Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Gli anti-monumenti dei Gelitin ancora a Milano fino al 22 aprile

Prorogata fino al 22 aprile alla Fondazione Prada di Milano la mostra Pokalypsea-Apokalypse-Okalypseap del collettivo austriaco Gelitin. Terzo appuntamento del progetto Slight Agitation, la mostra, che avrebbe dovuto concludersi lo scorso 26 febbraio, è incentrata sul dialogo con lo spazio e con lo spettatore.

Per chi ancora non l’avesse vista, l’esposizione si compone di tre grandi installazioni: Arc de Triomphe, Fumami e Iglu, tre anti-monumenti che tramite l’ironia puntano a coinvolgere il pubblico e rovesciare significati. Tutte e tre le opere, infatti, si riferiscono a degli archetipi architettonici simbolo di potere, di cui capovolgono però il senso. Arc de Triomphe è l’esempio più lampante. Rifacimento di un’opera realizzata per la prima volta nel 2003, rappresenta un uomo con il corpo inarcato che dal pene si schizza dell’acqua direttamente in bocca, un’immagine che, abbinata a due forme fondamentali di esibizione del potere come l’arco e la fontana, crea un monumento eccentrico e irriverente, di forte critica al concetto di autocelebrazione. Lo stesso fanno Iglu, una sorta di obelisco o colonna dal chiaro riferimento fallico, e Fumami, una struttura di legno che imita la forma di un anfiteatro, con cui il pubblico è invitato a interagire. I visitatori possono infatti entrare nell’opera, salire le scale, sedersi sugli spalti e perfino compiere una performance (sono infatti invitati a fumare una sigaretta al centro dell’installazione).

Attraverso le immagini simboliche dell’arco, dell’obelisco e dell’anfiteatro, i Gelitin mettono in atto anche questa volta la critica alle istituzioni che da sempre caratterizza il loro lavoro. E qui in Italia, a quanto pare, il loro linguaggio schietto e la loro filosofia del piacere e del divertimento non dispiace affatto. Lo dimostra la proroga alla Fondazione Prada, ma anche il fatto che non è la prima volta che i quattro artisti portano avanti un’operazione del genere nel nostro paese. Già nel 2005, infatti, con il famoso Pink Rabbit di Colletto Fava, ci avevano donato un anti-monumento curioso e improbabile.

 

 

Fino al 22 aprile

Fondazione Prada

Largo Isarco, 2 – Milano

http://www.fondazioneprada.org/project/sligth-agitation-34-gelitin/

 

Evol e Lorenzo Castore: le varie forme dell’abitare

Esistono varie declinazioni del concetto di abitare: c’è l’aspetto intimo e privato del rapporto tra l’uomo e il proprio rifugio personale, ma esiste anche la dimensione collettiva e condivisa dell’edilizia residenziale e delle periferie urbane. Fino al 31 marzo la Galleria del Cembalo di Roma propone un doppio percorso espositivo dedicato al tema, ospitando le mostre Ultimo Domicilio del fotografo fiorentino Lorenzo Castore e Housing dello street artist berlinese Tore Rinkveld, in arte Evol. I due artisti, nati entrambi all’inizio degli anni Settanta ma molto distanti in quanto a percorso professionale, si interrogano sul tema spaziando tra i concetti di interno ed esterno, pubblico e privato, personale e collettivo.

Ultimo Domicilio è un progetto fotografico portato avanti da Lorenzo Castore a partire dal 2008, di cui sono in mostra a Roma 12 fotografie di grande formato e un cortometraggio. Ognuna delle opere esposte è dedicata ad un’abitazione che ha fatto parte in qualche modo della vita dell’artista, e che oggi si trova abbandonata. L’idea alla base del progetto è infatti quella di rinvenire tracce di vite vissute all’interno delle abitazioni che le hanno ospitate, dimostrando come le case raccontino molto dei propri abitanti, anche quando essi smettono di occuparle. È così che le sue opere, attraverso il filtro fotografico ma anche quello della memoria, ci mostrano echi di feste, passioni e stili di vita, di storie di amicizie e parentele ormai lontane nel tempo.

