Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

La Nona Ora di Cattelan, diciassette anni dopo

«Il grande nemico dell’arte è il buon gusto» disse qualche grande artista, non importa chi. L’opera di Maurizio Cattelan, La nona ora, a diciassette anni dalla sua realizzazione, ha perso il suo charme, la sua carica provocatoria, ma ancora oggi desta qualche fastidio.

Il richiamo alla boutade dadaista, insita nell’opera, è palese e incontrovertibile, così come la superficialità di coloro che vedono nel componimento artistico in questione una mera blasfemia.

Ci si potrebbe piuttosto chiedere che bisogno ci fosse di riproporre una simile provocazione, in salsa religiosa, delle bombe dadaiste a ottant’anni di distanza (all’epoca, 1999) da quelle originali. 80 anni!

Oppure interrogarsi sulla reale originalità nel cercare di sparare a zero sulla Chiesa e sulla religione monoteista di Gesù di Nazareth. Stranamente sulle altre religioni si è sempre un po’ più morbidi, diremmo oggi. Chi, in pieno delirio ultra occidentale che vede la libertà d’espressione fine a se stessa come valore primario su tutti gli altri, ha provato a criticare spietatamente anche “altre” religioni ne ha pagato aspramente le conseguenze, purtroppo (vedi strage Charlie Hebdo).

Ma l’artista veneto, in realtà, non aveva come obiettivo quello di demonizzare e ridicolizzare la Chiesa: la caduta del Papa per colpa di un meteorite è la caduta di un supereroe moderno, di una icona pop del suo tempo, anche per i non credenti. Lo spunto non può che essere il nome della prima mostra in cui è stata esposta l’opera, “Apocalypse”.

Ma il significato dell’opera lo detta l’artista stesso o i critici d’arte? Nel frattempo è stato lo stesso Cattelan a spiegarci che «La Nona Ora è un’opera molto religiosa: è un lavoro che mette a nudo il papa, mostrandone il lato umano». Nel 2010, in una intervista, ha invece chiarito che il Papa, per lui, rappresentava il proprio padre, che aveva cercato di strangolare quando aveva diciassette anni. Trasmutando il significato dell’opera in un lavoro spirituale che parla di sofferenza. «Il titolo La Nona Ora allude a quella in cui Cristo, sulla croce, chiede al Padre perché l’ha abbandonato, ma il Papa cadente si aggrappa al crocifisso».

Che le dichiarazioni di Cattelan siano delle supercazzole prematurate o meno, gira e rigira, ha sempre ragione quel grande artista che dice che «più la critica è ostile, più l’artista dovrebbe essere incoraggiato».

Bruce Conner. No alla tecnologia, no alle barbarie della società

In una società in cui la tecnologia si comporta da regina è per alcuni individui un fatto insolito notare persone che cercano di tenersi lontane da questi meccanismi moderni dell’elettronica: così Bruce Conner, pittore, scultore e regista statunitense, deceduto a San Francisco nel luglio 2008, ha dichiarato in un’intervista di non fare “arte elettronica”, non utilizzando nulla di quella che gli uomini chiamano tecnologia.

Furono i collage degli anni ’50 a conferire notorietà all’artista, sviluppati con assemblage tridimensionali realizzati con materiali quali calze di nylon, chiodi, legname, foto, indumenti o fotografie, materiali utilizzati in una fase precedente alla creazione delle opere, spesso consumati, dunque non comprati appositamente per la plasmazione artistica, materiali che rendono l’operato di Conner mutevole e soggetto alle variazioni causate dal tempo, motivo per cui l’artista tende a considerare le proprie creazioni non completate.

Child (1959) è l’opera che contribuì a far diventare famosi gli assemblage del Conner, è un soggetto repellente, ispirato al caso di Caryl Chessman, un condannato a morte per molestie sessuali. L’osservatore rimane sbalordito di fronte a tale creazione artistica, non è possibile non riflettere sul tema inerente la pena di morte, l’opera suscita una riflessione morale, l’artista condanna la pratica di uccidere chi commette crimini. Child è una scultura diversa dagli altri assemblage realizzati dall’artista in quanto, nonostante l’utilizzo del nylon, materiale in comune con le altre opere, appare evidente che il resto delle creazioni artistiche non sono facilmente riconoscibili, si consideri a tal proposito The Temptation Of St. Barney Google (1959), ove il nylon copre gli oggetti che la compongono sporcandosi lentamente di polvere.

Le opere di Conner non sono prive di significato, è sbagliato non dare un senso al suo operato, la carriera dell’artista è infatti influenzata dal Surrealismo, non solo, tematiche quali il militarismo, la violenza sulle donne, il consumismo e i disagi della società tendono a condizionare i messaggi che l’artista intende trasmettere. Opporsi alla società è l’obbiettivo di Conner, stop alla tecnologia, stop a tutte le violenze praticate dalle società avanzate verso i più deboli.

Piotr Uklanski ed il suo “pugno chiuso”

Un pugno chiuso alto diversi metri, sullo sfondo una parete bianca con del colore rosso che cola verso il basso, simulando il sangue umano. Una poco originale protesta nei confronti del comunismo? Può darsi, ma anche una manifestazione artistica di Piotr Uklanski, figlio di una nazione come la Polonia, che ha vissuto, nel bene e nel male, la dominazione dell’URSS.

Uklanski si è ritagliato un proprio spazio nello scenario artistico internazionale lavorando a partire dalla metà degli anni ’90 tra Varsavia e New York, operando grazie ad una moltitudine di supporti e mezzi, di generi e tecniche ed utilizzando media come collage, installazioni, sculture e fotografie, imbevendosi di molteplici richiami culturali ed intellettuali. Il frutto del suo lavoro è stato poi esposto in diverse sedi come il Ludwig Museum di Colonia, il Centre Pompidou di Parigi, il MoMA di New York e la Kunsthalle di Basilea, partecipando anche a numerose esposizioni internazionali come la 50ª edizione della Biennale di Venezia e la 26ª Biennale di San Paolo.

Ma è grazie all’opera accennata nell’incipit che abbiamo la sua realizzazione più palesemente politica, figlia della serie di installazioni Bialo-Czerwona (bianco-rosso) evidente riferimento alla sua storia di polacco e che viene esposta alla Galleria Massimo De Carlo di Milano nel lontano 2007. Un’installazione maestosa quanto semplice nella sua carica emotiva, esaltata dal quadro macchiato di sangue sullo sfondo, e stilistica per la semplicità nella realizzazione dei contorni del pugno. Infatti, solo guardando il lavoro nel suo insieme e da diversi angoli e punti di vista si può cogliere la potenza dell’insieme, la semplicità arguta che ci fa rimanere immobili a contemplare, con gusto, l’opera.

Circa dieci anni prima l’artista polacco suscitò polemiche per un’altra composizione, anch’essa fortemente carica di significati politici, mai nascosti, con la serie fotografica The Nazis, esposta alla Galleria The Photographers di Londra: attori che hanno interpretato i più famosi film sul nazismo immortalati da scatti fotografici affiancati l’uno all’altro.

Ma ciò che rimane imperituro, sovrascritto sulla retina anche alla chiusura delle palpebre, rimane quel pugno chiuso che ricorda al mondo la potenza che hanno le immagini, anche semplici, sul nostro subconscio.

Il mare di Hull. I nudi blu di Spencer Tunick

Risale al 9 luglio 2016 la nuova iniziativa di Spencer Tunick (1967), artista statunitense specializzato nella fotografia collettiva rappresentante persone nude, che grazie all’ausilio di 3.200 volontari completamente nudi e dipinti in quattro diverse tonalità di blu ha potuto realizzare l’opera intitolata Il mare di Hull. E’ stata la Ferens Art Gallery di Hull a commissionare le fotografie al celebre artista americano per rendere omaggio alla città, nominata capitale britannica della cultura del 2017.

L’effetto scenografico della performance artistica è sorprendente, viene offerta all’osservatore la vista di un mare umano che scorre fra le vie della città, una marea senza acqua ma carica di emozioni variopinte, una distesa d’acqua umana che celebra il rapporto tra Hull e il mare. Il flusso umano suscita reazioni emotive non solo nello spettatore che ammira l’opera d’arte contemporanea ma anche fra gli stessi membri che hanno contribuito la realizzazione del mare umano. “Siamo diventati un mare di silenziosi monoliti blu, di fronte a un obbiettivo quasi invisibile. Siamo diventati acqua che fluisce attraverso una città che una volta era stata inondata”: queste sono le parole di Hannah Tomes su Il Post, una ragazza di 23 anni che ha preso parte all’opera di Spencer Tunick, spinta dall’entusiasmo di essere immortalata dal fotografo statunitense.

