Spesso quando si parla di “arte” si è soliti interpretare il termine come qualcosa legato esclusivamente al campo della pittura, scultura e architettura. L’attribuzione del termine “arte” a questi tre grandi colossi non è sbagliata, ma nell’età contemporanea è sicuramente incompleto conferire l’appartenenza al mondo dell’arte solo a questi settori.
Oggi il termine “arte” si riferisce anche al cinema, alla letteratura, alla musica, al teatro, alla danza, alla moda e al design, che non solo presentano al pubblico dei legami con la storia dell’arte intesa nel senso tradizionale del termine, sono delle vere e proprie forme di comunicazione, originali e capaci di toccare le corde emotive dei vari fruitori.
La rubrica Leggendo l’Arte tratterà tutte queste forme artistiche, ponendo in relazione l’arte tradizionale con le sue migliaia di sfaccettature.

Hermitage – Il Potere dell’Arte

La Grande Arte al cinema proseguirà con l’appuntamento del 21, 22, 23 ottobre quando arriverà sul grande schermo Hermitage-Il Potere dell’arte.

Il film – documentario è stato realizzato in stretta collaborazione con il Museo Statale Hermitage di San Pietroburgo, racconta le grandi storie che sono passate per i corridoi del museo e per le strade della città: dalla fondazione di Pietro I allo splendore di Caterina la Grande, dal trionfo di Alessandro I contro Napoleone, alla Rivoluzione del ’17, fino ai giorni nostri. Immagini spettacolari porteranno gli spettatori nei grandiosi interni del Museo e del Palazzo d’Inverno, nel Teatro, nelle Logge di Raffaello, nella Galleria degli Eroi del 1812. Un luogo magico svelato attraverso i racconti dei protagonisti, le storie e i luoghi segreti aperti alle telecamere per l’occasione. Un’incomparabile metropoli dell’arte ricca di oltre 3 milioni di opere.

Dentro l’Hermitage, del resto, si può ripercorrere tutta la grande arte europea, da Leonardo a Raffaello, da Van Eyck a Rubens sino a Tiziano e Rembrandt, mentre fuori dalle sue mura la storia si snoda per luoghi ricchi di memorie. Ma la leggenda di San Pietroburgo si trasmette anche attraverso poesie e romanzi che ne hanno mostrato il fascino nel corso dei secoli, come quelli di Nabokov, Dostoevskij e di Achmatova. Per raccontare visivamente lo sviluppo urbano e architettonico, San Pietroburgo verrà presentata nella sua veste diurna e negli splendori delle sue notti, con la Prospettiva Nevskij, il lungoneva, i ponti, il profilo del complesso dell’Ermitage, il Cavaliere di Bronzo, le statue di Pushkin, di Caterina la Grande, di Gogol, le dimore nobiliari che si affacciano sui canali, senza dimenticare la musica e l’opera dei grandi architetti italiani, come Trezzini, Rastrelli, Quarenghi, che ne disegnarono il profilo.

Raccontare la storia dell’Hermitage è come raccontare la storia russa. E’ stato testimone di grandi rivoluzioni e di guerre, ma le sue opere d’arte sono sopravvissute per raccontarlo.

Lo splendore imperiale in ogni argento ci rammenta che questo prima di tutto è un palazzo imperiale. Un monumento nel gusto e nello spirito in ogni galleria ci fa immaginare la vita degli zar in questi ambienti.

L’Hermitage occupa un posto speciale nel cuore russo, è più di un museo, esso è parte della nazione. E’ un museo vivente, uno dei più grandi musei del mondo.

Ogni giorno bisogna aprire le porte come fece Pietro il Grande, per collaborare con i paesi di tutto il mondo.

 

 

Il fascino romantico del Vampiro

Edward Munch è il celebre pittore norvegese noto al pubblico per aver dipinto l’Urlo. Fra le numerose opere dell’artista si annovera Il Vampiro, un olio su tela realizzato nel 1895, la rappresentazione di una figura femminile dal lunghi capelli rossi che cinge in un abbraccio una figura maschile. La “donna – vampiro” mostra contemporaneamente note di dolcezza e fatalità, tiene stretto l’uomo dai lineamenti poco definiti in un abbraccio mortale, non si tratta di un bacio, come può sembrare a un primo sguardo, si tratta di un vero e proprio morso letale. I lunghi capelli rossi del demone fanno presagire a chi osserva l’opera il destino della figura maschile, destino reso ancora più intenso e drammatico dai colori scuri e cupi presenti nello sfondo del dipinto.

