Louise Manzon. Aion nei Sassi

Sarà inaugurata il 18 gennaio alle ore 18 a Matera, nella chiesa di San Pietro Barisano la nuova mostra di sculture di Louise Manzon Aion nei Sassi, aperta al pubblico dal 19 gennaio al 15 luglio 2019.

Questo progetto è parte integrante delle iniziative della Fondazione Advantage in continuità con le tematiche di sostenibilità sociale e ambientale che la Fondazione stessa persegue.

Con questa mostra, Aion nei Sassi, le donne continuano ad essere protagoniste del percorso artistico di Louise Manzon: portatrici di vita, custodi di sogni e speranze.

Sono circa trenta sculture di figure femminili ricoperte di materiali poveri, fili di ferro, frammenti di reti metalliche, cocci di ceramica ma incoronate come vere regine, interpreti della forza e della dignità umana.

Con Aion nei sassi, Louise Manzon offre una riflessione sul processo migratorio, dramma epico del nostro tempo. Una nuova serie di sculture di animali in ceramica policroma completa il nuovo allestimento dell’esposizione.

Aion nei Sassi, è realizzata con il patrocinio del Comune di Matera, dell’Arcidiocesi di Matera Irsina, della Fondazione Matera – Basilicata 2019, di Wind Tre operatore internazionale mobile delle telecomunicazioni, del Consolato Onorario della Repubblica del Kenia, dell’Ambasciata del Brasile, del Consolato Onorario della Repubblica del Portogallo e di Venice International University, il consorzio di 17 università di tutto il mondo con un campus sull’isola di San Servolo a Venezia.

Dal 18 Gennaio 2019 al 15 Luglio 2019

MATERA

LUOGO: Chiesa di San Pietro Barisano

INDIRIZZO: via S. Pietro Barisano

ENTI PROMOTORI:

Patrocinio di
Comune di Matera
Arcidiocesi di Matera Irsina
Fondazione Matera – Basilicata 2019
Wind Tre
Consolato Onorario della Repubblica del Kenia
Ambasciata del Brasile
Consolato Onorario della Repubblica del Portogallo
Venice International University

SEMIdei: il seme dell’arte germoglia a Roma

“Dove la natura non sparge il seme, invano ha arato l’arte”, recita il proverbio. E la curatrice e gli artisti protagonisti della mostra SEMIdei, che inaugurerà il prossimo 22 gennaio alla Galleria Il Laboratorio di Roma, sembrano averlo preso alla lettera.

La mostra è incentrata infatti proprio sul tema dei semi: elementi piccoli e all’apparenza insignificanti, ma portatori di un’enorme forza creatrice. Agenti di vita e rigenerazione, capaci di contenere in sé passato e futuro allo stesso tempo. E come scrive la curatrice Roberta Melasecca nel testo di accompagnamento alla mostra “i semi non sono solo quelli materiali, ma le radici da cui traggono origine le capacità umane di indagare, pensare ed esperire, quelle capacità di relazioni e connessioni che generano comunità e diventano i presupposti di speranze concrete, quelle capacità che ci avvicinano al divino e all’universo che è in noi”.
Gli artisti in mostra, Alberta Piazza e Sergio Vecia, hanno elaborato il tema secondo il proprio stile e le proprie attitudini creative, fotografando o trasportando direttamente all’interno dell’opera una grande varietà di semi.

Le opere esposte da Alberta Piazza – artista veneziana che vive e lavora tra Roma e l’Umbria – sono dipinti fortemente materici, la cui tridimensionalità è data soprattutto dall’applicazione di elementi naturali direttamente sul supporto (all’interno di grandi campiture di colori evocativi, che richiamano la terra e la natura incontaminata). Sono opere che contengono in sé qualcosa di primordiale, un senso di profondo contatto con la natura, e sembrano quasi frutto di una qualche cerimonia magica o rito sciamanico.

Sergio Vecia – artista e fotoreporter romano – fotografa invece elementi naturali che, isolati dal loro contesto, appaiono come forme di vita o oggetti provenienti da un altro pianeta. Semplici semi si trasformano attraverso il suo obiettivo in mitologici mostri marini, strane galassie e astronavi o curiosi animali mai visti prima, ricordando il divertente Herbarium del catalano Joan Fontcuberta e ponendosi quasi come una versione aggiornata del celeberrimo Urformen der Kunst di Karl Blossfeldt.

SEMIdei è il primo “raccolto” del 2019 del progetto Interno 14 Next, non ci resta che attendere per sapere cos’altro semineranno.

