Focus

La rubrica Focus ha l’intenzione di restituire il contatto diretto e immediato con una singola opera oppure con diverse opere dello stesso artista, favorendo un rapporto a tu per tu come succede in una galleria, anche se ci si trova davanti allo schermo del computer, dello smartphone o del tablet. Focus vuole inoltre focalizzare l’attenzione sulla vita di un singolo artista, analizzandone il percorso di ricerca lontano dalla consueta riproposizione biografica dal taglio storico.

Siamo bombardati di immagini, questa è una frase fatta ricorrente ma non per questo meno veritiera e l’insieme dell’arte visuale è una fabbrica mai stanca di immagini.
In questo magma indistinto alcune immagini ci colpiscono, ci attraggono, ci seducono al primo sguardo. Senza rifletterci tanto, a volte in contrasto con quel che è il nostro gusto solito o quello che vorremmo fosse, siamo attratti da un’opera per come appare.
Non dalla ricerca artistica, non dall’autore, non perchè era su un libro o su un sito web. Talvolta l’intuizione arriva prima della comprensione.

Riflessi passeggeri. Pae White

Pae White produce una serie di opere dove la frammentazione, caratteristica esemplare della civiltà contemporanea, è ben rappresentata, in astratto e con un forte impatto visivo.
Installazioni a metà strada tra arte, architettura e design che dichiarano un forte interesse per la percezione spaziale degli ambienti e delle cose.

I lavori in questione sono pazientemente costruiti con fili di nylon trasparente ai quali vengono appesi ritagli di carta colorata o piccoli pezzi di specchio di forma esagonale. Ciò che si viene a creare sono una sorta di sciami artificiali e statici dove le singole parti girano su stesse senza mai però spostarsi nello spazio che le ospita. Sono ordinate nuvole galleggianti, variopinte e rifrangenti. L’intero ambiente viene trasformato dalle opere che dividono lo spazio e lo riempiono di ombre e riflessi di luce che danzano su pareti e soffitti dando l’impressione di trovarsi sott’acqua o di fluttuare senza peso nell’aria.

Osservando questi “mobiles” da vicino invece ci si immerge in un caleidoscopio di colori e luce in continua variazione, un immagine frammentata e dinamica che non si riesce a definire con chiarezza a causa del suo essere in uno stato di evoluzione permanente.

L’efficacia di queste installazioni è indubbia, attraggono a loro e ci si sofferma a lungo a studiarle attentamente lasciandosi trasportare in una dimensione altra, tra il gioco e l’analisi. A conferma di questa efficacia è il numero di allestimenti derivati dalle opere di Pae White in occasione di eventi di design o moda, dove viene sfruttato l’aspetto decorativo e sorprendente.

Viviamo in un periodo dove la quantità di informazioni è tale e lo scibile umano è così vasto da non riuscire mai ad avere un’immagine completa e sicura delle cose. L’informazione successiva potrebbe cambiare il disegno totale, o essere insufficiente a completarlo. Proprio come in queste costruzioni ipnotiche e prive di un messaggio definito. Possiamo solo cogliere frammenti, riflessi passeggeri o colori spezzati.

Foto e video dalla mostra “In Love With Tomorrow” alla Fondazione Langen, Neuss (Germania) di Marzio La Condanna

Gardaland o arte? Kurt Perschke

Kurt Perschke ha pensato a un’opera itinerante che si modifica in base al sito selto e a sua modifica il luogo in cui viene ospitata.
Red Ball è una grande palla rossa gonfiabile che viene inserita via via in interstizi urbani, porticati o concavità architettoniche.
La sua forma sferica non è mai perfetta perchè sempre costretta ad adeguarsi agli spazi, il più delle volte angusti, in cui trova posto. Non è mai uguale a se stessa e subisce le condizioni esterne del suo “habitat” temporaneo che potremmo definire condizioni di cattività.

Il soggetto scelto da Perschke è astratto, un solido geometrico che tende alla perfezione euclidea senza mai raggiungerla. L’uomo non è rappresentato ma è parte integrante della riuscita di quella che più che un’opera è un’operazione artistica.

