Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Taking Care of the Garden of Eden: la natura invade la White Noise Gallery

Dopo il bosco verticale, l’orto portatile e tutte le altre forme di sopravvivenza della natura nell’ambiente antropizzato, arriva il giardino a misura d’uomo di Jesús Herrera Martínez. Serre e vegetazione incontenibile in zainetti portatili e foreste tropicali in moduli componibili creati dall’artista spagnolo sono in mostra alla White Noise Gallery fino al 3 novembre 2018, per la personale dal titolo Taking Care of the Garden of Eden.

Taking Care of the Garden of Eden è una mostra di pittura, ma i limiti del quadro nel senso tradizionale sono ampiamente superati. I due curatori Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti sono infatti sempre più proiettati verso una dimensione installativa e sperimentale per gli eventi ospitati nella loro galleria. Ad essere esposto in mostra in questo caso è un ciclo di opere inedite dedicate al tema della rappresentazione della natura, da sempre oggetto di attenzione privilegiato da parte degli artisti ma affrontato in maniera estremamente originale dal pittore spagnolo. Protagonisti della mostra sono gli Have, polittici richiudibili creati per essere indossati come zaini e fungere da finestre mobili su giardini segreti. Altre opere esposte sono poi gli esagoni, dei piccoli moduli dipinti, ideati per essere composti a proprio piacimento e in grado di trasformare superfici anonime in foreste tropicali. Fanno parte del ciclo anche cinque solidi platonici in ceramica, simbolo di una scienza assoluta, contrapposta alla natura ma al contempo suo metro di giudizio secondo l’artista.

Taking Care of the Garden of Eden è la seconda personale di Jesús Herrera Martínez alla White Noise, dopo Hyperbaroque del 2015, in cui il pittore si era cimentato in un provocatorio tributo al movimento culturale seicentesco del barocco. È anche la terza mostra che la galleria organizza nella nuova sede nel centro di Roma, in via della Seggiola, dove si è trasferita quest’anno lasciando la vecchia sede di San Lorenzo, che la ospitava dalla sua fondazione nel 2014.

 

 

22 settembre – 3 novembre 2018

White Noise Gallery

Via della Seggiola, 9

Roma

RAW 2018: Torna la settimana dell’arte contemporanea di Roma

322 artisti, 30 curatori, 154 strutture, 427 appuntamenti in 6 giorni: questi i numeri dell’edizione di quest’anno della RAW Rome Art Week, la manifestazione dedicata alla valorizzazione dell’arte contemporanea nella capitale. Dal 22 al 27 ottobre 2018, per il terzo anno consecutivo, Roma sarà sommersa da eventi dedicati all’arte e alla cultura. L’obiettivo dell’iniziativa, come sempre, è quello di costruire una rete che connetta le strutture espositive, gli artisti, i critici, i curatori, i collezionisti e gli appassionati, e di offrire al pubblico una panoramica completa di ciò che la città offre nel campo dell’arte contemporanea.

Fondazioni, gallerie, associazioni culturali, spazi indipendenti, accademie e istituti italiani e stranieri apriranno gratuitamente le loro porte al pubblico per tutta la settimana, e organizzeranno uno o più eventi per presentare la loro visione dell’arte. Lo stesso faranno gli artisti, organizzando open studio per illustrare la propria ricerca direttamente nel luogo in cui viene concepita o partecipando a mostre, con la collaborazione dei numerosi curatori iscritti alla manifestazione.

Strumento principale dell’iniziativa è la piattaforma online romeartweek.com, fondamentale durante i giorni della manifestazione per orientarsi tra i numerosissimi eventi in programma, e attiva anche tutto il resto dell’anno come mezzo per conoscere e raggiungere chi crea e promuove arte contemporanea a Roma. Sul sito si possono trovare le schede personali di ogni partecipante alla RAW divise per sezione (artisti, curatori, gallerie e istituzioni), il programma completo della manifestazione, e una utilissima mappa interattiva su cui sono segnati tutti gli eventi e i protagonisti. Quest’anno, inoltre, per la prima volta la mappa è divisa per zone, corrispondenti anche a dei giorni consigliati per visitarle. Ogni giorno, cioè, gli eventi sono concentrati in una determinata zona, così da consentire al pubblico di poter partecipare a più incontri possibili.