La mostra Housing di Evol, invece, propone edifici e paesaggi urbani in miniatura, realizzati utilizzando spray e stencil su oggetti di recupero come cassettiere, scatole di derivazione, cartoni e così via. L’artista, creando queste installazioni illusionistiche, riflette sulla dimensione abitativa nelle grandi metropoli, alienante nella sua ossessiva ripetitività. Le sue famose cassettiere da ufficio, ad esempio, già esposte di recente a Roma in occasione della mostra Cross the Streets al Macro, da normali elementi d’arredo si trasformano in edifici residenziali di qualche anonima periferia degradata, grazie all’aggiunta da parte dell’artista di graffiti, finestre, balconi e antenne dipinti. Alcuni dettagli come etichette e nastri adesivi restano però a testimoniare l’originale funzione di questi oggetti, mescolando così tra loro interni ed esterni, con un effetto straniante di sovrapposizione d’identità.

Le due mostre, insomma, illustrano le diverse declinazioni dell’abitare, riflettendo e confrontandosi su temi comuni ma secondo punti di vista differenti. Nella mostra di Castore, a cura di Mario Peliti e Laura Serani, i protagonisti sono gli interni, con un’attenzione particolare alla concezione più intima dell’abitare. In quella di Evol, a cura di Donatella Pistocchi e Alessia Venditti, al contrario sono gli esterni i soggetti della ricerca ed è la dimensione plurale e condivisa dell’edilizia residenziale ad essere oggetto di riflessione. Entrambe le mostre, però, sono costrette anche a confrontarsi con un ulteriore declinazione del tema, quella dell’edificio che le ospita, il Palazzo Borghese, uno dei più noti e maestosi esempi di edilizia privata a Roma. Le opere e gli spettatori si trovano infatti a interagire anche con lo splendido cortile interno, gli affreschi e il mobilio della galleria, che già da soli valgono la pena di andare a fare un salto!

 

 

Fino al 31 marzo 2018

Galleria del Cembalo

Largo della Fontanella di Borghese, 19 – Roma

 

www.galleriadelcembalo.it/ita/ultimo-domicilio
www.galleriadelcembalo.it/ita/housing

San Lorenzo. Giovanni De Cataldo

San Lorenzo è la prima personale del giovane artista Giovanni De Cataldo, in mostra alla galleria Z2O di Sara Zanin fino al prossimo 17 marzo.

L’artista punta la sua attenzione sulla materia, che esula in questa sede dai concetti tradizionalmente ad essa associati, quali la forma, la funzione, il significato.

Le griglie in PVC ad esempio, dal classico colore arancione, che fanno ormai parte del panorama stradale cittadino, evocando l’idea dei lavori in corso, sono qui tirate come dei telai, diventando superficie attraversabile dall’aria e dal contesto, materia plastica che si fa elemento quasi atmosferico.

I guardrail verniciati o i pezzi di lamiera, lavorati dall’artista, catturano lo sguardo del visitatore, ponendosi come oggetti pop, dalle cromie accese, che non reclamizzano però altro se non loro stessi in quanto elementi scultorei prelevati dal reale: De Cataldo, attraverso interventi quasi industriali quali la cromatura o la zincatura, interviene sulla materia a sua disposizione, creando delle superfici che diventano effetto luminoso, indirizzando così lo sguardo su giochi di linee e curvature che danno accesso a fenomeni di rifrazione e soprattutto ad una perdita del senso della funzione originaria dei materiali usati.

Il concetto diventa particolarmente chiaro nel caso delle rosette che da sempre decorano i coperchi dei nasoni, le caratteristiche fontanelle pubbliche di Roma; ecco che, reinterpretate in una molteplicità di materiali (marmo, cera, alluminio), diventano elemento decorativo a sé stante, è la loro consistenza a determinarne l’effetto finale, sono libere dal loro precedente essere semplice parte costituente dell’oggetto atto al rifornimento idrico del passante della capitale, tornano a una loro essenza primigenia ancora non contaminata.

San Lorenzo è un quartiere di Roma, luogo prediletto da più generazioni di artisti, che qui hanno scelto di avere il loro studio, e zona verace e popolare, che ha mantenuto una sua indipendenza autoctona dal resto della città. De Cataldo preleva dal tessuto urbano materiali vari, dandogli dignità a sé, uno status scevro come dicevamo da connotazioni posteriori o accessorie, allineandosi in questo modo a quella politica dell’essere genuinamente sé stessi associabile al mood del quartiere sopracitato che dà il titolo all’esposizione.

