Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Hito Steyerl, ribellione e guerriglia nell’era del digitale

Sovversiva e guerrigliera, la film-maker e videoartista tedesca Hito Steyerl, crea opere video che diventano mezzi essenziali per attivare, da un lato, riflessioni sulla società odierna e veri e propri attivismi critici, dall’altro. Attraverso i suoi film e videoinstallazioni, Steyerl, mette a nudo celate verità con cui costruisce una lucida critica verso una società sempre più oppressa e soffocata dal digitale, dalla perdita d’identità e dalla continua sovresposizione di dati e informazioni.

Prediligendo un linguaggio tra il documentaristico e l’animazione, ogni opera dell’artista è una finestra che si apre su una rigorosa riflessione sul mondo e che, attraverso una composizione serrata di immagini e testi, dà vita ad un ritmo incalzante, quasi assillante, che attira, seduce così come fanno le immagini provenienti dall’immaginario giovanile dei videogiochi o degli slogan pubblicitari. L’ipercomunicazione, così come l’incessante e frastornante bombardamento di informazioni e dati, sono alcuni degli elementi su cui si muove la riflessione artistica della Steyerl. In questo flusso continuo, l’artista innesca un percorso che mette in crisi di continuo l’ultra contemporaneità e i suoi stessi assetti culturali e sociali. La precarietà o le speculazioni finanziarie, così come la graduale militarizzazione della società, il mercato e via dicendo, si mostrano accattivanti da un lato e violenti dall’altro.

Giocando di continuo tra ciò che è visibile e ciò che non lo è, tra il reale e il fittizio, l’artista non pone quesiti, ma sovverte dall’interno ciò di cui la società è assuefatta, piano piano ne distrugge le certezze, ne esaspera e compromette l’identità. La lucida critica di Hito Steyerl è un costante dualismo ribelle che punta i riflettori e omette le domande, lasciando al pubblico l’ultimo atto di formale dissidenza. Ecco che l’arte, essa stessa definita e impigliata nel sottile eppure complesso mondo del mercato, diventa il mezzo attraverso cui riappropriarsi del pensiero e utilizzarlo come arma simbolica che ne sfida i neologismi, i meccanismi complessi e i poteri occulti.

Con Hito Steyerl torna prepotentemente il ruolo e la forza dell’immagine, capace di sedurre e distruggere allo stesso tempo.

 

 

 

Romance. Il giardino incantato di Latifa Echakhch in mostra da Fondazione Memmo

Di origini franco-marocchina, Latifa Echakhch, è un’artista visuale la cui pratica è caratterizzata da un forte legame con una cultura radicata nel Mediterraneo e filtrata attraverso la ricerca, lo studio e la scoperta di oggetti e piccole realtà derivanti da altre tradizioni. L’unione di questi elementi è la base per una riflessione che porta in auge temi socio-politici e culturali della contemporaneità.

Invitata da Francesco Stocchi, Latifa Echakhch, ha realizzato per la Fondazione Memmo un racconto, una narrazione visuale in cui il dualismo realtà/finzione conduce lo spettatore ad addentrarsi in un percorso emotivo ed esperienziale. Riprendendo il tema dei giardini romantici e, in particolare, i “capricci” architettonici in cemento che ornavano i giardini di fine Ottocento, l’artista ha trasformato gli spazi delle ex scuderie di Palazzo Ruspoli in un’oasi immaginaria dove tronchi di alberi e rocce, realizzati con l’utilizzo di calcestruzzo armato, e foglie ricavate da ritagli di tele, nascondono piccoli tesori che, adattandosi alle forme, invitano lo spettatore ad indagare su ciò che è reale e ciò che non lo è, tralasciando il compito di raccontare una storia precisa.

Gli object trouvé di Latifa, sono stati scelti dall’artista durante i suoi viaggi nella capitale e rinvenuti in mercati, come quello di Porta Portese. Essi raccontano di processi di stratificazione non solo architettonici ma anche storici e culturali di cui Roma è testimone e, allo stesso tempo, diventano il mezzo tramite cui l’artista descrive e racconta il suo processo investigativo e relazionale con tradizioni e culture lontane. Grazie alla loro decontestualizzazione, gli oggetti, si caricano di un forte potere evocativo che permette agli stessi di assumere nuovi significati pur mantenendo intatto il loro status simbolico e la loro funzione primordiale.

