Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Alison Moritsugu. La Natura in un’opera d’arte

Alison Moritsugu ridona nuova vita ai tronchi degli alberi caduti e spezzati causa intemperie e interventi dell’uomo. Sino a dicembre 2015 presso la galleria Littlejohn Contemporary di New York sono stati esposti i suoi tronchi d’albero dipinti, che rappresentano in toto il pensiero ecologico e green-friendly dell’artista hawaiana.

Alison Moritsugu _ Log Series #1_ Alison Moritsogu ©

Alison Moritsugu _ Log Series #1_ Alison Moritsogu ©

Su sezioni di tronchi con corteccia naturale dipinge delicatissimi paesaggi bucolici, scorci naturali incontaminati che ci allontanano dal mondo odierno in cui l’intervento umano ha causato disboscamenti e distruzione dell’habitat naturale. Finestre a cielo aperto che riprendono dipinti del XVIII e XIX secolo, omaggio all’arte idilliaca della Hudson River School.

Alison Moritsugu _ Artist with Log Series _ Alison Moritsogu ©

Alison Moritsugu _ Artist with Log Series _ Alison Moritsogu ©

Invece di livellarli e modificarne la forma la Moritsugu dipinge direttamente sul legno lasciando intatta la struttura mantenendo crepe e buchi esistenti ed inglobando gli stessi nei suoi dipinti. Un uso calibrato e sapiente del colore fa si che il paesaggio risalti in maniera tridimensionale, una finestra nel passato che ha come pura testimonianza lo stesso supporto, fatto di anelli che conservano e raccontano una storia lunga anni.

Alison Moritsogu _ Log Series _ Alison Moritsogu ©

Alison Moritsogu _ Log Series _ Alison Moritsogu ©

Una natura rappresentata nei suoi più piccoli particolari che ci fa apprezzare ancor più il mondo incontaminato, oramai lontano anni luce dalla nostra realtà.

Info:

Alison Moritsugu

Inconsequence/in consequence”

Littlejohn Contemporary Gallery

547 West 27 Street, Suite 207

New York

[Sara Costa]

Milano Urban Art Museum: Tombini d’autore

A settembre 2015 Milano “ha investito” nell’arte e lo ha fatto attraverso il progetto Urban Art Museum che coniuga la street art con le opere di pubblica utilità. Nel quartiere urbano di Pratocentaro, zona Niguarda, decine di artisti hanno decorato trenta nuovi tombini realizzando dei pezzi unici e coloratissimi open air seguendo il tema dell’Esposizione Universale.

Tombini d'artista _ Urban Art Museum ©

Tombini d’artista _ Urban Art Museum ©

Perché si è scelto proprio di decorare i tombini? Poichè in questa zona di Milano le esondazioni del fiume Seveso hanno apportato spesso dei grandi disagi e l’arte può essere un mezzo per migliorare la qualità della vita del quartiere favorendo anche una funzione sociale di aggregamento attraverso una galleria d’arte a cielo aperto che porta decoro e bellezza.

Tombini d'artista 2, Urban Art Museum ©

Tombini d’artista 2, Urban Art Museum ©

Tombini d'artista 3, Urban Art Museum ©

Tombini d’artista 3, Urban Art Museum ©

Milano _ Quartiere Pratocentaro _ zona 9 Niguarda

[Sara Costa]

Carlo e Fabio Ingrassia, MACRO Roma

I gemelli catanesi Carlo e Fabio Ingrassia hanno la caratteristica di dipingere simultaneamente sullo stesso quadro, attraverso un lavoro meticoloso e scientifico a quattro mani, reso possibile dal fatto che l’uno è mancino e l’altro è destrimano.

Questa predisposizione fisica naturale permette loro di lavorare contemporaneamente a pastello sullo stesso supporto cartaceo, ciascuno con una propria caratteristica struttura della forma e del segno.

Al MACRO gli Ingrassia hanno presentato i primi dieci anni del loro lavoro, con opere che nascono dal dialogo continuo tra disegno e scultura sovvertendo il modo tradizionale di concepire le grammatiche del colore, fino a far dissolvere la scultura nel tratto della matita, dove attraverso la saturazione e le velature del grigio, scaturisce il colore.

