Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

More Sweetly Play the Dance. William Kentridge e la ritualità della danza al Museum of Art and Design

Quasi quaranta metri di proiezioni video hanno invaso un’area circoscritta dell’appena riaperto Museum of Art and Design con sede nella bellissima struttura del Freedom Tower di Miami. Quaranta metri di racconto per immagini e suoni, che descrivono e narrano gradualmente di temi come la morte, la malattia e temi socio-politici della nostra contemporaneità. William Kentridge, il maestro per eccellenza della ritualità della danza e della morte, ha presentato la sua installazione video in otto canali, More Sweetly Play the Dance, originariamente commissionata nel 2015 dal EYE Filmmuseum di Amsterdam. La narrazione che si snoda come un’irrefrenabile danza, presenta un rituale in parte filmato live e in parte rielaborato dallo stesso Kentridge, utilizzando il suo inconfondibile segno stilistico, ovvero disegni su carboncino animati riadattati e inseriti in contesti reali e quotidiani.

Il lavoro ci racconta e ci introduce in molteplici storie come un funerale jazz di New Orleans, viaggi mitici o un esodo di sfollati. Il racconto a cui siamo invitati, non solo ci avvolge per la monumentale installazione ma ci rende partecipi di una danza che si muove lenta da destra verso sinistra, seguita da una musica che risuona in testa e che postuma ci fa riflette.

La capacità di William Kentridge di raccontare delle storie che non sono poi altro che parti di realtà proposte in forme nuove, è la sua diligente passione verso l’utilizzo di mezzi semplici come la fotografia e l’immagine in movimento. Metodi che non vengono nascosti bensì lasciati lì, senza troppe pretese, chiari e presenti allo spettatore ma perfettamente inseriti in contesti che non gli appartengono. Inoltre, le mani esperte dell’artista di fama internazionale, danno vita, ancora una volta, in maniera abile e attenta al trionfo della morte come celebrazione della resilienza e della vita.

More Sweetly Play the Dance fa parte del Living Together, un programma interdisciplinare proposto dal MOAD che attraverso incontri di arte, musica, teatro, politica e poesia sfidano la cultura americana ad affrontare tematiche che invadono il quotidiano. Living Together propone in modo trasversale un nuovo modo di pensare e agire, attraverso l’invito a investigare azioni e ri-immaginare nuove forme di vita e utopiche città.

 

 

William Kentridge. More Sweetly Play the Dance

Fino al 20 gennaio 2019

Museum of Art and Design at Miami Dade College

Freedom Tower, 600 Biscayne Blvd.

 

Orari: dal mercoledì al sabato, dalle ore 13.00 alle ore 18.00. La domenica dalle ore 13.00 alle 20.00
Biglietti: $12 general, $5 studenti, bambini under 12 gratis

 

Sangue e Arena

Immaginate di poter essere per una sera spettatori dei celebri giochi del Colosseo. Di ritrovarvi sul pavimento dell’arena, di avere lo stesso punto di vista che ebbero gli antichi romani che assistevano alle lotte tra la vita e la morte che coinvolgevano gladiatori, belve, schiavi, prigionieri.

Tutto questo oggi torna ad essere possibile grazie a Sangue e Arena, spettacolo multimediale che prende spunto dalle descrizioni dei giochi offerti al popolo dall’Imperatore Tito, narrati dal poeta latino Marziale nel Liber de Spectaculis, realizzato per renderci partecipi della molteplicità di eventi che si tenevano in questo luogo nell’antichità.

Il Colosseo era infatti una grande macchina scenografica, oltre che un teatro della vita e della morte, che offriva per il divertimento della popolazione una serie di spettacoli e giochi: le muneras, combattimenti tra gladiatori, personaggi celebri del tempo, paragonabili per fama e seguaci ai moderni calciatori; le venationes, lotte tra belve feroci provenienti dai più lontani angoli del globo (immaginate l’effetto per il pubblico di vedere per la prima volta un leone o un elefante, il fascino della prova tangibile dell’esistenza di un mondo esotico e lontano, quasi fantastico).

E poi ancora le damnatio ad bestias, le condanne a morte per i prigionieri eseguite tramite la ferocia di belve tenute affamate per giorni, o le sorprendenti naumachie, combattimenti tra navi inscenate dopo aver riempito d’acqua il piano dell’arena del Colosseo stesso.