Le installazioni e le sculture ibride prodotte dall’artista, creano ambientazioni in cui lo spettatore è invitato ad una fruizione attiva e partecipata. I processi intuitivi ed emotivi da cui nascono le opere di Latifa Echakhch, sono il preludio di storie allusive e talvolta artificiose, in cui la quotidianità si arricchisce continuamente di elementi e si trasforma in una composizione immersiva e coinvolgente.

Latifa Echakhch. Romance

a cura di Francesco Stocchi

fino al 27 ottobre 2019

 

Fondazione Memmo

via Fontanella Borghese 56/b, Roma

Orario: tutti i giorni dalle 11.00 alle 18.00 (martedì chiuso)

Ingresso: gratuito

 

Divine Bovine. Mostra fotografica di Toni Meneguzzo

Ha inaugurato lo scorso 14 maggio presso l’Howtan Space di Roma la mostra fotografica di Toni Meneguzzo dal titolo Divine Bovine, a cura di Antonella Scaramuzzino e Fulvio Ravagnani, che vede protagoniste dei grandi ritratti esposti una serie di coloratissime mucche indiane.

Le 65 fotografie (che misurano 2 metri per 2) sono il frutto di un’interessante e personale ricerca dell’artista, che ha viaggiato dal 2008 al 2013 per le regioni dell’India immortalando questi animali, considerati come esseri sacri, alla stregua di divinità, protagonisti di una tradizione antichissima mantenuta nel tempo dalle popolazioni locali, che oggi sta però rischiando di scomparire. In occasione del raccolto infatti le mucche vengono donate al tempio dagli abitanti in segno di ringraziamento, adornate con paramenti e fiori e dipinte con colori brillanti e vivaci, per celebrare la fertilità e porgere un dono al cielo.

Le foto diventano potenti icone, dal sapore rurale e al contempo quasi magico, grazie anche al lavoro di ritaglio dello sfondo eseguito da Meneguzzo, che ha tolto i paesaggi agresti per lasciare un campo bianco, che toglie qualsiasi riferimento spazio-temporale rendendole idoli naturali, dall’aspetto saggio e protettivo.

La ricerca di Toni Meneguzzo, classe 1949, fotografo da quattro decadi, ha spaziato in vari campi, dalla moda, fino ad arrivare al design e all’architettura; Divine Bovine è invece un vero proprio reportage etno-antropologico, oltre che religioso, che offre allo spettatore uno spaccato legato a un mondo lontano ed affascinante.

Completa la mostra un video di backstage che illustra gli anni di viaggio e ricerca vissuti dall’artista che hanno reso possibile questo progetto di mostra.

