Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Cindy Sherman. Cosmesi dello stereotipo

Cindy Sherman è nota come fotografa, ma forse la definizione che più le si addice è quella di teatrante. Si accosta all’arte tentando con la pittura ma presto si accorge che non la soddisfa ed inizia a fotografare sé stessa, travestendosi da altro da sé.

La prima serie dei suoi lavori è quella degli Untitled Film Stills, lunga serie di scatti che sembrano altrettanti fotogrammi di una pellicola cinematografica. La Sherman posa come un’attrice, interpretando in ogni immagine un ruolo, un’identità, uno stereotipo associato al femminile, tanto spesso presente nei film d’epoca: la casalinga, la prostituta, la donna sedotta e abbandonata, i vari ruoli la rivestono e sono da lei indossati a loro volta. Negli anni della lotta femminista, queste immagini sembrano voler polemizzare contro il ruolo spesso minoritario o limitante attribuito alle donne, ma in realtà l’ironia che traspare da queste foto non è polemica né giudicante, non prende posizioni nette ma diventa semplice e lucida interpretazione.

Questa attitudine recitativa e performante trova un ulteriore sviluppo negli History Portraits, un esperimento che la vede indossare i panni e i colori di una serie di figure tratte da famosi dipinti della storia dell’arte; un’operazione di mimesi con la pittura e con quello che l’ha preceduta come artista, con effetti stranianti e speso divertenti; un’ironia malcelata, il gusto di compiacersi in una mascherata che fa il verso a un’arte forse ormai sorpassata.

Con le Sex Pictures invece l’ironia diventa incubo, il piacere diventa pornografia macabra e asfissiante. Le immagini non la vedono più protagonista, al suo posto una serie di manichini o di parti anatomiche in plastica, montate spesso in modo non lineare creando una commistione di generi sessuali e di forme. L’esito è raccapricciante e ributtante, si perde qualsiasi attrazione, rimpiazzata da una sorta di repulsione. La meccanica dei corpi incastrati toglie qualunque naturalezza all’atto fisico, che diventa qui un avvilente mercificazione, quasi un negozio di sex toys dell’incubo.

La Sherman ha il potere di appropriarsi dello stereotipo che vuole rappresentare in modo completo e convincente, dote che hanno tutte le grandi attrici quando danno vita a un ruolo. Si trucca e si traveste da concetto. Un esempio su tutti l’interpretazione della tipica quarantenne americana, ex reginetta di bellezza, ora casalinga in tuta da ginnastica occupata a spalmarsi di crema autoabbronzante mentre segue corsi di aerobica nella tv via cavo, una versione al cerone della famosa Barbie a stelle e strisce. Definirla fotografa è per questo limitante, l’artista in questo caso diventa tableu vivant del concetto stesso che la sua opera vuole rappresentare.

 

Dalla tecnologia alla natura, dalla natura all’arte. Il caso di Nicola Toffolini

Avete mai pensato ad un’opera d’arte che altro non è che un misto tra arte, natura e tecnologia? Stiamo parlando di Nicola Toffolini.

Quarantadue anni, architetto di formazione, è un artista a 360 gradi: performer, designer, coreografo, impegnato nelle arti visive e nel teatro. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Venezia diplomandosi in pittura nel 2000 con una tesi sul tema “Piccolissimi volumi mutevoli”. Ora vive e lavora tra Firenze e Coseano, in provincia di Udine.

Nicola Toffolini realizza vere opere d’arte che, classificate come sculture o installazioni di piccole o grandi dimensioni: non sono altro che una combinazione di materiali artificiali e tecnologici con elementi naturali, i cui processi di crescita ne rimangono inverosimilmente suggestionati. Quella di Toffolini è una creatività unica e rara,un’abilità artistica che accresce il potere dell’arte contemporanea. L’interesse di Toffolini si rivolge alle plurime dimensioni della natura ma soprattutto alle molteplici facce dell’arte, arte come espressione. Indaga non solo sui processi di formazione e di crescita, ma soprattutto sul nostro concetto di natura, applicando dei contrasti.