E’ la società canadese Graphic Motion ad aver realizzato il progetto multimediale, che ha visto la supervisione di esperti del campo (archeologi e storici) oltre chiaramente alla collaborazione con il Parco Archeologico del Colosseo e all’apporto organizzativo di Electa.

Le sedute riservate agli spettatori sono posizionate direttamente sull’arena; davanti a loro un telone orizzontale di 17 metri, sul quale vengono proiettate diversi tipi di scene: gladiatori che si affrontano, belve che si attaccano, miti che vengono messi in scena per il divertimento di un pubblico ansioso di emozioni forti, il tutto accompagnato dalla guida di opere d’arte antiche animate, al fine di dare una testimonianza il più esatta possibile di un contesto del quale ci restano molte tracce ma nessuna prova visibile.

Le immagini, coadiuvate da un sapiente uso delle luci e dei suoni, che garantisce un’esperienza fortemente immersiva per lo spettatore, sono proiettate oltre che sul telo anche sulla cavea dell’anfiteatro, generando un effetto di sicuro stupore e di totale coinvolgimento per chi si trova seduto ad assistervi.

Gli spettacoli, tre per sera e della durata di 30 minuti l’uno, si terranno fino al prossimo 27 ottobre ogni giovedì, venerdì e sabato.

 

 

Sangue e Arena

Anfiteatro Flavio,

Piazza dell’Anfiteatro Flavio, 1 – Roma

Dal giovedì al sabato 21.30-23.30

www.coopculture.it

 

Katarina Janeckova. Chi cerca trova

La Richter Fine Art ospita la prima mostra personale in galleria dell’artista slovacca Katarina Janeckova.

Dopo aver partecipato alla collettiva COM surrogate (5 dicembre 2017 – 31 gennaio 2018) l’artista presenta la sua ultima serie di lavori.

Slovacca di nascita e texana per amore, nel 2013, dopo il Master in pittura, si trasferisce negli States con il suo futuro marito.

Katarina Janeckova si è guadagnata in breve tempo una posizione distinta tra i migliori talenti della sua generazione, è riuscita nella sua impresa non solo grazie alla sua pittura figurativa tipicamente rilassata, caratterizzata da espressività emotiva, ma soprattutto grazie all’onestà con cui interpreta le sue esperienze quotidiane non convenzionali. Documenta la sua vita a tal punto che le sue opere possono essere percepite quasi come le voci di un diario. I suoi dipinti raccontano la cultura texana, fatta di pescatori locali di un piccolo paese, il suo cortile, le tonnellate di piatti nel lavandino, lavoratori che costruiscono case intorno, il giardino, il deserto, i serpenti, i cowboy, le cowgirl e ovviamente suo marito.

«Chi cerca trova – afferma l’artista – è stata la prima frase che ho imparato in italiano. Mio padre, scomparso sette anni fa, mi ha insegnato questa frase prima del mio primo viaggio in Italia, quando avevo dodici anni, e non l’ho mai dimenticata. Da allora l’ho usata nella mia vita. Appena trasferita in Texas mi ci è voluto un po’ per smettere di compatirmi e rendermi conto che vivere qui può essere un’opportunità per guardare la vita in modo diverso. Ogni giorno di più i soggetti che dipingo diventavano una ricca fonte di divertimento, ispirazione, e infine ammirazione, finchè ho capito di aver trovato quello che stavo cercando».

Ma Katarina Janeckova non si affida interamente alla realtà esterna, uguale, se non maggiore, è l’attenzione rivolta al suo mondo interiore. Questa fusione di eventi, sentimenti e pensieri soggettivi particolari, crea il raro tipo d’intensità che si irradia dal suo lavoro. È davvero impossibile separare la fantasia dalla realtà, poiché la prima si fonde costantemente con quest’ultima e viceversa. Sebbene spesso basata sulla sua esperienza personale, l’approccio dell’artista non è esclusivamente documentario in modo descrittivo. La sua capacità di esprimersi attraverso simboli ampiamente riconosciuti e facilmente riciclabili spesso conferisce alle sue scene un aspetto allegorico che sposa il razionale con la sensualità, la castità con il desiderio subconscio irrefrenabile, il convenzionale con un comportamento sessuale provocatorio.

