Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Fabrizio Acciaro. Sognatore, artista o non arista?

 

Fabrizio Acciaro è un artista cagliaritano, visionario di un’arte comunicativa realizzata con semplici tocchi di una tastiera di un computer. Mostra fin da bambino una predilezione per l’arte figurativa, la sua vera passione, permettendo di creare un mondo totalmente diverso fatto di luci e colori. Colori e figure invadono la sua vita, creando così un connubio perfetto con l’arte. La narrazione avviene attraverso la tela, la scultura e il disegno, maestri della sua vita.

Fabrizio Acciaro dà vita a un arte figurativa, plasmando una società dispotica non lontana dal nostro tempo, devastata, oscurata dall’indifferenza del nostro tempo alla ricerca di quel progresso oscurantismo della società, mettendo in atto la ricerca di una verità superficiale che mostra solo il ricordo di quello che eravamo.

E’ una lotta continua per la sopravvivenza, un viaggio alla ricerca di una luce sempre offuscata da una conoscenza, che cresce fino a diventare un muro mostruoso e violento che spersonalizza l’unica certezza dell’essere umano e la sua propensione al bene o al male.

Ha voluto con queste immagini raccontare alcuni momenti della giornata di uno di quelli nati in una società medievale senza la possibilità di una conoscenza, egli riesce a dare vita a  un’immagine forte dal punto di vista visivo, con pennellate studiate e colori che nell’insieme creano una visione onirica del nostro tempo.

Un artista eccezionale capace di rappresentare l’urbano, ciò che passa sotto i nostri occhi quotidianamente, sotto una luce intima e introspettiva. Una creazione originale in continua evoluzione ispirata alla vita. Un’arte a tratti pungente che penetra attraverso lo sguardo provocando risentimento, stupore negli occhi di chi guarda.

Acciaro espone le sue idee, pensieri, ripercorrendo un ruolo importante nella società, la figura dell’artista, evolvendo allo stereotipo di pittore o scultore. La sua produzione artistica è rivolta alla conoscenza della natura umana, una performance basata sui dipinti, una poesia all’insegna dell’arte e della vita.

 

 

 

AURORE: tempo di rinascita al Popping Club di Roma

«Nascere non basta.

È per rinascere che siamo nati.

Ogni giorno».

(Pablo Neruda)

 

Inaugura oggi, giovedì 8 giugno 2017, Aurore, nuovo progetto espositivo del Popping Club a cura dell’associazione CultRise. Per l’occasione la galleria di via Baccina 84 cambia volto, aprendo per la prima volta al pubblico tutti gli ambienti della ex rimessa Atac che la ospita (mutando così il suo aspetto da classico white cube a monumento di archeologia industriale), e rinnovandosi sotto le mani di cinque giovani artisti che, con opere site-specific e non, ne reinterpretano lo spazio.

Il tema dell’aurora va inteso allora nell’accezione di rinascita, di momento indefinito di metamorfosi e di cambiamento. L’idea di rinascita, però, non si esaurisce solo nel nuovo look dello spazio espositivo, ma si estende anche a tutte le opere in mostra, che dialogano tra loro su questo tema a creare un discorso unico e piuttosto articolato, frutto di mesi di lavoro degli artisti a stretto contatto tra di loro.

Entrando nella galleria ci si trova subito catapultati in uno spazio altro, estraneo al caos cittadino che ci si lascia alle spalle, per iniziare una sorta di viaggio sia fisico che emotivo. Il primo ambiente che si incontra è infatti Spring/Horizon di James Hillman, un tunnel scolpito dall’artista a ricordare una grotta scavata dal passaggio dell’acqua, che scorre realmente sopra le teste dei visitatori. In questa sorta di attraversamento, di tunnel iniziatico, cullati dal suggestivo rumore dell’acqua si inizia finalmente un percorso rigeneratore.

Usciti dal canale di Hillman si entra poi in un altro spazio di transizione, Declinazioni del Liminale di Eugenio Carabba: una sorta di anticamera, di “brodo primordiale” in cui tutto è ancora possibile. Si tratta di un vuoto riempito da elementi scultorei disposti in equilibrio instabile e da una luce gialla straniante, dominato da un grande calco e dalle forme da esso generate, ancora una volta a rimandare al concetto di nascita e di maternità.

