Non Plus Ultra: intervista a Gonzalo Borondo

Limiti, trasparenze, iconografie sacre e rimandi all’antichità hanno invaso da ieri sera il nuovo Macro Asilo di Roma. Il merito è dell’artista spagnolo Gonzalo Borondo e della sua nuova spettacolare installazione Non Plus Ultra.

L’opera, realizzata in collaborazione con 56Fili di Arturo Amitrano e a cura di Chiara Pietropaoli, è un’installazione percorribile, composta da cinquantadue lastre di vetro alte più di due metri e serigrafate su entrambi i lati con immagini intense ed evanescenti che indagano il tema del sacro e della condizione umana, da sempre fulcro della poetica di Borondo.

Creata negli ultimi giorni direttamente nel cortile del Macro sotto lo sguardo curioso del pubblico, l’opera sarà visibile in anteprima al museo ancora fino al 18 novembre, per poi migrare a fine mese verso l’Ex Dogana di San Lorenzo, dove Borondo vive e lavora da tre anni, insieme ai colleghi della Factory Studio Volante.

Abbiamo fatto qualche domanda all’artista per saperne di più.

Ieri a Roma ha inaugurato la tua nuova installazione Non Plus Ultra, ce la racconti?

È un percorso fatto con delle lastre di vetro, su cui sono rappresentate due immagini, una che si percepisce da un lato e una dall’altro. Per me però è sempre un po’ complesso spiegare le immagini, soprattutto in casi come questo, in cui lo scopo dell’installazione è creare un’esperienza. L’opera va vissuta, e il linguaggio verbale o scritto in questo senso è limitante, è come spiegare una sinfonia attraverso un disegno… Io invito sempre a vedere le immagini e poi riflettere su tutti i diversi significati che messe assieme e vissute nello spazio possono raccogliere. In questo caso le immagini rappresentate sono una figura in posizione di crocifissione e una colonna, che nella composizione creano dei percorsi, dei corridoi. Solo che questi corridoi sono trasparenti, di vetro, si possono vedere ma non si possono attraversare direttamente, bisogna muoversi in mezzo. Il vetro è un materiale fragile, trasparente, che ti lascia guardare attraverso ma allo stesso tempo è duro. Quindi in qualche modo l’opera riflette sul concetto di limite, e il materiale ha una grande importanza nella sua poetica. Non vorrei però che questa idea del limite diventasse limitante per lo spettatore.

In che senso?

Io creo sempre a partire da una mia immagine mentale, che ovviamente viene influenzata dalle mie esperienze (in questo caso soprattutto da Roma, perché gli archi, le colonne e la figura della crocifissione sono dei soggetti molto presenti in questa città, e dopo un po’ di anni qui mi è venuto naturale creare questa installazione). Non voglio però che questa immagine sia limitante, perché poi ognuno può percepirla come vuole. Non vorrei mandare cioè un messaggio unidirezionale, mi piace che le opere abbiano una prima lettura semplice e immediata, accessibile più o meno a tutti, e poi diversi livelli di lettura per chi vuole approfondire.

 

La collaborazione con Arturo Amitrano invece com’è nata? Ti ha influenzato molto?

Arturo l’ho incontrato circa sette anni fa, quando io ero appena arrivato a Roma e lui aveva lasciato tutto per concentrarsi sul mondo della serigrafia. Al tempo faceva più lavori su magliette e di serigrafia convenzionale, poi insieme nel suo studio abbiamo cominciato a fare una serie di esperimenti, e abbiamo continuato negli anni con tutti i tipi di materiali. Ad esempio insieme abbiamo fatto Aria, una collaborazione in un complesso monumentale a Catanzaro con serigrafie su vetro realizzate in situ. L’idea è quella di portare il linguaggio della serigrafia a una scala più installativa e non tanto commerciale. È sempre stato un po’ questo il nostro scopo e probabilmente lo sarà anche in futuro…

Visto che per te il contesto è sempre molto importante, ti vorrei fare una domanda su quello che ospita la tua opera in anteprima, il nuovo Macro Asilo, su cui si è discusso molto. Tu come artista cosa ne pensi di questo progetto? Ho visto ad esempio che hai dovuto lavorare dal vivo davanti ai visitatori per realizzare l’installazione: per te è una cosa positiva, aggiunge qualcosa all’esperienza e all’opera?

