The coat of hipness (materiali velati), installazione di Jérôme Chazeix

Label201 annuncia The coat of hipness (materiali velati), un’installazione performativa dell’artista francese Jérôme Chazeix (b. 1976), a cura di Camilla Boemio.

L’installazione site-specific – che da Giovedì 23 Gennaio al 13 Febbraio 2020 darà vita a un paesaggio immersivo annettendo una performance con sei ballerini – che verrà realizzata in occasione della vernice di Giovedì 23 Gennaio dalle ore 16 e con il patrocinio di Altaroma 2020, e sarà coordinata da AAC Platform.

The coat of hipness è stata realizzata per la prima volta da Visningsrommet UDF, a Bergen nel 2017. Considerando le tendenze hipster e la scomparsa del valore dell’immagine e della cultura in un flusso di Internet, Chazeix ha nuovamente creato delle stampe di una collezione di moda con leggings, gilet, bomber e cappellini. Queste nuove opere tessili realizzate appositamente per questo intervento romano, dialogheranno con i video e la musica che accompagnano questa collezione che sarà messa in scena con un’esibizione poetica e potente.

L’approccio del suo lavoro consiste nell’associazione di diversi media e il loro crossover. Le sculture, i video e i disegni sono gli elementi che privilegia nella sua creazione. Sono integrati, tra l’altro, nelle sue installazioni, gli ambienti o le performance, e combinati per formare uno scenario travolgente e complesso, portando a una cristallizzazione, un processo associativo molto simile a una rete di sfaccettature o a un cosmo.

Le performance, che fanno parte dell’intero concetto, sono spesso realizzate nelle installazioni e presentate permanentemente come video. Come la contaminazione grafica, la messa in scena prende possesso di tutte le pareti e invita a creare un’atmosfera specifica immersiva.

Chazeix è nato in Francia nel 1976 e vive a Berlino dal 2000. Tra il 1994 e il 2002 ha studiato Belle Arti all’Università di Saint-Etienne (in Francia) e si è laureato con una tesi sulla sintesi delle arti (Gesamtkunstwerke). Tra il 1995 e il 2000, in parallelo, ha conseguito un Diploma in Belle Arti presso la School of Art di Saint-Etienne (in Francia). Tra il 2000 e il 2004 è stato «Meisterschüler» di Katharina Grosse presso la Weissensee School of Art di Berlino. Tra le sue recenti mostre personali includiamo: L´oeil du poisson nel Québec (CA), Galerie 21 Vorwerksstift ad Amburgo, da projectpace Tiefgarage a Colonia e da Kunstverein Neuköln a Berlino.

Raid è un progetto di ricerca, curato da AAC Platform e Camilla Boemio, il cui sviluppo rimanda ad una costellazione capace di attivare connotazioni sulle arti tessili e le pratiche partecipative; ma anche di annettere una serie di progetti paralleli che si svilupperanno in gallerie d’arte contemporanea e collaborazioni con artisti d’arte visiva.

Sin dagli anni ’80, le arti tessili hanno maturato nuove forme e definito il linguaggio coinvolgendo molti artisti lungo il cammino. La ricerca sul tessile e le fibre è fortemente concettuale ed influenzata da idee postmoderne. Vari artisti d’arte visiva stanno sperimentando tecniche, materiali e concetti, spingendo i limiti del mezzo. Queste pratiche sono rinate come l’arte del ricamo, la tessitura, l’uncinetto e molte altre, fornendo una nuova attenzione sul lavoro che affronta questioni sociali e politiche come il femminismo di genere, il lavoro delle donne e la politica dell’identità. Tuttavia, non tutti gli artisti che utilizzano le fibre sono femministe o addirittura interessati alle connotazioni politiche e sociali delle arti del tessuto. Impiegano semplicemente tessuti e fili come materiale per dipingere e scolpire e realizzare installazioni con forti connotazioni tra passato e futuro, tra tradizione ed innovazione.

Una nuova estetica evidenzia una ricerca fervida dell’utilizzo del tessile aprendo la discussione ad una rinnovata analisi del linguaggio nelle sue forme più ibride ed attente al tessuto sociale.

Centrale in questa ricerca curatoriale è il progetto curato per In Town di Altaroma è l’installazione THE COAT OF HIPNESS (materiali velati) dell’artista francese Jérôme Chazeix, che per la prima volta espone in Italia.

Le installazioni di Chazeix creano mondi paralleli ibridi attraverso una serie di esperienze multimediali e teatrali coinvolgenti. L’associazione di diversi media e la loro correlazione sono al centro delle sue installazioni che riuniscono disegno, costumi, video e oggetti. Questi elementi sono prioritari e integrati all’interno, culminano in uno scenario complesso, disorientando e persino ipnotizzando lo spettatore verso uno stato di alterità. Come una contaminazione grafica, la messa in scena avvolge tutte le superfici dello spazio e guida lo spettatore ad entrare in una nuova coscienza.