 

 

Z2O Sara Zanin Gallery – Via della Vetrina, 21 – Roma

Dal 10 febbraio al 17 marzo 2018

Dal martedì al sabato dalle ore 13.00 alle ore 19.00

www.z2ogalleria.it

 

Il corpo con le ali. Eadweard Muybridge, Dirk Baumanns e il disegno futurista

La Galleria Futurism & Co. dedica la seconda esposizione dalla sua apertura,  a cura di Giancarlo Carpi, ad un interessante confronto tra passato e contemporaneo.

Il tema centrale della mostra è il movimento, il concetto dinamico associato ad un corpo, declinato in questa sede in una serie di opere appartenenti ad epoche e generi diversi: fotografia, pittura, performance, installazione.

L’inglese Eadweard Muybridge, pioniere dell’indagine fotografica sul movimento, è presente con 18 splendide tavole tratte della serie Animal Locomotion; la sua attenzione si focalizza su diversi soggetti, colti in azioni e spostamenti nello spazio; che si tratti di una cavallo da corsa o di figure umane, femminili e maschili, la sequenza in progressione dei loro movimenti immortalata da Muybridge anticipa quello che sarà lo spezzone cinematografico e si pone in un’interessante posizione a metà tra lo studio scientifico e l’estetica della dinamica.

Particolarmente intensa è l’impressione che viene dal lavoro di Dirk Baumanns, artista nato in Germania nel 1980: la parete centrale della galleria è infatti dedicata ad una sua installazione, composta da dipinti e fotografie (quest’ultime eseguite da Giò Montez), tratti dalla performance dal titolo Black Priest.

Baumanns diventa qui maschera, incarna il personaggio del prete nero, dando prova di grande immedesimazione e vena sardonica; si denuda progressivamente del costume di scena, e si colora di bianco e nero, i toni della fotografia tradizionale, per poi lasciare una serie di tracce su tavole di tela bianca, le stesse che troviamo infine appese a parete in mostra, testimonianza palpabile del momento finale della perfomance. Oltre all’ impronta lasciata dal suo corpo in azione, compare anche quella più meccanica lasciata da una ruota verniciata; se il trait d’union de Il corpo con le ali è la velocità, il guizzo e le metamorfosi che compie un corpo colto nella mutevolezza dello spostarsi nel tempo e nello spazio, si coglie chiaramente il collegamento tra queste immagini e quelle che gli stanno attorno, lontane nel tempo ma non nelle intenzioni.

Ecco che i segni dell’artista tedesco si legano come un filo ininterrotto a quelli rappresentati dalle linee e dai colori dei 30 disegni futuristi esposti: di rilevo la presenza dell’opera di Giacomo Balla intitolata Piedigrotta Uomo in corsa + rumore + linea di velocità + luci insieme a una serie di splendidi costumi teatrali realizzati da Fortunato Depero, ma non solo, Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Mario Sironi, grandi nomi di un passato che si focalizzava sulla ricerca della resa del movimento in tutte le arti conosciute.

L’esposizione quindi non è in questo caso una semplice raccolta di opere accomunate dalla tematica o dallo stile, ma diviene sorprendentemente un flusso ininterrotto di energia, uno scambio reciproco, un fertile dialogo visivo e concettuale tra passato e presente, ulteriore prova degli sviluppi del concetto di movimento e delle sue rappresentazioni nel tempo.

 

 

Galleria Futurism & Co.

Via Mario De Fiori 68, Roma

Dall’ 8 febbraio al 30 maggio 2018

Orari: Lunedì: 14.00 – 19.30 Martedì – Sabato: 11.30 – 19.30

http://www.futurismandco.com

 

 

Blackout. Jennifer Allora – Guillermo Calzadilla

Il Maxxi ospita fino al prossimo 30 maggio una serie di opere del duo composto da Jennifer Allora e Guillermo Calzadilla, due artisti che operano assieme da anni, spaziando dalla scultura alla fotografia, fino ad arrivare alla video art.

