Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Antonio Ligabue. Vita, opere e oggetti di un geniale artista

Fino al 17 Febbraio 2018 si terrà in Calabria, nelle sale espositive del Museo del Presente di Rende, una mostra monografica su Antonio Ligabue (Zurigo 1899 – Gualtieri 1965), uno fra i più eccezionali pittori del Novecento.

La mostra darà la possibilità al pubblico di ammirare dal vivo l’arte di Ligabue, e saperne di più su Toni al Matt, un genio tormentato, un folle, un visionario, un vero artista, segnato da un’infanzia difficile, ove a far da padrone erano il disagio, la solitudine e l’isolamento, un artista che seppe trovare nell’arte una sua originale forma di riscatto e fece dell’espressione artistica il suo principale mezzo di comunicazione.

Attraverso una selezione di opere, tra cui dipinti, sculture, incisioni, il percorso espositivo accompagnerà il visitatore alla scoperta di questo complesso personaggio vissuto nella provincia italiana del dopoguerra che, tra la fine degli anni ’50 e gli inizi degli anni ’60 ottenne, mentre era ancora in vita, un successo inaspettato.

La mostra non si limita a presentare al pubblico le sue opere ma vuole far luce sulla sua personalità, sulla sua singolare vicenda umana, attraverso l’esposizione di una selezione di suoi oggetti personali e una serie di focus relativi ad aneddoti e personaggi collegati all’artista. Si terranno, per supportare la mostra, per tutto il periodo di apertura, una serie di attività didattiche laboratoriali rivolte alle scuole, ai giovani visitatori e suddivise per fasce di età.

 

 

Fino al 17 Febbraio 2018

Rende | Cosenza

Luogo: Museo del Presente

Curatori: Alessandro Mario Toscano, Marco Toscano

Enti promotori:

  • Casa Museo Ligabue
  • Comune di Rende

Costo del biglietto: intero 5 euro, ridotto 4 euro (over 65, ragazzi dai 13 ai 18 anni, gruppi min. 15 max. 30 persone), scuole 2,50 euro. Gratuito bambini fino a 6 anni, disabili e loro accompagnatori, membri ICOM, guide turistiche dell’UE, giornalisti iscritti all’ordine previa richiesta di accredito

Telefono per informazioni: +39 345 59 85 044

E-Mail info: mostraligabuerende@gmail.com

Sito ufficiale: http://www.mostraligabue.it

Moto Ondoso Stabile

La galleria Z2O di Sara Zanin di Roma ospita i lavori di Neil Gall, Rezi van Lankveld, Jinn Bronwen Lee, Nazzarena Poli Maramotti, Alessandro Sarra e Jessica Warboys, protagonisti della mostra a cura di David Ferri dal titolo Moto Ondoso Stabile.

L’apparente ossimoro presente nel titolo,che è anche quello di un racconto della scrittrice Anne Tyler, trova nelle tele esposte una spiegazione perfettamente coerente e logica, in quanto come la superficie marina può mostrasi allo sguardo dell’osservatore perfettamente liscia e piatta piuttosto che increspata di lievi onde o percorsa da cavalloni schiumanti, così le tele esposte offrono un variegato sistema di stesura del colore e costruzione dell’immagine.

Il concept della mostra, infatti, si concentra sulla volontà di mostrare i differenti esiti di un approccio materico e gestuale all’arte pittorica.

Per tornare al titolo, co-autore insieme all’artista statunitense Jessica Warboys è proprio il mare, in quanto l’opera qui esposta, facente parte della serie dei Sea Painting, è una grande tela, che, dopo essere stata ricoperta da una serie di pigmenti viene immersa nell’acqua del mare, in modo tale da permettere poi al moto delle onde e all’impeto dell’acqua di delineare il corpus di forme che apparirà alla fine del processo sulla tela.

Immagini impregnate di aria e cielo sono invece le protagoniste delle tele di Nazzarena Poli Maramotti: rimandano a una pittura di tipo atmosferico, dove gli elementi naturali si fondono tra loro, perdendo riconoscibilità immediata e creando una commistione tra acqueo ed aereo.

La scelta della forma del supporto gioca un ruolo importante nella pittura di Jinn Bronwen Lee, che, all’interno di una serie di ovali, crea un universo di pastose pennellate scure e vulcaniche; le tele diventano così specchi riflettenti una profondità insondabile e oscura.