L’installazione è commissionata dal CENTRO ACCESSORI SPA (centroaccessori.eu/) nell’ambito di Altaroma 2020, il programma di Fashion week che si svilupperà a Roma dal 23 al 26 di Gennaio.

La mostra è stata possibile anche grazie agli Sponsors tecnici: ESTRO Allestimenti Stand, Rome Sweet Home.

 

 

Informazioni sui partners:

Label201 è uno spazio di ricerca di arte contemporanea, con sede a Roma, che gestisce lo sviluppo dell’arte e della cultura organizzando mostre ed esibizioni, diretto dall’architetta Manuela Tognoli.

Il Centro Accessori è la Holding operativa di un gruppo impegnato nel settore calzaturiero per dare risposte alle molteplici esigenze del mercato: dalla progettazione e realizzazione degli accessori moda, dalla consulenza alla produzione dei prodotti di rifinizione della pelle, dai tessuti alle fodere, dagli adesivi fino alle suole mettendo a disposizione della clientela un equipe di professionisti specializzati nei diversi settori produttivi e un magazzino aggiornato e fornito di decine di migliaia di articoli.

 

Links:

http://www.label201.com/

www.camillaboemio.com

blog http://aniconics.wordpress.com

Salvador Dalí. Me ne faccio un baffo

Dici Dalí e pensi subito al personaggio: quello eccentrico, bizzarro, della smodata passione per i rinoceronti (“Il rinoceronte è l’unico animale che trasporta un’incredibile somma di conoscenza cosmica all’interno della sua armatura”) e dagli inconfondibili baffi (che del resto abbiamo usato anche noi, nel titolo e nell’invito). E naturalmente, se fai una mostra dedicata a lui, seguendo i canoni pop della Kasa dei Libri, questo aspetto non può mancare: infatti c’è, e occupa un’intera  sezione del sesto piano gremita di testimonianze delle bizzarrie del personaggio: le bottiglie che ha disegnato, le pubblicità per una cioccolata, le improbabili foto con Amanda Lear in un angolo della villa di Cadaqués attrezzato con una vecchia pubblicità di pneumatici Pirelli, i libri delle sue ricette, i cataloghi dei suoi gioielli, e via dalieggiando, fino ad arrivare ai costumi con la sua maschera che hanno spopolato in anni recenti nella Casa de papel.
E tuttavia questo approccio su Dalí rischia di essere fuorviante: se è certamente vero che l’uomo è stato anche questa summa di stravaganze, così ragionando si rischia di sottovalutare la sua caratura di artista. E invece Dalí è stato artista superbo, molto consapevole, che ha lasciato tracce importantissime di sé. E il mondo dei libri non fa eccezione, con contributi straordinari per qualità e – spesso – irreperibilità, da fare di molti dei volumi di e su Dalí dei veri e propri inediti d’artista. È questo il vero oggetto della mostra alla Kasa dei Libri.

Prima di tutto, noblesse oblige, viene il Dalí illustratore, con testimonianze davvero svariate e molto differenti. Se ovviamente uno degli esempi più interessanti è il Don Chisciotte, sul quale l’artista si è esercitato in più occasioni, molti altri classici lo hanno attratto, a volte in maniera decisamente inattesa. In mostra, tra i tanti, ci sono un Macbeth illustrato del 1946, il sontuoso programma di sala per il Come vi piace di Shakespeare che Luchino Visconti mise in scena nel 1948 al teatro Eliseo di Roma con – tra gli altri – Vittorio Gassman e Paolo Stoppa (altri tempi…), ma anche uno spettacolare Padre nostro degli anni Sessanta in cui mi ero imbattuto per caso tanti anni fa e una decina di tavole litografiche originali composte per la Bibbia negli anni Sessanta (trovate a pochi euro in un negozio qui a Milano, non vi dico dove per non suscitare invidie e imbarazzi – ma ovviamente chi le possedeva non le aveva riconosciute). Da segnalare anche uno dei testi capitali del surrealismo, le Notes sur la poésie di André Breton e Paul Éluard, pubblicate con un’illustrazione di Dalí in un pugno di copie nel 1936, oppure Wine, Women and Words un bizzarro volume americano di tale Billy Rose, cantante e impresario newyorkese, che non mi risulta mai tradotto in italiano. Ho lasciato per ultimo uno dei piatti forti di Dalí illustratore, la Divina Commedia. Illustrando tutti i canti in un crescendo affascinante, Dalí ne fa un vero e proprio percorso che si può leggere come uno sforzo interpretativo, come solo i grandissimi sanno fare. La Kasa ospita tutte e 100 le tavole, in un iter coinvolgente che si snoda attraverso i tre piani dei nostri appartamenti: un’ascesa che ovviamente segue anche quella del poema.