Anche quest’anno verranno organizzate tutti i giorni visite guidate con diversi percorsi, e venerdì 26 a Borgo Ripa si terrà anche la RAW Night, per festeggiare con cibo, musica e sopratutto arte. Tutto rigorosamente gratuito.

 

 

Rome Art Week 2018

22-27 ottobre 2018

Roma

https://romeartweek.com/it/

https://www.facebook.com/romeartweek

 

A un secolo dalla sua realizzazione rivede la luce un’opera inedita di Giacomo Balla

Forse non tutti sanno che a Roma, nella centrale via Milano, al civico 24, all’angolo con via Nazionale, circa un secolo fa sorgeva un rinomato locale, chiamato il “Bal tic tac”, che altro non era che il cabaret futurista della Capitale, sorto nel 1921 per volontà del gruppo di avanguardia, inaugurato da Filippo Tommaso Marinetti e rimasto aperto per un anno e mezzo. Qui si faceva musica jazz, si organizzavano serate culturali, proiezioni, era insomma un luogo dove si respirava fermento e innovazione.

Il cabaret si estendeva fino al primo piano di un edificio che oggi appartiene alla Banca d’Italia; al principio del 2017, durante dei lavori di ristrutturazione eseguiti per il Museo della Moneta che verrà aperto al pubblico nel 2021 in questa sede, è venuto allo scoperto in modo del tutto fortuito un murales di 80 metri quadrati, che si è rivelato essere la decorazione delle pareti e del soffitto dell’ingresso del Bal tic tac, eseguita dal maestro Giacomo Balla.

Le decorazioni del locale furono infatti affidate all’artista, che in quel periodo aveva già effettuato il passaggio che lo aveva portato a farsi chiamare “Futurballa”; dietro compenso di 4 mila lire, l’artista lavorò per quattro mesi, e, da genio poliedrico quale era, eseguì non solo il murale a tempera, ma ideò anche gli arredi e le suppellettili, rivelandosi un interior designer ante litteram.

Un’esplosione di forme colorate in movimento, una sinestesia di motivi eseguiti nei toni del giallo, del rosso, del blu e del marrone, che dopo un secolo sono ancora sorprendentemente vividi e soprattutto integri.

La parete presenta una parte centrale bianca di forma quadrata, che probabilmente era usata come schermo per le proiezioni cinematografiche, intorno alla quale si celebra questa sinfonia di cromie e di linee che prosegue anche sul soffitto, e che ci lascia immaginare l’eleganza e la modernità di questo luogo che fece molto parlare di sé all’epoca.

Il Bal tic tac purtroppo ebbe vita breve, e dopo la chiusura, al suo posto sorsero diverse attività, tra cui un negozio di luminarie, per cui si dava per scontato che la preziosa decorazione fosse andata perduta negli anni, coperta, cancellata, nascosta agli occhi degli esperti.

Una scoperta importantissima quindi, e totalmente inaspettata, che apre una nuova pagina della storia del Futurismo: il restauro del murale è già iniziato, verrà mantenuto al suo posto originario, e al suo termine sarà possibile al pubblico visitarlo.

Parallelamente a questo progetto, il Soprintendente di Roma Francesco Prosperetti ha già annunciato la riapertura della casa in via Oslavia, dove Balla visse e operò per trent’anni, impegno che verrà portato avanti insieme alla Banca d’Italia e agli eredi dell’artista.

 

 

René Magritte: The Fifth Season

Mele, pipe, massi volanti, cappelli a bombetta… questi i protagonisti degli ultimi mesi al San Francisco Moma, grazie alla mostra dedicata al pittore belga René Magritte, durata tutta l’estate e prossima alla conclusione.

La mostra, intitolata René Magritte: The Fifth Season, è dedicata in particolare all’ultima stagione della produzione del pittore surrealista, ovvero alle opere create tra gli anni 40 e gli anni 60. All’ultimo piano del museo, divise in nove gallerie tematiche, sono esposte più di settanta opere provenienti da musei e gallerie di tutto il mondo. Oltre ad alcuni grandi capolavori, sono presenti anche opere meno note, che permettono al pubblico di scoprire lati sconosciuti dell’artista e di uscire dalla propria comfort zone, confrontandosi con stranezze ed enigmi a cui non è abituato.

