Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Arte africana ed eccellenze tricolore, il successo di Art Basel Miami Beach 2018

Si tirano le somme e si riordinano i pensieri ad ormai più di una settimana dalla fine di una delle fiere più frequentate dal mondo dell’arte contemporanea, Art Basel.

Si sa, Miami è da sempre meta prediletta di turisti, amateur e professionisti del campo che per l’occasione non si lasciano sfuggire la possibilità di unire svago, lavoro e ricerca in un clima mite e tropicale. Quest’anno però, a parere anche delle gallerie locali, il numero di collezionisti è andato leggermente scemando rispetto a qualche anno fa, lasciando dunque una sorta di insoddisfazione generale nell’ambito delle vendite. A livello di proposta artistica, invece, è stato un successo dalle sfumature tutte italiane dove all’interno dell’imponente struttura dell’appena ristrutturato Miami Convention Center, tra i 268 espositori dedicati alle gallerie internazionali e non, si sono susseguiti alcuni nomi di eccellenze nostrane: da Francesco Vezzoli a Paola Pivi, passando per Michelangelo Pistoletto, Giuseppe Penone e Lucio Fontana.

Molto interessanti anche le proposte presentate da alcune delle gallerie italiane più affascinanti, prima fra tutte la Galleria Massimo de Carlo, acclamata come migliore galleria straniera, che oltre a presentare una selezione prestigiosa di opere tra cui Carsten Höller, ha proposto un folto corpus di opere di Paola Pivi, che ha chiuso con successo con la vendita della serie di Call Me Anything You Want del 2013 al The Bass, museo di arte contemporanea di Miami Beach che ospita fino a marzo una sua personale. Una menzione speciale va alla Galleria Franco Noero, con alcune delle sue punte di diamante come Vezzoli e Lara Favaretto, così come Magazzino con una bellissima selezione di sculture di Mangano & Van Rooy e tra le altre, opere di Alessandro Piangiamore, Massimo Bartolini ed Elisabetta Benassi, acquistata dal museo di Philadelphia.

Quest’anno, in particolare, è sembrato essere al centro dell’interesse artistico generale delle gallerie e dei collezionisti i black-figurative painters a cui è stata anche dedicata una mostra presso il Museum of Contemporary Art North Miami. Tra le più interessanti l’artista sudafricana Billie Zangewa, rappresentata da Blank Projects, il cui lavoro è dettato da ritagli di seta grezza messi insieme tramite la tecnica del collage fatto a mano. Zangewa crea composizioni tutte al femminile che mirano a sfidare la stereotipizzazione, l’oggettivizzazione e lo sfruttamento del corpo femminile nero. Sensazione generica che ha predominato durante tutta la fiera, è stata una notevole presenza femminile o meglio di opere femministe, non ultima la parallela inaugurazione di una grande mostra dedicata all’artista femminista attiva dagli anni Sessanta, Judy Chicago presso l’Institute of Contemporary Art (ICA) con base nel Design District di Miami.

Centro focale dell’evento nord americano è stata la splendida performance di Abraham Cruzvillegias, visual artist di origine messicana, meglio conosciuto per il suo lavoro concentrato sul riutilizzo di oggetti trovati nelle vicinanze dei luoghi che ospitano il suo progetto Autorreconstrucción: To Insist, to Insist, to Insist… La performance che ha stregato il pubblico, è una metafora dell’identità: siamo in continua trasformazione e qualsiasi cosa può nascere dal nulla, dal riuso, dall’inutile in una nuova metamorfosi e rivitalizzazione non solo dell’oggetto ma dell’essere in toto.

Una menzione speciale deve essere dedicata alla parallela NADA nel cuore di Downtown, una delle uniche fiere americane prodotte da una fondazione no-profit, dedicata al supporto e alla promozione di nuove eccellenze nell’arte contemporanea globale, in cui unica italiana presente è stata la galleria milanese Clima. Ma per amatori e ricercatori del settore, è stato un altro lo spazio espositivo che ha presentato la proposta più interessanti, lo Sculpture Center di New York che ha presentato la strepitosa opera scultorea realizzata ad hoc per l’evento dall’artista Jesse Wine, un racconto visivo di un sogno che inganna per l’attenzione e la delicatezza del lavoro della ceramica.

