Massimo Sestini. L’aria del tempo

E’ stata inaugura venerdì 7 dicembre la mostra Massimo Sestini. L’aria del tempo presso il WEGIL a Roma. L’esposizione, promossa dalla Regione Lazio e organizzata da Contrasto in collaborazione con LAZIOcrea, è a cura di Alessandra Mauro e resterà aperta fino al 10 marzo 2019.

Come fotogiornalista tra i più importanti e apprezzati del nostro paese, in grado di realizzare sensazionali scoop da prima pagina, Massimo Sestini ha fotografato l’Italia in modo inusuale e accattivante. Dall’alto.

In mostra circa 40 fotografie di grande e medio formato.

In tanti anni di lavoro Sestini ha puntato molte volte l’obiettivo sulla nostra penisola e, col tempo, ha realizzato un preciso e appassionato itinerario alla scoperta del nostro paese.
Fatti di cronaca, bellezze naturali, drammi, avvenimenti politici, tragedie e momenti di svago: è riuscito a raccontare tutto con la sua macchina fotografica e tutto con un punto di vista nuovo e diverso.

Le immagini in mostra, alcune di grande formato, permettono di vivere e di sentire le visioni aeree ed eteree dei luoghi che l’autore ci propone. Sempre alla ricerca della “foto diversa”, nel corso degli anni Sestini ha perfezionato il suo metodo fino alla ripresa perpendicolare che gli permette di ottenere un impatto dimensionale amplificato. Con la visione zenitale il fotografo gioca nel capovolgere le nostre percezioni visive, fa navigare la Concordia spiaggiata, ribalta cielo e terra inseguendo un Eurofighter, osa nelle proiezioni delle ombre animate.

Dall’alto di un elicottero o di un aereo, attraverso la visione completa di un fatto di cronaca (il barcone dei migranti fotografato dal cielo: un’immagine che ha fatto storia e ha vinto numerosi premi come il prestigioso World Press Photo, o ancora l’affondamento della Costa Concordia all’isola del Giglio), di una consuetudine (il ferragosto sulla spiaggia di Ostia), di un dramma naturale (il terremoto del Centro-Italia), di avvenimenti storici e culturali (dalla strage di Capaci al funerale del Papa), nelle immagini di Sestini l’Italia svela in un modo unico le sue bellezze, le sue fragilità, la sua grandiosa complessità.

Nell’ambito dell’esposizione ci sarà anche un omaggio alla Regione Lazio con una piccola composizione di immagini dal titolo L’area del Lazio.

Nato a Prato nel 1963, Massimo Sestini è considerato tra i migliori fotoreporter italiani. I primi scoop arrivano a metà degli anni Ottanta, da Licio Gelli ripreso a Genova mentre è portato in carcere, all’attentato al Rapido 904 nella galleria di San Benedetto Val di Sambro. Sarà il solo a riprendere il primo, clamoroso bikini di Lady D; ma sarà anche testimone della tragedia della Moby Prince, e autore della foto dall’alto dell’attentato a Falcone e Borsellino. Nel 2014 è testimone delle operazioni di salvataggio “Mare Nostrum”, al largo delle coste libiche. Dopo dodici giorni di tempesta, riesce a riprendere dall’elicottero un barcone di migranti tratti in salvo. La foto vince il WPP nel 2015, nella sezione General News.

 

 

Fino al 10 Marzo 2019

Roma

Luogo: WEGIL

Curatori: Alessandra Mauro

Enti promotori:

  • Regione Lazio

Costo del biglietto: intero € 6, ridotto € 3, gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

Telefono per informazioni: +39 334 6841506

E-Mail info: info@wegil.it

Sito ufficiale: http://www.wegil.it

Sturmtruppen 50 anni

Nel magma ribollente del ’68, mentre l’onda della protesta antisistema, pacifista, rivoluzionaria attraversa il globo dall’America all’Europa all’Asia, seduto al tavolo di un’osteria Franco Bonvicini disegna la prima striscia di quello che diventerà l’esercito a fumetti più sgangherato e famoso del mondo, vincendo il premio di Paese Sera a Lucca come miglior esordiente. Allergico alle gerarchie e caustico nei confronti del potere in divisa lo era già dai tempi del militare, quando si faceva infliggere punizioni per incredibili irregolarità, come farsi trainare la 500 in panne da un carro armato. È dedicata al genio irriverente di Bonvi e ai 50 anni dei suoi soldaten la grande mostra Sturmtruppen 50 anni che Genus Bononiae. Musei nella Città e Fondazione Carisbo in collaborazione con Eredi Bonvicini ospitano dal 7 dicembre 2018 al 7 aprile 2019 a Palazzo Fava (via Manzoni, 2). Un progetto che covava già da due anni nella mente della figlia Sofia, curatrice della mostra insieme a Claudio Varetto, che ha aperto gli archivi di Bonvi per disegnare un percorso espositivo di quasi 600 metri quadrati nel cuore di Bologna, patria artistica del grande fumettista, che a pochi passi, nell’adiacente via Rizzoli, ebbe il suo studio fino alla morte prematura, il 9 dicembre 1995.

Circa 200 le opere esposte, tutte provenienti dall’Archivio Bonvicini e in gran parte inedite: se il cuore della mostra è dedicato alle Sturmtruppen, non mancano gli excursus nella vastissima produzione artistica dell’autore, da quella seriale, con Cattivik e Nick Carter, a quella autoriale, per arrivare ad alcune opere pittoriche mai esposte e a quelle VM18 con Play Gulp, parodia erotica di tutto il mondo del fumetto. Dalla ricostruzione dello studio, con materiali e strumenti che mostrano il processo creativo, un percorso non cronologico che evidenzia quanto ancora sia attuale il pensiero di un artista che ha profondamente influenzato la cultura pop italiana novecentesca: non solo un cartoonist, ma un artista completo, capace di suscitare l’entusiasmo del grande pubblico così come degli intellettuali, da Umberto Eco a Oreste del Buono.

Fumetto corale abitato da una ridda di personaggi, i militari delle Sturmtruppen di Bonvi, dal soldaten semplice ai vari SergentenCapitanenGeneralen e Cuoken, fino al “fiero alleaten” Galeazzo Musolesi, unico personaggio dotato di identità, le Sturmtruppen diventano presto il fumetto antimilitarista per antonomasia, denunciando con spirito caustico la stupida bestialità della guerra. Ma nonostante l’ambientazione circoscritta nel tempo – la Seconda Guerra Mondiale – e nello spazio – le trincee germaniche in cui tutti si esprimono in un inconfondibile slang “tedeschese” – le Sturmtruppen diventano un affresco di umanità di ogni tempo, diventando archetipi nelle loro manie e solitudini, nelle loro paure e vizi.

Chiusi in un universo claustrofobico, i personaggi di Bonvi si muovono sul confine delle macerie e della morte, con un nemico invisibile agli occhi ma echeggiante di fragorosi spari e cannonate, non perdendo mai l’occasione per ridicolizzare la meschinità del potere e per prendersi gioco, ora con spirito caustico ora con tenerezza, delle debolezze umane.

 

 

Fino al 07 Aprile 2019

Bologna

Luogo: Palazzo Fava

Curatori: Sofia Bonvicini, Claudio Varetto

Enti promotori:

  • Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna
  • Genus Bononiae. Musei nella città
  • Con il patrocinio di
  • Comune di Bologna
  • