Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Damien Hirst. Tassidermia della paura

Se la vita e la morte sono due facce della stessa medaglia, quella relativa all’esistenza di qualsiasi essere vivente, il maggior sostenitore di questa tesi non può che essere l’artista britannico Damien Hirst. Le sue opere sono nella maggior parte dei casi dei memento mori ironici e provocatori, che esorcizzano la paura della morte tramite la sua stessa celebrazione.

L’opera icona The physical impossibility of death in the mind of someone living trasforma in oggetto d’arte un gigantesco squalo tigre posto sotto formaldeide all’interno di una scatola di vetro. L’attacco potenzialmente mortale del morso della creatura degli abissi rimane congelato in modo imperituro, offrendosi come totem della morte sempre in agguato, privata però di un reale pericolo; il titolo gioca proprio sull’incapacità dell’uomo di far suo il concetto di fine, che resta una visione lontana, da contemplare con distacco, privandola in tal modo di reale esistenza.

Se quest’opera fornisce una reazione passiva alla paura della fine, Hirst propone anche una difesa attiva. Nella famosa serie dei medicine cabinets, ad esempio, l’ossessione del preservarsi in buona salute e il tentativo di trovare un elisir di lunga vita, ad ogni costo, viene ben rappresentata dall’esposizione quasi estetica di file e file di medicinali, flaconi, compresse, simbolo di un progresso scientifico che dona conforto, ma che si interpone spesso al naturale rituale di passaggio dall’esistenza al suo termine.

La dialettica vita/morte ricorre continuamente nei suoi lavori; anche un angelo, creatura immune dalla corruzione alla quale tutti noi siamo destinati, viene rappresentato in sezione, come un busto utilizzato dagli studenti di anatomia di una facoltà di medicina, mostrando oltre alle ali e agli attributi di grazia celeste un interiorità fatta di viscere e ossa: la morte si nasconde ovunque, anche in ciò che apparentemente la sublima. I rosoni che Hirst crea utilizzando centinaia di farfalle, che diventano elementi decorativo/costruttivi, sono una celebrazione della vita e della sua bellezza, esemplificata dall’animale simbolo di caducità per eccellenza: un battito di ali e già siamo altrove, trasformati in ricordo cristallizzato dalla luce, quella di un altro mondo, forse.

Se devo convivere con lo spettro della fine, tanto vale renderlo allettante, abbellirlo, ornarlo con gemme dal valore immenso: è il caso del celebre For the love of God, un teschio umano provvisto dei denti originali ricoperto da 8.601 diamanti. Celebrare la morte ricavandone un tornaconto economico: Hirst riesce ad unire all’operato artistico un talento da vero business man. D’altronde, nell’attesa della fine, provare a vivere al meglio e magari anche e a guadagnarci non è una cattiva idea.

 

Gli schermi assurdi di Eva e Franco Mattes

Troppo in alto, troppo in basso, troppo attaccati alla parete o girati al contrario: questo è il modo in cui gli schermi di Befnoed, opera ideata dal sovversivo e sempre provocatorio duo Eva e Franco Mattes, si offrono (o meglio si negano) allo sguardo dello spettatore.

L’opera, in mostra fino a pochi giorni fa in Italia all’interno della sedicesima Quadriennale di Roma, è composta da diversi video di brevi performance filmate con webcam o telefonini, messe in atto da lavoratori anonimi assoldati dagli artisti attraverso siti di crowdsourcing. L’aspetto più originale dell’opera sono le modalità piuttosto bizzarre con cui questi video vengono mostrati al pubblico. Essi si trovano innanzitutto sparsi su social network pressoché sconosciuti in cui, in assenza di riferimenti alla loro origine e al loro scopo, possono essere visualizzati casualmente da “pubblici accidentali”. Vengono poi anche esposti in musei e gallerie, con un metodo installativo a dir poco fuori dal comune: attraverso schermi posizionati in modi assurdi, che costringono lo spettatore a performance fisiche e grande inventiva per riuscire a guardarli.

Due sono perciò i contesti in cui vive quest’opera: sia nel mondo aperto di Internet che nel circuito protetto dell’arte, due sistemi opposti ma che, come i Mattes si impegnano a dimostrare già da anni, non sono necessariamente in conflitto e non per forza si escludono a vicenda.

