Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Aron Demetz, Rigenerazioni

Rigenerazioni è la mostra dello scultore altoatesino Aron Demetz, a cura di Lorenzo Respi, visitabile presso la galleria Anna Marra di Roma fino al prossimo 30 novembre.

Classe 1972, Aron Demetz porta avanti il suo lavoro utilizzando quelli che sono le tecniche scultoree tradizionali del Sud Tirolo. Lo scultore sceglie accuratamente solo rami caduti e radici estirpate, non agisce su piante che sono ancora vive, che fanno ancora parte del ciclo naturale di crescita e sviluppo, ma cerca di dare una nuova vita a quegli elementi che ne sono stati estromessi, tenendo inoltre conto della loro forma, collocazione e tipologia.

I tronchi e le radici vengono poi lavorati nello studio dell’artista, dove vengono innalzati allo status di opera d’arte attraverso svariati tipi di lavorazione, che non dimentica però mai la loro origine. Il legno si rigenera, trova nuova espressione e nuova vita nelle forme umane che l’artista scolpisce, figure fortemente espressive che lasciano un segno nella memoria dello spettatore, specialmente perché il legno viene sottoposto a sollecitazioni di vario tipo, lacerazioni, bruciature, azioni volte a modificare la superficie naturale del materiale, rendendola diversa al tatto e alla vista, agendo come farebbero i fenomeni naturali o il tempo stesso.

Le figure umane di Demetz diventano simbolo di un processo di rigenerazione (da qui il titolo della mostra), che prende vita attraverso l’impeto purificante e forgiante del fuoco; questo processo deve per forza passare anche attraverso il dolore e la lacerazione, che rende gli elementi ancora più forti e consapevoli, diventando quindi parafrasi del dilemma dell’esistenza umana tutta. Quello della rigenerazione è un iter che interessa tutto il mondo naturale, sia animale che vegetale, e, simbolicamente, anche quello umano. Le piante provvedono durante tutto il loro ciclo vitale a sostituire le parti che perdono o che si lesionano, lo stesso fa l’uomo in un certo senso, sostituendo parti di sé che deve lasciar andare via, o che semplicemente muoiono in senso spirituale, in un continuum di fine e rinascita che dura per tutta la sua esistenza.

In mostra sculture realizzate in bronzo, legno carbonizzato e gesso, appartenenti a diverse serie realizzate dall’artista, come Advanced Minorities, Burning e Autarchia, oltre a opere nuove realizzate appositamente per questa mostra e ad alcuni piccoli bozzetti, atti a far comprendere ancora meglio i passaggi creativi che l’artista compie per arrivare all’opera finale. Completa la mostra catalogo edito Gangemi Editore, con un testo del curatore Lorenzo Respi.

 

 

ANNA MARRA CONTEMPORANEA

dal 9 ottobre 2018 al 30 novembre 2018

Via Sant’Angelo in pescheria 32 – Roma

info@galleriaannamarra.it

da lunedì a sabato, dalle ore 15.30 alle 19.30

 

Art with a view | A Miami Beach la nuova personale di Paola Pivi

Enigmatiche ed eclettiche, sono le opere con cui Paola Pivi ha inaugurato la sua nuova mostra personale Art with a view, nella straordinaria cornice di art deco del The Bass, museo di arte contemporanea di Miami Beach. Con la vista rivolta verso l’oceano, Pivi ha presentato un corpus di opere, alcune delle quali proposte al pubblico per la prima volta, in cui il filo conduttore si snoda sotto stratificazioni visive kitsch e giocose. Ciò che accomuna sotto molteplici aspetti le opere di Pivi, è la libertà. Le sue sculture, virano verso un’emancipazione estetica e formale che, come readymade duchampiani, stravolgono il loro principale senso e significato a favore di un cambio di rotta innovativo e ironico.