HOWTAN SPACE

dal 14 maggio al 27 giugno 2019

Via dell’Arco de’ Ginnasi, 5 – Roma

Lunedi’ – Venerdì ore 12:00 – 19:00 Sabato e Domenica Chiuso

Piero Dorazio. Protagonista dell’arte astratta nel secondo dopoguerra

Piero Dorazio fu un pittore italiano che contribuì alla nascita e alla affermazione dell’astrattismo in Italia. Fu un artista che entrò in contatto col mondo dell’arte internazionale, guardò con ammirazione agli studi di Matisse e all’architettura di Le Corbusier, formulando un concetto di non figurativo condiviso sia in Italia che all’estero.
Dopo la sua morte c’è stata un’introspettiva verso l’arte della pittura non destinata alla fabbricazione di qualcosa di ingegnoso, ma alla ricerca di quella chiave in grado di cogliere la percezione visiva che genera la pittura.
Fu un appassionato pollinista, ha scritto riviste e critiche sull’arte, dando una chiave d’interpretazione sempre diversa, cogliendo sempre un particolare diverso, non fermandosi al mutare del tempo.
Le sue opere hanno una trama dal colore luminoso, i quadri riflettano gli sguardi dello spettatore. Le sue produzioni dell’ultimo periodo hanno ancora riscontri internazionali, quelli che l’artista ha avuto nel corso della sua vita.
Lavorò per serie e cicli, individuando serie che concepivano l’astrazione in grado di raggiungere la semplificazione delle cose, per cogliere la complessità del suo percorso artistico mentale.
Dal 1946 al 1955 fu fondatore del gruppo Forma 1, che nasce come contrapposizione nei confronti del realismo guttusiano, in una situazione post bellica che obbligava una presa di opposizione e di coscienza.
Il pubblico decreta i quadri e li definisce con la semplice parola “futurista”.
Esiste in Italia da tempo ormai una netta frontiera tra il mondo dell’arte e il pubblico sempre più stanco al cambiamento dell’ingegno umano. Si avvicina a Severini che usa la parola astrattismo nel senso platonico, come distacco, superamento di un’immagine troppo geometrica.
Dorazio riusa la parola “astratto” nell’Italia post bellica, con un taglio decisivamente netto e deciso, presentava artisti che venivano dal concretismo, introdotta dagli artisti francesi, quell’arte che non ha un’evoluzione della figura ma è costruzione autonoma, progettazione e ritmo.
Le sue opere evocano soggetti anche se sono legati all’astrattismo, superamento di un’immagine con un gioco dimensionale, marcando con il colore una scelta invitabile, cercando riflessi di una pittura popolare, creando un colore in grado di assorbire la luce e al tempo stesso di rifletterla, non più squillante ma disposizione di tratti a rilievo come in un plastico.

CAZZOTTO 2019: interventi d’arte nel centro storico di Perugia

Perugia ha sferrato il suo terzo cazzotto: l’omonima kermesse artistica è infatti tornata ad invadere le strade della città umbra, con una serie di interventi, installazioni e performance che si sono susseguiti lo scorso 10, 11 e 12 maggio. Il nome dell’evento, ideato da Simona Frillici e Giassi Piagentini, rende omaggio al simbolo locale più dolce: Cazzotto era infatti l’appellativo originario con cui era stato chiamato il famoso Bacio Perugina.
Il progetto si è dispiegato per le vie della città, interagendo con abitanti e turisti, valorizzando il ricco patrimonio artistico locale ma anche gli scorci meno noti; numerosi gli artisti che hanno partecipato all’iniziativa, con una ricca presenza di opere site specific: Mario Consiglio, Mauro Cuppone, Carlo De Meo e Simona Frillici hanno proposto l’installazione collettiva Flags/Bandiere, mentre il balcone dell’ex-Cinema Turreno ha ospitato un’immagine straniante realizzata da Iginio De Luca; Francesco Capponi torna simbolicamente con Due minuti a Mezzanotte, installazione su carta già presentata durate la scorsa edizione accanto alla galleria Kennedy, ricostruita in questa occasione attraverso una serie di interventi pittorici.
Su Via della Sapienza Luigi Puxeddu con il suo Ultimo Elefante ha sorpreso i passanti con l’apparizione destabilizzante di un pachiderma rosso all’interno di un garage, mentre Karpuseeler ha realizzato Karpuseeler -Givemefive- feat.Valentina Angeli, un insieme di cinque puzzle che dialogano con altrettanti dipinti di Valentina Angeli; sempre in questa sede Meri Tancredi ha presentato Richieste d’aiuto, un’installazione audio-visiva.
Lo splendido complesso del Collegio della Sapienza, che nacque nel XIV secolo per ospitare un’importante istituzione universitaria voluta dallo Stato Pontificio, ha fatto invece da cornice agli interventi di Myriam Laplante, Daniela de Paulis, Giovanni Albanese, Sara Santarelli, Giancarlino Benedetti Corcos, Hans-Hermann Koopmann, Stefano Bonacci e Mauro Folci. D’impatto l’intervento sul pozzo monumentale di Galeazzo Alessi effettuato da Alberto Timossi, che ha creato un’interessante sinergia tra materiale industriale e marmo bianco, mentre un’installazione di Stefano Bonacci ha impreziosito il giardino d’inverno. Sempre negli spazi del Collegio hanno avuto luogo la performance di Angelo Pretolani dal titolo Pronto a Niente e quella di impronta teatrale di Pasquale Polidori, Povera Opera. Di grande interesse l’intervento di Andrea Aquilanti, che ha proposto un progetto di recupero e restauro virtuale del meraviglioso affresco del Giottino presente all’interno della cappella di San Gregorio.
Cazzotto si riconferma per il terzo anno consecutivo evento culturale interessante ed originale, dove la città di Perugia diventa un palcoscenico urbano messo a disposizione della creatività di una serie di artisti brillanti ed eterogenei.