In entrambi questi contesti però (è questa la peculiarità del lavoro) i video si sottraggono alla ipervisibilità contemporanea, alla ricezione immediata a cui siamo ormai abituati per ogni genere di immagine e informazione, scelta che non nasconde una certa intenzione critica. L’attenzione alla rete sotterranea che si nasconde al di là dei soliti siti che visitiamo quotidianamente in maniera meccanica e ripetitiva, ad esempio, sembra un modo per criticare il valore di totale trasparenza e libertà comunemente (ed erroneamente) attribuito alla rete. Anche un’altra riflessione critica, poi, può essere individuata alla base dell’opera: quella sull’estrema disattenzione attuale nei confronti delle immagini, generata dell’enorme bombardamento visivo a cui tutti siamo soggetti, e ancor più esasperata all’interno di una rete in cui ormai tutti producono contenuti ma nessuno è più interessato a svolgere il ruolo di spettatore.

L’interazione con le immagini è del resto uno degli oggetti principali di tutta la ventennale pratica artistica del duo. Anche nel tempio dell’arte tradizionale allora, quanto di più distante dai canali in cui agiscono abitualmente, i Mattes hanno trovato un valido escamotage per combattere la disattenzione rispetto alle immagini e la loro ricezione passiva da parte del pubblico. Dopo i personaggi anonimi che hanno realizzato le performance e il pubblico inconsapevole che in esse si è imbattuto sul web, anche il pubblico che visita fisicamente l’opera è infatti coinvolto in maniera attiva dagli artisti e, spinto ad assumere posizioni imbarazzanti e a generare ilarità nel resto dei visitatori, si trasforma esso stesso in una sorta di performer.

Va notato, però, che una delle reazioni più tipiche del pubblico di fronte a un’opera, in questo momento storico, è quella di fare una foto e postarla su Internet. Questo atteggiamento alimenta ovviamente proprio quella ipervisibilità, quella disattenzione e quel ristagno sulla superficie della rete oggetto della riflessione all’origine dell’opera stessa, generando perciò quello sembra essere una sorta di circolo vizioso, che a questo punto speriamo possa favorire in futuro la nascita di nuovi lavori dell’eccentrico duo.

 

Luci e suoni nella culla del Rinascimento

Dopo i meravigliosi successi degli anni precedenti, la magia dell’illuminotecnica è tornata a Firenze dall’8 Dicembre all’8 Gennaio, per il quarto anno consecutivo. Luci, suoni, colori, movimento: un evento artistico super coinvolgente che per un mese intero ha preso forma nelle piazze principali della città e non solo, con lo scopo di riconquistare il centro storico.

Un percorso che, contando circa diciotto punti, crea un vero e proprio racconto luminoso, per far riscoprire il potere della luce nell’arte, la metamorfosi della materia, il concetto di tempo nell’universo. Da via Ghibellina a Piazza della Signoria con la Loggia de’ Lanzi e la Fontana del Nettuno, dalle Murate a piazza Santo Spirito, corso Tintori, via Nathan Cassuto, via Burchiello, piazza Beccaria, Palazzo Borghese, via del Ponte Sospeso, il palazzo della Rinascente.

Nel Ponte Vecchio si è potuto ammirare un videomapping straordinario intitolato Lightness, proiettato da nord-est, dedicato alla rappresentazione e significato del potere della luce nella storia dell’arte, in pittura, nei metalli, nei gioielli, nelle vetrate. Da Taddeo Gaddi a Raffaello, da Caravaggio a Van Gogh, da Giacomo Balla a Emile Nolde, da Andy Warhol a Dan Flavin. Una carrellata di immagini in ordine sparso per sentire sempre più familiare la storia dell’arte.

In piazza Santo Spirito, proprio sulla facciata della basilica agostiniana, sono state proiettate le opere dei partecipanti alla open call lanciata dallo IED, Istituto Europeo di Design, dedicate al tema del fiume, in particolare dell’Arno, per celebrare il cinquantesimo anniversario dell’Alluvione di Firenze.