Guarda, nel mio caso sono molto abituato a lavorare in spazi pubblici o comunque aperti e vivi, non strettamente istituzionali. Mi interessa molto questo fatto che l’arte abbia un contatto diretto con la quotidianità e non soltanto con un numero limitato di persone che vanno a contemplare delle opere, per cui a me non è dispiaciuto lavorare in questo modo. Non è una cosa che aggiunge effettivamente alla lavorazione dell’opera, però nasce una sorta di condivisione che secondo me è bella, perché permette alla gente di capire l’opera ed entrare nel processo. Devo dire che la cosa che mi è piaciuta di lavorare qui al Macro Asilo è che comunque, al di là di tutte queste discussioni che si sono create, penso che – almeno al momento – si sia riuscito a creare un flusso che personalmente non avevo mai vissuto in questo museo. Si è creato un luogo di passaggio, un luogo pubblico come dovrebbe essere il museo, dove non c’è un limite per entrare e uscire: in questo senso penso che sia positivo.

 

Tu sei famoso in tutto il mondo soprattutto per i tuoi interventi di Street art, perciò come ultima domanda ti vorrei chiedere cosa ne pensi della situazione attuale in questo campo. Non so se è una mia impressione, ma mi sembra che tu faccia parte del gruppo di artisti che sono nati in quel contesto ma che, adesso che sta diventando sempre più un fenomeno di moda e di massa, se ne stanno un po’ distaccando…

Si, la Street art è sempre stata un po’ legata al mondo del mainstream, ma sopratutto negli ultimi anni questa cosa si è pompata molto. Io sinceramente ho cominciato a intervenire negli spazi pubblici quando ero bambino e ho sempre continuato perché mi interessa il fatto che l’arte e la vita non abbiano barriere, come invece a volte impongono le istituzioni, e poi mi piace molto il dialogo con il pubblico e con il contesto. Anzi, credo che ci sia una grandissima responsabilità nel fatto di agire sul contesto urbano. Dipingere su una grande parete è un atto molto aggressivo, che condiziona tante persone, quindi deve esserci uno studio del territorio, delle persone del luogo e di tutto quello che lì accade prima di intervenire. È un’operazione forte, e penso che spesso venga fatta con poca cura. Per questo dopo la grande quasi “invasione” degli spazi pubblici da parte dell’arte urbana – se così vogliamo chiamarla – io personalmente non mi sento più tanto parte di quel mondo. Io probabilmente sono nato con una generazione che era legata magari a un tipo di intervento più politico o critico, che però ormai secondo me è quasi sparito per lasciare il posto alla decorazione. Quindi diciamo che si, la Street art fa parte del mio background, e mi sento molto più comodo a lavorare sulle grandi superfici perché è quello che ho sempre fatto e che si adatta di più al mio gesto pittorico, ma allo stesso tempo quando ho visto questa invasione mi sono un po’ slegato, o comunque ho mirato molto ad altri progetti. Ad esempio ho lavorato a Marsiglia in un mercato dell’antiquariato, o a Selci in una cappella. Dialogare con un contesto è sempre fondamentale per me, mentre penso che nella Street art al giorno d’oggi questo non sia preso in considerazione.

 

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Non Plus Ultra – Gonzalo Borondo

MACRO ASILO: 16/11 – 18/11 2018

EX DOGANA: 30/11 – 30/12 2018

Ingresso gratuito

www.museomacro.it

www.exdogana.com

 

Dall’Espressionismo alla nuova Oggettività. Avanguardie in Germania

Fino al 24 febbraio 2019 il Palazzo del Governatore di Parma accoglie la mostra DALL’ESPRESSIONISMO ALLA NUOVA OGGETTIVITÀ. Avanguardie in Germania, che propone 40 opere dei maggiori rappresentanti di questa corrente culturale e artistica, sviluppatasi in Germania nella prima metà del Novecento, provenienti dal Von der Heydt Museum di Wuppertal (Germania), che ospita una delle più imponenti collezioni dell’Espressionismo tedesco e delle tendenze artistiche del periodo dopo la prima guerra mondiale, come la Nuova Oggettività (Neue Sachlichkeit) e le diverse forme di Costruttivismo e Razionalismo.

L’evento espositivo è organizzato da Solares Fondazione delle Arti, in collaborazione con il Von Der Heydt Museum di Wuppertal, con il contributo del Comune di Parma, col sostegno di Iren e di CePIM – Interporto di Parma.

Il percorso espositivo si sviluppa in due importanti sezioni. La prima si concentra sull’Espressionismo tedesco, presentando opere paradigmatiche per lo più provenienti dalla cerchia dei gruppi di artisti del Die Brücke (Il Ponte) di Dresda, quali Ernst Ludwig Kirchner, Erich Heckel, Otto Mueller, Emil Nolde,Karl Schmidt-Rottluf, Max Pechstein, del Der Blaue Reiter (Il Cavaliere azzurro) di Monaco, tra cui Vassilj Kandinskij, Franz Marc, Alexei Jawlensky, August Macke di Der Sturm, la rivista d’arte e galleria con base a Berlino, con autori quali Heinrich M. Davringhausen, Max Beckmann, Karl Grossberg.