Mettere insieme questi libri è stato un esercizio piuttosto spassoso, anche perché tutto questo percorso così variegato è punteggiato dai testi che Dalí ha scritto come autore, ben più numerosi di quanto si sia inclini a pensare; e ogni volta la lettura ha garantito momenti di ilarità assoluta. Anche in questo caso la strada parte da lontano: da alcuni introvabili volumi prodotti ai tempi del surrealismo (Métamorphosis of Narcissus, del 1937, esposto in una delle 550 copie inglesi della prima edizione con in copertina una fotografia originale di Cecil Beaton) per poi infittirsi nel dopoguerra con un romanzo (Hidden faces, Visi celati, di cui esponiamo anche una rara versione giapponese – che però non ho letto) e svariati pamphlet dai titoli variamente astrusi come Les cocus de l’art moderne (I cornuti dell’arte moderna), che inizia così: “È con queste parole con cui ho cominciato la mia già celeberrima conferenza alla Sorbona del 16 dicembre 1955, e in questo stesso modo intendo cominciare questo libello di cui ogni riga sta già per divenire un classico, non fosse altro che per lo stridio della carta su cui scrivo”. Oppure il Procès en diffamation, dove Dalí si racconta così. “Una cosa è assolutamente certa. Con il metodo paranoico-critico ho guadagnato tutti i soldi che ho. Negli ambienti poveri e soprattutto in quelli artistici è molto noto che un pittore inizia a essere rispettato il giorno in cui si compera una macchina, soprattutto se ne compra una molto cara, ancor di più se, oltre alla macchina carissima, può permettersi un autista di buona qualità. Dalí è anarchico e monarchico, quindi contro la società dei consumi. Ha orrore delle macchine e degli oggetti meccanici”… e così via. O ancora Comment on devient Dalí (Come si diventa Dalí), di cui presentiamo la prima edizione, uscita con 33 illustrazioni originali a Parigi nel 1973, un libro di quasi 400 pagine di affermazioni altrettanto roboanti.
A corollario del tutto, i cataloghi delle mostre di Dalí in tutto il mondo, a volte con i poster dedicati, e le monografie o gli studi particolari, a cominciare da un articolo del 1928 – l’artista ha 24 anni – su «La nova revista» di Barcellona, passando attraverso l’amicizia con Buñuel e García Lorca o l’edizione originale di un saggio pochissimo noto di George Orwell, Dickens, Dalí and Others, pubblicato negli Stati Uniti nel 1948.
È stato insomma un viaggio nella cultura del Novecento, una gran cultura, ovunque si guardi. E quando c’era qualcosa di importante Salvador Dalí, con il suo carattere bizzarro, l’egocentrismo sfrenato, l’esibizionismo a volte insopportabile, c’era sempre e comunque.

 

 

Dal 14 Gennaio 2020 al 29 Febbraio 2020

Milano

Luogo: Kasa dei Libri

Indirizzo: Largo De Benedetti 4

Orari: Dal lunedì al venerdì ore 15-19. Aperture straordinarie nei weekend: 8-9 febbraio 2020 ore 15-19 29 febbraio – 1 marzo 2020 ore 15-19

Curatori: Andrea Kerbaker

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 02.66989018

E-Mail info: mostre@lakasadeilibri.it

Dario Ballantini. Esistenze inafferrabili

Artista livornese dalla personalità poliedrica, Dario Ballantini, si dedica all’arte e alle arti performative da oltre trenta anni. Abile imitatore e attore, noto al grande pubblico per la sua camaleontica capacità di trasformista, l’artista rivela il suo volto più sincero nella pittura: un atto liberatorio che nasce da una profonda e inesauribile necessità espressiva.

Affascinato dagli esiti formali raggiunti dalle avanguardie storiche del primo ‘900 e in particolar modo dall’espressionismo tedesco, Ballantini elabora un linguaggio espressivo libero da schemi progettuali, caratterizzato dall’ uso dinamico del segno e del colore, con il quale esterna la sua visione del mondo.

In mostra a Firenze, una selezione di opere realizzate ad acrilico su tela, carta intelata e tavola, frutto della sperimentazione stilistica dell’ultimo decennio. Opere che presentano come tema fondante la condizione esistenziale dell’essere umano.
Pennellate dal cromatismo accentuato con una prevalenza di toni rossi, blu e neri, magistrali quanto frettolose, mettono in scena quanto di più inafferrabile esista nell’esistenza umana: l’uomo, vittima e carnefice del proprio tempo, si trova smarrito e inerme davanti all’incessante scorrere del tempo. Con semplicità e immediatezza di espressione, l’uomo di Ballantini si dimena nel caos generato dall’angoscia e dalla solitudine, e si interroga sul mistero della vita in un mondo incarnato dalla grande metropoli industriale. La città frenetica e allucinata, composta dai suoi edifici, lamiere e strade, ingloba, travolge e risucchia l’esistenza umana, in un gioco di decostruzione e ricostruzione del corpo umano, nel quale il volto tuttavia permane. Volti deformati e rapiti dall’angosciante presente, ancora capaci di reagire all’ineluttabilità della vita, come suggerito dai titoli delle opere trascritti sul recto dei suoi dipinti.