Il divertimento, la passione per l’arte e il desiderio di esibizionismo sono i motivi che hanno indotto le persone a prendere parte in modo volontario all’iniziativa artistica. Partecipare come volontari per realizzare Il mare di Hull significa che bisogna affrontare il problema della nudità, l’individuo deve eliminare i tabù che vivono intorno all’essere nudi, si deve superare l’imbarazzo di mostrare il proprio corpo nudo a migliaia di persone estranee, il corpo viene celebrato, non esiste la parola censura per Tunick. L’essere umano è colui che coltiva la cultura e questa non deve avere limiti, il nudo celebrato da Tunick non viene celato, viene fatto marciare silenziosamente tra le vie cittadine ed è ammirato con stupore, lo stesso stupore provato da un qualunque individuo mentre si sofferma ad ammirare l’immensità della natura del mare.

Gli stracci di Michelangelo Pistoletto

«L’operazione che ho fatto sulla storia dell’arte, così vissuta, istante per istante, sui quadri antichi, credo che sia la migliore scuola che si possa fare». Così afferma l’artista Michelangelo, protagonista indiscusso dell’arte povera in Italia. Le opere emblema di questo percorso sono i lavori che pubblica negli anni Sessanta, in cui inserisce gli stracci, da quella più celebre La venere degli stracci, alle meno famose come Orchestra di stracci, Monumentino, e Colonne di stracci.

Pistoletto, con queste opere, si inserisce pienamente nelle coordinate dell’arte povera, volendo recuperare il valore primario del semplice straccio, come materiale vissuto nel rapporto diretto con la vita quotidiana e percepito nella sua forma originaria, fuori dell’uso e del significato assunto nella società dei consumi. Vere installazioni, delle quali lo scopo è legato all’idea di un tempo precario che coincide con l’evento espositivo, ed è connesso alla natura degli elementi usati da Pistoletto.

La Venere degli stracci è la sua opera più celebre, nonché la prima che pone l’accento sui rifiuti e sul consumismo. Pistoletto accosta il Bello ideale alla vita vera, sciupata e usata, incarnando l’ideal-tipo più condiviso della bellezza, la Venere dello scultore neoclassico Bertel Thorvaldsen, che evoca pose e proporzioni della Venere di Miloce la Venere Callipigia. Il calco della Venere classica, bianca e ordinata, da un preciso canone proporzionale, si contrappone al disordine delle pezze, creando una perfetta relazione e armonia tra il passato e il presente, il neutro e il multi colore, l’eterno e il transitorio.

E così l’artista, anche per l’Orchestra di stracci, Monumentino, Peacock e Colonne di stracci, ricava vere opere d’arte servendosi indumenti dismessi, buttati alla rinfusa, ammucchiati in una specie di covone coloratissimo, sotto un piano di vetro, sopra una bicicletta, o assemblati tra loro colonne. L’arte non sta chiusa in laboratori, l’arte circola per strada, e bisogna saperla cogliere nei materiali di scarto, nella traversina di un binario, in un rottame, in un ferro vecchio, ma anche nelle forme viventi.

Germano Celant, filosofo dell’Arte Povera, conosce Pistoletto in occasione dall’esposizione degli Oggetti in meno nello studio dell’artista, e gli riconoscerà la funzione di “intellettuale”, avendo svolto il ruolo significativo di intrecciare uno spartito europeo di contatti tra artisti, facilitando la mostra delle Armi di Pino Pascali (1966, Torino) e la conoscenza dell’arte italiana, mediante la creazione del Deposito D’Arte Presente, rendendo quanto più possibile il dialogo tra gallerie, in particolare Ileana Sonnabend e Gian Enzo Sperone, che ha dato avvio alla circolazione della Pop Art in Italia e dell’Arte Povera in Francia, Germania e Stati Uniti.

Go #Obey, go!

All’inizio alcune forme artistiche non le vedi neanche. Le confondi. Non le distingui. Per Shepard Fairey in arte Obey Giant, street artist e designer, lo stickers è un medium espressivo attraverso cui proseguire le sue poetiche e istanze poetiche uscendo dalla nicchia artistica della street art per giungere al grande pubblico. Tutto ebbe origine da una campagna del 1989, “Andrè the Giant Has a Posse”, stickering propaganda evolutasi poi in “Obey Giant” e cresciuta grazie ad una rete internazionale di collaboratori che replicarono i suoi disegni rendendo le sue immagini virali. L’adesivo si diffonde come un virus, divenendo un simbolo della propaganda politica, del marketing, dell’ingiunzione insensata di ogni potere ad obbedire. Obbedisci al gigante, obbedisci ad Obey.