Le stanze del Bass fanno da cornice a nuove forme visive colorate che si muovono tra simboli antropomorfi, sculture improbabili e video in cui il gioco del non-sense crea situazioni paradossali. Paola Pivi, si distingue ancora una volta per una visione della scena fredda e distaccata, in cui non c’è un’attenzione emozionale ma puramente formale in cui l’artista presenta delle situazioni che sconfinano nella performance. La fotografia, così come la scultura, è per Pivi un’icona meditativa attraverso cui mettere in atto non solo scene paradossali e realmente accadute ma diventa il mezzo attraverso cui la realtà può essere rievocata e fissata a livello visivo nel tempo.

Se, dunque, gli spaventosi orsi ricoperti di piume di tacchino dai colori fluo lasciano il posto a figure antropomorfe, divertenti a causa delle situazioni paradossali in cui l’artista li inserisce, allo stesso modo le fotografie o i video ridefiniscono e manipolano la realtà. Installazioni o video che siano, la dimensione scultorea è una costante nell’elaborazione estetica delle opere di Paola Pivi. Questa tendenza è essenziale nel lavoro dell’artista poiché dirige lo sguardo e porta l’attenzione su una relazione fisica che si crea tra lo sguardo, il corpo e il tempo.

La mostra a cura di Justine Ludwig (ex capo curatore del Dallas Contemporary),fruibile per tutto il periodo di Art Basel e fino al 10 marzo 2019, è un ottimo esercizio visivo di connessioni stratificate. Le opere ci inducono a una ricerca tattile e ludica coinvolgente in cui l’attenzione per il paradosso e l’assurdo si uniscono per determinare situazioni altrettanto irriverenti. Ancora una volta il pubblico diventa un partecipante indispensabile che ridefinisce, ogni volta che si accosta a un’opera, l’idea stessa di arte fatta per interagire e manipolare la realtà in una commistione di ironia e sfida come lati di una stessa medaglia, in cui nessuno dei due ha mai il sopravvento sull’altro.

 

 

Paola Pivi: Art with a view

fino al 10 marzo 2019

The Bass

2100 Collins Ave, Miami Beach

Orari: dal mercoledì alla domenica, h 10:00 – 17:00

Ingresso: $10, ragazzi e studenti $5, bambini under 12 gratis

 

Solo/Diamond. Deadline

Alla galleria Rosso27sette arte contemporanea è in corso, dal 13 ottobre, la mostra Deadline, dedicata agli street artists Solo e Diamond.

Entrambi romani, entrambi diplomati all’Accademia di Belle Arti di Roma, portano avanti due ricerche diverse, evidenti nelle 28 opere esposte.

Il tratto più riconoscibile dei lavori di Diamond è l’evidente collegamento agli stilemi e alle iconografie femminili che appartengono al movimento liberty e all’Art Nouveau. Immediato per gli addetti ai lavori è il riconoscere ad esempio nelle sue figure femminili i tratti delle donne di Alfons Mucha, ad esempio.

Solo invece ha un background più vincolato ad un’arte di impronta Pop, corrente artistica che lo interessa particolarmente, soprattutto a quella che gravita intorno al mondo dei comics e dei supereroi.

Il percorso espositivo è composto da una serie di bozzetti e dalle riproduzioni su tela dei maggiori lavori di street art (e quindi murales) eseguiti dai due artisti negli ultimi anni.

La mostra è accompagnata da un catalogo che contiene testi critici di Giorgio De Finis e di Anya Baglioni; è proprio De Finis a spiegare l’intento di questi due artisti, che vogliono uscire dalle gabbie imposte ai cosiddetti “graffitari” dalla critica tradizionale, come ad esempio la convinzione che il loro operato debba essere di natura effimera e sparire quindi dopo un certo tempo, vista anche l’esposizione pubblica agli agenti atmosferici delle loro opere, o che la loro sede non possa essere quella che di solito viene deputata all’arte (musei, gallerie etc), e soprattutto che la loro azione nasca sempre da un gesto illegale, cioè dall’appropriarsi dello spazio pubblico per rappresentare qualcosa che verrà poi visto da una moltitudine di persone.

