Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

On The Breadline: intervista a Elena Bellantoni

“To be on the breadline” in inglese significa letteralmente essere sulla “linea del pane”, ma vuol dire anche riuscire a malapena a sfamarsi, trovarsi cioè sulla soglia di povertà che ha segnato (e ancora oggi segna) la storia di molte persone e di molti paesi. Il pane del resto non è solo la base della nostra alimentazione e un simbolo religioso-culturale di abbondanza e condivisione, ma è anche l’emblema delle rivolte popolari avvenute in ogni epoca nel nome della giustizia e dell’uguaglianza sociale.
“On The Breadline” è anche il titolo del progetto vincitore della IV edizione di Italian Council, il bando indetto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali con il fine di promuovere l’arte contemporanea italiana nel mondo.
Si tratta di un progetto artistico itinerante, promosso dall’associazione culturale tutta al femminile Wunderbar Cultural Projects e ideato da Elena Bellantoni, artista visiva che lavora con video, installazione e performance partecipative (tra le protagoniste della collettiva You Got To Burn To Shine appena conclusa alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma).
Il progetto durerà un anno, e per realizzarlo l’artista attraverserà quattro città: Belgrado, Istanbul, Atene e Palermo. On The Breadline prevede però anche tutta un’altra serie di spostamenti, non solo quello fisico (dell’artista), ma anche linguistico, e di forte scambio con le realtà locali. In ogni città infatti l’artista metterà in atto una performance, facendo interpretare a dei cori di giovani ragazze il canto di protesta Bread & Roses – tratto da un discorso pronunciato nel 1912 dalla leader femminista Rose Schneiderman – tradotto nelle lingue dei paesi coinvolti, in un originale cortocircuito tra passato e presente.
Partito da Belgrado a fine marzo, il progetto si concluderà nel 2020 con la realizzazione di un video a quattro canali, di una mostra – curata da Benedetta Carpi De Resmini – e di un libro.
Abbiamo intervistato l’artista per saperne di più.

Come è nato il progetto On The Breadline?
On the Breadline è un progetto che avevo in testa da un po’ che ho deciso di presentare per Italian Council, un bando del Mibac pensato sul modello dei council inglesi, l’unico che sostiene in modo cospicuo gli artisti italiani. In realtà non sostiene solo gli artisti ma anche i musei italiani, a cui vanno in donazione i lavori prodotti che entrano in collezione. Nel mio caso è l’Istituto Centrale per la Grafica di Roma, un museo che colleziona stampa e grafica, ma che negli ultimi anni ha iniziato a collezionare anche video: una forma evoluta, contemporanea, dell’incisione. Sono molto contenta di aver vinto questo premio perché il mio non è un progetto semplice, andava necessariamente finanziato, perché mette in linea quattro paesi: l’Italia, la Serbia, la Grecia e la Turchia.

Come mai proprio questi quattro paesi? Come li ha scelti?
Il titolo del progetto è On The Breadline, e “breadline” è una parola inglese un po’ ambigua, perché è sia la linea del pane, tradotta in maniera letterale, ma è anche la linea di povertà, ed è in qualche modo una linea di crisi che io ho segnato in questi quattro paesi, che sono tutti collegati con la cultura Mediterranea, e che negli ultimi anni per vari motivi hanno subito delle crisi economiche e politiche.

Quindi questo discorso sulla “breadline” è più riferito alla situazione attuale che a momenti storici passati?
In realtà si riferisce a entrambi. A Palermo, per esempio, c’è stata una famosa rivolta del pane nel 1944, mentre in Grecia nel 1973, durante la dittatura dei colonnelli, gli studenti hanno manifestato gridando “vogliamo pane e istruzione” davanti al Politecnico di Atene. In Serbia durante il periodo dell’embargo ci sono state tantissime manifestazioni in cui si chiedeva il pane, e la stessa cosa anche in Turchia, durante le manifestazioni di piazza Taksim. Quindi il pane è un po’ il simbolo che lega tutti questi paesi. C’è un bellissimo testo di Predrag Matvejević che si chiama Pane nostro, in cui lo scrittore ripercorre proprio questa storia.

Nel progetto è centrale anche l’interesse per la lingua di questi quattro paesi…
Si, c’è anche un discorso specifico legato alla lingua, e lavorare sulla lingua è lavorare sull’identità. Il testo su cui ho deciso di concentrarmi è il frutto di un discorso politico fatto dalla leader femminista Rose Schneiderman durante uno sciopero di lavoratrici negli anni Dieci del Novecento. Questo testo, diventato poi una poesia e una canzone, viene considerato in qualche modo anche l’inno dei lavoratori e delle lavoratrici. Il testo esisteva solo in inglese, non era mai stato tradotto in altre lingue, allora ho deciso di farlo. L’ho appena tradotto in serbo, ci sono stati diversi passaggi: la prima traduzione è stata letterale, poi con un poeta-paroliere abbiamo fatto un adattamento musicale, e poi la partitura musicale – che è un’altra traduzione ancora – l’ha fatta Sandra Cotronei, direttrice del Coro Inni e Canti di Lotta e nel Laboratorio di canto politico della Scuola Popolare di Musica di Testaccio.