La seconda offre la visione dei cambiamenti estetici negli anni del primo dopoguerra, quando artisti quali Karl Hofer, Eberhard Viegener, Otto Dix, Max Ernst, Jankel Adler, rappresentanti della Nuova Oggettività (Neue Sachlichkeit) hanno creato, sotto l’influenza del nuovo Razionalismo e Funzionalismo, della “Pittura Metafisica” e del Neo-Classicismo del cosiddetto “Ritorno all’ordine” sviluppate in Italia, una nuova atmosfera artistica che riflette la disillusione della generazione che ha vissuto la guerra e la conseguente perdita di vite umane, la distruzione di cittàeuropee, la presa di potere delle macchine sia durante gli anni della guerra che nei primi anni ’20, ovvero nell’epoca della modernizzazione e della razionalizzazione della produzione, della vita, della società.

La nuova arte ha manifestato un controcanto alla vita reale e ha favorito la libera espressione del mondo interiore delle emozioni, dell’immaginazione e dell’intensità spirituale. Influenzati da Friedrich Nietzsche, Henri Bergson, Walt Whitman, Rudolf Steiner, i giovani artisti si sono avvicinati all’antropologia, all’antroposofia, alla teosofia e anche al Romanticismo, rivisitando l’arte medievale,  così come l’arte africana e i temi folklorici.

Uno dopo l’altro, si costituiscono gruppi di artisti e gallerie d’arte, riviste culturali e politiche che proclamano la necessità di una Nuova Spiritualità, basata sul potere dell’espressione immediata delle forze e delle energie interiori che scuotono l’umanità. Nel 1905 il gruppo Die Brücke viene fondato a Dresda da quattro giovani artisti tedeschi che organizzarono in breve tempo diverse mostre della loro nuova attività pittorica.

 

 

Fino al 24 Febbraio 2019

Parma

Luogo: Palazzo del Governatore

Curatori: Lorand Hegyi, Gerhard Finckh

Costo del biglietto: intero 10 euro, ridotto 6 euro, ridotto scuole 4 euro

Telefono per informazioni: +39 0521 218889

Orari:
Martedì e mercoledì 15-19. Da giovedì a domenica e festivi 10-19.
Lunedì chiuso. Chiuso il 25 dicembre e 1 gennaio

Lo schermo dell’arte Film Festival – XI edizione

Sarà Peter Greenaway ad aprire l’undicesima edizione dello Schermo dell’arte Film Festival, progetto internazionale dedicato alle molteplici interazioni tra cinema e arte, che si terrà a Firenze dal 13 al 18 novembre prossimo. Oltre cinquanta gli ospiti attesi tra artisti, registi, produttori e addetti ai lavori, tra cui gli artisti Dani Gal, Jumanna Manna, Ila Beka, Driant Zeneli, Barbara Visser, Gabrielle Brady, Diego Marcon, Jordi Colomer, Phil Collins, la regista Lisa Immordino Vreeland, i curatori Sarah Perks, Andrea Lissoni, Hila Peleg, i produtori Yorgos Tsourgiannis, Beatrice Bulgari e Anna Lena Vaney.

L’apertura uffciale del festival sarà preceduta martedì 13 novembre alle ore 18.00 dalla inaugurazione alle Murate. Progetti Arte Contemporanea della mostra European Identtes. New Geographies in Artstst Film and Video, a cura di Leonardo Bigazzi, protagoniste le opere di 12 giovani artsti residenti in Europa che lavorano con le immagini in movimento.

Confermando la specificità della sua programmazione tra cinema e arte, il festival riunisce circa 25 film tra lungometraggi e corti, film d’artista e documentari. Tra quest’ultimi sono le anteprime italiane di Kusama- Infinity (2018) di Heather Lenz, dedicato alla novantenne artista giapponese Yayoi Kusama, una delle figure più celebri della scena contemporanea, che dal 1977 vive per sua scelta nell’ospedale psichiatrico Seiwa ma dipinge quasi quotidianamente nello suo studio a Shinjuku; The End of Fear (2017) di Barbara Visser che ricostruisce, a distanza di oltre vent’anni, la vicenda dello scempio subito nel 1986 dal celebre dipinto Who is Afraid of Red, Yellow and Blue III dell’astrattista americano Barnett Newman conservato allo Stedelijk Museum di Amsterdam; Love, Cecil di Lisa Immordino Vreeland, Stati Uniti (2017), che racconta la complessa personalità e il talento del designer e fotografo di moda Cecil Beaton, ritrattista ufficiale della Regina Elisabetta, attraverso rari materiali di archivio e brani tratti dai suoi diari.

