Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

I ritratti di Julian Opie: tra pop art e minimal

Immagina una persona, riduci i tratti somatici ai minimi termini, crea una miscela tra Pop art e minimal e il gioco è fatto: Julian Opie.

Nata a Londra nel 1958 da madre insegnante e padre economista Opie detestava l’arte, ma l’adolescenza le fa cambiare idea. Dopo aver preso il diploma alla Chelsea College of Art and Design si laurea alla Scuola d’arte di Goldsmith. Oggi Opie ormai è un’artista celebre a livello internazionale che conquista un ruolo importante nell’arte contemporanea, contribuendo a far parte delle collezioni del Moma di New York, della National Portrait Gallery di Londra, del Museo Stedelijk di Amsterdam e di altri.

Forse colpita dal fascino del genere fumettistico, Opie è molto interessata alla raffigurazione del corpo umano, anche in movimento. Ritratti di donne, ragazzi, ballerine, atleti, corridori, persone che camminano, e perché no anche bagnanti. Tutti hanno un minimo comun denominatore: il contorno. Un contorno netto e ben tracciato che fa sembrare i ritratti tutti uguali, tutti senza neanche un dettaglio, pochissime sfumature di colori, ma tutti con un’anima diversa.

Può sembrar difficile quantificare le diverse espressioni, sensazioni, introspezioni dei volti. Ma dopo un’accurata osservazione ci possiamo render conto che, uno dopo l’altro, i volti ritratti non solo sono diversissimi gli uni dagli altri ma hanno anche tutti una propria personale scintilla introspettiva, e perché no farci notare anche qualche stato d’animo. Spensieratezza, timidezza, imbarazzo, per non parlare del movimento nella gente che cammina e che corre, la fatica, la competizione, l’elasticità e l’equilibrio nelle ballerine di danza classica e ginnastica.

«Tutto quello che vedi è un trucco della luce. La luce che rimbalza nel tuo occhio, ombre di colata leggera, crea profondità, forme e colori. Spegni la luce e va tutto bene». Così si descrive Julian Opie, tra realtà e immaginazione, Pop art e fumetto.

 

Lunar black is the new black. Danilo Bucchi al Macro di Roma

C’è tempo fino all’1 ottobre per visitare presso il Macro di Roma Lunar black, la mostra curata da Achille Bonito Oliva e dedicata a Danilo Bucchi.

La mostra, ospitata nella Project Room #2 del museo, è incentrata sulle ultime ricerche dell’artista romano, dedicate in particolare alla ricerca sul nero, o meglio sulla “nerità”, come l’ha definita Bonito Oliva. Le opere di Bucchi, in effetti, sono sempre giocate sui toni del bianco e del nero, che però in questo caso si fanno più assoluti, perdendo i tocchi di colore che le caratterizzavano in passato e orientandosi sempre più verso una totale predominanza di scuri.

Ad essere assenti in queste opere del resto non sono solo i colori, ma anche la profondità, e con essa ogni tentativo di emulazione della realtà esterna. È il gesto pittorico ad esserne infatti protagonista, grazie al quale l’artista, pur passando per una sorta di disegno generato attraverso sgocciolii da Action Painting, costruisce un suo linguaggio specifico e autoriferito.

Poche sono le opere in mostra, ma si sposano perfettamente con lo spazio che le accoglie. L’assoluta bicromia dei lavori di Bucchi si ripete infatti anche nell’ambiente circostante, e nessun altro colore a parte il bianco e il nero è ammesso nella sala. Le luci, inoltre, sottolineano i forti contrasti protagonisti delle opere, e li esaltano. Il linguaggio pittorico delle tele, infine, si trasferisce anche in un intervento site-specific: un murale che si estende sull’intera parete di fondo della sala, e che rispecchiandosi nel pavimento nero lucido crea un suggestivo impatto visivo. Del resto Bucchi non è estraneo a questo genere di interventi, egli ha infatti partecipato recentemente a diversi progetti dedicati alla Street art come forma di rigenerazione urbana, con alcuni dipinti murali di grandi dimensioni quali Il paese dei balocchi (2014), opera realizzata all’interno del MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz, Minotauro (2015), creata nell’ambito dell’Emergenze Festival di Catania, e Assolo (2015), parte di Big City Life, progetto di grande successo mediatico e scelto per rappresentare l’Italia alla 15° Mostra interazionale di Architettura di Venezia.