Nella Loggia del Porcellino, in pieno centro storico, è stato il tema del Fanciullino a dominare l’area. Nel pavimento sono state proiettate installazioni multimediali progettate da Giancarlo Cauteruccio Stefano Fomasi e Sergio Risaliti. Ciò che anima questo luogo è dunque il tema dell’infanzia, della fanciullezza come stagione dello stupore e della rivelazione, l’infante come re del mondo e dio in terra, ma anche l’infanzia tradita. Uno studio del bambino, associato al fanciullino Pascoliano e al dio-bambino di Hilmann.

In piazza Santa Croce una stupenda proiezione chiamata Tunable White, ha animato la facciata della basilica, grazie alla quale le pietre e i marmi sembrano muoversi grazie al sistema che varia la resa cromatica della superficie architettonica, creando giochi sulle tonalità del bianco, di chiaro-scuro, caldo-freddo.

«Ogni anno con F-Light rendiamo la città più bella e accogliente, dando una nuova immagine della Firenze notturna. L’amministrazione prosegue la collaborazione tra pubblico e privato in un settore di grande fascino e potenzialità, sempre più protagonista dell’innovazione tecnologica. Con la collaborazione ed il coordinamento tecnico di Silfi, anche quest’anno portiamo a Firenze il meglio dell’illuminotecnica, con un programma che coinvolgerà sia i cittadini che gli addetti ai lavori; inoltre abbiamo avuto un prezioso e significativo incremento del contributo del mondo universitario, che ringrazio per la collaborazione», così si esprime fiduciosa e soddisfatta dei risultati, l’assessore allo Sviluppo economico Sara Biagiotti.

 

 

Malevic erede della sua arte

Kazimir Severinovic Malevic è un artista totalmente innamorato delle sue idee, della sua arte e della sua influenza esercitata in ogni campo, passando dalla pittura fino alle produzioni teatrali. La sua produzione non seguiva né il successo né il denaro, ma solo il piacere di essere vista.

L’artista russo ha subito il fascino della cultura ucraina ed è stato capace di esercitare nella propria pittura l’influenza di questo magnifico Paese dell’Est. I contadini, le case colorate e le icone saranno la sua prima accademia e il suo grande futuro.

Le sue opere erano totalmente originali e diverse dai suoi conterranei da sintetizzare combinazioni diverse dal cubismo, dalla geometria figurativa fino alle avanguardie del futurismo. Una pittura che rappresentava con poche pennellate il movimento facendo leva su colori caldi e freddi.

Testimoniando l’influsso del mondo contadino tanto caro all’artista, le sue opere mantengono tutto quello spirito nativo mescolandosi agli elementi del cubismo, focalizzando l’attenzione sulla decomposizione degli elementi figurativi in volumi geometrici e creando un’immagine pittorica non come la si vede o conosce ma come la si percepisce, ma senza eliminare del tutto la leggibilità del soggetto.

Si tratta sia di nature morte che variano in forme ondulate e multilineari, in cui il cubismo è decisivo come protagonista, sia di campagne dove il colore è il principio dinamico che era già presente nelle sue tele.

Malevic mostra un’attenzione particolare verso poeti e intellettuali, da segnare un’importante evoluzione della sua arte sia dal punto di vista scenico e teatrale, in cui corpo e forma si delineano insieme.

L’artista russo mostra una particolare attenzione alla pittura visiva, che mira a mostrare la pittura con produzioni scaturite dalla nostra mente. Tutta la sua poetica del colore è elaborata dalla sensazione, dalla luce, dal colore e non dalla forma.

Si mostra come erede della pittura delle icone russe considerata come la produzione superiore dell’arte contadina.

 

Fausto Melotti. Per una melodia raziocinante

La Milano degli anni ’30 e ’40 fu la fucina creativa dei primi astrattisti italiani. Avanguardisti, da intendersi nel senso di purissima roccaforte di pensiero, bastian contrario della moda artistica dell’epoca. Teorici di un’arte trasparente, onesta e coerente come una formula matematica, propongono un radicale mutamento in un’Italia ferma in una situazione culturale stantia, quando non legata a delle coercizioni politiche. Fausto Melotti studia ingegneria al Politecnico di Milano, ma frequenta anche l’Accademia di Brera; non pago, approfondisce la conoscenza del pianoforte, e va ad imparare la scultura da Pietro Canonica. Poliedrico e curioso, passa da disciplina a disciplina, interagendo con le loro sfumature e facendone proprie le singolari peculiarità.