Perché ha scelto proprio dei cori per interpretare questo testo?
La dimensione della protesta, dello sciopero in generale per me è collettiva non individuale, il gruppo ha una forza che il singolo non ha. Cercavo in particolare un gruppo di donne, e il coro dà questo effetto, del camminare insieme e di più voci che si uniscono. Per me in questo lavoro è importante il dare voce e il prendere parola.

A proposito di donne, ho notato che On The Breadline è un progetto tutto al femminile (dall’artista, alla curatrice, all’ente promotore, ai cori, alla compositrice della musica, ecc.), come mai questa scelta? È presente anche in questo progetto, come spesso nei suoi lavori, una componente di indagine sulla questione femminile?
La “questione femminile” mi interessa e mi attraversa sia come artista donna che come cittadina, ovviamente. Non è la prima volta che faccio un lavoro legato alla condizione della donna nella società contemporanea: ne ho fatto uno l’anno scorso sulla pubblicità sessista (The Highlighter, un progetto curato da Benedetta Carpi De Resmini in collaborazione con Una Vetrina ed il progetto Indipendents del MAXXI) e un altro quest’anno sulle miss bambine (a cura di Caroline Corbetta, uscito sul Il Crepaccio Insta-show). In tutti i paesi coinvolti nel progetto, compresa l’Italia, stiamo combattendo per creare dei nuovi paradigmi femminili. Mi interessava perciò dare voce alle donne, anche perché ultimamente – dal movimento #MeToo alle le manifestazioni di Non Una Di Meno – stiamo riscendendo nuovamente in piazza, sempre più coese, e stiamo riprendendo la parola. Io però non amo i lavori didascalici, se devo parlare della condizione femminile lo faccio a mio modo, lavorando sul piano poetico, visivo e musicale. Non è quindi un lavoro di denuncia e basta.

Il risultato finale del progetto sarà un video a quattro canali e una mostra. Ci sarà modo anche di seguirla passo passo durante tutto il percorso?
Si, c’è un sito con tutte le informazioni – che da questa settimana sarà online – e poi abbiamo attivato tutti i social. Ci sarà anche un libro, edito da Quodlibet, che sarà quasi un diario di viaggio, con gli interventi di Riccardo Venturi, Stefano Chiodi, Elena Agudio e della curatrice Benedetta Carpi De Resmini. Sto facendo anche delle performance in solitaria nelle quattro città. Ne ho già fatta una a Belgrado che si chiama You&Me On The Breadline e un’altra al Kalemegdan che si chiama Armed Body, poi dovremo capire come mettere in mostra tutti questi materiali che sto raccogliendo. Insieme alla video installazione produrrò infatti un disco in vinile 33 giri, dei piccoli pani di ceramica e dei disegni a china. La mostra sarà nel 2020, sicuramente in Italia, e poi riporterò anche indietro il lavoro finito nei paesi dove sono stata.

Quindi non sa esattamente quello che troverà e produrrà in ogni tappa, è tutto un po’ in divenire…
Si, la bellezza – ma anche la grande difficoltà – del progetto è proprio questa. Io lavoro sempre sulla tensione, anche con le performance partecipative, perché non sai mai quello che succederà. In questo caso ho una struttura che si ripete che è la mia “breadline”: da remoto con la project manager Manuela Contino e la curatrice gestiamo la scelta dei cori, dei partner locali ed i rapporti con i vari Istituti di Cultura. In ogni città però ci sono tante variabili, anche perché io non parlo la lingua locale, e parto sempre da sola. Lavoro poi con un assistente del posto o un’associazione equivalente di Wundebar Cultural Project, e costruisco in loco il tessuto su cui lavoro attraverso interviste, incontri e così via. Il lavoro è quindi fortemente connotato dal territorio.

Un’ultima domanda: abbiamo detto che questo progetto sarà realizzato grazie a Italian Council, un bando nato per promuovere l’arte contemporanea italiana nel mondo. Secondo lei – che ha sempre girato molto, aprendo anche qualche anno fa uno spazio espositivo a Berlino – com’è la situazione attuale dell’arte contemporanea italiana nel mondo? A che punto siamo?
È molto complessa! Gli artisti italiani che vanno fuori devono spesso autofinanziarsi. Questi premi invece servono proprio a questo: a far circolare l’arte italiana, a renderla più visibile e conosciuta fuori dal nostro Paese. Io che sono un’artista indipendente e ho sempre fatto tutto da sola, non dimenticherò mai la sensazione che ho provato sull’aereo per la Serbia, di dire “sto partendo, questo progetto che avevo in testa più di un anno fa sta diventando reale e mi stanno pagando per questo!”. Sono molto riconoscente per questa possibilità e soprattutto per questo riconoscimento del mio lavoro. Anche perché in Italia la figura dell’artista non è sempre molto valorizzata, da nessun punto di vista, né legale, né istituzionale. Italian Council è sicuramente un passo in avanti, poi sarebbe bello che ci fossero iniziative del genere anche a livello regionale o comunale. Comunque sono molto soddisfatta di essere arrivata fin qui.