SEMIdei/ Alberta Piazza e Sergio Vecia
Dal 22 al 27 gennaio 2019
Inaugurazione 22 gennaio 2019 ore 17.00
Galleria Il Laboratorio
Via del Moro 49 – Roma

Vortex: In Limine Mundi

A partire da giovedì 17 gennaio 2019, Burning Giraffe Art Gallery ospita la mostra In Limine Mundi, personale dell’artista Opiemme; un nuovo capitolo di Vortex, progetto nato nel 2014, dedicato all’universo e all’osservazione di quella piccola parte di esso, il cielo e le stelle, visibile dalla Terra. In questo contesto, ispirato dal pensiero di Giuseppe Sermonti – biologo, genetista e divulgatore scientifico recentemente scomparso – e, in particolare, alla sua intuizione della diretta derivazione della scrittura e dell’alfabeto dall’osservazione delle costellazioni, la mostra In Limine Mundi intende tracciare un percorso a ritroso: dalla visione particolare di territori terrestri circoscritti dai loro limiti geografici e politici, all’universale di un viaggio spaziale che, superando il confine dell’atmosfera, traccia la distanza, non più insormontabile, che ci separa dal pianeta Marte.

Il concetto latino di limen, inteso come “soglia di casa”, il primo limite da varcare per scoprire ciò che ci circonda, è inteso dall’artista sia in senso fisico, che politico. L’utilizzo di cartine geografiche antiche come supporto per gli interventi pittorici di poesia visiva offrono una contestualizzazione forte e attuale al concetto di confine: che sia esso quello della linea immaginaria, ma sempre più reale e invalicabile, che separa le nazioni; o il mare, quella soglia reale a cui si affidano i migranti della contemporaneità, così come facevano, per motivi diversi, gli esploratori dell’antichità, che nel concetto di “alto mare aperto” avevano trovato il loro limite ultimo.

Nei lavori in mostra, frasi, singole parole, lettere nere tracciate ad acrilico sulle cartine geografiche, sembrano atterrare al suolo da distanze siderali, coprire porzioni di territori codificandone graficamente la condizione attuale. Le opere di Opiemme mostrano un mondo impreparato che affronta un drastico cambiamento di paradigma geopolitico e lo fanno da una prospettiva insolita, distaccata, che rende ancor più ficcante il loro messaggio. Il limite terrestre viene finalmente superato in una serie di lavori appositamente creati per la mostra, in cui risuona l’eco del recente arrivo del rover InSight su Marte, e dell’ingresso della sonda Voyager 2, lanciata nel 1977, nello spazio interstellare, quasi a suggerire l’effimerità connaturata al concetto di confine: il nuovo “alto mare aperto” è sempre oltre; oltre la nostra Terra, oltre la Luna e Marte.

Erede di un’importante tradizione novecentesca di poesia visiva e lettrismo, Opiemme, a fianco delle numerose mostre in spazi pubblici e privati, è l’autore di numerosi interventi urbani attraverso i quali reinventa la fruizione e l’occasione della lettura, nonché lo spazio della poesia, come testimoniano il recente murale realizzato a Lisbona, per le fondazioni Fernando Pessoa e Josè Saramago, e quello in ricordo a Stephen Hawking in Corso Tassoni a Torino, per il Museo di Arte Urbana.

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Antonio Guccione. Vanitas

Verrà presentato dal curatore Roberto Papini nella prestigiosa sede Il Salotto di Milano, in Via Della Spiga 2 a Milano, nel famoso quadrilatero della moda, l’artista Antonio Guccione.

Il titolo della mostra è Vanitas, un progetto iniziato nel 2008 ed oggi ancora in continua evoluzione ed innovazione. Non sono fotografie ma ritratti intensamente pittorici, nei quali l’artista sperimenta l’applicazione di materiali misti ai soggetti rappresentati, al fine di creare una fiaba poetica che racconta un sogno che è stato realtà.

In Vanitas anche i teschi sono ritratti neopop, una ricerca studiata a tavolino, in una progettualità scientifica nel rappresentare personaggi del passato, passando dal teschio di Mussolini a quello di Leonardo Da Vinci, da quello di Jesus per terminare con quello di Frida Kahlo e tanti altri che vi invitiamo a vedere nello spazio per completare l’opera dell’artista, perché no, giocando con l’ immaginario visivo creato dall’ artista, un coinvolgimento continuo con le sue sculture.

Le fotografie, vere opere d’arte in mostra, hanno un forte carattere psicologico, una propria natura e personalità, del resto Antonio Guccione nella propria esperienza artistica ha curato con molta attenzione i dettagli, conducendo l’osservatore a percepire l’intuizione talentuosa in alcuni aspetti dell’opera soggettiva, genialoide in quella oggettiva, virtu’ queste di Antonio sottese in queste meravigliose “scenografie metafisiche.”