Ma entriamo più nello specifico per capire di cosa stiamo parlando. L’opera che meglio spiega questa sua vena artistica prende il nome di Volumi mutevoli a regime di crescita disturbato, realizzata nel 2009.

Due teche identiche. Nella parte superiore sono inserite delle celle solari, in quella inferiore, posiziona una pianta, per ogni teca. La funzione del pannello fotovoltaico è catturare la luce dispersa nell’ambiente, naturale o artificiale che sia, trasformandola in energia. Le piante sono in questo modo illuminate da due sorgenti luminose diverse, una blu e una rossa. Benché le piante siano della stessa specie, nella crescita subiscono delle patologie, reagendo dunque in maniera diversa tra loro, relativamente ai differenti spettri luminosi. Mentre una pianta presenta una crescita in direzione verticale, l’altra tende piuttosto a espandersi in larghezza. In aggiunta, in una terza vetrina a parete, vengono presentati i disegni che rappresentano il processo di produzione e gli effetti della luce sulle piante.

È un lavoro che sintetizza lo studio dell’artista sul rapporto tra un elemento naturale estrapolato dal suo contesto originale, e un elemento tecnico. Le sue installazioni agiscono sia attraverso il potenziale semantico dei propri elementi, sia attraverso i processi naturali o artificiali che li legano tra loro.

«Cerco solo banalmente di inseguire un’idea e di formalizzarla col mezzo con cui sento-penso meriti essere concretizzata. Per il resto preferisco curiosare e cercare di fuggire il più possibile dalle classificazioni. Mi sento a mio agio quando riesco a sentirmi ancora mobile. Cerco di indagare le potenzialità espressive di alcune componenti tecnologiche cercando il più possibile di non farmi incastrare dall’ostentazione del semplice tecnicismo». Così si esprime, un Leonardo contemporaneo? Certamente una ingegnosità incomparabile.

 

 

Georg Baselitz – Gli Eroi. Palazzo delle Esposizioni

Il titolo della mostra che il Palazzo delle Esposizioni dedica a Georg Baselitz fino al 18 giugno può trarre in inganno lo spettatore nel momento in cui questi si trova davanti a queste magnifiche tele. Gli Eroi o Nuovi Tipi, sono due denominazioni che raccolgono un sottogruppo di vari personaggi. Figure incombenti caratterizzate da un’aura tragica e ferita, ma nonostante questo dotate di grande personalità e di una carismatica forza espressiva. La mostra traccia un excursus nell’ideologia pittorica di Baselitz, concentrandosi su un corpus di tele dipinte tra il 1965 e il 1967, esposte insieme ai primi lavori degli anni ‘60 e a quelli più recenti del 2007, ossia una serie di tele che hanno protagonista l’antieroe per eccellenza, ovvero Adolf Hitler.

Baselitz cresce nel clima oppressivo della Germania dell’Est, che si trovava sotto il controllo della Repubblica Democratica Tedesca. Sceglie di fuggire nella Germania dell’Ovest, prima della costruzione del Muro di Berlino. dove la situazione era diversa, offriva più possibilità e soprattutto una maggiore libertà di espressione. Questa fuga però gli lascia dentro un senso di colpa sotterraneo, suo e di tutta una generazione piegata, come un tradimento delle sue origini, che si è trovato obbligato ad abbandonare. Forse è per questo che assume il cognome d’arte Baselitz, da Deutschbaselitz, nome del suo paese natale.