Una sala in particolare merita di essere menzionata, poiché vi accade qualcosa di irripetibile: quella dedicata all’Impero delle luci, il capolavoro magrittiano di cui per la prima volta sono riunite insieme, l’una accanto all’altra, ben sette versioni.

Grande spazio è poi dedicato all’interazione: attraverso un progetto di realtà aumentata il museo mette infatti a disposizione delle “finestre” digitali (in perfetto stile Magritte), attraverso le quali gli spettatori possono divertirsi a entrare all’interno dei quadri.

Familiari e stranianti allo stesso tempo, le opere in mostra riflettono tutte sul tema della percezione, dello slittamento tra ciò che si vede e ciò che si sa. Fanno emergere i paradossi della realtà e sovvertono le nostre aspettative sul mondo che ci circonda. Non è un caso che il pittore veniva definito “le saboteur tranquille”, proprio per la sua capacità di insinuare dubbi sul reale.

Bilanciando sapientemente filosofia, ironia e fantasia, Magritte ha saputo mettere in questione le nostre capacità percettive, la distanza tra realtà e finzione, arrivando spesso ad anticipare l’arte concettuale. “Il valore dell’arte – diceva Magritte – è in funzione del suo potere di rivelazione liberatrice”. Se i suoi quadri rappresentano sogni e immaginazione, perciò, lo scopo non è però creare mondi utopici e felici, ma quello sovversivo e rivoluzionario di sviluppare uno spirito critico, in altre parole per far aprire gli occhi, svegliare dal torpore della mente. Per riprendere le sue stesse parole, “I sogni non vogliono farvi dormire, al contrario, vogliono svegliare”.

 

 

Rene Magritte: The Fifth Season

19 maggio – 28 ottobre 2018

San Francisco Museum of Modern Art

www.sfmoma.org

Spazio Urano: un nuovo centro culturale nel cuore del Pigneto

Il quartiere Pigneto di Roma negli ultimi anni è stato colonizzato da molte realtà creative, che, innestandosi sul tessuto urbano preesistente, lo hanno fortemente trasformato, convertendolo in un distretto creativo diffuso e conferendogli un volto nuovo, alternativo a quello associato alla grande presenza di attività legate alla vita notturna, a cui deve in parte la sua fama di zona malfamata o degradata.

Una nuova realtà creativa e culturale, Spazio Urano, verrà inaugurata nel quartiere il prossimo sabato 20 ottobre. Si tratta nello specifico di un luogo di incontro per artisti e appassionati d’arte, il cui scopo sarà quello di ospitare attività culturali e didattiche, come mostre, eventi e workshop di varia natura.

Lo spazio sarà anche sede dello studio del pittore di origine campana Francesco Campese, ormai adottato dal Pigneto, dove ha lavorato per molti anni presso l’atelier StudioSotterraneo, condiviso con altri cinque artisti.

In occasione dell’inaugurazione dello Spazio Urano una selezione dei lavori più importanti di Campese sarà esposta al pubblico attraverso la mostra Etere, a cura di Simona Pandolfi. Saranno esposte opere dai suoi due cicli più importanti, Architectures 2009-1017 e Landscape 2017, in cui lo sfondo si fa paradossalmente protagonista, ogni riferimento alla figura umana è completamente eluso, e forte è l’ispirazione ai grandi artisti del passato (spesso sfociando anche in citazioni dirette), a partire dai primitivi italiani come Giotto e Piero della Francesca, passando per Antonello da Messina, fino ad arrivare alle atmosfere sospese della Metafisica di De Chirico, delle nature morte di Giorgio Morandi e degli scenari urbani di Edward Hopper.

Lo studio di Campese e la mostra saranno visitabili fino al 27 ottobre, in occasione della Rome Art Week.

 

 

22 – 27 ottobre 2018

Inaugurazione sabato 20 ottobre, ore 18.00

Spazio Urano

via Sampiero di Bastelica, 12

Roma

 

I frenetici collages di Alarice

Si chiama Ilaria Alice, classe 1987. Immersa nell’arte fin da giovanissima, ci incanta con i suoi collages. Sushi, fiori, volti famosi e non, le creazioni di Alarice sono super originali e non solo trasmettono un forte umorismo ma anche parte della sua personalità: ironica, spensierata, positiva.