«L’adesivo non significa nulla ma esiste perché le persone reagiscano, e vi cerchino un significato. Poiché Obey non ha un significato specifico, le varie reazioni e le interpretazioni di coloro che lo vedono, riflettono le loro personalità e lo loro sensibilità».

La campagna Obey Giant entusiasma anche i critici d’arte che la collegano inevitabilmente allo strapotere della pubblicità: stickers e immagini che ti invitano a comprare e obbedire senza specificare a chi o a che cosa, evidenziando i meccanismi basilari che regolano la società con un forte invito a riflettere. Focalizzarsi sugli atti irriflessi riprodotti ogni giorno in una coazione a ripetere può, forse, spingerci a mettere in discussione le logiche di questa società.

Nel guardare le sue opere è inevitabile notare una diretta ispirazione all’arte di Andy Warhol da cui apprende soprattutto l’apertura mentale di connettere il proprio lavoro ad una scena culturale più ampia. Se il creatore della Pop Art aveva ideato la copertina del primo album dei Velvet Underground, Shepard Fairey illustra icone del punk come Henry Rollins, Jonny Rotten e Joey Ramone.

Ma ad accendere su di lui le luci della ribalta fu il famosissimo ritratto di Barack Obama nel manifesto “Hope” durante la campagna elettorale del 2008. Quell’immagine stilizzata in quadricromia del futuro presidente degli Stati Uniti sovrapposta alle parole Hope [speranza], Change [cambiamento] e Progress [progresso] divenne l’icona-simbolo della campagna elettorale di Obama in corsa contro John McCain per la poltrona presidenziale. Quel manifesto ha fatto il giro del mondo divenendo in breve tempo un’icona celebre quanto la Gioconda di Leonardo da Vinci o la Marylin di Andy Warhol. Un’attenzione all’aspetto comunicativo dell’arte che l’artista mette a frutto nella guerrilla marketing e, nel corso del conflitto tra gli Stati Uniti e l’Iraq, nel campo della politica, grazie alla realizzazione di una serie di manifesti di stampo pacifista.

Sguardi sul mondo attuale: #1 Eastern eyes

Tre donne improvvisano in maniera impacciata una danza, nessuna rappresenta il modello classico di bellezza, com’è nella volontà di Wang Qingsong, l’autore. A fianco, una fotografia di Zhang Huan documenta una performance che richiama ad una fisicità intensa, «pregna di rimandi alla cultura e alla sensibilità orientali, mescolata alla storia millenaria di Roma». Accanto, opere di Sugimoto, Ghukasyan, Miyajima e tanti altri testimoniano gli “occhi orientali”, il filo conduttore di tutta la mostra inaugurata dall’EXMA Exhibiting and Moving Arts. Il progetto, intitolato “Sguardi sul mondo attuale – Arte contemporanea internazionale da una collezione privata in Sardegna”, mette in mostra opere appartenenti o nella disponibilità della collezione privata di Antonio Manca.

“Eastern eyes” rappresenta la prima tappa di un percorso atto a «coniugare la cultura orientale con quella occidentale – sostiene Simona Campus, curatrice della mostra – creando delle contaminazioni, con la volontà di aprire l’arte contemporanea ai continenti». Oggi l’Asia, domani chissà.

L’esposizione sfoggia le opere di quindici artisti orientali che spaziano dalla pittura alla fotografia, fino alle grandi istallazioni, in un percorso che si configura come un viaggio ricco d’interesse, attraverso i continenti. La collezione di Manca è, infatti, frutto dei viaggi dello stesso collezionista, che ha indagato le culture locali «guardando la storia con l’ottica del contemporaneo – conferma lo stesso Manca – e selezionando gli artisti sulla base di chi si avvicinasse di più alla cultura ed alla storia di quel determinato luogo, ma che, soprattutto, rompesse con il passato e con il presente». Artisti, quindi, capaci di squarciare il velo di Maya, per consegnare ai visitatori un’interpretazione alternativa della realtà, attraverso l’introspezione corporea dell’artista stesso.

Una “rottura” perfettamente ravvisabile, ad esempio, nelle opere di Wang Qingsong, un artista cresciuto nell’humus culturale successivo alla morte di Mao Zedong, che denuncia gli effetti della globalizzazione economica e culturale, non limitandosi a documentare la realtà, ma esprimendo con chiarezza la sua visione del mondo. Nel componimento Three Graces (2002), egli perpetua la «distruzione della bellezza» delle Tre Grazie di classica memoria, per restituire allo spettatore una visione onirica, angosciante e paradossale del canone di bellezza odierno.

