipendentemente dal loro risvolto ideologico o ideale, hanno accompagnato e influenzato la vita di tutti.

Basquiat: un artista contro le regole

Il giovane Basquiat sembra avere le idee molto chiare quando, dopo l’ennesima fuga da casa, esordì un giorno dicendo: «diventerò famoso».

Il ragazzo è già un fenomeno nella scena artistica degli anni ’80, negli ambienti culturali newyorkesi.

Il desiderio di ottenere successo è, per lui, una sorta di riconoscimento, come mancanza dell’affetto da parte del padre e la vita in un ambiente fatto di disordini, alcool e droga.

Mostra subito un talento nell’arte, che diventa una sorta di guida spirituale, che lo tiene lontano da quelli ambienti malfamati.

Il suo talento, insieme all’ambizione, entra a far parte di un mercato troppo cruente. Ogni suo gesto, apertamente spontaneo, s’inserisce in un mondo troppo competitivo e selettivo, fatto da un ambiente culturale particolare con profonde differenze riservate ai neri, dove un ragazzo di colore non poteva competere e non aveva nessuna possibilità di emergere.

I primi successi ottenuti come arista prodigio e riconosciuto lo abbandonarono presto, tanto da farlo precipitare in una crisi da autodistruzione.

Personaggio cupo, malinconico, tenebroso, adatto in quel tempo a rappresentare il proibito; i suoi grafismi riflettono la dura condizione del popolo afroamericano.

I suoi lavori sembrano stilizzati, come un’illustrazione di fumetti, un’alternanza di bianchi e neri, fatti da pennellate rapide: un monito contro la società che aveva oppresso il popolo nero sfruttato come merce da lavoro.

Non trovando nuovi stimoli Basquiat è stato travolto dall’angoscia e ricadde nella droga. Solo la musica, la sua passione, non lo abbandonerà mai, sarà infatti sempre presente nei suoi dipinti.

Dipinge per le strade di New York e sulle metropolitane, acquisendo sempre maggiore consapevolezza della propria vocazione artistica.

Basquiat finì per annullarsi come artista non a causa della sua di se stesso ma come conseguenza dei meccanismi di un mercato troppo cruente che avrebbe travolto chiunque in quella spirale critica, dove la comunicazione riversa i proprio interlocutori sul solo prodotto.

Morì giovane per effetto di quell’energia frenetica, che soffocava l’artista impedendo di esprimersi.

 

Damien Steven Hirst: la rappresentazione della morte

La morte, uno dei più grandi misteri da cui l’uomo tenta invano di fuggire, è il tema cardine della poetica artistica del britannico Damien Steven Hirst, capofila del gruppo YBAs (Young British Artists), genio indiscusso dell’arte contemporanea. Stupire, creare lo shock nel pubblico che ammira le sue opere, questo è lo scopo di Hirst, lo stesso stupore che colpì l’artista all’età di 16 anni quando visitò l’obitorio di Leeds in compagnia di un amico, stupore che portò l’artista ad essere affascinato dai cadaveri che trovò davanti ai suoi occhi.

E’ The Physical Impossibility Of Death In the Mind Of Someone Living (1991) il Manifesto della sua arte poetica, uno squalo tigre di oltre 4 metri immerso in una vetrina colma di formaldeide, una bestia che continua a incutere timore in chi la osserva così come la morte incute paura e terrore, è l’immagine, l’emblema della morte presente nella vita di ciascun individuo.

Nelle opere di Damien Steven Hirst la morte diventa uno spettacolo, crea indignazione e spavento, suscita scalpore ma allo stesso tempo invita il pubblico a riflettere sulla caducità della vita. Come fa l’artista a rendere spettacolare un evento che invece è considerato tragico dall’essere umano? Si ammiri For The Love Of God (2007), un teschio umano ricoperto da 8.601 diamanti purissimi e da un diamante rosa posizionato sulla fronte, è quasi impossibile non essere travolti dalla bellezza suscitata dall’opera d’arte contemporanea più costosa del mondo.