Cara Alarice, come nasce la tua attività artistica?

La mia attività artistica nasce dalla passione che avevo fin dall’infanzia per il collage analogico.

Amavo trascorrere interi pomeriggi a ritagliare immagini che prendevo da riviste d’arte, di spettacolo e di cronaca. Non libri, odio ritagliare i libri. Il ritaglio è catartico.

Mi liberava la mente e mi permetteva di esprimere me stessa.

A 19 anni appena compiuti dopo gli studi classici e il diploma artistico ho vissuto per un anno a Berlino. Feci amicizia con un collettivo di ragazzi spagnoli che realizzava collage, all’epoca mi chiamavo Istar, furono loro a consigliarmi di usare Alarice l’unione dei miei nomi: Ilaria e Alice. Era un nome che usavamo in famiglia, lo avevo scelto anni prima con mio padre.

A Roma nacquero le prime collaborazioni, studiavo in un’accademia teatrale tutto il giorno e la sera facevo collage che divennero presto locandine teatrali e cinematografiche.

Ammirando i tuoi collages, alcuni sembrano molto attuali, quali sono le tue fonti di ispirazione principali?

Attualmente fatti di cronaca, il mondo che ci circonda, la mia generazione e il rapporto con la nostra intimità. Mi chiedo spesso se nel futuro sarà la cosa più preziosa che avremo al mondo.

In generale però se devo rilassarmi rappresento i miei sogni, sono davvero particolari…

Hai esposto delle opere a Paratissima 2018: come ti sei trovata con il tema di quest’anno “l’Isola”?

Aspettavo da tanto l’occasione di poter utilizzare delle vecchie riviste turistiche della Sardegna, non avevo mai creato un collage sulla nostra Isola e Paratissima mi ha dato l’opportunità di farlo. Ho realizzato per il concorso il collage “Promessa di un ritorno” ispirato alla leggenda sulla Madonna di Bonaria. Ho odiato e amato la nostra Sardegna, l’Isola è stata una prigione per 19 anni, poi è diventata un rifugio dalla vita frenetica romana. Quando partii per la prima volta per Roma, la guardai dalla nave, era così bella Cagliari. Feci una promessa a me stessa, di trattarla come un’amica, di amarla sinceramente e di non abbandonarla mai. Le promisi di tornare il prima possibile, anche per poco tempo.

Colori accesi e visi sorridenti, sembrano trasmettere una forte positività da parte tua, cosa vorresti comunicare a chi osserva i tuoi capolavori?

La magia della Sardegna. La serie che ho portato a Paratissima è un omaggio alla positività della nostra terra che spesso viene rappresentata con un’anima cupa e tenebrosa.

Un collage che hai creato, durante tutta la tua attività, che più ti rappresenta?

Quello che mi rappresenta è un collage che ho fatto per me, il primo segnalibro che ho realizzato e che accompagna le mie letture. Rappresenta un corpo di donna con un occhio femminile all’altezza della pancia. Sono una persona molto sensibile e spesso vengo guidata dal mio istinto che prende il sopravvento sulla ragione.

Come ti descriveresti in tre parole?

Curiosa, emotiva e passionale.

 

Andy Warhol

A novant’anni dalla nascita di Andy Warhol, Roma celebra il padre della Pop Art con una grande mostra monografica allestita nelle sale del Complesso del Vittoriano – Ala Brasini, prodotta e organizzata da Arthemisia in collaborazione con Eugenio Falcioni & Art Motors srl.

Inaugurata il 3 ottobre scorso, l’esposizione, a cura di Matteo Bellenghi, presenta oltre 170 opere, che ripercorrono l’intero percorso artistico di Warhol, iniziato a partire dagli anni Sessanta. Parliamo di un personaggio che non è stato solo un grande innovatore del linguaggio artistico contemporaneo ma anche e soprattutto un icona di stile e di costume, che è stato in grado di diventare lui stesso prodotto e marchio di fabbrica, al pari dei prodotti che dipingeva. Prodotti che appartenevano all’immaginario consumistico e pubblicitario collettivo degli Stati Uniti, diventati, attraverso il suo lavoro, veri e propri oggetti d’arte, sebbene sempre ricoperti da una forte patina di ironia dissacratoria e portatori di una progressiva svalutazione di significato.