Alla fine dell’Ottocento la figura del Vampiro, oltre ad altri esseri demoniaci, domina la scena della letteratura gotica. Nel 1897 si assiste alla pubblicazione del romanzo epistolare Dracula scritto dall’irlandese Bram Stoker, ispirato alla figura di Vlad III Principe di Valacchia. Il mito del Vampiro come creatura “succhiatrice di sangue” nasce nei paesi slavi e balcanici, conquistando rapidamente il mondo delle arti figurative, della letteratura e del cinema. L’immagine del Vampiro che viene presentata al pubblico è quella di un essere romantico, è colto, intelligente, astuto, un essere immortale e dalle origini misteriose, una vera e propria creazione letteraria che nasce dalla mente di John Polidori (1795 – 1821) con l’opera The Vampyre (1819), scritta durante un periodo trascorso assieme a Lord Byron, al poeta Percy Shelley e alla futura moglie Mary, autrice di Frankenstein.

Ispirato al romanzo di Stoker è il capolavoro diretto da Friedrich Wilhelm Murnau, Nosferatu il vampiro, un film muto in bianco e nero proiettato per la prima volta a Berlino nel marzo 1922.

Il pubblico è attratto da questa creatura tenebrosa perché si tratta di una rappresentazione del male. Esso è immortale, carismatico e affascinante, un essere che conduce alla morte ma che al tempo stesso la supera, conducendo verso l’eternità.

 

 

L’arma più celebre della storia dell’arte. Venduta la pistola che uccise Vincent Van Gogh

27 luglio 1890. E’ una data che moltissimi storici dell’arte ricordano come il triste giorno in cui l’artista Vincent Van Gogh, dopo una serie di frequenti crisi psicotiche, tentò il suicidio con un colpo d’arma da fuoco. Si trattò di un unico colpo, non fatale al momento, che fece svenire l’artista, il quale fu condotto presso l’albergo in cui soggiornava per essere preso in cura dal medico Paul Gachet, che però non poté salvare la vita dell’artista.

Si trattò realmente di un suicidio? Alcuni ricercatori statunitensi nel 2011 hanno ipotizzato che l’artista sarebbe stato colpito da uno sparo accidentale esploso da alcuni giovani intenti a giocare con un’arma, una tesi che ancora ad oggi non è stata provata con certezza. Si tratterebbe così di un omicidio, una teoria che ha dato l’ispirazione alla creazione del film Loving Vincent, uscito in Italia nel 2017, un giallo che mostra agli spettatori la vita tormentata, ma anche straordinaria di Van Gogh.

Ma che fine ha fatto l’arma che ha sottratto al mondo l’artista dalla pennellata inconfondibile? Un acquirente anonimo ha comprato “l’arma del delitto”, una calibro 7 millimetri arrugginita, di marchio Lefaucheux, all’asta della casa AuctionArt – Remy Le Fur all’hotel Drouot di Parigi per 162.500 euro.

L’arma venne ritrovata negli anni ’60 da un agricoltore, proprio nel campo in cui, secondo la versione ufficiale, Van Gogh tentò il suicidio, suscitando l’interesse di numerosi musei e collezionisti.

Arte e personaggi d’animazione. I soggetti pop di Lothlenan

Andrea Tamme, nota sui social media come Lothlenan, è un’artista digitale canadese che ha trasformato le più celebri opere d’arte del panorama internazionale in dipinti dallo stile pop.
In cosa consiste questa metamorfosi? Innanzitutto non bisogna pensare a una trasformazione in stile Andy Warhol, la cui Ultima cena, ispirata al celebre affresco di Leonardo, è diventata una delle principali icone della Pop Art. Osservando le opere d’arte di Lothlenan è subito evidente come sia possibile immergersi in qualcosa di più dilettevole, alla portata di grandi e piccini, ad esempio il mondo del cinema, in particolare i film d’animazione.
Tutto è cominciato quando Lothlenan stava facendo uno studio sul dipinto dei Coniugi Andrews, realizzato nel 1750 circa da Thomas Gainsborough. L’artista canadese, anziché rafforzare le proprie capacità pittoriche in uno stile strettamente “classico” ha scelto di reinventare l’opera del XVIII secolo inserendo un tocco moderno, contemporaneo, dai caratteri pop, come se fosse un cartone animato.
Dopo quest’opera anche altri celebri dipinti sono stati reinventati da Lothlenan per trovare vita propria, come se fossero dei film d’animazione. E’ così che La donna col parasole di Monet, dipinto nel 1886, diventa Totoro, personaggio di Miyazaki, oppure L’autoritratto con la figlia Julie di Élisabeth Vigée-Le Brun, del 1788, vede ritratte Sailor Moon con la figlia Chibiusa.
Lothlenan unisce l’arte pittorica all’arte cinematografica, sostituisce i soggetti delle celebri opere pittoriche con personaggi noti alla società contemporanea, appartenenti alla cultura popolare, creando così un legame fra passato e presente, adottando un modo che può essere utile a far avvicinare al mondo dell’arte anche i più giovani che troppo frequentemente si mostrano indifferenti di fronte alla cultura dei secoli passati.