Perugia, dal 10 al 12 maggio 2019 – Sedi:
1. Balcone Sopra ex cinema Turreno, Piazza Danti
2. Appartamento azzurro, Via della Gabbia, 7
3. Galleria Nazionale dell’Umbria, Corso Pietro Vannucci 19
4. Collegio della Sapienza Vecchia, oggi Convitto Oanosi via della Sapienza, 6
5. Via della Sapienza 1-5 e Via Caporali 35°
6. Via Baglioni
7. Ingresso accanto agli ascensori dismessi accanto alla Galleria Kennedy, Via XX Settembre

Poetiche del luogo e immaginari del reale nelle opere di Ludovica Carbotta

Ludovica Carbotta, giovanissima artista torinese, fa della sua ricerca artistica un processo mentale e cognitivo che si va componendo sulle basi di una conoscenza attenta e minuziosa non solo dell’essere come parte di una collettività, ma anche dell’individuo come esemplare unico. In questa ricerca esistenziale, è centrale il rapporto dell’essere con e nel tessuto urbano, la sua capacità di creare relazioni ideali o reali e regole. Questi codici formali del vivere, creano le basi di un percorso artistico interiore e personale che si concentra sull’esplorazione fisica dello spazio urbano.
Bachelard ne La poetica dello spazio definisce i luoghi come membrane intime. Taluni spazi, appunto, evocano una quiete, quasi familiare, che permette all’uomo di essere e comportarsi in un determinato modo. Le opere di Ludovica Carbotta, cercano di indagare questa precisa capacità del luogo, definendo attraverso i luoghi del reale, delle immagini mentali che presentano specifici dettagli che la memoria volontaria dell’essere ripropone. Ciò che manca è la presenza di un qualcosa che è soltanto suggerito. Gli stessi elementi sussistono da una nascita mnemonica che, poi, nell’atto di realizzazione si riducono all’osso, al minimale gesto scultoreo o architettonico. L’indagine è dunque un processo lungo che necessita tempo, presuppone una capacità di assorbire certi costrutti sociali e sovrastrutture culturali depositate in continue stratificazioni.
Il riferimento ricorrente ai luoghi immaginari, introduce un ulteriore aspetto della poetica dell’artista, ovvero l’utilizzo dell’ekphrasis, termine di derivazione greca adoperato per indicare la descrizione verbale di un’opera d’arte, attraverso la cui influenza letteraria, Ludovica Carbotta, riflette sull’importanza della riproduzione nella Storia dell’Arte. La sua applicazione pratica permette all’artista di sperimentare uno spazio o un oggetto come qualcosa di sconosciuto o di approcciarlo come una novità. La descrizione verbale assume il ruolo di costruire davvero un’ambiente abitabile e funzionale in cui ogni precisa composizione diventa la trasposizione tattile di una necessità privata. Qui ritorna, nuovamente, l’appello ad una memoria collettiva o personale, che assorbe solo ciò che è necessario. In questo modo, la messa in pratica dell’azione artistica è l’ultimo anello di un processo cognitivo più complesso che innesca continui corti circuiti e riflessioni latenti che vertono verso una ricerca in cui il ruolo dell’immaginazione si comporta come un valore, necessario, per la costruzione di una conoscenza. In questo calderone, l’essere vive la sua individualità in spazi urbani, funzionali, che agiscono come specchi ragionati di uno stare al mondo.
L’assenza di un corpo preciso, in definitiva, rafforza il ruolo affidato all’immaginazione mentre la privazione di certi elementi, permette una lettura sviscerata e ponderata degli oggetti, custodi di precise funzioni e ricordi. Ciò che resta è solo ciò che è necessario.