I primi Eroi sono rappresentati come figure di fuggiaschi legati a grossi alberi nodosi, che si legano alla tradizione naturalistica pittorica teutonica; giganti intrappoli, bloccati nel loro desiderio di fuga. Negli anni successivi gli Eroi si liberano dei vincoli arborei ma presentano sempre delle menomazioni, fisiche o spirituali: sono mutilati nel corpo ma non nelle intenzioni, sono soldati, partigiani, ribelli, figure di rottura con l’ordine costituito, denotati da un comune desiderio di fuga misto spesso a un substrato di colpa che altro non è che la grande ombra che i tedeschi si portano dietro, quella del Nazismo prima e della dittatura socialista dopo, due facce della stessa medaglia di privazione di quell’ossigeno libertario necessario alla creazione artistica. La pittura in questi lavori è formidabile, grassa e delineate, con la curiosa caratteristica di apparire a prima vista come molto bidimensionale, mentre dopo attenta osservazione offre slanci di tridimensionalità incredibile, come se la figura fosse pronta a camminare oltre il bordo della tela. I toni sono terrosi, il nero è utilizzato in modo grafico, per segnare le articolazioni o le pieghe di un volto come quelle di un vestito lacero, guizzi di rosso sangue a dare vitalità stantia ma comunque attiva, una gravità corporea che si sente, ma che non ostacola l’intenzione di movimento della figura. Il peso che l’uomo ha dentro si trasfigura nella massa corporea, nella resa volumetrica che dà Presenza da rispettare: l’Eroe è colui che seppur calpestato prosegue a camminare, non c’è traccia di retorica ma solo la descrizione sacralizzata nel sangue e nel fango del suo tentativo di essere un uomo nuovo malgrado il peso del vecchio che gli incombe addosso.

Fino al 18 giugno 2017

Roma

Palazzo delle Esposizioni

Orario sale espositive
Domenica, martedì, mercoledì e giovedì dalle 10:00 alle 20:00
Venerdì e sabato dalle 10:00 alle 22:30 – lunedì chiuso
L’ingresso è consentito fino a un’ora prima della chiusura

Cédric Dasesson

The Ab Factory presenta un ciclo di esperienze dedicate al mondo della fotografia, con uno dei rinomati fotografi che mette la sua esperienza a disposizione degli amanti della fotografia, un mondo di incontro e scambio culturale, un nuovo modo di concepire l’arte impressa nella pellicola.

Si tratta di un viaggio attraverso i ritratti e i reportage artistici, Cedric Dasesson è alle porte, da sabato 11 Marzo 2017, l’occasione di scoprire i segreti della fotografia e dei Social Network di Cedric.

Il workshop introduce l’esperienza del docente per apprendere un metodo personale sul significato di costruzione e comunicazione di progetti fotografici attraverso i social network, quale metodo di promozione diffusione e commercializzazione del proprio lavoro fotografico.

Un’occasione, dunque, di incontro e confronto, scoprendo il percorso artistico e professionale della fotografia, con la possibilità di sperimentare i segreti di quest’arte, non più attraverso le pennellate ma attraverso dei semplici scatti, dove il soggetto è messo in rilievo attraverso la luce come elemento predominante.

Un’arte, un metodo si comunicazione e diffusione del lavoro dell’artista, attraverso lo stretto contatto con la propria terra. Questo lo porta a concentrarsi sulla fotografia e sull’interpretazione delle persone e del paesaggio circostante e lo studia in relazione con il mondo della fotografia. L’artista entra in contatto con la materia, l’aria, la terra e in particolar modo la luce.

Un viaggio sull’evoluzione dell’arte all’interno del mondo della macchina fotografica. Un incontro culturale rivolto a tutti gli amanti sia della fotografia e dell’arte, sulla sua evoluzione e su come approcciarsi alla nuova tematica.

Un viaggio a 360 gradi nel mondo della fotografia a stretto contatto con il fotografo per imparare e conoscere ad approcciarsi a un mondo ancora oscuro e ostile.

Il frutto di questo viaggio è di capire i professionisti del settore, la loro esperienza messa a disposizione dell’arte attraverso un semplice negativo digitale fino all’immagine suggestiva, attraverso l’utilizzo di mezzi semplici per trasmettere una semplice fotografia in un’immagine accattivante commercialmente valida, in un’opera artistica o in un piacevole ricordo.