Il giovane Picasso…al cinema!

Sta per arrivare al cinema un film dedicato ad un altro grande protagonista del mondo dell’arte. Il protagonista delle tre giornate del 6-7-8 maggio è Pablo Picasso, nel film dal titolo Il giovane Picasso, che racconta la storia del pittore spagnolo, sino al grande successo avuto in tutto il mondo.
Picasso è sicuramente uno dei pittori maggiormente conosciuti e noti del mondo dell’arte, le cui opere sono diventate icone mondiali.
Il nuovo film evento sarà infatti dedicato agli anni giovanili di Picasso, agli anni in cui Pablo, un ragazzo proveniente dalla Spagna del Sud, diventò quello che sarebbe stato considerato l’artista moderno più famoso del mondo. Il docu-film analizzerà il ruolo fondamentale che ebbe l’artista nella vita, attraverso le citta che ebbero un ruolo significativo sulla vita dell’artista, Malaga, Barcellona e Parigi, evidenziando il motivo per cui ciascuna di queste città fu così significativa nel corso della sua formazione. Malaga è la sua città natale, dove Picasso y Ruiz nacque il 25 ottobre 1881 e si appassionò all’arte, dipingendo all’età di otto anni il suo primo quadro, una corrida. L’amore per la pittura era un’eredità ricevuta dalla famiglia, prima dal padre, artista e poi professore di disegno, poi in seguito anche dal nonno, guantaio con un innato istinto per il disegno e la musica.
Il Giovane Picasso è realizzato con una stretta collaborazione con cinque grandi musei europei situati nelle città fulcro della vita dell’artista, il Museo Picasso e la Fundación Picasso-Museo Casa Natal di Málaga, il Museu Picasso de Barcelona, dove è conservata la più ampia collezione dei suoi primi lavori, il Museu Nacional d’Art de Catalunya e il Musée National Picasso di Parigi.
Il docufilm racconta un periodo di due anni, soffermandosi sulle due fasi della vita e della formazione artistica di Picasso, ovvero il periodo blu e il periodo rosa. Oltre a questi momenti, ve ne sono altri fondamentali per la sua formazione e per la sua vita.
La pellicola non è solo una raccolta delle sue opere e dei suoi lavori, ma illustra anche la sua casa e mostra al pubblico diverse lettere ad amici e amanti del pittore, entrando nell’intimo del dell’artista.
Il film viene narrato dal nipote del pittore che si sofferma sui valori significati del protagonista, in primis come uomo, e come tale sofferente ai canoni imposti dal tempo e dalla politica, e in secondo come artista che abbraccia un periodo abbastanza variegato. Un’artista oggetto inizialmente di critiche e delusioni, ma che poi diventa il massimo esponente del movimento cubista.
Il film fa parte del progetto la grande arte al cinema.