Basti pensare alla notissima serie delle Campbell’s Soup, le zuppe in barattolo che l’artista a suo stesso dire ha mangiato per vent’anni prima di iniziare a dipingere, facendo diventare oggetto da museo un prodotto alimentare legato al consumo quotidiano, acquistato da intere generazioni appartenenti a diverse classi sociali, in un ottica di omologazione che è anche una chiara frecciata verso il consumismo di massa che abbassa (o innalza?) tutto allo stesso livello, sottraendo così ogni senso ed importanza individuale.

Le sue opere inoltre contengono spesso riferimenti alla morte, dai cicli degli incidenti stradali a quelli che hanno come soggetto la sedia elettrica, per non parlare dei ritratti dedicati ai grandi divi della mecca hollywoodiana morti prematuramente, come Elvis Presley o Marilyn Monroe, e che forse anche per questo motivo sono diventati così carismatici, perché come dicevano gli antichi “chi muore giovane è caro agli Dei.” Volti bellissimi, intensi, resi con forti gradazioni di colore, emblema di vite vissute così intensamente da colare via velocemente, viste, assimilate e consumate dallo spettatore di turno, che subito perde interesse e già si volge, vorace, verso il nuovo attore, la nuova marca di detersivi, il nuovo prodotto miracoloso che soppianta quelli ancora quasi intonsi sugli scaffali della sua casa o ritratti sulle locandine fuori dai cinema.

In mostra anche le serigrafie dedicate al mondo della moda, del cinema e della musica, le copertine dei dischi dei Rolling Stones e dei Velvet Underground, i cicli dedicati ai fiori e quelli che consacrano come moderni feticci le calzature femminili, oggetti che attiravano particolarmente la fantasia dell’artista. Anche il nostro paese diventa iconografia di suo interesse, come è evidente nella serie che celebra L’ultima cena di Leonardo Da Vinci o nel coloratissimo ciclo dei vulcani, chiaramente ispirati dal Vesuvio, che Warhol ebbe modo di vedere durante alcuni suoi viaggi a Napoli.

 

 

Complesso del Vittoriano – Ala Brasini

Via di San Pietro in Carcere, Roma

Dal 3 ottobre 2018 al 3 febbraio 2019

da lunedì a giovedì 9.30 – 19.30 – venerdì e sabato 9.30 – 22.00 domenica 9.30 – 20.30

www.ilvittoriano.com

 

Eco e narciso, la bellezza dell’immagine e il suo potere

Inizia sotto la strepitosa volta affrescata da Pietro da Cortona, il percorso espositivo curato da Flaminia Gennari Santori (Direttrice Galleria Nazionale Corsini Barberini) e Bartolomeo Pietromarchi (Direttore MAXXI Arte), un connubio multiforme che si insedia ed inaugura le nuove sale di Palazzo Barberini attraverso un confronto diretto, tra antico e moderno che mette in relazione e contrapposizione pezzi delle collezioni dei due musei nazionali.

Eco e narciso, indaga sotto molteplici forme, l’essere, interrogandolo su alcuni temi che seguono una linea armonica e crescente che permette al visitatore di seguire un percorso visivo e al contempo emozionale che lo induce a porsi dei quesiti e a ripensare certi temi in una chiave di lettura molteplice. Partendo dalle Metamorfosi di Ovidio, la ricerca si snoda analizzando il tema del Narciso, colui che perderà l’amore della sua vita, Eco, e incontrerà la morte secondo il volere degli Dei per aver seguito la sua stessa immagine, di cui si era innamorato. Il riflesso, che per Narciso è fonte di morte, ad oggi è il simbolo di un processo umano che estremizza l’auto rappresentazione di sé nella ricerca disperata di un consenso. Un’iconografia allegorica auto celebrativa di un sé sperduto e imperfetto è ciò che prende vita sotto il sontuoso affresco del Trionfo della Divina Provvidenza, in cui si scontrano le ventiquattro fotografie de Le ore di Luigi Ontani, il Narciso contemporaneo per eccellenza.