Allo stesso tempo, la grammatica dei colori e la grammatura della carta sembrano sovrapporsi e comporsi di volta in volta in forme plastiche, e il disegno diventa scultura, con opere che si materializzano dal supporto cartaceo in strati di pastello su cartone, immagini mentali scolpite attraverso gesti puliti e calibrati, fino a secernere spessori, suggerire contorni.

Carlo e Fabio Ingrassia ©

Carlo e Fabio Ingrassia ©

A cura di: Cornelia Lauf – Assistente Curatore: Eleonora Tempesta

Luogo: MACRO, Via Nizza, Roma

ARTLINE MILANO al Palazzo Reale

Si è svolta sino a gennaio 2016 presso il Palazzo Reale “ARTLINE MILANO. 30 progetti per il Parco d’Arte Contemporanea”, la mostra dei progetti realizzati per il parco di CityLife dagli artisti invitati al concorso under 40 promosso dal Comune di Milano in collaborazione con il comitato scientifico di ArtLine Milano.

La mostra ha presentato 30 opere – tra disegni, bozzetti, maquette, rendering, fotografie e video – con l’intento di accompagnare la nascita del Parco d’Arte Contemporanea di Milano che sorgerà nel quartiere di CityLife – l’area di riqualificazione urbana dello storico polo urbano della Fiera di Milano – attraverso una condivisione corale dei progetti concepiti per questo nuovo spazio cittadino.

Il progetto del Parco d’Arte Contemporanea di Milano, infatti, è stato concepito come un itinerario espositivo articolato che mette a frutto tutto il potenziale dell’arte contemporanea, permettendo un’ampia ricognizione dell’odierna identità pubblica dell’arte. Pertanto, i curatori del progetto ArtLine Milano –Sara Dolfi Agostini e Roberto Pinto – hanno invitato 30 artisti fra italiani e stranieri appartenenti alla generazione under 40, con un curriculum già importante e significativo, a proporre un progetto d’arte site-specific da inserire nel nuovo contesto urbano di CityLife.

«Questa mostra racconta il processo di grande respiro e di ampia condivisione attraverso il quale un nuovo quartiere di Milano prenderà vita e luce – ha dichiarato l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno –. CityLife infatti diventerà il luogo, peraltro sempre più accessibile e ‘vicino’ grazie alla recente apertura della fermata Tre Torri della M5, in cui arte, architettura e natura evolveranno insieme, rappresentando in ogni campo lo spirito dei nostri tempi e il meglio dei talenti creativi contemporanei. Così che anche Milano, come accade a New York con il progetto ‘Highline’ o a Rotterdam con lo ‘Sculpture International Rotterdam’, avrà un nuovo luogo d’incontro e di bellezza, capace non solo di dare un’identità forte a un nuovo quartiere, ma anche di confermare la sua stessa identità di straordinaria città d’arte e di incubatrice di avanguardie in tutti i campi del pensiero creativo».

«In questa stagione di grande riscoperta e rinascita dello spazio pubblico, che crediamo rappresenti una delle principali ragioni della straordinaria qualità urbana della Milano d’oggi nel contesto nazionale e internazionale, l’arte svolge un ruolo fondamentale – ha affermato l’assessore all’Urbanistica, Alessandro Balducci -. Siamo convinti che il Parco d’Arte Contemporanea, di cui questa mostra anticipa lo spirito creativo, diventerà una nuova centralità cittadina».

«Il progetto del Parco d’Arte Contemporanea è un altro importante obiettivo che CityLife sta raggiungendo insieme al Comune di Milano – ha affermato Armando Borghi, Amministratore Delegato di CityLife. Siamo davvero orgogliosi di poter ospitare nel secondo parco più grande della città delle opere di artisti di fama internazionale e di avere al nostro fianco una giuria composta da alcuni tra i più importanti direttori di musei e critici d’arte».

Gli artisti invitati e rappresentati in mostra, sono stati 15 italiani – Alis/Filliol, Giorgio Andreotta Calò, Francesco Arena, Riccardo Benassi, Rossella Biscotti, Linda Fregni Nagler, Adelita Husni-Bey, Nicola Martini, Margherita Moscardini, Ornaghi e Prestinari, Alice Ronchi, Matteo Rubbi, Elisa Strinna, Nico Vascellari, Serena Vestrucci – e 15 stranieri – Maria Anwander, Mircea Cantor, Shilpa Gupta, Eva Kotátková, Maria Loboda, Armando Lulaj, Marie Lund, Haroon Mirza, Marlie Mul, Amalia Pica, Wilfredo Prieto, Jon Rafman, Timur Si-Qin, Rayyane Tabet, Xu Zhen. (bio e foto nel press folder digitale).

