Il corpo con le ali. Eadweard Muybridge, Dirk Baumanns e il disegno futurista

La Galleria Futurism & Co. dedica la seconda esposizione dalla sua apertura a un interessante confronto tra passato e contemporaneo.

Il tema centrale della mostra è il movimento, il concetto dinamico associato ad un corpo, declinato in questa sede in una serie di opere appartenenti ad epoche e generi diversi: fotografia, pittura, performance, installazione.

L’inglese Eadweard Muybridge, pioniere dell’indagine fotografica sul movimento, è presente con 18 splendide tavole tratte della serie Animal Locomotion; la sua attenzione si focalizza su diversi soggetti, colti in azioni e spostamenti nello spazio; che si tratti di una cavallo da corsa o di figure umane, femminili e maschili, la sequenza in progressione dei loro movimenti immortalata da Muybridge anticipa quello che sarà lo spezzone cinematografico e si pone in un’interessante posizione a metà tra lo studio scientifico e l’estetica della dinamica.

Particolarmente intensa è l’impressione che viene dal lavoro di Dirk Baumanns, artista nato in Germania nel 1980: la parete centrale della galleria è infatti dedicata ad una sua installazione, composta da dipinti e fotografie (quest’ultime eseguite da Giò Montez), tratti dalla performance dal titolo Black Priest.

Baumanns diventa qui maschera, incarna il personaggio del prete nero, dando prova di grande immedesimazione e vena sardonica; si denuda progressivamente del costume di scena, e si colora di bianco e nero, i toni della fotografia tradizionale, per poi lasciare una serie di tracce su tavole di tela bianca, le stesse che troviamo infine appese a parete in mostra, testimonianza palpabile del momento finale della perfomance. Oltre all’ impronta lasciata dal suo corpo in azione, compare anche quella più meccanica lasciata da una ruota verniciata; se il trait d’union de Il corpo con le ali è la velocità, il guizzo e le metamorfosi che compie un corpo colto nella mutevolezza dello spostarsi nel tempo e nello spazio, si coglie chiaramente il collegamento tra queste immagini e quelle che gli stanno attorno, lontane nel tempo ma non nelle intenzioni.

Ecco che i segni dell’artista tedesco si legano come un filo ininterrotto a quelli rappresentati dalle linee e dai colori dei 30 disegni futuristi esposti: di rilevo la presenza dell’opera di Giacomo Balla intitolata Piedigrotta Uomo in corsa + rumore + linea di velocità + luci insieme a una serie di splendidi costumi teatrali realizzati da Fortunato Depero, ma non solo, Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Mario Sironi, grandi nomi di un passato che si focalizzava sulla ricerca della resa del movimento in tutte le arti conosciute.

L’esposizione quindi non è in questo caso una semplice raccolta di opere accomunate dalla tematica o dallo stile, ma diviene sorprendentemente un flusso ininterrotto di energia, uno scambio reciproco, un fertile dialogo visivo e concettuale tra passato e presente, ulteriore prova degli sviluppi del concetto di movimento e delle sue rappresentazioni nel tempo.

 

 

Galleria Futurism & Co.

Via Mario De Fiori 68, Roma

Dall’ 8 febbraio al 30 maggio 2018

Orari: Lunedì: 14.00 – 19.30 Martedì – Sabato: 11.30 – 19.30

http://www.futurismandco.com

 

 

The Ballrooms of Mars. Camille Rose Garcia Solo Show

Camille Rose Garcia nasce nel 1970 a Los Angeles, in California. Garcia produce pitture, stampe e sculture in uno stile gotico, “horror” e di animazione, che rilascia un senso di dolcezza e al tempo stesso di inquietudine.

Le immagini sovversive di Garcia definiscono il suo stile basato su elaborate narrazioni sociopolitiche, che l’artista cela sotto strati di sfumature dal fascino fiabesco. La scrittura spezzettata e i film surrealisti di William Burroughs, come anche i vecchi cartoni della Disney e della Fleischer influenzano le scene frammentate e descrittive di Garcia. Le superfici dei suoi dipinti, infatti, sono consumate come se fossero state ripetutamente ridipinte, e rimandano così ai vecchi film degli anni ‘50.