 

 

Fino al 1 ottobre 2017

MACRO Museo d’Arte Contemporanea Roma

Via Nizza, 138

http://www.museomacro.org/mostre_ed_eventi/mostre/danilo_bucchi_lunar_black

http://www.danilobucchi.com/portfolio/lunar-black-2/

Calma, silenzio e meditazione nella fotografia di Kenro Izu

«Spesso mi domandano perché fotografo monumenti. È ciò che più si avvicina a qualcosa capace di durare in eterno. Ma se si guarda bene c’è una sottile linea di confine tra la pietra e la sabbia circostante. Nemmeno la pietra è eterna, come ci insegna il buddismo tutto è transitorio. La nostra vita, quella di un fiore, perfino quella di un albero o di una pietra non sono altro che un momento nell’eternità».

La citazione precedentemente riportata è stata espressa dal giapponese Kenro Izu, scelta appositamente per illustrare la sua poetica fotografica.

Nato a Osaka nel 1949 e cresciuto ad Hiroshima, Kenro Izu inizia ad approcciarsi alla fotografia a partire dagli anni ‘70, completando la sua formazione presso la Nihon University di Tokyo. Nel 1970 si trasferisce in America, a New York, dove vive e lavora attualmente. Il fotografo giapponese subì il fascino delle immagini di Francis Frith e delle antiche spedizioni fotografiche condotte in Egitto, motivo per cui alla fine degli anni ’70 condusse il primo viaggio in questo Paese, dove fu affascinato dalle piramidi e dalle rovine antiche, esempio dell’imponente azione costruttiva portata avanti dall’essere umano nel passato. Sacred Places è il lavoro nato dopo questa esperienza, che influenzò Izu fino a spingerlo a fotografare i luoghi sacri più suggestivi, viaggiando per la Scozia, il Messico, la Cambogia, l’India, l’Indonesia, Siria e Tibet.

Izu non è interessato a creare qualcosa di nuovo attraverso il proprio lavoro, egli osserva con attenzione il soggetto da fotografare e quando lo immortala intende documentarlo in maniera precisa. Si tratta di una ricerca raffinata ed elegante, infatti osservando le opere fotografiche di Izu sembra di trovarsi sospesi in un mondo non ancora conosciuto, ove lo spazio è estraneo a chi è intento a contemplarlo.

E’ possibile avvertire il forte senso di misticismo osservando i lavori che hanno come soggetto i luoghi sacri asiatici, non si tratta di una banale fotografia contemporanea limitata a ritrarre un luogo solo per dimostrare che si è stati lì, come invece accade con la moda odierna dei selfie, inoltre, osservando le fotografie che hanno come soggetti fiori e piante è possibile subito capire che l’artista non è intenzionato a sviluppare un’analisi superficiale del mondo naturale.

Calma e silenzio sono gli elementi che emergono dall’operato di Izu, si tratta di due caratteristiche che conducono la mente del pubblico alla meditazione, la quale avviene in modo lento, il che consente di far apprezzare la vera bellezza della fotografia.

 

Luigi Puxeddu

L’arte di Luigi Puxeddu è come dovrebbe essere tutta l’arte, ossia sintesi formale di un’ idea, spesso legata a un’immagine.

Gli stili, le mode, le inclinazioni non appartengono a questo artista, che fa della spontaneità del gesto e del prelievo incontaminato dal visibile il suo punto di forza. Individui, animali di vario genere, forme vegetali sono i suoi soggetti, anche panorami, a volte.

Appartengono ad epoche diverse, a mondi a noi sconosciuti, all’immaginario e al reale. Nelle loro razze e nei loro atteggiamenti possono stare a rappresentare la ferocia, la grazia, o l’esotico. Ma questi aggettivi già determinerebbero un vincolo a qualcosa che invece nasce e si presenta come immagine netta, autonoma, indipendente dalle contaminazioni del ricordo o della fantasia. Nulla di scientifico, se non le forme e le proporzioni esatte che le definiscono. Il colore, fluido e vitale, determina il carattere, o la sensazione, personalissima, della ricezione del loro essere nell’occhio mentale, e non fisico, di chi le osserva.