Ed è proprio il volto dell’essere umano indagato nelle sue mille sfaccettature e maschere, “il miglior paesaggio che ci possa essere in pittura”, così come afferma lo stesso Ballantini, a suggerirci una via di fuga dall’immane crisi esistenziale contemporanea: in quei volti, l’osservatore si riconosce e immedesima, trovando un principio di speranza e rinascita.

 

 

Dal 11 Gennaio 2020 al 31 Gennaio 2020

Firenze

Vernissage giovedì 11 gennaio alle 18

Luogo: Galleria d’arte La Fonderia

Indirizzo: via della Fonderia 42R

Orari: dal martedì al sabato 10:00 – 13:00 / 15:30 – 20:00

Telefono per informazioni: +39 055 221758

E-Mail info: info@galleriafonderia.com

Sito ufficiale: http://www.galleriafonderia.com

Gio Ponti. Amare l’architettura

In mostra al MAXXI di Roma l’ingegno e la creatività poliedrica di Gio Ponti, in una grande mostra curata da Maristella Casciato, Fulvio Irace, Margherita Guccione, Salvatore Licitra e Francesca Zanella che celebra l’attività del grande architetto e designer a quarant’anni dalla sua scomparsa.

La mostra è divisa in segmenti tematici: in Verso la casa esatta sarà possibile comprendere la nascita e lo sviluppo del progetto omonimo, che ha interessato Ponti per gran parte della sua vita, destinato alla creazione di un’unità abitativa moderna e funzionale, che fosse davvero a misura d’uomo e che ha avuto la sua celebrazione finale nell’appartamento Ponti in via Dezza.

Il dialogo e l’interazione tra materiali costruttivi e il verde, la costante presenza di balconi, logge e verande nei progetti dell’architetto milanese sono oggetto di approfondimento nei documenti esposti in Abitare la natura; il verde entra da fuori e si fa parte costituente del nucleo abitativo. I progetti realizzati negli anni ’30 per una serie di concorsi pubblici destinati alla realizzazione, tra gli altri, del Palazzo dell’Acqua e della Luce all’E42 o della Scuola di Matematica nella Città Universitaria di Roma sono i protagonisti della sezione intitolata Classicismi: lavori caratterizzati dal convincente connubio tra attenzione al dato macroscopico e cura per il dettaglio.

La tradizionale volumetria associata all’architettura viene spesso declinata da Ponti in piani bidimensionali: questo il tema sviscerato nella sezione di mostra Architettura della superficie, che vede protagonisti i suoi progetti di edifici caratterizzati da facciate leggere, traforate, scavate al fine di alleggerire i volumi a favore di un concept legato al valore costruttivo del less is more. Tema questo che torna a essere approfondito in Facciate leggere, dove la trama materica viene alleggerita attraverso elementi di apertura e respiro, come accade nella Con-cattedrale di Taranto o negli edifici governativi a Islamabad.

Ne Lo spettacolo delle città e Apparizioni di grattacieli l’attenzione è puntata invece sulla predilezione di Ponti per uno sviluppo verticale dell’architettura, il suo essere anticipatore del prototipo del moderno grattacielo, che trova la sua realizzazione più compiuta nel famoso Pirellone di Milano.

Chiude la mostra Sguardi contemporanei, omaggio fotografico alle opere architettoniche di Ponti, con una serie di immagini realizzate da Filippo Romano, Delfino Sisto Legnani, Stefano Graziani, Paolo Rosselli, Allegra Martin, Michele Nastasi e Giovanni Silva.

Dal piccolo al grande, dallo spazio pubblico al design di interni, la produzione di Gio Ponti ha sconfinato in settori diversi, dando prova di una mente attenta alle esigenze dell’individuo moderno, con una costante proiezione verso il futuro che ha dato al suo lavoro una valenza estremamente attuale, quasi senza tempo.

 

Maxxi – Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Galleria 5

Dal 27 Novembre 2019 al 13 Aprile 2020

Via Guido Reni 4A, Roma

Martedì, venerdì e sabato 11:00 – 20:00 Mercoledì, giovedì e domenica 11:00 – 19:00

www.maxxiart.com

 

Fabio Accorrà. I colori del Giappone

La mostra I colori del Giappone è un diario di viaggio, scritto con i colori della terra del Sol Levante: dal bianco del Monte Fuji, al giallo del foliage di Nikko, fino al blu intenso del lago di Hakone, passando per l’oro del tempio Kinkakuji di Kyoto e l’arancio dei torii dei santuari shintoisti. Accanto alle fotografie delle più note mete di viaggio, che ricordano i paesaggi delle stampe meisho-e, le “immagini di luoghi celebri”, della produzione artistica giapponese del XIX secolo, troviamo anche mete più insolite, ma dal forte fascino cromatico. Il carattere distintivo della fotografia di viaggio di Fabio Accorrà è infatti l’attenzione al colore, nei paesaggi come nei soggetti.  Le fotografie esposte presso il Museo Chiossone sono tratte dal suo libro “The Colors of Japan” (Erga, 2019), ma in questa occasione verranno presentate al pubblico con una nuova selezione, reinterpretando il progetto editoriale. Le opere saranno accompagnate dai commenti di viaggio dell’autore e da approfondimenti sul significato dei colori nella cultura giapponese, elementi che guideranno i visitatori in un percorso ideale alla scoperta della bellezza del Giappone.