 

 

Cagliari

Dalle ore 10,00 fino alle 18,00

In via Alagon, spazio the factory

 

In mostra a La Galleria Nazionale di Roma i capolavori di Giacomo Balla

Forse non tutti sanno che la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma possiede il nucleo più folto e completo di opere di Giacomo Balla esistente in un museo pubblico. Questo grazie a due donazioni, effettuate a favore del museo da Elica e Luce Balla, figlie dell’artista, sul finire del secolo scorso.

Si tratta di un nucleo di opere molto importante, perché comprende interessanti testimonianze di ogni momento dell’attività dell’artista: dagli esordi al futurismo al ritorno al realismo. A questa preziosa raccolta il museo capitolino dedica fino al 26 marzo una mostra, a cura di Stefania Frezzotti, in cui le opere provenienti da entrambe le donazioni sono esposte per la prima volta insieme.

La mostra, che sembra un tentativo di rimediare all’esclusione della maggior parte delle opere del maestro dal nuovo allestimento voluto dalla direttrice Cristiana Collu (e di evitare le conseguenti possibili azioni legali da parte degli eredi di cui si vocifera da tempo), è in ogni caso una bella occasione per rileggere la carriera dell’artista e godere di questi veri e propri tesori nascosti della Galleria. La mostra offre una panoramica completa sulla carriera di Balla, artista sempre teso verso il cambiamento e la sperimentazione, e che fu fondamentale per l’ambiente artistico romano e per tutto il Novecento italiano in generale. Attraverso le opere in mostra, infatti, è possibile ripercorrere tutto il percorso artistico di Balla, dalla scomposizione cromatica divisionista abbinata a temi sociali e umanitari degli inizi, alla scomposizione della luce in forme geometriche astratte e all’indagine sui temi della velocità e del movimento del periodo futurista, all’interesse per le arti applicate e al tentativo di compenetrazione di arte e vita del primo dopoguerra, fino al ritorno alla figurazione e all’intenso luminismo combinati a tematiche autobiografiche degli ultimi anni.

Filo conduttore di tutto questo percorso è chiaramente la passione di Balla per la luce, passione che l’artista seppe trasmettere a tutti i suoi giovani allievi e amici e che lo spinse addirittura a dare questo nome alla sua figlia maggiore, nome che da anche il titolo alla mostra, in omaggio alla sua generosità.

 

 

Giacomo Balla. Un’onda di luce

Fino al 26 marzo 2017

La Galleria Nazionale

viale delle Belle Arti, 131

Roma

 

http://lagallerianazionale.com/mostra/giacomo-balla-unonda-di-luce/

 

 

 

 

 

 

Il silenzio della natura morta di Gianluca Corona

Armonia, silenzio, isolamento. Ecco le tre parole chiave che descrivono al meglio Gianluca Corona, giovanissimo esponente dell’arte figurativa italiana.

Classe 1969, dopo essersi laureato all’Accademia di Belle Arti di Brera (1991), si sposta a Bergamo dove dal 1994 al 1996 frequenta lo studio di Mario Donizetti. Col tempo inizia la sua attività professionale, partecipa a numerose esposizioni sia in Italia che all’estero. Ora vive e lavora a Milano.

Ispirandosi ai grandi maestri del Cinquecento e del Seicento, riesce a riproporre, in chiave contemporanea, i generi della natura morta e del ritratto.

Un’originale saggezza e un grande talento spiccano nelle sue opere, un artista che negli ultimi anni ha saputo raggiungere un intonato equilibrio nelle sue composizioni, servendosi di una rinnovata tavolozza di colori, seppur molto attento alle tecniche e i materiali tradizionali.

Un ritorno alla bellezza, alla poesia, a quella magia del Rinascimento. Corona fa incantare con la più nobile delle arti: la pittura, quella vera. La natura morta abbiamo detto che è tra i suoi temi prediletti, grazie ai quali le sue opere sembrano essere vere e proprie fotografie.