Da qui si passa invece alla stanza dedicata ai pattern organici di Giulia Mangoni, in cui una serie di lavori pittorici esteticamente assimilabili a delle cellule si mescolano tra loro a coprire interamente l’alta parete di fondo. È questo, seguendo ancora l’idea di un percorso generale di rinascita, il momento della prima formazione fisica. Fondamentale è del resto per quest’artista il processo creativo, più che la singola opera in sé (tutti i quadri vengono generati infatti attraverso un unico processo di sovrapposizione di livelli di colore in maniera automatica, eliminando la fase della scelta razionale).

Con When it’s Three in the Morning di Lucrezia De Fazio, poi, si inizia ad avere a che fare con il corpo vero e proprio. Immagini e suoni difficilmente decifrabili provengono da installazioni video disseminate attraverso piccoli schermi in un ambiente già di per sé affascinante.

Al termine del percorso non rimane poi che salire verso l’alto, e attraverso una serie di scale lasciare la carnalità del corpo ed elevarsi verso il metafisico. In un ambiente sospeso e fuori dal tempo, le surreali geometrie inventate di Gianfranco Toso sono immerse in un silenzio luminoso e caldo. Giunti al punto di arrivo del processo di ascesa, si è però costretti a voltarsi indietro e tornare sui propri passi, fino a ritrovarsi all’inizio del percorso.

Non sono tanto le singole opere, insomma, ma l’esperienza stessa del visitatore a trovarsi al centro della proposta espositiva. Attraverso l’immersione fisica e il coinvolgimento dei vari sensi, infatti, si tenta di eliminare il solito rapporto unilaterale tra opera e pubblico, per favorire al contrario il verificarsi di un’esperienza contingente, effimera e momentanea, che come un’aurora si mostri appena, per poi scomparire di nuovo.

 

 

AURORE

09 – 25 giugno 2017

Vernissage: Giovedì 8 Giugno 2017 – dalle ore 18:00

The Popping Club

Via Baccina 84, Roma

Ingresso Gratuito

www.cultrise.com

info@cultrise.com

Andy Warhol. Vip Society

Andy Warhol sbarca in Sardegna.

Fondazione Mazzoleni insieme alla Galleria d’arte di Eugenio Falcioni, grande collezionista dell’artista, presentano la mostra Andy Warhol Vip Society, una curiosa raccolta di circa duecento opere del genio della Pop art Andy Warhol.

Opere selezionate per risaltare uno spaccato concreto della vita di Warhol, interamente racchiusa nelle sue icone e ritratti: dalla serigrafia iconografica di Marilyn al ritratto di Mick Jagger, dalla ormai celebre e assoluta Campbell’s al partenopeo Vesuvius, dalla serie dei ritratti di drag queen Ladies and Gentlemen alle fiabe dello scrittore Christian Andersen, fino alle polaroid di celebrità come Ron Wood, Silvester Stallone, Grace Jones, oltre ai ricercati self portraits.

L’evento si terrà nell’incantevole località di Porto Cervo, rinomato luogo estivo di Vip, vacanze e divertimento, ma un’affascinante posizione per accogliere anche un pizzico di cultura, proprio come era lo Studio 54 di New York negli anni Settanta, punto di ritrovo per  divi del cinema,  artisti, musicisti, imprenditori della moda, non che soggetti ispiratori per le opere del celebre ma allo stesso tempo timido Andy.

 

 

Andy Warhol. Vip Society

Conference Centre presso l’Hotel Cervo, Costa Smeralda, 07020, Porto Cervo, OT

Dall’11 Giugno al 17 Settembre 2017

Dalle ore 18:30 alle ore 23:30

Aperto tutti i giorni

Vernissage: Domenica 11 Giugno ore 18:30

Biglietto: 10 €

Arman 1954-2005

A Roma fino al 23 luglio la retrospettiva a cura di Germano Celant dedicata ad Arman, massimo esponente del Nouveau Réalisme francese e tra i maggiori artisti del secondo Novecento a livello mondiale.

La mostra, sviluppata negli spazi di Palazzo Cipolla secondo uno strano percorso a ritroso, ricostruisce, a dodici anni dalla sua morte, il mezzo secolo di attività dell’artista partendo dalle ultime monumentali opere degli anni Duemila fino ad arrivare a quelle che ne avevano sancito l’esordio nei primi anni Cinquanta. Alle circa settanta opere in mostra si aggiunge poi una sezione documentaria (con inviti, cataloghi e fotografie) e un grande numero di citazioni disposte a caratteri giganti sulle pareti, quasi a voler spiegare opere e poetica dell’artista tramite la sua stessa voce.