La mostra si concentra, inoltre, su artisti e opere che affrontano e ridiscutono i cambiamenti politici, sociali e culturali degli ultimi decenni, «in modo tale che possano fornire degli elementi di studio – prosegue la Campus – ed uno spunto per comprendere il mondo ed, eventualmente, cambiarlo, attraverso l’azione».

Se Li Wei comunica il trauma procurato dal progresso, figlio della nostra società, attraverso immagini dello stesso artista che appare a testa in giù con la testa piantata in diversi luoghi (senza l’utilizzo di photoshop), Peter Belyi, con la sua Biblioteca di Pinocchio (2008), esprime l’utopia degli architetti, che con le proprie costruzioni pensano di poter cambiare il mondo, mentre Pinocchio è l’illusione che resiste all’interno di ogni essere umano, la fiducia che un burattino di legno (lo stesso materiale dell’installazione) possa un giorno diventare bambino in carne e ossa. «Ma alla conoscenza, rappresentata dai libri, spesso si lega la disillusione», sostengono gli organizzatori.

Artisti in mostra:

Nobuyoshi Araki (Giappone) – Peter Belyi (Russia) – Blue Noses (Russia) – Yufit Evgeny (Russia) – Liana Ghuk Asyan (Armenia/ Germania) – FX Harsono (Indonesia) – Zang Huan (Cina) – Oleg Kulik (Ucraina) – Tatsuo Miyajima (Giappone) – Elena Nemkova (Tajikistan) – Wang QinqSong (Cina) – Roland Ventura (Filippine) – Hiroshi Sugimoto (Giappone) – Entang Wiharso (Indonesia) – Li Wei (Cina).

Wharol, la quotidianità come icona del suo tempo

Vita mondana, giornali, oggetti quotidiani: ecco il campo d’azione di Wharol.

La sua vocazione artistica nasce quando, in seguito ad una grave malattia, la madre gli regala l’occorrente per disegnare. Così, timido e cagionevole, Wharol scopre di essere dotato di una grande capacità di osservazione e un’abilità organizzativa non comune. Diventando il protagonista indiscusso della Pop art americana.

Ciò che lo ha da sempre attratto era “ciò che si vede ogni giorno”, il modo in cui il mondo della comunicazione si trasformava intorno a lui. Non sappiamo di preciso cosa Wharol pensasse, ma il suo soggetto erano: la realtà consumistica e un ossessivo e quasi maniacale interesse per l’immagine pubblicitaria, ponendosi come una sorta di lavagna su cui si evidenziano i segni del suo tempo. In quest’ottica si comprende il motivo per cui ha esposto come opere d’arte le scatole di lucido di scarpe, le bibite della coca-cola e le scatole di zuppa Campbell ripetute in serie, la stessa serie che si trova negli scaffali dei supermercati.

Affascinato dall’informazione giornalistica contemporanea, il suo repertorio abbraccia anche immagini di disastri stradali, o le sedie elettriche vuote, i condannati a morte, frutto sempre della realtà in cui viveva.

E sempre con lo stesso spirito ha riprodotto immagini di personaggi famosi come Liz Taylor, Marilyn Monroe, Marlon Brando e Mao Xedong, togliendo ai volti ogni segno relativo a un momento specifico del tempo e trasformandoli in icone. Semplifica i lineamenti, aumenta i contrasti per accentuare la bocca, crea delle serigrafie delle immagini secondo il procedimento della quadricomia, non a caso quello usato dalle riviste, marcando l’effetto del “fuori registro”, gli spazi colorati non coincidevano perfettamente con i contorni. Wharol si limita a scegliere ed esaltare le immagini che ritiene significative in quanto, indipendentemente dal loro risvolto ideologico o ideale, hanno accompagnato e influenzato la vita di tutti.

Basquiat: un artista contro le regole

Il giovane Basquiat sembra avere le idee molto chiare quando, dopo l’ennesima fuga da casa, esordì un giorno dicendo: «diventerò famoso».

Il ragazzo è già un fenomeno nella scena artistica degli anni ’80, negli ambienti culturali newyorkesi.

Il desiderio di ottenere successo è, per lui, una sorta di riconoscimento, come mancanza dell’affetto da parte del padre e la vita in un ambiente fatto di disordini, alcool e droga.

Mostra subito un talento nell’arte, che diventa una sorta di guida spirituale, che lo tiene lontano da quelli ambienti malfamati.