Dal 16 Gennaio 2019 al 16 Marzo 2019

Milano

Luogo: Il Salotto di Milano

Indirizzo: via Della Spiga 2

Curatori: Roberto Papini

Telefono per informazioni: +39 02 76317715

E-Mail info: info@salottomilanese.com

Sito ufficiale: http://www.salottomilanese.com

Franca Ghitti. Altri Alfabeti Sculture, installazioni e opere su carta

Il composito universo creativo della scultrice Franca Ghitti torna in mostra presso le prestigiose Gallerie d’Italia, museo di Intesa Sanpaolo a Milano, dal 15 gennaio al 17 febbraio 2019 con una personale a lei dedicata dal titolo Franca Ghitti: Altri Alfabeti. Sculture, installazioni e opere su carta.

La mostra propone all’interno della Stanza 16 delle Gallerie milanesi un percorso a cura di Cecilia De Carli tutto dedicato all’articolato linguaggio di una delle scultrici più rinomate a livello internazionale, le cui opere arricchiscono importanti collezioni pubbliche e private, tra cui la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, i Musei Vaticani e, appunto, le Gallerie d’Italia di Milano. Accanto alle recenti acquisizioni di Vicinia. La tavola degli antenati n.1 (1976) e di un Tondo (anni Ottanta), possiamo ammirare lavori dalle serie Meridiane e Pagine chiodate, oltre alla Vicinia di Erbanno (1965) e all’imponente installazione Bosco.

Le opere esposte guidano l’osservatore in un itinerario che include creazioni della Ghitti di diverso periodo, dagli anni Sessanta ai Duemila, raccolte sotto l’emblematico titolo Altri Alfabeti, con cui l’artista ha voluto indicare un nuovo ciclo di opere, pagine di carte e chiodi, realizzato a partire dall’inizio del nuovo millennio e diventato poi rappresentativo dell’intera sua produzione. E così come da lei stessa scritto: «Con Altri Alfabeti mi riferisco a quell’inventario di segni, tacche, nodi, coppelle che ho voluto portare nella mia scultura, consapevole che essi rappresentano una sorta di lingua specifica quasi alternativa all’alfabeto usata da segantini, fabbri, carpentieri, fucinieri, mugnai, pastori e contadini. Lingua perciò atta a delimitare una civiltà non metropolitana, marginale e insieme a indicare una fascia di corrispondenze intercontinentali».

Questi “alfabeti perduti” – per citare uno dei cicli della scultrice – creano quindi un linguaggio universale, che prende spunto da incisioni rupestri, simboli primitivi, oggetti provenienti da un mondo artigiano fatto di legno e ferro; assi lignee, avanzi di segheria, antiche fucine, chiodi, polveri di fusione, scarti di lavorazione delle industrie metallurgiche vanno a comporre le opere di Franca Ghitti, che narrano del forte legame tra l’uomo e il suo territorio, e tra l’artista e la sua terra d’origine, la Valle Camonica, ma non solo. Vi si leggono, infatti, anche le esperienze maturate durante gli anni della formazione a Brera, poi Parigi e Salisburgo, fino all’Africa centro-orientale, dove prende forma la consapevolezza della scultura «come progetto che ricompagina materie, energie e forze vitali», come si legge nel suo Quaderno di lavoro.

Dalle leggende ai dialetti, dagli utensili ai diversi aspetti del lavoro artigianale: tutto questo confluisce nel lavoro della Ghitti e testimonia una civiltà descrivendola con parole “altre” da quelle contenute nei libri. La scultura include quindi un “archivio del territorio”, il linguaggio attraverso cui restituire la memoria di una comunità raccontata da tutti questi materiali di scarto e di recupero, che ricordano progetti di lavorazione e sono tracce di una creazione che si è rinnovata per secoli attraverso quelli che l’artista vede come gesti ripetuti. Una comunità rappresentata nel suo quotidiano dalle Vicinie (fine anni Sessanta e anni Settanta), sagome appena sbozzate solitarie o a gruppi, sospese tra concretezza e apparizione, strette in reticolati di legno accanto a qualche piccolo oggetto o frammento di materia: un popolo che si stringe attorno ai suoi Lari e Penati e alle madie che custodiscono le poche cose preziose per i rispettivi proprietari; e da un ritmo di stratificazione di impronte, tacche, segni e coppelle di siviera nascono lavori come il Bosco (grandi installazioni realizzate sia in legno che in ferro, anni ’80-’90), che restituisce l’idea del confine tracciato con tagli sugli alberi oppure della metodica, geometrica e calcolata lavorazione del legno, come avveniva nella segheria di famiglia. Dagli sfridi del ferro prendono forma le Meridiane (anni Ottanta), le quali, posate a terra, definiscono uno spazio concentrico che rimanda alla fucina e rappresentano l’idea dello scorrere del tempo scandito dalla routine del lavoro, che segue il susseguirsi dei giorni e il variare delle stagioni. Da fogli trafitti da una lunga sequenza di chiodi si generano, invece, le Pagine chiodate (2000-2012), i Libri chiodati (2007-2012) e Valigia di cartone, corda e chiodi (2007), che non sono più solo punteggiatura, ma una ferita da cui restare segnati.