Ad essere esposte sono opere appartenenti alle diverse sperimentazioni messe in atto negli anni dall’artista, come le cosiddette Poubelles e le Accumulations, le Inclusions e i Cachets, le Coléres e le Sandwich Combo, a testimoniare la sua grande curiosità per i più diversi mezzi di espressione. Fondamentale soprattutto il discorso dell’accumulazione e della collezione di oggetti di uso quotidiano e di rifiuti industriali, ordinati o reinterpretati nei modi più disparati, a riprendere non solo le poetiche dada e surrealista, ma anche la contemporanea Pop Art, e a volte anche alcune opere cubiste. Tutti i materiali di reimpiego, seppur rivisitati dall’artista e privati delle loro funzioni (essendo ad esempio incastonati in teche o scatole, fatti esplodere o tagliati a metà, distrutti o ammassati secondo forme evocative), mantengono sempre e comunque una loro riconoscibilità e specificità, con il chiaro scopo di farne emergere anche il valore intrinseco. Se è vero che ogni artista riflette lo spirito della sua epoca, poi, anche le opere di Arman possono essere lette in questo modo. L’attenzione per gli scarti e per i materiali industriali, infatti, non sono altro che un riflesso della nuova società basata sul consumo e sulla produzione di massa emersa nel secondo dopoguerra. L’artista, sentendosi in dovere di salvare qualcosa dalla distruzione e dal consumismo spietato di quegli anni, si fece carico di estrarre alcuni oggetti dal loro ciclo vitale, di salvarli come un “archeologo del futuro” (come lui stesso si definiva) dall’inesorabile azione del tempo, anche perché del resto, come diceva Andy Warhol, altro grande esempio in quegli anni di strategia artistica basata sulla ricontestualizzazione di oggetti e immagini ordinarie e sulla seduzione della banalità, «gli scarti sono probabilmente brutte cose, ma se riesci a lavorarci un po’ sopra e renderle belle o almeno interessanti, c’è molto meno spreco».

Fino al 23 luglio 2017

Palazzo Cipolla

Roma

http://www.fondazioneterzopilastro.it/

Icaro Libertà vol cercando. Polemica intorno all’opera di Bruno Meloni

E’ sempre più evidente il fatto che l’arte contemporanea non venga sempre apprezzata dalla società in quanto i lavori degli artisti contemporanei mirano soprattutto a far riflettere coloro che sono i fruitori delle opere su determinate tematiche, le quali, ancor nel XXI secolo, vengono considerate “scomode”, capaci di urtare la sensibilità del pubblico.

«Or ti piaccia gradir la sua venuta:

libertà va cercando, ch’è si cara,

come sa chi per lei vita rifiuta».

I versi tratti dal I canto del Purgatorio di Dante sono stati la fonte ispiratrice che ha condotto l’artista Bruno Meloni a plasmare Icaro Libertà vol cercando, un’opera d’arte pubblica collocata fino a non molto tempo fa sul Bastione Santa Croce a Cagliari, il cui soggetto simula l’atto di lanciarsi nel vuoto.

Tante le critiche negative che sono nate intorno all’opera, prima di tutto a esser stato condannato è il fatto che l’artista abbia scelto come punto di riferimento il suicidio di Catone l’Uticense celebrato con ammirazione dall’Alighieri, che secondo l’opinione pubblica potrebbe esser interpretato come un’istigazione a compiere un simile tragico atto, in quanto Catone preferì privarsi della vita piuttosto che vedersi privato di un elemento tanto caro all’essere umano, ovvero la libertà. Altra critica che è stata mossa all’artista è inerente alla scelta della collocazione dell’opera, ovvero in un luogo in cui diverse generazioni di persone hanno deciso di porre fine alla propria vita, uno schiaffo, secondo quanto è emerso anche dai commenti del popolo del web, alle famiglie delle vittime.

L’opera di Bruno Meloni non ha ricevuto solo commenti negativi, una parte del pubblico si è anche espresso con commenti positivi vedendo nell’installazione un gesto di commemorazione, un punto di partenza che deve servire alla società a capire i problemi che investono l’essere umano. Icaro Libertà vol cercando deve essere un riferimento per la popolazione, deve essere in grado di fornire l’input necessario alla sensibilità, Bruno Meloni ha realizzato un’opera che obbliga la mente del pubblico a riflettere su problematiche vere, tragiche, è stato in grado di catapultare l’uomo dal mondo utopico della perfezione al crudo mondo reale.