Fabio Accorrà (Genova, 1984) è un travel blogger e fotografo autodidatta. Da sempre appassionato di viaggi, già da piccolo si avvicina al mondo fotografico sviluppando i primi rullini e utilizzando le prime Polaroid. Col tempo e i tanti viaggi in giro per il mondo arricchisce il proprio repertorio fotografico e nel 2016 fonda il blog Viaggiare senza confini <http://www.viaggiaresenzaconfini.it> : un diario di viaggio personale, ricco di racconti e fotografie, che negli anni si è sviluppato e allargato per ospitare esperienze e contributi di altri viaggiatori. È autore di “La magia dello Sri Lanka” (Delos Digital, 2017) e di “The Colors of Japan”, pubblicato da Erga Edizioni nel 2019: da questo libro fotografico sono tratte le opere della mostra, realizzate durante il suo tour del Giappone del 2018 e presentate per la prima volta nella apprezzata esposizione fotografica del 2019, presso il Consolato Generale del Giappone a Milano, organizzata dall’Associazione Giapponese del Nord Italia “Nihon Jinkai”.

 

 

Dal 09 Gennaio 2020 al 16 Febbraio 2020

Genova

Inaugurazionegiovedì 9 gennaio 2020, ore 17

Luogo: Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone

Indirizzo: pPiazzale Giuseppe Mazzini 4

Orari: da martedì a venerdì, 9.00-18.30; sabato e domenica 9.30-18:30; lunedì chiuso

Curatori: Aurora Canepari

Enti promotori:

  • Regione Liguria
  • Comune di Genova
  • Musei di Genova

Costo del biglietto: Intero € 5, Ridotto € 3 (disabili, ultra 65 anni (cittadini UE), convenzionati e gruppi). Gratuito: cittadini UE da 0 a 18 anni e la domenica per i residenti nel Comune di Genova, accompagnatori disabili, scuole

La forza del colore. Intervista al pittore Enrico Vittucci

“Ogni nuovo mattino, uscirò per le strade cercando i colori”, scriveva Cesare Pavese. E così sembra fare anche il pittore Enrico Vittucci, da oltre vent’anni impegnato in un’incessante ricerca dei colori nascosti in tutto ciò che lo circonda. Attraverso un’intensa forza cromatica, infatti, l’artista trasforma quotidianamente la realtà in quadri senza tempo, in cui anche il grigio della metropoli si converte in coloratissime atmosfere da sogno.

Affezionata musa del pittore è in particolare la città in cui vive, Roma. Strade sopraelevate e rovine architettoniche – insieme a boschi e marine – sono infatti soggetti che da sempre ritornano, come sogni ricorrenti, nelle sue opere. Sotto il suo sguardo, però, esse appaiono trasformate, convertite in paesaggi ideali, più simili a ricordi che a fotografie fedeli della realtà. Grazie a una sapiente resa luministica, alla straniante assenza della figura umana e a un utilizzo emotivo del colore quasi espressionista, il pittore riesce infatti a trasformare anche i soggetti più banali in atmosfere sospese ed enigmatiche, che coinvolgono lo spettatore a un livello inconscio, parlano ai sentimenti, e sembrano sempre nascondere qualcosa di non detto, qualcosa che sfugge alla logica per entrare nel campo dell’irrazionale.

La moltiplicazione dei piani luminosi e la conseguente scomposizione delle forme in geometrie cubo-futuriste, però, conferiscono ad alcuni quadri anche un aspetto solido e concreto, in contrasto con le visioni incantate e rarefatte caratteristiche di altri. Quella di Vittucci è del resto una pittura di contrasti, in cui vedute urbane convivono con elementi naturalistici, paesaggi incontaminati con fumanti ciminiere, luminose visioni diurne con tetri notturni, rigore classico con stridente modernità.

Quaranta opere di Enrico Vittucci, tra cui numerosi quadri inediti realizzati appositamente per l’occasione, saranno in mostra dal 10 al 19 gennaio 2020 presso la galleria Arte Sempione di Roma. Abbiamo intervistato il pittore per saperne di più.

 

Come e quando è nato il suo rapporto con la pittura?

Da sempre. Ho sempre disegnato fin da bambino, poi la pittura a tempera intorno ai dodici anni e subito dopo i colori ad olio. La prima mostra in galleria nel ‘90, a ventidue anni.

Da dove trae l’ispirazione per i suoi quadri? Come nascono le sue opere?

L’ispirazione, o forse la voglia/necessità nasce da uno stato d’animo, da uno stato di benessere interiore, non dipingo mai in una situazione di tristezza o preoccupazione o angoscia.

