Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Wharol, la quotidianità come icona del suo tempo

Vita mondana, giornali, oggetti quotidiani: ecco il campo d’azione di Wharol.

La sua vocazione artistica nasce quando, in seguito ad una grave malattia, la madre gli regala l’occorrente per disegnare. Così, timido e cagionevole, Wharol scopre di essere dotato di una grande capacità di osservazione e un’abilità organizzativa non comune. Diventando il protagonista indiscusso della Pop art americana.

Ciò che lo ha da sempre attratto era “ciò che si vede ogni giorno”, il modo in cui il mondo della comunicazione si trasformava intorno a lui. Non sappiamo di preciso cosa Wharol pensasse, ma il suo soggetto erano: la realtà consumistica e un ossessivo e quasi maniacale interesse per l’immagine pubblicitaria, ponendosi come una sorta di lavagna su cui si evidenziano i segni del suo tempo. In quest’ottica si comprende il motivo per cui ha esposto come opere d’arte le scatole di lucido di scarpe, le bibite della coca-cola e le scatole di zuppa Campbell ripetute in serie, la stessa serie che si trova negli scaffali dei supermercati.

Affascinato dall’informazione giornalistica contemporanea, il suo repertorio abbraccia anche immagini di disastri stradali, o le sedie elettriche vuote, i condannati a morte, frutto sempre della realtà in cui viveva.

E sempre con lo stesso spirito ha riprodotto immagini di personaggi famosi come Liz Taylor, Marilyn Monroe, Marlon Brando e Mao Xedong, togliendo ai volti ogni segno relativo a un momento specifico del tempo e trasformandoli in icone. Semplifica i lineamenti, aumenta i contrasti per accentuare la bocca, crea delle serigrafie delle immagini secondo il procedimento della quadricomia, non a caso quello usato dalle riviste, marcando l’effetto del “fuori registro”, gli spazi colorati non coincidevano perfettamente con i contorni. Wharol si limita a scegliere ed esaltare le immagini che ritiene significative in quanto, indipendentemente dal loro risvolto ideologico o ideale, hanno accompagnato e influenzato la vita di tutti.

Basquiat: un artista contro le regole

Il giovane Basquiat sembra avere le idee molto chiare quando, dopo l’ennesima fuga da casa, esordì un giorno dicendo: «diventerò famoso».

Il ragazzo è già un fenomeno nella scena artistica degli anni ’80, negli ambienti culturali newyorkesi.

Il desiderio di ottenere successo è, per lui, una sorta di riconoscimento, come mancanza dell’affetto da parte del padre e la vita in un ambiente fatto di disordini, alcool e droga.

Mostra subito un talento nell’arte, che diventa una sorta di guida spirituale, che lo tiene lontano da quelli ambienti malfamati.

Il suo talento, insieme all’ambizione, entra a far parte di un mercato troppo cruente. Ogni suo gesto, apertamente spontaneo, s’inserisce in un mondo troppo competitivo e selettivo, fatto da un ambiente culturale particolare con profonde differenze riservate ai neri, dove un ragazzo di colore non poteva competere e non aveva nessuna possibilità di emergere.

I primi successi ottenuti come arista prodigio e riconosciuto lo abbandonarono presto, tanto da farlo precipitare in una crisi da autodistruzione.

Personaggio cupo, malinconico, tenebroso, adatto in quel tempo a rappresentare il proibito; i suoi grafismi riflettono la dura condizione del popolo afroamericano.

I suoi lavori sembrano stilizzati, come un’illustrazione di fumetti, un’alternanza di bianchi e neri, fatti da pennellate rapide: un monito contro la società che aveva oppresso il popolo nero sfruttato come merce da lavoro.

Non trovando nuovi stimoli Basquiat è stato travolto dall’angoscia e ricadde nella droga. Solo la musica, la sua passione, non lo abbandonerà mai, sarà infatti sempre presente nei suoi dipinti.

Dipinge per le strade di New York e sulle metropolitane, acquisendo sempre maggiore consapevolezza della propria vocazione artistica.