Icaro Libertà vol cercando presenta solo dei riferimenti alla cronaca nera contemporanea della città? Ovviamente no, nell’opera vi è un richiamo a un dato storico risalente al Medioevo, infatti al giungere del calar del sole il cupo suono di un corno annunciava la chiusura delle porte della città, così i cosiddetti indesiderati venivano scaraventati giù dalle mura cittadine.

Cronaca, storia, libertà e sensibilità sono i temi toccati dall’artista, lo stesso atto compiuto dal soggetto dell’opera induce il pubblico a riflettere, a far rallentare la mente e spinge l’essere umano a esser sensibile non solo verso le problematiche che quotidianamente investono la propria vita, si pensa soprattutto agli altri individui, a cosa è possibile fare per gli altri non pensando solamente al proprio ego.

 

Marcin Ryczek: tesoro nascosto a Reggio Emilia

Si sa che Fotografia Europea, festival internazionale che si tiene ogni anno in questo periodo a Reggio Emilia, riserva sempre interessanti sorprese. Anche quest’anno le sedi coinvolte sono ricche di proposte molto stimolanti, non sempre però facili da scovare. Un progetto particolarmente interessante, ad esempio, si trova nascosto tra i tesori della Galleria Parmeggiani, senza avere purtroppo minimamente la pubblicità che gli spetterebbe. Solo arrivando fino all’ultima sala in fondo all’ultimo piano della Galleria, infatti, con un teatrale effetto sorpresa, ci si trova di fronte a delle opere veramente notevoli, a una meraviglia inaspettata. Indagando meglio, si scopre poi che le opere in questione sono parte di una mostra nata attraverso una call pubblica, il concorso PR2 Camera Work di Ravenna, e che il loro autore, un giovane fotografo polacco residente a Cracovia, ha in realtà già vinto moltissimi premi prestigiosi e che le sue foto sono state accolte in alcune delle più importanti collezioni del mondo. Non solo, ma la sua foto A man feeding swans in the snow è stata riconosciuta dall’Huffington Post come una delle cinque migliori foto del mondo del 2013. Si tratta di Marcin Ryczek, classe 1982. Allo stupore generato dalle sue fotografie, durante le giornate inaugurali del festival, si aggiungeva anche il piacere di trovarselo lì, sorridente a spiegare di come avesse scattato le fotografie in mostra e a immortalare i visitatori più curiosi. Ha raccontato ad esempio dei suoi lunghi appostamenti in attesa dell’immagine perfetta, o di come nonostante i suoi tanti viaggi, la sua foto più famosa, quella appunto dell’uomo che dà da mangiare ai cigni nella neve, sia stata in realtà scattata proprio dalla finestra di casa sua.

L’“istante decisivo”, unito a una capacità di osservazione e una fantasia incredibilmente sviluppate, sono gli ingredienti base del lavoro di questo fotografo. I suoi scatti, caratterizzati dall’uso del bianco e nero e da una forma semplificata, quasi minimalista, sono una sorta di metafore visive, dal significato ambiguo ma allo stesso tempo universale. Sotto il suo tocco, infatti, l’ordinario si fa inusuale, e immagini estratte dal mondo reale si trasformano in motivi, linee e geometrie, organizzate in composizioni armoniche e perfettamente equilibrate. Come teorizzato da Breton quasi un secolo fa nel concetto di “Bellezza convulsiva”, è la realtà stessa a farsi rappresentazione agli occhi del fotografo, che si limita a prelevarla e a sottolinearne attraverso l’inquadratura dettagli e interpretazioni inaspettate. Le opere di Ryczek, del resto, hanno non poco a che fare con il Surrealismo. Attraverso titoli evocativi e spesso anche amaramente ironici (si vedano ad esempio il riferimento alla fenice di Hiroshima o al grafico della vita) immagini già belle e suggestive di per sé, perfette nella forma e nella composizione, si trasformano in letture simboliche del reale e in occasioni di riflessione.

 

Le opere del progetto Simple World di Marcin Ryczek, dedicato in particolare al tema delle frontiere (non tanto nella loro accezione fisica ma piuttosto concettuale), sono visibili a Reggio Emilia presso la Galleria Parmeggiani fino all’8 luglio.