Perfetti giochi di chiaroscuro investono la ciotola di fichi e prugne, la caraffa d’acqua, il bicchiere. Davanti a queste luci non possiamo non pensare agli effetti di luce di Caravaggio, o ai capolavori dell’arte fiamminga. Ma la frutta, gli ortaggi, i salumi, i formaggi di Corona sono descritte con un’armonia del tutto originale, in un momento di assoluta staticità, prima di essere cucinate. Nel quadro infatti, alimenti e qualche utensile da cucina catturano la nostra attenzione, dato il loro isolamento da altri oggetti. Schiarisce le pareti di fondo, opta per colori più freddi, più moderni, si concentra su opere quasi monocrome.

Sembra quasi tangibile la peluria dei lamponi e delle nespole, la trasparenza dei ribes, l’appetitosa polpa delle pesche, o le ciliegie, i mirtilli e così tutti i frutti di bosco, antichi e rari, frutti che non sempre si trovano oggi al supermercato, ma che l’artista sa rappresentare come pochi altri. Non c’è oggetto, che sia frutta verdura o utensile, che l’artista non sappia rendere con efficacia, in ogni sua pittura sembra quasi che si percepisca l’aroma del vino rosso, del pane appena sfornato, del lardo dei salumi della sua terra piacentina. Esattamente come ci capitava di toccare la stoffa di Vermeer.

Scrutando le pitture di Corona, ciò che da maggior risalto è l’intesa che si crea tra la tela e l’osservatore, il silenzio che quasi viene richiesto a chi le guarda, una sorta di introspezione all’interno di se stessi, per esprimere un modo diverso di osservare, una fede.

 

 

The eyes of the city. La New York vista da Richard Sandler

Il leggendario fotografo americano Richard Sandler ha camminato per le strade di New York e Boston per oltre trent’anni riuscendo a catturare alcune delle immagini più iconiche in bianco e nero del nostro tempo. Le fotografie di Sandler sono presenti nelle collezioni permanenti della New York Public Library, del Brooklin Museum, del New York Historical Society e del Museo di Belle Arti di Houston.

A dicembre 2016 la casa editrice PowerHouse Boooks ha presentato una nuova pubblicazione che documenta gli oltre trent’anni di lavoro di Sandler.

The eyes of the city, questo il titolo del libro, raccoglie una serie di fotografie che l’artista ha realizzato dal 1997 al 2001, poco prima dell’attentato alle Twin Towers, portando alla luce la quotidianità della città di New York e Boston. Il fil rouge di questo “racconto” per immagini è certamente la strada insieme alla grande forza evocativa trasmessa dai volti dei soggetti da lui fotografati.

Nei suoi scatti Sandler non solo mostra la città attraverso i suoi occhi, ma anche attraverso quelli delle persone che ci vivono e che hanno guardato dritto in camera. Immagini che si sviluppano prevalentemente nel periodo tra gli anni ottanta e gli anni novanta portando alla luce le mutazioni che la Grande Mela stava subendo. Pellicole che mostrano in maniera incisiva gli effetti socialmente devastanti di una diffusione eccessiva di droghe soprattutto nelle zone di Times Square e nell’Est Village, ma allo stesso tempo mettono in risalto anche scenari di lusso sfrenato che investivano il cuore commerciale di Manhattan.

Se ci pensiamo nel mondo artistico sono stati numerosi i tentativi di catturare la vera anima della Grande Mela attraverso una varietà di mezzi e strumenti. Jay McInerney, Tom Wolfe e Francis Scott Fitzgerald sono gli scrittori che hanno utilizzato la loro penna per raccontare e descrivere gli anni dell’elite americana, degli yuppies e dello sviluppo delle droghe. Il nome di Woody Allen è spesso correlato con l’atmosfera jazz americana che molti di noi romanticamente attribuiscono a Manhattan. Il rovescio della medaglia lo compie il regista Martin Scorzese che nella pellicola del 1976 – Taxi Driver – è stato in grado di catturare la sporcizia e il nichilismo delle strade newyorkesi.