 

 

Vademecum:

Titolo: Chi cerca trova

Artisti: Katarina Janeckova

galleria Richter Fine Art, vicolo del Curato, 3 – Roma

Durata mostra: dal 6 giugno al 21 luglio

Orari: da giovedì 7 giugno a venerdì 21 luglio dalle 13.00 alle 19.00 dal martedì al sabato

 

Sito internet: http://www.galleriarichter.com/

Email: tommaso.richter.85@gmail.com

Fb account: Galleria Richter Fine Art

 

Ufficio Stampa:

Chiara Ciucci Giuliani mob. +39 3929173661

email: chiaracgiuliani@gmail.com

Specie di spazi, Anna Capolupo

A partire da giovedì 7 giugno 2018, Burning Giraffe Art Gallery ospita la mostra Specie di spazi, personale dell’artista Anna Capolupo (Lamezia Terme, 1983). La mostra rinnova il sodalizio tra l’artista e la galleria torinese, a quattro anni dalla prima esposizione, che inaugurava l’attività espositiva di quest’ultima.

La mostra prende le mosse dalla riflessione sullo spazio, inteso sia in senso fisico che psichico e affettivo, che anima l’omonimo libro del 1974 di Georges Perec, in cui l’autore francese si proponeva di dare vita a “un bestiario di spazi”, che ne avrebbe mostrato diverse specie, come si fa con le differenti specie d’animali.

La ricerca portata avanti negli ultimi anni da Anna Capolupo ha nello spazio il suo soggetto di predilezione. Dapprima inteso come spazio urbano, tracciato con perizia architettonica e un’estrema attenzione ai giochi prospettici, dando vita a imponenti cattedrali suburbane di scheletri industriali, la presenza personale dell’artista nei luoghi ritratti nei suoi dipinti ruvidi si è fatta via via più tangibile, arrivando all’attuale forma di irrealismo urbano che sconvolge gli spazi attraverso un uso sempre più importante e maturo dell’astrazione, sia gestuale che cromatica. Così come Perec, l’artista sembra accorgersi del fatto che non esistano luoghi «stabili, immobili … immutabili, radicati», mostrandone l’evanescenza nelle sue opere pittoriche, tracciando i fantasmi, quasi irriconoscibili, di ciò che resta di interni ed esterni urbani post-industriali che hanno da tempo perso la loro funzione.

Per la prima volta, alle opere pittoriche dell’artista viene affiancata una serie di lavori più intima, in cui lo spazio ritratto è quello della memoria, dell’anima e dell’infanzia. Si tratta della materializzazione artistica di oggetti ritrovati in vecchie fotografie: le coperte che la bisnonna realizzava con amore per ciascuno dei membri della famiglia. L’artista parte dallo stesso supporto che utilizza per i dipinti – la carta ruvida da incisione, che dona una matericità quasi tattile agli elementi urbani –, ricamando su di essa segmenti di cotone e lana colorati che ricostruiscono le trame di quelle coperte antiche, andate perdute, di cui l’unica memoria conservata è quella di una fotografia sbiadita. Performando il gesto lento e ripetitivo del ricamo su fogli di carta di grandi dimensioni, ricostruisce quegli spazi famigliari riscoprendone la lentezza fatta di amorevole cura e attenzione.

Per Anna Capolupo, come per Perec, lo spazio è «ciò che arresta lo sguardo, ciò su cui inciampa la vista: l’ostacolo», e questi ostacoli danno vita a una mostra di spazi invisibili ai più, intangibili perché quasi dimenticati, inutilizzati, ma mai inutili.

 

 

ANNA CAPOLUPO. Specie di spazi
Luogo: Burning Giraffe Art Gallery – Via Eusebio Bava, 8/a, Torino
Vernissage: giovedì 7 giugno, ore 18:30-21:30
Periodo mostra: dal 7 giugno al 21 luglio 2018
Orario di apertura: martedì-sabato, 14:30-19:30 (mattina su appuntamento)
Contatti: www.bugartgallery.cominfo@bugartgallery.com – t. 0115832745

La “memoria presente” di Roma negli acquerelli di Pedro Cano

Alla galleria Honos Art di Roma, ancora fino al 31 maggio, si possono ammirare gli acquerelli di Pedro Cano, uno dei più famosi pittori spagnoli contemporanei, che da anni vive e lavora tra Roma, Anguillara e la città natale Blanca (dove ha inaugurato nel 2010 una fondazione a suo nome).