Gli scenari urbani vengono disturbati e arricchiti dalla presenza della Red Ball grazie anche al comportamento del pubblico. Sorpresi, attratti e divertiti, le reazioni sono diverse e manifeste e si ottiene una vivacità di presenze e attività sociali nel luogo dell’opera.
Il luogo, fisico e sociale, viene influenzato visibilmente dalla presenza della morbida palla rossa deformata.

Costrizione, deformazione, innesto e contrasto possono portare ad esiti tanto inaspettati quanto non necessariamente negativi. Forse tutti ci siamo figurati di dover raggiungere una forma perfetta, mi chiedo chi creda di essere riuscito nell’impresa.

Una delle prerogative dell’arte è quella di offrire una prospettiva diversa a chi la osserva, quella di cambiare qualcosa nel modo di vedere le cose. Quest’opera sembra riuscirci ogni volta, anche se forse spesso in modo solo superficiale. Di certo non tutti si interrogano sul concetto di identità e contesto. Molti la vivono come un’attrazione da parco di divertimenti, e divertente può esserlo di certo.
Una delle caratteristiche di un’opera d’arte riuscita è però senza dubbio quella di avere più chiavi di lettura, e anche in questo Perschke sembra avere centrato il bersaglio.

link: Red Ball Project

La copertina più bella di sempre. Annie Leibovitz

“Senza dubbio è necessario saper leggere la gente per poterla fotografare. Innamorarsi di loro può essere un modo”.

22 gennaio 1981. La bibbia del rock, la rivista Rolling Stone America, pubblica in prima pagina quella che verrà decretata la migliore delle copertine del XX secolo. Quell’edizione non ebbe bisogno di nessun titolo, di nessuna presentazione eccetto il nome della testata. Eccoli Yoko Ono e John Lennon immortalati nel loro appartamento nel Dakota Building a New York, in occasione dell’uscita del loro disco Double Fantasy.

La fotografia, una forma artistica meravigliosa, che riesce a sintetizzare l’attimo, l’emozione, il particolare. L’autrice dello scatto è Annie Leibovitz, uno dei nomi più importanti del panorama fotografico mondiale, la cui notorietà spicca il volo da quando accompagna i Rolling Stone in tournée negli anni ’70 riuscendo a creare una sintonia ed un’empatia con la band che le permette di immortalare la vera essenza delle giovani rockstar.

L’idea iniziale della Leibovitz era di ritrarre Lennon da solo, ma il cantante insistette per far comparire accanto a lui la sua compagna. John Lennon e Yoko Ono avevano precedentemente posato in un nudo integrale per la copertina del singolo Two Virgins, per tale ragione alla Leibovitz venne naturale proporre ai due di spogliarsi integralmente per il nuovo  scatto ma Yoko fu molto riluttante nel togliersi i vestiti. Affermò che avrebbe potuto spogliarsi della parte superiore, ma non dei jeans. Delusa Annie, per non interrompere la naturalezza dell’atmosfera, le chiese di rimanere vestita, mentre John la stringeva a se, baciandole teneramente la guancia ad occhi socchiusi.
Annie utilizzò una macchina istantanea per catturare il momento. La Polaroid scattò e l’immagine prese lentamente vita. L’istantanea che uscì era immensamente suggestiva, soprattutto per la dimensione intimistica attraverso cui la coppia riesce a far entrare lo spettatore, quasi come se la fotografa non fosse li con loro.

Il contrasto tra i due è evidente: la contrapposizione e la diversità sono le chiavi di lettura di questa fotografia. Diverse posture, diverse culture, diversi modi di apparire che si incontrano e si intrecciano in un legame tenero, profondo e indissolubile. Un taglio verticale che ritrae unicamente i due soggetti senza alcun dettaglio che disturba la scena ed una  inquadratura sopraelevata che permette di prendere nella loro interezza l’intreccio dei due corpi. Non ci sono giochi di luce particolari né una scena costruita in modo artificioso, eppure nel guardarla il respiro si ferma per un istante.
I tre capirono subito che lo scatto rappresentava un’immagine profonda, tanto che Lennon esclamò alla Leibovitz: “Hai catturato esattamente il nostro rapporto”.

