Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Maskers: tutti i volti di Jan Fabre in mostra a Roma

C’è ancora tempo solo fino a giovedì 9 novembre per visitare Maskers, la sesta personale dedicata dalla galleria romana Magazzino a Jan Fabre.

La mostra, curata da Melania Rossi, è interamente dedicata al tema dell’autoritratto. Protagoniste sono infatti una serie di “maschere”, con cui l’artista indaga e svela i suoi diversi volti, le multiple sfaccettature che compongono la sua identità. Il risultato è la materializzazione di una personalità complessa, fatta di diversi personaggi che convivono e compongono l’io dell’artista, ma anche quello di qualsiasi altro uomo. L’indagine alla base delle opere esposte è infatti senza dubbio narcisistica e autoriferita, ma è rivolta allo stesso tempo anche alla natura umana in generale.

In mostra sono esposti una serie di busti in bronzo e cera, in cui l’artista belga si rappresenta con estremo realismo, ma con l’aggiunta di attributi animali e dettagli colorati dal significato simbolico. In tutti ricorrono gli stessi tratti fisionomici, ma interpretati e modificati attraverso materiali, espressioni, età e deformità differenti. Al naturalismo di tradizione fiamminga tanto caro all’artista, è affiancata l’autoanalisi e l’esplorazione dell’inconscio.

Attraverso orecchie e corna di ogni sorta, l’artista crea un suo personalissimo bestiario psicologico, un proprio corpus iconografico in cui apparire di volta in volta ribelle, terrificante, potente e poi sconfitto, saggio ma subito dopo scherzoso e così via.

Il pubblico si trova trasportato in un’atmosfera surreale e un po’ grottesca, al centro di un’esperienza inquietante e divertente allo stesso tempo. Entrando nella sala nera e senza pannelli né didascalie o altri riferimenti, il visitatore si trova circondato da questo coro di personaggi che emergono dall’oscurità e sembrano voler interagire con lui. La sensazione allora è proprio quella di essere entrati nella testa dell’artista, di presenziare al cospetto delle sue tante personalità.

 

 

Fino al 9 novembre

Magazzino Arte Moderna

Via dei Prefetti, 17

Roma

 

http://www.magazzinoartemoderna.com/maskers/

Le opere da vivere di Grazia Varisco

Grazia Varisco è nata a Milano nel 1937, frequenta l’Accademia di Brera dal 1956 al 1960 ed è cofondatrice del Gruppo T ( poetica sulla variazione dell’immagine nella sequenza temporale) durante gli anni sessanta. Promotrice del movimento dell’Avanguardia, partecipa a molte mostre firmate Miriorama e nel 1962 le sue opere d’arte sono esposte alla mostra di Arte Programmata organizzata da Bruno Munari ( artista, designer e scrittore italiano) dove curatore dell’introduzione è Umberto Eco. La Varisco espone all’estero dal 1963 alla mostra Le Nouvelle Tendence, rassegna del movimento e della luce. Alla fine degli anni sessanta la vediamo in stretto contatto con l’ufficio della Rinascente di Milano, nella progettazione grafica che le viene affidata. L’accademia di San Luca le conferisce il suo premio nel 2007.

Grazia aderisce all’Arte Cinetica e Programmata con una prima produzione di immagini che proponevano la variazione della luce, estensione e contrazione nelle forme delle superfici dando vita allo Schema Luminoso Variabile. Attraverso una serie di interviste rilasciate dall’artista possiamo capire più a fondo il significato delle sue opere come i Quadri Comunicanti: cornici che ospitano al loro interno un riflesso acquatico e che danno la percezione del movimento. L’istallazione può essere ampliata o ristretta a seconda delle occasioni e della disposizione dello spazio da allestire.

Non solo all’interno di musei o gallerie d’arte, Grazia Varisco è riuscita a dare un tocco di colore e di sua personalità anche ai parchi e agli spazi verdi delle città che hanno ospitato le sue opere IF. Istallazioni di tavole magnetiche sulle quali sono presenti elementi geometrici che creano un ordine disordine, ordine e caos; caos che non possiamo trascurare nella vita poiché parte di ognuno di noi e che mette in moto la quotidianità. Fondamentale è l’uso della mano nell’opera Risonanze al tocco, dove è la testa che guida la mano dell’osservatore che diventa parte integrante dell’opera d’arte, creando così suoni.