Solo e Diamond scardinano queste tesi, mostrando come il loro lavoro nasca da un progetto di studio (il bozzetto), come sia riproducibile (su tela o altri supporti, suffragando così la tesi della breve vita del murales), e che siano infine opere degne di apparire in un contesto come quello di una galleria d’arte a tutti gli effetti, affermando così la necessità di elevare lo status della street art rapportandolo in maniera più equa a quello di solito concesso all’arte di impronta più tradizionale.

 

 

Rosso20sette Arte Contemporanea

Via del Sudario, 39 – Roma

Fino al 10 novembre 2018

info@rosso27.com

 

 

 

 

People, riflessioni sull’identità. Eddie Peake in mostra alla Galleria Lorcan O’Neill

Inaugurata da circa un mese presso la Galleria Lorcan O’Neill, la nuova mostra di Eddie Peake, artista britannico, è una riflessione sull’identità, sul doppio e sulla maschera. Indaga, per la prima volta tramite il solo segno pittorico, un approccio coercitivo sulla psicologia dell’uomo. People è il primo esperimento in cui l’artista decide di abbandonare le atmosfere immergenti, quasi kitsch, intervallate da performance e installazioni che lo caratterizzano, a favore di un “ritorno alle origini” in cui il segno, l’azione pittorica, diventa essa stessa indagine di come il solo gesto possa innescare nell’individuo dinamiche riflessive e relazioni tra il sé interiore e la propria identità.

In un perenne tentativo brecktiano di rendere il pubblico consapevole di se stesso come astante e osservatore, Peake propone una visione doppia in cui la ricerca di sé si scontra costantemente con una visione paradossale e coercitiva dell’essere indissolubilmente legata alla sfera personale e quella sociale. La mostra presenta quattro serie di dipinti, da quelli di grandi dimensioni (Cinema Screens) che annientano ogni spazio tra sé e l’opera, portando verso un’esperienza onnicomprensiva a 360°, in cui il desiderio è rappresentato così come viene sperimentato e vissuto nelle relazioni, per poi passare agli autoritratti legati alla sfera del privato e che riflettono sul confronto diretto con l’altro al di fuori del sé, libero da ogni mascheramento. Infine, i dipinti Head/Text e i Mirror Canvases che riflettono sulle contraddizioni del momento socio-politico globale, indagando le diverse possibilità dell’uomo di porsi all’interno di un ambiente sociale incoerente.

Sebbene i dipinti siano strutturati secondo un segno quasi serigrafico, accompagnato a toni sgargianti e vivaci, segno costante della produzione artistica di Peake, la riflessione su cui l’artista costruisce le connessioni tra i suoi quadri è tutt’altro che positiva. La critica mossa dall’artista, da sempre provocatorio oscillando tra l’osceno e il grottesco, considera i propri personaggi come sottoposti a specifici ruoli o disegni predisposti o imposti dalla società. Le relazioni, di qualsiasi genere esse siano, compaiono costantemente nella produzione di Peake, in una visione drammatica in cui il desiderio e la fisicità si compongono di diverse sfaccettature da cui si determinano altrettanti punti di vista che necessitano di uno sguardo ravvicinato e attento.

La mostra mette insieme un percorso di riflessioni che pretendono di essere accolte e vissute in maniera più profonda. L’artista invita a non fermarsi all’apparenza, ma ci svela che quella stessa apparenza è, essa stessa, potente mezzo coercitivo che confonde e imbroglia l’individuo. La richiesta è quindi quella di soffermarsi e lasciare che sia il confronto tra il sé sociale e il sé privato ad attivare le opere in contingenze di visione.