Come il cielo ed il mare è l’azzurro

Piero Guccione nasce a Scicli nel 1935 e muore a Modica nel 2018; è stato un artista e incisore italiano.
Si forma all’Istituto di Belle Arti di Catania per poi trasferirsi a Roma nel 1954 dove si iscrive all’Accademia di Belle Arti.
Dal 1962 al 1964 prende parte al gruppo di pittori realisti “Il pro e il contro”, affiancato da nomi come Attardi, Farulli, Guerreschi e Vespignani.
Dal 1966 al 1969 fu assistente di Renato Guttuso presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, entrando così in contatto con i maggiori artisti italiani del tempo.
Guccione iniziò a esporre le sue opere presso il Metropolitan di New York, al Palazzo Reale di Mi-lano, La Biennale di Venezia; e ancora tante altre città come Madrid, Basilea, Chicago, Parigi ecc.
Nel 1988 a Napoli vince il premio come miglior artista dell’anno seguito poi da Burri, Schifano e Perez; pochi anni dopo nel 1995 viene nominato accademico di San Luca.
Dopo la morte di Burri e Fontana ha rappresentato e si è fatto portavoce della sintesi di pittura figurativa e astratta del panorama artistico italiano.
Venne definito da Sgarbi come il più grande artista degli ultimi cinquant’anni; e nessuno meglio di lui riuscì a rappresentare l’essenza e il turbamento dell’uomo occidentale.

Il 7/04/2019 è stata inaugurata nel Museo d’Arte del Mendrisio la mostra di opere di Guccione dal titolo La pittura come il mare.
In un’intervista fattagli pochi mesi prima della sua scomparsa, egli disse di esser attratto dalla asso-luta immobilità del mare che però è in costate movimento, sempre.
Soffermandoci su ogni dipinto possiamo ammirare tutte le sfaccettature dell’azzurro, tra mare e cielo e l’imprecisa ma precisa prospettiva aerea che unisce e congiunge terra e cielo; come se Guccione vedesse una continuità tra quelle meravigliose “distese azzurre” che Battisti cita nella sua canzone.
Quando nasci isolano, rimani isolano. Trasferimenti per lunghi periodi o per tutta la vita non potranno mai cambiare il tuo cuore. Quando nasci isolano, resti isolano; e il mare è l’unica via di fuga. Quest’ultima non vedetela come accezione negativa, ma bensì come un bisogno impellente; una cura a tutti i mali.
Perché quando vogliamo stare un po’ soli, rifugiarci nei pensieri, chiacchierare senza aprir bocca, liberare la mente, fantasticare e sognare; il mare è sempre il nostro miglior confidente e amico. Ognuno di noi ha forse bisogno di un punto fisso? O abbiamo bisogno di un punto che sembra fisso ma in realtà è incostante movimento? O forse siamo noi che vorremmo esser come il mare all’apparenza fissi ma in costante movimento, per poi scontrarci con le rocce e dar vita ad una magnifica esplosione.
E credetemi Guccione il suo mare non l’ha mai dimenticato.

“La pittura come il mare” in mostra dal 7/04/2019 al 30/06/2019.
Museo d’arte Mendrisio
Piazzetta dei Serviti 1
CH – 6850 Mendrisio
Tel. 0041 (0)58 688 33 50
museo@mendrisio.ch

