Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Anish Kapoor: un’esplosione di viscere e sensualità al Macro di via Nizza

Torna ad esporre in Italia, con una produzione totalmente rinnovata, la star dell’arte contemporanea Anish Kapoor.

La mostra, a cura di Mario Codognato e visitabile al MACRO fino al 17 aprile, è composta per la maggior parte da opere recenti e inedite, realizzate dall’artista principalmente negli ultimi cinque anni.

Tutte le opere in esposizione si concentrano sui toni del rosso e sui riferimenti al corpo umano, invadendo gli spazi del museo con forme organiche, bitorzolute e brutalmente sensuali che ricordano da vicino certa arte degli anni Sessanta, e si discostano invece nettamente dalle superfici lisce ed eleganti generalmente protagoniste della produzione dell’artista.

Silicone, tela e pittura si trasformano per volere di Kapoor in viscere giganti e carne viva, in ferite aperte, bendaggi e suture, in riferimenti alla natura primordiale dell’uomo e a organi sessuali, generando opere di grande forza espressiva e in grado di coinvolgere lo spettatore in maniera immediata.

Oltre che attraverso le consuete superfici riflettenti e bizzarre architetture – pur in parte presenti all’interno della mostra con lavori come Mirror (Black to Red), Corner disappearing into itself e la monumentale Sectional Body preparing for Monadic Singularity – il pubblico è coinvolto questa volta dall’artista anche attraverso colori e forme evocative, aiutate nel loro effetto dalle grandi dimensioni e dall’affollamento delle opere all’interno dello spazio espositivo.

È la presenza fisica, in sostanza, ciò che conferisce potenza alle opere in mostra, e ne racchiude il senso molto più che qualsiasi interpretazione. Quella di Kapoor è del resto da sempre un’arte che non ha bisogno di nessuna spiegazione, che tralascia il significato per concentrarsi unicamente sulla relazione tra l’oggetto e colui che lo guarda. Un’arte che va quindi vissuta, che può essere compresa solo attraverso il corpo e i sensi, mediante cioè un incontro fisico e ravvicinato.

Proprio per questo motivo chiunque si trovi a Roma da qui ad aprile farebbe bene ad approfittare di questa occasione, e fare in modo che l’incontro avvenga.

Red display, 2012, in mostra al MACRO (foto dell'autrice) Robe, 2012, in mostra al MACRO (museomacro.org) Sectional Body preparing for Monadic Singularity, 2015, in mostra al MACRO (foto dell'autrice) Anish Kapoor in mostra al MACRO (foto dell'autrice) Apocalypse and Millennium, 2013, e Sectional Body preparing for Monadic Singularity, 2015, in mostra al MACRO (museomacro.org) Corner disappearing into itself, 2015, in mostra al MACRO(museomacro.org) Foetal (dettaglio), 2012, in mostra al MACRO (foto dell'autrice) Mirror (Black to Red), 2016, in mostra al MACRO (foto dell'autrice) Mist on the Mountain (dettaglio), 2016, in mostra al MACRO (foto dell'autrice)

Fino al 17 aprile 2017

MACRO Via Nizza, Roma

http://www.museomacro.org/mostre_ed_eventi/mostre/anish_kapoor

 

Philippe Pasqua, l’artista della vulnerabilità

«Io non voglio dipingere le persone come appaiono. Voglio dipingere le persone come sono». Lucian Freud.

La citazione del pittore Lucian Freud è la chiave di lettura che è stata scelta in questa sede per trattare l’esperienza artistica di un altro pittore e scultore, il francese Philippe Pasqua (1965), il quale operato è chiaramente influenzato dal lavoro di Freud, da Jenny Saville e da Francis Bacon, artisti che non solo possiedono la stessa energia nel tratto creativo, ma che, come Pasqua, hanno condotto un’attenta indagine intorno agli attimi intimi del corpo umano e alle emozioni facciali.