 

 

Eddie Peake. People

fino al 10 novembre 2018

Galleria Lorcan O’Neill

Vicolo dei Catinari n.3, 00186 ROMA

 

Orari: da martedì a sabato, h 11:00 – 19:00

Ingresso libero

 

 

L’ordine del caos: Sarah Sze e le costellazioni visive in mostra alla Gagosian

Dopo essere stata scelta per rappresentare gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia del 2013 ed essere stata chiamata a partecipare alla mostra principale nel 2015, Sarah Sze ritorna in Italia con una splendida mostra che mette insieme alcune delle sue opere di recente realizzazione a metà tra scultura e pittura. Lo spazio della Gagosian di Roma, che ospita la mostra, si abbandona alla trasformazione che l’artista mette in atto, lasciando che siano i piccoli nuclei visivi realizzati dall’artista a ridefinire l’architettura degli spazi.

Sarah Sze è conosciuta a livello internazionale per le sue micro sculture che ragionano sull’interazione e sulla leggerezza. Come delle moderne composizione calderiane, le strutture di Sze ripensano il concetto tradizionale di scultura, rimodellandolo secondo l’utilizzo di materiali misti che si muovono dinamici verso un’apertura. Senza un centro focale preciso, questi piccoli tentacoli di immagini, colori e composizioni si snodano e si aprono nello spazio, obbligando lo spettatore a una duplice visione: una ravvicinata, che si sofferma sul dettaglio e una in larga scala, da lontano, che permette di percepire la composizione come un unicum, un organismo a sé stante, che vive e respira in autonomia. Questi piccoli sistemi, si mostrano al pubblico come costellazioni e strutture generative che implicano un’azione, un gesto, un’interazione e si aggirano attorno a una serie di interessi analitici e spaziali. La stanza ovale della Gagosian è percepita come una “lanterna magica” in cui, per di più, un’installazione video fa da cornice al piccolo cuore scultoreo posto al centro della stanza e lo ingloba in una tensione formale tra scultura e cinema.

Sze, propone altre chiavi di lettura che ne ridefiniscono l’approccio estetico. Queste nuove capacità di lettura si riscontrano anche nelle sue opere su tela in cui l’artista lavora attraverso la giustapposizione di elementi pittorici, ritagli di carta e altri oggetti, i quali ispirandosi alla natura e alla vita quotidiana giocano sulla loro tridimensionalità annientando la bidimensionalità della tela e implicando, nuovamente, un duplice sguardo che va dal macro al micro. Anche in questo caso, la formalità dell’opera pittorica si compone di una giustapposizione scultorea che implica inevitabilmente una minuziosa riorganizzazione di oggetti della vita quotidiana che, raggruppati in cumuli scultorei, innescano rapporti interattivi che lavorano sulla capacità percettiva e cognitiva del visitatore. Sze determina l’ossessiva manipolazione dell’oggetto d’uso quotidiano, attraverso la sua stessa messa in scena, materializzando anche gli aspetti più informali e astratti, come la luce, in piccoli ritagli di reale, ridefinendone lo status.

La mostra non solo si appresta a rivisitare lo spazio della galleria che diventa contemporaneamente luogo di un’azione e proiettore di immagini, ma tende a indagare le connessioni e molteplici capacità di visione che s’instaurano tra il pubblico e lo spazio che lo circonda. In una tensione scultorea, i microorganismi oggettuali di Sze si animano in un dinamismo informale e relazionale in continuo mutamento. Un’indagine sull’immagine in movimento che si muove dalla bidimensionalità della tela fino ad abbattere le architetture in una visione tridimensionale molteplice e innovativa.

 

 

SARAH SZE

Gagosian

Fino al 12 gennaio 2019

Ingresso libero

Orari: dal martedì al sabato, h 10:30 – 19:00

Via Francesco Crispi 16, Roma

Taking Care of the Garden of Eden: la natura invade la White Noise Gallery

Dopo il bosco verticale, l’orto portatile e tutte le altre forme di sopravvivenza della natura nell’ambiente antropizzato, arriva il giardino a misura d’uomo di Jesús Herrera Martínez. Serre e vegetazione incontenibile in zainetti portatili e foreste tropicali in moduli componibili creati dall’artista spagnolo sono in mostra alla White Noise Gallery fino al 3 novembre 2018, per la personale dal titolo Taking Care of the Garden of Eden.