Concludo riportando una frase dell’artista che si adatta bene a questi tempi da noi vissuti: «Artista?! Dicono… e io me la godo! Perché la parola Artista non mi chiude in un’attività definita e limitata, mi concede uno spazio più ampio e libero; anche perché vale ugualmente al maschile e femminile e non è poco ancor oggi».

Per chiarirci un po’ le idee. Che cos’è l’arte cinetica programmata? La loro definizione non è univoca anzi presenta delle differenze concettuali non trascurabili. L’Arte Cinetica introduce nell’opera d’arte, quadro o scultura, il movimento, che può essere reale o virtuale ottenuto dallo spostamento dell’osservatore e di conseguenza dal punto di vista stesso. Dall’altra per Arte Programmata, si intende un’opera realizzata in base ad un programma di calcolo, che permette all’opera stessa di variare forma e cromia, quindi sequenze figurali secondo un ordine temporale.

 

Federica Meloni

 

1968. E’solo un inizio

Inaugurata lo scorso 3 ottobre presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, la mostra E’ solo un inizio. 1968, curata da Ester Coen, presenta un corpus di lavori appartenenti a una generazione di artisti che si sono mossi a cavallo tra la fine degli anni ‘60 e il decennio successivo, sperimentando il proprio operato attraverso una serie di nuove correnti e possibilità sviluppatesi proprio in quegli anni, grazie allo zeitgeist del periodo, caratterizzato da un clima di agitazione ideologica e culturale.

Lo spunto politico presente nel titolo, che allude ai movimenti del Maggio francese del ’68, che nacquero in pesante polemica all’idea di capitalismo e che si irradiarono poi in diversi paesi europei arrivando a toccare anche la nostra penisola, non trova un chiarissimo riscontro nella selezione delle opere in mostra. Si può forse parlare di una concomitanza cronologica tra gli eventi politici e quelli più prettamente artistici e culturali, piuttosto che di un’adesione vera e propria a una rivoluzione di ordine sociale.

Sono tanti i protagonisti dei movimenti esposti in questa sede che, nati in quegli anni, hanno lasciato un segno vigoroso nella storia dell’arte, diventando delle vere e proprie correnti, strutturate e innovative.

L’Arte Povera, nuovo atteggiamento che usa materiali che stanno alla base della catena dei materiali, come il legno, il cotone idrofilo, il piombo, i metalli. Tra gli esponenti di questa corrente c’è Mario Merz, il cui igloo apre la mostra, troneggiando al centro della prima sala, ponendosi come modulo abitativo primitivo nel quale si raccoglie la volontà costruttiva senza pretesa stilistica.

Poverista anche l’opera di Gilberto Zorio, in cui elementi costruttivi funzionali sono usati solo come struttura portante di materia destinata semplicemente a descriversi in quanto tale o lo specchio di Michelangelo Pistoletto, che pone una riflessione sullo spazio: vedersi riflesso implica essere fuori e dentro l’opera.

La Minimal Art americana è presente con opere di Donald Judd, Carl Andre e Dan Flavin, fino ad arrivare a Sol LeWitt: forme geometriche essenziali, accentramenti e decentramenti che connotano lo spazio in maniera plastica, mentre l’Arte Concettuale è rappresentata dalle opere di Kosuth e Giulio Paolini, il cui fine è la smaterializzazione dell’identità. Nel caso del celebre autoritratto di Paolini ad esempio, il potere culturale vive attraverso la memoria dell’immagine: non conta l’opera stessa ma la memoria dell’oggetto.

Sono tre gli esponenti della Land art esposti, poetica artistica che come dice il nome stesso compie la sua azione sul paesaggio: Gordon Matta-Clark, che interviene in situazioni urbane di abbandono, ad esempio su palazzi di periferia; Richard Long, che effettua interventi sul paesaggio nei grandi spazi dei deserti americani o utilizzandone gli elementi costitutivi, come nelle rocce in mostra, o Christo, con i suoi famosi impacchettamenti.

Luigi Ontani, artista indipendente, che fa capo alla Scuola di Piazza del Popolo di Roma, portando avanti un discorso a sé, è in mostra con 52 foto che lo rappresentano in atteggiamenti e pose diverse: è il suo corpo il substrato su cui si depositano le informazioni rivolte allo spettatore. Indagine sul corpo o meglio utilizzo del corpo dell’artista stesso come principale strumento di espressione è anche il perno della poetica della body art, rappresentata dal performer italo americano Vito Acconci.