I ritratti di Philippe Pasqua danno all’osservatore la straordinaria sensazione di essere vivi, l’artista rende giustizia a ciò che è vulnerabile ritraendo persone portatrici della sindrome di Down, ciechi e transessuali, ovvero individui che ancora oggi purtroppo sconvolgono la società. Ogni volto rappresentato è il risultato di un continuo conflitto esistente tra ciò che la società tende a tollerare, quindi tra ciò che viene mostrato, e fra ciò che viene represso, ovvero fra quello che gli individui vorrebbero nascondere.

I volti rappresentati da Pasqua, in modo particolare i ritratti realizzati con le vernici, sono ben lontani dalla tendenza artistica secolare del rappresentare i volti così come sono realmente, l’artista non si cimenta nella banale riproduzione reale o per così dire “fotografica” dell’aspetto esterno, Pasqua propone invece una visione psicologica del soggetto, propone al pubblico il carattere fragile dell’uomo, la parte vulnerabile dell’essere umano, ponendo così in luce la debolezza che è celata nell’interiorità umana.

Concentrarsi sulla rappresentazione dei ritratti consente all’artista francese di prestare la massima attenzione al volto del soggetto, non concedendo attenzioni ad altri dettagli per non alterare l’immagine creata. E’ l’energia proposta dalla pittura di Pasqua a conferire carattere all’immagine, il gesto violento ma delicato allo stesso tempo e che conferisce lo stato di shock a chi osserva le opere permette all’interiorità del soggetto preso in esame di emergere in tutto il suo tragico splendore, facendo ricordare all’uomo, a quell’osservatore figlio di una società dominata dalla tecnologia e dal denaro, che esiste un’umanità vulnerabile, che esiste la caducità delle cose terrene.

Sempre alla Vanitas, ossia alla vulnerabilità, Pasqua dedica le sue opere scultoree, consistenti in teschi umani ricoperti, per esempio, di farfalle, simbolo per eccellenza della morte, della fugacità della vita, tematica che tende ad avvicinare l’artista francese all’operato del britannico Damien Hirst e che ancora una volta invita l’essere umano a riflettere sulla temporaneità dei beni materiali e sulla bellezza insita nella brevità della vita.

L’essere umano non è eterno e invincibile, non bisogna celare il suo essere fragile, così Philippe Pasqua propone un’arte indirizzata verso la reale essenza dell’essere vivente, dipinge e scolpisce l’uomo come è realmente, vulnerabile.

 

William N. Copley – Fondazione Prada. Sarcasmo e Ilarità in scena a Milano

Fino al 12 febbraio a Milano una delle istituzioni d’arte più prestigiose, la Fondazione Prada, ospita in collaborazione con la Menil Collection Houston la retrospettiva dell’artista americano William N. Copley curata per l’edizione italiana da Germano Celant. Due piani, 150 opere esposte ed un allestimento che ripercorre la carriera dell’artista dalla fine degli anni ’40 a Los Angels fino alla sua scomparsa nel 1996, seguendo un percorso espositivo di tipo biografico e creativo.

La mostra milanese è nettamente più ampia rispetto a quella esposta ad Houston e vanta opere provenienti da musei e collezioni internazionali. La più grande retrospettiva dedicata all’artista conosciuto per il suo grande umorismo e sarcasmo.

Eccezionale da parte del curatore la scelta di inserire all’interno della mostra un nucleo di capolavori di Max Ernst, Renè Magritte, Man Ray e Jean Tinguely facenti parte della raccolta personale dell’artista, conservati alla Menil Collection.

Copley orfano, grande collezionista d’arte, artista che per una vita cercò, attraverso le sue opere, di dare un volto a quella madre che lui non ebbe modo di conoscere. In precedenza Leonardo fece lo stesso dipingendo numerose versioni di Madonne, Copley lo fece seguendo una modalità più borderline con la rappresentazione in molte sue opere di prostitute. Attraverso queste immagini cercava da una parte di sublimare le sue perversioni, dall’altra l’elogio alla libertà sessuale; un moderno e semplice intento a voler buttar giù le barriere ed i pregiudizi nei confronti della pornografia.