Del passato rimane quindi la traccia presente, che permane nel tempo e testimonia il processo del “fare” manuale. Il tutto in Franca Ghitti viene narrato con un linguaggio essenziale e concreto, legato a linee e forme geometriche, in cui si crea un disegno di mappe, una collezione di segni. Quelli della Ghitti sono dunque non solo “altri alfabeti”, ma anche “nuovi alfabeti”, che nel suo lavoro si ergono a documentazione, informazione, archiviazione di un territorio che l’artista ci restituisce in un linguaggio insieme archetipico e modernissimo.

Dal 15 Gennaio 2019 al 17 Febbraio 2019

Milano

Luogo: Gallerie d’Italia

Indirizzo: piazza della Scala 6

Orari: da martedì a domenica ore 9.30 – 19.30; giovedì ore 9.30 – 22.30

Curatori: Cecilia De Carli

Costo del biglietto: intero € 10, ridotto € 7, ridotto speciale € 5, gratuito ogni prima domenica del mese

Telefono per informazioni: 800.167619

E-Mail info: info@gallerieditalia.com

Sito ufficiale: http://www.gallerieditalia.com/

Donna o Dea

Fino al 12 maggio, presso il museo Archeologico Nazionale di Cagliari, si può visitare la mostra Donna o dea. Le raffigurazioni femminili nella preistoria e protostoria sarda.

Si tratta di figure femminili modellate dai nostri antenati più remoti.

Un emozionante viaggio tra i sentimenti di comunità ancestrali, lungo il tramonto del Paleolitico e attraverso l’età dei metalli, che in Sardegna si presenta alla vigilia della storia con le formidabili creazioni dei popoli nuragici. L’idea di questa collezione nasce con l’obbiettivo mettere in risalto la donna nuragica, descritta attraverso una resa stilistica essenziale e solenne.

Uno sguardo al mondo femminile attraversando le sfere del mito, del sacro, del religioso e del quotidiano, fino ai tempi nostri. Il percorso artistico si sofferma su gesti e movimenti semplici, comportamenti e situazioni che traggono situazioni urbane consuete,
frammenti sospesi di una donna del proprio ideale di vita, offerte al nostro sguardo come nuovi spazi di riflessione.

Il progetto espositivo è esposto come un percorso, dove ogni donna sembra che cammina attraverso le vie, le strade della vita quotidiana.
Un viaggio straordinario nella storia dell’arte sarda, dall’arte primitiva fino ai giorni nostri, con una riflessione profonda sulla figura della donna.

Si analizza, nelle diverse fasi storico-artistiche, l’iconografia della maternità secondo la personale visione di ogni artista in mostra.
La figura femminile è vista come una madre o una dea, rappresentando l’origine della vita stessa, della donna, della nutrizione, dell’amore più puro, più radicato, più appassionato.

Si intrecciano arte, sociologia, psicologia e tante altre dimensioni del sapere. La figura della donna ritorna anche come evocazione di forza, di estrema potenza vitale, colei da cui nasce tutto e a cui tutto si ricongiunge.

E’ il percorso generativo della donna sia nell’arte che nella vita sociale tra realtà biologica e valori come una apertura al mondo. Ci si trova di fronte alla celebrazione del rapporto della donna con il suo corpo.

Una mostra che si concentra sulla donna, sul suo universo e sul suo animo. Un focus estremamente dettagliato e straordinario che fa emergere mille e più sfaccettature di un essere bellissimo e complicato allo stesso tempo. Uno sguardo all’essenza femminile, per cogliere ogni sfaccettatura di un mondo ricco e travolgente, attraverso gli sguardi e atteggiamenti concepiti come dee di un universo parallelo.

Museo Archeologico di Cagliari
Dalle 9.00 alle 20.00 dal martedì fino alla domenica.
Chiuso il lunedì

Tesfaye Urgessa. Oltre

L’Andito degli Angiolini di Palazzo Pitti conferma la vocazione di spazio per il contemporaneo delle Gallerie degli Uffizi ospitando fino al 3 febbraio 2019 la mostra monografica Tesfaye Urgessa. Oltre.