Le figure che dimorano nella surreale immaginazione dell’artista divengono le remote cugine delle fiabe classiche e dei cartoni dei primi del ‘900. Lo stesso accade con gli spiriti degli animali raffigurati dall’artista, e le oscure principesse perse in scene macchiate da piccole gocce di pittura, una combinazione di riferimenti nostalgici alla cultura pop e uno sguardo satirico sulla società moderna.

I lavori grotteschi di Garcia esplorano l’oscurità delle favole, riflettendo sulle memorie d’infanzia dell’artista, specchi della contro-cultura di Los Angeles, che risalta nel suo aspetto violento e sgradevole. Come afferma in una sua intervista: “Ciò che mi fa diventare matta mi motiva”.

Per la sua personale alla Dorothy Circus Gallery, Camille Rose Garcia propone una nuovissima raccolta di opere che non solo fanno riferimento alle sue influenze ed ispirazioni primordiali, ma mantengono anche un occhio di riguardo per la contemporaneità. Nel giustapporre colori, linee, e forti contrasti, l’artista invita il pubblico ad entrare in una nuova dimensione e a camminare lungo il percorso che ci conduce attraverso l’immaginazione, la bellezza, una sottile critica al quotidiano e le vibrazioni musicali che ci accompagnano ogni giorno attraverso emozioni e sensazioni.

The Ballrooms of Mars esplora, più precisamente, la dimensione dello spazio extraterrestre. L’artista ci guida in un viaggio attraverso dimensioni magiche e distanti, dove incontriamo creature misteriose e personaggi in stile Ziggy Stardust, nati dall’immaginario di Camille Rose Garcia ma anche influenzati da eroi popolari come David Bowie. La musica risuona in tutte le opere di Garcia, dove le figure maneggiano e riproducono virtualmente vinili e giradischi, sottolineando la suggestiva iconografia musicale che alberga in ogni dipinto.

L’energia cosmica che scorre nella musica e nelle anime umane crea un legame emozionale evidenziato dalla palette e dall’atmosfera avvolgente degli ambienti rappresentati. In questo continuo movimento di energie, i nostri spiriti interiori vengono risvegliati per partecipare ad una danza universale fatta di impulsi sensoriali ed emozionali. In questo modo, anche la controcultura musicale californiana viene messa in luce, attraverso i suoni rock and roll di queste stesse immagini; suoni che sono costantemente presenti anche nel processo creativo dell’artista.

Nella sala da ballo di Garcia danziamo a ritmi futuristici, saltiamo di pianeta in pianeta, esplorando come il Piccolo Principe i segreti e le meraviglie di ogni tappa del viaggio. Mentre polvere di stelle fluisce nell’atmosfera, le opere di Garcia incantano gli spettatori e stimolano la loro immaginazione al fine di trovare quei mondi nascosti che dimorano nei loro subconsci.

 

 

Dal 24 Febbraio 2018 al 07 Aprile 2018

Roma

Luogo: Dorothy Circus Gallery

Telefono per informazioni: +39 06 68805928

E-Mail info: info@dorothycircusgallery.com

Sito ufficiale: http://www.dorothycircusgallery.it

Dario Picariello. A fuoco continuo

Sabato 24 febbraio alle ore 18, TRA Treviso Ricerca Arte inaugura la mostra personale ‘A fuoco continuo’ di Dario Picariello, a cura di Stefano Volpato.

In occasione della propria personale a TRA, Dario Picariello realizza un’installazione composta da alcuni scatti fotografici di grandi dimensioni, allestiti con oggetti tipici del backstage fotografico come stativi e pannelli riflettenti, disposti lungo un binario che attraversa il piano nobile di Ca’ dei Ricchi.