Artista fortemente eclettico, nelle sue opere c’è un chiaro elogio alla libertà, all’anticonformismo, al puro piacere sessuale. Tele acriliche di grandi dimensioni, con esperimenti di linee, colori e allegorie.

Una pittura la sua che va in controtendenza, che sta a metà tra il surrealismo europeo e la pop art americana.

William N. Copley Immagine della FLAGS ROOM Foto Roberto Marossi Courtesy Fondazione Prada William N. Copley Courtesy Fondazione Prada William N. Copley Foto Roberto Marossi Courtesy Fondazione Prada William N. Copley Foto Roberto Marossi Courtesy Fondazione Prada

Informazioni utili

William N. Copley

Fino al 12 febbraio 2017

Fondazione Prada

Largo Isarco, 2 – 20139 Milano

www.fondazioneprada.org

 

 

Gli schermi assurdi di Eva e Franco Mattes

Troppo in alto, troppo in basso, troppo attaccati alla parete o girati al contrario: questo è il modo in cui gli schermi di Befnoed, opera ideata dal sovversivo e sempre provocatorio duo Eva e Franco Mattes, si offrono (o meglio si negano) allo sguardo dello spettatore.

L’opera, in mostra fino a pochi giorni fa in Italia all’interno della sedicesima Quadriennale di Roma, è composta da diversi video di brevi performance filmate con webcam o telefonini, messe in atto da lavoratori anonimi assoldati dagli artisti attraverso siti di crowdsourcing. L’aspetto più originale dell’opera sono le modalità piuttosto bizzarre con cui questi video vengono mostrati al pubblico. Essi si trovano innanzitutto sparsi su social network pressoché sconosciuti in cui, in assenza di riferimenti alla loro origine e al loro scopo, possono essere visualizzati casualmente da “pubblici accidentali”. Vengono poi anche esposti in musei e gallerie, con un metodo installativo a dir poco fuori dal comune: attraverso schermi posizionati in modi assurdi, che costringono lo spettatore a performance fisiche e grande inventiva per riuscire a guardarli.

Due sono perciò i contesti in cui vive quest’opera: sia nel mondo aperto di Internet che nel circuito protetto dell’arte, due sistemi opposti ma che, come i Mattes si impegnano a dimostrare già da anni, non sono necessariamente in conflitto e non per forza si escludono a vicenda.

In entrambi questi contesti però (è questa la peculiarità del lavoro) i video si sottraggono alla ipervisibilità contemporanea, alla ricezione immediata a cui siamo ormai abituati per ogni genere di immagine e informazione, scelta che non nasconde una certa intenzione critica. L’attenzione alla rete sotterranea che si nasconde al di là dei soliti siti che visitiamo quotidianamente in maniera meccanica e ripetitiva, ad esempio, sembra un modo per criticare il valore di totale trasparenza e libertà comunemente (ed erroneamente) attribuito alla rete. Anche un’altra riflessione critica, poi, può essere individuata alla base dell’opera: quella sull’estrema disattenzione attuale nei confronti delle immagini, generata dell’enorme bombardamento visivo a cui tutti siamo soggetti, e ancor più esasperata all’interno di una rete in cui ormai tutti producono contenuti ma nessuno è più interessato a svolgere il ruolo di spettatore.

L’interazione con le immagini è del resto uno degli oggetti principali di tutta la ventennale pratica artistica del duo. Anche nel tempio dell’arte tradizionale allora, quanto di più distante dai canali in cui agiscono abitualmente, i Mattes hanno trovato un valido escamotage per combattere la disattenzione rispetto alle immagini e la loro ricezione passiva da parte del pubblico. Dopo i personaggi anonimi che hanno realizzato le performance e il pubblico inconsapevole che in esse si è imbattuto sul web, anche il pubblico che visita fisicamente l’opera è infatti coinvolto in maniera attiva dagli artisti e, spinto ad assumere posizioni imbarazzanti e a generare ilarità nel resto dei visitatori, si trasforma esso stesso in una sorta di performer.