La sua scultura è una pura forma che disegna lo spazio, leggera ma pregnante. E’ del 1935 la sua Scultura n. 15. Non serve sottolinearne l’assolutà attualità; quello che preme evidenziare è la severa verticalità che si piega con grazia a una curva, di pensiero, o di un suono. La linearità si perde d’improvviso, ma senza disturbare lo sguardo, anzi, guidandolo verso una nuova direzione. Si staglia con eleganza davanti alle geometrie regolari alle sue spalle, quasi a diventare un segnale stradale concettuale. La scelta del bianco non indica però divieti; via libera al pensiero, dunque.

Melotti si cimenta in più tecniche; la ceramica del 1948 intitolata La follia, è un’ ironica liquefazione della razionalità. Paradossalmente è proprio la parte della testa a restare integra, in contrapposizione allo sfaldarsi, simile a cera fusa, del corpo candela della figura ridente. Gli occhi, scuri e vivaci, ridono di qualcosa che passa in alto; la mano, bianca e regolare, sembra salutarla. Qui non c’è linearità, c’è un gorgogliare di emozioni, non volte allo straripamento, ma contenute nella forma stessa dell’essere.

Scultura G Nove cerchi segna il passo con la produzione dell’astrazione europea precedente; una scultura simile richiama la musicalità e le melodie di un Kandiskij, utilizzando però una tecnica diversa rispetto alla pittura. Una geometria che si fa suono, in un gioco di rimandi e di circonferenze piene e vuote, come le note in un pentagramma solido. E’ interessante notare come il connubio delle esperienze formative e di studio di Melotti riesca a uniformarsi in modo egregio e limpido nelle sue opere; ciò dimostra come una purezza di pensiero e un interesse genuino verso arti e discipline molto diverse fra loro porti di fatto ad un superamento delle differenze a prima vista inconcilabili che sussistono tra le stesse, per approdare a un nucleo fondante comune, quello della bellezza e dell’ordine, archetipi originari indiscussi.

Alfabeto del 1971 sembra il tracciato fatto col gesso su una lavagna in una qualsiasi aula universitaria di matematica; sono formule o immagini? E’ un alfabeto letterario, segnico o matematico? Quale tipo di semiotica potrebbe decifrarle? E se fosse necessario l’intuito più che il raziocinio? O se fosse la mente guidata dall’istinto, (coppia inedita, davvero!), a permetterne la decodifica?

Le opere di Melotti sanno di movimento sonoro, di scale alte e basse, di minore e maggiore. Non si perdono mai in cacofoniche dimostrazioni, in senso visivo, si intende; semmai sono il risultato di un’esecuzione perfetta di una sobria orchestra che suona in sintonia con gli stimoli del mondo.

 

Obiettivi homemade nelle fotografie di Cate Woodruff

«Quando lavoro con superfici riflettenti e obiettivi fatti in casa realizzati da oggetti trovati, le fotografie rivelano uno spazio inosservato, energia e luce». Ecco Cate Woodruff.

Artista a 360 gradi, Cate è una fotografa, video artista, artista di installazioni, pittrice, anche digitale, curatrice, direttrice, scrittrice e attrice. Vive con il marito David Van Tieghem, compositore e percussionista, e ha uno studio a Bushwick (Brooklyn, New York).

Nelle fotografie digitali single-shot, Cate non è interessata alle forme, quasi irriconoscibili negli scatti, perché tra l’oggetto da fotografare e l’obbiettivo colloca dei filtri semi trasparenti, lenti colorate o cocci di vetro, così che la camera digitale cattura la luce che li attraversa strato dopo strato. Utilizza dunque strati di superfici riflettenti e lenti homemade così da collegare curve e distorcere i confini della materia al di là dell’esistenza di modulo, fotografare la luce, il colore e le forme prima che gli oggetti assumono un senso comune, creare insomma una sorta di barriera concettuale. Cate spinge la sua macchina fotografica oltre il bordo ottico rivelando lo spazio, l’energia e la luce che spesso non sono visti ad occhio nudo. Alcune di queste opere sono state esposte dall’artista presso la Gallery pma di via Napoli a Cagliari, dal 8 al 16 luglio 2016.