Puxeddu è scultore, pittore, disegnatore. Le sue sculture sono iconiche, caratterizzate dal colore rosso; diffuso, assoluto, senza contorno. Appaiono e si prendono il loro spazio in maniera decisa, prepotente; richiamano lo sguardo non solo per la vivacità cromatica ma per presenza. La sua serie di dinosauri e di animali estinti non ha nulla di lontano o remotamente inaccessibile: queste creature sono presenti, emanazione di un substrato primitivo che continua a vivere di sostanza tangibile in un mondo che non conserva più i loro passi, ma ne subisce la potenza.

Le sue sculture sono realizzate in legno assemblato, lavorato con l’elettrosega; anche l’atto creativo gioca tra il passato e presente, tra la tradizione nobilmente antica dell’atto scultoreo, creativo per eccellenza, all’attualità del tecnicismo del mezzo usato. Uno scalpello a corrente elettrica, se vogliamo.

La loro realizzazione è estemporanea, l’artista parte da un’idea più che da un bozzetto, e come tale arriva a dargli forma in una massa tangibile ma astratta, con una valenza quasi totemica. Si parte dal concetto di animale preistorico, ad esempio, e si passa alla sua materializzazione attraverso la solidità del legno: il risultato finale però non è una scultura rappresentante ad esempio l’affascinante tigre dai denti a sciabola, bensì l’idea di tigre arcaica che si fa immagine lignea.

I suoi disegni sono eclettici, si presentano come espressioni diverse a seconda del loro fine, ma ne ribaltano l’utilizzo grazie all’efficacia compositiva. Che siano ritratti, o studi, o figure sé infatti, convincono con la stessa efficacia. Sono denotati da un aspetto dinamico, i soggetti sono veri. Il movimento, quello interno, insito in tutto ciò che è vivente, e non vincolato per forza ad un’ azione o a uno spostamento fisico nello spazio, è la loro connotazione principale. Questo seme vitale si mantiene e cresce nella carta, attraverso il segno e il colore si sviluppa, ed anche dopo numerose osservazioni conserva un impatto fresco, come di qualcosa che ha sempre un risvolto nuovo, inaspettato, che non finisce mai di mutare o di evolversi, respirando e dilatandosi ad ogni istante.

Il punto forte dell’arte di Puxeddu è la sintesi. L’immagine che ne deriva arriva dritta e chiara nella mente dell’ osservatore, integrando in sé le sue innumerevoli parti, condensandole in una rappresentazione autosufficiente, archetipo più che riproduzione. Quello che vediamo è l’elefante, non un elefante. Identifichiamo una montagna come tale attraverso il suo nucleo di triangolo con vertice puntato al cielo. E ancora, quello che ci colpisce non è la rappresentazione di un lupo feroce, ma l’essenza di questo animale, che in sé contiene anche l’istinto predatorio, che è parte fondante del suo essere. Luigi Puxeddu ci fa riconoscere ciò che conosciamo, mostrandocelo nella sua semplice verità: questo dovrebbe essere un po’ il fine ultimo di tutte le forme artistiche, quello di scoprire, e comunicare, l’essenza sincera delle cose.

 

Chiara e il filo di luce. La trasmissione orale dell’arte del tessere il bisso

Chiara Vigo mantiene viva una tradizione familiare millenaria, unica in tutto il mondo, combatte con tutte le sue forze affinché le si venga data la giusta pregevolezza.

Nata a Calasetta (CI) nel 1955, stiamo parlando del Maestro della seta del mare. La nonna Leonilde è stata l’ultima maestra della scuola del bisso, e Chiara fin da bambina percepiva insieme a lei un’attrazione per questa preziosissima materia, scoprendo con gli anni come il legame affettivo unito alla passione, poteva far nascere qualcosa di magico. Le fece un giuramento «Tesserò il bisso finché sarà possibile».