Conversation Piece | Part V (Non v’è più bellezza, se non nella lotta). Fino a marzo negli spazi di Fondazione Memmo

“Non v’è più bellezza, se non nella lotta”, così recitava un passaggio del Manifesto del Futurismo, pubblicato da Filippo Tommaso Marinetti nel 1909 su Le Figaro, una presa di posizione controversa e coraggiosa che poneva le basi tra politica e intelletto, dove la libertà stessa dell’artista era manifestazione del sé e della propria interiorità. La rivendicazione di un’autonomia e di una libertà civile e collettiva, è parte fondamentale dell’idea stessa di manifesto che di per sé ed etimologicamente rappresenta ciò che appare, ciò che si palesa in modo ineluttabile alla vista e all’intelletto proprio o altrui.

Con Conversation Piece | Part V, Marcello Smarrelli, ancora una volta, snoda, costruisce, elabora, un racconto che non solo rivisita e rilegge in chiave contemporanea gli spazi della Fondazione Memmo, ma allo stesso tempo valica i confini del passato, ne da nuova voce e nuovi significati. Il progetto, che porta appunto come sottotitolo il brano del Manifesto Futurista in apertura, è parte del ciclo di mostre dedicate agli artisti italiani e stranieri presenti temporaneamente nella capitale.

Il progetto espositivo di quest’anno, mette in relazione alcune opere che seppur diverse per tecnica e approccio, si presentano come eterogenee pratiche di ‘manifesti’ tramite cui vengono indagati concetti quali l’indipendenza, l’autonomia, la libertà costituzionale attraverso l’uso della partecipazione personale e/o collettiva.

Seppur tramite pratiche diverse, i quattro artisti scelti hanno sviluppato su uno stesso filo conduttore, ma personale e soggettivo, l’idea comune di un manifestarsi che è paradigma di una realtà in cui persiste una sottile e stratificata necessità di indipendenza e autonomia. Con una serie di performance caratterizzate da una precisa presenza fisica corporea artistica umana e animale, gli artisti hanno dato una “voce” formale ed estetica a concetti fondamentali come, appunto, la libertà.

Marinella Senatore, con la sua arte partecipata ha trasformato gli spazi esterni ed interni delle ex scuderie di Palazzo Memmo, in un’azione in cui l’idea stessa di collettività ha un approccio sociale e politico connesso inevitabilmente allo sforzo fisico e al coinvolgimento. Julian Rosefeldt (borsista presso l’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo) ha proposto un’esperienza, forse più audace, dove è chiaro il naturale confronto della Galleria l’Attico negli anni Settanta con i dodici cavalli vivi di Kounellis. Se in quel caso, il cavallo, oggetto simbolico e metafora della vita rappresentò un’innovazione per la sua capacità di riuscire ad annullare la distanza tra arte e realtà, nel caso di Rosefeldt il cavallo, simbolo equestre e metafora di autorità, porta e tramanda attraverso dei ricami delle frasi della Costituzione che risuonano ed echeggiano come moniti, obbligando lo spettatore a fermarsi e riflettere. L’eco di questi moniti sembra però risuonare più forte laddove il corpo del cavallo è assente e ciò che ne resta è un drappo ricamato che silenzioso riecheggia nel vuoto della sala. Rebecca Digne (borsista presso l’Accademia di Franci a Roma Villa Medici) tratta di transitorietà e di collettività. Il gesto, performativo o scultoreo, come nel caso dell’antichissima tecnica a cera persa, presuppone una presenza mentale o fisica, rappresentata o immaginata dove l’atto è in perenne trasformazione in un rituale gestuale ben preciso. Infine, l’intervento del duo Invernomuto (Cy Twombly Italian Fellow in Visual Arts presso l’American Academy in Rome), riassume il tentativo di collettività e autonomia attraverso la propagazione e la diffusione alla fine della quale ciò che rimane è sia assenza tangibile che presenza diffusa.

Ed è qui che, forse, il concetto stesso di libertà si alimenta e si ricostituisce di ogni suo aspetto, poiché attraverso il gesto o l’azione, fisica o emotiva, la libertà si emancipa da ogni suo costrutto formale e assume forme che mai si annullano in un continuo diversificarsi.