«Gli oggetti sembrano definiti, ma le esperienze sono fugaci e temporanee. Non c’è separazione nella forza della vita, le molecole che tengono tutti noi insieme. (…) Lasciar andare di ciò in cui credo con i miei occhi, mi permette di passare attraverso la parete di concettualizzazione e fotografia quello che abitualmente non fisso, per vedere ciò che tutti noi assolutamente comprendiamo».

Le sue opere, dipinti sotto forma di stampe fotografiche sono state fatte e proiettate da dimensioni piccole a molto grandi. Possono essere presentati in tante e diverse modalità: su carta tradizionale di archiviazione metallici o, montate su galleria plexi, o su lastre di alluminio spazzolato, o con la visione pura per essere mostrato in finestre, retroilluminato a parete o free-standing, e in lightboxes lightwalls, o aderito a quasi qualsiasi oggetto in gallerie, case, aziende, spazi pubblici, e previsto per produzioni teatrali o musicali. Artista multimediale, Cate ha elaborato anche installazioni con fotografie o proiezioni in forme in tre dimensioni con audio interattivo e musiche, in quasi quarant’anni di carriera artistica incentrata sulla ricerca, ha tenuto saldo il suo scopo: abbattere i muri che separano le diverse forme d’arte e le discipline, è un vera e propria artista multimediale.

Cate ha ricevuto un Bachelor of Fine Arts (laurea in arti visuali e performative) in teatro da Webster University di St. Louis, si è laureata alla London Academy of Music and Dramatic Arts attraverso la New York University, ed è stata allieva fondatore dell’Istituto di Robert Brustein For Advanced Theatre Training presso la Harvard University a Cambridge.

Fin dai primi anni Ottanta, Cate ha viaggiato tantissimo, è stata modella di stampa per Henri Bendel, divenne assistente del fotografo di moda Gosta Peterson a New York. Ha poi continuato negli anni Novanta come giornalista radio e tv, fotografa, operatore video, scrittrice, regista, attrice, e amministratore di teatro, collaborando a numerosi progetti indipendenti come l’American Repertory Theatre di Cambridge, il Teatro X di Milwaukee, ha progettato video installazioni alla Woodstock Furniture Gallery, ha lavorato come fotoreporter, giornalista e redattrice online.

 

Giosetta Fioroni. La bambina che usa il cuore

L’arte di Giosetta Fioroni è la quintessenza del femminile: eleganza, sogno, sentimento e fantasia sono le sue declinazioni. Unica donna del gruppo degli artisti che negli anni ’50 animavano la scena romana, ha sempre sentito il bisogno di mantenere ben chiara la sua appartenenza al sesso (apparentemente) debole. Le sue prime opere, prodotte nella metà degli anni ’60, si concentrano su intensi primi piani femminili, scatti pittorici che sembrano rubati al mondo della moda e della pubblicità, e per questo erroneamente accostati alla Pop Art americana. In realtà la fredda distanza del mondo pop non trova appiglio negli intensi sguardi o nelle affascinanti silhouette da lei riprodotte. Immagini che sono specchio della contemporaneità, ma al contempo diventano custodi di un segreto senza tempo, non immediatamente svelabile, un richiamo a un’emozione non detta ma sussurrata.

Osservando le sue opere si è trasportati in un mondo onirico e immaginifico: Giosetta è un’artista che ha sempre nutrito la sua bambina interiore, dandole modo di esprimere la sua curiosità e il suo punto di vista attraverso di lei. Una bambina che continua a vivere e a dire la sua malgrado il passare degli anni; ciò detto è una conseguenza ovvia ritrovare dei ricordi d’infanzia nella sua opera. La serie dei teatrini, ad esempio, è un omaggio alla madre marionettista. Questi scenari della fantasia, finestre aperte su un mondo tangibile, sembrano narrare una storia su più livelli, e sono caratterizzati spesso da un desiderio di spingersi oltre, tramite il loro sviluppo verticale o la presenza di scale. Se nelle fiabe o nell’immaginazione il mondo dove vogliamo rifugiarci è sempre al di là del nostro, Giosetta Fioroni concretizza il mezzo per raggiungerlo, agevolandoci nella nostra scalata. Nella serie dei teatrino-presepe, la fantasia si mescola alla religione, portando entrambe al livello di fabula: alla fine sono entrambe un racconto che si dipana all’interno della nostra memoria, creando dei legami tra noi osservatori-ascoltatori e i nostri personaggi preferiti. I teatrini sono quinte cristallizzate, eppure suscettibili di movimento; le scenografie rappresentate sembrano sempre sul punto di essere cambiate, implicano una possibilità e un repentino passaggio all’atto secondo, giusto il tempo di un applauso e si passa oltre.