Particolarmente interessante il lavoro dello scozzese Neil Gall, il più maturo degli artisti presenti in mostra, che riproduce sulla tela alcuni suoi collages o giustapposizioni di carta tramite un lavoro di grande perizia e precisione, al fine di renderli in maniera quasi foto pittorica. Se qui il gesto è esatto e misurato, e resta sulla superficie della tela chiaro come una fotografia, quello di Alessandro Sarra è investigativo, e graffia e scava il supporto per andare in profondità, con esiti luministici. Il lavoro di Rezi van Lankveld infine, sfugge a una chiara identificazione: più che figure chiare, i protagonisti dei suoi quadri sono apparizioni scomposte in movimento, destrutturate nelle loro componenti lineari e cromatiche all’interno di processi tuttora in corso di trasformazione.

 

 

Z2O Sara Zanin Gallery – Via della Vetrina, 21 – Roma

Fino al 3 febbraio 2018

Dal martedì al sabato dalle ore 13.00 alle ore 19.00

www.z2ogalleria.it

 

Intertidal: indagine e interdisciplinarità a confronto. L’inchiesta in mostra all’ArtCenter/ South Florida

Cosa potrebbe accadere se i cambiamenti climatici e le problematiche sociali portassero ad un innalzamento delle maree con il conseguente propagarsi di catastrofi naturali come, ad esempio, la scomparsa di lingue di terra o di vere e proprie città? Il A.S.T. (Alliance of the Southern Triangle), collettivo nato nel 2015, ha scelto la città di Miami come caso di studio e come possibile riflessione sulle dinamiche ambientali che, presto o tardi, comporteranno la graduale cancellazione della città a causa del repentino innalzamento delle maree. Intertidal a cura di Natalia Zuluaga, è il solo show che il gruppo ha proposto per gli spazi dell’ArtCenter/ South Florida, presentandosi come esperimento artistico, riflessione politica e rielaborazione architettonica degli interni del centro. La zona intertidale descritta visivamente dal gruppo, si lega a quella descritta da Kim Stanley nel suo romanzo, New York 2140, ovvero un luogo dove l’esistenza è stata ridefinita, costretta a ri-adattarsi a causa dei cambiamenti ambientali. Le installazioni video e audio create dal collettivo mostrano la zona intertidale di Miami (ossia una zona del litorale che dipende dalle maree), dominata dalle speculazioni immobiliari sul mare, dall’azione delle alte maree e dalle installazioni idrauliche che evitano le possibili inondazioni e tengono asciutte le strade. Una zona immersa tra le paludi e le maree, che utilizza la città come modello-esperimento nel tentativo di capire quale sia il modo migliore per procedere e accettare il cambiamento. Lo spazio è rivisitato, ripensato e riadattato seguendo le curvature delle pareti e dipinto di un profondo rosso e rosa, come chiaro riferimento all’opera del 1983 di Christo e Jeanne-Claude, Surrounded Islands, in cui undici isolette situate presso Biscayne Bay (Miami), furono circondate di tessuto rosa.

Il collettivo composto dagli artisti Diann Bauer e Felice Grodin, dall’architetto Elite Kedan, e la curatrice newyorkese Patricia Margarita Hernández, incentra la sua ricerca sull’idea di città globale e si impegna ad aprire il dialogo attraverso l’utilizzo interdisciplinare di arte, architettura e design, con lo scopo ultimo di creare visioni utopiche o immaginare altri futuri, reattivi e fluidi. Intertidal è un progetto dentro il progetto, che permette la condivisione di un’arte sociale e pubblica che stimola domande e possibili risposte. L’esposizione si presenta come un’indagine visiva, in cui l’arte in ogni sua forma (video, audio, disegno) interpreta utopiche verità, offrendo esperienze multidisciplinari e riflessive.