Conversation Piece | Part V. Non vè più bellezza, se non nella lotta
fino al 24 marzo 2019

Fondazione Memmo
via Fontanella Borghese 56b
Orari: tutti i giorni dalle 11.00 alle 18.00 (martedì chiuso)
Ingresso libero

Ibrahim Ahmed. Burn What Needs To Be Burned

La galleria z2o Sara Zanin Gallery ospita fino al prossimo 1° gennaio la mostra Burn What Needs To Be Burned, prima personale in galleria dell’artista Ibrahim Ahmed.

Nato in Kuwait, vissuto in Bahrain e negli Stati Uniti e ora residente in Egitto (paese di origine dei genitori), l’artista (classe 1984), che ha vissuto in contesti geografici e culturali molto diversi fra loro, affronta spesso nel suo lavoro il tema dell’identità e dei suoi canoni precostituiti all’interno delle varie società d’appartenenza.

In questa mostra ad esempio la sua attenzione si focalizza sul concetto di mascolinità, approfondito dall’artista negli ultimi due anni, su come venga considerato e vissuto da ottiche e mentalità differenti.

L’esposizione è composta da circa cinquanta fotografie e collage fotografici dove Ahmed usa il proprio corpo come schermo su cui proiettare le dinamiche simboliche e di potere associate alla figura maschile. Componenti meccaniche di motori di automobili formano strane creature ibride, metà uomo e metà motore, a simboleggiare la potenza aggressiva e muscolare, nel senso stretto del termine, associata di prassi al sesso maschile, anche detto infatti “sesso forte”, come da copione sociale.

In altre immagini il volto dell’artista appare coperto da maschere, a nascondere la vera identità dell’individuo in favore della rappresentazione di un banale stereotipo, il tutto a discapito di una sincera espressione dell’identità personale.

E ancora collages che mostrano l’artista scomparire nel mezzo di frammenti architettonici, fine polemica indirizzata verso la diffusa concezione – tradizione che l’architetto sia un mestiere destinato al sesso maschile, oppure colto in pose erotizzanti che lo trasformano in un dio antico, virile e sessualmente attraente secondo canoni ormai anacronistici che si rifanno a quella che l’artista definisce “mascolinità coloniale”, dove la virilità va di pari passo all’esercizio del potere sugli altri.

Burn what needs to be burned invita lo spettatore a sviluppare una nuova concezione dell’uomo e della sua energia al di fuori dagli schemi ormai desueti e a tratti risibili del passato, a interrogarsi sulle incongruenze che li caratterizzavano e a cercare un nuovo approccio al passo coi tempi.

 

 

Z2O Sara Zanin Gallery

via della Vetrina 21, Roma

Dal 1 dicembre 2018 al 19 gennaio 2019

www.z2ogalleria.it

Orario di apertura: da martedì a sabato 13:00 – 19:00 (o su appuntamento)

 

L’acqua di Talete. Opere di Josè Molina

E’ in corso presso il Museo Bilotti di Roma la mostra L’acqua di Talete, a cura di Roberto Gramiccia, che presenta una serie di opere dell’artista spagnolo Josè Molina.

Già dal titolo si evince che il tema intorno al quale ruoterà il percorso espositivo sarà quello dell’acqua, elemento primordiale e simbolico, fonte di vita e legato ai più svariati concetti. La scelta è anche un chiaro omaggio ai trascorsi della sede museale ospitante che, ben prima di essere adibita ad Aranciera, ossia verso la fine del Settecento, subì un ampliamento per volere di Marcantonio IV Borghese che la fece diventare il famoso Casino dei giuochi d’acqua, luogo per eventi e feste, famoso per gli effetti scenici destinati a stupire gli invitati.