Eppure questa foto rappresenta anche tanta tristezza, una tristezza che la coppia ancora non conosceva nel momento dello scatto. Purtroppo, dopo alcune ore, Lennon fu assassinato davanti al suo appartamento. Riguardandola oggi quell’immagine sembra un vero e proprio addio. Yoko guarda altrove mentre John l’abbraccia quasi nel tentativo di consolarla per la sua imminente assenza. E’ l’ultimo scatto a John Lennon e in fin dei conti questa è la sua rappresentazione più vera e sincera.

Triumphs and Laments: una galleria a cielo aperto

Cercando il senso della storia a partire dai suoi frammenti, troviamo un trionfo in una sconfitta e una sconfitta in un trionfo.” Così si esprime William Kentridge, l’artista americano di origine sudafricana che, dopo mesi di impegno, finalmente ha inaugurato a Roma il suo capolavoro dal titolo “Triumphs and Laments”. Settanta figure alte quasi dieci metri animano le sponde del Tevere celebrando come un corteo la storia di Roma dalle sue origini sino ai giorni nostri. Attratto dal fascino della capitale, Kentridge non ha esitato a creare, in pieno centro a Roma, tra Ponte Sisto e Ponte Mazzini, una vera e propria galleria d’arte, ottenuta con l’uso degli stencil, dopo un’accurata operazione di rimozione della patina biologica dal travertino dei muraglioni.

La peculiarità della grande opera d’arte sta proprio nella suggestiva scelta dei temi: l’artista non si è limitato alle gesta dell’impero romano, bensì ha voluto raccontare le vittorie e le sconfitte che hanno segnato tutta la storia di Roma capitale. Un’opera che riporta in modo eccellente il passaggio dalle glorie della Roma antica a quella più moderna in tutte le sue sfaccettature, mescolando epoche e personaggi, senza alcun rispetto per la sequenza cronologica: da Marco Aurelio a Giordano Bruno, dalla morte di Remo a quella di Pasolini, dai trionfi di Cesare alle esecuzioni dei partigiani, un cofano aperto di una Renault che ricorda l’assassinio di Aldo Moro o ancora una barca colma di persone che rimanda ai migranti di Lampedusa. Ma non solo: l’artista inserisce anche il noto bagno nella fontana di Trevi di Marcello Mastroianni e Anita Ekberg, protagonisti de La dolce vita di Fellini, la morte di Anna Magnani di Roma città aperta, o ancora, la coreografica scultura del Bernini Apollo e Dafne che sembra trasportare su due ruote il volto di Cicerone.

Tutti pezzi più o meno importanti di storia che Kentridge rielabora in chiave moderna, con l’intenzione di suscitare un’emozione a tutti coloro che, passeggiando lungo il Tevere, riconoscano nelle illustrazioni una parte di vita della città. Lo scopo dell’artista è proprio quello di catturare l’attenzione del passante tramite il mezzo più coinvolgente: la memoria storica.

L’inaugurazione, non a caso avvenuta il 21 Aprile giorno della fondazione di Roma, è stata particolarmente affascinante data l’incantevole performance di musicisti e vocalisti che hanno accompagnato i due cortei partiti dalle due estremità opposte del lungotevere, uno a rappresentare i Trionfi l’altro i Lamenti. Un suggestivo gioco di luci e di ombre, di urla e di suoni, dalla kora africana fino alla zampogna italiana, su musiche originali del compositore Philip Miller. Ideato dallo stesso Kentridge, e promosso dall’associazione Teveterno, lo spettacolo ha radunato centinaia di persone tra Trastevere e Campo dei Fiori a partire dalle 20:30.

Jenny Holzer: quando la parola diventa status

Con l’arte di Jenny Holzer il linguaggio diventa un’espressione artistica che si mette totalmente a nudo attraverso un enunciato, un contenuto di tipo culturale, un’idea, mostrandosi in modo totalmente trasparente e senza alcun filtro. Alla fine degli anni ’60 dipingere paesaggi bucolici non rappresenta più la realtà che oramai è di tipo urbano, caratterizzata da muri di cemento, insegne e slogan pubblicitari.