 

 

20 gennaio 2018 – 8 aprile 2018

ArtCenter/ South Florida

924 Lincoln Road, Miami Beach

 

Orari: dal lunedí al venerdí, dalle 12.00 alle 18.00 e il sabato e la domenica, dalle 12.00 alle 20.00

Ingresso gratuito

Non di certo una vita semplice, ma ricca di avvenimenti sì. Vivere due guerre non è da tutti

Marino Marini nasce a Pistoia il 27 febbraio del 1901, all’età di sedici anni si trasferisce a Firenze per entrare a far parte dell’Accademia di Belle Arti e nel 1929 è professore della cattedra di scultura presso la Scuola d’Arte di Monza. Durante gli anni quaranta del novecento si ritira in Svizzera con sua moglie “Marina”, così chiamata per sottolineare il forte legame tra i due; durante questo periodo di riflessione si avvicina ad importanti artisti ontemporanei. Successivamente rientra in Italia dove espone alla Biennale di Venezia con una personale che sarà il trampolino di lancio per affacciarsi nel mondo: New York, Oslo, Stoccolma, Zurigo, Roma ecc. Premi, riconoscimenti e fama è così che va via via procedendo la vita di Marino Marini fino alla sua morte avvenuta a Viareggio il 6 agosto del 1980.

La carriera dell’artista si può suddividere in quattro temi principali e per temi intendiamo i soggetti riportati, infatti secondo Marini non è importante che cosa si rappresenta, ma come lo si rappresenta. Le Pamone, I Cavalli e Cavalieri, Il mondo del circo e del teatro e i Ritratti.

Rifacendosi all’arte classica le Pamone sono dei nudi artistici di donne, che vogliono richiamare la dea etrusca Pamone, dea della fertilità. Lo stesso Marini afferma di non essere ispirato dall’arte etrusca, ma di essere lui stesso un etrusco. Tra le tematiche però più care ci sono i Cavalli e Cavalieri che mettono in luce la storia dell’uomo, dove quest’ultimo è sempre meno in grado di badare al suo cavallo e quindi di controllare appieno la vita, la propria vita! Come un funambulo in bilico tra bene e male, vita e morte così ci appaiono le figure rappresentate nel fantastico mondo del circo; dove la continua ricerca dell’uomo è il motore che fa girare il mondo… forse alla ricerca della felicità o forse alla continua ricerca di qualcosa che nemmeno noi sappiamo che cosa sia.

 

La Bangkok di Andreas Gursky arriva alla Gagosian di Roma

La sede romana della celebre Gagosian Gallery compie dieci anni. In occasione dell’evento è stata inaugurata lo scorso dicembre una mostra dedicata al fotografo tedesco Andreas Gursky, visitabile fino al 3 marzo.

L’esposizione si apre nell’atrio della galleria con una foto dalla serie Oceans (2010), una reinterpretazione dell’artista di una ripresa satellitare in alta definizione di una porzione di Oceano Atlantico. Le altre opere in mostra, invece, fanno parte della serie Bangkok, realizzata nel 2011 durante un viaggio nella capitale tailandese. La serie, esposta per la prima volta in Italia, rappresenta il fiume che attraversa la città: il Chao Phraya. La sua superficie si trasforma in queste opere in una composizione di grande eleganza formale, tanto da ricordare la pittura. A prima vista, infatti, entrando nella sala si ha la sensazione di visitare una mostra di qualche impressionista o di un espressionista astratto. Guardando Bangkok IV, ad esempio, si ha l’impressione di essere di fronte ad una tela di Monet, mentre Bangkok V ricorda molto da vicino le linee di Barnett Newman. Le increspature sulla superficie del fiume, inoltre, creano delle figurine biomorfe che rimandano a immagini surrealiste come quelle di Mirò o di Jean Arp, e che possono essere lette quasi come delle macchie di Rorschach. È sicuramente il formato monumentale ad avvicinare queste fotografie a dei dipinti e a sottolinearne l’eleganza compositiva, ma il fotografo stesso attribuisce l’associazione del suo lavoro con la pittura anche all’uso della tecnica digitale, dichiarando ad esempio: «Con l’introduzione del digitale non si può più dare una definizione univoca del termine «fotografia». Quando ho iniziato il mio lavoro, sentivo che sarei stato sempre dipendente dal mondo materiale. Sembrava più interessante essere un pittore nel proprio studio, libero di decidere cosa fare, come sviluppare la composizione. Non sono un pittore, ma ora ho la stessa libertà».

Osservando meglio le opere, però, si iniziano a mettere a fuoco i dettagli, e ci si accorge che il fiume che sembrava tanto bello da divenire il soggetto di una serie di dipinti è in realtà molto inquinato, pieno di rifiuti e di piante infestanti. Si passa così dal piano della bellezza formale a una seconda lettura, quella di denuncia di una realtà tossica. Il fiume Chao Phraya rivela infatti così la sua vera natura: quella di discarica e di riflesso della città contemporanea, inquinata e in flusso costante.