Da sempre i suoi dipinti sono dominati da alcune tematiche ricorrenti, ad esempio alberi, barche a vela e strade sopraelevate. Cosa significano questi soggetti per lei?

Le vele rappresentano lo spazio aperto, la libertà, la luce. Gli alberi forse li utilizzo come emblema, come rappresentazione in sintesi della natura che ci circonda. Le tangenziali perché rappresentano la città in cui vivo, un po’ metropoli un po’ museo, un po’ “eterna” un po’ moribonda.

E perché invece non è mai presente la figura umana?

La figura umana non mi ha mai interessato particolarmente. Forse nella pittura preferisco guardarmi intorno che guardare dentro chi mi circonda.

Nei suoi dipinti si intravedono richiami ad alcune delle maggiori correnti artistiche del Novecento, come cubismo, futurismo, metafisica e orfismo. C’è qualche artista o movimento a cui si sente particolarmente legato o che l’ha influenzata più di altri?

Sono da sempre appassionato a tutte le correnti artistiche dei primi del Novecento, conseguentemente ne traggo ispirazione fino a raggiungere un linguaggio tutto personale.

“Il colore è un potere che influenza direttamente l’anima”, diceva Vasilij Kandinskij. Si trova d’accordo con questa frase? Come mai nelle sue opere sceglie sempre colori estremamente accesi, quasi accecanti?

D’accordissimo, concetto ormai studiato ed applicato in mille circostanze anche della vita quotidiana. Per tornare alla mia pittura, considero i miei colori un’alterazione dei colori naturali, mi piace sentirmi come un musicista che può trasporre una melodia in altre tonalità.

Nell’ultimo periodo è passato per la prima volta al formato tondo, c’è un motivo particolare per questa scelta?

Un motivo particolare? No, anzi… perché no? Ho visto su una rivista un quadro di Emilio Vedova e mi ha colpito, ho pensato che contrariamente a quello che può sembrare il tondo è una forma moderna. È bello, utilizzato fin dal Rinascimento, e secondo me si sposa bene con le forme che compongono i miei quadri, così geometriche. È intrigante!

 

 

Enrico Vittucci – Mostra personale

Dal 10 al 19 gennaio 2020

Inaugurazione sabato 11 ore 18.00

Galleria Arte Sempione

Corso Sempione, 8 – Roma

Altan. Pimpa, Cipputi e altri pensatori

Cosa hanno in comune una cagnolina a pois rossi, un impacciato creatore del mondo e una feroce e sensuale donna seminuda che ci pone interrogativi esistenziali fissandoci negli occhi?

Nulla, a parte essere stati tutti creati dalla fantasia e dalla mano di Francesco Tullio Altan (1942), al cui estro ribelle e anticonvenzionale il MAXXI di Roma dedica una grande mostra, realizzata in coproduzione con Fondazione Solares e con Franco Cosimo Panini Editore, visitabile fino al prossimo 12 gennaio.

Allestita nello spazio Extra MAXXI la mostra, curata da Anne Palopoli e Luca Raffaelli, include tavole e disegni originali, dipinti, libri, bozzetti e filmati che ci illustrano il mondo nato dalla mente del disegnatore trevigiano, a tratti fantastico e a tratti fin troppo realistico.

Una dimensione pullulante di personaggi ormai iconici, come il metalmeccanico Cipputi, Ada, Kamillo Kromo, e la già nominata cagnolina Pimpa, figura presente nella memoria infantile di diverse generazioni, inclusa la mia. L’allestimento, fortemente immersivo, segue un percorso tematico e cronologico, scandendo così le diverse tappe della sua produzione.

Altan prima di Altan è il punto di inizio, rappresentato dai fogli di album pieni di schizzi e di idee buttati giù in modo quasi casuale, indice della ricchezza di inventiva dell’artista; in questa parte sono esposti anche dei notevoli dipinti giovanili, ritratti di alcuni prototipi di personalità umane e professionali, interessanti caricature umane che ricordano, seppure in modo meno tormentato e frantumato, alcune opere di Ashley Gorkey. Il percorso continua con le tavole dedicate a Trino, il primo fumetto di Altan pubblicato in Italia sulla rivista Linus nella metà degli anni Settanta. Trino è un dio maldestro, che in realtà deve a sua volta rispondere del suo operato a un invisibile committente che lo controlla in modo spietato, incalzandolo sull’andamento della creazione…

Una grande parete ospita più di 200 vignette realizzate da Altan negli ultimi quaranta anni, specchio sardonico e spietato della storia del nostro paese: Cipputi, Ugo e Luisa, l’uomo in poltrona, più che semplici personaggi diventano nostre proiezioni, incarnano quello che l’uomo medio e non solo pensa e vorrebbe dire, le sue perplessità, il suo desiderio di protesta, le sue incertezze verso il sistema e verso il futuro che lo attende, le critiche nei riguardi dei vari attori della politica italiana.