Premio MAXXI 2016
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© Luis do Rosario

Les Nabis et Le Décor

L’esibizione presente al musée du Luxembourg a Parigi fino al 30 giugno è la prima in Francia dedicata all’arte decorativa e ornamentale dei Nabis.
La mostra possiede centinaia di opere fra cui dipinti, disegni, stampe e oggetti d’arte, che provengono da collezioni private e pubbliche, che ancora non sono mai state presentate insieme, dell’avanguardia post-impressionista. E’ un’occasione per noi di vedere i capolavori dei Nabis Pierre Bonnard, Edouard Vuillard, Maurice Denis, Paul Sérusier e Paul Ranson.
La storia vuole che l’origine del nome del loro movimento provenga dalla parola ebraica “Profeta”, dopo che Sérusier, affascinato dalla personalità e dall’arte di Paul Gauguin decise di annunciare al mondo ciò che era per lui il nuovo vangelo della pittura.
Così, i Nabis ebbero l’intento di rinnovare la pittura, ispirandosi anche a gran parte della cultura giapponese, difendendo un’arte in legame diretto con la vita, dove la pittura era la rappresentazione della poesia, dei colori e del ritmo e soprattutto una reazione contro l’estetica del pastiche che era allora alla moda. Grazie a questo movimento, il bello divenne parte della quotidianità grazie alle sue numerose decorazioni d’interiore nei palazzi, sui mobili e gli oggetti; l’arte essendo per i Nabis ovunque e per tutti.

« Les Nabis et Le Décor », musée du Luxembourg, Paris, +33 01 40 13 62 00, museedulexembourg.fr

Aritzo celebra Antonio Mura

Antonio Mura nato ad Aritzo il 12/01/1902 è stato un pittore ed incisore, tra i più rinomati del 900 sardo. Studia presso il liceo classico di Cagliari per poi proseguire a Roma i suoi studi, presso l’Accademia di Belle Arti. Partecipa a numerose mostre ed esposizioni, dove vinse prestigiosi premi, e vediamo il suo nome in città come Milano, Torino, Berlino, Beirut, Venezia e ovviamente le città della Sardegna.
Fervente cattolico è autore di innumerevoli pale d’altare, che sono conservate presso le chiese sarde e romane. Particolare attenzione rivolgiamo alle opere presenti nel Santuario di Nostra Signora di Bonaria; colori, volti ed espressività che rimandano ad una pia devozione. Sono opere notevoli per dimensioni, composizione, armonia ed esecuzione pittorica. Tra le varie opere da lui firmate dobbiamo ricordare il ritratto che fece al Santo Padre Pio XII per il quale fu chiamato direttamente dalla Santa Sede per le sue capacità artistiche.
Mura muore a Roma il 7/04/1972 in seguito ad un intervento chirurgico andato male.
Oggi il comune di Aritzo vuole ricordarlo attraverso uno spazio a lui dedicato: il Museo Mura, che ha sede nell’ex municipio in Pratz’e Iscola; dove la curatrice Simona Campus ha dato vita alla mostra permanente in suo onore.
Uno spazio a lui dedicato con le sue maggiori opere, e tante altre donate al comune da privati e dai suoi familiari; uno spazio che lega l’artista con i suoi compaesani, per mostrare e celebrare la grandezza e bravura di un sardo dei primi del 900. La bellezza che attraverso il tratto pittorico ci riporta in quella Sardegna fatta di tradizioni e di colori, colori dei meravigliosi tessuti sardi che Antonio Mura riporta nelle sue opere. Volti di donne e uomini che sfidano la vita per un mondo migliore.

Pratz’e Iscola 1, Aritzo.
Tel: 389 873 1853
Indirizzo e-mail: aritzomusei@gmail.com