Le fotografie sono realizzate presso la Fornace Guerra-Gregorj a Sant’Antonino (Treviso), diretta, tra XIX e XX secolo, dall’illuminato Gregorio Gregorj. Egli ha l’intuizione di modernizzare la produzione industriale di laterizi, al fine di sostenerne una specificamente artistica. Per fare questo, chiama intorno a sé i più promettenti pittori e scultori, integrando all’attività della Fornace quella della Sala degli Artisti: qui muove i primi, decisivi passi il giovanissimo Arturo Martini.

La suggestione esercitata dall’azione e dal pensiero del capitano d’industria è il fil rouge dell’operazione di Dario Picariello. Promuovendo due laboratori propedeutici, in collaborazione con il Liceo Artistico di Treviso e l’attuale proprietaria della Fornace, Luisa Gregorj, l’artista ha metaforicamente riattivato il luogo, riportandovi l’attività febbrile del lavoro e ripercorrendone le tracce del ricordo e degli affetti.

Nella sua serie fotografica, Picariello restituisce un ritratto dell’“oscuro fornaciaio”, come lo stesso Gregorio si definisce, nel tentare un’operazione in partenza fallimentare: ricreare la Sala degli Artisti. Alcuni elementi presenti nelle sale abbandonate, colti o ricomposti in raffinati e precari equilibri, divengono oggetto di una calibrata costruzione formale. Un uso sapiente della luce, che richiama suggestioni quasi bizantine, colloca la narratività delle scene che si sviluppa nei vari componenti dell’installazione in uno stato atemporale ambiguamente sospeso, in bilico tra passato e presente.

Perché se esiste la possibilità del fallimento, la parabola di Gregorj e del suo opificio, testimonia oggi il suo straordinario valore. Interrogando le tracce del luogo e della storia, il lavoro del giovane artista irpino non solo riaccende metaforicamente la Fornace, sulle macerie di ciò che resta, ma contestualmente ne prosegue poeticamente la ricerca sul significato del proprio stesso operare e sulla propria identità.

 

 

Dal 25 Febbraio 2018 al 08 Aprile 2018

Treviso

Luogo: TRA Treviso Ricerca Arte

Curatori: Stefano Volpato

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 0422419990

E-Mail info: segreteria@trevisoricercaarte.org

Sito ufficiale: http://www.trevisoricercaarte.org

Blackout. Jennifer Allora – Guillermo Calzadilla

Il Maxxi ospita fino al prossimo 30 maggio una serie di opere del duo composto da Jennifer Allora e Guillermo Calzadilla, due artisti che operano assieme da anni, spaziando dalla scultura alla fotografia, fino ad arrivare alla video art.

La loro attività di ricerca è fortemente connessa con gli aspetti socio-politici e culturali del territorio, nella fattispecie di quello dello stato di Portorico, dove vivono e lavorano.

Il tema base della mostra è quello dell’energia, che viene analizzato attraverso lo specchio del paese, che in questo momento storico è gravato da una forte crisi economica specialmente in questo settore.

Gli artisti scelgono di inserire spesso nelle opere in mostra immagini relative all’isola di Vieques, che si trova al largo di Portorico. Vieques è stata usata negli ultimi 60 anni dall’esercito statunitense come base per esercitazioni militari, causando forti danni all’ecosistema nonchè agli abitanti stessi, che nel 2003 tramite un’azione di riappropriamento del territorio sono riusciti a espellere le forze armate attuando un vero e proprio processo di demilitarizzazione.

Nel video Returning a sound ad esempio, si vede un “ribelle” che si aggira per l’isola a bordo di una moto munita di tromba, un richiamo simbolico al risveglio rivolto agli altri isolani.

Anche nella coppia di serigrafie dal titolo Contract AOC L e Contract SWMU 4-2 torna la presenza di questo luogo, attraverso le immagini di una serie palme, che a prima vista sembrano collegarsi all’iconografia tradizionalmente associata al paradiso tropicale e che si rivelano invece per quello che in realtà sono, ossia segnali, usati sempre dall’esercito statunitense, al fine di indicare i luoghi dell’isola preposti allo smaltimento di rifiuti pericolosi.