Va notato, però, che una delle reazioni più tipiche del pubblico di fronte a un’opera, in questo momento storico, è quella di fare una foto e postarla su Internet. Questo atteggiamento alimenta ovviamente proprio quella ipervisibilità, quella disattenzione e quel ristagno sulla superficie della rete oggetto della riflessione all’origine dell’opera stessa, generando perciò quello sembra essere una sorta di circolo vizioso, che a questo punto speriamo possa favorire in futuro la nascita di nuovi lavori dell’eccentrico duo.

 

Luci e suoni nella culla del Rinascimento

Dopo i meravigliosi successi degli anni precedenti, la magia dell’illuminotecnica è tornata a Firenze dall’8 Dicembre all’8 Gennaio, per il quarto anno consecutivo. Luci, suoni, colori, movimento: un evento artistico super coinvolgente che per un mese intero ha preso forma nelle piazze principali della città e non solo, con lo scopo di riconquistare il centro storico.

Un percorso che, contando circa diciotto punti, crea un vero e proprio racconto luminoso, per far riscoprire il potere della luce nell’arte, la metamorfosi della materia, il concetto di tempo nell’universo. Da via Ghibellina a Piazza della Signoria con la Loggia de’ Lanzi e la Fontana del Nettuno, dalle Murate a piazza Santo Spirito, corso Tintori, via Nathan Cassuto, via Burchiello, piazza Beccaria, Palazzo Borghese, via del Ponte Sospeso, il palazzo della Rinascente.

Nel Ponte Vecchio si è potuto ammirare un videomapping straordinario intitolato Lightness, proiettato da nord-est, dedicato alla rappresentazione e significato del potere della luce nella storia dell’arte, in pittura, nei metalli, nei gioielli, nelle vetrate. Da Taddeo Gaddi a Raffaello, da Caravaggio a Van Gogh, da Giacomo Balla a Emile Nolde, da Andy Warhol a Dan Flavin. Una carrellata di immagini in ordine sparso per sentire sempre più familiare la storia dell’arte.

In piazza Santo Spirito, proprio sulla facciata della basilica agostiniana, sono state proiettate le opere dei partecipanti alla open call lanciata dallo IED, Istituto Europeo di Design, dedicate al tema del fiume, in particolare dell’Arno, per celebrare il cinquantesimo anniversario dell’Alluvione di Firenze.

Nella Loggia del Porcellino, in pieno centro storico, è stato il tema del Fanciullino a dominare l’area. Nel pavimento sono state proiettate installazioni multimediali progettate da Giancarlo Cauteruccio Stefano Fomasi e Sergio Risaliti. Ciò che anima questo luogo è dunque il tema dell’infanzia, della fanciullezza come stagione dello stupore e della rivelazione, l’infante come re del mondo e dio in terra, ma anche l’infanzia tradita. Uno studio del bambino, associato al fanciullino Pascoliano e al dio-bambino di Hilmann.

In piazza Santa Croce una stupenda proiezione chiamata Tunable White, ha animato la facciata della basilica, grazie alla quale le pietre e i marmi sembrano muoversi grazie al sistema che varia la resa cromatica della superficie architettonica, creando giochi sulle tonalità del bianco, di chiaro-scuro, caldo-freddo.

«Ogni anno con F-Light rendiamo la città più bella e accogliente, dando una nuova immagine della Firenze notturna. L’amministrazione prosegue la collaborazione tra pubblico e privato in un settore di grande fascino e potenzialità, sempre più protagonista dell’innovazione tecnologica. Con la collaborazione ed il coordinamento tecnico di Silfi, anche quest’anno portiamo a Firenze il meglio dell’illuminotecnica, con un programma che coinvolgerà sia i cittadini che gli addetti ai lavori; inoltre abbiamo avuto un prezioso e significativo incremento del contributo del mondo universitario, che ringrazio per la collaborazione», così si esprime fiduciosa e soddisfatta dei risultati, l’assessore allo Sviluppo economico Sara Biagiotti.