Le foto di Sandler mostrano scenari contrastanti di bellezza e malinconia, c’è qualcosa di molto profondo nella sua fotografia tanto da essere in grado di trasformare la città di New York in un vero e proprio parco giochi di sperimentazione e di critica sociale, riuscendo a dare all’intero progetto una testimonianza di vita tra composizione ed ironia.

 

Giovanni Prini. Il potere del sentimento

La Galleria d’Arte Moderna di Roma cambia veste fino al 26 marzo, per ospitare nei suoi spazi la prima mostra istituzionale sull’opera di un protagonista quasi dimenticato del Novecento: Giovanni Prini. Nei suoi tre piani sono distribuite circa centotrenta opere, la maggior parte delle quali inedite, realizzate dall’artista nei materiali, tecniche, dimensioni e stili più vari tra i primi del Novecento e gli anni Cinquanta.

La complessa figura di Prini, artista eclettico e multiforme nonché insegnante all’Accademia di Belle Arti e accademico di San Luca, è indagata sia dal punto di vista dell’evoluzione artistica, sia da quello del ruolo ricoperto nella vivace vita culturale della Roma di inizio Novecento.

Il percorso della mostra, a cura di Maria Paola Maino, comprende infatti sia diverse sezioni dedicate alle varie sfaccettature dell’opera dell’artista, come l’interesse per il socialismo umanitario e le tematiche sociali, quello per la ceramica e le arti applicate, la vocazione per l’infanzia e per l’indagine dei sentimenti, sia largo spazio per l’approfondimento del suo rapporto con l’ambiente artistico del tempo. Quest’ultimo aspetto risulta particolarmente interessante, dal momento che Prini fu in effetti un punto di riferimento fondamentale per tutti i giovani artisti e intellettuali attivi a Roma nella prima metà del Novecento, e il suo salotto (creato assieme alla moglie poetessa Orazia Belsito) era frequentato abitualmente «dalle personalità artistiche giovani sulle quali si contava di più in quel tempo» – come scrive Gino Severini nella sua autobiografia – ovvero da personaggi del calibro di Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Sibilla Aleramo, Duilio Cambellotti, Severini stesso e tanti altri.

Al salotto di casa Prini è interamente dedicata la prima sala della mostra, che raccoglie e confronta le opere e i ritratti reciproci scambiati con gli amici artisti e alcuni mobili realizzati da Prini stesso, e, assieme alla copiosa documentazione d’archivio esposta, illustra perfettamente il suo ruolo di figura capace di far gravitare attorno a sé una intera generazione. Sono presenti infatti all’interno della mostra anche numerose vetrine contenenti non solo fotografie, studi, bozzetti, album e taccuini dell’artista, ma anche lettere, biglietti e cartoline scambiate con gli amici e colleghi, a sottolineare ancora una volta il suo peso e la sua eredità all’interno del panorama romano, eredità presente anche a livello fisico in tutta la città, come testimonia un interessante pannello in mostra, che fornisce una mappatura di tutte le opere dell’artista presenti ancora oggi sul territorio romano.

 

 

Fino al 26 marzo 2017

Galleria d’Arte Moderna

Via Francesco Crispi, 24

Roma

 

http://www.galleriaartemodernaroma.it/mostre_ed_eventi/mostre/giovanni_prini

 

 

Leggere il mondo attraverso le visioni internazionali dell’American Academy di Roma

Il 14 febbraio ha inaugurato, presso la sontuosa struttura dell’American Academy di Roma, Cinque mostre 2017, esposizione annuale di opere degli attuali borsisti Rome Prize, dal titolo Vision(s) a cura di Ilaria Gianni con l’assistenza di Saverio Severini. L’esposizione conta più di quaranta partecipanti tra artisti residenti presso l’accademia statunitense capitolina e artisti italiani non residenti, tra cui anche grandi nomi dell’arte contemporanea come ad esempio Elisabetta Benassi, Pino Pascali, Luigi Ontani e Gabriele de Santis.