La necessità di offrire al pubblico un’immagine che sia capace di rappresentare il dramma dell’esistenza e della sua fine inevitabile ha spinto Hirst a plasmare opere quali A Thousand Years (1989) e Party Time (1995), la prima caratterizzata da una teca in vetro suddivisa in due ambienti comunicanti con a destra un cubo che nasconde delle larve di mosche e a sinistra una testa di mucca che offre il proprio sangue a delle mosche appena nate, destinate a vivere brevemente a causa della presenza di una lampada anti-zanzare  la seconda invece si riferisce al vizio del fumo, considerato come un “suicidio teorico” dall’artista britannico in quanto la morte non viene auto inflitta deliberatamente, ma la gente che è posseduta da questo vizio mortale sa che verrà uccisa e nonostante ciò continua a rendersi partecipe di questa distruzione.

Santi che si infliggono da soli il martirio, farfalle uccise dai visitatori delle mostre, sono diverse le opere nelle quali questo artista contemporaneo tratta il tema della morte. Con l’arte di Hirst lo spettatore è obbligato a osservare un’immagine che rappresenta in maniera convincente ciò che normalmente non vuole soffermarsi a guardare, il pubblico è così costretto a fare i conti con la realtà, con la caducità della vita.

The floating piers: la passerella di Christo sulle acque dorate

Folle, polemiche, code ma anche entusiasmo, arte ed emozioni nell’installazione ambientale The Floating Piers di Christo che sta regalando al lago d’Iseo fama ed attenzione. Una passerella percorribile lunga tre chilometri, realizzata con 220 mila cubi di politiene coperti da 70 mila metri quadri di tessuto che permette di raggiungere l’isola di San Paolo per provare l’emozione unica di camminare sulle acque. Un’isola che è raggiungibile, normalmente, solo con barche, battelli o elicotteri. Christo interviene con un progetto di amplissime dimensioni lasciando che la parte onirica di interazione con entità paesaggistiche complesse sia il primo movente dello spettatore e dell’artista.

Ognuno ha pensato e sognato di poter camminare sulle acque e, nel caso del lago d’Iseo, di farsi a piedi un giro sull’isoletta e sull’isola maggiore, senza dover ricorrere ai natanti. E anche quello che parrebbe un sogno invasivo, lo è solo temporalmente. Il sogno ha un’inizio e una fine. Non crea legami e impatti durevoli.

Christo con The Floating Piers ha realizzato la più estesa delle sue trasformazioni di ambienti naturali o cittadini, da lui ricoperti finora con enormi fogli di plastica. Lo ha fatto in tutti i continenti, impacchettando così intere scogliere, colline, edifici e monumenti. Il ponte galleggiante sul lago lombardo rappresenta una novità, in quanto il pubblico non si limita più a guardare l’opera, ma la usa direttamente, divenendone parte viva. Ma questa sua opera di Land Art non è stata immune da critiche che la hanno definita come “alternativa alle sagre di paese” o semplice “furbata effimera”.

Invece sono dell’idea che l’Arte è bella in tutte le sue forme, pochi hanno la possibilità di riceverla in dono ma tutti hanno la possibilità di poterla apprezzare. L’arte ha il potere di nobilitare l’animo, di rallegrare gli uomini e rimane la miglior cura per una vita triste e solitaria. Contemplare l’arte è un compito che tutti dovremmo svolgere, è il nutrimento per eccellenza dei nostri occhi abituati alla monotonia.

Christo attraverso le sue opere rivela – nascondendo. Quando alla nostra vita è sottratta un’ importante architettura o una porzione di paesaggio, noi prendiamo coscienza più profondamente del valore che quella eredità naturale o naturalistica ha per noi. E quando dopo qualche tempo torna nuovamente fruibile ai nostri sensi, proviamo un senso di gratitudine perché c’è anziché non esserci. Qui siamo davanti non ad una semplice opera ma ad un vero e proprio rito collettivo vissuto dai partecipanti con molto più entusiasmo e civiltà rispetto ai frequenti e tristi spettacoli da turismo di massa che vedono protagoniste, nei musei e nei luoghi culturali, comitive annoiate e distratte che spesso e volentieri fotografano a caso opere di qua e di là.

Questa è un installazione che riflette totalmente il suo tempo, e in quanto tale accende le menti di ognuno di noi. La gente non è indignata e aderisce con buona pace di numerosi critici che non hanno perso occasione di salire sul piedistallo mediatico creato attorno a quest’opera, per mettersi in mostra e fare i bastian contrari.