Nato ad Addis Abeba nel 1983 Tesfaye Urgessa, seguendo la vocazione artistica della famiglia, completa nel 2006 gli studi presso la University School of Fine Arts and Design dove nei tre anni successivi ricopre il ruolo di insegnante. Nel 2009, grazie a una borsa di studio del Deutschen Akademischen Austauschdiestes (DAAD), si trasferisce a Stoccarda iscrivendosi alla Staatliche Akademie der Bildenden Künste.

L’arrivo in Europa apre nuove vie: i viaggi, le visite ai musei, le esperienze maturate nell’ambiente accademico, influenzano fortemente il suo modo di dipingere. Urgessa trasforma infatti l’incontro dal vivo con l’arte del XX secolo (dall’espressionismo tedesco alla School of London) in un’occasione di confronto in chiave di superamento, elaborando una potente cifra identitaria che gli garantisce l’apprezzamento della critica e del mercato dell’arte.

Le trentacinque opere esposte nelle sale dell’Andito degli Angiolini di Palazzo Pitti registrano la vulcanica creatività di questi raggiungimenti con una selezione che privilegia la produzione degli ultimi due anni tranne per qualche significativa eccezione. Così se Trapped in the flesh – quadro dipinto in occasione della mostra fiorentina – è stato scelto come focus di apertura, il percorso vero e proprio si snoda cronologicamente a partire da Waiting del 2010, opera emblematica del periodo in cui Urgessa, appena giunto in Germania, coglie con uno sguardo disincantato la solitudine del mondo occidentale, i suoi riti, le sue fobie.

A motivare l’artista non sono tuttavia intenti narrativi o di denuncia sociale, bensì la volontà di attivare con lo spettatore un dialogo basato su un terreno condiviso di vissuto. Si veda ad esempio la serie di dipinti Die Beobachteten – che ha avvio nel 2014 e di cui si espone il diciottesimo e più recente titolo – nella quale Urgessa, utilizzando una prospettiva dall’alto tipica delle telecamere di sicurezza, sollecita uno scambio di ruoli tra chi guarda e le figure del dipinto, le quali, scrutando verso l’esterno si trasformano da “osservati” in “osservatori”.

Tale reciprocità implica tuttavia anche il coinvolgimento di Urgessa che è solito immedesimarsi a tal punto nelle sue figure da ricalcarne inavvertitamente le pose mentre le dipinge sulla tela: «Se qualcuno si riconosce nelle mie figure così come io mi riconosco in loro, allora necessariamente si riconoscerà in me», dichiara infatti a riguardo.

Ad attivare questa triangolazione esperienziale sono grovigli di corpi, talvolta deformi e mutili, sempre rigorosamente nudi, accostati a oggetti prelevati dalla quotidianità secondo logiche private, che riempiono le tele con soluzioni estreme ma bilanciate, suscitando domande ed evocando memorie. Neppure Urgessa conosce la provenienza di quelle forme che affiorano senza sosta nella sua mente, trasformando la costruzione del dipinto in un sofferto scontro in cui i “pentimenti”, spesso radicali, rappresentano una tappa pressoché obbligata. Non c’è infatti premeditazione nelle sue composizioni, ma un’adesione alle logiche dell’inconscio e del caso in un’accezione talvolta ironica, talvolta irriverente. Così se in Die Waschlappen i guanti da bagno trasformati in pantofole forniscono un contraltare domestico alla solennità della Sacra famiglia, in Ich halte dich fest halten 2 sono gli interventi pittorici della figlia a fornire gli elementi chiave del dipinto e anche del titolo che ricalca una curiosa espressione linguistica inventata dalla bimba.

La mostra espone anche un disegno e quattro monotipi a esemplificare la dimestichezza di Urgessa con le tecniche e i materiali. Pur avendo oggi a disposizione un grande studio a Nürtingen, nei pressi di Stoccarda, l’artista continua a disegnare spargendo le carte sul pavimento proprio come al suo arrivo a Mannheim nel 2009 quando, non avendo altre possibilità, stendeva i fogli per terra, lasciando che l’impronta di una suola o una goccia di caffè caratterizzassero l’opera.

Nel percorso è anche presente uno dei tre autoritratti dipinti da Urgessa in omaggio alla collezione delle Gallerie degli Uffizi, esposto in simbolico pendant con un ipnotico Ritratto d’uomo: non un autoritratto fatto allo specchio o tratto da una fotografia, ma un autoritratto “a memoria”, passato anch’esso al vaglio della potente immaginazione dell’artista.

