Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Afremov, un pittore impressionista contemporaneo

L’impressionismo, una delle correnti artistiche più affascinanti della storia, è come sappiamo la pittura che per prima ha aperto la strada delle avanguardie nella seconda metà del XIX secolo, ma si può considerare impressionista, un artista che pur vivendo in un’altra epoca si mette in gioco con lo stile dell’avanguardia Ottocentesca? E’ il caso di Leonid Afremov, artista di origine Bielorussa, che una volta emigrato negli Stati Uniti d’America, nel 2000, ha trovato il vero successo vendendo i suoi quadri porta a porta, o, strano a dirsi, tramite eBay.

Afremov propone un tipo di impressionismo in chiave moderna, ripropone la tecnica della macchia, della pennellata rapida, la voglia di non curare i dettagli per un unico scopo: dare maggior risalto con colori vivaci e i giochi di luce.

Se Manet, Monet e Renoir si servivano dell’impressione dell’occhio e della pittura rigorosamente condotta d’après nature, la cosiddetta en plein air, utilizzando solo il pennello come strumento, per Afremov c’erano solo spatole e coltelli al posto dei pennelli, per plasmare colori ad olio. L’artista da il meglio di se per creare paesaggi serali sotto la luce dominante dei lampioni, o vie deserte e bagnate di pioggia, riflessi sull’acqua, coppie di innamorati che passeggiano lungo la strada sotto l’ombrello; le foglie degli alberi che sembrano tanti palloncini da festa, colori a dir poco vivaci, dal rosso al giallo al blu che colorano il cielo e che riempiono la tela di giochi di luce e sfumature, che irrompono nel buio.

I suoi dipinti sono straricchi di colori accesi, e spesso rappresentano paesaggi notturni sotto la pioggia: ma nessuno comunica solitudine o tristezza. Sono paesaggi reali, impregnati di luci, persone, alberi. Nessuno fa trasparire solitudine o tristezza, bensì il contrario: c’è un’armonia che sembra trapelare dalle sue opere quasi con un effetto di incantesimo, di poesia e bellezza. Quel gusto tipicamente francese di gioia di vivere, sospeso tra il reale e l’irreale.

Certo, il suo modo di pitturare non è così innovativo, sia nello stile che nelle tecniche, usa prettamente colori ad olio stesi in modo veloce sulla tela con la spatola, ma c’è un briciolo di originalità, la modernità dell’impressionismo.

 

Esprimere la prigionia. Mona Hatoum

Mona Hatoum (classe 1952) è una di quelle giovani donne che negli anni ’90 inizia a guardare al Minimalismo, all’Arte concettuale, alla Video art, alla performance, all’installazione e all’Arte site – specific degli anni ’60 e ’70, motivata dallo scontento per un universo artistico sensazionalistico in cui a dominare erano le strategie del marketing.

L’artista, nata a Beirut, nel 1975 rimase bloccata nella capitale della Gran Bretagna a causa dello scoppio della guerra in Libano, evento che influenzò il proprio operato artistico. E’ possibile riscontrare quanto affermato in una performance risalente al 1985, operazione performativa nella quale la Hatoum percorre scalza le vie di Brixton con allacciati alle caviglie degli stivali, come se fossero una simulazione di una palla al piede portata da un carcerato.

La prigione, la tortura e il dolore vengono evocate dall’artista attraverso una rilettura Minimalista: La luce alla fine (1989), ove delle barre elettriche sono state collocate nella parte terminale di una galleria triangolare, ricordando la ripetizione modulare di Judd, induce lo spettatore ad essere attratto dalla semplicità delle barre componenti l’opera, attrazione che porta lo stesso spettatore ad essere respinto a causa del calore. Lo spettatore può essere il carceriere se sceglie di restare sul lato aperto dello spazio, ma può diventare carcerato se attratto dalle barre che apparentemente potrebbero essere oltrepassate per via dello spazio esistente tra l’una e l’altra.