Le immagini in movimento di Julian Rosefeldt

Mancano pochi giorni alla chiusura della mostra di Julian Rosefeldt presso il Palazzo delle Esposizioni, artista e attualmente borsista presso l’Accademia Tedesca di Roma a Villa Massimo. Manifesto è un progetto audace e coraggioso che punta i riflettori su un processo artistico che assume connotati politici, riportando in auge manifesti della storia dell’arte, dell’architettura e del cinema, che vengono percepiti come attuali riflessioni di un’arte che necessita un risveglio politico attraverso una precisa e attenta scelta di luoghi, parole e composizioni.
Grazie alla mostra, Julian Rosefeldt è riuscito a spostare l’attenzione del pubblico non solo su di sé ma su un lavoro che indaga le immagini in movimento e che crea un ibrido tra l’arte video e il cinema. L’artista, che si occupa di opere video da oltre vent’anni, presenta una ricerca basata prima di tutto sui dettagli, citazioni e costruzioni formali della scena che tendono a rivisitare l’uso del video, la sua percezione stilistica sia estetica che formale puntando, attraverso la stessa, a decostruirne i cliché. Il cinema diventa un pretesto per una costruzione precisa che cambia di lavoro in lavoro, in cui la scena si costruisce attraverso sovrapposizioni e decontestualizzazioni in cui ciò che resta della volontà dell’artista è il senso di collettività attraverso l’uso del singolo. In Manifesto, ad esempio, la costruzione stilistica dei tredici video, ma anche la necessità installativa accompagna lo spettatore in brevi momenti in cui tutto si annulla e nel silenzio, come delle litanie o delle preghiere, la voce dell’arte parla direttamente allo spettatore, invadendolo non solo visivamente ma anche mentalmente.
L’accuratezza delle immagini, nasce da una ricerca precisa dove il paesaggio assume, molto spesso, un ruolo fondamentale. Le opere di Rosefeldt sembrano essere costruite intorno un’idea architettonica della scena, gli spazi sono sequenze logiche di un percorso ragionato che fa perno, a volte, su testi e citazioni che fanno da collante con il resto dell’azione. Nelle messe in scena emerge sempre un livello meta-narrativo. I set in cui si svolge l’azione, sottolineano un mondo che è finzione, dove tutto ciò che vediamo nasce da ciò che abbiamo già visto, sentito o studiato. Allo stesso tempo, ciò che quindi ci è familiare viene messo in discussione dal tipo di narrazione che provoca, a volte diverte e a volte confonde lo spettatore.
Seppur si tratti di impostazione cinematografica, le opere dell’artista hanno la capacità di liberarsi dei costrutti formali che le vincolano ad una precisa produzione estetica, in favore di una costruzione che ha più a che vedere con l’installazione. I set, le scene, i monologhi, sono organizzati e pensati necessariamente anche secondo il loro uso e la loro destinazione finale, in cui l’assetto installattivo è immaginato per un coinvolgimento totale del pubblico, ricettore naturale delle composizioni stesse.

Bild 043

Die Ausstellung/Filminstallation ‪#‎MANIFESTO‬ von Julian Rosefeldt im Hamburger Bahnhof- Museum für Gegenwart. 13 Mal Cate Blanchett und 52 Manifeste.
© Foto: David von Becker

Claudio Imperatore. Messalina, Agrippina e le ombre di una dinastia

Va in scena presso il Museo dell’Ara Pacis di Roma il racconto della vita dell’Imperatore Claudio, a cui è dedicata la mostra Claudio Imperatore. Messalina, Agrippina e le ombre di una dinastia, a cura di Claudio Parisi Presicce e Lucia Spagnuolo, con la collaborazione di Orietta Rossini.
La tappa romana segue quella francese, terminata il mese scorso presso il Musée des Beaux-Arts de Lyon: è proprio in questa città, il cui nome nell’antichità era Lugdunum, che Claudio nacque nell’agosto del 10 a.C.
La sua storia è ricca di intrighi e colpi di scena, e ben si inserisce nelle complesse vicende della dinastia giulio-claudia: divenuto imperatore a cinquant’anni, dopo le tragiche morti dei suoi predecessori (il fratello Germanico morì cadendo da cavallo, e suo figlio, Caligola, venne assassinato). Si sposò ben quattro volte, e la più nota delle sue consorti fu senza dubbio Messalina, più giovane di lui di 35 anni, famosa per il suo comportamento licenzioso e i facili costumi, madre di Britannico, il primo erede maschio di questa dinastia a nascere da un imperatore regnante. Claudio morì nel 54 d. C. per mano dell’ultima moglie, Agrippina, figlia di Germanico e sorella di Caligola; al suo posto salì al trono figlio di lei, il celebre Nerone.
La mostra intende raccontare la storia di questo imperatore sotto nuovi punti di vista, sottolineandone l’operato politico, legislativo ed amministrativo.
Tra le opere esposte, provenienti da importanti musei italiani e internazionali come il Musée du Louvre, i Musei Vaticani, il Kunsthistorisches Museum di Vienna e il British Museum di Londra spicca la Tabula Claudiana, su cui è impresso il famoso discorso tenuto da Claudio in Senato nel 48 d.C. sull’apertura ai notabili galli del consesso senatorio e il Ritratto di Germanico, proveniente dalla Fondazione Sorgente Group ed esposto in questa sede per la prima volta.

Paris, musÈe du Louvre. MA1231.