Fino al 03 Febbraio 2019

Firenze

Luogo: Palazzo Pitti

Indirizzo: piazza de’ Pitti

Orari: da martedì a domenica 8.15-18.50. Chiuso lunedì

Curatori: Eike D. Schmidt, Chiara Toti

Enti promotori:

MiBAC

Gallerie degli Uffizi

Firenze Musei

Costo del biglietto: intero 10 €, ridotto 5 €

Telefono per informazioni: +39 055 294883

Sito ufficiale: http://www.uffizi.it/

Ennio Calabria. Verso il tempo dell’essere. Opere 1958-2018

Le sale di Palazzo Cipolla ospiteranno, fino al prossimo 27 gennaio, una grande mostra antologica dedicata all’artista Ennio Calabria, promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale e realizzata da POEMA, in collaborazione con l’Archivio Calabria e con Civita Mostre.

Ennio Calabria. Verso il tempo dell’essere. Opere 1958-2018, a cura di Gabriele Simongini, include circa 80 opere che ripercorrono l’intera parabola creativa di questo pittore, che esordì nel 1958 presso la Galleria La Feluca di Roma, nonché alcune sue creazioni inedite realizzate proprio per questo evento. Il percorso espositivo presenta inoltre vari documentari e filmati a lui dedicati, come il videoclip realizzato da Raffaele Simongini, nel quale sarà l’artista stesso a presentarsi e ad accogliere i visitatori del museo.

Ennio Calabria ritiene che la sua pittura oggi si deve porre come qualcosa che si sente, non come qualcosa che si capisce. La sua produzione, sin dalle prime opere, si può decisamente definire come una pittura di storia, tesa a interpretare le trasformazioni e i passaggi che hanno interessato l’umanità in quest’ultima metà del secolo, rivelando spesso, attraverso le immagini e i colori scelti dall’artista, una visione quasi profetica.

L’artista romano è infatti da sempre testimone lucido e cosciente dei mutamenti attraversati dalla nostra società, il cui sviluppo spesso non coincide con quello che si ritiene il progresso in senso letterale, ma che anzi al contrario diventa in più occasioni evidenza tangibile di una regressione morale e sociale dell’individuo, sia che esso agisca come singolo che come gruppo.

Tra le opere più note che sarà possibile ammirare ricordiamo La città che scende del 1963 e i Funerali di Togliatti del 1965, oltre che diversi autoritratti e a cinque tele inedite realizzate in questi ultimi mesi. La mostra è accompagnata da un catalogo, edito da Silvana Editoriale, che contiene al suo interno un’intervista all’artista realizzata da Marco Bussagli e i testi del curatore e del Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele, Presidente della Fondazione e principale fautore di questa mostra, come si evince dalle sue parole: “Ennio Calabria ha traghettato il figurativismo italiano ed europeo dal secolo scorso ad oggi, imponendosi come un protagonista assoluto sempre in linea con il suo tempo. Dalle opere di questo artista – cui sono particolarmente lieto di dedicare un’antologica così ricca e completa come quella che qui presentiamo – promanano un’energia ed una vitalità che sono specchio del suo approccio critico ed appassionato al mondo che lo circonda, atteggiamento che sfocia in una ricerca a tutto tondo sulla condizione esistenziale dell’individuo contemporaneo e sulle dinamiche di un’epoca in perenne evoluzione”.

Palazzo Cipolla
Via del Corso, 320 – Roma
dal 20 novembre 2018 al 27 gennaio 2019
Tutti i giorni, escluso il lunedì, dalle ore 10 alle ore 20
www.fondazioneterzopilastrointernazionale.it

Solo. Medardo Rosso

Torna a Firenze per la prima volta dopo un secolo Medardo Rosso (Torino 1858 – Milano 1928), il più grande scultore italiano della Modernità. È l’artista torinese trapiantato a Parigi il nuovo protagonista del progetto Solo che vede il Museo Novecento dedicare periodicamente una mostra monografica a un artista del secolo breve. Dopo Emilio Vedova e Piero Manzoni, il terzo appuntamento, Solo. Medardo Rosso, curato da Marco Fagioli e Sergio Risaliti, aperto al pubblico il 20 dicembre (fino al 28 marzo) per celebrare le opere di uno scultore straordinario, sperimentatore e anticipatore indiscusso della contemporaneità. Lo stesso che nel 1910 in occasione della “Prima mostra italiana dell’Impressionismo e di Medardo Rosso” e per iniziativa di Ardengo Soffici (autore del celebre volume Il caso Medardo Rosso del 1909), di Giuseppe Prezzolini e della rivista La Voce, venne riconosciuto come “Maestro della Scultura europea proteso nella Modernità”.