 

 

Malevic erede della sua arte

Kazimir Severinovic Malevic è un artista totalmente innamorato delle sue idee, della sua arte e della sua influenza esercitata in ogni campo, passando dalla pittura fino alle produzioni teatrali. La sua produzione non seguiva né il successo né il denaro, ma solo il piacere di essere vista.

L’artista russo ha subito il fascino della cultura ucraina ed è stato capace di esercitare nella propria pittura l’influenza di questo magnifico Paese dell’Est. I contadini, le case colorate e le icone saranno la sua prima accademia e il suo grande futuro.

Le sue opere erano totalmente originali e diverse dai suoi conterranei da sintetizzare combinazioni diverse dal cubismo, dalla geometria figurativa fino alle avanguardie del futurismo. Una pittura che rappresentava con poche pennellate il movimento facendo leva su colori caldi e freddi.

Testimoniando l’influsso del mondo contadino tanto caro all’artista, le sue opere mantengono tutto quello spirito nativo mescolandosi agli elementi del cubismo, focalizzando l’attenzione sulla decomposizione degli elementi figurativi in volumi geometrici e creando un’immagine pittorica non come la si vede o conosce ma come la si percepisce, ma senza eliminare del tutto la leggibilità del soggetto.

Si tratta sia di nature morte che variano in forme ondulate e multilineari, in cui il cubismo è decisivo come protagonista, sia di campagne dove il colore è il principio dinamico che era già presente nelle sue tele.

Malevic mostra un’attenzione particolare verso poeti e intellettuali, da segnare un’importante evoluzione della sua arte sia dal punto di vista scenico e teatrale, in cui corpo e forma si delineano insieme.

L’artista russo mostra una particolare attenzione alla pittura visiva, che mira a mostrare la pittura con produzioni scaturite dalla nostra mente. Tutta la sua poetica del colore è elaborata dalla sensazione, dalla luce, dal colore e non dalla forma.

Si mostra come erede della pittura delle icone russe considerata come la produzione superiore dell’arte contadina.

 

Fausto Melotti. Per una melodia raziocinante

La Milano degli anni ’30 e ’40 fu la fucina creativa dei primi astrattisti italiani. Avanguardisti, da intendersi nel senso di purissima roccaforte di pensiero, bastian contrario della moda artistica dell’epoca. Teorici di un’arte trasparente, onesta e coerente come una formula matematica, propongono un radicale mutamento in un’Italia ferma in una situazione culturale stantia, quando non legata a delle coercizioni politiche. Fausto Melotti studia ingegneria al Politecnico di Milano, ma frequenta anche l’Accademia di Brera; non pago, approfondisce la conoscenza del pianoforte, e va ad imparare la scultura da Pietro Canonica. Poliedrico e curioso, passa da disciplina a disciplina, interagendo con le loro sfumature e facendone proprie le singolari peculiarità.

La sua scultura è una pura forma che disegna lo spazio, leggera ma pregnante. E’ del 1935 la sua Scultura n. 15. Non serve sottolinearne l’assolutà attualità; quello che preme evidenziare è la severa verticalità che si piega con grazia a una curva, di pensiero, o di un suono. La linearità si perde d’improvviso, ma senza disturbare lo sguardo, anzi, guidandolo verso una nuova direzione. Si staglia con eleganza davanti alle geometrie regolari alle sue spalle, quasi a diventare un segnale stradale concettuale. La scelta del bianco non indica però divieti; via libera al pensiero, dunque.