Basquiat finì per annullarsi come artista non a causa della sua di se stesso ma come conseguenza dei meccanismi di un mercato troppo cruente che avrebbe travolto chiunque in quella spirale critica, dove la comunicazione riversa i proprio interlocutori sul solo prodotto.

Morì giovane per effetto di quell’energia frenetica, che soffocava l’artista impedendo di esprimersi.

 

The floating piers: la passerella di Christo sulle acque dorate

Folle, polemiche, code ma anche entusiasmo, arte ed emozioni nell’installazione ambientale The Floating Piers di Christo che sta regalando al lago d’Iseo fama ed attenzione. Una passerella percorribile lunga tre chilometri, realizzata con 220 mila cubi di politiene coperti da 70 mila metri quadri di tessuto che permette di raggiungere l’isola di San Paolo per provare l’emozione unica di camminare sulle acque. Un’isola che è raggiungibile, normalmente, solo con barche, battelli o elicotteri. Christo interviene con un progetto di amplissime dimensioni lasciando che la parte onirica di interazione con entità paesaggistiche complesse sia il primo movente dello spettatore e dell’artista.

Ognuno ha pensato e sognato di poter camminare sulle acque e, nel caso del lago d’Iseo, di farsi a piedi un giro sull’isoletta e sull’isola maggiore, senza dover ricorrere ai natanti. E anche quello che parrebbe un sogno invasivo, lo è solo temporalmente. Il sogno ha un’inizio e una fine. Non crea legami e impatti durevoli.

Christo con The Floating Piers ha realizzato la più estesa delle sue trasformazioni di ambienti naturali o cittadini, da lui ricoperti finora con enormi fogli di plastica. Lo ha fatto in tutti i continenti, impacchettando così intere scogliere, colline, edifici e monumenti. Il ponte galleggiante sul lago lombardo rappresenta una novità, in quanto il pubblico non si limita più a guardare l’opera, ma la usa direttamente, divenendone parte viva. Ma questa sua opera di Land Art non è stata immune da critiche che la hanno definita come “alternativa alle sagre di paese” o semplice “furbata effimera”.

Invece sono dell’idea che l’Arte è bella in tutte le sue forme, pochi hanno la possibilità di riceverla in dono ma tutti hanno la possibilità di poterla apprezzare. L’arte ha il potere di nobilitare l’animo, di rallegrare gli uomini e rimane la miglior cura per una vita triste e solitaria. Contemplare l’arte è un compito che tutti dovremmo svolgere, è il nutrimento per eccellenza dei nostri occhi abituati alla monotonia.

Christo attraverso le sue opere rivela – nascondendo. Quando alla nostra vita è sottratta un’ importante architettura o una porzione di paesaggio, noi prendiamo coscienza più profondamente del valore che quella eredità naturale o naturalistica ha per noi. E quando dopo qualche tempo torna nuovamente fruibile ai nostri sensi, proviamo un senso di gratitudine perché c’è anziché non esserci. Qui siamo davanti non ad una semplice opera ma ad un vero e proprio rito collettivo vissuto dai partecipanti con molto più entusiasmo e civiltà rispetto ai frequenti e tristi spettacoli da turismo di massa che vedono protagoniste, nei musei e nei luoghi culturali, comitive annoiate e distratte che spesso e volentieri fotografano a caso opere di qua e di là.

Questa è un installazione che riflette totalmente il suo tempo, e in quanto tale accende le menti di ognuno di noi. La gente non è indignata e aderisce con buona pace di numerosi critici che non hanno perso occasione di salire sul piedistallo mediatico creato attorno a quest’opera, per mettersi in mostra e fare i bastian contrari.

Il pedalò a rotelle di Cattelan

Avete presente il celeberrimo trucco di magia del mago Dynamo che cammina sulle acque del Tamigi? Ecco, la performance di Zurigo per Manifesta 11 targata Cattelan ne è la copia grottesca. Avrebbe dovuto emozionare, meravigliare e forse essere irriverente nei confronti della camminata sull’acqua di Cristo, mostrando una ragazza disabile libera di navigare a pelo d’acqua con la sua sedia a rotelle. L’esito è stato invece goffo e carico di retorica buonista oltre i confini dell’universo.