Molina, che attraverso questa ricerca si vuole riallacciare al pensiero filosofo di Talete da Mileto, che sosteneva che la genesi del cosmo intero fosse scaturita dall’acqua, seleziona un corpus di opere che la vedono protagonista, insieme al rapporto tra uomo e natura. A livello stilistico è chiaro il rimando al mondo del surrealismo, con la presenza di soggetti che sembrano usciti da un sogno che a tratti sfocia nell’incubo o nelle profondità dell’inconscio. Anche le tre sculture presenti in mostra intitolate Io dubito, Io ricordo e Io immagino, sono un invito rivolto allo spettatore ad interrogarsi e indagarsi nella propria interiorità al fine di trovare la sua verità, diversa forse per ciascuno di noi.

Ed ecco che ancora l’acqua viene indagata per approfondire il suo rapporto privilegiato con l’universo femminile, come nei dipinti La prima mattina (2015) e Fiore di mare (2016), o come luogo di genesi e trasformazione, come testimoniano le figure metamorfiche e oniriche rappresentate nelle due opere inedite esposte, raffiguranti due figure ibride: un uomo e una donna immersi nel mare, con al posto delle gambe arti di tricheco il primo e un becco di tucano la seconda.

In mostra dipinti, disegni, sculture; per alcune opere José Molina ha realizzato anche le cornici, in materiali vari, che altro non sono che un naturale prolungamento dell’immagine che racchiudono, contribuendo così ad allargare il piano di interazione con l’osservatore e a rendere più completo il messaggio dell’artista. Completa la mostra, visitabile fino al prossimo 17 febbraio, “Humanitas”, catalogo antologico dell’opera di José Molina che include contributi di Mariella Casile, Francesco Mattana, Deodato Salafia e Federico Scassa.

 

 

Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese

Fino al 17 febbraio 2019

da martedì a venerdì ore 10.00 – 16.00   Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00

Ingresso gratuito alla mostra

CAMERA POP – La fotografia nella Pop Art di Warhol, Schifano & Co.

È in corso presso Camera Centro Italiano per la Fotografia a Torino la mostra CAMERA POP – La fotografia nella Pop Art di Warhol, Schifano & Co., che per la prima volta indaga il rapporto tra fotografia e arte Pop in tutta la sua complessità e in tutte le sue molteplici manifestazioni.

Il rapporto tra Pop Art e fotografia è sempre stato un argomento molto discusso. La Pop Art è stata forse la prima corrente artistica ad aver inglobato in maniera forte e costante la fotografia all’interno del proprio linguaggio, e secondo molti pertanto la prima ad aver interrotto il famoso “combattimento per l’immagine” (per citare un’altra storica mostra torinese) ingaggiato tra pittura e fotografia fin dalla nascita di quest’ultima. Nella Pop Art però la fotografia non è presente solo in maniera diretta, attraverso l’uso esplicito del mezzo da parte di molti artisti, ma anche in un modo più sottile, indiretto, in quella che è stata definita la “filosofia del fotografico” che sostiene e caratterizza tutta la poetica pop. A prescindere dall’utilizzo del mezzo o meno, in sostanza, c’è una coincidenza profonda e concettuale tra arte Pop e fotografia, quella che Claudio Marra ha definito “fotograficità implicita della Pop Art”. Walter Guadagnini – direttore di Camera e curatore della mostra, oltre che uno dei maggiori esperti di fotografia in Italia – ha impegnato la galleria nell’ambiziosa impresa di analizzare una volta per tutte questo complesso rapporto attraverso una grande esposizione. Con circa 150 opere esposte e la collaborazione di musei, fondazioni, artisti, collezioni private e archivi, italiani e stranieri, CAMERA POP rappresenta il più grande sforzo organizzativo messo in atto da Camera.

La mostra è divisa in sei sezioni, ognuna delle quali incentrata su un tema particolare e caratterizzata da un vocabolo significativo (i primi cinque sono tratti da una famosa definizione della Pop Art formulata da Richard Hamilton, l’ultimo da una altrettanto nota dichiarazione di Andy Warhol, il famoso slogan “Vorrei essere una macchina”).

La prima sala, definita dal vocabolo Popular, raccoglie gli incunamboli della Pop Art internazionale e i volti dei primi protagonisti della scena pop tra Londra, New York e Roma. Non poteva mancare in questa sezione un dittico eccezionale: il collage fotografico What is it that makes today’s homes so different, so appealing? di Richard Hamilton, considerato la prima opera pop della storia (qui nella versione digitalizzata dall’artista del 2004), affiancato dalla sua versione aggiornata sui cambiamenti della società e della tecnologia.