Sono forse i protagonisti dell’arte Pop gli artisti più politicizzati in mostra, con la loro polemica rivolta alla società consumistica; questo è molto evidente nelle opere di Franco Angeli e Mario Schifano, nelle quali il gesto del braccio o la predominante del colore rosso riportano a un senso dichiaratamente schierato.

La mostra si presenta quindi davvero come una ricca pagina antologica di un decennio complesso e variegato, offrendo al visitatore spunti interessanti per inquadrarne i maggiori protagonisti.

 

 

È solo un inizio. 1968

Fino al 14.01.2018

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Via delle Belle Arti 131, Roma

http://lagallerianazionale.com/

 

 

Part 1 – Galleria Alessandra Bonomo

Ha inaugurato mercoledì 25 ottobre presso la Galleria Alessandra Bonomo di Roma la collettiva Part 1, dedicata all’incontro tra le sperimentazioni di quattro giovani artisti. La mostra, come suggerisce il titolo generico, si pone come una semplice occasione di valorizzazione di giovani proposte, senza il bisogno di forzare a tutti i costi le opere verso aspetti comuni o messaggi unitari, e anche come la prima di una serie di iniziative similari, volte a indagare il fermento artistico contemporaneo. In altre parole, al centro dell’esibizione non c’è un discorso unico costruito attraverso le opere, ma l’esaltazione dell’individualità dei singoli artisti, delle loro caratteristiche specifiche e qualità originali. Le opere esposte, infatti, come osserva Carmelo Cipriani nel suo testo critico, sono accostate più per opposizione che per analogia, e la mostra non è altro che un fertile dialogo tra esperienze eterogenee, tra materiali e linguaggi molto diversi tra loro.

Ad aprire la mostra è Lulu Nuti, che espone opere nate durante una residenza d’artista su una nave cargo, molto diverse nella forma e nelle modalità di realizzazione, ma tutte volte ad interpretare lo spazio e la nostra relazione con esso. Particolarmente interessante è Cardiograms, una serie di tredici fogli circolari su cui sono stati registrati i movimenti della nave attraverso il tratto tracciato da una penna appesa al soffitto della cabina dell’artista, con risultato avvincente sia dal punto di vista estetico che per l’originalità nella rappresentazione del movimento, dello spazio e del tempo.

Baldassarre Ruspoli espone invece opere che indagano le potenzialità inespresse dei materiali da costruzione. Oggetti trovati come cavi d’acciaio e travi di legno sono recuperati dall’artista e utilizzati per realizzare opere che rimandano a esperienze artistiche precedenti, come le due assi riadattate in un omaggio a Brancusi

Seguono i disegni di Delfina Scarpa, una serie di colorati busti di donna e paesaggi appena schizzati, evocativi di un mondo infantile ed esotico allo stesso tempo.

L’ultimo artista in mostra è Simone Pappalardo con la sua sperimentazione sonora Orchestra Fragile, un’installazione che è anche uno strumento musicale. Composta da una serie di ampolle in vetro e fili di rame, l’opera produce un suono che accompagna il pubblico lungo tutto il percorso, risuonando in ogni sala e perfino all’esterno della galleria.

 

 

Galleria Alessandra Bonomo

Fino al 30 gennaio 2018

via del Gesù, 62

Roma

http://www.bonomogallery.com/

 

 

Decades

Beetroot, Diamond, Solo, Lucamaleonte e Gomez, cinque tra i più interessanti street artist attivi sulla scena romana, si trovano attualmente riuniti in un’unica mostra: Decades. Il progetto, ideato da Philobilon Urban Project, è ospitato all’interno del Guido Reni District, il nuovo spazio espositivo sorto negli spazi dell’ex caserma situata proprio di fronte al MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, al quale sempre più si sta affiancando come punto di riferimento per la cultura e la creatività contemporanea della capitale.