Dell’Otto racconta l’inferno di Dante tra il Fantasy e l’Horror

Non tantissimi anni fa, un giovane strappato forse troppo presto alla formazione scolastica, per caso scoprì un legame tra la sua vita e quella di Dante. Col tempo diventò Professor Nembrini, insegnante di letteratura alla scuola superiore, e trascorreva la domenica sera a raccontare il cammino del poeta fiorentino; prima ai figli poi agli amici dei figli, poi ai genitori degli amici dei figli, la folla aumentava sempre di più. Tutti lo ascoltavano con ammirazione e il professore riusciva a trasmettere loro la bellezza e la meraviglia del personaggio più studiato al mondo: Dante Alighieri.
Nel 2014, durante una conferenza a Roma, Nembrini conosce Gabriele Dell’Otto, illustratore di fama internazionale, il quale rimane profondamente colpito dai racconti del professore tanto da mostrargli una tavola che rappresentava Dante nella selva oscura: diventano subito amici. E’ bastato un incontro tra i due, seppur casuale, per dare inizio ad un progetto diventato subito un must have del 2019 che non può mancare nelle librerie dei più grandi appassionati di arte e letteratura: una nuova Divina Commedia.
Non parliamo di un semplice libro con una delle opere letterarie più importanti al mondo, parliamo di un registro che oltre a riportare il testo originale dantesco con a fronte una parafrasi in italiano contemporaneo e un commento, ed una soddisfacente prefazione del Prof 2.0 Alessandro D’Avenia, presenta un’illustrazione per ogni canto.
«Franco, se tu commenti 100 canti io disegno 100 canti». Tra Franco Nembrini e Gabriele Dell’Otto inizia una sfida entusiasmante, personale e professionale.
Classe 1973 romano, Dell’Otto è oggi tra i più celebri disegnatori di fumetti delle due grandi casi editrici americane di supereroi, Marvel e DC. Oggi tra i suoi progetti più famosi insieme a Spidermen, Batman e Hulk c’è anche Dante Alighieri.
Tra il dark e l’epic fantasy, ma perché no anche un po’ di horror, l’immagine che introduce ogni singolo canto, accompagnata dalla terzina del canto cui fa riferimento, non ha solo lo scopo di illustrare quanto soprattutto quello di mostrarci quello che vedeva e sentiva Dante durante il suo viaggio negli Inferi. Dominano il rosso e il fuoco, le rocce e i rovi, due uomini sempre vicini l’uno all’altro si aggirano in questo luogo oscuro, Dante un po’ intimorito Virgilio più spavaldo, tanto che quest’ultimo molto spesso posa la mano sulla spalla del poeta quasi per confortarlo e proteggerlo.
Dell’Otto è riuscito a rappresentare tutto nei minimi dettagli, e solo in tal modo noi davvero riusciamo a leggere ciò che realmente Dante vedeva.
La crudeltà di Caronte è manifesta proprio come leggiamo “che ‘ntorno a li occhi avea di fiamme rote..”. La vergogna di Paolo che si copre gli occhi mentre Francesca tende il braccio verso il poeta, che forse avrebbe voluto aiutarli ma d’altronde un grande aiuto non poteva dare “ sì che di pietate|io venni men così com’io morisse”. Impressionante è anche la bestialità e la grandezza di Lucifero in confronto alla piccolezza dei due uomini, proprio come Dante si è sentito in quel momento “..e più con un gigante io mi convegno|che i giganti non fan con le sue braccia..”.
Una Divina Commedia contemporanea e avvincente che butta giù i muri che chiudono l’opera come un testo letterario accademico, Inferno si legge, si ascolta, si osserva, si vive. “Sarà vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza”.

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Gauguin a Tahiti. Il paradiso perduto. Il mito del selvaggio. Il fascino dell’esotico che diventa leggenda

Solo il 25-26-27 Marzo 2019 come nuovo appuntamento del progetto della Grande Arte al Cinema sarà possibile compiere un viaggio alla ricerca delle origini, ovvero quello proposto da GAUGUIN A TAHITI. IL PARADISO PERDUTO.

Il film è dedicato all’artista che lasciò tutto per seguire la sua ispirazione primitiva e reiventare, trasformare, completamente la pittura occidentale. Lo spettacolo ci guiderà infatti in un percorso tra i luoghi che Gauguin scelse come propria patria d’elezione e attraverso i grandi musei americani dove sono custoditi i suoi più grandi capolavori, New York col Metropolitan Museum, Chicago con il Chicago Art Institute, Washington con la National Gallery of Art, Boston con il Museum of Fine Arts. lo spettatore sarà accompagnato durante la visione del film verso la ricerca del mondo straordinario dell’artista.

Il racconto si apre con le parole di Gauguin che si definisce come “un lupo solitario nel bosco”. La sua vita è una corsa, un uomo in fuga alla ricerca della propria felicità. E’ la storia di uomo lontano dalle regole dell’arte accademica, di una società troppo modernizzata, che cerca pace, rifugio, nelle sperdute isole della Polinesia.