Luigi Ontani. SanLuCastoMalinIconicoAttoniTonicoEstaEstE’tico

L’Accademia di San Luca nasce a Roma alla fine del XVI secolo a raccogliere e tutelare sotto la propria egida gli artisti e il loro operato.

Oggi oltre a essere un ente culturale importante, ha anche il nobile compito di selezionare annualmente l’artista più meritevole, in modo che sia fregiato del Premio Presidente della Repubblica, onorificenza istituita più di mezzo secolo fa dall’allora presidente Luigi Einaudi.

Nel 2015 il premio è stato assegnato proprio a Luigi Ontani, e giustamente un biennio più tardi l’Accademia si appresta a celebrarlo con una mostra da lui stesso curata che raccoglie un corpus di 60 opere che ripercorrono la sua intera parabola artistica lungo le sale e lungo la splendida rampa che caratterizza Palazzo Carpegna, sede dell’istituzione accademica, con un titolo che è già un’opera d’arte letteraria di per sè: SanLuCastoMalinIconicoAttoniTonicoEstaEstE’tico.

Dagli anni ’70 ad oggi, dalle performance alle fotografie, dai celebri tableaux vivant fino ad arrivare agli stravaganti pezzi di mobilio adatti ad arredare la casa di un abitante onirico, la mostra offre una visione completa ed esaustiva della poetica di quest’artista.

Creativo e poliedrico, Ontani è un interprete della propria inventiva, si rende egli stesso opera, ne è creatore e protagonista. Si è misurato con tecniche diversissime (dalla fotografia alla ceramica) riuscendo sempre a imprimere un proprio personalissimo timbro, mai scontato, sempre ironico, a tratti provocante, molto spesso citazionista. Usa il suo corpo in modo massiccio, rendendolo cifra attoriale al servizio di una serie di personaggi che appartengono alla storia, al mito, alla religione, alla nostra fantasia.

Le sue foto sono maxi miniature da oreficeria dalle cornici eleganti o gigantografia narcisistiche a tutto campo, fatte per essere viste, non solo guardate.

Se l’Accademia di San Luca nasce col presupposto di nobilitare l’artista donandogli uno status superiore rispetto a quello di semplice artigiano, Ontani in un certo qual modo riesce ad unire queste due tipologie, in quanto la sua produzione si è spesso espressa tramite la lavorazione di materiali quali il legno e la ceramica, che l’artista lavora presso la bottega Gatti di Faenza, famosa per la lunga tradizione nel campo. Quest’ultima è la grande protagonista di questa mostra, con una splendida serie di sculture in realizzate con questo materiale definite ErmEstEtiche, Canopi e BellimBusTi a metà strada tra immaginario popolare ed iconografia religiosa. Evidente inoltre la sua attrazione verso l’esotismo, visibile attraverso il ciclo indiano realizzato proprio in quella terra durante un lungo soggiorno giovanile, per non parlare delle famose maschere realizzate a Bali.

Attore e regista di sé, Luigi Ontani si autoritrae in qualunque suo modulo espressivo, realizzando un’epica del Sé conturbante e convincente, teatrale eppure vera.

Accademia di San Luca – Palazzo Carpegna

Piazza dell’Accademia di San Luca, 77

Dal 17 maggio al 22 settembre 2017

Orari: Dal lunedì al sabato ore 10.00-19.00 (ultimo ingresso 18.30)

Chiuso domenica e dal 6 al 27 di agosto

Info: http://www.accademiasanluca.eu/it/mostre

 

Amrita Sher-Gil. Una voce dall’India

Amrita Sher-Gil è una pittrice indiana, alla riscoperta dei grandi valori della storia dimenticati. Nasce in una realtà troppo impegnativa, più di quanto oggi si può immaginare ed è una delle artiste più espressive del suo periodo. Ella ha osato sfidare la cultura indiana sulle condizione delle donne oppresse, ha fatto dell’arte la sua voce per restituire a quelle donne una dignità ancora negata e rubata, diventando un’ispirazione per il suo popolo.

Si abbandona alla pittura sin da piccola, sperimentando stili sempre diversi, appare affascinata dall’arte cercando quei segreti che vengono svelati solo guardando le piaghe di un quadro. Approfondisce la ricerca della materia e cerca di creare, anche nei colori, una reale identità indiana.