Tra i film d’artista Lo schermo dell’arte è orgoglioso di presentare il toccante Island of the Hungry Ghosts (2018) dell’artista australiana Gabrielle Brady, il cui progetto è stato siiluppato nel 2015 nell’ambito di Feature Expanded, programma di formazione del festival. Vincitore di numerosi riconoscimenti tra cui il Best Documentary Feature Award del Tribeca Film Festival 2018 e recentemente il Feature Documentary Award dell’Adelaide Film Festival 2018, il film è stato nominato nella shortlist dei premi dell’Australian Academy of Cinema and Television Arts. Girato a Christmas Island nota per il fenomeno della migrazione di milioni di granchi dalla giungla al mare, narra l’esperienza di una giovane psicologa impegnata nel dare sostegno ai migranti che lì arrivano da tutto il Medio Oriente.

L’approccio delicato e la scoperta di una figura originale e fuori dagli schemi sono gli elementi del bel film Moryama-San (2017) di Ila Beka e Louise Lemoine dedicato a Yasuo Moriyama, eremita urbano di Tokyo appassionato di musica noise – la colonna sonora è di Otomo Yoshihide – che vive in modo del tutto personale gli spazi di una straordinaria casa a piccoli padiglioni disegnata dall’architetto Ryūe Nishizawa considerata un esempio dell’architettura giapponese contemporanea.

Tra i corti si segnalano tre film accomunati da atmosfere misteriose e sospese: nell’acclamato Monelle il giovane artista italiano Diego Marcon, vincitore del MAXXI Bulgari Prize 2018, illumina il buio della sala cinematografica con spari di flash che rivelano inquietanti abitanti di uno spazio fortemente connotato da un’estetica razionalista, quello della celebre Casa del Fascio di Como dell’architetto Giuseppe Terragni in Who Was the Last To Have Seen the Horyzon? del giovane artista Driant Zeneli, che nel 2017 ha partecipato al programma di formazione VISIO dello Schermo dell’arte e che rappresenterà l’Albania alla prossima Biennale di Venezia, quattro personaggi e un cane fluttuano in un ambiente alieno, oscuro e silenzioso; mentre in Blue, presentato in anteprima, il super premiato filmmaker e artista tailandese Apichatpong Weerasethakul condensa le atmosfere surreali tipiche del suo cinema in uno scenario che allude alla condizione tra sogno e veglia.

 

 

Dal 13 Novembre 2018 al 18 Novembre 2018

Firenze

Luogo: Cinema La Compagnia e altri luoghi

E-Mail info: info@schermodellarte.org

Sito ufficiale: http://www.schermodellarte.org

No Experience Necessary per la prima personale di Harif Guzman in Italia

Manca poco all’inaugurazione di No Experience Necessary, la prima personale italiana di Harif Guzman, artista di origine venezuelana – conosciuto anche con il nome d’arte Haculla – che ormai da tanti anni vive e lavora a New York City.

Formatosi come stampatore nella bottega del padre, Guzman ha raggiunto il successo internazionale vivendo in strada e lavorando come street artist, arrivando ad essere un artista molto quotato, che espone in tutto il mondo e collabora con compagnie come Ralph Lauren, Volcolm o Burton e con riviste come Vogue, Vice e Oyster Magazine. Nonostante il successo, però, il suo lavoro mantiene sempre lo spirito provocatorio della pittura di strada, affrontando in maniera originale i temi della cultura pop e del materialismo che la caratterizza.

La sua prima personale italiana si terrà presso The Orange Garden, il collettivo di giovani fondato nel 2015 da Arturo Passacantando e Tommaso de Benedictis, oggi spazio di riferimento per artisti locali ed internazionali. Il tema della mostra sarà una riflessione sulla società di massa e sulla dipendenza da smartphone nella vita contemporanea, con un intento di forte critica alla falsificazione delle esperienze prodotta dall’onnipresenza delle immagini digitali. Saranno esposti una serie di quadri e disegni di grandi dimensioni, realizzati dall’artista durante la sua permanenza a Roma con materiali domestici e di uso quotidiano. Saranno quindi opere dalla forte materialità e concretezza, in chiara opposizione all’inconsistenza delle riproduzioni digitali.

“I dipinti di Harif Guzman – si legge nel comunicato – mettono in discussione le esperienze digitali troppo fugaci, riportando lo spettatore in un momento e un luogo specifico. Con uno stile visivo autenticamente intransigente, No Experience Necessary mette in discussione se la realtà è adattata alle masse o se sono le masse ad essere adattate alla loro realtà”.