Taking Care of the Garden of Eden è una mostra di pittura, ma i limiti del quadro nel senso tradizionale sono ampiamente superati. I due curatori Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti sono infatti sempre più proiettati verso una dimensione installativa e sperimentale per gli eventi ospitati nella loro galleria. Ad essere esposto in mostra in questo caso è un ciclo di opere inedite dedicate al tema della rappresentazione della natura, da sempre oggetto di attenzione privilegiato da parte degli artisti ma affrontato in maniera estremamente originale dal pittore spagnolo. Protagonisti della mostra sono gli Have, polittici richiudibili creati per essere indossati come zaini e fungere da finestre mobili su giardini segreti. Altre opere esposte sono poi gli esagoni, dei piccoli moduli dipinti, ideati per essere composti a proprio piacimento e in grado di trasformare superfici anonime in foreste tropicali. Fanno parte del ciclo anche cinque solidi platonici in ceramica, simbolo di una scienza assoluta, contrapposta alla natura ma al contempo suo metro di giudizio secondo l’artista.

Taking Care of the Garden of Eden è la seconda personale di Jesús Herrera Martínez alla White Noise, dopo Hyperbaroque del 2015, in cui il pittore si era cimentato in un provocatorio tributo al movimento culturale seicentesco del barocco. È anche la terza mostra che la galleria organizza nella nuova sede nel centro di Roma, in via della Seggiola, dove si è trasferita quest’anno lasciando la vecchia sede di San Lorenzo, che la ospitava dalla sua fondazione nel 2014.

 

 

22 settembre – 3 novembre 2018

White Noise Gallery

Via della Seggiola, 9

Roma

RAW 2018: Torna la settimana dell’arte contemporanea di Roma

322 artisti, 30 curatori, 154 strutture, 427 appuntamenti in 6 giorni: questi i numeri dell’edizione di quest’anno della RAW Rome Art Week, la manifestazione dedicata alla valorizzazione dell’arte contemporanea nella capitale. Dal 22 al 27 ottobre 2018, per il terzo anno consecutivo, Roma sarà sommersa da eventi dedicati all’arte e alla cultura. L’obiettivo dell’iniziativa, come sempre, è quello di costruire una rete che connetta le strutture espositive, gli artisti, i critici, i curatori, i collezionisti e gli appassionati, e di offrire al pubblico una panoramica completa di ciò che la città offre nel campo dell’arte contemporanea.

Fondazioni, gallerie, associazioni culturali, spazi indipendenti, accademie e istituti italiani e stranieri apriranno gratuitamente le loro porte al pubblico per tutta la settimana, e organizzeranno uno o più eventi per presentare la loro visione dell’arte. Lo stesso faranno gli artisti, organizzando open studio per illustrare la propria ricerca direttamente nel luogo in cui viene concepita o partecipando a mostre, con la collaborazione dei numerosi curatori iscritti alla manifestazione.

Strumento principale dell’iniziativa è la piattaforma online romeartweek.com, fondamentale durante i giorni della manifestazione per orientarsi tra i numerosissimi eventi in programma, e attiva anche tutto il resto dell’anno come mezzo per conoscere e raggiungere chi crea e promuove arte contemporanea a Roma. Sul sito si possono trovare le schede personali di ogni partecipante alla RAW divise per sezione (artisti, curatori, gallerie e istituzioni), il programma completo della manifestazione, e una utilissima mappa interattiva su cui sono segnati tutti gli eventi e i protagonisti. Quest’anno, inoltre, per la prima volta la mappa è divisa per zone, corrispondenti anche a dei giorni consigliati per visitarle. Ogni giorno, cioè, gli eventi sono concentrati in una determinata zona, così da consentire al pubblico di poter partecipare a più incontri possibili.

Anche quest’anno verranno organizzate tutti i giorni visite guidate con diversi percorsi, e venerdì 26 a Borgo Ripa si terrà anche la RAW Night, per festeggiare con cibo, musica e sopratutto arte. Tutto rigorosamente gratuito.