L’immagine di Giosetta tende alla sintesi, ci mostra tramite macchie di colore e scarti di prospettiva la realtà fantastica alla quale attinge, con lo sguardo sapiente ed innocente di una bambina che si sofferma solo su quello che importa, mettendo da parte quello che non risuona con il cuore. Il cuore, quel meccanismo misterioso tanto cantato nell’arte, ha sempre un posto privilegiato nelle sue opere. Incarna una moltitudine di emozioni e di esperienze, e, come spesso fanno i bambini, disegnarlo risulta l’unico modo per esprimere un insieme troppo grande di concetti per una singola tela. Per sentire bisogna sporcarsi il cuore, e anche le mani; non a caso l’artista ha virato negli ultimi anni al recupero di una dimensione creativa artigianale, scegliendo di realizzare una serie di opere in ceramica, che danno corpo a una fantasia impalpabile che spesso tende a scappare troppo in alto, come un palloncino lasciato andare in aria.

 

Urs Fischer. Attenzione al quotidiano in primo piano

Noto come il Cattelan svizzero, Urs Fischer, classe 1973, è un artista contemporaneo che innalza l’oggetto quotidiano alla qualità di opera d’arte. Fonte d’ispirazione per l’arte di Fischer è sicuramente il mondo di Hollywood, in quanto il cinema, con il mondo dello spettacolo, influenza la vita di tutti i giorni, crea un’immagine di ciò che è giusto e sbagliato, ha la tendenza di formare immagini idealizzate, un po’ come accade, secondo quanto affermato dallo stesso artista, dal ruolo del Vaticano per la Chiesa Cattolica, ove il Vaticano, con il suo Credo, è l’esempio d’eccellenza per i fedeli.

Nonostante il cinema sia fonte d’ispirazione, il pubblico non deve cadere nell’errore, come spesso accade, di soffermare il proprio sguardo sugli oggetti presenti nello sfondo della scena, sono gli oggetti in primo piano, quelli che tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi e che distrattamente non notiamo, a catturare l’attenzione, la sensibilità artistica di Fischer, i quali possono essere considerati grandi o piccoli in base al rapporto intercorrente con lo spazio che li ospita. Così in base a un rapporto oggetto – spazio, dove per oggetto si allude all’opera d’arte, Fischer reputa grande l’Hitler di Maurizio Cattelan, in quanto collocato in una sala di grandi dimensioni. Se la frenetica società contemporanea appare distratta nei confronti del quotidiano, arrivando spesso a non notare i semplici oggetti che accompagnano la nostra vita, niente paura! Ci pensa l’artista svizzero a omaggiarli.

Quotidiano non è solo l’oggetto rappresentato, ma anche la materia utilizzata per rappresentare l’opera, così Fischer servendosi della cera che solitamente si troverebbe in una casa sotto forma di una semplice candela ha plasmato il Ratto delle Sabine, sul modello della scultura del Giambologna. Con lo stoppino acceso, la scultura del Fischer è andata incontro al proprio destino sciogliendosi, emblema del tempo che scorre tutti i giorni inarrestabile, una condizione comporta un cambiamento dell’opera d’arte ma che non la distrugge totalmente perché, anche se si è sciolta la creazione del Fischer rimane lì, cambia solo la forma. Tale mutamento non comporta solamente la perdita della forma originale, viene alterato il rapporto opera – spazio in quanto la creazione artistica è legata allo spazio che la ospita, così se viene alterato il rapporto fra i due subisce un cambiamento e tali metamorfosi sono al centro degli studi di Fischer.