Il carcere, la prigionia, sono al centro dell’arte della Hatoum, così in Condanna leggera (1992) le ombre proiettate da una lampadina in un labirinto di armadietti di maglia in filo metallico danno l’idea di un carcere.

Se Mona Hatoum sfida i tabù del corpo, ove le sue prime performance vengono associate all’operato artistico di Vito Acconci, e i primi video pongono l’attenzione sulle strutture di sorveglianza, è possibile osservare come l’artista continui a coltivare entrambi gli interessi nelle installazioni da essa create. Corps étranger, video del 1994, è l’esempio attraverso il quale è possibile osservare il modo in cui la Hatoum esplora il proprio corpo all’interno, viene utilizzata una microcamera che rende partecipe il mondo esterno di ciò che viene sorvegliato all’interno.

 

 

Love, la costruzione di Milov

Un inno all’amore, alla forza del rimpianto, la voglia di sentirsi vicino. Un’opera d’arte che non lascia indifferenti quella dell’artista ucraino Alexandr Milov, Love. Si tratta di una scultura costruita interamente con il fil di ferro che forma due sagome sedute che si danno le spalle, mentre all’interno del fil di ferro due sagome più piccole, come se fossero bambini. In realtà Milov vuole mettere in risalto l’animo interiore ancora un po’ bambino dell’adulto, che, in fondo, non lascia spazio ai rancori ma solo all’affetto e al contatto fisico.

L’artista con Love ha riscosso un enorme successo all’edizione dello scorso anno del Burning Man festival, l’evento di otto giorni che ogni anno dal 1991 anima il deserto Black Rock del Nevada negli Stati Uniti d’America, e in cui è possibile organizzare liberamente workshop, mostre, performance ed installazioni. Love rappresenta il conflitto tra un uomo e una donna e, nello stesso tempo, l’espressione dello stato d’animo che è nascosto in ognuno di noi. Le due sagome all’interno della scultura di ferro sono rappresentate da bambini trasparenti che attraverso le grate metalliche tentano di toccarsi. Non appena cala la notte, i bambini si illuminano. «Questo splendore è un simbolo della purezza e della sincerità che unisce le persone quando arriva il momento buio», spiega Milov.

Nient’altro che una bella e originale metafora della natura umana in conflitto, che presi dalla forza dell’orgoglio tendono ad allontanarsi, a voltarsi le spalle, ma c’è un significato molto più profondo dietro di esso, che si sviluppa solo quando il sole comincia a calare, ovvero il loro ego interiore rappresentato dai bimbi che cercano di toccarsi con il palmo delle mani oltre il filo metallico, che vogliono avvicinarsi e amarsi.

Puoi volar nella hall del K2

Rete in acciaio, sfere sospese in aria. È così che Tomàs Saraceno, nel giugno 2013, invita milioni di visitatori ad osservare lo spazio da una prospettiva diversa dalla nostra: sospesi nel vuoto.

Un’idea del tutto originale, creata nell’ingresso principale della sede del Museo d’arte moderna e contemporanea di Dusseldorf, chiamata K21 nei pressi di Ständehaus. L’installazione si chiama In orbit, una semplice rete d’acciaio che si estende su tre livelli ricoprendo circa 2.500 mq, per arrivare a toccare la grande cupola vetrata del museo. Come se non bastasse all’interno della rete Saraceno decide di poggiare una decina di sfere gonfiabili in pvc, tutte con grandezza diversa, che sembrano essere cullate dai movimenti generati dalla rete.

«Una nuova forma ibrida di comunicazione» così l’ideatore dell’installazione si esprime, descrivendo il modo in cui i visitatori si rendono protagonisti della performance, camminano sul reticolo, si aggrappano, si siedono, sospesi nel vuoto osservano il cielo dalla cupola di vetro del museo e le altre persone che, passeggiando al piano terra, li guardano dal basso come se stessero nuotando nello spazio. Tomàs Saraceno infatti vuole raggiungere solo uno scopo: il coinvolgimento totale dei visitatori nella performance più elaborata che abbia mai realizzato, mettendo alla dura prova il sistema percettivo umano. Un canale pronto a trasportare l’immaginazione oltre ogni limite, creando un ponte tra realtà e finzione.