World Press Photo 2019

E’ in corso presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma la 64° edizione del World Press Photo, il prestigioso premio annuale dedicato al fotogiornalismo mondiale, ideato dalla World Press Photo Foundation di Amsterdam.
La mostra, organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography, e promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale, raccoglie gli scatti che meglio hanno saputo rappresentare le diverse categorie (sport, natura, attualità, ritratti, reportage), selezionate tra ben 4,783 fotografi provenienti da 129 paesi diversi, per totale di 78,801 immagini scelte da una giuria indipendente presieduta da Whitney C. Johnson, vicepresidente Visuals e Immersive Experiences presso il National Geographic.
In termini di fotogiornalismo e non solo il tema più rilevante dell’anno, quello che ha fatto più discutere, è stato senza dubbio quello dell’immigrazione, specialmente quella che si spinge dal Messico e da alcuni paesi del Sud America verso gli Stati Uniti. La foto dell’anno 2019 è infatti è lo scatto del fotografo John Moore dal titolo Crying Girl on the Border, che ci mostra la reazione disperata della piccola Yanela Sánchez che, partita dall’Honduras con la madre, viene fermata con la madre dalla polizia alla frontiera con gli Stati Uniti nel giugno dello scorso anno; l’immagine, fortemente iconica, commuove e torna a far discutere sulle rigide politiche applicate dal Presidente Donald Trump al fine di porre un freno all’immigrazione clandestina, con procedure molto discutibili riguardanti ad esempio la separazione tra genitori e figli (in molti casi parliamo di bambini di età inferiore ai 6 anni). Anche The Migrant Caravan, Press Photo Story of the Year, tocca lo stesso tema: l’autore, Pieter Ten Hoopen, immortala un gruppo di persone che corre verso un camion che si è fermato per dare loro un passaggio dal Messico agli Stati Uniti.
Immagini, volti, guerre, ritratti, attimi di vita vissuta: sono lo specchio di realtà spesso molto lontane da noi, a volte sconosciute, ma non per questo meno importanti; il World Press Photo si riconferma indispensabile mezzo di conoscenza oltre che fonte di nuovo valore dato al giornalismo di reportage, che vede l’occhio del fotografo spingersi oltre i consueti confini per offrire allo spettatore uno spaccato della vastità del mondo che ci circonda, con le sue atrocità ma anche con la sua grandissima bellezza.

Palazzo delle Esposizioni
Dal 25 aprile al 26 maggio 2019
Via Nazionale, Roma
Domenica, martedì, mercoledì e giovedì dalle ore 10.00 alle ore 20.00
Venerdì e sabato dalle ore 10.00 alle ore 22.30 – Lunedì chiuso.
www.palazzoesposizioni.it

Picasso et l’exil Espagnol

L’esibizione presente nel museo degli Abattoirs a Toulouse tratta di un fatto storico, quello della Retirada, o sia l’esilio di 500.000 rifugiati spagnoli della guerra civile nel 1939. La scelta della mostra nel capoluogo della regione dell’Occitania (nel sud-ovest della Francia) nasce per ragione geografica. Toulouse è stato il posto più vicino alla frontiera spagnola, conosciuta anche oggi come “capitale dell’esilio”, laddove si installarono i governamenti, gli intellettuali e numerosi artisti esiliati.
Les Abattoirs, di conseguenza, fu il museo giusto dove esporre la mostra che ritrae, su un totale di tre piani, un’esibizione che si concentra principalmente sul rapporto di Pablo Picasso con la retirada. Il filo conduttore è la perdita delle sue radici e il suo impegno politico, quando fece la scelta di non tornare più nella sua terra natale finché la dittatura di Francisco Franco fosse ancora presente, che finì nel 1975. Morì nel 1973 senza, di fatto, poter tornare lì.
L’ottantesimo anniversario dell’esilio, trattato per la prima volta da un istituto museale francese, presenta anche altri artisti maggiori che sono state vittime, come Antoni Clavé, Julio González e Óscar Domínguez Albarracin oltre ad artisti contemporanei come Pilar Albarracin, Nissrine Saffar e Eduardo Basualdo.
L’esilio richiama alla sofferenza di lasciare una terra, una vita, una storia, è documentato perfettamente attraverso questa mostra e grazie anche alle fotografie storiche dei campi, dopo l’arrivo degli spagnoli in Francia. Ricca di documenti e di opere d’arte prestate, l’esibizione è un’opera importante sulla cultura della resistenza spagnola, un bel omaggio. Si consiglia di non mancare.

Esibizione al Museo Les Abattoirs
fino al 25 Agosto 2019
Frac Occitanie Toulouse. 76 allée Charles de Fitte 31300 Toulouse
http://www.lesabattoirs.org