L’inaugurazione si terrà il prossimo giovedì 15 Novembre 2018 dalle 18.00 alle 21:00, e la mostra resterà visitabile gratuitamente fino al 15 dicembre.

 

 

NO EXPERIENCE NECESSARY

Dal 15 novembre al 15 dicembre 2018

Opening 15 novembre 2018, 18:00 – 21:00

The Orange Garden

Via Crescimbeni, 11

Roma

 

www.theorangegarden.co

www.harifguzman.com

 

L’Atteso: sospensione ed enigma nella nuova installazione di Mike Nelson

Un’atmosfera di sospensione ed enigma avvolge dall’1 novembre scorso il Binario 1 delle OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino. Il merito di questa trasformazione è dell’imponente intervento installativo L’Atteso, realizzato dall’artista britannico Mike Nelson e a cura di Samuele Piazza. Fino al 3 febbraio sarà possibile entrare in questa sorta di gioco di ruolo, in cui diverse memorie e indizi stratificati creano una narrazione aperta a molteplici letture. Come in tutte le opere di Nelson, infatti, in L’Atteso ogni chiave di lettura predefinita è volutamente evitata e ogni comprensione definitiva negata. Lo spettatore è lasciato libero di creare il suo personale percorso e formare una propria individuale comprensione del luogo.

La navata del Binario 1 è convertita dall’artista in una sorta di parcheggio fantasma, in cui una ventina di veicoli ricoperti di polvere sono abbandonati accesi su un cumulo di macerie. Entrando nell’installazione lo scenario che il pubblico si trova di fronte è buio e cupo, illuminato solo dai fari delle misteriose auto parcheggiate, all’interno delle quali sono disseminati indizi – tracce di una vita ormai assente – come indumenti, mozziconi di sigarette, avanzi di cibo, musica alla radio, e così via. Sembra così di trovarsi in un film, o su una scena del crimine, di cui lo spettatore deve ricostruire le vicende. O meglio ancora si ha l’impressione di trovarsi all’interno di uno scenario post-apocalittico, con i visitatori che come tanti zombie si aggirano lentamente e in silenzio tra i resti di una vita che si può solo immaginare e che ora non c’è più.

Lo spazio inerte delle OGR, grazie al sorprendente intervento dell’artista, si è trasformato così in un limbo, in uno spazio altro, caratterizzato da una compresenza di temporalità diverse: in cui cioè un passato misterioso e una dimensione quasi archeologica, insieme all’immagine di un incombente futuro prossimo, si uniscono in un presente ambiguo e distopico. É uno spazio in cui in realtà non accade assolutamente nulla, eppure incredibilmente forte è l’impatto emotivo per chi ne varca la soglia.

Lo spazio in cui l’installazione si inserisce, inoltre – le OGR-Officine Grandi Riparazioni, reduci dalla fortunatissima prima edizione di Artissima Sound (che si è svolta dal 1 al 4 novembre scorsi) – è già di per se meritevole della visita. Storica fabbrica in cui si riparavano treni, è uno dei più importanti esempi di architettura industriale dell’Ottocento a Torino, recentemente trasformato in un nuovo cuore pulsante della creatività, della cultura e dello spettacolo.

 

 

MIKE NELSON – L’ATTESO

Fino al 3 febbraio 2019

OGR – Officine Grandi Riparazioni

Corso Castelfidardo, 22

Torino

http://www.ogrtorino.it/events/mike-nelson

 

Ovidio. Amori, miti e altre storie

A coronamento delle celebrazioni per il Bimillenario dalla morte del celebre poeta latino è in corso presso le Scuderie del Quirinale la mostra Ovidio. Amori, miti e altre storie, a cura di Francesca Ghedini, visitabile fino al prossimo 20 gennaio.

Sono oltre 250 le opere concesse in prestito da 80 prestatori nazionali e internazionali (tra i più importanti ricordiamo il Louvre di Parigi e la National Gallery di Londra), in un ricco compendio di stili e mezzi espressivi, (affreschi, sculture antiche, manoscritti di età medievale, fino ad arrivare a opere contemporanee, come l’installazione al neon di Joseph Kosuth, ispirata ai testi ovidiani, che accoglie il visitatore al suo ingresso).

Il poeta, nato a Sulmona nel 43 a.C., conobbe il successo dopo il suo trasferimento a Roma, dove, al servizio di Augusto, scrisse la maggior parte delle opere che lo resero immortale, diventando senza dubbio uno dei poeti antichi più conosciuti, dimostrandosi ancora oggi fortemente attuale e coinvolgente.

I temi che prediligeva erano quelli senza tempo, che qualsiasi essere umano, in qualunque età, ha sentito come suoi: l’amore, la passione, il potere, il fascino del mito.