Cattelan è un grande artista, niente da dire, tra i migliori del panorama contemporaneo. Caustico, spietato e mai banale, ha saputo osare oltre ogni misura regalandoci autentiche perle di genialità. Ma anche i migliori ogni tanto sbagliano i gol a porta vuota. Quando lo fanno però, è meglio alzare le mani e dire che una cosa fa schifo piuttosto che lanciarsi in panegirici da fanboys che travisano la realtà.

L’atleta paralimpica, manco fosse un gommoncino pronto per andare a pesca, viene assicurata a una fune e fatta scendere in acqua con la sua sedia attraverso dei binari, mentre ad attenderla c’è una zattera. Grande folla pronta ad assistere alla performance, con Cattelan che supervisiona il tutto. È il momento della parte comica: bisogna togliere gli ormeggi alla sedia a rotelle, sganciare la zattera e liberare in acqua la ragazza. Un uomo allora fa l’equilibrista sui binari, arriva dinnanzi alla giovane e appena sgancia la zattera finisce goffamente in acqua tra le risate della gente. Ovviamente gli ingegneri nautici che hanno progettato tutto questo macchinoso sistema per adagiare la sedia a rotelle sulla zattera, non hanno minimamente pensato a una piattaforma per il poveraccio che avrebbe dovuto agevolare la ragazza nello sbarco. E questa era la parte interessante. Il resto è un girotondo nel lago, tra cigni e anatre, della durata di tre minuti.

Quello che forse voleva essere un messaggio positivo a favore dell’uguaglianza sociale tra disabili e normodotati, si è invece trasformato nell’ennesima manifestazione ipocrita di pietà. Praticamente un buco nell’acqua.

Banksy: il rivoluzionario della street art

Banksy è l’artista più celebre della Street art e uno dei più popolari in assoluto.
I suoi lavori riflettono un’ironia e una critica feroce contro il pessimo stato di salute del capitalismo e di quello dell’arte.
Dell’artista non si conosce quasi nulla, sono le sue opere che, guardando le vie, dai palazzi ci parlano della sua identità.
L’artista contesta l’attuale e dominante economia della cultura. Banksy è contro; non contro qualcuno o qualcosa, ma nello specifico tutto quello che frena la libera espressione del singolo trasformato in una merce di scambio su una piazza sempre più alla ricerca dell’artista star.
Come una sorta di Robin Hood moderno dell’arte, ruba lo spazio ai musei tradizionali per regalare una prospettiva agli artisti e agli utenti di strada. Egli è contro un museo-macchina, per una maggiore libertà di espressione.
Essere scoperto ed esposto in un museo è il frutto di un percorso troppo stretto per Banksy, che preferisce andare ad “appendere” le proprie opere negli spazi aperti, non contaminati: sceglie come luogo espositivo per i suoi interventi artistici persino le gabbie degli zoo.
Gli animali sono protagonisti, lo affascinano, sono metafore perfette della vita umana, prigionieri di un’esistenza che non hanno scelto, ma è stata loro imposta dalla società.
Poco si sa sull’artista e il dibattito intorno alla sua figura è sempre ampio, tanto da coinvolgere i media, che lo appellano come uomo invisibile (ma più che visibile, viste le opere) della storia dell’arte e del costume.

Per ogni suo lavoro, qualunque sia il soggetto, non ci si deve fermare alla prima lettura. Banksy vuole fornire un percorso d’immagini tale da suscitare forti emozioni nello spettatore.
Le sue opere contengono un significato intrinseco: quello di non essere chiuse in un freddo museo, ma esposte in ogni angolo della strada, come una sorta di fotografia a cielo aperto, che illustra con pochi scatti la società e l’individuo, frutto del consumismo, soffermandosi alla vera essenza della vita.

L’essere più dell’apparire. Luc Tuymans

Considerato uno dei più grandi artisti belgi in attività, Luc Tuymans è un formidabile storiografo col pennello. Una delle sue convinzioni, è che non si possa creare nulla di veramente originale, ma che tutto esiste già.

Ecco perché la maggior parte dei suoi lavori riprendono immagini già esistenti, le quali vengono caricate di significato attraverso la mano dell’artista. Dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale agli avvenimenti storici del passato più remoto; le tematiche affrontate da Tuymans sono sempre di grande impatto. Un esempio perfetto della sua capacità di raccontare la storia, è la serie di dipinti politici intitolata Mwana Kitoko, tradotto come “bel ragazzo”.

Presentati nel 2000 alla David Zwirner Gallery, sono stati esposti l’anno seguente al padiglione belga della Biennale di Venezia. Il più noto di questi, è sicuramente il quadro che rappresenta il re del Belgio in visita in Congo negli anni ’50. Re Baldovino è vestito con una divisa militare completamente bianca, ha un bastone da passeggio in mano ed è appena sceso da una scaletta, probabilmente quella dell’aereo che l’ha portato lì. All’epoca era un ventenne appena diventato re dopo l’abdicazione del padre.

L’occhio di Tuymans si sofferma sul giovane re, ma dietro quella divisa bianca candida c’è una delle pagine più oscure della storia del Belgio. La storia del Congo Belga è lunga e sanguinosa, e una delle peggiori è sicuramente l’uccisione del fondatore del Movimento Nazionale Congolese della Liberazione, Patrice Lumumba. Proprio su questo episodio si è aperta un’indagine sul coinvolgimento del Belgio e del re Baldovino.

L’opera di Tuymans, nel suo rilassato candore, sembra comunicare quella tranquillità di facciata di tutti i capi di Stato, sempre attenti ad apparire in pieno controllo di tutti i problemi del proprio popolo. La capacità di raccontare una storia così complessa con un’immagine semplice, dice molto su come per Luc Tuymans l’essere sia altra cosa rispetto all’apparire.

Riflessi passeggeri. Pae White

Pae White produce una serie di opere dove la frammentazione, caratteristica esemplare della civiltà contemporanea, è ben rappresentata, in astratto e con un forte impatto visivo.
Installazioni a metà strada tra arte, architettura e design che dichiarano un forte interesse per la percezione spaziale degli ambienti e delle cose.

I lavori in questione sono pazientemente costruiti con fili di nylon trasparente ai quali vengono appesi ritagli di carta colorata o piccoli pezzi di specchio di forma esagonale. Ciò che si viene a creare sono una sorta di sciami artificiali e statici dove le singole parti girano su stesse senza mai però spostarsi nello spazio che le ospita. Sono ordinate nuvole galleggianti, variopinte e rifrangenti. L’intero ambiente viene trasformato dalle opere che dividono lo spazio e lo riempiono di ombre e riflessi di luce che danzano su pareti e soffitti dando l’impressione di trovarsi sott’acqua o di fluttuare senza peso nell’aria.

Osservando questi “mobiles” da vicino invece ci si immerge in un caleidoscopio di colori e luce in continua variazione, un immagine frammentata e dinamica che non si riesce a definire con chiarezza a causa del suo essere in uno stato di evoluzione permanente.

L’efficacia di queste installazioni è indubbia, attraggono a loro e ci si sofferma a lungo a studiarle attentamente lasciandosi trasportare in una dimensione altra, tra il gioco e l’analisi. A conferma di questa efficacia è il numero di allestimenti derivati dalle opere di Pae White in occasione di eventi di design o moda, dove viene sfruttato l’aspetto decorativo e sorprendente.

Viviamo in un periodo dove la quantità di informazioni è tale e lo scibile umano è così vasto da non riuscire mai ad avere un’immagine completa e sicura delle cose. L’informazione successiva potrebbe cambiare il disegno totale, o essere insufficiente a completarlo. Proprio come in queste costruzioni ipnotiche e prive di un messaggio definito. Possiamo solo cogliere frammenti, riflessi passeggeri o colori spezzati.

Foto e video dalla mostra “In Love With Tomorrow” alla Fondazione Langen, Neuss (Germania) di Marzio La Condanna

Gardaland o arte? Kurt Perschke

Kurt Perschke ha pensato a un’opera itinerante che si modifica in base al sito selto e a sua modifica il luogo in cui viene ospitata.
Red Ball è una grande palla rossa gonfiabile che viene inserita via via in interstizi urbani, porticati o concavità architettoniche.
La sua forma sferica non è mai perfetta perchè sempre costretta ad adeguarsi agli spazi, il più delle volte angusti, in cui trova posto. Non è mai uguale a se stessa e subisce le condizioni esterne del suo “habitat” temporaneo che potremmo definire condizioni di cattività.

Il soggetto scelto da Perschke è astratto, un solido geometrico che tende alla perfezione euclidea senza mai raggiungerla. L’uomo non è rappresentato ma è parte integrante della riuscita di quella che più che un’opera è un’operazione artistica.

Gli scenari urbani vengono disturbati e arricchiti dalla presenza della Red Ball grazie anche al comportamento del pubblico. Sorpresi, attratti e divertiti, le reazioni sono diverse e manifeste e si ottiene una vivacità di presenze e attività sociali nel luogo dell’opera.
Il luogo, fisico e sociale, viene influenzato visibilmente dalla presenza della morbida palla rossa deformata.

Costrizione, deformazione, innesto e contrasto possono portare ad esiti tanto inaspettati quanto non necessariamente negativi. Forse tutti ci siamo figurati di dover raggiungere una forma perfetta, mi chiedo chi creda di essere riuscito nell’impresa.

Una delle prerogative dell’arte è quella di offrire una prospettiva diversa a chi la osserva, quella di cambiare qualcosa nel modo di vedere le cose. Quest’opera sembra riuscirci ogni volta, anche se forse spesso in modo solo superficiale. Di certo non tutti si interrogano sul concetto di identità e contesto. Molti la vivono come un’attrazione da parco di divertimenti, e divertente può esserlo di certo.
Una delle caratteristiche di un’opera d’arte riuscita è però senza dubbio quella di avere più chiavi di lettura, e anche in questo Perschke sembra avere centrato il bersaglio.

link: Red Ball Project

La copertina più bella di sempre. Annie Leibovitz

“Senza dubbio è necessario saper leggere la gente per poterla fotografare. Innamorarsi di loro può essere un modo”.

22 gennaio 1981. La bibbia del rock, la rivista Rolling Stone America, pubblica in prima pagina quella che verrà decretata la migliore delle copertine del XX secolo. Quell’edizione non ebbe bisogno di nessun titolo, di nessuna presentazione eccetto il nome della testata. Eccoli Yoko Ono e John Lennon immortalati nel loro appartamento nel Dakota Building a New York, in occasione dell’uscita del loro disco Double Fantasy.

La fotografia, una forma artistica meravigliosa, che riesce a sintetizzare l’attimo, l’emozione, il particolare. L’autrice dello scatto è Annie Leibovitz, uno dei nomi più importanti del panorama fotografico mondiale, la cui notorietà spicca il volo da quando accompagna i Rolling Stone in tournée negli anni ’70 riuscendo a creare una sintonia ed un’empatia con la band che le permette di immortalare la vera essenza delle giovani rockstar.

L’idea iniziale della Leibovitz era di ritrarre Lennon da solo, ma il cantante insistette per far comparire accanto a lui la sua compagna. John Lennon e Yoko Ono avevano precedentemente posato in un nudo integrale per la copertina del singolo Two Virgins, per tale ragione alla Leibovitz venne naturale proporre ai due di spogliarsi integralmente per il nuovo  scatto ma Yoko fu molto riluttante nel togliersi i vestiti. Affermò che avrebbe potuto spogliarsi della parte superiore, ma non dei jeans. Delusa Annie, per non interrompere la naturalezza dell’atmosfera, le chiese di rimanere vestita, mentre John la stringeva a se, baciandole teneramente la guancia ad occhi socchiusi.
Annie utilizzò una macchina istantanea per catturare il momento. La Polaroid scattò e l’immagine prese lentamente vita. L’istantanea che uscì era immensamente suggestiva, soprattutto per la dimensione intimistica attraverso cui la coppia riesce a far entrare lo spettatore, quasi come se la fotografa non fosse li con loro.

Il contrasto tra i due è evidente: la contrapposizione e la diversità sono le chiavi di lettura di questa fotografia. Diverse posture, diverse culture, diversi modi di apparire che si incontrano e si intrecciano in un legame tenero, profondo e indissolubile. Un taglio verticale che ritrae unicamente i due soggetti senza alcun dettaglio che disturba la scena ed una  inquadratura sopraelevata che permette di prendere nella loro interezza l’intreccio dei due corpi. Non ci sono giochi di luce particolari né una scena costruita in modo artificioso, eppure nel guardarla il respiro si ferma per un istante.
I tre capirono subito che lo scatto rappresentava un’immagine profonda, tanto che Lennon esclamò alla Leibovitz: “Hai catturato esattamente il nostro rapporto”.

Eppure questa foto rappresenta anche tanta tristezza, una tristezza che la coppia ancora non conosceva nel momento dello scatto. Purtroppo, dopo alcune ore, Lennon fu assassinato davanti al suo appartamento. Riguardandola oggi quell’immagine sembra un vero e proprio addio. Yoko guarda altrove mentre John l’abbraccia quasi nel tentativo di consolarla per la sua imminente assenza. E’ l’ultimo scatto a John Lennon e in fin dei conti questa è la sua rappresentazione più vera e sincera.

Triumphs and Laments: una galleria a cielo aperto

Cercando il senso della storia a partire dai suoi frammenti, troviamo un trionfo in una sconfitta e una sconfitta in un trionfo.” Così si esprime William Kentridge, l’artista americano di origine sudafricana che, dopo mesi di impegno, finalmente ha inaugurato a Roma il suo capolavoro dal titolo “Triumphs and Laments”. Settanta figure alte quasi dieci metri animano le sponde del Tevere celebrando come un corteo la storia di Roma dalle sue origini sino ai giorni nostri. Attratto dal fascino della capitale, Kentridge non ha esitato a creare, in pieno centro a Roma, tra Ponte Sisto e Ponte Mazzini, una vera e propria galleria d’arte, ottenuta con l’uso degli stencil, dopo un’accurata operazione di rimozione della patina biologica dal travertino dei muraglioni.

La peculiarità della grande opera d’arte sta proprio nella suggestiva scelta dei temi: l’artista non si è limitato alle gesta dell’impero romano, bensì ha voluto raccontare le vittorie e le sconfitte che hanno segnato tutta la storia di Roma capitale. Un’opera che riporta in modo eccellente il passaggio dalle glorie della Roma antica a quella più moderna in tutte le sue sfaccettature, mescolando epoche e personaggi, senza alcun rispetto per la sequenza cronologica: da Marco Aurelio a Giordano Bruno, dalla morte di Remo a quella di Pasolini, dai trionfi di Cesare alle esecuzioni dei partigiani, un cofano aperto di una Renault che ricorda l’assassinio di Aldo Moro o ancora una barca colma di persone che rimanda ai migranti di Lampedusa. Ma non solo: l’artista inserisce anche il noto bagno nella fontana di Trevi di Marcello Mastroianni e Anita Ekberg, protagonisti de La dolce vita di Fellini, la morte di Anna Magnani di Roma città aperta, o ancora, la coreografica scultura del Bernini Apollo e Dafne che sembra trasportare su due ruote il volto di Cicerone.

Tutti pezzi più o meno importanti di storia che Kentridge rielabora in chiave moderna, con l’intenzione di suscitare un’emozione a tutti coloro che, passeggiando lungo il Tevere, riconoscano nelle illustrazioni una parte di vita della città. Lo scopo dell’artista è proprio quello di catturare l’attenzione del passante tramite il mezzo più coinvolgente: la memoria storica.

L’inaugurazione, non a caso avvenuta il 21 Aprile giorno della fondazione di Roma, è stata particolarmente affascinante data l’incantevole performance di musicisti e vocalisti che hanno accompagnato i due cortei partiti dalle due estremità opposte del lungotevere, uno a rappresentare i Trionfi l’altro i Lamenti. Un suggestivo gioco di luci e di ombre, di urla e di suoni, dalla kora africana fino alla zampogna italiana, su musiche originali del compositore Philip Miller. Ideato dallo stesso Kentridge, e promosso dall’associazione Teveterno, lo spettacolo ha radunato centinaia di persone tra Trastevere e Campo dei Fiori a partire dalle 20:30.