Un momento della presentazione della mostra “Claudio imperatore. Messalina, Agrippina e le ombre di una dinastia” presso il Museo dell’Ara Pacis, Roma, 5 aprile 2019. ANSA/ANGELO CARCONI

Museo dell’Ara Pacis
Dal 6 aprile al 27 ottobre 2019
Tutti i giorni dalle 9.30 alle 19.30
www.arapacis.it

Oltre il segno, il gesto. Oltre il colore, il bianco. Marco Strappato in mostra da The Gallery Apart

Al di là dello spazio, al di là del colore c’è un momento, un attimo in cui tutto è sospeso, come annullato. Il colore bianco, brillante, si staglia monocromo sulle pareti e una poesia di visioni esplode nel silenzio della sala. Una sintesi di tanti elementi, di tecnologie silenziose, sono pochissimi tratti che creano però immagini mentali di lontani paesaggi, il mare, una vela, il sole. Au-delà, un epilogo di una ricerca, è la mostra ospitata negli spazi di The Gallery Apart e visitabile fino al 26 aprile. La quarta personale nella galleria romana, per l’esattezza, di Marco Strappato artista marchigiano impiegato nella sperimentazione e ricerca pittorica attraverso l’uso di nuovi supporti e nuove tecnologie.
Un tempo sospeso è quello in cui si entra una volta varcata la porta d’ingresso della galleria. Non ci sono riferimenti temporali precisi, tutto sembra suggerire qualcosa che è assopito nell’immaginario personale di ciascun visitatore. Ritorna prepotentemente il mare, il suo dolce increspare o l’orizzonte con due soli che quasi si sovrappongono. Poi le stampe o le grandi tavole lignee, come ricordo neppure troppo lontano delle ricerche di Bonalumi, Fontana, Manzoni e Ghirri in cui la semplicità e la riduzione dei segni diventano una stratificazione di elementi mentali e paesaggi visuali ideali che nella loro bidimensionalità e, a volte tridimensionalità, sembrano implicare uno sguardo che va oltre la semplice visione.
Strappato lavora attraverso una ricerca che sfocia nell’esistenziale. L’artista guarda ai grandi del passato, rielaborandone i contenuti, facendone proprie le riflessioni senza però omaggiarli bensì interpretando e rivisitando in stratificazioni semantiche le immagini mediante l’uso ricorrente della tecnologia grazie alla quale Strappato riduce all’estremo gli elementi, azzerandone la difficoltà e la complessità del suo utilizzo.
Se il segno nasconde una gestualità articolata, quella della tecnologia, l’uso del monocromo invece evoca la potenza di quel segno, delle linee che, seppur nella loro apparente semplicità, spezzano la calma dell’atmosfera sospesa e atemporale e permettono di ritrovare quelle immagini personali e individuali del passato, le radici di un luogo o dei ricordi sbiaditi. Come il bianco di un foglio o di una tela, le opere si rimettono all’immaginario personale dell’artista che in una matura rielaborazione dei segni ha la capacità di raccontare un mondo, il suo personale a cui sovrapporre il nostro, ritrovarne la calma e da lì ricominciare.

Au-delà di Marco Strappato
fino al 26 aprile 2019
The Gallery Apart
Via Francesco Negri 43, Roma
Orari: dal martedì al venerdì, h 15.00 – 19.00
Ingresso gratuito

Donne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione

La figura femminile, il suo fascino, le sue molteplici identità e il suo avanzare nella storia sono il tema centrale della mostra Donne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione, in corso dal mese scorso presso la Galleria d’Arte Moderna di Roma.
Un percorso espositivo dislocato su tutti i tre piani del museo, con un corpus di più di cento opere (quadri, sculture, fotografie, video), alcune mai esposte prima, provenienti principalmente dalla ricchissima collezione permanente della galleria capitolina, eseguite da una serie di importanti artisti operanti da fine Ottocento fino ai giorni nostri.
La donna viene indagata nelle sue molteplici sfaccettature, nella sua incredibile profondità, nel suoi possibili ruoli: quello di portatrice di vita, come nel dipinto Maternità di Luigi Trifoglio, quello di misteriosa seduttrice ne Il dubbio, iconico lavoro di Giacomo Balla, o ancora come incarnazione di una natura rigogliosa e fiorita nel dipinto Nel parco eseguito da Amedeo Bocchi. Non mancano in mostra prove di importanti correnti artistiche sviluppatesi nel corso del Novecento, come il Realismo Magico della Donna alla Toletta di Antonio Donghi, ipnotica rappresentazione della vanità femminile oltre lo spazio e il tempo.
Un repertorio variegato che ci permette di indagare come il punto di vista dell’artista sulle donne sia cambiato nel tempo: dalla rappresentazione del suo potere ammaliatore o della sua angelica innocenza si arriva alla celebrazione della presa di potere raggiunta attraverso un secolo di lotte femminili, frutto della volontà di essere riconosciute come soggetti pensanti e dall’esigenza di ottenere parità di diritti, sia sul piano politico che su quello personale.
La mostra, a cura di Arianna Angelelli, Federica Pirani, Gloria Raimondi e Daniela Vasta è affiancata da numerosi eventi culturali, come letture, performance, proiezioni e serate musicali a tema; completano inoltre il percorso espositivo videoinstallazioni, film d’artista e documenti fotografici provenienti dalla Cineteca di Bologna e da ARCHIVIA – Archivi Biblioteche Centri Documentazione delle Donne, oltre a spezzoni di performance eseguite da artiste al femminile. Particolarmente interessante è la proiezione di Bellissima, film del 2004 di Giovanna Gagliardi prodotto dall’Istituto Luce-Cinecittà, che attraverso materiale documentario eterogeneo ci narra la storia delle donne nel corso del ventesimo secolo.