Il bisso è una materia che secerne la Pinna Nobilis, un mollusco grande quasi 2 metri che si presenta come un incrocio tra una cozza e un’ostrica. Madreperla dentro e ruvida fuori, nasconde una ghiandola setacea che, stimolata dal continuo movimento delle due valve, genera una sostanza formata da cheratina che a contatto con l’acqua si solidifica e produce una sorta di ciuffo dal color marrone chiamato bioccolo. Come una sorta di radice, con il bioccolo il mollusco si ancora al fondale e si difende. Una volta lavorata, lavata, e sbiondata diventa bisso, splendente come l’oro e soffice come la seta.

Dal 1992 la Pinna Nobilis è dichiarata specie protetta, e così Chiara armata di tenacia studia il suo habitat e cerca un nuovo modo per lavorare il bisso senza danneggiarla. Si immerge fino a 20 metri di profondità, inizia a capire che nei mesi con clima mite i fondali son più molli e si può togliere il mollusco, tagliare una parte della seta con un bisturi e ripiantarlo nel fondo, senza farlo morire.

Per il lavoro la Vigo utilizza solo 5 centimetri dei circa 40 di bioccolo che ciascun esemplare produce: 300 grammi di fibra grezza si riducono a 30 grammi che danno 12 metri di bisso. Il processo di lavorazione è piuttosto lungo: il bioccolo una volta raccolto viene pulito, dissalato e poi pettinato per togliere le impurità, la cosiddetta cardatura. Rimane poi per 25 giorni in acqua dolce, cambiando l’acqua ogni 3 ore, poi si bagna con succo di limone per sbiondarlo, infine lo si passa in un mix segreto di 15 alghe che lo rende elastico e si ritorce con un fuso. La torsione deve essere a S per il ricamo, a Z per la tessitura con le unghie nel lino, creando manufatti di rara bellezza e di grande valore.

Il direttore del Polo Museale della Sardegna, Giovanna Damiani, Venerdì 22 Settembre alle ore 18:00, presenterà la mostra temporanea di Chiara Vigo presso gli spazi di San Pancrazio in Cittadella dei Musei, alla vigilia delle due giornate europee dedicate al Patrimonio Culturale promosse dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Presenzierà l’evento la direttrice della Pinacoteca Nazionale, Marcella Serreli, ospiti d’onore Pierantonio Addis e Claudio D’Alessandro dell’Università degli Studi di Cagliari.

 

 

INAUGURAZIONE

Venerdì 22 Settembre ore 18:00

Spazio San Pancrazio, Piazza Arsenale 1, Cittadella dei Musei, Cagliari

La mostra sarà visitabile, dal martedì al sabato, dalle 9.00 alle 13.00, fino al 28 settembre 2017.

Tel. 070.662496

pm-sar.pinacoteca.cagliari@beniculturali.it

Street Art e Murales: le immagini di via San Saturnino a Cagliari. Galleria a cielo aperto nella Villanova più nascosta

La città di Cagliari a due passi dal Terrapieno di viale Regina Margherita, presenta al pubblico un’esposizione di graffiti, un’arte non legata in maniera specifica allo studio all’interno di una galleria, ma concepita sullo sfondo di emozioni personali, una forma di denuncia, di critica della società. Una passeggiata circondata dai murales più belli, la città si presenta come una tela sulla quale gli artisti hanno usato le bombolette al posto dei pennelli, dando vita a una parte di vita e animando una parte di un quartiere senza anima.

Attraverso le immagini è subito chiaro che non si tratta di arte di cattivo gusto che imbratta le mura della città, ma di una vera e propria esplosione artistica. La mostra s’inserisce all’interno del paesaggio, un incontro tra il genio degli artisti e la loro personalità, invitando il pubblico alla scoperta di un altro modo di vedere l’arte, senza barriere di una galleria.

Volti, creature fantastiche fatte di tinte sgargianti sono un piacere per lo spirito e gli occhi. Gli autori di queste opere sono spesso anonimi, o meglio le loro personalità, perché nella maggior parte dei casi la loro firma è nascosta in maniera indecifrabile nei murales, nei graffiti.