La seconda sala, intitolata Glamorous, è dedicata alle icone e ai miti pop. Le dieci Marilyn di Warhol (del 1967) dominano l’ambiente ed evidenziano come la Pop Art debba alla fotografia una parte centrale della propria natura, e anche del proprio successo.

La terza sala, Mass-produced, è dedicata all’altro grande tema del linguaggio pop: gli oggetti di uso comune e la produzione in serie. Nella sala sono riunite opere di Pistoletto, Jim Dine, Joe Tilson, Mimmo Rotella, e soprattutto è esposto il capolavoro Every building on the sunset strip di Ed Ruscha.

La quarta sala, caratterizzata dal termine Young, è dedicata interamente al lavoro di Ugo Mulas, il fotografo che più di tutti ha saputo documentare – ma anche interpretare – la natura e lo spirito dell’arte Pop e dei suoi rappresentanti. Circa 40 scatti di Mulas ci mostrano gli artisti nei loro studi newyorkesi (notevoli sopratutto le fotografie che ritraggono Warhol in azione nella sua Factory) e raccontano la mitica Biennale di Venezia del 1964.

La quinta sala, a tema Sexy, è una galleria di figure femminili (tra cui le modelle del celebre Calendario Pirelli e la Ragazza che cammina di Pistoletto) dedicata alla natura voyeuristica dello spettatore, tipica sia del mezzo fotografico che dello spirito pop.

Machine-like è il tema della sesta e ultima sala, che racconta più nello specifico il rapporto della pittura con la fotografia nella pratica della pop attraverso una serie di dipinti di grande qualità e impatto visivo, tra cui le celeberrime sedie elettriche di Warhol.

Nel corridoio principale sono poi rappresentati alcuni precursori della Pop, primo fra tutti ovviamente Robert Rauschenberg, ed esposte opere di Schifano, Franco Angeli, Bruno di Bello e Gianni Bertini. Uno spazio è poi dedicato alle polaroid di Warhol, esposte insieme a una delle macchinette con cui l’artista le scattava.

 

POP ART Portfolio – Ken Heyman
Roy Lichtenstein

 

Fino al 13 gennaio 2019.

Per maggiori informazioni: http://camera.to/mostre/camera-pop-la-fotografia-nella-pop-art-warhol-schifano-co/

 

This art is too smart: Waone alla Galleria Varsi

La Galleria Varsi, situata nel cuore del centro storico di Roma, è una tra le più importanti realtà che producono street culture nella capitale, e ormai da anni accoglie i migliori artisti attivi sulla scena underground internazionale. A varcare le sue porte stavolta è l’artista ucraino Vladimir Manzhos, in arte Waone. Dall’1 dicembre 2018 la galleria ospiterà infatti la personale This art is too smart, in cui sarà esposta una selezione di tele e disegni dell’artista, alcuni dei quali creati appositamente per l’occasione.

Waone, nato nel 1981 in Ucraina, vive e lavora a Kiev. Ha iniziato il suo percorso artistico in strada nel 1999, sviluppando negli anni un personale linguaggio fiabesco ben riconoscibile e fondando una particolarissima “forma eterea e trascendentale di muralismo contemporaneo”, come si legge sul suo sito. Ha continuato poi la sua evoluzione passando dal muro al foglio alla tela e creando composizioni sempre più complesse, ispirandosi ai grandi protagonisti del fumetto francese e belga e imitando l’estetica di incisioni e illustrazioni antiche. Dal 2003 al 2016 ha lavorato in duo con Aleksei Bordusov aka Aec al progetto Interesni Kazki (“Fiabe interessanti”), per poi tornare a dipingere da solo. Negli ultimi anni ha realizzato murales in tutto il mondo e ha tenuto mostre personali e collettive in diverse gallerie europee e americane.