Nella mostra, intitolata Roma Memoria Presente e curata da Loredana Rea, sono esposti una serie di acquerelli sul tema della città eterna, e su quello che essa ha significato non solo per il suo territorio ma anche per tutti gli altri toccati dall’antico impero. Si tratta di un viaggio per immagini lungo il Mediterraneo, alla scoperta dei luoghi in cui ancora si possono scorgere le tracce della sua grandezza.

Il tema del viaggio e della città è molto caro all’artista fin dai suoi esordi. Scrive in proposito nel testo in catalogo «Durante molti anni, ho trascorso parte della mia vita viaggiando, spesso per trovare un determinato luogo da dipingere. Mi ha sempre affascinato Roma, non solo per l’estensione dei suoi confini, ma per la grande qualità e quantità di opere d’arte che testimoniano il suo potere e la sua cultura», continuando poi «Per questi grandi acquerelli sull’ “Eredità di Roma”, mi sono servito dei quaderni di viaggio, che sempre hanno accompagnato i miei spostamenti. Un’immagine talmente popolare come quella del Pantheon convive con un’altra sconosciuta, perfino per molti romani: il dimenticato Tempio di Minerva Medica, nel pieno centro della città. L’eredità dell’impero si trova anche al di fuori delle mura della Capitale: nel Palazzo di Diocleziano a Spalato (Croazia), nel Complesso di San Simeone ad Aleppo (Siria), nel dialogo tra architettura e vegetazione delle rovine di Volubilis in Marocco e nell’Arco di Adriano a Palmira (Siria)».

La dicitura “memoria presente” del titolo vuole così evocare un’eredità, quella che Roma ha lasciato nei luoghi in cui si è estesa, un’eredità ancora oggi forte e vitale. Essa però non è raccontata in maniera scontata e descrittiva, ma suggerita attraverso dipinti che sembrano quasi più immagini mentali che rappresentazioni fedeli. I soggetti di Cano si presentano infatti monumentali e evanescenti allo stesso tempo. Attraverso colori tenui e rarefatti rappresentano una dimensione evocativa più che narrativa, in cui passato e presente si intrecciano, a creare un’atmosfera sospesa e senza tempo.

 

 

Fino al 31 maggio

Honos Art

Via dei Delfini, 35

Roma

 

https://www.honosart.com/galleria/pedro-cano-roma-memoria-presente/

Palazzo Merulana

Apre al pubblico a Roma una nuova realtà espositiva, frutto di un importante intervento di riqualificazione urbana: Palazzo Merulana, che si sviluppa sulla via omonima all’interno dell’edificio in stile umbertino che ospitava l’ex Ufficio d’Igiene capitolino.

Uno spazio enorme, 1800 mq e 4 piani espositivi accoglierà i visitatori, che avranno qui la possibilità di ammirare 90 opere appartenenti alla Fondazione Elena e Claudio Cerasi, i due collezionisti che hanno scelto di restituire uno spazio abbandonato ai cittadini residenti e non solo.

Sono durati infatti ben 5 anni i lavori di ristrutturazione che hanno riportato alla luce il palazzo, che rinasce quindi come una vera e propria entità museale gestita in collaborazione con Coopculture, società già operante da anni nel principali poli museali e siti archeologici della città con servizi di biglietteria e visite guidate.

Oltre al percorso espositivo, la sede ospiterà una caffetteria, un bookshop, una sala conferenze: un vero e proprio spazio polifunzionale nel cuore della città.

Le opere della collezione si focalizzano sulla Scuola Romana e Italiana del ‘900 con alcuni picchi più recenti (come le pitture pop di Mario Schifano o la scenografica scultura di Jan Fabre, L’uomo che dirige le stelle, posta al centro del salone del secondo piano).