Il pedalò a rotelle di Cattelan

Avete presente il celeberrimo trucco di magia del mago Dynamo che cammina sulle acque del Tamigi? Ecco, la performance di Zurigo per Manifesta 11 targata Cattelan ne è la copia grottesca. Avrebbe dovuto emozionare, meravigliare e forse essere irriverente nei confronti della camminata sull’acqua di Cristo, mostrando una ragazza disabile libera di navigare a pelo d’acqua con la sua sedia a rotelle. L’esito è stato invece goffo e carico di retorica buonista oltre i confini dell’universo.

Cattelan è un grande artista, niente da dire, tra i migliori del panorama contemporaneo. Caustico, spietato e mai banale, ha saputo osare oltre ogni misura regalandoci autentiche perle di genialità. Ma anche i migliori ogni tanto sbagliano i gol a porta vuota. Quando lo fanno però, è meglio alzare le mani e dire che una cosa fa schifo piuttosto che lanciarsi in panegirici da fanboys che travisano la realtà.

L’atleta paralimpica, manco fosse un gommoncino pronto per andare a pesca, viene assicurata a una fune e fatta scendere in acqua con la sua sedia attraverso dei binari, mentre ad attenderla c’è una zattera. Grande folla pronta ad assistere alla performance, con Cattelan che supervisiona il tutto. È il momento della parte comica: bisogna togliere gli ormeggi alla sedia a rotelle, sganciare la zattera e liberare in acqua la ragazza. Un uomo allora fa l’equilibrista sui binari, arriva dinnanzi alla giovane e appena sgancia la zattera finisce goffamente in acqua tra le risate della gente. Ovviamente gli ingegneri nautici che hanno progettato tutto questo macchinoso sistema per adagiare la sedia a rotelle sulla zattera, non hanno minimamente pensato a una piattaforma per il poveraccio che avrebbe dovuto agevolare la ragazza nello sbarco. E questa era la parte interessante. Il resto è un girotondo nel lago, tra cigni e anatre, della durata di tre minuti.

Quello che forse voleva essere un messaggio positivo a favore dell’uguaglianza sociale tra disabili e normodotati, si è invece trasformato nell’ennesima manifestazione ipocrita di pietà. Praticamente un buco nell’acqua.

Banksy: il rivoluzionario della street art

Banksy è l’artista più celebre della Street art e uno dei più popolari in assoluto.
I suoi lavori riflettono un’ironia e una critica feroce contro il pessimo stato di salute del capitalismo e di quello dell’arte.
Dell’artista non si conosce quasi nulla, sono le sue opere che, guardando le vie, dai palazzi ci parlano della sua identità.
L’artista contesta l’attuale e dominante economia della cultura. Banksy è contro; non contro qualcuno o qualcosa, ma nello specifico tutto quello che frena la libera espressione del singolo trasformato in una merce di scambio su una piazza sempre più alla ricerca dell’artista star.
Come una sorta di Robin Hood moderno dell’arte, ruba lo spazio ai musei tradizionali per regalare una prospettiva agli artisti e agli utenti di strada. Egli è contro un museo-macchina, per una maggiore libertà di espressione.
Essere scoperto ed esposto in un museo è il frutto di un percorso troppo stretto per Banksy, che preferisce andare ad “appendere” le proprie opere negli spazi aperti, non contaminati: sceglie come luogo espositivo per i suoi interventi artistici persino le gabbie degli zoo.
Gli animali sono protagonisti, lo affascinano, sono metafore perfette della vita umana, prigionieri di un’esistenza che non hanno scelto, ma è stata loro imposta dalla società.
Poco si sa sull’artista e il dibattito intorno alla sua figura è sempre ampio, tanto da coinvolgere i media, che lo appellano come uomo invisibile (ma più che visibile, viste le opere) della storia dell’arte e del costume.

Per ogni suo lavoro, qualunque sia il soggetto, non ci si deve fermare alla prima lettura. Banksy vuole fornire un percorso d’immagini tale da suscitare forti emozioni nello spettatore.
Le sue opere contengono un significato intrinseco: quello di non essere chiuse in un freddo museo, ma esposte in ogni angolo della strada, come una sorta di fotografia a cielo aperto, che illustra con pochi scatti la società e l’individuo, frutto del consumismo, soffermandosi alla vera essenza della vita.