Quello che caratterizza le opere di Waone è un universo simbolico e surreale, ispirato a scienza, natura, magia e pratiche spirituali. La sua narrativa è ricca di implicazioni mistiche ed esoteriche, e le sue storie sono piene di riferimenti alla fantascienza, alla numerologia, alla cosmologia e al folklore. Questo ed altro si potrà ammirare dal vivo in occasione della sua personale romana dall’1 dicembre al 12 gennaio prossimo. Oltre a opere in acrilico, inchiostro e gouache su tela e a disegni su carta, inoltre, sarà presentato in mostra anche un lavoro realizzato con l’ausilio della realtà aumentata in relazione all’opera Jump through time, in cui lo spettatore, tramite un’apposita App, potrà visualizzare un’animazione sul tema del tempo e assistere a una speciale narrazione in tre dimensioni.

 

 

This art is too smart – Waone

Dall’1 dicembre 2018 al 12 gennaio 2019

Opening 1 dicembre dalle ore 18.30

Galleria Varsi

Via di Grotta Pinta 38, Roma

www.galleriavarsi.it

Stessa spiaggia, stesso mare: il ritorno di Cristiano Carotti alla White Noise Gallery

Il mare nell’antichità aveva una connotazione negativa: era simbolo di caos primordiale, di morte, ed era visto come un luogo popolato da terribili mostri. Oggi, nel 2018, sembra proprio che nell’immaginario comune sia tornato ad avere lo stesso significato. I mostri che minacciano e infondono paura, però, non sono tritoni o serpenti giganti, ma i migranti. Nella mostra Stessa spiaggia, stesso mare, alla White Noise Gallery di Roma fino al 22 dicembre, Cristiano Carotti – artista visivo attivo anche nel campo del video, della musica e della performance – riflette su questo discorso, indagando le reazioni che i più recenti flussi migratori del Mediterraneo provocano nell’opinione pubblica e la nuova percezione del mare nella società italiana ed europea.

Con questa mostra Cristiano Carotti prosegue una ricerca sulle dinamiche sociali e sulle loro derive più estreme portata avanti da diversi anni. Già nel 2016, con la personale Dove Sono gli Ultrà, che aveva inaugurato la sua presenza alla White Noise Gallery, attraverso l’analisi dei simboli delle tifoserie calcistiche l’artista aveva fatto emergere il senso di sconfitta della razionalità occidentale in favore di dinamiche tribali, in una profonda riflessione sulla crisi dei modelli di democrazia occidentale. Con Stessa spiaggia, stesso mare Carotti dimostra ancora una volta alla White Noise – che nel frattempo ha cambiato sede, trasferendosi dalla periferia al cuore di Roma – di essere un artista consapevole della complessità del presente e in grado di analizzare con estrema lucidità i fenomeni che permeano la realtà contemporanea.

La mostra, a cura di Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti, raccoglie più di venti opere dell’artista. Nella sala principale, ad esempio, sono esposte diciotto sculture in ceramica (Scilla I-XVIII, 2018) rappresentanti minacciose creature dalla testa di lupo e il corpo di serpente marino e l’olio su tela Shipwreck of the Birds (2018), ispirato a La Zattera della Medusa di Théodore Géricault, mentre al piano inferiore troneggia la scultura Cariddi (2018), raffigurante un curioso mostro moderno, metà sirena e metà culturista.

Opera simbolo della mostra, però, è Seagull SS17 (2018), un’installazione “in grado di mostrare la doppia faccia dei nuovi fenomeni xenofobi legati ai movimenti populisti”. Si tratta di un paradossale pedalò armato: strumento rozzo ed inappropriato, ma al contempo pericoloso e minaccioso, che da icona nazional-popolare simbolo delle ferie d’agosto si trasforma per mano dell’artista nell’arma perfetta per il cittadino qualunque, travolto dalla paura e dall’odio verso i migranti e convinto perciò di dover affrontare un mare nuovamente pieno di mostri.