Spiccano inoltre tra le opere esposte lo splendido ritratto di Primo Carnera eseguito da Giacomo Balla sul retro di una tela rappresentante un suo “profumo” e l’affascinante serie dei Bagni misteriosi di Giorgio De Chirico, oltre alle numerose sculture di Antonietta Raphael, che indaga le forme e le espressioni del femminile, gli splendidi esempi di Realismo Magico di Antonio Donghi (il cui dipinto Piccoli saltimbanchi ha dato il via alla collezione Cerasi), e raffinate ceramiche di Leoncillo e un originale concetto spaziale di Lucio Fontana su bronzo.

 

 

Palazzo Merulana,

Via Merulana , 121 – Roma

Maggio 2018: Dalle 9.00 alle 20.00 tutti i giorni tranne il martedì

Da Giugno 2018: Lunedi-mercoledì-giovedì -venerdi dalle 14 alle 20

Sabato e domenica dalle 10 alle 20

www.palazzomerulana.it

 

Qualcosa del genere: le “immagini stock” di Luca Grimaldi alla nuova Ex Dogana Galleria

Kebab, shampoo, affettati, riviste e vestiti: non è la cronaca di una passeggiata al centro commerciale, ma ciò che si può ammirare in Qualcosa del genere, la personale di Luca Grimaldi con cui lo scorso 18 maggio ha inaugurato la Ex Dogana Galleria, il nuovo spazio espositivo ospitato dal suggestivo complesso di archeologia ferroviaria della Ex Dogana di Roma, ormai da anni protagonista della vita artistica e musicale della capitale.

Scopo principale della nuova galleria è quello di creare un ponte tra la Factory Studio Volante, da due anni attiva nel polo culturale con studi e residenze d’artista, e il pubblico romano. Il primo artista in residenza, Luca Grimaldi, è protagonista anche del primo evento espositivo nel nuovo spazio (nonché prima personale dell’artista nella sua città natale).

La mostra, a cura di Giulia Lotti e Chiara Pietropaoli, sarà visitabile fino all’8 giugno ed espone circa trenta opere realizzate dall’artista nell’ultimo anno. Oggetto delle opere sono immagini generiche e comuni, con cui l’artista indaga le visioni ricorrenti che fanno parte di un immaginario standardizzato, tanto suo quanto nostro. Utilizza un patrimonio iconografico pop, fatto di «immagini stock», da cui siamo abituati ad essere bombardati quotidianamente. Immagini che non sono fatte per essere contemplate, ma che passano continuamente davanti ai nostri occhi anche senza che ce ne accorgiamo. Luca Grimaldi ci costringe invece a osservarle, a riflettere sulla loro struttura e la loro funzione. Queste immagini banali che siamo abituati a subire passivamente, infatti, se osservate attentamente possono dirci molto su chi siamo e sulla nostra società.

«L’artista indaga le immagini generiche, comuni, ricorrenti, perché attirato da contenitori privi di soggettività nei quali possa immettersi, addentrarsi con la sua riflessione e qualificarli con la sua impronta” – scrive la curatrice Giulia Lotti nel testo in catalogo – aggiungendo “Grazie all’utilizzo di queste immagini (qui trova la sua ragione il titolo della mostra che sottolinea il concetto di genericità) Luca trova la spinta per distinguersi come pittore, giocando e sperimentando fino a spingere la pittura a diventare sempre più astratta, in un procedimento che leva informazioni a quelle immagini “patrimonio mondiale” che sceglie di utilizzare». Attraverso pennellate veloci, campiture piatte e assenza di contorni e dettagli, infatti, queste immagini si trasformano, quasi convertendosi in quadri astratti. Del soggetto resta solo l’idea, il fantasma, e il pubblico può ricostruirlo mentalmente solo attingendo a quello stesso patrimonio di immagini comuni a cui l’artista fa riferimento.