Melotti si cimenta in più tecniche; la ceramica del 1948 intitolata La follia, è un’ ironica liquefazione della razionalità. Paradossalmente è proprio la parte della testa a restare integra, in contrapposizione allo sfaldarsi, simile a cera fusa, del corpo candela della figura ridente. Gli occhi, scuri e vivaci, ridono di qualcosa che passa in alto; la mano, bianca e regolare, sembra salutarla. Qui non c’è linearità, c’è un gorgogliare di emozioni, non volte allo straripamento, ma contenute nella forma stessa dell’essere.

Scultura G Nove cerchi segna il passo con la produzione dell’astrazione europea precedente; una scultura simile richiama la musicalità e le melodie di un Kandiskij, utilizzando però una tecnica diversa rispetto alla pittura. Una geometria che si fa suono, in un gioco di rimandi e di circonferenze piene e vuote, come le note in un pentagramma solido. E’ interessante notare come il connubio delle esperienze formative e di studio di Melotti riesca a uniformarsi in modo egregio e limpido nelle sue opere; ciò dimostra come una purezza di pensiero e un interesse genuino verso arti e discipline molto diverse fra loro porti di fatto ad un superamento delle differenze a prima vista inconcilabili che sussistono tra le stesse, per approdare a un nucleo fondante comune, quello della bellezza e dell’ordine, archetipi originari indiscussi.

Alfabeto del 1971 sembra il tracciato fatto col gesso su una lavagna in una qualsiasi aula universitaria di matematica; sono formule o immagini? E’ un alfabeto letterario, segnico o matematico? Quale tipo di semiotica potrebbe decifrarle? E se fosse necessario l’intuito più che il raziocinio? O se fosse la mente guidata dall’istinto, (coppia inedita, davvero!), a permetterne la decodifica?

Le opere di Melotti sanno di movimento sonoro, di scale alte e basse, di minore e maggiore. Non si perdono mai in cacofoniche dimostrazioni, in senso visivo, si intende; semmai sono il risultato di un’esecuzione perfetta di una sobria orchestra che suona in sintonia con gli stimoli del mondo.

 

Obiettivi homemade nelle fotografie di Cate Woodruff

«Quando lavoro con superfici riflettenti e obiettivi fatti in casa realizzati da oggetti trovati, le fotografie rivelano uno spazio inosservato, energia e luce». Ecco Cate Woodruff.

Artista a 360 gradi, Cate è una fotografa, video artista, artista di installazioni, pittrice, anche digitale, curatrice, direttrice, scrittrice e attrice. Vive con il marito David Van Tieghem, compositore e percussionista, e ha uno studio a Bushwick (Brooklyn, New York).

Nelle fotografie digitali single-shot, Cate non è interessata alle forme, quasi irriconoscibili negli scatti, perché tra l’oggetto da fotografare e l’obbiettivo colloca dei filtri semi trasparenti, lenti colorate o cocci di vetro, così che la camera digitale cattura la luce che li attraversa strato dopo strato. Utilizza dunque strati di superfici riflettenti e lenti homemade così da collegare curve e distorcere i confini della materia al di là dell’esistenza di modulo, fotografare la luce, il colore e le forme prima che gli oggetti assumono un senso comune, creare insomma una sorta di barriera concettuale. Cate spinge la sua macchina fotografica oltre il bordo ottico rivelando lo spazio, l’energia e la luce che spesso non sono visti ad occhio nudo. Alcune di queste opere sono state esposte dall’artista presso la Gallery pma di via Napoli a Cagliari, dal 8 al 16 luglio 2016.

«Gli oggetti sembrano definiti, ma le esperienze sono fugaci e temporanee. Non c’è separazione nella forza della vita, le molecole che tengono tutti noi insieme. (…) Lasciar andare di ciò in cui credo con i miei occhi, mi permette di passare attraverso la parete di concettualizzazione e fotografia quello che abitualmente non fisso, per vedere ciò che tutti noi assolutamente comprendiamo».