L’acqua, protagonista della mostra, si trasforma così da elemento simbolico e di grande forza estetica in spunto per una riflessione sulle minacce ambientali, come l’innalzamento degli oceani, suggerito nella prima opera esposta, e l’inquinamento, suggerito dalla serie dedicata a Bangkok.

Non è la prima volta che la Gagosian dedica una mostra ad Andreas Gursky: negli anni, infatti, gliene sono state dedicate numerose nelle sue varie sedi sparse per il mondo. Proprio in questi giorni, inoltre, una retrospettiva sul fotografo tedesco inaugura alla Hayward Gallery di Londra.

 

 

Fino al 3 marzo 2018

Gagosian Gallery

Via Francesco Crispi, 16 – Roma

https://www.gagosian.com/exhibitions/andreas-gursky–december-14-2017

Vasilij Vasil’evič Kandinskij

Vasilij Vasil’evič Kandinskij (1866 – 1944), di nascita russa, è considerato il padre dell’arte astratta.

Inizia a dipingere tardi, a 30 anni; prima completa gli studi laureandosi in giurisprudenza, per poi rinunciare a una cattedra in Diritto Romano all’Università di Dorpat, in Estonia, deciso a dedicarsi all’arte: la chiamata dello spirito.

Si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Monaco; il suo insegnante è Franz Von Stuck, alfiere dell’arte simbolista, corrente ormai in declino.

Le sue prime produzioni sono legate al paesaggio, alla fantasia, al folklore del paese natio. Siamo lontani dai dipinti astratti che sono legati indissolubilmente alla pronuncia del suo nome.

Monaco è il centro del suo nuovo percorso di vita; qui muove i primi passi, interagisce con l’ambiente artistico, partecipa  a mostre. Cerca il dialogo e l’interazione con altri intellettuali e pittori. Fonda ben tre gruppi durante il suo soggiorno in questa città: il primo è Phalanx, seguito dall’Associazione degli artisti di Monaco (NKVM) e poi, per ultimo, quello che segnerà la svolta.

E’ il 1911 infatti quando nasce a Monaco il movimento artistico chiamato Der Blaue Reiter (Il cavaliere azzurro). Tra i suoi membri c’erano Franz Marc, August Macke e Alexej Jawlensky; anche Paul Klee sarà coinvolto nel gruppo.

Il Cavaliere Azzurro non aveva un programma definito, ma si proponeva di sperimentare un’arte caratterizzata da aspirazioni spirituali; molti movimenti hanno un Manifesto di rappresentanza, quello del Cavaliere Azzurro sarà il testo che Kandiskij darà alle stampe l’anno seguente.

E’ il 1912 infatti quando Kandiskij pubblica Lo Spirituale nell’arte: non solo Der Blaue Reiter ma anche la neonata arte astratta ottengono la loro bibbia personale. Il testo diventa infatti la guida della nuova compagine pittorica europea.

Kandiskij vede l’artista come un veggente, in grado di interpretare le istanze che dal suo io profondo parlano alla sua mente, ai suoi occhi, alle sue mani, istanze sollecitate dalle emozioni o dalla particolare sensibilità che caratterizza questa categoria umana. Sarà poi suo il compito, o meglio la missione, quella di esprimerle attraverso il segno e il colore per fare in modo che raggiungano anche l’animo dello spettatore, che non ha gli stessi strumenti percettivi che lui possiede.

Per questo artista la forma non è importante quanto il contenuto che intende comunicare.

Il contenuto sarà sempre indirizzato all’interiorità dell’osservatore, e cercherà di toccarne le corde psichiche ed emotive.

Sinestesia ed armonia sono le chiavi attraverso le quali il colore si coniuga al segno, in un fluttuare di onde e moti, di vibrazioni e di suoni cromatici che dallo spirito si indirizzano ad un altro spirito. Improvvisazioni e composizioni sono i titoli spesso dati alle sue opere, che rimandano all’universo musicale, che divide il podio con quello pittorico proprio per la condivisa capacità di suscitare sentimento ed elevare l’anima dell’ascoltatore a stati più elevati, quasi trascendentali. Il colore che viene usato è associato inoltre a forme geometriche particolari: il cerchio, la retta, il triangolo, si fanno portatrici di messaggi peculiari, espressione di determinati stati d’animo.