Petrified petrol pump è una curiosa scultura fossile, reperto archeologico del futuro che indicherà le nostre obsolete forme di utilizzo dell’energia, e che starà anche a simboleggiare una traccia che lasceremo ai nostri posteri, testimonianza culturale di nuovo associata al tema delle risorse energetiche.

Blackout è l’opera cardine della mostra, una scultura che altro non è che un assemblaggio di un trasformatore elettrico con altri elementi quali isolatori in ceramica e bobine della PREPA, l’autorità portoricana per l’energia, principale causa dell’enorme debito pubblico nazionale a causa di errate speculazioni. La scultura diventa una sorta di terrificante centrale elettrica, che produce sotto forma di suoni il flusso e le oscillazioni dell’energia, creando un apparato sonoro che interagisce con lo spazio espositivo e il visitatore.

 

 

MAXXI

Via Guido Reni 4A, Roma

Dal 16 febbraio al 30 maggio 2018

Orario: dal martedì al venerdì, ore 11.00-19.00 Sabato 11-20, Lunedì chiuso

www.maxxi.it

 

 

The Dream Machine is Asleep

Pirelli Hangar Bicocca presenta The Dream Machine is Asleep fino al 22 luglio 2018, mostra personale di Eva Kot’átková, un percorso onirico e labirintico in cui vengono messe in scena dall’artista le fantasie individuali, le paure e le sfide della società contemporanea.

L’opera di Eva Kot’átková (1982) indaga le forze intrinseche ed estrinseche che influiscono sul comportamento umano, in particolare le norme e i sistemi educativi che possono determinare le caratteristiche di ogni individuo, influendo così sulla propria personalità.

In The Dream Machine is Asleep Kot’átková vengono presentate installazioni coinvolgenti, sculture, opere performative e collage, che vertono sulla concezione del corpo umano come macchina e organo che continua a svolgere le sue funzioni durante il sonno, creando mondi interiori, paralleli.

Considerando le esperienze personali dell’artista e del suo recente corpus di opere – come l’installazione video Stomach of the World (2017) – l’artista trasforma lo spazio espositivo in un organismo labirintico attraverso il quale esplorare pensieri privati, visioni intime e sogni, ma anche le paure e le sfide della società contemporanea.

Viene rievocata l’estetica Dada dell’Europa dell’Est e delle mostre surrealiste, nella mostra incluse performance, conversazioni e narrazioni orali tenute dai personaggi che la animano. Tra questi giocano un ruolo chiave bambini e ragazzi, che occuperanno uno spazio a loro dedicato, definito “Children office”, dove creeranno un archivio dei sogni.

 

 

Dal 14 Febbraio 2018 al 02 Luglio 2018

Milano

Luogo: Pirelli HangarBicocca

Curatori: Roberta Tenconi

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 02 66 11 15 73

E-Mail info: info@hangarbicocca.org

Sito ufficiale: http://www.hangarbicocca.org

Jago. Habemus Hominem

La mostra del giovane scultore Jago intende rappresentare il mondo contemporaneo senza dimenticare il rapporto con la Storia. A cura di Maria Teresa Benedetti, JAGO HABEMUS HOMINEM” è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. I servizi museali sono a cura di Zètema Progetto Cultura.

Cardine fondamentale delle opere presentate, che vanno dal 2009 a oggi, due ritratti di Papa Benedetto XVI: il primo iniziato quando il pontefice era nel pieno delle sue funzioni (sacrali), il secondo che mostra l’immagine del rappresentante di Dio tornato a essere uomo, Habemus Hominem.

Molte delle opere di questo artista nascono dal rapporto con la pietra che è scavata creando una mandorla di matrice wildtiana nella quale si rappresentano immagini riferite allo scorrere dell’esistenza come Memoria di sé, o un diverso feto, immagine incorrotta di purezza, Sphynx.

Infine la Venere, antica e nuova, vegliarda e fuori dal tempo, i cui segni di tradizionale venustà appaiono cancellati nella ricerca di un diverso tipo di bellezza.