Le sue opere, dipinti sotto forma di stampe fotografiche sono state fatte e proiettate da dimensioni piccole a molto grandi. Possono essere presentati in tante e diverse modalità: su carta tradizionale di archiviazione metallici o, montate su galleria plexi, o su lastre di alluminio spazzolato, o con la visione pura per essere mostrato in finestre, retroilluminato a parete o free-standing, e in lightboxes lightwalls, o aderito a quasi qualsiasi oggetto in gallerie, case, aziende, spazi pubblici, e previsto per produzioni teatrali o musicali. Artista multimediale, Cate ha elaborato anche installazioni con fotografie o proiezioni in forme in tre dimensioni con audio interattivo e musiche, in quasi quarant’anni di carriera artistica incentrata sulla ricerca, ha tenuto saldo il suo scopo: abbattere i muri che separano le diverse forme d’arte e le discipline, è un vera e propria artista multimediale.

Cate ha ricevuto un Bachelor of Fine Arts (laurea in arti visuali e performative) in teatro da Webster University di St. Louis, si è laureata alla London Academy of Music and Dramatic Arts attraverso la New York University, ed è stata allieva fondatore dell’Istituto di Robert Brustein For Advanced Theatre Training presso la Harvard University a Cambridge.

Fin dai primi anni Ottanta, Cate ha viaggiato tantissimo, è stata modella di stampa per Henri Bendel, divenne assistente del fotografo di moda Gosta Peterson a New York. Ha poi continuato negli anni Novanta come giornalista radio e tv, fotografa, operatore video, scrittrice, regista, attrice, e amministratore di teatro, collaborando a numerosi progetti indipendenti come l’American Repertory Theatre di Cambridge, il Teatro X di Milwaukee, ha progettato video installazioni alla Woodstock Furniture Gallery, ha lavorato come fotoreporter, giornalista e redattrice online.

 

Urs Fischer. Attenzione al quotidiano in primo piano

Noto come il Cattelan svizzero, Urs Fischer, classe 1973, è un artista contemporaneo che innalza l’oggetto quotidiano alla qualità di opera d’arte. Fonte d’ispirazione per l’arte di Fischer è sicuramente il mondo di Hollywood, in quanto il cinema, con il mondo dello spettacolo, influenza la vita di tutti i giorni, crea un’immagine di ciò che è giusto e sbagliato, ha la tendenza di formare immagini idealizzate, un po’ come accade, secondo quanto affermato dallo stesso artista, dal ruolo del Vaticano per la Chiesa Cattolica, ove il Vaticano, con il suo Credo, è l’esempio d’eccellenza per i fedeli.

Nonostante il cinema sia fonte d’ispirazione, il pubblico non deve cadere nell’errore, come spesso accade, di soffermare il proprio sguardo sugli oggetti presenti nello sfondo della scena, sono gli oggetti in primo piano, quelli che tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi e che distrattamente non notiamo, a catturare l’attenzione, la sensibilità artistica di Fischer, i quali possono essere considerati grandi o piccoli in base al rapporto intercorrente con lo spazio che li ospita. Così in base a un rapporto oggetto – spazio, dove per oggetto si allude all’opera d’arte, Fischer reputa grande l’Hitler di Maurizio Cattelan, in quanto collocato in una sala di grandi dimensioni. Se la frenetica società contemporanea appare distratta nei confronti del quotidiano, arrivando spesso a non notare i semplici oggetti che accompagnano la nostra vita, niente paura! Ci pensa l’artista svizzero a omaggiarli.

Quotidiano non è solo l’oggetto rappresentato, ma anche la materia utilizzata per rappresentare l’opera, così Fischer servendosi della cera che solitamente si troverebbe in una casa sotto forma di una semplice candela ha plasmato il Ratto delle Sabine, sul modello della scultura del Giambologna. Con lo stoppino acceso, la scultura del Fischer è andata incontro al proprio destino sciogliendosi, emblema del tempo che scorre tutti i giorni inarrestabile, una condizione comporta un cambiamento dell’opera d’arte ma che non la distrugge totalmente perché, anche se si è sciolta la creazione del Fischer rimane lì, cambia solo la forma. Tale mutamento non comporta solamente la perdita della forma originale, viene alterato il rapporto opera – spazio in quanto la creazione artistica è legata allo spazio che la ospita, così se viene alterato il rapporto fra i due subisce un cambiamento e tali metamorfosi sono al centro degli studi di Fischer.