Ma perché Vision(s)? La curatrice è partita da una riflessione collettiva intorno al termine “visione” che può avere sfaccettature multiformi e in continuo divenire. Attraverso occhi differenti e appartenenti a culture e tradizioni diverse, queste “visioni” si appropriano di mezzi e comunicazioni tra loro inconsuete sottolineando i vari aspetti e ambiti che il termine permette di esplorare, dalla percezioni fisico mentali alla politica o a tratti mistici dell’essere.

Si tratta di una riflessione globale che accomuna approcci e tecniche differenti per esempio la traduzione, la performance, la scultura, il misticismo o la poesia, attraverso i quali costruisce una storia di vere e proprie visioni e modi di vedere unici, in costante combutta con il presente o che, illusoriamente, predicono il futuro attraverso la rielaborazione del passato. Attraverso strategie varie gli artisti chiamati a partecipare, mettono in risalto e in discussione nozioni a noi care e a cui non siamo abituati a ripensare o infrangere, tra cui la cultura, i luoghi da cui proveniamo e a cui adesso apparteniamo.

Ciò che manca è un filo conduttore logico che accompagni lo spettatore mano nella mano attraverso questo viaggio. Ma si tratta di un percorso mistico e pertanto nulla deve essere logico, tutto ci deve rimbalzare sulla pelle, sugli occhi e sul cuore, frammentando le nostre sicurezze e conoscenze in un gioco in continuo divenire che appare come un sogno. Si tratta appunto di visioni, lampi di luce abbaglianti che ci abbandonano velocemente lasciandoci isolati nella nostra riflessione e indifferenza che ci porta ad aggrapparci a ciò che di più simile a quanto conosciamo ci viene presentato.

Vision(s) è un viaggio nel futuro, un sogno fantastico che ci conduce nell’avventura artistica dettata dalla cultura, ormai imperniata nella miscela più improbabile di tanti frammenti provenienti da luoghi diversi e che, alla fine, ci inducono a pensare che forse sì, non siamo poi così diversi.

Artisti in mostra: Gundam Air, Gregory Bailey, Cornelia Baltes, Elisabetta Benassi, Jonathan Berger, Kristi Cheramie, Caroline Cheung, Roberto Coda Zabetta, E.V. Day, Tomaso De Luca (in collaboration with Vincenzo Giannetti), Gabriele De Santis, Kyle deCamp, Stanislao Di Giugno, Sean Edwards, Hussein Fancy (collaboration with Accettella-Teatro Mongiovino), Aaron Forrest, Anna Franceschini, Piero Golia, Leon Grek, Grossi Maglioni, Isabell Heimerdinger, Robert Hutchison, Lauren Keeley, Jack Livings, Emiliano Maggi, Christoph Meinrenken, Annalisa Metta, Nicole Miller, MODU – Phu Hoang e Rachely Rotem, Jonathan Monk, Matthew Null, Luigi Ontani, Pino Pasquali, Nicola Pecoraro, Gianni Politi, Michael Queenland, David Reinfurt, Enrico Riley, Danielle Simon (in collaboration with Zazie Gnecchi Ruscone e G.A.N Made in Italy), Francis Upritchard, Alessandro Vizzini, Yasmin Vobis, Bedwyr Williams, Joseph Williams.