 

 

Dal 15 Febbraio 2018 al 02 Aprile 2018

Roma

Luogo: Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese

Curatori: Maria Teresa Benedetti

Enti promotori:

  • Roma Capitale
  • Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 060608

E-Mail info: info@museocarlobilotti.it

Sito ufficiale: http://www.museocarlobilotti.it

Linee e frammenti. Fotografia, spirito e immanenza

A partire da giovedì 15 febbraio 2018, lo spazio espositivo torinese Burning Giraffe Art Gallery ospita la mostra Linee e frammenti. Fotografia, spirito e immanenza, personale del giovane fotografo Samuele Mollo (Torino, 1986).

La mostra è realizzata in partnership con il Celeste Prize. Burning Giraffe Art Gallery, una delle gallerie selezionate dall’organizzazione del premio per ospitare la personale di uno degli artisti concorrenti all’ultima edizione, ha scelto di presentare la ricerca fotografica di Samuele Mollo, che, grazie a un estremo rigore compositivo è stato capace di varcare la linea di demarcazione tra fotografie e pittura. Attraverso una collezione di dodici opere, alcune delle quali pezzi unici, l’artista, finalista all’edizione 2017 del Combat Prize, trasforma l’immediatezza del reportage di strada in una colta e raffinata serie di riproduzioni astratte, che, a seconda del soggetto, disegnano pattern cromatici che ricordano Mondrian e il De Stijl, attraverso i dettagli geometrici di muri spogli e grondaie arrugginite accesi dall’intensa luce del sole e dal conseguente gioco di luci e ombre, oppure ricercano il dettaglio del disfacimento della parete per restituire la forza minimale dell’astrazione informale e materica della pittura esistenziale di inizio Novecento.

La ricerca di Samuele Mollo ha la sua scaturigine filosofica nella necessità della finzione fotografica per comprendere la profondità di senso che si nasconde tra le pieghe della realtà.

 

 

Dal 15 febbraio al 17 marzo 2018
opening: giovedì 15 febbraio 2018, ore 18:30 – 21:30
orari di apertura: martedì – sabato, 14:30 – 19:30 (o su appuntamento)
ingresso libero
Burning Giraffe Art Gallery
Via Eusebio Bava, 8/a, Torino
www.bugartgallery.com | info@bugartgallery.com
tel. 011 5832745 | mob. 347 7975704

Il Mangiarsi Reciproco, doppia personale di Silvia Argiolas e Giuliano Sale

Dal 13 febbraio la galleria Richter Fine Art ospita la doppia personale Il Mangiarsi Reciproco di Silvia Argiolas e Giuliano Sale. I due artisti sardi, per la prima volta in mostra insieme, presentano un percorso di opere inedite ricreando l’atmosfera che si vive quotidianamente nel loro atelier. Vivono e lavorano a Milano da molti anni, sotto lo stesso tetto e nello stesso studio, i cavalletti a pochi centimetri di distanza l’uno dall’altro, non si guardano, non si toccano, ma ognuno si riconosce nell’altro.

A dispetto delle apparenze Il Mangiarsi Reciproco non è una mostra di una coppia di artisti, ma un percorso dove il “mascolino” e il “femminino” confermano le loro autenticità in un’identità mutante a seconda delle situazioni, diventando trans.

Domenico Russo, nel testo che accompagna la doppia personale, spiega: «Penso a loro come a un unico essere dotato di doppia pelle, Yin e Yang, notte e giorno, due opposti nello stesso corpo. […] La loro quasi surreale espressività include senza censure la catastrofe sociale in uno schema pulsionale privato altamente erotico che fa di entrambi i capi fila di una “Altra Individualità”, dove la pittura è soprattutto adesione alla personale urgenza comunicativa prima che a una vera e propria attitudine di stile. Il segno che li accomuna si svolge principalmente nel legame con il reale e con i meccanismi indecifrabili attraverso cui questo fa presa su tutti, riuscendo a colmare quell’inadeguatezza attuale dell’arte a esprimere la vacuità della contemporaneità».

I due artisti, che rappresentano benissimo l’attuale pittura italiana, sono difficilmente etichettabili tra le categorie di maniera già definite.