 

 

Innocenti. Un’artista dalla sensibilità contemporanea

Roberto Innocenti non si limita all’aspetto tecnico ma deve necessariamente coinvolgere la personalità dell’artista in tutta la sua complessità. Narra la storia per immagini delle campagne toscane, dei suoi monumenti vista, dal fulcro socio familiare fino a una spersonalizzazione della sua arte.

L’osservatore si trova così di fronte a una linea interpretativa ben precisa che invita a contemplare l’opera da diversi punti di vista.

La capacità dell’opera d’arte è creare un rapporto simbolico, un’attitudine a creare un legame intellettuale, sociale, con coloro che la scoprono.

Innocenti adotta l’ottica del bambino protagonista e tramite i suoi occhi mostra al lettore i suoi sentimenti, attraverso una presa di coscienza che va progressivamente a inserirsi nell’osservatore. La sua funzione narrativa diventa luogo mitico del distacco e del disincantato ingresso nel mondo reale fatto di finzione. Innocenti unisce abilmente realtà e finzione, facendo interagire piani e schemi narrativi diversi da creare la narrazione che servirà da impalcatura a una storia fantastica.

Innocenti, con la sensibilità del grande artista, sente e avverte l’importanza del frangete storico e grazie alla sua arte costantemente fondata su un’attenta documentazione tende a ideare un racconto che trasmette all’occhio la forza immediata dell’arte.

Ciascuna immagine crea un vero e proprio album fotografico, tanto che le immagini costituiscono metafore iconografiche della vita. Il protagonista è il colore. Esso è in grado di conciliare modernità, tradizione e nuovi approcci alla visione in delicato connubio di un grande artista dei nostri giorni.

Emerge subito dalla personalità dell’artista come la definizione del contemporaneo non si debba limitare all’aspetto tecnico ma debba coinvolgere l’artista.

Innocenti con la sensibilità del grande artista sente e avverte l’importanza autodidattica dell’opera da raccontare, fondata su un’accurata documentazione storica, ideando così un racconto per immagini insieme potente e delicato. L’opera d’arte così crea il suo esistere in rapporto alla sua epoca e alla storia, creando testimonianze tangibili della sua esistenza.

 

Hopper maestro dell’intimità

Edward Hopper afferma che l’arte possiede un grande realismo e una grande realtà. Lui stesso afferma che i suoi dipinti sono costruiti con tanta semplicità e onestà, senza ricorrere agli artifici dell’arte. Hopper, un genio dalla personalità complessa e molto particolare, tra fatalismo, distacco e curiosità, trasforma il silenzio in un invito a penetrare l’interiorità degli altri, motivo per cui può essere considerato il maestro del silenzio che invita a contemplare la vita intima altrui. Egli mostra una sensibilità per le sfumature del comportamento umano, tanto da realizzare una sorta d’incursione privata.

Hopper richiama l’attenzione inquadrando la scena come può essere vista da un estraneo e non da coloro che la vivono, scegliendo di utilizzare dei soggetti casuali. I personaggi sono ritratti con una semplicità tale da evocare un ambiente famigliare, con sguardi persi altrove nel contemplare una vita interiore che rivela una personale visione del mondo.

Il suo sguardo è come un teleobiettivo, distaccato, si limita a mostrare la pura e semplice realtà. I suoi dipinti sono squarci di vita, come delle fotografie che mostrano scatti delle situazioni più inconsapevoli e vulnerabili. Fissa la scena senza mettere mai in primo piano la vita che scorre ma, al contrario, raggirandola in quell’istante come una narrazione interrotta. Regala un’apparenza incerta della natura umana nei momenti in cui essa è inosservata, inconsapevole e completamente libera. Hopper coglie e immortala particolari sfumature del comportamento umano in un singolo momento, come semplici attimi che diventano eterni.

Dona vita a un mondo perfetto nel suo isolamento di cui riusciamo a percepire la carica emotiva ma che a quel tempo rimane inaccessibile, caratterizza i personaggi con una forza tale da creare un legame tra chi guarda e il soggetto. Nei suoi dipinti percepiamo quella quiete di un’atmosfera sospesa, inquadrando la scena come può essere vista da un estraneo, e non da coloro che la vivono.