La loro attività di ricerca è fortemente connessa con gli aspetti socio-politici e culturali del territorio, nella fattispecie di quello dello stato di Portorico, dove vivono e lavorano.

Il tema base della mostra è quello dell’energia, che viene analizzato attraverso lo specchio del paese, che in questo momento storico è gravato da una forte crisi economica specialmente in questo settore.

Gli artisti scelgono di inserire spesso nelle opere in mostra immagini relative all’isola di Vieques, che si trova al largo di Portorico. Vieques è stata usata negli ultimi 60 anni dall’esercito statunitense come base per esercitazioni militari, causando forti danni all’ecosistema nonchè agli abitanti stessi, che nel 2003 tramite un’azione di riappropriamento del territorio sono riusciti a espellere le forze armate attuando un vero e proprio processo di demilitarizzazione.

Nel video Returning a sound ad esempio, si vede un “ribelle” che si aggira per l’isola a bordo di una moto munita di tromba, un richiamo simbolico al risveglio rivolto agli altri isolani.

Anche nella coppia di serigrafie dal titolo Contract AOC L e Contract SWMU 4-2 torna la presenza di questo luogo, attraverso le immagini di una serie palme, che a prima vista sembrano collegarsi all’iconografia tradizionalmente associata al paradiso tropicale e che si rivelano invece per quello che in realtà sono, ossia segnali, usati sempre dall’esercito statunitense, al fine di indicare i luoghi dell’isola preposti allo smaltimento di rifiuti pericolosi.

Petrified petrol pump è una curiosa scultura fossile, reperto archeologico del futuro che indicherà le nostre obsolete forme di utilizzo dell’energia, e che starà anche a simboleggiare una traccia che lasceremo ai nostri posteri, testimonianza culturale di nuovo associata al tema delle risorse energetiche.

Blackout è l’opera cardine della mostra, una scultura che altro non è che un assemblaggio di un trasformatore elettrico con altri elementi quali isolatori in ceramica e bobine della PREPA, l’autorità portoricana per l’energia, principale causa dell’enorme debito pubblico nazionale a causa di errate speculazioni. La scultura diventa una sorta di terrificante centrale elettrica, che produce sotto forma di suoni il flusso e le oscillazioni dell’energia, creando un apparato sonoro che interagisce con lo spazio espositivo e il visitatore.

 

 

MAXXI

Via Guido Reni 4A, Roma

Dal 16 febbraio al 30 maggio 2018

Orario: dal martedì al venerdì, ore 11.00-19.00 Sabato 11-20, Lunedì chiuso

www.maxxi.it

 

 

Marina Desogus. Arte nella vita

Marina Desogus, artista oristanese, è animata dal profondo coinvolgimento interiore e un profondo impatto espressivo verso un’arte sempre più ecclettica. L’artista è animata da un profondo coinvolgimento interiore come risposta per un impatto rivolto alla ricerca di nuove forme d’espressione.

Marina Desogus ha sempre attribuito al gesto pittorico un determinato valore interiore, trasferendo in esso la propria ricerca interiora. Come d’altronde dimostrano tutte le sue opere, tra spazzi geometrici ben definiti, immersi nelle calde tonalità, che si amalgamano virtuosamente per fare spazio alla linea incisiva del contorno, che segna la dimensione esistenziale del confine. Si tratta di opere plastiche che sembrano danzare in questa ricerca cromatica, da colori caldi che illuminano fino a terre cromatiche sempre più cupe, che avvolgano come un manto nero le opere, per fare spazio alla ricerca intima tra il reale e l’immaginario della vita.

L’amore per la pittura, come per la scultura ha influenzato la vena artistica della pittrice oristanese, spingendola sempre in modo spontaneo e naturale a rappresentare uno stile tutto suo, dove emerge la consistenza della materia e quindi un senso plastico visibile nelle forme.

Le sue opere sembrano quasi plasmate in argilla, mettendo in risalto la ricerca dei volumi plastici, da conferire un’armonia all’occhio dello spettatore. Tutto questo ha portato a introdurre, l’artista a una pittura sempre più gestuale, nella ricerca di forme e materia, dove l’elemento grafico si attenua nelle armoniose pennellate. Un’opera sinuosa e allo stesso tempo elegante, visibile nella coesistenza della materia.