La pittura di Silvia Argiolas è veritiera, con tratti selvaggi ed espressionisti, molto vicina alla bad painting londinese. Il suo mondo è popolato di personaggi colti al limite delle loro ossessioni e manie. A primo impatto il suo segno arrabbiato e punk può sembrare improvvisato, ma è tutto adeguatamente curato e costruito con logica, compiendo una vera e propria indagine sociologica contemporanea. “Dipinti contro le costrizioni culturali, che combattono l’atrofia dell’immaginazione con eccessi dirompenti e bizzosi”.

Mentre Giuliano Sale, con attitudini diverse preleva alcuni ingredienti della sua pittura dalla storia dell’arte, adattandoli alle esigenze contemporanee.

Nel suo linguaggio originale e unico, alterna precisione e gestualità, costruzione e scomposizione, ferocia ed eleganza. Prendendo spunto dalla realtà circostante, da persone, fatti reali ed esperienze, ma anche dalla grande arte del passato interpretata attraverso un procedimento di decontestualizzazione e riadattamento delle immagini a un nuovo tipo di espressività lontana dai canoni di bellezza e armonia classica.

 

 

Luogo: galleria Richter Fine Art, vicolo del Curato, 3 – Roma

Inaugurazione: dalle ore 18.30, ingresso libero

Durata mostra: dal 13 febbraio al 24 marzo

Orari: dalle 13.00 alle 19.00 dal martedì al sabato

 

Sito internet: http://www.galleriarichter.com/

Email: tommaso.richter.85@gmail.com

Fb account: Galleria Richter Fine Art

 

Ufficio Stampa:

Chiara Ciucci Giuliani mob. +39 3929173661

email: chiaracgiuliani@gmail.com

Cesare Tacchi. Una retrospettiva

Il Palazzo delle Esposizioni di Roma dedica una ricca monografica a Cesare Tacchi, esponente della Pop Art romana nonché membro della cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo.

La mostra, a cura di Daniela Lancioni e Ilaria Bernardi, presenta un corpus di più di 100 opere, ed è divisa in raggruppamenti tematici, che segnano il percorso di questo artista che, sebbene venga inquadrato in una determinata compagine storica, ha saputo mantenere una sua indipendenza che lo ha reso libero da un inquadramento stilistico del tutto determinabile.

Si comincia con le opere giovanili, antecedenti alla sua prima mostra importante che si tenne nel 1959 a Roma, per poi essere catturati da una serie di smalti su tela, rappresentanti dettagli tratti dalla vita quotidiana, una vita sempre in corsa, colta in un movimento che non permette la fissità dello sguardo bensì ne esalta la singola parte come nucleo del tutto.

Si prosegue poi con le Tappezzerie, sicuramente la sua serie più nota; tele estroflesse, imbottite, denotate da una morbidezza che invita al tatto, una soffice rappresentazione di giovani, di coppie innamorate, di momenti di intimità che non sconfinano mai nel romanticismo fine a sé stesso ma sono fortemente colorati da un’estetica pop e quasi pubblicitaria, ritratti di interni e di esterni dediti allo svago e al dialogo.

Gli oggetti-quadro sono uno dei passaggi più significativi del percorso di Tacchi; esposti per la prima volta nel 1965 alla galleria La Tartaruga, sembrano a prima vista complementi d’arredo pop che invece, oltre a sorpassare definitivamente la dimensione della tela, sconfinano nell’ironico in quanto completamente privi di una possibilità d’uso (basti ricordare le poltrone inutilizzabili esposte alla famosa mostra di Germano Celant del 1967 alla Galleria Bertesca di Genova, con il quale si affermò la nascita della nuova Art Povera). Da evidenziare la presenza in mostra della Cornice, in prestito dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, che offre il suo interno vuoto allo spettatore dandogli un’effettiva possibilità di interazione con l’opera.

La famosa performance Cancellazione d’artista del 1968, dove Tacchi, posizionato dietro una lastra di vetro, spariva progressivamente alla vista del pubblico mentre la verniciava, è qui testimoniata dalla presenza della lastra finale, completamente dipinta, reperto che riporta il pubblico al momento culminante dell’azione compiuta dall’artista ben cinquant’anni prima.