Ad affacciarsi sulla grande sala, la cappella dalle forme ellittiche vede Narciso di Caravaggio, scontrarsi con la più contemporanea rappresentazione della ninfa Eco, realizzata da Giulio Paolini in un vortice verticale che dall’alto si staglia al suolo. Un meraviglioso scontro di visioni riempie la stanza fin sopra il soffitto, dove i riflessi degli specchi, metafora dell’acqua, si riflettono in un turbinio di rimandi di luce. Il percorso prosegue alternando ai temi del ritratto e della donna, in particolare nel ritratto attribuito a Guido Reni della rivoluzionaria Beatrice Cenci e le visioni femministe di Kiki Smith e Shirin Neshat, a quelli del colonialismo e dei ritratti e non ritratti. L’ultima sala, possente quasi quanto la prima, ci introduce nella sala destinata alla messa in mostra dei tesori della famiglia Barberini. Qui l’accostamento tra antico e moderno è perturbante, il busto di Urbano VIII è incorniciato da due grandi tele di Yan Pei-Ming, da un lato Papa Giovanni Paolo II e dall’altro Mao Zedong. Bernini e Pei-Ming si sfidano sull’idea della immagine e della sua riproducibilità. In questo caso, l’immagine è al servizio dalla forza del ritratto ufficiale, da un lato l’esaltazione, il vibrato della pietra berniniana rende “viva” la figura del pontefice, dall’altro il gigantismo, recupera l’idea del manifesto che se da un lato enfatizza, dall’altro esaspera.

Eco e narciso, è una riflessione multi direzionale, attenta e minuziosa che riflette in maniera trasversale l’idea narcisistica della presenza predominante di un’immagine dell’essere in continua ricerca di sé. Attraverso le composizioni fotografiche, i video, le sculture, l’immagine appare essere l’unico mezzo attraverso cui creare una verità e integrarla di ulteriori punti di vista. Una rilettura dedicata a tematiche profondamente connesse con il vedere che si muovono da una visione del sé legata fortemente alle apparenze in cui tutto ci appare perfetto e tante volte eccessivo, ad una immagine distorta, apocalittica, simbolo inerme di una condizione umana rarefatta, distopica e assente. Ciò che le accomuna però è il potere che ne deriva e di cui l’immagine del sé ne diventa oltre che testimone, creatrice.

 

 

Eco e Narciso. Ritratto e Autoritratto nelle collezioni del MAXXI e delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini

fino al 28 ottobre 2018

Sede espositiva Palazzo Barberini con una eco al MAXXI

Orari: dal martedì alla domenica, dalle 8:30 alle 19:00

Ingresso: Intero 12€, Ridotto 6€. Fino al 28 ottobre ridotto speciale per i possessori di biglietto del MAXXI: 8€ Nello stesso periodo con il biglietto delle Gallerie Nazionali l’ingresso al MAXXI è ridotto a 8€

 

Per maggiori informazioni www.barberinicorsini.org

Ludovica Gioscia, Nuclear Reaction Cosmic Interation

NUCLEAR REACTION COSMIC INTERACTION è la prima personale presso la galleria Ex-Elettrofonica di Ludovica Gioscia, (Roma, 1977), artista che vive e lavora a Londra dal 1996, e che torna in patria con un progetto site-specific fortemente immersivo.

La mostra si propone di analizzare la sempre più profonda influenza che il mondo del digitale, dei media e dei social sta avendo sulla nostra vita e sui nostri comportamenti. Siamo ormai arrivati a un totale sconfinamento tra mondo privato e mondo esterno, continuamente invitati a comunicare i nostri stati d’animo e così facendo a farli in qualche modo diventare cibo per la massa, vista come con un onnivoro divoratore, dall’identità incerta ma molto presente. Il concetto stesso di memoria personale e memoria digitale si assembla, creando una curiosa e straniante simbiosi.

La galleria diventa una grotta ricoperta da carte da parati serigrafate a mano, una sorta di pelle, espressione personale dell’artista, insieme a zone di Giant Decollage. Un mix di colori, di temi, di immagini che ricordano la molteplicità di stimoli visivi che riceviamo dal mondo del web quotidianamente.