L’importanza che attribuisce Marina Desogus alla materia e al suo aspetto concreto e tangibile, come spesso è riconoscibile la forte inclinazione a modellare i dipinti, come sa fare una ceramista. In questi anni ha sperimentato la sua vena artistica, alla ricerca della consapevolezza del suo “io” interiore.

Figure silenziose, connotate dalla suddivisione di campi cromatici ben definite e pieni di colori, talvolta accostati dolcemente in un gruppo di figure, come colti in un momento d’intimità o affettività. La linea del contorno è sempre ben marcata che accompagna, come una carezza, i profili, le sagome, attribuendo maggiore pathos al dipinto.

 

Cesare Tacchi. Una retrospettiva

Il Palazzo delle Esposizioni di Roma dedica una ricca monografica a Cesare Tacchi, esponente della Pop Art romana nonché membro della cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo.

La mostra, a cura di Daniela Lancioni e Ilaria Bernardi, presenta un corpus di più di 100 opere, ed è divisa in raggruppamenti tematici, che segnano il percorso di questo artista che, sebbene venga inquadrato in una determinata compagine storica, ha saputo mantenere una sua indipendenza che lo ha reso libero da un inquadramento stilistico del tutto determinabile.

Si comincia con le opere giovanili, antecedenti alla sua prima mostra importante che si tenne nel 1959 a Roma, per poi essere catturati da una serie di smalti su tela, rappresentanti dettagli tratti dalla vita quotidiana, una vita sempre in corsa, colta in un movimento che non permette la fissità dello sguardo bensì ne esalta la singola parte come nucleo del tutto.

Si prosegue poi con le Tappezzerie, sicuramente la sua serie più nota; tele estroflesse, imbottite, denotate da una morbidezza che invita al tatto, una soffice rappresentazione di giovani, di coppie innamorate, di momenti di intimità che non sconfinano mai nel romanticismo fine a sé stesso ma sono fortemente colorati da un’estetica pop e quasi pubblicitaria, ritratti di interni e di esterni dediti allo svago e al dialogo.

Gli oggetti-quadro sono uno dei passaggi più significativi del percorso di Tacchi; esposti per la prima volta nel 1965 alla galleria La Tartaruga, sembrano a prima vista complementi d’arredo pop che invece, oltre a sorpassare definitivamente la dimensione della tela, sconfinano nell’ironico in quanto completamente privi di una possibilità d’uso (basti ricordare le poltrone inutilizzabili esposte alla famosa mostra di Germano Celant del 1967 alla Galleria Bertesca di Genova, con il quale si affermò la nascita della nuova Art Povera). Da evidenziare la presenza in mostra della Cornice, in prestito dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, che offre il suo interno vuoto allo spettatore dandogli un’effettiva possibilità di interazione con l’opera.

La famosa performance Cancellazione d’artista del 1968, dove Tacchi, posizionato dietro una lastra di vetro, spariva progressivamente alla vista del pubblico mentre la verniciava, è qui testimoniata dalla presenza della lastra finale, completamente dipinta, reperto che riporta il pubblico al momento culminante dell’azione compiuta dall’artista ben cinquant’anni prima.

Completano il percorso le opere di stampo concettuale e il ritorno alla pittura degli anni ’80, nonché la serie fotografica di Elisabetta Catalano che lo vede compiere il processo inverso a quello effettuato durante la sopracitata Cancellazione: Tacchi sparisce e riappare a piacimento, completamente libero da vincoli esterni, mai del tutto fermo in una sola parte della sua ricerca, gesto che si fa manifesto di quello che in effetti è stato il modus operandi di questo artista da riscoprire.

 

 

 

Palazzo delle Esposizioni

Via Nazionale 194, Roma

Dal 7 febbraio al 6 maggio 2018

Domenica, martedì, mercoledì e giovedì dalle 10.00 alle 20.00

Venerdì e sabato dalle 10.00 alle 22.30

https://www.palazzoesposizioni.it

 

Come in una favola. I ritratti caleidoscopici di Silvia Mei

Un naso forse troppo grande, occhi troppo piccoli e capelli spettinati, ma come vediamo i volti ritratti da Silvia Mei? A primo impatto son visi palesemente bizzarri. Un’alternanza fantasmagorica di luci, colori e figure. Volti spigolosi, a momenti animaleschi dove l’espressione è data da un forte impatto gestuale, quasi violento del pastello, ma a tratti accompagnato da una morbida pennellata di colori accesi.