Completano il percorso le opere di stampo concettuale e il ritorno alla pittura degli anni ’80, nonché la serie fotografica di Elisabetta Catalano che lo vede compiere il processo inverso a quello effettuato durante la sopracitata Cancellazione: Tacchi sparisce e riappare a piacimento, completamente libero da vincoli esterni, mai del tutto fermo in una sola parte della sua ricerca, gesto che si fa manifesto di quello che in effetti è stato il modus operandi di questo artista da riscoprire.

 

 

 

Palazzo delle Esposizioni

Via Nazionale 194, Roma

Dal 7 febbraio al 6 maggio 2018

Domenica, martedì, mercoledì e giovedì dalle 10.00 alle 20.00

Venerdì e sabato dalle 10.00 alle 22.30

https://www.palazzoesposizioni.it

 

Le numerose irregolarità. Katharina Grosse e Tatiana Trouvè

L’Accademia di Francia presso Villa Medici di Roma ospita dal 2 febbraio la mostra Le numerose irregolarità, quarto ed ultimo appuntamento del ciclo UNE,  progetto ideato dalla direttrice Muriel Mayette-Holtz e curato da Chiara Parisi, che si pone come obiettivo la messa a confronto tra coppie di artisti femminili attraverso l’interazione delle loro opere (ricordiamo a tal proposito una delle mostre che si sono svolte all’interno di questo ciclo nell’ultimo anno: quella che ha visto protagoniste Yoko Ono e Claire Tabouret).

Katharina Grosse e Tatiana Trouvè, tedesca la prima e italo-francese la seconda, si mettono in relazione con lo spazio aulico e potente che le ospita, quello di Villa Medici, con una serie di interventi che spaziano dalla pittura all’installazione.

Katharina Grosse lascia che il colore prenda piede, che quasi divori lo spazio circostante, dandogli nuova forma e dimensione, creando pareti in movimento, come nel caso di Untitled, un drappo di seta bianco sul quale campeggia una grande zona verde.

L’impatto visivo più forte del suo contributo viene senza dubbio dall’opera site specific intitolata Ingres Wood, un connubio di scultura, pittura e installazione, tre modalità espressive che convivono qui simultanemante. Un fiume di stoffa colorata cola lungo la cordonata medicea, elemento cardine e dell’intero palazzo; il visitatore è invitato a percorrerla, avendo così la possibilità di  dialogare in maniera diretta con l’opera.

Il titolo è un chiaro riferimento all’origine del legname utilizzato, provenienti dal giardino stesso di Villa Medici, dal pino che il grande maestro francese Ingres fece piantare durante il suo periodo di direzione dell’Accademia al principio del XIX secolo qui a Roma. La storia passata si fa presente, il colore si fa spazio, il mondo naturale diventa elemento architettonico.

Tatiana Trouvé propone invece una serie di installazioni e di assemblaggi, con degli accostamenti stranianti di oggetti e un uso eterogeneo dei materiali, come in Notes on sculptures, September 15th, « Peter », dove un paio di scarpe posizionate al di sotto di un piccolo tavolo diventano impronta scultorea, traccia del vissuto di qualcuno che perde la sua identità nell’oggettività della nuda rappresentazione di una parte di sè.

L’installazione dal titolo Les Indéfinis, del 2017, ci mostra invece un gruppo di aste di ferro inserite su dei basamenti di pietra o di legno, posizionate davanti a una parete di plexiglas trasparente; sembrano voler degli individui che tentano di instaurare tra loro un dialogo, ma lo scambio non riesce, restano lontani, non si crea una sinergia tale da unire la visione del loro insieme, e questo produce un’immagine finale di solitaria vicinanza.

 

 

Le numerose irregolarità. Katharina Grosse e Tatiana Trouvè

Villa Medici – Accademia di Francia a Roma

Piazza di Trinità di Monti, 1

Dal 2 febbraio al 29 aprile 2018

www.villamedici.it