L’essere più dell’apparire. Luc Tuymans

Considerato uno dei più grandi artisti belgi in attività, Luc Tuymans è un formidabile storiografo col pennello. Una delle sue convinzioni, è che non si possa creare nulla di veramente originale, ma che tutto esiste già.

Ecco perché la maggior parte dei suoi lavori riprendono immagini già esistenti, le quali vengono caricate di significato attraverso la mano dell’artista. Dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale agli avvenimenti storici del passato più remoto; le tematiche affrontate da Tuymans sono sempre di grande impatto. Un esempio perfetto della sua capacità di raccontare la storia, è la serie di dipinti politici intitolata Mwana Kitoko, tradotto come “bel ragazzo”.

Presentati nel 2000 alla David Zwirner Gallery, sono stati esposti l’anno seguente al padiglione belga della Biennale di Venezia. Il più noto di questi, è sicuramente il quadro che rappresenta il re del Belgio in visita in Congo negli anni ’50. Re Baldovino è vestito con una divisa militare completamente bianca, ha un bastone da passeggio in mano ed è appena sceso da una scaletta, probabilmente quella dell’aereo che l’ha portato lì. All’epoca era un ventenne appena diventato re dopo l’abdicazione del padre.

L’occhio di Tuymans si sofferma sul giovane re, ma dietro quella divisa bianca candida c’è una delle pagine più oscure della storia del Belgio. La storia del Congo Belga è lunga e sanguinosa, e una delle peggiori è sicuramente l’uccisione del fondatore del Movimento Nazionale Congolese della Liberazione, Patrice Lumumba. Proprio su questo episodio si è aperta un’indagine sul coinvolgimento del Belgio e del re Baldovino.

L’opera di Tuymans, nel suo rilassato candore, sembra comunicare quella tranquillità di facciata di tutti i capi di Stato, sempre attenti ad apparire in pieno controllo di tutti i problemi del proprio popolo. La capacità di raccontare una storia così complessa con un’immagine semplice, dice molto su come per Luc Tuymans l’essere sia altra cosa rispetto all’apparire.

Riflessi passeggeri. Pae White

Pae White produce una serie di opere dove la frammentazione, caratteristica esemplare della civiltà contemporanea, è ben rappresentata, in astratto e con un forte impatto visivo.
Installazioni a metà strada tra arte, architettura e design che dichiarano un forte interesse per la percezione spaziale degli ambienti e delle cose.

I lavori in questione sono pazientemente costruiti con fili di nylon trasparente ai quali vengono appesi ritagli di carta colorata o piccoli pezzi di specchio di forma esagonale. Ciò che si viene a creare sono una sorta di sciami artificiali e statici dove le singole parti girano su stesse senza mai però spostarsi nello spazio che le ospita. Sono ordinate nuvole galleggianti, variopinte e rifrangenti. L’intero ambiente viene trasformato dalle opere che dividono lo spazio e lo riempiono di ombre e riflessi di luce che danzano su pareti e soffitti dando l’impressione di trovarsi sott’acqua o di fluttuare senza peso nell’aria.

Osservando questi “mobiles” da vicino invece ci si immerge in un caleidoscopio di colori e luce in continua variazione, un immagine frammentata e dinamica che non si riesce a definire con chiarezza a causa del suo essere in uno stato di evoluzione permanente.

L’efficacia di queste installazioni è indubbia, attraggono a loro e ci si sofferma a lungo a studiarle attentamente lasciandosi trasportare in una dimensione altra, tra il gioco e l’analisi. A conferma di questa efficacia è il numero di allestimenti derivati dalle opere di Pae White in occasione di eventi di design o moda, dove viene sfruttato l’aspetto decorativo e sorprendente.

Viviamo in un periodo dove la quantità di informazioni è tale e lo scibile umano è così vasto da non riuscire mai ad avere un’immagine completa e sicura delle cose. L’informazione successiva potrebbe cambiare il disegno totale, o essere insufficiente a completarlo. Proprio come in queste costruzioni ipnotiche e prive di un messaggio definito. Possiamo solo cogliere frammenti, riflessi passeggeri o colori spezzati.

Foto e video dalla mostra “In Love With Tomorrow” alla Fondazione Langen, Neuss (Germania) di Marzio La Condanna