Galleria d’Arte Moderna
Via Francesco Crispi 24 – Roma
Dal 24 gennaio al 13 ottobre 2019
da martedì a domenica ore 10.00 – 18.30
http://www.galleriaartemodernaroma.it/

Intervista all’artista Mauro Moledda

Ringrazio Mauro per questa bella chiacchierata e per averci raccontato attimi del suo vissuto.
Con il migliore augurio, affinché questo amore per l’arte sia sempre il filo conduttore della vita.

– Come è nato il suo amore per l’arte?
Sono nato nel 1954 e posso dire di aver amato l’arte già da bambino; passavo le ore a disegnare, era sufficiente avere un foglio e una penna per perdermi in storie o battaglie improbabili. A scuola mi pubblicavano disegni a corredo di barzellette nel giornalino d’Istituto. Penso comunque che la ragione di questo amore, sia stato dovuto all’ambiente familiare che mi circondava; una zia amante della lettura e della poesia e un cugino paterno, diventato poi famoso (Giovanni Pintori partito da Nuoro con Antine Nivola per Milano) di cui sentivo parlare continuamente da mio padre. Zio Giovanni aveva anche una sorella suora (zia Bonaria) che amava dipingere e affrescare pareti. A casa di zia Nina (mamma di Giovanni e Bonaria) nel rione di Seuna, nell’atrio d’ingresso, in mezzo al verde e a una fontana d’acqua, vi era un affresco realizzato da Bonaria ora penso andato in rovina come l’antica casa. L’arte è stata sempre presente anche grazie agli amici di mio padre
, per la gran parte pittori nuoresi (Tonino Ruju, Graziano Cadelanu, Giovanni Maria Sulas, Giovanni Nonnis etc…). Tonino, negli anni ‘60, mi invitava a frequentare il suo studio, e aveva suggerito ai miei genitori di iscrivermi a Sassari all’Istituto Statale d’Arte, famoso allora per la presenza della scuola di incisione dei vari Filippo Figari, Stanis Dessy, Mauro Manca, Libero Meledina, Mario Delitala, Remo Branca etc … Purtroppo non fu possibile e restò per me un sogno. Parallelamente nel periodo delle scuole superiori mi avvicinai anche alla fotografia, che tuttora pratico.

– Cosa vuole trasmettere con le sue opere?
Penso che un’opera d’arte debba parlare da sola, ed essere recepita in funzione del livello culturale e dell’esperienza di vita di ciascuno di noi. E’ difficile dire cosa si voglia trasmettere, anche perché la stessa realizzazione dell’opera, tende a soddisfare esigenze personali dell’artista… di certo deve far pensare ed emozionare. Le forme e i colori incidono profondamente nel nostro intimo e nella percezione di ciò che vediamo e che inconsciamente associamo a informazioni note.

– Le sue opere si rivolgono ad un pubblico ben preciso? Se si, quale?
No, penso che un opera vada fatta conoscere a tutti o perlomeno a chi è curioso di conoscerla. Per me non esiste un target di riferimento preciso.

– Esiste un rapporto tra le sue opere e la sua vita?
Certamente si; creare un’opera è per me anche terapeutico, significa allontanarsi dal lavoro e dalle tensioni oltre che impegnare il corpo e la mente nella ricerca di qualcosa che soddisfi il nostro io. Spesso le opere sono lo specchio di una situazione emotiva, altre volte rappresentano l’esatto contrario, come se i problemi possano generare un immagine di ricerca positiva, non negativa.

– Ci sono dei soggetti che predilige nel campo dell’arte?
Nel corso degli anni mi è capitato di disegnare un po’ di tutto, paesaggi, scorci urbani, il verde, l’acqua, i ruderi e qualche ritratto, sempre in riferimento al figurativo. Sono stato anche attratto a volte dall’informale e dall’astratto. L’ultimo recente progetto era rivolto ad esempio ad aspetti immateriali e informali, il gesto, il tempo, le pause, gli intervalli, il movimento, il segno ….

– Se potesse tornare indietro quale artista le piacerebbe conoscere?
Potendo mi piacerebbe conoscere più artisti, fare solo un nome mi pare riduttivo. Proverò a fare cinque nomi per la pittura e cinque per la fotografia:
Vincent Van Gogh – Vasilij Kandinskij – Joan Mirò – Paul Klee – Egon Schile
Robert Capa – Helmut Newton – Pablo Volta – Henry Cartier Bresson – Franco Fontana

– Lavora all’interno di uno studio?
Ho una stanza della mia casa che utilizzo come studio, sia per la pittura che per la fotografia, dove ho anche la mia WorkStation.