Le immagini a cui si riferisce sono letteralmente estrapolate dalla vita quotidiana, sono tratte infatti da fotografie scattate abitualmente dall’artista con il cellulare. Da una vita quotidiana, però, che potrebbe essere la sua come quella di chiunque altro nel mondo. Si tratta infatti di immagini che si possono trovare ovunque, di cui non è possibile stabilire l’origine certa, prove evidenti della globalizzazione e del consumismo imperante. Come un novello Oldenburg o Warhol, Luca Grimaldi ricontestualizza con atteggiamento ironico (evidente non solo nella scelta dei soggetti ma anche dei titoli) immagini simbolo della società di massa, dei consumi e dell’omologazione, su cui punta l’attenzione ma senza emettere giudizi, limitandosi a riflettere e a far riflettere chi guarda: ognuno tragga le sue conclusioni.

 

 

Fino all’8 giugno 2018

Ex Dogana Galleria

Via dello Scalo San Lorenzo, 10 – Roma

Ingresso Gratuito

Zoe Leonard: Survey al Whitney Museum di New York

In esposizione fino al 10 giugno al Whitney Museum di New York, Zoe Leonard: Survey, la prima grande rassegna su larga scala dedicata all’artista americana che attraversa con sguardo fotografico e minuzioso tutta la sua produzione artistica abbracciando, attraverso racconti visivi, le grandi tematiche affrontate nel corso della sua carriera. Attivista femminista e appassionata fotografa, Zoe Leonard, descrive con estrema sensibilità visiva storie private o sociali, affrontando attivamente questioni legate all’omosessualità, all’Aids, alla discriminazione e alla crisi di genere.

Gli archivi dell’artista si trasformano in ricerca e raccolta ossessiva di oggetti obsoleti o appartenenti alla nostra quotidianità, fotografie in serie o collezioni di immagini come repertori di album famigliari. La mostra proposta negli spazi espositivi del Whitney Museum, assorbe l’anima compulsiva e l’amore per l’archivio riducendolo a installazioni che invadono con prepotenza il vuoto delle stanze. Gli oggetti di Leonard parlano di temi sociali e personali, ma raccontano anche scelte, testimonianze e risonanze del passato che squarciano riflessioni e imbrattano le memorie invitando a immaginare realtà altre e racconti sussurrati. Una geografia personale che provoca e che, contrariamente alla velocità d’immagine e di scambio d’informazioni della nostra contemporaneità, gli scatti fotografici, le sculture e le installazioni di Leonard chiedono allo spettatore di fermarsi e incontrarsi con ciò che vediamo, realtà quotidiane che nascondono processi e intime narrazioni.

Influenzata dalla fotografia documentaria di Eugène Atget e Walker Evans, l’artista si rifà anche all’attenzione ossessiva e compulsiva delle date, sulla scia dei famosi Postcards di On Kawara, Leonard applica un processo di ripetizione che parla di memoria e di tempo. Il tempo nelle opere dell’artista è inerme e immobile, si prolunga e si rigenera senza una precisa fine, creando contingenze e nuove forme di vita che s’influenzano e si rinnovano.

La mostra dedica, quindi, con estrema accuratezza uno sguardo nuovo, un punto di vista che nasconde molteplici altre visioni e che si concentra seguendo il filo conduttore della ripetizione ossessiva e dell’accumulo oggettuale. Questa sorta di necessità compulsiva, mette in crisi non soltanto la temporalità in cui questi oggetti convivono, ma porta anche a intraprendere un viaggio che si muove tra la quotidianità e il disturbante che invade le nostre certezze e ci fa rimanere sorpresi e coinvolti.

 

 

Zoe Leonard: Survey

Fino al 10 giugno 2018

 

Whitney Museum of American Art

99 Gansevoort St, New York, 10014

Orari: dal mercoledì alla domenica, dalle 10.30 alle 18.00. Il venerdì e il sabato dalle 10.30 alle 22.00. Chiuso il martedì

 

Tickets: $25 adulti; $18 seniors e studenti; gratis per visitatori under 18

 

 

 

Michael Wolf. Life in cities

Fino al 22 luglio 2018, negli spazi espositivi in Corso Magenta 61, si terrà Life in cities, la prima mostra in Italia dedicata a Michael Wolf, artista e fotografo tedesco che ha studiato con il maestro Otto Steinert alla Folkwang School di Essen e alla Berkeley in California. Soggetto prediletto di Wolf è la vita delle persone che vivono nelle grandi metropoli, in continua evoluzione del mondo di oggi.