Segue la parte dedicata ad Altan illustratore: bellissime le prove realizzate per una serie di volumi di autori come Gogol, Rodari e Piumini; un cubo optical in bianco e nero è invece dedicato alle storie a fumetti: sono qui esposte le 90 tavole originali di Macao, pubblicato sulla rivista Corto Maltese nel 1984. Chiudono il percorso Kamillo Kromo e la dolcissima Pimpa, che invade le sale con la sua presenza colorata, specie nello spazio interattivo destinato ai visitatori più giovani, che potranno così immergersi davvero nel mondo della cagnolina di Altan, in un’area ludica che permetterà loro una grande libertà di movimento.

 

MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Dal 23 Ottobre 2019 al 12 Gennaio 2020

Via Guido Reni, 4A – Roma

Mercoledì, giovedì, domenica 11.00- 19.00; martedì, venerdì, sabato 11.00-20.00 – www.maxxi.art

Soffici e Carena. Etica e natura

Ultimi giorni alle Scuderie medicee di Poggio a Caiano per la temporanea Soffici e Carena. Etica e natura, al Museo Soffici e del ‘900 italiano fino a sabato 11 gennaio. Le opere di Ardengo Soffici e Felice Carena, oltre settanta in mostra, accompagnano il visitatore lungo un percorso espositivo che ripercorre convergenze, affinità, e una sintetica visione antologica del loro gusto e della loro arte attraverso paesaggi, nature morte, figure, ma anche documenti poco noti e alcuni inediti, come i due autoritratti.

L’esposizione mette a fuoco le vicende storico-artistiche di due degli autori più interessanti del Novecento, spiriti affini, uniti anche da una sincera amicizia, e ne abbraccia l’intero arco produttivo. Dalla pittura intimista di Carena il percorso di visita si evolve lungo le esperienze parigine di Soffici in ambito postimpressionista, ne racconta il periodo cubofuturista fino al realismo dei valori plastici; non mancano di Carena i dipinti realizzati negli anni Trenta, in cui l’autore si affida alla sperimentazione della materia cromatica, alla trasparenza dei toni, al gusto della composizione, e opere del periodo veneziano dove prevale un sempre più affinato itinerario spirituale. I paesaggi,  di cui entrambe gli autori regalano scorci e punti di osservazione originali con Poggio a Caiano – e la Versilia – protagonista nei dipinti di Soffici, insieme alle figure e le nature morte completano l’allestimento.

La mostra, a cura di Luigi Cavallo, con la collaborazione di Oretta Nicolini e Luigi Corsetti, è promossa dal Comune di Poggio a Caiano con il patrocinio della Regione Toscana.

 

 

Fino all’11 Gennaio 2020

Poggio a Caiano | Prato

Luogo: Museo Soffici e del ‘900 italiano

Indirizzo: via Lorenzo il Magnifico 9

Orari: dal giovedì alla domenica 10-13 / 14,30-18.30

Curatori: Luigi Cavallo

Enti promotori:

  • Comune di Poggio a Caiano
  • Con il patrocinio della Regione Toscana

Telefono per informazioni: +39 055 8701287/0/1

E-Mail info: info@museoardengosoffici.it

Sito ufficiale: http://www.museoardengosoffici.it/

Banksy e la (Post) street art

Si intitola Banksy e la (post) street art” la collettiva dedicata al movimento artistico underground, che avrà luogo presso il Museo PAN di Napoli fino al 16 Febbraio 2020.

Il Museo PAN, che da sempre rappresenta punto di riferimento per la diffusione dell’arte contemporanea, ha già affrontato nel 2015, con la mostra “Shepard Fairey #OBEY”, il delicato tema della street art come espressione artistica a tutti gli effetti, in questa occasione il curatore Andrea Ingenito propone al pubblico un racconto più ampio, che prende vita dall’artista più discusso del momento Banksy, per poi passare all’esuberante e coloratissimo Mr. Brainwash e ai lavori di Obey che sono inseriti come anelli di congiunzione tra le prime due sale, per poi concludere il discorso con l’italiano Mr. Savethawall.

La scelta di aprire il percorso con Banksy non è casuale, oltre ad essere uno dei principali protagonisti dello scenario artistico attuale ha un particolare legame con la città di Napoli. Risale al 2010 la sua prima misteriosa apparizione in città con il murales (poi purtroppo vandalizzato) rappresentante l’Estasi di Santa Teresa, dopo poco ci fu lo stencil in Piazza dei Girolamini chiamato la “Madonna con la pistola”, le prime tracce – e fino a poco tempo fa le uniche – del graffitaro inglese in Italia. Non sembra essere un caso che abbia scelto da subito Napoli per firmare a suo modo la culla dell’arte per eccellenza. Proprio come impone il “Banksy – pensiero”, anche la cultura napoletana fa dell’ironia e dell’irriverenza la sua personale risposta a quelle che reputa ingiustizie da parte del sistema.