Non è un caso infatti che la mostra sia dedicata proprio a degli artisti attivi nel campo della Street art, che attualmente si è imposta come la nuova linfa vitale per l’arte contemporanea, soprattutto a Roma, dove il fenomeno sta raggiungendo dimensioni monumentali e quasi incontenibili. Molto apprezzabile a tal proposito la scelta dell’ingresso gratuito, che rispetta la modalità di fruizione libera che normalmente caratterizza le opere di questo genere e stempera il più che giustificato scetticismo nei confronti del loro passaggio dalla strada alla galleria.

I cinque artisti, come suggerisce il titolo stesso della mostra, sono stati invitati a rappresentare altrettante decadi del Novecento, dagli anni Cinquanta ai Novanta, attraverso il proprio stile e il proprio punto di vista personale. Tutta la seconda metà del secolo scorso è stata perciò da loro interpretata attraverso tele, murales e installazioni.

Si parte con gli anni Cinquanta, raccontati da Riccardo Rapone, in arte Beetroot. Protagoniste di questa sezione sono le icone del cinema dell’epoca, da James Dean a Charlie Chaplin, da Marilyn a Audrey Hepburn, rappresentate dall’artista attraverso la sua inconfondibile tecnica dello spray su stucco lavorato a trapano, con un risultato materico molto originale.

È Flavio Solo, invece, a raccontare gli anni Sessanta. Il decennio è rappresentato dall’artista attraverso il soggetto tipico di tutta la sua produzione: i supereroi. Personaggi come Spiderman, I fantastici 4, Hulk e Iron Man, creati dalla Marvel proprio in quegli anni, non potevano che essere del resto la chiave di lettura naturale dell’artista verso quegli anni.

Gli anni Settanta sono reinterpretati da Diamond, che ci restituisce le icone del tempo attraverso il suo elegante stile a metà tra il Pop e il Liberty.

Lucamaleonte ci racconta invece gli anni Ottanta, conducendoci tramite la sua tecnica impeccabile attraverso i ricordi personali di chi in quegli anni era ancora un bambino.

Particolarmente riuscita è infine la sezione dedicata a Luis Gomez de Teran, vera protagonista della mostra. L’artista ha scelto di descrivere gli anni Novanta attraverso il filtro della musica. Le numerose opere esposte, tutte realizzate con tecniche e materiali inusuali (tra cui ragni e semi di marijuana), sono infatti ispirate ognuna a una canzone nata in quegli anni e divenuta di culto per intere generazioni, come Smells like teen spirit, Zombie, Fear of the dark e così via.

Per visitare l’esposizione c’è tempo ancora solo fino a domenica 22 ottobre, quando in occasione della chiusura si svolgerà l’ultimo dei vari eventi di live painting che l’hanno accompagnata durante tutto il suo svolgimento.

 

 

Fino al 22 ottobre 2017

Guido Reni District

via Guido Reni, 7

Roma

http://www.philobiblon.org/mostre/decades

http://guidorenidistrict.com/eventi/

 

Sulle orme del “vecchio pazzo per la pittura”: Katsushika Hokusai

La grande onda di Kanagawa è l’opera forse tra le più riprodotte e conosciute a livello mondiale di Katsushika Hokusai, “il vecchio pazzo per la pittura”. Recentemente protagonista della mostra Hokusai. Sulle orme del maestro presso il Museo dell’Ara Pacis, la xilografia prima citata – la più nota della serie delle Trentasei vedute del monte Fuji – è solo una tra le tante opere che raccontano per grandi temi la produzione del maestro dell’ukiyoe, ovvero il “pittore delle immagini del Mondo Fluttuante”, e della sua contaminazione a livello nazionale ed internazionale. La mostra è dunque un racconto per immagini di una storia che ha influenzato moltissimi dei primi artefici della pittura moderna e contemporanea. Ma cosa ha ancora oggi di straordinario la tecnica e il senso artistico delle opere di Hokusai?