Il percorso espositivo diventa narrazione della sua vita e della sua produzione poetica e letteraria, passando dal racconto delle sue peripezie personali (l’esilio a cui lo condannò l’imperatore Augusto sulle rive del Mar Nero, ad esempio, a causa del suo osteggiare il repentino cambio di costumi frutto del passaggio dalla Repubblica all’Impero), alla trasposizione figurativa dei temi più noti da lui trattati, come i giochi amorosi che coinvolgevano le divinità dell’Olimpo o l’universo di figure cangianti ed indimenticabili contenute all’interno di uno dei suoi scritti più famosi, le Metamorfosi, i cui protagonisti sono i soggetti principali della maggior parte delle opere in mostra.

Completano il progetto di mostra percorsi tematici che affrontano la vita di Ovidio e l’influenza della sua opera letteraria, giunta fino ai giorni nostri, oltre a esperienze di laboratorio e a un ricco programma di incontri, letture e approfondimenti.

 

 

Scuderie del Quirinale

Fino al 20 gennaio 2019

www.scuderiequirinale.it

Via XXIV Maggio 16 – Roma

Dalla domenica al giovedì dalle 10.00 alle 20.00 -Venerdì e sabato dalle 10.00 alle 22.30

Le grandi novità di Artissima 2018, la fiera delle sorprese

Si è appena conclusa la venticinquesima edizione di Artissima, Internazionale d’arte contemporanea nonché nozze d’argento della fiera che quest’anno si è dipinta tutta di rosa. Una fiera tutta al femminile che nel bilancio complessivo ha dato grandi risultati prediligendo l’innovazione e lasciando grande respiro alle novità su scala internazionale, con un occhio di riguardo verso le eccellenze all’italiana. La grande novità è stata prima di tutto la sezione Sound, ospitata per la prima volta al di fuori dell’Oval Lingotto, grazie al partenariato con OGR – Officine Grandi Riparazioni e promossa a pieni voti. Il campo del sonoro, da sempre studiato e forse da pochi realmente conosciuto, è una strada tortuosa e piena di insidie perché basta poco per scadere nell’ovvio, nello scontato e nel già sperimentato. Invece, con grande sorpresa, le opere proposte hanno non solo permesso ai fruitori dell’ambiente di ripensare e lasciarsi trasportare da riflessioni sonore nuove, ma allo stesso tempo hanno garantito ai fruitori della fiera un’interazione a 360° che ha ridefinito i confini stessi della ricerca sonora e dell’arte del XXI secolo.

Tra le 14 gallerie invitate e gli artisti proposti, quelle che hanno spiccato di più per ricerca e attitudine sono state le liane e la giungla sonora di Christina Kubisch che con Serra (2017) ha messo in atto una sintesi formale di una ricerca che va dallo spazio acustico, passando per la dimensione temporale e termina nella relazione tra materia e forma. Con Audiocasco, Ugo La Pietra ci ha riportato nelle sperimentazioni di fine anni Sessanta in cui l’interazione diventa parte centrale dell’attivazione stessa dell’opera che dalla sua, permette una totale immersione in un concerto di suoni che modificano le percezioni stesse dello spazio. Susan Philipsz, invece crea con soli quattro megafoni un’interruzione sonora, stonata, che attiva non più l’ambiente circostante bensì l’emotività del fruitore che percepisce in definitiva un canto di guerra in cui le sue ferite diventano forza comunicativa.

Parallelamente alla sezione Sound, Artissima 2018 si è basata tutta sul tema Time is on our side. Centro focale dunque il tempo, che ha spinto le gallerie ad aprirsi a proposte artistiche caratterizzate da flussi dinamici, mantenendo un occhio di riguardo verso le sperimentazioni del passato ma aprendosi all’indagine creativa del futuro. Non a caso, la Galleria Umberto di Marino ha vinto il Premio Illy Present Future con l’opera di Pedro Neves Marques, nominato dunque migliore artista emergente. La produzione artistica di Marques si costruisce attorno a un’attenzione verso tematiche di scottante attualità come in particolare l’ambiente e la globalizzazione. Nel caso di Artissima, ha presentato alcuni dei suoi lavori dove centrale è l’identità e l’individuo in dialogo con le tematiche prima citate.

Tra gli altri artisti premiati, spicca Francesc Ruiz rappresentato da García Galeria di Madrid, vincitore del Premio Refresh Irinox. L’artista è stato scelto per la sua capacità di unire l’immediatezza espressiva del disegno alla tradizione del fumetto, in un processo concettuale raffinato ed elegante che ha affrontato tematiche di grande attualità.