Una giuria di 7 membri, composta da personalità di rilievo internazionale – tra cui curatori e direttori di istituti d’arte moderna e contemporanea – ha selezionato tra i 30 progetti gli 8 vincitori, le cui opere sono entrate permanentemente a far parte del Parco d’Arte contemporanea di Milano.

Le opere degli otto vincitori del concorso costituiscono una parte del percorso di ArtLine, che sarà realizzato a partire da aprile 2016, quando sarà posizionata la prima opera realizzata. A seguire, a mano a mano che saranno realizzati, verranno installati tutti i lavori, che costituiranno un’esposizione permanente completamente integrata con le architetture di Zaha Hadid, Arata Isozaki e Daniel Libeskind e con l’evoluzione naturale del parco di CityLife, progettato dallo studio Gustafson Porter.

http://www.arte.it/calendario-arte/milano/mostra-artline-milano-30-progetti-per-il-parco-d-arte-contemporanea-22335

http://www.arte.it/calendario-arte/milano/mostra-artline-milano-30-progetti-per-il-parco-d-arte-contemporanea-22335

A cura di: Roberto Pinto e Sara Dolfi Agostini

De Chirico: La solitudine di Ebdomero

Pittura generata dal solitario maceramento di nostalgie, ricordi, visioni e incertezze identitarie, quella di de Chirico nasce sulle rotte culturali di un’Europa che in quel tempo ritrova nelle radici del paganesimo greco la sua stella polare.

Destinato a una solitaria “rocca”, de Chirico, qui ritrova la sua intimità.

In un’ibrida architettura mentale fatta di templi greci e favole di dei, larghe piazze ferraresi e filosofie tedesche, chiese fiorentine e poesia italiana, la pittura di de Chirico è concepita su rotte solcate in un precoce nomadismo che concepisce i tempi lenti del suo viaggio su piroscafi e treni, sulle soste scandite dalle lancette dei grandi orologi delle stazioni, sulle passeggiate concesse dagli intervalli tra una coincidenza e l’altra.

Si tratta, dunque, di un poeta, oltre che artista, immerso nella malinconia universale.

La solitudine aleggia impietosa su tutta la sua vita, su tutte le sue opere, trascorsa a inseguire la sua gloria.

La tragedia della malinconia e dell’isolamento traspira dalle sue opere: ove è contenuta la descrizione della sua vita.

La pittura di Ebdomero andava verso l’intera umanità; verso l’uomo loquace e verso il taciturno, verso il ricco che soffre e verso il povero che odia.

La purezza, la tenera castità, l’infinita tenerezza, l’ineffabile malinconia di quel tormento vissuto, sono alla base delle sue opere. Opere fatte di momenti profondi, dolci e commoventi, che testimoniano un vissuto sui generis.

I continui spostamenti, la nostalgia, l’abbandono della patria nativa, costituiscono la sottile trama disegnata in “La partenza degli argonauti”.

Il percorso di de Chirico è fatto di suggestioni che si fondono con i ricordi perduti, dove i riferimenti si ramificano, deformano la cultura ed egli convive con le immagini del proprio vissuto.

 

Giorgio de Chirico, Red room, 1917

Giorgio de Chirico, Red room, 1917

Lo zaino di Francesco Clemente

 

www.francescoclemente.net

Lo zaino è un oggetto che può richiamare tante cose nella nostra mente: dalla scuola ai viaggi, dalla pressione dei compiti a casa alle giornate al mare, dalla tensione per l’esame alla libertà di una gita in montagna. Insomma, per un verso o per l’altro, lo zaino è uno degli oggetti più significativi della nostra vita.

In quest’opera del 2012 intitolata The Backpacker, Francesco Clemente ci propone l’ipotesi di uno zaino come simbolo dell’omologazione, dove delle figure senza volto camminano svogliatamente a capo chino.

Non hanno una meta, avanzano e basta seguendo la massa.