 

 

Cristiano Carotti – Stessa spiaggia, stesso mare

Fino al 22 dicembre 2018

White Noise Gallery
Via della Seggiola, 9

Roma

 

www.whitenoisegallery.it

 

C-CUT Homo Ab Homine Natus. La terza personale di Francesco Vezzoli alla Galleria Franco Noero

Tra la fitta agenda di eventi che ha invaso Torino durante la fiera dai numeri strabilianti di quest’anno, Artissima, una particolare menzione merita la mostra C-CUT Homo Ab Homine Natus, di Francesco Vezzoli presso la Galleria Franco Noero. Piazza Carignano, ha infatti accolto per la terza personale dell’artista, un ambientazione noire, con riferimenti chiari al cinema horror degli anni ‘70, che si lega profondamente con la Torino occulta di quegli anni. L’allestimento si è da subito adattato agli splendidi spazi interni del palazzo dove è ubicata la galleria. La mostra parte da un hambient con neon rossi che accompagnano il cammino dello spettatore preparandolo più che visivamente, mentalmente, all’opera C-CUT una scultura di un milite romano, dalla cui schiena con uno squarcio appare una testa in bronzo, anch’essa citazione di copie d’epoca romana, tardo repubblicana. L’opera ruota in maniera lenta, inquietante, come se si trattasse di un carillon a grandezza naturale, introducendo un’azione improbabile o forse dai tratti eccezionali: un parto di un uomo da un altro uomo.

Nell’irriverenza formale ed estetica che rappresenta un dato imprescindibile dell’operato artistico di Vezzoli, si incatena ancora una volta un’arte fatta di citazioni e richiami a un mondo antico, con pregi e difetti, che si reinventa e ripropone sotto gli occhi degli spettatori sotto molteplici forme. Nel caso di C-CUT, è chiara la connessione con la pratica della copia, diffusa in epoca romana e considerata come disgrazia e testimonianza, come lati di una stessa medaglia. Era anche pratica diffusa, l’utilizzo di dettagli contemporanei al tempo del committente dell’opera che si stagliavano in modo tante volte evidente nel rifacimento della scultura. Allo stesso modo, il taglio profondo che dilata e squarcia la schiena del milite è un riferimento estetico ai tagli di Fontana. Un concetto spaziale che Vezzoli adatta, ancora una volta, come rilettura di una precisa necessità: possibili aperture verso un’altrove e la scoperta di un infinito.

Vezzoli che come pratica diffusa si occupa di interventi estetici caratterizzati da ironia sarcastica e humor, ancora una volta reagisce al vecchio con un’estetica delle plastiche arbitraria, ancora una volta sfrontato, ma incessantemente ancorato a elementi indiscutibili e che hanno le loro radici in un passato, nemmeno troppo remoto. L’opera diffusa di Vezzoli, fa riflettere su un infinito che ha mille sfaccettature, induce a imparare a non soffermarsi sul superficiale, ma con caratteri quasi ludici, spinge ad andare oltre con l’immaginazione, facilitando collegamenti e spaziando da una forma d’arte a un’altra mantenendo ben chiaro il ruolo dello spettatore. L’essere umano, homo inter homines, è l’elemento centrale attraverso cui questa composizione arbitraria e, superficialmente, illogica prende vita e si attiva, in una contingenza di forme, l’opera si trasforma in una dimensione temporale sospesa che si espande all’infinito.

 

 

Francesco Vezzoli

C-CUT Homo Ab Homine Natus

fino al 12 gennaio 2019

Galleria Franco Noero

Piazza Carignano 2, Torino

Orari: dal martedì al sabato, h 12.00 – 20.00

Ingresso libero

 

Disegno Italiano del Novecento

Giovedì 22 novembre, alle ore 18.00, inaugura a Roma, presso la Galleria Russo, la mostra “Disegno Italiano del Novecento”, a cura di Fabio Benzi, che propone al visitatore un ricco corpus di disegni eseguiti dagli artisti più importanti del secolo scorso.

Il percorso espositivo contiene una carrellata completa dei vari movimenti artistici del Novecento e dei loro maggiori esponenti, le cui caratteristiche sono qui espresse attraverso il disegno. Gli artisti esposti sono nomi importantissimi della storia dell’arte italiana: si va da Umberto Boccioni, presente in questa sede con il ritratto di Nerina Piaggio, eseguito lo stesso anno della sua prematura morte, agli studi sull’espressione e sul dinamismo di Giacomo Balla, fino ad arrivare al rimando al mondo classico della pittura di Giorgio De Chirico, presente in mostra con un ritratto, insieme al fratello Alberto Savinio, esponente di un surrealismo onirico ed enigmatico. E ancora l’eleganza di Duilio Cambellotti, le prove di aeropittura di Geraredo Dottori, i volti di Amedeo Modigliani, i disegni di Casorati, Carrà, Severini e Morandi. Presente anche la Scuola Romana con delle opere di Scipione e Mafai, fino ad arrivare all’espressione forte e innovativa di Afro, Capogrossi e alle cromie intense di Guttuso. Sul fronte più recente non mancano le testimonianze di Schifano, Cucchi, Dorazio e Paladino, completando così in maniera totale questo excursus storico lungo cento anni.