I suoi capolavori sono all’origine di una straordinaria bellezza dove ogni minimo particolare viene esaltato dai colori illuminati da una luce fuori dal tempo. I suoi quadri non sono conservati ai tropici, nelle sperdute isole, ma nei grandi musei, dove ogni anno milioni di spettatori si recano per trovare il loro angolo di paradiso, e si arrendano alla grazia della natura.

La partenza dell’artista segna l’inizio di un viaggio che porterà l’artista agli antipodi della civiltà, alla ricerca dell’alba del Tempo e dell’Uomo. Le sue isole sono una disperata e febbrile ricerca di autenticità di immersioni sempre più profonde nella natura lussureggiante, di sensazioni, visioni e colori ogni volta più puri e accesi; l’approdo definitivo in un Eden talvolta crudele che farà di lui uno dei pittori più grandi di sempre. Il viaggio si apre come un libro, che trasforma in immagini quello che fu la sua vita, accampanata dalle stesse parole dell’artista.

Cime tempestose: lettura attraverso le arti visive

«Io lo amo più di me stessa, Ellen; e lo so da questo: tutte le sere io prego di potergli sopravvivere, perché preferirei essere infelice io, piuttosto che saperlo infelice. È la prova che l’amo più di me stessa».
Emily Brontë, Cime tempestose

La citazione d’apertura di questo articolo è tratta da un celebre romanzo della letteratura inglese dell’Ottocento, Cime tempestose, scritto da Emily Brontë. I personaggi egoisti, capricciosi ed emotivamente instabili riescono a coinvolgere il lettore dall’inizio alla fine della storia. Il vero protagonista della vicenda è Heathcliff, che si fa trascinare dalle passioni e dall’ossessione per Catherine, un demonio per il quale il lettore prova compassione e che non riesce a odiare nonostante tutto il male che compie per vendetta, un essere disposto a sacrificare la propria felicità pur di veder sprofondare nella disperazione chi gli ha causato sofferenze.
Il cinema e, in generale, il mondo dell’arte non sono rimasti indifferenti di fronte a Cime tempestose. Nel 1939 fu diretto da William Wyler il film, in bianco e nero, Cime tempestose (La voce nella tempesta), con Merle Oberon, che interpretò Catherine, Laurence Oliver, che impersonò Heathcliff, e David Niven, nel ruolo di Edgar Linton, rivale in amore del protagonista, un adattamento cinematografico che però non rappresenta tutto il romanzo ma solo la storia d’amore e ossessione fra Heathcliff e la sua Catherine.
Nel campo dell’arte figurativa Balthus (1908 – 2001), artista francese di origine polacca, ha reso omaggio all’opera di Emily Brontë, realizzando, nel 1934, delle illustrazioni per il romanzo, dalle quali emerge lo stesso sentimento di angoscia e violenza presente nella maggior parte del libro. Nello stesso anno fu organizzata da Pierre Loeb la prima mostra personale dell’artista a Parigi e in questa occasione fu presentata l’opera intitolata La Toilette de Cathy, un olio su tela dipinto nel 1933, ispirato al romanzo della scrittrice inglese ma che in realtà non raffigura una scena presente nel libro. Lo stile dell’opera mostra il profondo legame fra Balthus e la tradizione artistica italiana, soprattutto con i grandi maestri del Rinascimento toscano, ma non si può negare una certa influenza con il Realismo magico e con la Metafisica.
Osservando il film di William Wyler e le opere di Balthus è evidente come certe opere della letteratura travolgano e sconvolgano il cuore e l’emotività di coloro che leggono e rimangano intrappolati con la mente fra quelle pagine. Ciò dimostra come l’arte dello scrivere possa stimolare i sensi, dando così lo spunto per la creazione di altri capolavori inscrivibili nell’immenso mondo dell’arte.

Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità

A una settimana dalla notte degli Oscar torniamo a parlare di Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità; la pellicola aveva infatti ottenuto la candidatura per la categoria miglior attore protagonista grazie all’intensa interpretazione di Willem Dafoe, occasione purtroppo sfumata.

Il film è il secondo che il regista ed ex artista Julian Schnabel dedica a una personalità pittorica quasi entrata nel mito: prima di Van Gogh infatti aveva diretto una pellicola sulla vita di Jean Michelle Basquiat. Schnabel sceglie di focalizzarsi sulla parentesi Arlesiana vissuta dal pittore olandese, che si rifugiò nel sud della Francia per evadere dal grigiore parigino e da una serie di compromessi accademici che sentiva stretti.