«In questi lavori ho dipinto di getto, partivo pensando a un autoritratto ma poi veniva fuori che avevo dipinto mia sorella». Semplice: ampio spazio alla fantasia, ad abiti colorati e a strani elementi come orecchini, corolle, insetti e macchie di colore, col fine di arricchire quanto più possibile un ritratto ancora embrionale.

Di matrice dunque neoespressionista, Silvia Mei sposa un’arte che altro non è che il risultato di una miscela super originale, Picasso, Dubuffet, Baselitz, e perché no anche Rousseau e Chagall.

La spigolosità dei cubisti, l’informale degli Otages, nei personaggi della Mei si legge quasi un horror vacui che ricorda anche le giungle di Rousseau, specialmente nelle grandi foglie verdi che attorniano i suoi ritratti.

Ma perché anche Chagall? Cosa può avere di più a cuore una sarda che vive a Milano? Le maschere della Sardegna hanno sempre avuto un certo fascino, e specialmente per un cuore sardo doc stanno al primo posto. Così, come Chagall raccontava la sua infanzia tramite la fiaba, anche nelle opere della Mei affiora la profonda nostalgia della Sardegna, creando una perfetta sintesi tra il lessico cubista, percepito nelle forme squadrate dei volti, e il linguaggio semplice e popolare del romanticismo dell’artista.

«Cerco di esprimere l’umore e il volto è il mezzo con cui lo faccio. Prima non me ne accorgevo, ma ultimamente sono sempre più consapevole del fatto che le mie figure sono sicuramente, inconsciamente, nate dall’immaginario delle maschere sarde. I riferimenti sono tanti, e da quando mi sono trasferita a Milano, sento il legame con la Sardegna sempre più forte».

Dopo essersi diplomata al liceo artistico di Cagliari, Silvia prosegue gli studi a Sassari e a Brera. Inizia ad esporre dal 2008, sia in Sardegna che in Italia, acquistando pian piano un grandissimo successo. Nel 2015 approda nella grande mela con una prima mostra personale alla Molly Krom Gallery, facendo innamorare la gallerista Amalia Merson.

 

Le numerose irregolarità. Katharina Grosse e Tatiana Trouvè

L’Accademia di Francia presso Villa Medici di Roma ospita dal 2 febbraio la mostra Le numerose irregolarità, quarto ed ultimo appuntamento del ciclo UNE,  progetto ideato dalla direttrice Muriel Mayette-Holtz e curato da Chiara Parisi, che si pone come obiettivo la messa a confronto tra coppie di artisti femminili attraverso l’interazione delle loro opere (ricordiamo a tal proposito una delle mostre che si sono svolte all’interno di questo ciclo nell’ultimo anno: quella che ha visto protagoniste Yoko Ono e Claire Tabouret).

Katharina Grosse e Tatiana Trouvè, tedesca la prima e italo-francese la seconda, si mettono in relazione con lo spazio aulico e potente che le ospita, quello di Villa Medici, con una serie di interventi che spaziano dalla pittura all’installazione.

Katharina Grosse lascia che il colore prenda piede, che quasi divori lo spazio circostante, dandogli nuova forma e dimensione, creando pareti in movimento, come nel caso di Untitled, un drappo di seta bianco sul quale campeggia una grande zona verde.

L’impatto visivo più forte del suo contributo viene senza dubbio dall’opera site specific intitolata Ingres Wood, un connubio di scultura, pittura e installazione, tre modalità espressive che convivono qui simultanemante. Un fiume di stoffa colorata cola lungo la cordonata medicea, elemento cardine e dell’intero palazzo; il visitatore è invitato a percorrerla, avendo così la possibilità di  dialogare in maniera diretta con l’opera.

Il titolo è un chiaro riferimento all’origine del legname utilizzato, provenienti dal giardino stesso di Villa Medici, dal pino che il grande maestro francese Ingres fece piantare durante il suo periodo di direzione dell’Accademia al principio del XIX secolo qui a Roma. La storia passata si fa presente, il colore si fa spazio, il mondo naturale diventa elemento architettonico.