Il quartiere di Villanova può sfoggiare un volto nuovo, poco conosciuto, che fa aggiungere la bellezza alla bellezza. Un’espressione di sintesi del pensiero e dell’animo umano. Un confine sottile che separa ciò che vede l’occhio da ciò che vede la mente, attraverso una fusione di colori e prospettive, rappresenta stati d’animo, un vissuto interiore, esprimendo al tempo stesso dinamismo ed energia.

Una mostra che si può toccare con mano e decidere, secondo il proprio gusto, se quei muri sono meglio con o senza murales. Una cosa è certa si è cercato di attraversare quel confine che separa l’arte dalle regole dall’animo umano considerandolo una forte tangibile espressione e materializzazione del pensiero dell’artista.

 

World Press Photo 2017: l’attualità in un’immagine

Ankara, 19 dicembre 2016. L’ambasciatore russo, Andrei Karlov, viene assassinato mentre tiene un discorso durante l’inaugurazione di un’esposizione d’arte ad Ankara, Turchia.  Mevlüt Mert Altıntaş è il suo assassino, un agente di polizia fuori servizio, che in diretta mondiale al grido di “Allah Akbar” spara all’uomo davanti a sé. Poco più avanti Burhan Ozbilici, giornalista per The Associated Press, immortala la scena truce, spaventosa e surreale dell’assassinio. Poco dopo, quell’immagine fa il giro del mondo, fino ad ottenere l’ambitissimo premio World Press Photo of the Year 2017.

Quell’immagine è da subito diventata il simbolo dell’odio e della violenza che negli ultimi anni sta diventando il centro di ogni indagine umanitaria. Quel senso di fragilità e di onnipotenza insieme, disperazione per cause mondiali di conflitti, oppressioni e repressioni, sono gli esemplari visionari che migliaia di fotografi hanno deciso di immortale, nel tentativo di dare un volto e non solo una voce alle ingiustizie umane, scegliendo di condividerle in un contest mondiale che racconta la storia attraverso delle immagini dal 1955.

Il World Press Photo, ambitissimo contest mondiale per reporter, giornalisti, fotoreporter di tutto il mondo, da anni indaga attraverso lo scatto casuale di una macchina fotografica i diritti di ogni uomo in una riflessione che è molto di più di una mera fruizione estetica, strettamente legata alla libertà di stampa, quella che negli ultimi tempi è sempre più compromessa.

Per quest’anno la 62° Mostra Internazionale World Press Photo 2017 ha scelto uno spazio d’eccezione per accogliere quasi più di un centinaio di scatti, Palazzo Bonocore a Palermo, nella bellissima cornice di Piazza Pretoria. L’edificio del 1509, accompagna le immagini forti, a tratti nauseanti, da tutto il mondo in un susseguirsi di sale affrescate e accoglie i visitatori in un percorso per immagini che impone uno sguardo selettivo, maturo e spinge a una presa di coscienza prima di tutto sociale e culturale. Le storie raccontate attraverso il bianco e nero, attraverso la cruda realtà di corpi in fin di vita o ritratti di donne, uomini e bambini, narrano di schizofrenie considerate come stregonerie, di inquinamento, di omicidi, suicidi e di repressioni nella loro tenuta più attuale.

Il World Press Photo non è solo un contest con il solo fine di aggiudicarsi un premio, è un’indagine, una riflessione costante su chi siamo e cosa stiamo facendo. È una finestra sull’attualità più cruda che impone di essere ascoltata, nella speranza di un cambiamento. Il percorso non ha solo uno scopo educativo e conoscitivo, ma determina un’azione mentre provoca un pensiero.

 

 

World Press Photo 2017

01 settembre – 24 settembre

Palazzo Bonocore, Palermo

Piazza Pretoria, 2

Rudolf Stingel: il ritorno dell’arte concettuale

Rivestire 7000 metri quadrati di Palazzo Grassi a Venezia con una moquette, non è certo da tutti, ma da Rudolf Stingel, si.

Classe 1956, originario di Merano ma stabilitosi a New York, è Rudolf Stingel artista contemporaneo. Il suo nome spunta nella lista degli artisti di punta all’interno del panorama internazionale, tanto che Vogue gli dedica spazio nella rubrica «L’uomo Vogue, people and stars». Poco si sa sulla sua vita privata, riservato e determinato nel suo lavoro si definisce un artista d’altri tempi, classico se così si può dire, per il successo arrivato in età matura.