Sicuramente la fruibilità è indiscussa, basti pensare che tutti noi, sul nostro telefonino, possiamo usufruire in maniera del tutto inconscia e senza neanche porci troppe domande di un frammento, stilizzato e divertente, di questo grande artista, sperimentatore e abile narratore di una tradizione forse troppo lontana dal nostro pensiero contemporaneo. Ad oggi, infatti La grande onda è forse tra le immagini più giustamente e a volte ingiustamente “sfruttate” dell’arte di quegli anni. Questa celebrazione è forse dettata anche dalla grande apertura che l’arte del maestro ha avuto nei confronti dell’arte occidentale. Hokusai ha saputo far combaciare, perentoriamente, le innovazioni dell’arte occidentale alla tradizione artistica giapponese. Il senso di unità e di sguardo a ciò che succedeva al di là dell’Oceano, ha creato un ponte di relazioni e scambi. Che sia un bene o un male, un dato di fatto è che l’arte giapponese negli anni si è evoluta, rielaborando in maniera del tutto intima e personale un passato fatto di uno stretto legame con la tradizione della propria cultura. Hokusai, ha avuto la grande abilità di saper far convivere insieme elementi che hanno abbattuto ogni confine e ha permesso all’innovazione artistica occidentale ottocentesca di arrivare alle prime sperimentazioni, senza le quali, il nostro “contemporaneo” non sarebbe concepibile.

Sulle orme del maestro è oltre che un racconto, una finestra su un mondo che ci accomuna e allo stesso tempo ci allontana. La mostra mette nelle nostre mani le linee guida per una riflessione che ci conduce ad oltrepassare i confini e lasciarsi inebriare da culture orientali, strizzando un occhio alle evoluzioni artistiche dei secoli. Sebbene ad oggi, l’impronta paesaggistica, delicata e minuziosa, sia per lo più un ricordo lontano, ciò che resta è una contaminazione di forme, vedute e tradizioni in continuo mutamento.

 

 

HOKUSAI. Sulle orme del Maestro

12 ottobre 2017 – 14 gennaio 2018

Museo dell’Ara Pacis

Lungotevere in Augusta (angolo via Tomacelli), Roma

Orari: tutti i giorni h 9.30- h19.30

Biglietti: 11€ intero; 9€ ridotto + prevendita € 1

 

Momento zero: le montagne senza eco di Pietro Manzo

È in corso presso la White Noise Gallery Momento Zero, personale di Pietro Manzo composta da opere che spaziano dal monumentale al piccolissimo formato, dalla fotografia alla pittura all’installazione.

A prima vista, le opere di Manzo non sembrano avere molto di originale da dire. Basta una seconda occhiata, però, per accorgersi che in realtà nascondono qualcosa in più rispetto a quanto si potrebbe pensare fermandosi al primo colpo d’occhio. Quelli che sembrano semplici paesaggi fotografici, infatti, sono in realtà ricostruzioni fittizie di una realtà non più esistente, ottenute sovrapponendo strati di colore a stampe fotografiche. Quella che potrebbe sembrare la solita mostra di fotografia naturalistica, pertanto, si trasforma nell’occasione di conoscere una ricerca di tutt’altro genere, e di riflettere su tematiche tutt’altro che scontate. Se da lontano potrebbero sembrare solo immagini da cartolina, infatti, guardando con più attenzione si scopre che quelli esposti da Manzo sono panorami colpiti da ferite indelebili, ferite che l’artista tenta però di ricucire attraverso la pittura. I soggetti da cui parte sono montagne sventrate, paesaggi stravolti dalla presenza umana, che l’artista riporta con il suo intervento al loro “momento zero”, allo stadio iniziale della loro storia. L’artista, come un chirurgo plastico, elimina cioè con pazienza tutte le cicatrici lasciate dall’uomo sulla natura, ristabilendo almeno sulla carta un equilibrio millenario ormai perduto per sempre.

Quella offerta da Manzo è perciò la rappresentazione di un mondo perfetto ma surreale, ambiguo, che non è del tutto naturale, né del tutto artificiale. È l’effige di una natura fin troppo incontaminata, il ritratto di paesaggi senza memoria, di montagne senza eco. Un ritratto reso paradossalmente poco credibile proprio a causa della totale assenza di qualsiasi contaminazione umana, ormai inconcepibile nella mente dell’uomo moderno. I paesaggi di Manzo, in altre parole, hanno lo stesso effetto di paesaggi realizzati in computergrafica, troppo vergini e silenziosi per risultare realistici.

La tecnica utilizzata per realizzare queste opere è molto antica, tanto quanto il mezzo fotografico stesso. La pratica del ritocco a pennello, infatti, era ampiamente diffusa già all’epoca di Daguerre, e così è stato fino all’invenzione della fotografia a colori e alla cosiddetta “rivoluzione del digitale”. L’artista, però, riesce a trasferirla in maniera originale nel contesto artistico contemporaneo, e a sfruttarla al massimo per veicolare il suo messaggio. La curiosità da parte del pubblico è inevitabile, non solo per l’utilizzo di una tecnica così inusuale nel 2017, ma anche a causa dell’impossibilità di conoscere l’immagine originale che si nasconde dietro l’intervento dell’artista.