 L’arte per lui è atemporale; non conosce passato né futuro, si muove in un presente eterno e mutevole, nel quale occorre dedicarsi alla scoperta delle infinite percezioni che il mondo ci offre.

Dal 1922 al 1923 Kandiskij insegna alla Bauhaus, sia nella sede di Weimar che in quella di Dassau. Fucina di idee originali e di pensieri d’avanguardia, il prezioso contributo della scuola sarà stroncato dall’arrivo del regime Nazista.

Anche il nostro artista  sarà obbligato ad abbandonare la Germania: la sua pittura, nell’ottica dittatoriale, faceva parte della cosiddetta Arte Degenerata.

Si sposta quindi in Francia, a Neuilly-sur-Seine, dove trascorrerà il resto della sua vita.

 

[Articolo collegato alla mostra “Volcano ed altri cicli” che si è svolta a Isili (Sud Sardegna) a partire dal 28 dicembre 2017 e che ha visto l’esposizione di alcuni cicli evolutivi del percorso artistico di Antonio Mallus, formatosi nel clima neoavanguardistico degli anni Settanta ed avendo come maestri spirituali Kandinsky, Mondrian ed il primo Futurismo. Evento realizzato dall’associazione Youth Caravella con il contributo dell’Assessorato al Turismo della Regione Autonoma della Sardegna e dalla partnership con il Comune di Isili, del Comune di Serri, del Santuario Nuragico Santa Vittoria di Serri, dall’Associazione Culturale Artecrazia e del giornale Artecracy.eu].

 

Dias & Riedweg. Other time than here. Other place than now

Prima volta in Italia per il duo Dias & Riedweg, presente a Roma fino a fine gennaio con la doppia personale dal titolo Other time than here. Other place than now., curata da Anna Cestelli Guidi e dislocata tra le due sedi del MACRO Testaccio e dell’Auditorium Parco della Musica.

Mauricio Dias e Walter Riedweg, brasiliano il primo, svizzero il secondo, sono una coppia artistica attiva da più di venti anni, che realizza opere visive e performance, e che ha partecipato con i suoi lavori ad importanti manifestazioni internazionali quali la Biennale di Venezia e di San Paolo e Documenta di Kassel.

Saranno proprio i lavori realizzati per Documenta del 2007 ad essere esposti presso la sede dell’AuditoriumArte – Auditorium Parco della Musica: si tratta della video installazione a tre canali Funk Staden, allestita nella sala interna dell’AuditoriumArte, della proiezione monocanale Book e delle fotografie Woodcuts.

Al centro del progetto un interessante critica verso il colonialismo passato e presente, che si è spesso spinto a forme di violenza esasperata e di scarso rispetto per le popolazioni locali. Il duo cerca un collegamento tra il fenomeno contemporaneo del Funk Carioca delle favelas di Rio de Janeiro e il racconto dell’avventuriero tedesco Hans Staden, scritto nel XVI secolo e intitolato Wahrhaftige Historia, in cui narrava della sua prigionia presso la tribù brasiliana dei Tupinambà. Il testo, corredato da disegni, alimentò il mito e la diffidenza verso ciò che era considerato selvaggio e quindi potenzialmente pericoloso. Gli artisti ci propongono una riflessione su come il concetto di diversità sia stato spesso visto come qualcosa da abbattere piuttosto che da conservare e da cui trarre esempio e conoscenza.

Il Macro Testaccio espone invece una serie di opere, eseguite dal 1999, che ruotano attorno al concetto di immigrazione e di spostamento, intesi come movimento di individui all’interno del mondo, attraverso città e paesi: è questa eterogenea diversità individuale a formare poi la variegata collettività sociale che ci circonda.

In mostra una serie di video oggetti e video installazioni, che esprimono la volontà di criticare in modo ironico le politiche globali contemporanee (in particolare nel caso di Flesh, del 2005), e che si focalizzano sul concetto di migrazione visto spesso come perdita di un proprio centro.

Presente in questa sede l’opera inedita site specific dal titolo La casa degli altri, realizzata durante il recente soggiorno romano di Dias & Riedweg: un viaggio all’interno del mondo degli abitanti delle più estreme periferie della capitale.