François Pinault, collezionista di opere d’arte, definisce Stingel un innovatore nel fare arte; ed è proprio tramite Pinault che l’artista di Merano espone a Trento, nel Palazzo delle Albere, ideando La stanza d’argento, istallazione pittorica che univa l’artista allo spettatore, infatti  quest’ultimo poteva lasciar scritto un qualcosa nelle pareti. Perché alla fine l’arte non è che uno scambio tra due o più persone. Stingel cerca e crea un contatto con lo spettatore e questo è reso possibile nella realizzazione della moquette che rivestì Palazzo Grassi, una distesa di colore rosso con motivi che richiamavano la storia di Venezia, e dalla quale si viene avvolti e proiettati nello studio di Freud, come lo stesso Stingel voleva far percepire. Non un semplice artista, ma un maestro che crea un libretto d’istruzioni per spiegare e permettere a tutti di ricreare opere d’arte come le sue; delle volte non basta solo che l’opera sia bella e catturi l’occhio delle persone, sarebbe meglio fornire loro una spiegazione e mostrare le tecniche adoperate. Secondo Stingel l’unico modo per emergere è quello di piacere agli altri artisti, quasi da creare una sorta di competizione; dove lui è sempre il vincitore.

Si piacere agli artisti ma l’intento vero è proprio di Rudolf è quello di portare l’osservatore ad essere curioso e affamato di sapere verso le sue opere. Qui, dove la resa finale è più importante dell’estetica e dove l’osservatore è arte.

 

Federica Meloni

 

Palatino contemporaneo: Duchamp, Cattelan e gli altri in mostra all’interno dell’area archeologia

Gli antichi complessi architettonici romani tornano ad ospitare l’arte contemporanea, con una grandiosa esposizione allestita all’interno del Palatino. Dopo Post Classici (2013) e Par Tibi, Roma, Nihil (2016), è infatti attualmente in corso nella capitale la mostra Da Duchamp a Cattelan. Arte contemporanea sul Palatino, curata da Alberto Fiz e visitabile fino al 29 ottobre.

Non si tratta, per fortuna, della classica mostra “acchiappa pubblico” povera di reali contenuti, ma di una rassegna di valore ed estremamente densa di opere significative. Sono in mostra infatti ben 100 opere, alcune delle quali site-specific, appartenenti a ogni genere e realizzate da alcuni tra i massimi nomi dell’arte contemporanea, dai grandi maestri alle generazioni più recenti. Sono tutte opere provenienti dal museo ALT di Alzano Lombardo (Bergamo) creato dall’architetto Tullio Leggeri, uno dei massimi collezionisti e mecenati italiani. La mostra offre pertanto una straordinaria opportunità per tutti i romani di ammirare una collezione di tale valore senza dover attraversare il paese, oltre che un punto di vista insolito sulle invece solite rovine.

Le opere, che per l’occasione lasciano il loro abituale contesto di archeologia industriale (il museo ALT è infatti ospitato all’interno dell’ex opificio Italcementi) per trasferirsi in una cornice archeologica vera e propria, sono distribuite in tutto il complesso monumentale. Tre sono le sezioni principali in cui la mostra può essere suddivisa: le mani, i ritratti e le grandi installazioni. Le sezioni dedicate alle mani e ai ritratti sono concentrate in alcuni ambienti coperti del peristilio della Domus Augustana, e si configurano quasi come una sorta di indipendenti “mostre nella mostra”. Nella sala dedicata al tema delle mani sono raccolte un gran numero di opere di artisti di fama più che consolidata come Giuseppe Penone, Richard Long, Luca Maria Patella, Andres Serrano, Felix Gonzalez-Torres e Shirin Neshat, solo per citarne alcuni. Le sale riservate ai ritratti ospitano nomi altrettanto importanti, quali Giulio Paolini, Marina Abramovic, Gilbert e George, Thomas Ruff e Barbara Kruger, le cui opere ben si addicono alla tipologia di esposizione nella quale si inseriscono, in quanto appartenenti ad un genere in cui gli antichi romani sono stati indiscussi maestri. Le installazioni, infine, si trovano disseminate in tutta l’area archeologica, dal viale d’accesso alle Arcate Severiane e alle terrazze sovrastanti, fino allo Stadio e alla Domus Augustana. È in quest’ultima sezione che meglio si esprime ovviamente l’accostamento tra arte contemporanea e antichità, grazie agli effetti scenografici ottenuti dalla tipologia delle opere e dalle loro grandi dimensioni. In questa sezione troviamo opere come il Luogo di raccoglimento multiconfessionale laico di Pistoletto, i Rotoreliefs di Duchamp, lo Specchio di Cattelan, la Madonna del miracolo di Gino de Dominicis e Vettor Pisani, Il cosmo e gli elementi di Schifano, la Bear sculpture di Paul McCarthy, e così via.