– E’ stato scoperto da qualcuno o si è messo in mostra da se?
La prima vera mostra, fu una collettiva a Nuoro che durò mesi dal titolo “Giovani artisti nuoresi tra inerzia e rinnovamento”, realizzata in un locale di piazza Sebastiano Satta e in omaggio a Costantino Nivola (Antine); per il resto è stato un processo graduale accompagnato anche dalle esperienze di vita in diversi campi: lo sport, il teatro, la grafica, la musica. Ambiti nei quali ho avuto modo di conoscere tante persone e bravissimi artisti a cui sono ancora legato.

Dall’altra parte del reale: le visioni oniriche di Sandy Skoglund

Si è da poco conclusa a Torino la grande mostra antologica a cura di Germano Celant dedicata all’artista e fotografa statunitense, Sandy Skoglund. Camera – Centro Italiano per la Fotografia ha presentato un racconto dettagliato attraverso le molteplici visioni tra realtà e finzione di Sandy Skoglund. La sua stessa personalità, sembra essere il risultato di un ibrido. Fotografa, scultrice, storica, Sandy è un’artista a tutto tondo che ha rivoluzionato il concetto e l’uso stesso della fotografia e la sua capacità di ridurre, sospendere, degli aspetti del quotidiano che improvvisamente diventano onirici e fantastici.
Le opere dell’artista, per lo più di grande formato, nascono da un lavoro attento, minuzioso e in perenne divenire in cui la sospensione e il caso sembrano essere due componenti invariabili e dalle quali l’opera trae vantaggio, rendendo ad ognuna un senso di unicità ed eccezionalità. Un rigore concettuale che si avventura nello humor e che è sempre caratterizzato dal caso che determina dove andrà a finire l’azione, il gesto, la rappresentazione. Il lavoro è dunque sì, pensato e ragionato, curato nei dettagli. Le micro-sculture che giocano con il non-reale, generano le scene e le situazioni. Sono autentiche trame di una realtà che ci appartiene perché è riconoscibile ma, allo stesso tempo, ci illude e inganna. Come dei veri tableaux vivant, le scene dell’artista ci appaiono come dei sogni, dove tutto è sospeso e magico. I corpi vivi, l’uomo, il modello, da una parte ci riconducono al reale ma dall’altra alimentano questo aspetto onirico a tratti inquietante che genera necessariamente ulteriori domande su ciò che è reale e ciò che non lo è. I corpi, non sono estranei ma vivono negli incubi o nei sogni messi in scena dall’artista.
L’elaborazione artistica di Sandy Skoglund è un processo di studio, analisi e stratificazione che permette di dare luogo ad una immagine pensata e studiata nei minimi dettagli dove però il caso termina l’azione inserendo un elemento perturbante, ovvero lo scatto fotografico che ribalta il processo, trasformando dei rigidi pittorialismi in percezioni scultoree dalle molteplici visioni. Le opere realizzate vengono necessariamente percepite e trasmesse all’occhio di chi guarda in maniera totalmente diversa dal reale. Dunque, la fotografia è il mezzo ultimo e necessario a tramutare e ribaltare questo senso di chiarezza e quotidianità, perturbato appunto da una finzione, un non-reale che fa indugiare le nostre conoscenze e ci accoglie in un mondo altro fatto di colori brillanti, animali sospesi o sogni ricolmi di cibo.
Le opere di Sandy Skoglund ci accolgono in paure e sogni adulti inseriti in una scena giocosa, ludica e quasi infantile. Sono visioni ibride e oniriche in cui l’ossessione e la sistematicità provocano un accostamento in perfetto bilanciamento tra ciò che è razionale e ciò che non lo è, tra l’assurdo e la normalità.