Il filone dell’arte concettuale sosteneva proprio l’idea di concentrarsi su un’arte che non recitasse più, un’ arte reale che mostrasse la trasparenza dei contenuti. Questo è quello che fa l’americana Jenny Holzer dando vita ad una serie di lavori basati sulla scrittura, i Truism che letteralmente significa “verità ovvie”, una lunga sequenza di sentenze ordinate alfabeticamente, presentate singolarmente o a gruppi utilizzando i supporti più vari.

Per questo tipo di aforismi la Holzer sceglie un linguaggio semplice, immediato e diretto alle volte ripetendo singole parole o intere frasi in tono rafforzativo. Ed ecco che siamo davanti ad una vera e propria fusione semantica di due retoriche contrapposte: la prima dettata dall’impulso istintivo e irrazionale tipico dei manifesti, l’altra dalla razionalità fredda e più esplicativa della didascalia. Gli enunciati a volte banali, a volte filosofici, promuovono una reazione da parte dei destinatari. Molte di queste sentenze sembrano frasi colte dalla strada, idee o pregiudizi ascoltati in metropolitana, ci restituiscono una versione del mondo quando la nostra cesura interiore smette di funzionare. La stessa Holzer definisce i suoi Truism come “mock cliches”, la prova della cui validità viene rimessa alla decisione della gente. I passanti cancellano o modificano alcuni slogan e, talvolta, aggiungono commenti e valutazioni. Sceglie volutamente di affiggere i suoi lavori in luoghi pubblici e solo in seconda battuta all’interno di musei o gallerie d’arte, proprio perché convinta che al di fuori dell’ambiente protetto e schermato dell’arte i suoi messaggi risultano molto più impattanti e funzionali. Non esiste un soggetto, l’autore della frasi spesso non viene proprio percepito: il lettore così è forzato a porsi delle domande, a prendere una posizione in merito a ciò che legge e vede.

La sua genialità sta nel fatto che ha saputo evolvere la sua arte inserendosi con estrema creatività ed efficacia nei meccanismi della comunicazione pubblica. Le sue frasi sono state affisse sui cartelloni pubblicitari di Times Square, sono comparse su riviste, distintivi, magliette, caschi.

Siamo davanti al primo esempio di street art prettamente testuale che anticipa di decenni ciò che oggi invade la nostra quotidianità: l’idea dello “status” dei social network, l’utilizzo ridondante di aforismi nelle t-shirt e negli hashtag urbani, brevi frasi che nonostante tutto ci fanno comunicare e connettere con il mondo. Una vera e propria eroina della guerrilla marketing, che apre il dialogo tra arte e mass media, un incontro tra linguaggi che si integrano alla perfezione così semplici da comprendere ma così difficili da accettare. Quando siamo messi davanti alla pura e semplice verità ci troviamo ad essere fragili. Questa è la vera magia dell’arte di Jenny Holzer: cambiare la società, una parola alla volta.

Tracey Emin: un letto da milioni di sterline

Tracey Emin, My Bed, 1998 _ Saatchi Gallery©

Tracey Emin, My Bed, 1998 _ Saatchi Gallery©

Ci sono opere che al primo sguardo catturano la tua attenzione, ti rievocano sensazioni e ricordi o semplicemente suscitano curiosità. Concettualmente talmente semplici che risultano essere uniche e inimitabili. Questo è il caso di My Bed opera dell’artista inglese Tracey Emin, una delle artiste più significative dell’arte contemporanea, esponente dal 1997 del movimento dei British Artist. Sono passati quindici anni da quando l’opera fece scandalo alla Tate Gallery: My Bed è l’installazione composta da un letto con attorno oggetti della quotidianità che, nel 1998, rappresentavano la vita e la fine di una delle tante relazioni sentimentali dell’artista. “Nel 1998 mi lasciai con il mio compagno e trascorsi quattro giorni a letto, a dormire, in uno stato di semi incoscienza. Quando mi svegliai, mi alzai e vidi tutto il caos che si era ammassato dentro e fuori le lenzuola”, racconta Tracey Emin nel video che accompagna la presentazione dell’opera.