Nonostante le tre tonnellate della maglia d’acciaio e il peso delle sfere, la più grande conta trecento chili, appare il contrasto, in maniera ossimorica, con la leggerezza delle persone che sembrano volare.

Saraceno studia l’arte e la scienza: dalle energie alternative allo studio sulle abitudini degli animali, passando per la psicologia e l’ingegneria dei materiali, per arrivare infine agli studi sociologici. Ha studiato per anni i metodi con cui varie specie di ragni costruiscono le loro tele; dalle quali ha preso l’idea di funzionalità, di bellezza, di forza, incorporate poi nella propria prassi artistica. Altre performance dimostrano questo suo interesse come il progetto Cloud Cities sul tetto del MOMA a New York. Così vuole che le persone possano addentrarsi e percorrere questo habitat, creato con strutture modulari, secondo configurazioni non lineari, esattamente come le ragnatele dei ragni.

 

Ritratto di un eroe della musica. Roberto Cuoghi

Un ritratto che intende rappresentare un artista no wave. È Roberto Cuoghi, famoso per Putiferio, a voler mettere su tela uno dei più noti protagonisti del genere musicale che ha caratterizzato gli anni a cavallo tra i ’70 e gli ’80.

Cuoghi, noto per la sua precisione e cura nei ritratti, che raccontano le mille sfaccettature della persona, ha così messo in risalto Arto Lindsay. L’arte contemporanea del ritrattista dà voce all’ex cantante dei DNA attraverso la pittura. L’opera, esposta a Milano al Museo del novecento, permette allo spettatore di ricordare, o conoscere, un’artista musicale poliedrico, sperimentatore, coraggioso.

Roberto Cuoghi, Arto Lindsay

Lindsay è stato sicuramente influenzato dai luoghi in cui è cresciuto, gli Stati Uniti e il Brasile. Non si è mai voluto fermare alla musica della sua giovinezza, a quei ritmi gracchianti e quasi stonati che esibiva ai tempi dei DNA, per poi evolversi nella dolcezza ritmata dalla voce elegante, accompagnata dai suoni chiaramente influenzati dalla cultura musicale brasiliana, con in sottofondo le modernissime melodie eredi dei tempi no wave, rintracciabili per esempio in Whirlwind.

La continua elaborazione musicale di Lindsay ha conosciuto anche una parentesi interessantissima, quando decide di incrociare no wave, punk e jazz. Ed è sicuramente la continua sperimentazione a incuriosire lo stesso Roberto Cuoghi, anch’egli apprezzato per la modernità e l’originalità delle proprie opere. Lindsay, insieme con John Lurie, intende recuperare l’eleganza del jazz classico con la forza del punk, senza tralasciare gli accompagnamenti talvolta apparentemente fuori luogo del no wave. Tutto questo riesce a farlo attraverso l’esperienza dei The Lounge Lizards.

Il continuo tentativo di fare avanguardia musicale caratterizza Arto Lindsay, senza mai trascurare il fascino del classico, che si può ritrovare sia nella sua parentesi punk jazz che in quella vicina alla Tropicalia. Elementi che potrebbero essere rappresentati anche in versione pittorica dalle opere di Roberto Cuoghi, in grado di elevarsi attraverso il connubio tra sperimentazione e precisione.

Michele Pisano

Ambivalenze e complessità dell’Iran. Jalal Sepher

Jalal Sepher  non è un’artista qualunque. Dal 1995 inizia a fotografare e lo fa da autodidatta raccontando la società iraniana con uno sguardo sempre più definito e personale. La tormentata storia dell’Iran degli ultimi decenni, la complessità di una storia millenaria e le contraddizioni del presente di un paese che è sempre alla ricerca di un equilibrio fra desiderio di modernità e difesa delle tradizioni.

Sepher si esprime attraverso un linguaggio ricco di elementi ricorrenti e fortemente identificativi dell’Iran e del Medioriente dando vita ad immagini sintetiche, pulite e rigorose che si concentrano su pochi elementi.
Spazi aperti, ambienti desertici e naturali, villaggi rurali in cui può materializzarsi l’essenza delle cose. L’elemento umano è apparentemente messo in secondo piano ma è comunque sempre presente, anche attraverso l’inserimento in scena di oggetti utilizzati metaforicamente come coscienza storica del luogo.

Se nella foto Color As Grey le scarpe ammucchiate nella spiaggia, tante quante sono state le vittime degli scontri a Gaza nel 2014, richiamano alla drammaticità della guerra, in tanti altri scatti l’elemento intorno a cui viene costruito il sistema allegorico dell’immagine è il tappeto persiano.
Il tappeto rappresenta la memoria e la storia del popolo Iraniano, perciò diventa l’elemento depositario del tempo, legato alla tradizione e alla quotidianità della preghiera, simbolo identitario per eccellenza del popolo persiano.

Tappeti come erba, tappeti come libri, tappeti che segnano il confine con il mare, tappeti minacciati da tempeste di sabbia a volte rovinati, alle volte schiacciati. Tappeti come piste di atterraggio o decollo di aerei che hanno la forza di raccontarci il desiderio di allontanamento ma, al tempo stesso, simbolo e richiamo costante alla tradizione, elementi indispensabili per riuscire ad affrontare al meglio il presente. L’artista attraverso i suoi scatti ci fa entrare in una dimensione onirica con costruzioni di estrema pulizia e linearità in cui tutto, come nei sogni, dal momento che lo si estrapola dal proprio contesto originario, è capace di generare libere associazioni e continue sequenze di illuminazioni. Con i suoi scatti Sepher crea suggestioni inaspettate, creando uno story-telling simbolico che è capace di trasportare il pensiero molto lontano, più di quanto il nostro occhio possa vedere.

Natura e poesia. Almaviva

“Ogni quadro deve essere sempre accompagnato da una scritta, che meglio esprime ciò che rappresenta”. Così dice Eleonora Pollio, in arte Almaviva (Trieste, 1961). Pittrice, disegnatrice, ma anche poetessa, Almaviva tiene a cuore lo scopo di trasmettere un messaggio attraverso la pittura, facendo si che la poesia penetri nel disegno.

Protagonista indiscussa è sempre la natura in tutte le sue forme, sceglie di rappresentare esseri umani, animali, e paesaggi. Dal volto umano, ricercato persino nella componente della sua espressione psicologica, ad un paesaggio assolato, in cui la dominante del rosso offre il senso di un tramonto che non è solo del sole, ma ancor di più dell’esistenza.

I personaggi ritratti invece, eseguiti con acuta analisi nei lineamenti, sono rappresentati in momenti di malinconia o di riposo.

Almaviva comunica emozioni quasi con un tocco di magia, colpisce la fantasia del pubblico con il suo essere poetico e romantico. Il disegno è sempre rappresentativo, cura il colore con grande diligenza, mentre allo stesso tempo la parola si coniuga con i fatti, ed ecco che affianca l’arte della poesia.

Col tempo i segni diventano più complessi, raffinati, incisivi, rivelatori di una capacità tecnica accademica ed espressiva e i colori più avvolgenti, comunicativi, permettendo all’osservatore di partecipare all’opera, di entrare nella sua anima.
Ed è così che Almaviva sviluppa le sue tele: gli alberi in riva al fiume, il tramonto sulla laguna, il mare in una notte dopo la tempesta, sono momenti di libertà in cui l’uomo vive un rapporto di quiete con la natura stessa e col suo pensiero, dando largo spazio ai sogni e le emozioni. Approfondisce la sua produzione, lasciando un primo posto sempre alla natura, che osserva, racconta e ama con un’emozione tale che non può non coinvolgere il pubblico di qualsiasi età.

Legarsi alla montagna. Maria Lai

8 settembre 1981. E’ una data ben nota alla piccola comunità di Ulassai, un paesino nel cuore dell’Ogliastra, in Sardegna.
E’ la data di nascita dell’intervento performativo Legarsi alla montagna, un’operazione artistica realizzata da Maria Lai (27 settembre 1919 – 16 aprile 2013), artista che ha saputo unire le tradizioni delle proprie origini ai grandi movimenti del suo tempo quali Arte Povera, Land Art e Public Art.
Per realizzare Legarsi alla montagna Maria Lai coinvolge l’intera comunità di Ulassai, rende complice l’ambiente sul quale sorge il paese, l’artista inserisce la tradizione, la cultura, la leggenda per plasmare quella che è una delle sue più celebri opere.

E’ un immenso nastro di stoffa celeste, jeans per l’esattezza, ad attraversare una comunità in cui vivono rapporti di amore e odio fra gli abitanti, un lungo filo che si lega alla montagna, emblema di una leggenda locale, fonte d’ispirazione anche per la realizzazione di Fiabe intrecciate, scultura dedicata ad Antonio Gramsci dalla Lai, secondo la quale una bambina, per sfuggire a una frana, riuscì ad acchiappare un nastro azzurro che le permise di mettersi in salvo. La leggenda e la tradizione sono elementi presenti nelle opere della Lai, i quali vengono mescolati alle tendenze contemporanee dell’arte, una fusione che ha sancito il successo dell’artista.

Perché è importante Legarsi alla montagna? Oltre alla difficoltà tecnica inerente la realizzazione dell’opera, dove l’artista insieme alla comunità si sono serviti di chilometri di stoffa che poi son stati “appesi” alla montagna grazie all’ausilio di due arrampicatori professionisti, è fondamentale l’elemento che verte intorno ai rapporti sociali. Giovani e anziani devono collaborare, devono dialogare, ma non c’è solo il colloquio fra generazioni diverse, con la creazione di Legarsi alla montagna devono essere superati i vecchi rancori tra le famiglie, si lavora tutti insieme per raggiungere un unico obbiettivo. C’è un codice che stabilisce quali sono i rapporti fra gli abitanti della comunità: se il filo passa dritto fra due portoni non c’è armonia fra chi dimora in quelle abitazioni, se viene realizzato un nodo significa che vi è sintonia e amicizia, se viene appeso un pane vi regna l’amore. Ma far passare il filo dritto cosa comporta in una piccola comunità? Ovviamente gli abitanti potrebbero interrogarsi sui motivi del disaccordo, meglio dunque legare un nodo per evitare pettegolezzi.

Filiberto Menna scrisse nel 1982: «C’è voluta la capacità di ascolto di Maria Lai che ha saputo restituire la parola a un intero paese e rendersi partecipe della memoria e dei fantasmi della gente comune, aiutandola a liberarsi della parte distruttiva di sé e ad aprirsi con disponibilità nuova al colloquio e alla solidarietà».

 

Spazio negativo. Rachel Whiteread

Rachel Whiteread solidifica ed espone lo spazio funzionale di oggetti e ambienti d’uso rendendolo inaccessibile e vanificandone lo scopo.
Nell’opera che l’ha resa celebre, House, di una tradizionale casa a schiera inglese viene fatto un calco in cemento dell’interno di tutti i tre piani che la compongono, dove è possibile tutti i tipici elementi delle abitazioni inglesi, dal bow-window, alle finestre a ghigliottina, alle stanze mai troppo spaziose.

Il risultato è una scultura monumentale e cieca che prende il posto della casa precedente, posta in piena città e visibile a tutto tondo. L’operazione nasce in seguito alla decisione di demolire gli edifici di un’intera strada già ampiamente distrutti da un bombardamento della seconda guerra mondiale per rinnovare il quartiere.
Il rinnovamento viene visto in questo caso come cancellazione, come rimozione di un’esperienza traumatica a favore di un intervento che non mantenga alcuna memoria del passato.

Il lavoro della Whiteread si oppone a questo intervento demolitorio mostrando ciò che le pareti nascondono, il volume del vuoto, la capacità di spazio.
La casa, guscio e riparo familiare, luogo privato, non pubblico per definizione; viene spogliata di ciò che la rende tale per materializzarne l’interno. L’interno di una casa è testimone della vita intima delle persone che la abitano, delle abitudini e del tempo trascorso.
L
’opera della Whiteread invece è muta, non racconta niente. Il vuoto dell’interno è una fortezza più inespugnabile delle semplici pareti finestrate. Non è presente alcuno spiraglio, il grigio del cemento risulta indecifrabile e opprimente, restituendo quasi un senso di squallore.

Il concetto di vuoto è entrato a far parte delle ricerche artistiche occidentali dalla nascita dell’astrattismo e con maggiore ricorrenza dal secondo dopo guerra. Spesso le opere che indagano questo tema si riferiscono all’idea orientale di vuoto che non ha una connotazione negativa come invece lo aveva tradizionalmente nella cultura occidentale. In questo caso invece il vuoto è riempito annullandole ogni potenziale positivo, l’opera ottentuta in negativo nega qualsiasi possibilità di utilizzo.

La Nona Ora di Cattelan, diciassette anni dopo

«Il grande nemico dell’arte è il buon gusto» disse qualche grande artista, non importa chi. L’opera di Maurizio Cattelan, La nona ora, a diciassette anni dalla sua realizzazione, ha perso il suo charme, la sua carica provocatoria, ma ancora oggi desta qualche fastidio.

Il richiamo alla boutade dadaista, insita nell’opera, è palese e incontrovertibile, così come la superficialità di coloro che vedono nel componimento artistico in questione una mera blasfemia.

Ci si potrebbe piuttosto chiedere che bisogno ci fosse di riproporre una simile provocazione, in salsa religiosa, delle bombe dadaiste a ottant’anni di distanza (all’epoca, 1999) da quelle originali. 80 anni!

Oppure interrogarsi sulla reale originalità nel cercare di sparare a zero sulla Chiesa e sulla religione monoteista di Gesù di Nazareth. Stranamente sulle altre religioni si è sempre un po’ più morbidi, diremmo oggi. Chi, in pieno delirio ultra occidentale che vede la libertà d’espressione fine a se stessa come valore primario su tutti gli altri, ha provato a criticare spietatamente anche “altre” religioni ne ha pagato aspramente le conseguenze, purtroppo (vedi strage Charlie Hebdo).

Ma l’artista veneto, in realtà, non aveva come obiettivo quello di demonizzare e ridicolizzare la Chiesa: la caduta del Papa per colpa di un meteorite è la caduta di un supereroe moderno, di una icona pop del suo tempo, anche per i non credenti. Lo spunto non può che essere il nome della prima mostra in cui è stata esposta l’opera, “Apocalypse”.

Ma il significato dell’opera lo detta l’artista stesso o i critici d’arte? Nel frattempo è stato lo stesso Cattelan a spiegarci che «La Nona Ora è un’opera molto religiosa: è un lavoro che mette a nudo il papa, mostrandone il lato umano». Nel 2010, in una intervista, ha invece chiarito che il Papa, per lui, rappresentava il proprio padre, che aveva cercato di strangolare quando aveva diciassette anni. Trasmutando il significato dell’opera in un lavoro spirituale che parla di sofferenza. «Il titolo La Nona Ora allude a quella in cui Cristo, sulla croce, chiede al Padre perché l’ha abbandonato, ma il Papa cadente si aggrappa al crocifisso».

Che le dichiarazioni di Cattelan siano delle supercazzole prematurate o meno, gira e rigira, ha sempre ragione quel grande artista che dice che «più la critica è ostile, più l’artista dovrebbe essere incoraggiato».