 

 

Mario Schifano. Sperimentare la vita

Sperimentare, tentare, trasgredire. Questi sono stati i capisaldi della pittura di Mario Schifano, artista italiano di punta della seconda metà del secolo scorso. La sua onnivora curiosità verso le più svariate forme d’arte, nonché verso tutte le esperienze che la vita poteva offrirgli, lo ha portato ad essere sempre un passo avanti rispetto ai suoi contemporanei. Sporgersi oltre, letteralmente, permette una visuale migliore, ma comporta anche dei rischi; sempre parlando per simboli, sappiamo che si può perdere l’equilibrio e, nel peggiore dei casi, anche precipitare giù. Schifano è caduto, alla fine, dopo una vita di eccessi, ma l’ha fatto al termine di una parabola luminosa e rumorosa, come quella di un fuoco d’artificio; il suo Senza titolo (Fibre ottiche), potrebbe anche essere un efficace autoritratto, una sintesi autobiografica che si fa guizzo di luce.

La sua parabola artistica inizia negli anni ’60, in quella temperie che anche in Italia prende il nome di Pop art; famose sono le sue reinterpretazioni dei grandi colossi pubblicitari stranieri, primo fra tutti quello della Coca cola; il noto marchio viene piazzato davanti agli occhi dello spettatore, gocciolante colore, come a trasudare la linfa stessa della pittura, che diventa liquida come la bevanda rappresentata. Se la Coca cola è il simbolo americano per eccellenza, l’arte pop di Schifano si rifà a quello che è il nostro di emblema nazionale: la tradizione storico-artistica italiana. Futurismo rivisitato, del 1965, è un’opera di un’attualità sconcertante. Schifano rielabora la famosa foto di gruppo che ritraeva il primo nucleo degli artisti futuristi, riproducendone le silhouette con lo spray: una vera e propria prefigurazione dell’odierna e tanto acclamata street art. Detto tra noi, Bansky non si è inventato nulla di nuovo. Riesce a rendere pop un elemento del passato e a trasformarlo in un’icona moderna.

Dello stesso periodo è la serie dei Paesaggi anemici, che ci mostra tele coperte da lievi cromie, linee e onde che suggeriscono piuttosto che indicare topografie riconoscibili. Progressiva perdita di forma, che a volte però torna preponderante, con un gesto esaltato, quasi infantile, come in Tutte stelle del 1967, dove il paesaggio notturno diviene immediatamente riconoscibile grazie a un manto di astri grandi e brillanti come quelli che disegnano i bambini. Si torna a sognare.

Successivamente i paesaggi si evolvono, da anemici diventano alfabetici, subentra anche il linguaggio, come indicazione supplementare: Mare del 1978 è un’ironica rappresentazione dello stesso, ottenuta ribaltando completamente i termini con i quali di solito riconsociamo la massa d’acqua che porta questo nome. L’immagine sta dritta in verticale, diventa uno schermo, quasi una tv che proietta il suo riflesso; il colore, blu intenso, alla Klein, ci dà un ulteriore dritta per riconoscere l’elemento di cui parliamo; e se ciò non bastasse, te lo scrivo sopra, così da fugare ogni dubbio residuo.

Schifano si cimenta anche nella musica e nel cinema; lui è l’artista, e la versatilità del suo operare diventa declinazione linguistica multistrato. Ciò che conta è comunicare un messaggio, il mezzo varia a seconda del momento, o magari dell’umore; poco importa. Ciò che si deve fare è provare, aprire un’altra porta, andare dove non si è ancora stati, usare nuovi colori; vivere davvero forse significa assaggiare tutto, almeno una volta.