American Academy in Rome

Via Angelo Masina, 5, 00153 Roma

Fino al 4 aprile 2017

Orari: venerdì, sabato e domenica ore 16.00 – 19.00

I cavalli “migranti” di Gustavo Aceves, a Roma ancora per pochi giorni

C’è tempo ancora fino al 5 marzo per visitare Lapidarium, la grande mostra allestita all’interno dell’area archeologica di Roma, in dialogo con la memoria storica della capitale. Monumentale e di grande effetto scenografico, la mostra comprende ben 43 sculture, disposte in un percorso che va dall’Arco di Costantino, alla piazza del Colosseo, ai Mercati di Traiano. Artefice del tutto l’artista messicano Gustavo Aceves.

Per chi ancora non lo sapesse, Lapidarium è in realtà un progetto itinerante e in continua evoluzione, iniziato nel 2014 con un’anteprima a Pietrasanta (dove l’artista risiede e lavora), e proseguito poi con una prima tappa ufficiale a Berlino nel 2015 e ora con la seconda tappa romana, che si concluderà tra pochi giorni. Le statue si sposteranno poi prossimamente, aumentando anche di numero, tra Corinto, Parigi, Istanbul e Venezia (a ricreare idealmente il viaggio della Quadriga di San Marco, opera che ben prima di quelle in questione si è trovata a dover affrontare suo malgrado epiche migrazioni, e pertanto fonte d’ispirazione del progetto), fino al gran finale a Città del Messico, previsto per il 2018, in cui l’artista conta di raggiungere un totale di 100 esemplari.

Le statue, tutte diverse e tutte di dimensioni monumentali, sono realizzate in bronzo, marmo, legno, ferro e granito, e rappresentano tutte dei cavalli. Si tratta però di cavalli piuttosto particolari, sono infatti mutilati, scheletrici, azzoppati e sofferenti, alcuni sono incisi e altri addirittura ripieni di teschi umani, e la maggior parte poggia su delle imbarcazioni di legno. La particolarità del soggetto, enigmatico e se vogliamo anche inquietante, nasconde in realtà uno scopo molto nobile alla base del progetto. L’artista, infatti, convinto che l’arte debba servire a “umanizzare l’umanità”, si propone di sollevare, anche attraverso il mezzo artistico, una questione molto dibattuta in tempi odierni: quella dei migranti. Con la sua schiera di cavalli itineranti, infatti, Aceves vuole portare l’attenzione sul fatto che la migrazione sia un fenomeno continuamente ripetuto nella storia dell’umanità, e che addirittura ci accomuna tutti, se si pensa che in fondo veniamo tutti dallo stesso luogo, e i nostri esodi si ripetono già a partire da quando i primi uomini si spostarono dall’Africa per popolare l’Europa. Le sue opere diventano allora un’esortazione a riflettere sulla ciclicità della storia e a cercare di evitare di commettere sempre gli stessi errori. Sono statue equestri, ma che non sono più simbolo di vittoria e nobiltà, bensì di lotta per la sopravvivenza e disperazione.

Ogni scultura rappresenta nelle intenzioni dell’artista una diversa diaspora avvenuta nel corso della storia antica, un omaggio a ogni popolo che migrando è stato considerato “barbaro” e invasore, ricordandoci così la nostra comune natura umana. Ogni cavallo porta con se il richiamo non solo alla Quadriga di San Marco e alle sue peregrinazioni, ma anche al cavallo di Troia, simbolo di invasione per eccellenza, e alle prime pitture rupestri, simbolo del luogo e del momento in cui tutto ebbe origine, nonché un riferimento invertito a tutti quei monumenti equestri che hanno commemorato valorosi combattenti di ogni tempo. Il suo diventa così un monumento ai vinti, a quegli eroici anti-eroi costretti ogni giorno a lottare per sopravvivere, un monumento capace di dare voce a chi normalmente non ce l’ha, e di mostrare che in fondo siamo (o almeno siamo stati) tutti sulla stessa barca. In tutti i sensi.

Fino al 5 marzo 2017, Arco di Costantino – Piazza del Colosseo – Mercati di Traiano Roma

http://www.mercatiditraiano.it/mostre_ed_eventi/mostre/lapidarium

http://lapidarium.online/