In apparenza il letto è sfatto, le lenzuola vissute e cariche di umori, biancheria sporca e vestiti appallottolati, bottiglie di vodka vuote, preservativi usati, una scatola di pillole anticoncezionali, mozziconi di sigarette e vecchie fotografie. E’ un’opera sofferta, violenta, intima e cruda che racconta il dolore provato e vissuto, un mettersi a nudo in maniera eccentrica e provocatoria. Un comportamento borderline che Emin accentua in ogni sua opera, opere che si offrono ai nostri occhi nude e vulnerabili.

racey Emin, The Bed objects _ Rob Stothard/Getty Images©

racey Emin, The Bed objects _ Rob Stothard/Getty Images©

Chi, nel guardare The bed, non penserebbe di trovarsi di fronte ad una semplice operazione di marketing, un concetto di non arte, un mondo artistico furbesco che ripropone attraverso un oggetto di vita quotidiana una vita fatta di eccessi?

Per me non è nulla di tutto ciò. Questa non è una semplice installazione ma un’esperienza di vita dell’artista che affronta con un coraggio smisurato il tema della violenza nei confronti del genere femminile, l’abuso, il non rispetto. Tutto rievoca questo dolore, tutto è provocazione, tutto è eccesso.

Tracey Emin, The Bed objects 2 _ Rob Stothard/Getty Images©

Tracey Emin, The Bed objects 2 _ Rob Stothard/Getty Images©

L’installazione fu esposta per la prima volta alla Galleria Sagacho di Tokyo nel 1998 dove creò molto scalpore tra i visitatori; nel 1999 venne esposta alla Tate Britain di Londra e nel 2000 venne venduta per 150.000 sterline a Charles Saatchi, pubblicitario e grande collezionista d’arte, che la dispose nella sala da pranzo della sua casa di Londra.

Nel 2014 My Bed è stata messa in vendita dalla casa d’asta Christie’s ed è stata venduta per 2,5 milioni di sterline al collezionista tedesco Christian Duerckheim che ad oggi l’ha prestata per 10 anni alla Tate Britain rispettando la volontà dell’artista che ha sempre considerato quel museo l’habitat naturale dell’opera.

Tracey Emin, The Bed Tate Britain 2014 with the Artist_ Lauren Hurley/PA Wire©

Tracey Emin, The Bed Tate Britain 2014 with the Artist_ Lauren Hurley/PA Wire©

La nuova installazione risulta meno carica di violenza e, a detta dell’artista, ad oggi può essere vista semplicemente come un pezzo di storia dell’arte contemporanea, un’istantanea del tempo passato : «Gli oggetti che circondano il letto non hanno più nulla a che vedere con la mia vita: le pillole anticoncezionali e i profilattici non li uso più, perché ormai sono in menopausa, e la cintura non mi va più bene perché sono ingrassata. Ognuno di quegli oggetti è diventato un pezzo di storia, ci ricorda che il tempo passa e che tutto quanto cambia. Voglio che le persone reagiscano alla mia opera”.

Oramai The bed è semplicemente a portrait of a young woman.

[Sara Costa]

Tosatti. My dreams, they’ll never surrender

La coscienza delle idee di Gian Maria Tosatti

My dreams, they'll never surrender, Installation view, Castel Sant'Elmo, Tosatti©

My dreams, they’ll never surrender, Installation view, Castel Sant’Elmo, Tosatti©

Molto spesso accade che l’arte contemporanea, con le sue provocazioni e bizzarrie, riesca a far scoprire e rivivere degli spazi antichi per lunghi anni dimenticati, come è accaduto al Castel San’Elmo di Napoli, fortezza di difesa ed ex carcere della città.