In questo contesto, Mr. Brainwash rappresenta invece l’evoluzione della figura dello Street artist mondano every popular, non disdegna i salotti buoni del jet-set, OBEY sceglie il termine “Obbedire” come provocatoria risposta ai dettami imposti dai mass -media, divenuto celebre con i suoi “manifesti – non autorizzati” diffusi durante la campagna elettorale di Barak Obama, è il più “politicamente – impegnato” tra gli street artist. Mr. Savethewall rappresenta l’Italia in questo excursus, dimostrandosi una voce fuori dal coro, recepisce gli stimoli provenienti dai linguaggi utilizzati dai suoi colleghi rielaborandoli con personale ironia e spirito critico, attraverso una tecnica a basso impatto ambientale che riserva il muro da danni permanenti.

Attraverso dunque una rosa di circa 70 opere provenienti da collezioni private e da gallerie italiane e straniere , una sala video e una sala selfie, viene raccontato il fenomeno artistico del momento, con tutte le contraddizioni e i continui interrogativi che i loro protagonisti volutamente riservano allo spettatore.

 

 

Fino al 16 Febbraio 2020

Napoli

Luogo: PAN – Palazzo delle Arti Napoli

Indirizzo: via dei Mille 60

Orari: tutti giorni dalle 9.30 alle 19.30; 24 e 31 dicembre: 9.30 – 15.00 25 dicembre – 1 gennaio: 15 – 19.30 26 dicembre – 6 gennaio 9.30 – 19.30 (la biglietteria chiude sempre un’ora prima)

Curatori: Andrea Ingenito

Enti promotori:

  • Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli

Telefono per informazioni: +39 081 7958601

E-Mail info: info@ai-ca.it

Maria Lai. Lente sul mondo

Lo scorso 21 dicembre è stata inaugurata a Ulassai, presso il Museo La Stazione dell’Arte, la mostra Maria Lai. Lente sul mondo, che chiude le celebrazioni per il centenario della nascita dell’artista.

L’infinito è il filo conduttore della mostra, tema che appare evidente fin dalla prima opera presente nell’esposizione, La notte dei mondi scuciti, una geografia costituita da un semplice filo bianco su uno sfondo nero, nella quale è ancora presente l’ago, lasciato proprio dall’artista. Questa geografia rappresenta il nostro pianeta assieme all’uomo che lo abita, ma è anche la rappresentazione della realtà immaginata dall’uomo. Siamo soli nell’Universo? Esistono altri mondi? Maria Lai, come è possibile ammirare nella parte sinistra dell’opera, offre al pubblico la sua visione del mondo, ovvero la possibile esistenza di altri mondi, un microcosmo all’interno di un macrocosmo, un Universo dalle infinite possibilità.

Microcosmo e macrocosmo, infinito e ritorno alle origini sono le tematiche presenti nelle opere che accompagnano il pubblico lungo l’esposizione. La seria La rupe offre un richiamo ai celebri tacchi di Ulassai, paese natio di Maria Lai, un microcosmo dal quale l’artista trae il proprio linguaggio artistico come se fosse una poesia. Osservando meglio le due opere che compongono La rupe è chiaro che sono state inserite all’interno di un “gioco artistico” composto da carte strappate, che richiama ancora una volta il paesaggio sul quale si erge Ulassai, dunque i tacchi, ma osservando meglio il diramarsi delle linee è evidente che queste stanno a significare il non finito dell’opera e la possibilità di volgere lo sguardo lontano. All’interno di questa composizione è possibile tra l’altro ammirare l’opera di Maria che ha dato il titolo alla mostra, Lente sul mondo, che raccoglie il microcosmo ma allo stesso tempo, oltre la lente, si genera l’infinito, un groviglio di ordine e caos.

L’esposizione si chiude con la serie dei Presepi realizzati dall’artista. Si tratta di opere realizzate con vari materiali, che ancora una volta pongono di fronte al pubblico non solo la straordinaria dote creativa posseduta da Maria Lai, ma anche e soprattutto il carattere deciso e di controtendenza dell’artista, che realizza dei presepi in un momento in cui l’arte aveva abbandonato la tradizione, tipica dell’arte dei secoli passati, di rappresentare la Natività. Anche qui ritorna il tema dell’infinito, perché infinite sono le sue creazioni, in quanto è sempre possibile aggiungere qualcosa all’opera. Un esempio è il Presepe in terracotta smaltata e legno del 1950 poi ripreso nel 2002. L’opera, nella sua prima fase, era composta solamente da uno sfondo roccioso con una capretta, animale al quale Maria si paragonava per la ricerca della libertà, ma nel 2002 l’artista pose mano nuovamente all’opera aggiungendovi la Natività.

«Vorrei che l’arte fosse per tutti un Presepio da comporre coi propri personaggi, i propri pianti, i propri santi, i propri canti». Maria Lai

Fino al 22/03/2020

Ulassai

Stazione dell’Arte

Orari: lunedì – domenica 9:30 – 19:30 Visite guidate: 9:30; 11:00; 13:00; 14:30; 16:00; 18:00 Apertura straordinaria: 24/26/31 dicembre 2019 1° e 6 gennaio 2020 Chiuso: 25 dicembre 2019