Dedica una serie di dipinti alle donne indiane dei piccoli villaggi o delle tribù, sperimentando forme e cromie fatte di spezie e di terra, creando un viaggio alternativo immerso nella cultura indiana fatta di spezie e toni rossastri. L’artista riesce a donare alle sue figure femminili una espressione realistica e intensa, al tempo stessa malinconica.

La sua pittura racconta la vita dei poveri, delle caste più umili che altrimenti sarebbero dimenticate dalla storia. Si tratta di un’arte come una sorta di reportage per cambiare le cose e tracciare nuove strade, dove ognuno ha un prezzo da pagare quando cerca di cambiare le cose.

Utilizza un linguaggio contemporaneo ed esplora un contesto mettendo in risalto i cambiamenti sociali e politici. Usa come modelli uomini e donne, prendendo le distanze da una nobiltà indiana, ammalata dall’odio e da una coscienza troppo pesante da nascondere. Le sue figure vivono nel tempo, portatrici di una vita al popolo indiano.

La bruttezza e la malinconia della popolazione più povera viene da lei trasformata in una sconvolgente bellezza adottando un linguaggio essenziale fatto di linee e colori semplificati al massimo. Amrita Sher-Gil matura uno stile tutto suo fatto dall’uso di calde tonalità.

 

Lorenzo Quinn: voce del verbo scolpire

Forse da piccolo sognava di fare l’attore, o forse sarebbe stato un desiderio del padre, ma a vent’anni si rende conto che non era questa la sua strada. È Lorenzo Quinn, l’artista che sta trionfando a Venezia per via delle grandi mani che emergono dall’acqua.

Un’infanzia divisa tra l’Italia e gli Stati Uniti, ma dopo aver studiato all’American Academy of fine arts di New York, decide di buttarsi nel mondo della scultura, l’arte che meglio mostra la sua originalità creativa.

Nel lontano 1989 diceva di aver creato la sua prima opera d’arte: «Avevo fatto un busto dal disegno di Adamo di Michelangelo, un lavoro di artigiano. Avevo un’idea e ho iniziato a scalpellare via, e Eva è uscito dal corpo di Adamo. Aveva iniziato come esercizio puramente accademico, ma era diventato un’opera d’arte». Anche osservando l’ultima magnifica installazione a Venezia non possiamo non immaginare quali siano gli artisti che Quinn osserva: la virilità di Michelangelo, la plasticità di Bernini, la forza travolgente di Rodin.

Negli ultimi vent’anni le opere di Quinn sono state richieste ed esposte in tutto il mondo. Le sue idee creative sfavillano rapidamente: «l’ispirazione arriva in un millisecondo» dice, mentre lavora «osservo l’energia quotidiana della vita». E proprio queste sue parole le vediamo scolpite nell’albero della vita, prodotto per le Nazioni Unite nel 1993, la statua di Sant’Antonio per la basilica di Padova, Rise Through Education, un’installazione per l’accademia sportiva di Doha.

Incomparabile è Legacy, per Barcellona nel 2006. Affascinato dalla storia degli alberi di ciliegio della città, Quinn ha deciso di creare un’opera che potesse riflettere questo racconto. Il tronco d’albero, formato da un maschio e una femmina che tiene rami carichi di ciliegie, simulazione del DNA umano.

La sua fama inizia ad accrescere sempre di più, tanto che nel 2008 Evolution, è stata scelta per inaugurare i nuovi locali della Halcyon Gallery a Londra. Molte delle sculture in Evolution rappresentavano il simbolo che è diventato emblematico di Quinn: la mano umana. «Volevo scolpire quello che è considerato la parte più difficile e più tecnicamente impegnativa del corpo umano. La mano tiene tanto potere, il potere di amare, odiare, creare, distruggere. Ho iniettato una vita di esperienza in Evoluzione; Si tratta del mio passato, presente e futuro».

Nella 2011 Lorenzo Quinn è chiamato a partecipare alla prima Biennale di Scultura, a Roma, e, poco dopo, una nuova svolta per Quinn: San Pietroburgo. Ebbene sì, è chiamato ad esporre Salto di fede e Mano di Dio al Palazzo d’Inverno. «Il passato è in pietra, il presente si sta scavando in legno e il futuro è un calice vuoto da riempire di sogni».

Questo è Lorenzo Quinn, originale al punto giusto e ingegno da vendere.