Nella project room al piano inferiore della galleria è esposta un’altra parte della ricerca dell’artista, a metà strada tra scultura, pittura e installazione, in cui il discorso affrontato nelle altre sale si fa ancora più forte e tangibile. Dettagli di quelle stesse montagne raffigurate in foto sono dipinti qui dall’artista direttamente su frammenti di marmo prelevati dalle stesse (frutto pertanto della distruzione del paesaggio naturale ad opera dell’uomo di cui si parlava). Frammenti fisici e iconici convergono così a rappresentare un tutto in bilico tra un passato ormai perduto e un presente difficile da accettare.

Esposti e illuminati in maniera suggestiva, questi frammenti appaiono come pezzi di un corpo lacerato, da contemplare nel religioso silenzio di questa sorta di cripta. Unici particolari fatti emergere dal buio della stanza, sembrano essere indicati come testimoni di un delitto, o come reliquie di un martirio, normalmente incapaci di suscitare altra reazione che una malcelata indifferenza.

 

 

Fino al 18 novembre

White Noise Gallery

Via dei Marsi, 20/22

Roma

 

http://whitenoisegallery.it/mostra/momento-zero/

Gli orizzonti della percezione. Personale di Antonio Milleddu

La Ruota della Fortuna è lieta di presentare la mostra di pittura dell’artista locale Antonio Milleddu, dal titolo Gli orizzonti della percezione, presso la locanda Aurora di Cagliari, in piazza Yenne, in mostra sino al 15 novembre 2017.

Un risultato con una forte e tangibile espressione del pensiero dell’animo umano, una materializzazione del vissuto personale dell’artista. Antonio Milleddu ha cercato di attraversare e varcare quel sottile confine che separa ciò che vede l’occhio da ciò che vede la mente, passando dalla consapevolezza dell’essere umano. Si tratta di una conoscenza del linguaggio dell’arte legato alla storia e ai vissuti di ognuno di noi. Nei suoi lavori attraverso una fusione di colori e di luci abbiamo una rappresentazione di stati d’animo, un vissuto interiore, sfigurato dal tempo, che esprime allo stesso modo energia, dinamismo, con un risultato oggettivamente suggestivo.

Il pubblico coinvolto ha il progetto di interpretare in chiave eloquente le opere, diventando come parte integrante di esse.

Un’arte studiata nelle forme, con uno spiccato senso del realismo e un innato senso dell’osservazione. Lo sguardo è attratto dai colori brillanti, che rafforzano questo lavoro, basato sull’analisi personale dell’artista. Una componente naturale nel comunicare il mondo interiore del vissuto quotidiano è presente nel lavoro del Milleddu, ove è evidente un lavoro ricco di passione, con un entusiasmo volto alla crescita interiore del protagonista. L’esperienza pittorica è un presupposto che risulta essere la chiave della vita matura dell’uomo.

In questa mostra l’autore mostra le ragioni della trasformazione da una visione del mondo essenzialmente umanista volto al pregiudizio della decadenza, a una concezione più spirituale e astratta. Le esperienze traversali in campo artistico hanno permesso di varcare e conoscere il confine dell’animo artistico, spesso turbato dal vissuto quotidiano. Il percorso artistico nasce dall’esigenza di catturare lo sguardo dello spettatore che deve saper comprendere fino in fondo le radici del suo male. I colori sgargianti rafforzano il carattere dell’esposizione, una parte fondamentale che ha contribuito alla nascita della mostra, che è un percorso ricco di passione ed entusiasmo.

 

 

Info: Cagliari, associazione culturale “la ruota della fortuna” LocandAurora

Fino al 15 novembre

Dalle 10,00 alle 20,00

 

Daidalos. Javier Marìn in mostra al Labirinto della Masone

Javier Marìn (1962) è lo scultore messicano protagonista della mostra intitolata Daidalos, presso il Labirinto della Masone, in corso fino al 14 gennaio 2018.