Ben riuscito risulta insomma questa volta l’abbinamento tra opere contemporanee e contesto archeologico. Le opere dell’esposizione, non è una frase retorica, si sposano perfettamente con le maestose architetture imperiali del Palatino, che allo stesso tempo si prestano da perfetto scenario ma ne vengono in cambio rivitalizzate, a dimostrazione del fatto che antico e contemporaneo non solo possono condividere lo stesso spazio, ma possono addirittura trarre reciproco vantaggio da questa feconda convivenza.

 

 

Palatino contemporaneo. Da Duchamp a Cattelan. Arte contemporanea sul Palatino

Fino al 29 ottobre 2017

Palatino Via di San Gregorio, 30 – Roma

 

Indagare il mondo con la fotografia di Sebastião Salgado

Stop ai mezzi termini! E’ un ordine dato dal noto fotografo contemporaneo Sebastião Salgado, nato in Brasile nel 1944, l’uomo che ha utilizzato la fotografia come lo strumento per indagare il mondo. Dopo aver condotto degli studi in ambito economico arriva la svolta nella vita di Salgao, una vera e propria rivoluzione originata da un viaggio effettuato in Africa, un evento che portò la sensibilità dell’uomo a sentire la necessità di dover raccontare ciò che esiste nel mondo, un racconto fatto attraverso le immagini, col sussidio della fotografia.

Osservando le fotografie in bianco e nero di Salgado ciò che colpisce immediatamente l’occhio del fruitore è la maestosa umanità dei soggetti presi in considerazione, i quali sembrano gridare al mondo la tragedia che investe la propria vita. Si tratta di vere e proprie testimonianze di vita, dei documenti che inducono l’osservatore a pensare a come abbia fatto il fotografo a rimanere impassibile di fronte alle sofferenze umane, una condizione che però è necessaria se si vuole far conoscere al mondo la vita reale dei soggetti fotografati.

Le guerre coloniali in Angola e Mozambico furono i primi campi d’indagine dell’artista, ma fu il reportage sul genocidio in Ruanda (1994) a colpire maggiormente la sensibilità di Salgado, un’indagine che spinse il fotografo ad affermare di aver perso la fiducia nel genere umano, a causa del quale pensò di abbandonare per sempre la fotografia. Lunghi mesi di studio anticipano la realizzazione dei reportage, vengono indagate le realtà poco note alla società contemporanea, infatti in riferimento a ciò si può trovare un riscontro nei lavori fotografici inerenti l’America Latina e la vita degli agricoltori.

«Mi sento un discepolo di Darwin […] con lui ho condiviso probabilmente l’osservazione di alcune delle più vecchie tartarughe delle Galapagos, non siamo che un passaggio, te ne accorgi attraversando un deserto con pietre tagliate 16000 anni fa, scalando montagne in Venezuela di 6 miliardi di anni. Tornare al pianeta è l’unico modo per vivere meglio. La fotografia non è una forma di militanza, non è una professione. È la mia vita».

Le parole precedentemente riportate appartengono all’artista e sono state espresse in riferimento al progetto Genesi, del 2002, che consta di ben 32 reportages, un lavoro grazie al quale l’essere umano ritrova il proprio istinto incontrando animali, vegetali e minerali prima ancora del genere umano.

Salgado immortala luoghi ancora incontaminati dalla società del progresso, intende bloccare nello scatto fotografico i cicli della vita, il trascorrere delle ore, i riti dell’uomo.