 

Fotografia Europea 2017

Al via lo scorso 5 maggio a Reggio Emilia la dodicesima edizione di Fotografia Europea, festival internazionale dedicato al mondo della fotografia contemporanea. Tema di quest’anno, pensato dall’ormai abituale comitato scientifico composto da Elio Grazioli, Walter Guadagnini e Diane Dufour, è Mappe del tempo. Memoria, archivi, futuro, in cui l’archivio, argomento centrale nel dibattito fotografico degli ultimi anni, è inteso (al pari della fotografia stessa) come strumento di memoria e conoscenza ma anche di manipolazione, nonché di visione critica su passato, presente e futuro.

Al solito bellissime le giornate inaugurali, una full immersion tra opening, conferenze, presentazioni di libri, visite guidate, workshop e moltissimi altri eventi (che proseguiranno, anche se in maniera meno serrata, fino alla chiusura della manifestazione il 9 luglio).

Numerosissime le mostre e gli spazi coinvolti. Tra le proposte più interessanti delle sedi principali del festival sicuramente le cinque ai Chiostri di San Pietro, tra cui non si possono non citare Dall’archivio al mondo. L’atelier di Gianni Berengo Gardin, un tuffo all’interno dello studio e dell’archivio del Cartier-Bresson nostrano, e Les Nouveaux Encyclopédistes, una riflessione sulla proliferazione e sulla possibilità di classificazione delle immagini nella società contemporanea, orchestrata dal geniale curatore Joan Fontcuberta attraverso le produzioni di alcuni dei più interessanti artisti attivi in questo campo.

A Palazzo da Mosto, invece, esposti i cosiddetti Archivi del futuro: in una mostra creata ad hoc dai curatori del festival sette fotografi si concentrano sui temi dell’anonimato, dell’ambiguità e del ruolo dell’autore in riferimento all’enorme flusso di immagini attuale. Imperdibili le sezioni dedicate ad Alessandro Calabrese, David Fathi e Teresa Giannico.

Nello spazio di Via Secchi 11, poi, quattro artisti selezionati attraverso la consueta Pubblic Call si concentrano su temi importanti quali i ricordi, il tempo e soprattutto l’aspetto oscuro della Rete (con la originalissima Iceberg di Giorgio di Noto). Altre tre mostre selezionate tramite la Pubblic Call sono poi dedicate alla rilettura della storia dell’arte italiana nel suggestivo contesto della Galleria Parmeggiani (dove è ospitata anche la rassegna PR2 Camera Work, focalizzata sul tema delle frontiere).

Ai Chiostri di San Domenico, invece, tre giovani fotografi rivisitano dopo oltre mezzo secolo Un Paese di Paul Strad e Cesare Zavattini, storico reportage esposto in un’altra preziosa mostra a Palazzo Magnani.

Community Era – Echoes from the Summer of Love è invece la grande mostra ospitata dallo Spazio Gerra, una raccolta di scatti realizzati da quattro fotografi che vissero in prima persona l’atmosfera unica della rivoluzione hippy.

Ancora da segnalare poi la quinta edizione di Giovane Fotografia Italiana, progetto dedicato agli under 35 ospitato dal meraviglioso Palazzo dei Musei; la mostra Satelliti, pensata da Christian Fogarolli per il Museo della Psichiatria; e il viaggio nell’evoluzione della tecnica fotografica, ricostruita dalla Biblioteca Panizzi attraverso le sue preziose collezioni storiche.

Ad arricchire il festival poi, oltre alle altre quattro sedi sparse per la regione, le quasi 400 proposte indipendenti del circuito OFF, che, disseminate tra bar, ristoranti, negozi, spazi espositivi e così via, coinvolgono l’intera città in un’unica enorme mostra diffusa. Assolutamente da non perdere in questa sezione collaterale le 60 mostre concentrate in via Roma, tra cui quella di polaroid del giapponese Nobuyoshi Araki, la “foresta” di fotografie su foglie di Maria Silvano, i “ricordi in conserva” di Studio Pace10, e i divertenti progetti insinuati per la strada come Los incomunicados di Teo Vazquez e le Foto sui cestini.

Fotografia Europea

Edizione 2017. “Mappe del tempo. Memoria, archivi, futuro”

Fino al 9 luglio

Reggio Emilia

 

http://www.fotografiaeuropea.it/