Anche contro la forza di gravità, come se la loro noncuranza avesse cancellato persino le leggi della fisica, ricordandoci un po’ la famosa storiella del calabrone che non potrebbe volare per la sua struttura, ma lo fa ugualmente poiché ignorante.

E’ facile vedere in quelle figure l’allegoria dei giovani d’oggi, avviati in un percorso di omologazione che compiranno per inerzia, dalla scuola primaria all’università. Studiano e viaggiano come automi, senza mai capire fino in fondo quello che fanno.

Clemente sembra lanciare un monito alla nuova generazione: lo zaino non deve essere un fardello da portare mentre si viene trascinati in un’esistenza alienante, createvi una vostra personalità e reagite agli impulsi della vita. Siate padroni di voi stessi e saprete trasformare il vostro zaino in un compagno di viaggio.

 

Some info about the country church of “Santa Petronilla”

Some information about the country church of “Santa Petronilla” (Sardinia, Italy)

La chiesa campestre di Santa Petronilla Vergine Romana è situata a circa un chilometro da Donigala Fenughedu, una piccola frazione di Oristano. Anticamente con i nomi di Fenucletto e Nuracraba si identificavano i paesi, oggi abbandonati, nei cui territori sorgeva la chiesa. L’edificio era la parrocchiale dell’insediamento medioevale denominato Gippa e menzionato in un documento risalente al 1341; da alcuni studi si presume che venga abbandonata alla fine del XIV secolo. La chiesa è costituita da un’unica sala e si sviluppa su pianta rettangolare occupando una superficie coperta di 95 mq; la sobria facciata a timpano, realizzata con cocci di arenaria e basalto, termina con un campanile a vela e luce semicircolare sormontato da una piccola croce in pietra. Il fronte principale presenta un solo ingresso e sovrastante quest’ultimo si apre una piccola luce che assicura una scarsa illuminazione; questa apertura conteneva probabilmente una croce in pietra, ora sostituita da una in legno. Nello stipite destro del portale è praticato un profondo incavo con funzione di acquasantiera, mentre sul prospetto laterale destro si apre un ingresso secondario. La chiesa è collocata in un importante contesto archeologico e nelle vicinanze si trovano diversi pozzi di forma troncoconica rivestiti in pietra; questi ultimi farebbero pensare a strutture connesse con le attività ecclesiastiche.
Di fronte alla chiesa ci sono tre maestosi e secolari alberi di olivastro, molto probabilmente della stessa età della chiesa, che pare possano far risalire l’edificio al XIII o XIV secolo, sebbene tante volte restaurato. 
Si è sempre creduto per tradizione che nel punto dove esiste la piccola chiesa ci sia stato prima un tempio pagano e, più avanti ancora, un nuraghe. Si è sempre detto e creduto, per tradizione orale, che sotto l’attuale edificio ce ne sia un altro sotterraneo. Pare sia stato accertato che bussando nel pavimento con un corpo pesante, o anche semplicemente col tallone di una scarpa, si riveli l’esistenza di un vuoto. Sia in questo sito sia nei dintorni sono stati rinvenuti resti di ossa umane e qualche tomba, il che confermerebbe l’esistenza di un antico insediamento di abitazioni facente parte di un villaggio, che pare si estendesse dalla zona che porta il nome della santa, a quella vicina di Nurechi, ove anche qui sono state trovate testimonianze di abitazioni e qualche tomba, che confermerebbe ulteriormente l’esistenza del villaggio di Nurechi.
L’unico dato certo è, tuttavia, la presenza di fondamenta murarie lungo il prospetto laterale, che denunciano invece la possibile struttura originaria della chiesa, di cui non esiste bibliografia. 
Il piccolo edificio, sorto in età medioevale, ha subito nel tempo diversi restauri e rifacimenti che ne hanno stravolto le caratteristiche originali. In epoca imprecisa si presume il prolungamento dell’unica navata, nel lato opposto rispetto alla facciata. Un intervento di cui si ha notizia certa è il restauro del 1954 che ha interessato la copertura, modificando radicalmente la tipologia originale (copertura lignea a doppia falda). L’antico tetto venne asportato e sostituito da una struttura piana in laterocemento, sorretta da travi ribassate poggianti su pilastri in cemento armato inseriti nella parte interna della muratura; tuttavia, queste operazioni hanno contribuito ad impoverire l’ambiente.
[Caterina Pinna]

donigala