 

 

Rome Art Week 2018

22-27 ottobre 2018

Roma

https://romeartweek.com/it/

https://www.facebook.com/romeartweek

 

A un secolo dalla sua realizzazione rivede la luce un’opera inedita di Giacomo Balla

Forse non tutti sanno che a Roma, nella centrale via Milano, al civico 24, all’angolo con via Nazionale, circa un secolo fa sorgeva un rinomato locale, chiamato il “Bal tic tac”, che altro non era che il cabaret futurista della Capitale, sorto nel 1921 per volontà del gruppo di avanguardia, inaugurato da Filippo Tommaso Marinetti e rimasto aperto per un anno e mezzo. Qui si faceva musica jazz, si organizzavano serate culturali, proiezioni, era insomma un luogo dove si respirava fermento e innovazione.

Il cabaret si estendeva fino al primo piano di un edificio che oggi appartiene alla Banca d’Italia; al principio del 2017, durante dei lavori di ristrutturazione eseguiti per il Museo della Moneta che verrà aperto al pubblico nel 2021 in questa sede, è venuto allo scoperto in modo del tutto fortuito un murales di 80 metri quadrati, che si è rivelato essere la decorazione delle pareti e del soffitto dell’ingresso del Bal tic tac, eseguita dal maestro Giacomo Balla.

Le decorazioni del locale furono infatti affidate all’artista, che in quel periodo aveva già effettuato il passaggio che lo aveva portato a farsi chiamare “Futurballa”; dietro compenso di 4 mila lire, l’artista lavorò per quattro mesi, e, da genio poliedrico quale era, eseguì non solo il murale a tempera, ma ideò anche gli arredi e le suppellettili, rivelandosi un interior designer ante litteram.

Un’esplosione di forme colorate in movimento, una sinestesia di motivi eseguiti nei toni del giallo, del rosso, del blu e del marrone, che dopo un secolo sono ancora sorprendentemente vividi e soprattutto integri.

La parete presenta una parte centrale bianca di forma quadrata, che probabilmente era usata come schermo per le proiezioni cinematografiche, intorno alla quale si celebra questa sinfonia di cromie e di linee che prosegue anche sul soffitto, e che ci lascia immaginare l’eleganza e la modernità di questo luogo che fece molto parlare di sé all’epoca.

Il Bal tic tac purtroppo ebbe vita breve, e dopo la chiusura, al suo posto sorsero diverse attività, tra cui un negozio di luminarie, per cui si dava per scontato che la preziosa decorazione fosse andata perduta negli anni, coperta, cancellata, nascosta agli occhi degli esperti.

Una scoperta importantissima quindi, e totalmente inaspettata, che apre una nuova pagina della storia del Futurismo: il restauro del murale è già iniziato, verrà mantenuto al suo posto originario, e al suo termine sarà possibile al pubblico visitarlo.

Parallelamente a questo progetto, il Soprintendente di Roma Francesco Prosperetti ha già annunciato la riapertura della casa in via Oslavia, dove Balla visse e operò per trent’anni, impegno che verrà portato avanti insieme alla Banca d’Italia e agli eredi dell’artista.

 

 

René Magritte: The Fifth Season

Mele, pipe, massi volanti, cappelli a bombetta… questi i protagonisti degli ultimi mesi al San Francisco Moma, grazie alla mostra dedicata al pittore belga René Magritte, durata tutta l’estate e prossima alla conclusione.

La mostra, intitolata René Magritte: The Fifth Season, è dedicata in particolare all’ultima stagione della produzione del pittore surrealista, ovvero alle opere create tra gli anni 40 e gli anni 60. All’ultimo piano del museo, divise in nove gallerie tematiche, sono esposte più di settanta opere provenienti da musei e gallerie di tutto il mondo. Oltre ad alcuni grandi capolavori, sono presenti anche opere meno note, che permettono al pubblico di scoprire lati sconosciuti dell’artista e di uscire dalla propria comfort zone, confrontandosi con stranezze ed enigmi a cui non è abituato.