Un grande sole artificiale che illumina un campo di grano piantato nei sotterranei, ecco l’installazione di Gian Maria Tosatti, un lavoro emozionante e carico di significati. L’opera riflette sull’importanza della forza creativa delle idee dell’uomo e soprattutto della capacità che hanno le stesse di piegare i limiti fisici imposti dalla costrizione di uno spazio.

E’ visibile unicamente dall’alto attraverso una piccola finestra , una sorta di visione a volo di uccello, che mette ancora più in evidenza l’immensa estensione, lunga più di un chilometro, di spine di grano che si stagliano nel punto più profondo e buio della prigione, la cisterna.

Un’opera dedicata a tutti coloro, rivoluzionari e non, che hanno speso le loro vite in carcere a causa delle loro idee e dei loro valori e che, nonostante tutto, da una cella sono stati capaci di cambiare la Storia.

Un omaggio velato a personaggi come Nelson Mandela, Rubin “Hurricane” Carter e Antonio Gramsci, depositari di un’eredità di pensiero.

My dreams, they'll never surrender, Installation view, Castel Sant'Elmo, Tosatti© 2

Un’eredità e una coscienza che in tutti noi deve essere alimentata ogni giorno: ecco perchè Tosatti sceglie di realizzare l’installazione non con materiali indistruttibili ma semplicemente con delle spighe che, se non curate costantemente, tenderanno inevitabilmente a marcire e a cadere nell’oblio proprio come le bellezze ed i patrimoni dello Stato italiano.

[Sara Costa]

Alessandra Sanguinetti. Le avventure di Guille e Belinda

Vivere la spensieratezza di un bambino di dieci anni, serate estive fatte di risate e ricordi, giochi in cortile e tanti flash temporali che rimangono nelle nostri menti ma sono difficili da raccontare. Nel  progetto “Le avventure di Guille e Belinda”  Alessandra Sanguinetti è riuscita a catturare tutte queste sensazioni su pellicola. Nel 1999 decise di raccontare una storia, un legame che non poteva essere in nessun modo dimenticato: l’universo privato di due cugine che vivevano nella fattoria distante 10 km da quella di suo padre. Il progetto racconta la vita, i sogni, la semplice quotidianità di due ragazze cresciute nella Pampa argentina. Le conosceva da quando erano piccole ma solo frequentandole quotidianamente capì quanto dietro le loro risate ed i loro giochi si celasse il sentimento profondo di una fase importante dell’esistenza e della crescita femminile. La vita dei bambini è affascinante ed è totalmente pura, senza filtri, tanto che gran parte della nostra identità si forma proprio in quegli anni venendo poi inevitabilmente contaminata dalla società che ci circonda. Con Guille e Belinda instaura un rapporto forte di amicizia e di affetto tanto che, nello scorrere le immagini, sembra di essere davanti ad un linguaggio fotografico molto intimo che si avvicina ad una sorta di diario segreto. “Da piccola fare foto era il mio modo per rendere le cose permanenti, sincronizzare quello che vedevo con quello che sentivo. Era un modo per collegare i puntini, trovare connessioni fra gli eventi casuali. Alla fine, prestando attenzione, si cominciano a creare storie e a cercare il senso delle cose. E una volta trovato un modello che possiamo riconoscere, questo ci renderà tutto più semplice”. La Sanguinetti utilizza la fotografia come un ponte tra il mondo interiore e quello esterno, tra l’universo privato e un progetto collettivo di crescita. E’ riuscita a mettere insieme i sogni e le aspirazioni di due semplici ragazze, dando così alle immagini una qualità teatrale. Ricostruire gli ambienti dei giochi, i gesti e le espressioni della giovinezza è una favola che in fotografia le permette di esprimere un pensiero e una vicinanza sentimentale del mondo femminile.