Il film, premiato al Festival di Venezia, è una analisi poetica e profonda degli stati d’animo dell’artista; più che sottolineare una mai del tutto accertata diagnosi di follia, quello che il regista evidenzia è l’immersione quasi panteistica e a tratti sacra che il pittore compie nei confronti del mondo che lo circonda, specie per quanto riguarda il suo aspetto naturale, incarnato dal sole, dagli alberi, dai fiori, dal vento. Tutto è poesia, tutto lo innalza a stato di grazia o lo schiaccia nel dolore; il sentire, profondo e totale, che fu per lui dono e maledizione, è il vero protagonista della storia.

Gli scontri con gli abitanti del posto, il suo essere incompreso, la dipendenza economica dal fratello Theo, che non lo abbandonò mai, persino l’amicizia conflittuale con Paul Gauguin, che si trasferì per un periodo ad Arles per lavorare con lui sembrano essere semplici elementi di contorno rispetto alla celebrazione della lucida conoscenza delle cose che caratterizzava questo grande artista. La sua vita si interruppe precocemente, ma il suo lavoro produsse in pochissimi anni un’ enorme quantità di opere; il mondo ne riconobbe il talento solo dopo la sua morte, forse perché la sua energia era troppo vera per essere compresa ed accettata da vivo, con tutte le sue contraddizioni ed esternazioni. Una luce troppo forte, quella di Vincent: come accade con quella generata dalla sua splendida Notte stellata, per guardarla muoversi nella sua interezza bisogna socchiudere gli occhi.

L’arte nella letteratura di Haruki Murakami

L’Assassinio del Commendatore. Libro primo. Idee che affiorano è il titolo del libro dello scrittore giapponese Haruki Murakami uscito in Italia nel 2018. In questo romanzo è ben evidente il legame fra letteratura e arte, o per essere più precisi, è abbastanza chiaro come l’autore abbia messo in rilievo la tematica inerente la fusione di stili appartenenti a culture differenti, quella Orientale e quella Occidentale, nell’opera d’arte.
Murakami ha posto al centro del romanzo la questione dell’influenza suscitata dall’Occidente nei confronti del Giappone. La storia ruota intorno alla scoperta di un quadro ritrovato dal protagonista del romanzo, ritrattista di professione, nella casa in cui è andato ad abitare in seguito alla separazione dalla moglie. L’amico che ha prestato l’abitazione al protagonista è figlio di un famoso pittore, Amada Tomohiko, che in passato aveva vissuto in quella casa. Quando il protagonista scopre, in soffitta, L’assassinio del Commendatore, titolo del quadro ritrovato, capisce subito che è un’opera di Amada Tomohiko e si dedica al suo studio con occhio esperto. Gran parte del romanzo si concentra sull’incontro tra il protagonista e un uomo ricchissimo e misterioso, Menshiki, che gli commissiona il proprio ritratto.
La ricerca dello stile per dipingere il volto di Menshiki, dedicato alla ricerca di coglierne la vera essenza, si sovrappone all’inchiesta sul vero soggetto raffigurato nell’opera di Amada Tomohiko. Il quadro realizzato dal protagonista del romanzo ha qualcosa di terribile: se da un lato è possibile rintracciare lo stile dell’arte nihonga, ispirata alla tradizione giapponese, dall’altro emergono i canoni di una serena formalità che sono tipici di quella maniera che vengono rovesciati dalla violenza del soggetto rappresentato, la cui causa è da ricercare nel passato del pittore, influenzato dalle vicende belliche che sconvolsero l’Europa quando Hitler salì al potere.
La scena di Amada Tomohiko sembra alludere all’uccisione del Commendatore nel Don Giovanni di Mozart, ma anche al passato dello stesso pittore, vissuto a Vienna all’epoca dell’Anschluss, che pare aver influito sulla realizzazione dell’opera. Il Commendatore potrebbe rappresentare un alto ufficiale nazista? Oppure si tratta della rappresentazione di un conflitto tra il protagonista e il più anziano Menshiki?
A caratterizzare il romanzo è la riflessione sullo stile come modalità ricreativa della realtà attraverso la fusione e l’ibridazione tra modi e temi che mettono in relazione diverse culture.