Il suo talento, insieme all’ambizione, entra a far parte di un mercato troppo cruente. Ogni suo gesto, apertamente spontaneo, s’inserisce in un mondo troppo competitivo e selettivo, fatto da un ambiente culturale particolare con profonde differenze riservate ai neri, dove un ragazzo di colore non poteva competere e non aveva nessuna possibilità di emergere.

I primi successi ottenuti come arista prodigio e riconosciuto lo abbandonarono presto, tanto da farlo precipitare in una crisi da autodistruzione.

Personaggio cupo, malinconico, tenebroso, adatto in quel tempo a rappresentare il proibito; i suoi grafismi riflettono la dura condizione del popolo afroamericano.

I suoi lavori sembrano stilizzati, come un’illustrazione di fumetti, un’alternanza di bianchi e neri, fatti da pennellate rapide: un monito contro la società che aveva oppresso il popolo nero sfruttato come merce da lavoro.

Non trovando nuovi stimoli Basquiat è stato travolto dall’angoscia e ricadde nella droga. Solo la musica, la sua passione, non lo abbandonerà mai, sarà infatti sempre presente nei suoi dipinti.

Dipinge per le strade di New York e sulle metropolitane, acquisendo sempre maggiore consapevolezza della propria vocazione artistica.

Basquiat finì per annullarsi come artista non a causa della sua di se stesso ma come conseguenza dei meccanismi di un mercato troppo cruente che avrebbe travolto chiunque in quella spirale critica, dove la comunicazione riversa i proprio interlocutori sul solo prodotto.

Morì giovane per effetto di quell’energia frenetica, che soffocava l’artista impedendo di esprimersi.

 

Damien Steven Hirst: la rappresentazione della morte

La morte, uno dei più grandi misteri da cui l’uomo tenta invano di fuggire, è il tema cardine della poetica artistica del britannico Damien Steven Hirst, capofila del gruppo YBAs (Young British Artists), genio indiscusso dell’arte contemporanea. Stupire, creare lo shock nel pubblico che ammira le sue opere, questo è lo scopo di Hirst, lo stesso stupore che colpì l’artista all’età di 16 anni quando visitò l’obitorio di Leeds in compagnia di un amico, stupore che portò l’artista ad essere affascinato dai cadaveri che trovò davanti ai suoi occhi.

E’ The Physical Impossibility Of Death In the Mind Of Someone Living (1991) il Manifesto della sua arte poetica, uno squalo tigre di oltre 4 metri immerso in una vetrina colma di formaldeide, una bestia che continua a incutere timore in chi la osserva così come la morte incute paura e terrore, è l’immagine, l’emblema della morte presente nella vita di ciascun individuo.

Nelle opere di Damien Steven Hirst la morte diventa uno spettacolo, crea indignazione e spavento, suscita scalpore ma allo stesso tempo invita il pubblico a riflettere sulla caducità della vita. Come fa l’artista a rendere spettacolare un evento che invece è considerato tragico dall’essere umano? Si ammiri For The Love Of God (2007), un teschio umano ricoperto da 8.601 diamanti purissimi e da un diamante rosa posizionato sulla fronte, è quasi impossibile non essere travolti dalla bellezza suscitata dall’opera d’arte contemporanea più costosa del mondo.

La necessità di offrire al pubblico un’immagine che sia capace di rappresentare il dramma dell’esistenza e della sua fine inevitabile ha spinto Hirst a plasmare opere quali A Thousand Years (1989) e Party Time (1995), la prima caratterizzata da una teca in vetro suddivisa in due ambienti comunicanti con a destra un cubo che nasconde delle larve di mosche e a sinistra una testa di mucca che offre il proprio sangue a delle mosche appena nate, destinate a vivere brevemente a causa della presenza di una lampada anti-zanzare  la seconda invece si riferisce al vizio del fumo, considerato come un “suicidio teorico” dall’artista britannico in quanto la morte non viene auto inflitta deliberatamente, ma la gente che è posseduta da questo vizio mortale sa che verrà uccisa e nonostante ciò continua a rendersi partecipe di questa distruzione.

Santi che si infliggono da soli il martirio, farfalle uccise dai visitatori delle mostre, sono diverse le opere nelle quali questo artista contemporaneo tratta il tema della morte. Con l’arte di Hirst lo spettatore è obbligato a osservare un’immagine che rappresenta in maniera convincente ciò che normalmente non vuole soffermarsi a guardare, il pubblico è così costretto a fare i conti con la realtà, con la caducità della vita.