La mostra offre al pubblico la possibilità di ammirare uno scambio artistico fra l’architettura in stile neoclassico del complesso ospitante l’evento e le forme plastiche create dall’artista, opere in terracotta, bronzee e altri materiali, nate dall’immaginazione del Marìn.

L’uomo è il centro dell’operato di Marìn, non è un caso infatti che ad accogliere il pubblico sia un cavaliere bronzeo alto più di 7 metri. L’artista assume il ruolo di un Creatore, nel proprio lavoro infatti il processo creativo, quello in cui viene plasmata un’opera, assume un ruolo fondamentale, è un’esperienza che è in grado di offrire la possibilità di studiare maggiormente il corpo o gli oggetti a cui si intende dar vita.

Cabeza Roja è la scultura regina esposta nella corte centrale, una creazione che rappresenta un’imponente testa femminile, un lavoro che garantisce al pubblico di ammirare l’attenzione che lo scultore attua nei confronti non solo del corpo dell’essere umano, ma anche verso il reale e il mondo metaforico.

Ad accompagnare l’esposizione ci sarà la Guida alla mostra,edita da Franco Maria Ricci, firmata da Giorgio Antei.

 

 

Fino al 14 Gennaio 2018

Fontanellato | Parma

Luogo: Labirinto della Masone

La mostra è aperta tutti i giorni, tranne il martedì, dalle 10.30 alle 19. L’accesso è incluso nel biglietto d’ingresso del Labirinto della Masone (intero € 18, riduzioni indicate sul sito), che comprende anche l’accesso al labirinto di bambù e alla collezione permanente di Franco Maria Ricci.

Curatori: Giorgio Antei, Fondazione Franco Maria Ricci

Telefono per informazioni: +39 0521827081

E-Mail info: labirinto@francomariaricci.com

 

Romina Bassu. Campionario analogico

Da giovedì 26 ottobre 2017, Burning Giraffe Art Gallery presenterà la mostra intitolata Campionario analogico dell’artista Romina Bassu, nata a Roma, classe 1982.

Un’attenta ricerca di foto d’archivio costituisce il punto di partenza dell’indagine pittorica della Bassu, ove fan da padrone ritagli di vecchi rotocalchi e locandine del cinema classico, un piccolo campionario di immagini attraverso il quale la pittrice prende in prestito le atmosfere e le suggestioni.

La mostra si compone di una decina di opere su tela e su carta, realizzate appositamente per questa personale dell’artista nella galleria torinese, un’occasione in cui è stato possibile concentrare la propria attenzione sulla figura femminile. La staticità caratterizza le figure dipinte, appaiono quasi prive di vita e sembrano sacrificate al loro apparire. I personaggi che popolano i quadri sono stati inseriti dell’artista in un passato recente, gli anni Cinquanta, con la presenza di immediati riferimenti iconografici e culturali. Tale scelta permette di far emergere una concezione dei ruoli sociali e di genere più rigida e pervasiva, la scena è trasportata su una dimensione senza tempo e le figure diventano degli archetipi, estremamente contemporanei allo spettatore.

L’oggettivazione del corpo femminile è il concetto su cui verte la riflessione portata avanti da Romina Bassu, che avrebbe nello sguardo del genere maschile la principale azione di tale oggettivazione. Il volto dipinto, presente in quasi tutte le opere in mostra, sottolinea tale meccanismo, in quanto, nel momento in cui ci si limita all’apparenza, il corpo subisce la sostituzione da un prodotto universale e disincarnato, che non contempla il riconoscimento del valore in senso soggettivo.

«Un individuo privato dei suoi connotati e dei suoi caratteri distintivi – spiega l’artista – si confonde in un’anonima istantanea e si trasforma in un personaggio simbolico. L’anonimato è un carattere importante nella mia indagine; fornisce la possibilità di sovrapporre l’identità collettiva a quella individuale, ritrovando inevitabilmente nei volti e nelle persone ritratte qualcosa che ci appartiene attivando un processo di agnizione e immedesimazione».

Luogo: Burning Giraffe Art Gallery – Via Eusebio Bava, 8/a, Torino
Vernissage: giovedì 26 ottobre, ore 18:30-21:30
Periodo mostra: dal 26 ottobre al 2 dicembre 2017
Orario di apertura: martedì-sabato, 14:30-19:30 (mattina su appuntamento)
Contatti: www.bugartgallery.cominfo@bugartgallery.com – t. 0115832745