 

 

MACRO – Museo di arte contemporanea di Roma

Testaccio Padiglione A, Piazza Orazio Giustiniani 4, 00153 Roma

Fino al 21 gennaio 2018

Orario: da martedì a domenica, ore 14.00-20.00.

http://www.museomacro.org

 

AuditoriumArte – Auditorium Parco della Musica

Fondazione Musica per Roma, viale de Coubertin 30, 00196 Roma

Dal 16 dicembre 2017 al 28 gennaio 2018

Orario: da lunedì a venerdì, ore 17.00-21.00. Sabato, domenica e festivi, 11.00-21.00.

www.auditorium.com

Oliviero Toscani. Più di cinquant’anni di magnifici fallimenti

Per celebrare la carriera di Oliviero Toscani è stata proposta una mostra da parte del Comune di Otranto e Theutra, la quale sarà presentata dall’artista stesso il 20 gennaio 2018 nelle sale del Castello Aragonese.

L’esposizione, curata da Nicolas Ballario e coordinata da Lorenzo Madaro, metterà in scena la potenza creativa e la carriera del fotografo grazie alla presentazione al pubblico delle sue immagini più note, che hanno fatto discutere il mondo su temi caldi quali razzismo, pena di morte, AIDS e guerra.

Tra i lavori in mostra sarà presente il celebre Bacio tra prete e suora, del 1991, i Tre Cuori White/Black/Yellow, del 1996, No-Anorexia,  del 2007,oltre a tantissime altre opere.

Nella mostra saranno presenti anche i lavori realizzati per il mondo della moda, che Oliviero Toscani ha contribuito a cambiare in modo radicale, si pensi ad esempio alle celebri fotografie di Donna Jordan fino a quelle di Monica Bellucci, ma anche ai ritratti di Mick Jagger, Lou Reed, Federico Fellini, o ancora ai più grandi protagonisti della cultura dagli anni Settanta in poi. In questa straordinaria galleria di ritratti non può certo mancare quello dedicato al genio di Nostra signora dei Turchi, Carmelo Bene.

Sarà possibile ammirare nel percorso espositivo anche alcune fotografie del progetto Razza Umana, che Oliviero Toscani da anni porta avanti realizzando ritratti nelle strade e nelle piazze del Mondo. «RAZZA UMANA è frutto di un soggetto collettivo – ha scritto il critico d’arte e curatore Achille Bonito Oliva – lo studio di Oliviero Toscani inviato speciale nella realtà della omologazione e della globalizzazione. Con la sua ottica frontale ci consegna una infinita galleria di ritratti che confermano il ruolo dell’arte e della fotografia: rappresentare un valore che è quello della coesistenza delle differenze».

 

 

Dal 20 Gennaio 2018 al 31 Marzo 2018

Otranto | Lecce

Luogo: Castello Aragonese

Enti promotori:

  • Theutra
  • Comune di Otranto

Costo del biglietto: mostra + castello 7 Euro intero, 5 Euro ridotto

 

Maria Licheri. Il fascino della ceramica

Ciotole, piatti, centrotavola, lampade. Semplici oggetti d’arredamento che affascinano per la preziosa decorazione. Una sorprendente cultura professionale, quella di Maria Licheri, che abbraccia una vastissima produzione di ceramiche, di molteplici categorie ed uniche nel loro genere.

Conseguito il diploma al Liceo Artistico di Cagliari con il celebre scultore faentino Melandri, la Licheri ha approfondito l’attività di ceramista a Milano nello studio di Giuseppe Rossicone, e così varca il confine regionale per proseguire la sua ricerca verso una moda decorativa assai vivace della ceramica. La produzione comprende una vasta gamma di oggetti per l’arredamento come piatti, ciotole, vasi, pannelli, ma anche sculture e gioielli.

Una sorta di Art Noveau, combinazioni tonali di grande fascino colorano le forme brillanti dei raffinati oggetti d’arredamento finemente incisi, manufatti che sembrano raccontare uno studio di diverse tecniche artistiche lavorate insieme, come i fili di cotone che si legano all’argilla. Ogni oggetto è reso prezioso e unico nella lavorazione delle decorazioni, realizzate interamente a mano con l’utilizzo di argilla adornata di smalti, oro zecchino e altri materiali inusuali, che l’artista personalizza e trasforma.

In modo molto originale, Maria Licheri riesce a spianare il confine accademico dei canoni di produzione del manufatto in ceramica, creando veri e propri gioielli d’artigianato di altissimo livello che raccontano anni di rigoroso lavoro.