Sui muri di Ex -Elettrofonica sarà inoltre proiettato un assemblage introspettivo, dedicato in gran parte alla figura della madre dell’artista, che lavorava come fisica sperimentale. I progetti materni sono rivistati dalla figlia in chiave psichedelica, e si uniscono ad elementi che riguardano il patrimonio della loro vita in comune. Il lavoro delle due donne corre su binari paralleli, entrambe sono artefici di trasmutazioni materiche, il cui prodotto in mostra sono le cartapeste che nascono dal processo di macerazione di detriti di vecchi e nuovi lavori eseguito della Gioscia, che li riutilizza per dar vite a nuove forme.

Tra le opere esposte va sicuramente citata quella indossata dall’artista durante l’opening del 28 settembre scorso, realizzata in collaborazione con l’artista James Stopforth: è uno dei Mad Lab Coats, camici da laboratorio che diventano tela dove Ludovica Gioscia sperimenta la sua creatività.

 

 

Ex Elettrofonica

Dal 28 Settembre al 21 Novembre 2018

Vicolo Sant’Onofrio, 10 Roma

Dal martedì al venerdì dalle 15.00 alle 19.00

info@exelettrofonica.com

 

 

 

Paul Klee. Alle origini dell’arte

Dal 31 ottobre 2018 sarà visibile a Milano presso ilMUDEC – Museo delle Culture  la mostra intitolata Paul Klee. Alle origini dell’arte. Si intende offrire al pubblico la visione di un’ampia selezione di opere di Klee sul tema del primitivismo, un’argomentazione che in Klee include sia epoche preclassiche dell’arte occidentale (come l’Egitto faraonico), sia epoche sino ad allora considerate “barbariche” o di decadenza, quale l’arte tardo-antica, quella paleocristiana e copta, l’Alto Medioevo, sia infine l’arte africana, oceanica e amerindiana.

Il primitivismo assume nell’arte di Klee connotazioni differenti rispetto a quelle comunemente utilizzate a proposito delle avanguardie storiche. L’interesse verso il “selvaggio” e il “primitivo” nasce in coincidenza con il primo viaggio dell’artista in Italia e la scoperta dell’arte paleocristiana a Roma nei primissimi anni del Novecento.

Klee conosce la storia dell’arte occidentale in tutta la sua ampiezza e varietà, istituisce rapporti nuovi e inattesi con questa o quella componente della tradizione e si nutre di memorie figurative, in modo non nostalgico. Per necessità insieme storica e di temperamento, l’omaggio all’arte occidentale si intreccia in lui intimamente alla parodia. Klee non solo mostra interesse verso la caricatura,  la sua attenzione si volge anche verso altre direzioni, come ad esempio per il rinnovamento dell’arte sacra, sviluppatosi in particolare a partire dagli anni in cui Klee collabora alle iniziative del Blaue Reiter con Kandinskij e soprattutto con Franz Marc.

Egli  ritiene opportuno il superamento delle iconografie tradizionali. A partire dal 1912-1913 Klee dissemina le proprie immagini di ideogrammi, rune o elementi “alfabetici” di invenzione. Si sforza di rinviare l’osservatore al processo che sta dietro l’immagine, vuole sollecitarne domande attorno al senso di ciò che vede e indurlo a leggere e decifrare con attenzione. Guarda all’arte bizantina, all’arte celtica, ovviamente all’illustrazione primo-rinascimentale tedesca per trovare precedenti di un’arte intimamente congiunta alla parola e alla “rivelazione”. E’ negli anni Venti e Trenta che il suo interesse per l’epigrafia si nutre di riferimenti agli antichi alfabeti cuneiformi medio-orientali e alla geroglifica egizia.

Le sezioni in cui verrà suddivisa la mostra racconteranno questo processo di formazione artistica. Una sezione sarà dedicata al teatrino di marionette che Klee aveva costruito per il figlio Felix, testimonianza del suo interesse per l’espressività infantile. Insieme a esemplari di marionette verrà presentata una selezione delle opere etnografiche del MUDEC. Infine sarà visibile la sezione dedicata a “policromie e astrazione” che designa un diverso insieme di opere, caratterizzate dal disegno geometrico per lo più associato a motivi architettonici, dalla trasparenza di differenti velature di colore.

 

 

Dal 31 Ottobre 2018 al 03 Marzo 2019

Milano

Luogo: MUDEC – Museo delle Culture

Curatori: Michele Dantini, Raffaella Resch