Tante le gallerie che hanno presentato lavori inediti e hanno permesso ai fruitori una conoscenza attenta e curiosa delle novità del momento o una rispolverata del passato, creando una sorta di attesa paziente ma scalpitante riguardo le tematiche e i processi creativi proposti. Tanti, i nomi che grazie ad Artissima 2018 saranno l’occhio del ciclone per l’anno che verrà e noi siamo molto curiosi di vedere cosa ci riserverà il futuro, pazienti ma scalpitanti.

Tra gli altri vincitori:

Campari Art Prize (artista under 35): Rodrigo Hernández, galleria Madragoa di Lisbona.

Premio Sardi (gallerie con i progetti più interessanti nella sezione Back to the future): Rolf Julius, galleria Thomas Bernard – Cortex Athletico di Parigi e Ruth Wolf-Rehfeldt, ChertLüdde di Berlino. Menzione speciale per le gallerie Häusler Contemporary e Michela Rizzo.

Premio Ettore e Ines Fico (artista giovane): Georgia Sagri, galleria Anthony Reynolds di Londra.

The EDIT Dinner Prize (connubio arte e cibo): Bruna Esposito, galleria FL Gallery di Milano.

OGR Award (indagini sonore contemporanee): Tomás Saraceno, galleria Pinksummer di Genova.

 

 

 

L’Attico dentro l’Attico

L’Attico dentro l’Attico è un’istallazione visitabile fino al prossimo 4 gennaio presso l’omonima galleria di Fabio Sargentini, sita a Roma, in Via del Paradiso 41.

Allestita al fine di far rivivere al pubblico alcuni dei momenti artistici più stimolanti vissuti all’interno della prima sede espositiva che portava questo nome, ossia il garage di via Beccaria 22, si presenta come un vero e proprio viaggio nel tempo, e verosimilmente nei ricordi del noto gallerista, il cui intento è quello di celebrare il lavoro di una serie di artisti che sono stati per lui compagni di lavoro ma anche degli amici, lavoro che ha contributo a rendere particolarmente fertile il clima culturale capitolino (e non solo) di quegli anni.

Il percorso espositivo presenta undici gigantografie relative alla sede di via Beccaria, poste a filo del pavimento reale, montate su telai autoportanti, costruite in modo da dare l’impressione allo spettatore di scivolare dallo spazio presente a quello originario, dove è nato, se vogliamo il mito; tutte le immagini sono state scattate da Claudio Abate, a parte quella della galleria allagata che è invece di Alessandro Figurelli.

Ed ecco quindi che l’ingresso di mostra altro non è che la saracinesca alzata per fare entrare i dodici cavalli previsti da Jannis Kounellis per la sua mostra, che tanto scalpore fece all’epoca, entrata ormai a far parte dei libri di storia dell’arte. E poi lo Zodiaco vivente di Gino De Dominicis, l’espressione musicale di Phil Glass, condivisa attraverso la danza di Trisha Brown, Simone Forti, Steve Paxton e Joan Jonas, noti esponenti della modern dance… E a chiusura del tutto, l’immagine sconcertante del garage di via Beccaria allagato con 50mila litri d’acqua, che rappresentò la chiusura definitiva di questo spazio, che avrebbe poi passato il testimone alla galleria attuale.

La nota particolare di questo progetto è che le foto sono accompagnate da un sottofondo sonoro: il rumore degli zoccoli dei cavalli nella sala di Kounellis, il ruggito del leone in quella dello zodiaco, lo sciabordio delle onde dinanzi a quella dell’allagamento, creando così un contesto totalmente immersivo per il visitatore.

Fabio Sargentini, con la sua ben nota ironia, stempera con queste parole il velo di malinconia che inevitabilmente può accompagnare questa iniziativa, così dicendo: “Jannis, Gino, Claudio, d’ora in poi per due mesi, la durata della mostra, vedrete, ci faremo compagnia. Ci sarà anche Pino. Bando alla malinconia!”

 

 

L’Attico

dal 26 ottobre 2018 al 4 gennaio 2019

Via del Paradiso 41, Roma

Orari: dal lunedì al venerdì dalle 17 alle 20

info@fabiosargentini.it

 

 

Mimmo Rotella Manifesto

La Galleria nazionale d’arte moderna di Roma celebra il centenario della nascita di Mimmo Rotella con la più completa retrospettiva a lui mai dedicata dal titolo Mimmo Rotella Manifesto, a cura di Germano Celant e Antonella Soldaini, inaugurata lo scorso 30 ottobre. La mostra si inserisce all’interno delle iniziative promosse dalla Fondazione Mimmo Rotella, nata nel 2002 per volere dell’artista stesso, e dal Mimmo Rotella Institute, con il supporto della Regione Calabria.