Una sala in particolare merita di essere menzionata, poiché vi accade qualcosa di irripetibile: quella dedicata all’Impero delle luci, il capolavoro magrittiano di cui per la prima volta sono riunite insieme, l’una accanto all’altra, ben sette versioni.

Grande spazio è poi dedicato all’interazione: attraverso un progetto di realtà aumentata il museo mette infatti a disposizione delle “finestre” digitali (in perfetto stile Magritte), attraverso le quali gli spettatori possono divertirsi a entrare all’interno dei quadri.

Familiari e stranianti allo stesso tempo, le opere in mostra riflettono tutte sul tema della percezione, dello slittamento tra ciò che si vede e ciò che si sa. Fanno emergere i paradossi della realtà e sovvertono le nostre aspettative sul mondo che ci circonda. Non è un caso che il pittore veniva definito “le saboteur tranquille”, proprio per la sua capacità di insinuare dubbi sul reale.

Bilanciando sapientemente filosofia, ironia e fantasia, Magritte ha saputo mettere in questione le nostre capacità percettive, la distanza tra realtà e finzione, arrivando spesso ad anticipare l’arte concettuale. “Il valore dell’arte – diceva Magritte – è in funzione del suo potere di rivelazione liberatrice”. Se i suoi quadri rappresentano sogni e immaginazione, perciò, lo scopo non è però creare mondi utopici e felici, ma quello sovversivo e rivoluzionario di sviluppare uno spirito critico, in altre parole per far aprire gli occhi, svegliare dal torpore della mente. Per riprendere le sue stesse parole, “I sogni non vogliono farvi dormire, al contrario, vogliono svegliare”.

 

 

Rene Magritte: The Fifth Season

19 maggio – 28 ottobre 2018

San Francisco Museum of Modern Art

www.sfmoma.org

Spazio Urano: un nuovo centro culturale nel cuore del Pigneto

Il quartiere Pigneto di Roma negli ultimi anni è stato colonizzato da molte realtà creative, che, innestandosi sul tessuto urbano preesistente, lo hanno fortemente trasformato, convertendolo in un distretto creativo diffuso e conferendogli un volto nuovo, alternativo a quello associato alla grande presenza di attività legate alla vita notturna, a cui deve in parte la sua fama di zona malfamata o degradata.

Una nuova realtà creativa e culturale, Spazio Urano, verrà inaugurata nel quartiere il prossimo sabato 20 ottobre. Si tratta nello specifico di un luogo di incontro per artisti e appassionati d’arte, il cui scopo sarà quello di ospitare attività culturali e didattiche, come mostre, eventi e workshop di varia natura.

Lo spazio sarà anche sede dello studio del pittore di origine campana Francesco Campese, ormai adottato dal Pigneto, dove ha lavorato per molti anni presso l’atelier StudioSotterraneo, condiviso con altri cinque artisti.

In occasione dell’inaugurazione dello Spazio Urano una selezione dei lavori più importanti di Campese sarà esposta al pubblico attraverso la mostra Etere, a cura di Simona Pandolfi. Saranno esposte opere dai suoi due cicli più importanti, Architectures 2009-1017 e Landscape 2017, in cui lo sfondo si fa paradossalmente protagonista, ogni riferimento alla figura umana è completamente eluso, e forte è l’ispirazione ai grandi artisti del passato (spesso sfociando anche in citazioni dirette), a partire dai primitivi italiani come Giotto e Piero della Francesca, passando per Antonello da Messina, fino ad arrivare alle atmosfere sospese della Metafisica di De Chirico, delle nature morte di Giorgio Morandi e degli scenari urbani di Edward Hopper.

Lo studio di Campese e la mostra saranno visitabili fino al 27 ottobre, in occasione della Rome Art Week.

 

 

22 – 27 ottobre 2018

Inaugurazione sabato 20 ottobre, ore 18.00

Spazio Urano

via Sampiero di Bastelica, 12

Roma