La mostra di Firenze propone un percorso di rilettura dell’opera dello scultore fuori della consueta visione codificata di un Rosso prima naturalista e poi simbolista, per segnalare invece la sua assoluta originalità e specificità nell’ambito dell’arte moderna. La ricerca rivoluzionaria sul soggetto si traduce in sculture di piccole dimensioni, antimonumentali, caratterizzate da superfici scabre, in molti casi espressione di processi artigianali che vengono gestiti in autonomia dallo stesso Rosso nel suo atelier, vera e propria fucina alchemica moderna. Alla sua peculiare indagine sull’arte plastica si affianca, influenzandola e restandone influenzata, la sperimentazione in ambito grafico e fotografico, in cui si accentua la passione per il frammento e il taglio compositivo e per la componente vibratile e fantasmatica dell’immagine.

Osteggiato dalla critica italiana (Ugo Ojetti e Margherita Sarfatti), che lo aveva chiuso nell’ambito della Scapigliatura lombarda, e dalla cultura artistica accademica, lo scultore, che pure era stato protagonista riconosciuto dall’arte plastica nella Parigi degli ultimi decenni del secolo precedente, Rosso è divenuto via via nel Novecento, per la sua anticipazione della Modernità, l’importante punto di riferimento delle generazioni successive, da Boccioni a Manzù da Marini a Fontana.

Fino al 28 Marzo 2019

Firenze

Luogo: Museo Novecento

Indirizzo: piazza Santa Maria Novella 10

Orari: Lun – Mar – Mer – Ven – Sab – Dom 11-19; Giovedì 11-14. Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. 25 dicembre: giorno di chiusura

Curatori: Marco Fagioli, Sergio Risaliti

Enti promotori:

Comune di Firenze

Musei Civici Fiorentini

Museo Novecento

Costo del biglietto: intero € 8.50, ridotto € 4 (18-25 anni e studenti universitari), gratuito under 18, gruppi di studenti e rispettivi insegnanti, guide turistiche e interpreti, disabili e rispettivi accompagnatori, membri ICOM, ICOMOS e ICCROM

Telefono per informazioni: +39 055 286132

E-Mail info: info@muse.comune.fi.it

Sito ufficiale: http://www.museonovecento.it

Le Corbusier. Lezioni di modernismo

Le Corbusier non è solo il più grande architetto del Novecento, ma anche un eccezionale artista visivo, che, partito dalle geometrie del periodo purista (dal 1918 alla seconda metà degli anni Venti), ha sviluppato, attraverso il contatto con l’atmosfera surrealista e la lezione di Picasso e Léger, un linguaggio sintetico di grande potenza e suggestione. Alla base del suo lavoro di pittore sta una produzione grafica ricchissima e tuttora poco conosciuta, al cui interno la collezione di disegni conservata da Costantino Nivola
riveste un significato particolare.

Da un corpus di oltre 300 opere, questa mostra ne seleziona 64, riunendo per la prima volta i segmenti della raccolta oggi divisa tra Europa e America. Nata da un progetto congiunto della Fondazione di Sardegna e della Fondazione Nivola nell’ambito del ciclo “AR/S – Arte condivisa in Sardegna”, con il sostegno dell’Assessorato del turismo, artigianato e commercio della Regione Sardegna e grazie all’importante collaborazione della Fondation Le Corbusier, la mostra esplora da un lato l’universo creativo del maestro del Moderno, dall’altro getta luce su un episodio della sua biografia – il rapporto con Costantino Nivola – ricco di conseguenze su diversi aspetti della sua opera.

Nel 1946 Le Corbusier, a New York come membro del team internazionale di architetti incaricato della progettazione del Palazzo delle Nazioni Unite, incontra Nivola e allaccia con lui un rapporto di amicizia destinato a durare tutta la sua vita. Lo studio dell’artista più giovane nel Greenwich Village e la sua casa di Long Island, dove Corbusier è spesso ospite, offrono un gradito rifugio dalle tensioni che accompagnano il suo lavoro con l’équipe delle Nazioni Unite.

L’insegnamento di Corbusier è determinante per Nivola, che si accosta al modernismo, abbandonando il suo precedente stile espressionista. I disegni che Le Corbusier porta con sé da Parigi o realizza in America costituiranno per lui un vademecum di spunti e soluzioni formali, ma soprattutto un esempio di rigore progettuale e di libertà creativa. Attraverso quei fogli Nivola ricorderà di aver imparato “le regole del gioco, il più bel gioco che l’uomo abbia mai inventato, il gioco dell’arte”.

Il percorso si apre con disegni e studi della fase purista, nella quale il giovane Le Corbusier mette a punto un sistema grafico sobrio e rigoroso, fondato sulla geometrizzazione di un repertorio di oggetti quotidiani. Il tema della natura morta è il punto di partenza di un’analisi in cui le forme, come parole di un vocabolario, diventano elementi di una grammatica visuale. Molti anni dopo, a New York, Le Corbusier farà della “natura morta” del tavolo da pranzo di Nivola uno strumento attraverso cui insegnare a vedere. Il grande Studio sul tema delle “caffettiere” dalla doppia data “New York 1927-1947” ricollega idealmente i due momenti.