color photograph; approx. image area 25 1/2″ X 33″

color photograph; approx. image area: 39″H x 49 1/2″L

color photograph; approx. image area 27 1/2″ X 35″

Giacomo Balla. Dal Futurismo astratto al Futurismo iconico

Il famoso Ritratto di Primo Carnera, eseguito da Giacomo Balla nel 1933 e fulcro della collezione Cerasi, è il punto di avvio della mostra Giacomo Balla. Dal Futurismo astratto al Futurismo iconico, curata da Fabio Benzi e visitabile nelle sale di Palazzo Merulana fino al prossimo 17 giugno.
Il ritratto del famoso pugile italiano è dipinto sui due lati; inizialmente infatti, nel 1926, Balla eseguì sulla tela un’opera di impronta futurista, intitolata Vaprofumo; sette anni dopo aggiunse sull’altra parte questa iconica immagine, tratta da una famosa foto scattata da Elio Luxardo e destinata alla prima pagina della “Gazzetta dello Sport”, che la pubblicò in occasione della vittoria dello sportivo che lo consacrò Campione del Mondo nel 1933. Sorprende la modernità della tecnica scelta dal pittore, che per imitare l’effetto pixelato dell’immagine pubblicata sul giornale riuscì a riprodurre tramite la pittura quella stessa retinatura, anticipando così il discorso della Pop Art e o dei fumetti di Roy Lichtenstein, solo per citare un esempio.
Balla, da sempre appassionato di fotografia, si ispirò quindi ai mass media e al loro grande potere comunicativo all’interno dell’immaginario di massa: un’evoluzione convincente del paradigma futurista. Così facendo infatti si pose in sintonia con i tempi di allora che vedevano il grande successo della moda, del cinema, la necessità di celebrare delle icone umane ma al tempo stesso irraggiungibili.
In mostra sarà possibile ammirare diverse opere di respiro futurista e anche vari esempi di ritratti eseguiti con la tecnica della retinatura, che saranno messi a confronto con una serie di immagini fotografiche dei dive e dive che spopolavano sulle riviste dell’epoca; proprio come loro Primo Carnera appare nei panni di una star sportiva, le cui imprese vivevano nelle fantasie e nella memoria del pubblico, un gigante vincente emblema del riscatto possibile per ognuno di noi.

Palazzo Merulana
Via Merulana 121, Roma
Dal 21 marzo al 17 giugno 2019
Orario: Tutti i giorni dalle 10 alle 20, martedì chiuso

ROMA: IL RACCONTO DI 100 DONNE di Jacopo Brogioni. Dal 3 aprile ai Musei Capitolini

ROMA: IL RACCONTO DI 100 DONNE di Jacopo Brogioni è la mostra fotografica firmata Treccani, curata da CultRise e allestita dallo Studio Fuksas che inaugura mercoledì 3 aprile presso i Musei Capitolini di Roma. Cento racconti per cento donne, un itinerario di accostamenti di visioni che attraverso lo scatto fotografico ridefiniscono storie e narrazioni intime, private. Un’iniziativa dedicata alle donne dove l’atto del gesto fotografico è sì mezzo di narrazione, ma anche pretesto dietro al quale si racchiudono rapporti e connessioni umane.

Come piccoli tasselli di un puzzle, le immagini fotografiche di Brogioni non sono semplici ritratti, ma brevi capitoli di un romanzo in cui le storie di ogni singola donna sono descritte da persone, luoghi, pose, oggetti che nell’immagine fotografica si caricano di sentimenti e di esperienze vissute. Attraverso la graduale e romanzata scoperta di ognuna di queste donne, Jacopo Brogioni svela Roma, nella sua essenza più profonda. L’iniziativa promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita Culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, è un viaggio lungo 18 mesi, durante i quali il fotografo è riuscito a scavare nell’intimo percorso della diversità, riscoprendo le mille contraddizioni che animano la capitale. Una Roma dalle mille sfaccettature che si anima di storie tante volte passeggere, altre volte fortemente legate alla città.
Roma, Città Eterna, appare contenitore e contenuto in un percorso semantico fatto di immagini e contrasti che ne sottolineano le fattezze. Roma vista nella sua quotidianità e percepita attraverso gli occhi e le parole di chi la vive anche solo per un giorno. Una città che accoglie da un lato, che intimorisce dall’altro, è non solo lo sfondo di queste vite ma è anche il mezzo attraverso cui l’occhio del fotografo indaga, racconta in una dimensione temporale eterna, come la stessa città. Sembrano immagini sospese in un tempo che non ha un inizio, né tantomeno una fine. Il risultato è un contrasto straordinario, ridefinito anche dall’allestimento curato e pensato dallo Studio Fuksas che accompagna il visitatore lasciandolo libero di immaginare e leggere visivamente i racconti di 100 donne che vivono, amano, lottano, lavorano e a volte cadono.
Ad accompagnare gli scatti di Jacopo Brogioni, ci sono le parole di Raffaele Timperi che introducono e guidano in questo viaggio tra le diversità e le contraddizioni della Città Eterna.

100 DONNE, Roma 2017 – 2018
©JacopoBrogioni per Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani

100 DONNE, Roma 2017 – 2018
©JacopoBrogioni per Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani

100 DONNE, Roma 2017 – 2018
©JacopoBrogioni per Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani

100 DONNE, Roma 2017 – 2018
©JacopoBrogioni per Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani

100 DONNE, Roma 2017 – 2018
©JacopoBrogioni per Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani

ROMA: IL RACCONTO DI 100 DONNE di Jacopo Brogioni
3 aprile – 12 maggio 2019
Musei Capitolini, Roma – Palazzo dei Conservatori presso le sale Piano Terra
Orari: tutti i giorni, h 09:30 – 19:30
Ingresso: gratuito