Lifes in cities, che è stata premiata all’ultima edizione di Les Rencontres d’Arles, è una retrospettiva celebrante la relazione tra densità umana e architettura urbana. In mostra sono presenti oltre 150 opere di Wolf da sei sue celebri serie, da Paris Rooftops (2014), alla serie di foto più famosa Tokyo Compression (2010-2013), Informal Solution (2003-2014) Architecture of Density (2003 – 2014) e Transparent City (2006), dedicate alla complessità delle città moderne, fino ai suoi lavori che testimoniano i primi anni di operatività come fotografo documentarista.

Michael Wolf intende mette a fuoco la relazione tra la struttura sociale e quella architettonica delle città. E’ possibile ammirare scatti e progetti capaci di cogliere nelle complessità strutturali del paesaggio urbano tracce della densità di quello umano, come nella serie dedicata ai tetti di una Parigi, che conducono la mente del pubblico al confine tra rappresentazione e astrazione.

La mostra Lifes in cities, a cura di Wim van Sinderen e Alessandra Klimciuk, è realizzata dalla Fondazione Stelline in collaborazione con Fotomuseum Den Haag / The Hague Museum of Photography.

 

 

Dal 10 Maggio 2018 al 22 Luglio 2018

Milano

Luogo: Fondazione Stelline

Curatori: Wim Van Sinderen, Alessandra Klimciuk

Costo del biglietto: € 8 intero, € 6 ridotto

Telefono per informazioni: +39.02.45462.411

E-Mail info: fondazione@stelline.it

Sito ufficiale: http://www.stelline.it

 

ROMA CITTA’ MODERNA. Da Nathan al Sessantotto

Una carrellata di immagini e di stili lunga un secolo, per ricordare attraverso le sue molteplici sfumature il XX secolo, con un occhio di riguardo alla città di Roma, fucina artistica e scena privilegiata dai protagonisti di questa lunga compagine culturale. 

La mostra, allestita presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma fino al prossimo 28 ottobre, presenta un corpus di 180 opere (dipinte, sculture, fotografie) provenienti da collezioni di arte contemporanea capitoline, alcune mai esposte prima.

Il 900 fu un secolo che vide un susseguirsi di correnti artistiche eterogenee, tra le quali spiccano sia la nascita di alcune avanguardie, come quella Futurista, sia un recupero dell’antico, come accadde negli anni Venti e Trenta.

In tal senso il tracciato espositivo è veramente ricco e completo: si parte dal Simbolismo decandennte di fine 800, (con opere di Duilio Cambellotti  e Adolf Wildt solo per citarne alcune), per arrivare poi alle innovazioni del secondo Futursrmo e degli esponenti dell’aereopittura (tra cui ricordiamo Benedetta Cappa Marinetti ed Enrico Prampolini).

Un periodo così intenso e complesso a livello storico e sociale non può che essere visto in una molteplicità di varianti dagli artisti che lo hanno vissuto.

Le atmosfere surreali  e smaltate del Realismo Magico si affiancano alle piazze solitarie e agli interni onirici della Metafisica di Giorgio De Chirico, la ripresa dei moduli classici di Mario Sironi si interfaccia con gli sviluppi della Scuola Romana di Mario Mafai, Scipione e Afro; la figuratività, che in questa fase ha una presenza preponderante, verrà poi soppiantata negli anni ’40 e ’50 da una nuova attenzione verso il segno, come si evince dalle opere di Gastone Novelli e Giulio Turcato, per poi approdare agli esperimenti della Pop art degli anni ’60, che vedono Roma confrontarsi con le istanze artistiche d’oltreoceano (con Mario Schifano e Franco Angeli), senza dimenticare le sperimentazioni di Pino Pascali e i décollage di Mimmo Rotella.

La mostra, coaudiuvata da un apparato multimediale e didattico molto ampio, sarà affiancata da una seri di iniziative culturali volte all’approfondimento del periodo, particolarmente florido, vissuto dalla città capitolina in questo lungo secolo  di storia.

 

 

ROMA CITTA’ MODERNA. Da Nathan al Sessantotto

Galleria Comunale d’Arte Moderna di Roma

Via Francesco Crispi 131, Roma

dal 29 marzo al 28 ottobre 2018

dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 18.30

www.galleriaartemodernaroma.it