Tatiana Trouvé propone invece una serie di installazioni e di assemblaggi, con degli accostamenti stranianti di oggetti e un uso eterogeneo dei materiali, come in Notes on sculptures, September 15th, « Peter », dove un paio di scarpe posizionate al di sotto di un piccolo tavolo diventano impronta scultorea, traccia del vissuto di qualcuno che perde la sua identità nell’oggettività della nuda rappresentazione di una parte di sè.

L’installazione dal titolo Les Indéfinis, del 2017, ci mostra invece un gruppo di aste di ferro inserite su dei basamenti di pietra o di legno, posizionate davanti a una parete di plexiglas trasparente; sembrano voler degli individui che tentano di instaurare tra loro un dialogo, ma lo scambio non riesce, restano lontani, non si crea una sinergia tale da unire la visione del loro insieme, e questo produce un’immagine finale di solitaria vicinanza.

 

 

Le numerose irregolarità. Katharina Grosse e Tatiana Trouvè

Villa Medici – Accademia di Francia a Roma

Piazza di Trinità di Monti, 1

Dal 2 febbraio al 29 aprile 2018

www.villamedici.it

 

Franco Losvizzero, 11 – La Porta Alchemica

Una porta è un passaggio, un’entrata, un’uscita, un luogo di confine, un diaframma che separa e mette in contatto.

Una porta alchemica è qualcosa di più, è un ponte tra dimensioni, tra l’esserci e il non esserci più.

La Galleria di Pio Monti presenta 11 – La Porta Alchemica, mostra dedicata a Franco Losvizzero, artista italiano pluripremiato, che, attraverso un corpus di 11 opere, ci trascina, guidati dall’ironico e disturbante personaggio-feticcio della donna coniglio bianco, in un altrove magico e misterioso.

Già presente in precedenti performances, questa figura, incarnata appunto da un corpo femminile esile e lunare che indossa una maschera da coniglio, viene qui ritratta in una serie di istantanee che la mostrano incorniciata da alcuni luoghi simbolo della capitale, come la Porta Alchemica di Piazza Vittorio (che dà il titolo alla mostra) o il Tempietto di San Pietro in Montorio.

La leggenda narra che la Porta in questione facesse parte di un complesso più grande, che nel XVII secolo era di proprietà del Marchese Palombara, alchimista ed esoterico. Ecco il perché delle misteriose formule e degli strani simboli che vennero scolpiti sopra gli stipiti della porta stessa.

Le opere esposte giocano a richiamare, attraverso l’utilizzo del fondo oro e della commistione dei materiali, quello che era lo scopo di vita degli alchimisti dei tempi antichi: trovare la pietra filosofale, quell’oggetto capace di trasformare la materia comune nel più prezioso dei metalli e di far ottenere la conoscenza del Tutto. Non dimentichiamo inoltre che l’11 è il numero della trasformazione e della chiamata spirituale.

I protagonisti delle opere sono degli esseri mutevoli, colti nell’atto del fondersi tra il qui e l’oltre, riconoscibili a tratti nelle forme che però già stanno diventando altro da ciò che appare a prima vista. Tra loro anche divinità mostruose, in parte uomini in parte animali, colte nell’atto di giocare senza vergogna con il proprio erotismo o mentre sviscerano letteralmente il loro corpo.

Mutevolezza e trascendenza li caratterizzano, appartengono a tratti al conosciuto ma già parlano di altri sistemi, di altri livelli di comprensione, sospesi e pronti a far capolino dalle porte dell’occulto e del magico. La mostra propone un viaggio alla scoperta di qualcosa di sfuggente, che fa del suo essere inafferrabile il suo vero punto di forza, poiché è la ricerca di quel qualcosa di indescrivibile a parole che ci spinge a muoverci, ad avventurarci, a sperimentare. E ognuno di noi può provarci trovando la sua personale Porta Alchemica da attraversare.

 

 

Galleria Pio Monti Arte Contemporanea – Piazza Mattei, 18 – Roma

Fino all’11 febbraio 2018

Dal lunedì al sabato dalle ore 12.00 alle ore 20.00

http://piomonti.com/