L’artista ha partecipato alle più importanti mostre specializzate in Italia ed all’Estero conseguendo premi e segnalazioni in cui si afferma che «i suoi pezzi rivelano una ricerca concentrata sia sulla forma che sul colore, evidenziando una ricchezza di motivi ed un complesso di elementi che li rendono estremamente raffinati».

 

 

Dal simbolismo all’astrazione. Il primo Novecento a Roma nella Collezione Jacorossi

Dal 1° dicembre scorso il tessuto espositivo del centro storico romano si avvale di una nuova realtà operante sul fronte dell’arte contemporanea: parliamo di Musia, spazio polifunzionale ideato dal collezionista e imprenditore Ovidio Jacorossi.

Il luogo prescelto è un luogo caro alla famiglia dell’imprenditore: Musia è situata infatti in Via dei Chiavari, dove suo nonno, Agostino, iniziò nel 1922 la sua avventura imprenditoriale con un piccolo negozio di carbone. L’attività di famiglia proseguirà poi di generazione in generazione, legandosi sempre all’ambito delle fonti energetiche e ai servizi per l’ambiente; sarà poi proprio Ovidio a compiere i primi passi verso il collezionismo artistico, con una serie di acquisizioni di dipinti, sculture e disegni.

Musia è uno spazio di oltre 1000 mq, un ambiente enorme rispetto alle tradizionali metrature delle gallerie d’arte capitoline. Al suo interno gli spazi sono destinati a diversi tipi di attività, tutte legate però alla cultura e alla fruizione del bello: l’area dedicata alle mostre tempoanee della Galleria 7, la vendita di oggetti di design, fotografia e opera d’arte all’interno della Galleria 9, gli ambienti destinati alle installazioni site specific delle Sale di Pompeo, la zona ristoro della Cucina & Wine bar, diretta dallo chef Ben Hirst, che si caratterizza per un’attenzione particolare alla carta dei vini proposti nonchè alle materie prime utilizzate, provenienti dal territorio laziale e del centro Italia.

L’attività espositiva di Musia è inaugurata dalla mostra Dal Simbolismo all’Astrazione. Il primo Novecento a Roma nella Collezione Jacorossi, allestita negli spazi della Galleria 7: in mostra circa cinquanta opere, provenienti dal contesto storico artistico italiano della prima metà del Novecento. Tra gli importanti autori dei pezzi esposti ci sono Giorgio De Chirico, Gino Severini, Alberto Savinio, Leoncillo, Mimmo Rotella e molti altri. Tra le opera spiccano lo splendido Autoritratto Tricolore di Giacomo Balla, oltre all’intensa scultura La sognatrice di Antonietta Raphael Mafai.

A questa prima esposizione ne seguiranno altre due nel 2018: una dedicata alla seconda compagine della collezione Jacorossi, con opere databili alla seconda metà del Nocecento, ed infine una terza incentrata invece sulle opere di grande formato eseguite lungo i decenni centrali dello stesso secolo.

Le Sale di Pompeo, situate sui resti dell’omonimo Teatro romano ospitano invece la video installazione site specific di Studio Azzurro dal titolo il Teatro di Pompeo (Dramma per 4 stanze e 8 schermi), punto forte del programma inaugurale di Musia, che narra dell’uccisione di Giulio Cesare. Lo spettatore si aggira tra le sale, dove si snodano scene di vita quotidiana ambientate nella Roma antica, rappresentate attaverso la semplice silhouette dei loro protagonisti: il mercato, le terme, le danze. Tutto è in penombra, apparentemente quieto, fino a un brusco cambio di immagine: il giorno cede il passo alla notte, la congiura sta per iniziare, Cesare sarà ucciso e ciò che un tempo era certezza diventa caos, avvolto tra le fiamme che si innalzano in questo teatro multimediale di grande effetto.

In occasione dell’apertura di Musia infine, la Galleria 9 propone una rassegna sui gioielli d’artista, esponendo le sculture indossabili di Paola Gandolfi, i gioielli in ceramica di Rita Miranda e le creazioni della designer Alessandra Calvani.

 

 

MUSIA

Via dei Chiavari 7/9, Roma

dal 1° dicembre 2017 al 18 marzo 2018

Orari: da martedì a sabato ore 16 – 22,30; domenica, lunedì e festivi chiuso

Ingresso: libero

Info: www.musia.it