Il salone centrale della galleria è stato allestito con l’intento di ricreare una “piazza” urbana, tappezzata lungo i suoi muri da grandi “billboards”, cartelloni pubblicitari di 3 x 10 metri, composti posizionando uno accanto all’altra diverse opere dell’artista, dai décollages e i retro d’affiches degli anni ’50 e ’60, passando per gli artypos degli anni ’60 e ’70, i blanks e le sovrapitture degli anni ’80, fino all’ultima fase, quella dei décollages monumentali degli anni ’90 e 2000.

Simmetricamente alla zona centrale sono state allestite due piccole piazzette, contenenti i lavori performativi e scultorei di Rotella, oltre che filmati dagli anni Cinquanta e la serie dei Replicanti eseguita nel 1990, dieci porcellane rappresentanti la progressiva perdita dei sentimenti dell’umanità, specialmente in conseguenza delle guerre nel mondo. Integrano il percorso espositivo documenti, disegni, piccole opere pittoriche su tela e su carta, oltre a un ricco apparato documentale, come il Manifesto dell’Epistaltismo del 1949 o le confessioni contenute nei diari del 1993- 1994, fino all’assegnazione della Medaglia d’Oro alla Carriera da parte di Carlo Azeglio Ciampi nel 2002.

Il visitatore è guidato non dalle solite didascalie ma da una “mappa”, sulla quale sono indicate le singole opere che fanno parte delle grandi pareti-quadro, inserite anche nel catalogo di mostra edito da Silvana Editoriale, che include testi inediti di studiosi nazionali e internazionali.

Si ricompone quindi negli spazi della galleria il mondo di frammenti che Rotella “saccheggiava” dalle mura cittadine, estrapolando pezzi di manifesti pubblicitari, mode del momento, divi e messaggi politici, un vera e proprio affresco frammentato di 50 anni di storia italiana, oltre che un excursus completo della produzione artistica di tuta la sua carriera. Ed è giusto che ciò avvenga tra le sale di questo museo, la cui più nota direttrice del passato, Palma Bucarelli, tanta importanza ebbe nella diffusione della conoscenza dell’opera di Mimmo Rotella, presente nella collezione con vari lavori, tra cui ricordiamo i retro d’affiches Composizione astratta (1955-1957), Spirito di Dharma (1960) e i décollages Mitologia 3 (1962) e Senza titolo (1962).

 

 

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Viale delle Belle Arti 131 – Roma

Dal 30 ottobre 2018 al 10 febbraio 2019

dal martedì alla domenica: 8.30 — 19.30

www.lagallerianazionale.com

 

Manuel Felisi, Presente del passato

In mostra alla Galleria Russo di Roma fino al prossimo 10 novembre la mostra Presente del passato, dell’artista Manuel Felisi, a cura di Maurizio Vanni, che presenta un nuovo ciclo di lavori e sperimentazioni di vari materiali e soggetti.

Felisi, classe 1976, è un’artista milanese diplomato all’Accademia delle Belle Arti di Brera; la sua ricerca utilizza diversi medium espressivi, tra i quali ricordiamo la pittura, la fotografia e il collage. E’ soprattutto la fotografia il mezzo che predilige per rappresentare il trascorrere del tempo, rendendolo fluido, pronto a connettersi e identificarsi con momenti diversi, con stati d’animo diversi, guidati dalla personale sensibilità dell’artista e dalla sua memoria.

Tema centrale della mostra infatti è proprio il concetto di tempo, scardinato dai dogmi consueti attraverso il processo artistico al fine di rendere attuale anche ciò che in teoria appartiene ormai al passato.

L’esposizione presenta un serie di opere composte attraverso una stratificazione di materiali diversi quali stoffe, garze, carte da parati, cenere e polveri, applicate su pannelli di materiali industriali, di cemento o di gesso porcellanato. Un processo tecnico lungo e meticoloso, che però scompare all’occhio dello spettatore che si focalizza invece solo sull’impatto emotivo e psicologico suscitato dalle immagini che gli appaiono davanti.

Completa la mostra un catalogo edito dalla casa editrice Manfredi Edizioni, al cui interno è presente un saggio critico del curatore della mostra Maurizio Vanni, che sintetizza efficacemente come segue il concept di questa mostra: “Molti dei lavori di Felisi sono legati alla scelta di ciò che l’artista desidera riportare in superficie (presente del passato), ma il filtro sui propri ricordi collima con ciò che ritiene funzionale al presente del futuro per progettare la propria esistenza, manifestando il proprio essere attraverso il fare.”

 

 

Via Alibert, 20 Roma

Fino al 10 novembre 2018

Lunedì : 16.30 – 19.30 – Martedì – Sabato : 10.00 – 19.30

Info: www.galleriarusso.it