Arricchisce la mostra un catalogo a colori edito dalla Manfredi Edizioni di Imola, sempre a cura di Fabio Benzi. Sono proprio le parole del curatore a raccontarci meglio il significato di questa mostra, che si incentra su medium del disegno: «Attraverso il disegno si coglie lo stato nascente dell’idea e la vera maestria dell’artista, in una sintesi massima del significato dell’arte […] il meccanismo primario del pensiero artistico, la matrice della creazione».

 

 

Galleria Russo

Via Alibert, 20 Roma

Dal 22 novembre al 12 dicembre 2018

Lunedì : 16.30 – 19.30 – Martedì – Sabato : 10.00 – 19.30

Info: www.galleriarusso.com

 

 

L’Atteso: sospensione ed enigma nella nuova installazione di Mike Nelson

Un’atmosfera di sospensione ed enigma avvolge dall’1 novembre scorso il Binario 1 delle OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino. Il merito di questa trasformazione è dell’imponente intervento installativo L’Atteso, realizzato dall’artista britannico Mike Nelson e a cura di Samuele Piazza. Fino al 3 febbraio sarà possibile entrare in questa sorta di gioco di ruolo, in cui diverse memorie e indizi stratificati creano una narrazione aperta a molteplici letture. Come in tutte le opere di Nelson, infatti, in L’Atteso ogni chiave di lettura predefinita è volutamente evitata e ogni comprensione definitiva negata. Lo spettatore è lasciato libero di creare il suo personale percorso e formare una propria individuale comprensione del luogo.

La navata del Binario 1 è convertita dall’artista in una sorta di parcheggio fantasma, in cui una ventina di veicoli ricoperti di polvere sono abbandonati accesi su un cumulo di macerie. Entrando nell’installazione lo scenario che il pubblico si trova di fronte è buio e cupo, illuminato solo dai fari delle misteriose auto parcheggiate, all’interno delle quali sono disseminati indizi – tracce di una vita ormai assente – come indumenti, mozziconi di sigarette, avanzi di cibo, musica alla radio, e così via. Sembra così di trovarsi in un film, o su una scena del crimine, di cui lo spettatore deve ricostruire le vicende. O meglio ancora si ha l’impressione di trovarsi all’interno di uno scenario post-apocalittico, con i visitatori che come tanti zombie si aggirano lentamente e in silenzio tra i resti di una vita che si può solo immaginare e che ora non c’è più.

Lo spazio inerte delle OGR, grazie al sorprendente intervento dell’artista, si è trasformato così in un limbo, in uno spazio altro, caratterizzato da una compresenza di temporalità diverse: in cui cioè un passato misterioso e una dimensione quasi archeologica, insieme all’immagine di un incombente futuro prossimo, si uniscono in un presente ambiguo e distopico. É uno spazio in cui in realtà non accade assolutamente nulla, eppure incredibilmente forte è l’impatto emotivo per chi ne varca la soglia.

Lo spazio in cui l’installazione si inserisce, inoltre – le OGR-Officine Grandi Riparazioni, reduci dalla fortunatissima prima edizione di Artissima Sound (che si è svolta dal 1 al 4 novembre scorsi) – è già di per se meritevole della visita. Storica fabbrica in cui si riparavano treni, è uno dei più importanti esempi di architettura industriale dell’Ottocento a Torino, recentemente trasformato in un nuovo cuore pulsante della creatività, della cultura e dello spettacolo.

 

 

MIKE NELSON – L’ATTESO

Fino al 3 febbraio 2019

OGR – Officine Grandi Riparazioni

Corso Castelfidardo, 22

Torino

http://www.ogrtorino.it/events/mike-nelson