Tanto non capirai niente. Tony Lewis

Il lavoro di Tony Lewis è incentrato sulla comunicazione e la tramandabilità di informazioni o concetti. Nella serie di opere Gregg Shorthand Drawings al centro di fogli di grandi dimensioni, con pieghe, rappezzamenti e macchie scure, campeggiano dei simboli corsivi tracciati con la grafite chiaramente identificabili come scrittura, ma di difficile interpretazione. Sono i simboli del sistema stenografico in uso negli Stati Uniti, Gregg Shorthand.
La stenografia è quel tipo di scrittura veloce che permette di riportare un discorso su carta, alla stessa velocità di chi parla. Questo mediante abbreviazioni di parole e semplici segni fonetici, un po’ come un alfabeto semplificato. Si omettono quindi lettere mute (numerose in inglese) e si utilizza lo stesso segno per suoni simili o composti. È dunque, più della scrittura tradizionale, un sistema per fissare e tramandare qualcosa di importante ma evanescente come un discorso, la cui partecipazione di pubblico è limitata.
Questo tipo di linguaggio è però sicuramente meno conosciuto dell’alfabeto latino, è comprensibile ad un numero ristretto di persone. Il suo scopo divulgativo è raggiunto a metà.

Lewis si cura di utilizzare polvere di grafite, quella che compone la mina delle matite, e carta per realizzare la quasi totalità delle sue opere.
Carta e matita, gli oggetti più semplici e diffusi per comunicare, usati anche dai bambini. I primi che ci vengono a portata di mano per appuntare qualcosa di memorabile per noi stessi o per qualcun altro.

Un sistema di scrittura veloce che permette di non perdere neanche una parola, strumenti veloci e semplici di facile reperibilità poi però quel che Lewis riporta sul foglio è un singolo segno, non un discorso, non una frase e neanche una parola compiuta.
Ricordano graffiti da strada, l’urgenza di lasciare la propria memoria, di dire qualcosa a chi passa, di farsi sentire da tutti senza distinzioni.
Ma nonostante tutti questi sforzi la comunicazione non avviene affatto.

Tutta la preoccupazione e l’ingegno messo in atto nella storia per trascrivere un pensiero espresso a parole e poter raggiungere più persone, poterle includere nel messaggio, renderle parte del discorso e farlo proseguire potenzialmente fino alla fine dei tempi, viene irreparabilmente meno.
Rimane un segno grafico affascinante che attira a se lo sguardo ma non comunica assolutamente niente.
Si legge una critica all’arte stessa, ai modi che assume oggi, a volte comprensibili a pochi o forse a nessuno. Arte a volte compiaciuta dell’immagine, della forma, del mezzo, della materia di cui è fatta ma senza alcun messaggio dietro. C’è della nostalgia in queste opere, manifesti rovinati, spiegazzati, rotti e sporchi come vecchi reperti che vorremmo ci parlassero ma alla fine non capiamo niente.

Le 7000 querce dell’artista assoluto Joseph Beuys

Settemila pietre di basalto accumulate davanti al museo Federiciano di Kassel sono – e mi assumo la responsabilità di quanto asserito – l’espressione artistica più alta e genuina della seconda metà del ‘900 in Europa.

Partorite dalla mente sublime di un artista radicale come Beuys, esse altro non furono che monete di scambio per qualcosa di altrettanto tangibile, purtuttavia vivo e tellurico, come una moltitudine di querceti destinati a divenire una foresta. Lo “sciamano dell’arte”arrivò a tale ingegno poiché, inevitabilmente, forgiato dalla guerra e purificato dalla natura, decise che solo attraverso un rito pagano di adozione di una pietra potessero sorgere nuovi valori: non la bellezza fine a sé stessa ma un rapporto più pragmatico con la terra, era la strada da intraprendere nella modernità.

L’originalità dell’opera di questo artista, europeo per antonomasia, consta nel paradosso cosmico di una composizione nata con l’intento di morire e trasmutarsi, di rimanere e contemporaneamente dissolversi. Beuys ammazza l’opera imperitura, scegliendo di non vedere mai il bosco rigoglioso. E’ l’alchimia di una vita passata tra rinascite spirituali che si dissolvono, come il triangolo di pietre accumulato di fronte al museo di Kassel che, “adottate” di volta in volta con lo scopo di piantare il corrispettivo in alberi, andò via via riducendosi fino a scomparire, per sempre.