La figura umana, assente nel periodo purista, appare nell’opera di Le Corbusier a partire dalla fine degli anni Venti. Attraverso i disegni raccolti in questa sezione è possibile seguire le trasformazioni della presenza umana dalle geometrie equilibrate e armoniose degli inizi a quelle aggressive e in- quietanti dei primi anni Quaranta. I volti e i corpi passano da sembianze riconoscibili a una radicale stilizzazione, a violente e quasi mostruose deformazioni. Il tema della figura a mezzo busto, affrontato già alla fine degli anni Venti, si sviluppa nei decenni successivi in serie diverse come quelle dell’ Atleta o dell’Angelo custode della cattedrale di Sens.

Il nudo femminile è onnipresente nell’arte del Novecento, tanto tradizionale quanto d’avanguardia. Le Corbusier non fa eccezione, anzi: per lui la donna rappresenta un’autentica ossessione, l’immagine dell’ “altro” in rapporto al quale costruire la propria identità. Non meraviglia che il tema emerga con decisione nella sua pittura dopo il viaggio ad Algeri del 1931. È uno sguardo, il suo, che – connotato dal più classico atteggiamento “orientalista” – al tempo stesso distanzia e mitizza. Le sue donne, potenti e voluttuose, sono insieme emanazioni della sacralità della natura e corpi oggetto del desiderio maschile.

Un posto a sé nella collezione occupa il tema della “donna con la bugia”, da Le Corbusier chiamata anche “Icona”. La serie di disegni, eseguiti a New York, prepara un gruppo di dipinti dallo stesso titolo, tra cui spicca la splendida tela del 1946 anch’essa appartenuta a Nivola, recente- mente apparsa in asta da Sotheby’s. La maestosa figura femminile è un ritratto della moglie di Le Corbusier, Yvonne Gallis, la donna più importante della sua vita. Le Corbusier la rappresenta con una candela accesa, simbolo del focolare domestico di cui è custode, ma anche allusione al suo potere sessuale.

Nel settembre 1950 Le Corbusier, ancora una volta ospite di Nivola, realizza nella casa di Long Island un murale su due pareti contigue. Il tema della pittura murale aveva cominciato a interessarlo fin dagli anni Trenta; i dipinti di Springs riassumono alcuni temi caratteristici delle ricerche da lui condotte negli anni di guerra. A partire dalla suggestione di oggetti trovati come ciottoli e ossa spolpate (gli “oggetti a reazione poetica”), Corbusier aveva sviluppato in scultura e in pittura composizioni di sapore surrealista, battezzate coi nomi di Ozon (dal paese dei Pirenei dove si era rifugia- to durante l’occupazione nazista di Parigi), Ubu e Panurge (dai personaggi di Alfred Jarry e di François Rabelais). Questa sezione ospita disegni che preparano il murale e altri legati ai temi che vi sono rappresentati.

Nel 1951, sulla spiaggia di Long Island, Le Corbusier sperimenta sull’esempio di Nivola la tecnica del sandcasting (calco in gesso da una matrice in sabbia), con la quale realizza alcune sculture. Questa esperienza è testimoniata in mostra da due bronzi tratti dai sandcast oggi perduti, uno dei quali raffigura la Main ouverte, la mano aperta simbolo di pace, prosperità e comunione tra gli uomini. Le sperimentazioni condotte sul sandcasting si inseriscono tra le ricerche sulla forme plastiche e i rapporti tra scultura e architettura iniziate nei primi anni Quaranta che troverà espressione negli edifici degli anni Cinquanta.

Fino al 17 Marzo 2019

Orani | Nuoro

Luogo: Museo Nivola

Orario: Lunedì, Martedì, Giovedì, Domenica: 10.30-13.30 / 15.30-19.30; Venerdì e Sabato: 10.30-13.30 / 15.30-20.00. Chiusura settimanale mercoledì

Indirizzo: via Gonare 2

Curatori: Giuliana Altea, Antonella Camarda, Richard Ingersoll, Marida Talamona

Enti promotori:

Fondazione di Sardegna con Fondazione Nivola

Patrocinio di Assessorato del turismo artigianato e commercio della Regione Autonoma della Sardegna

Costo del biglietto: intero € 5, ridotto € 3. Gratuito bambini e ragazzi sino ai 18 anni; visitatori con disabilità e un loro accompagnatore /accompagnatrice; guide turistiche iscritte al Registro Regionale; Soci della Peggy Guggenheim Collection; cittadini di Orani. L’ingresso è gratuito per tutti i soci del Museo Nivola

Sito ufficiale: http://www.museonivola.it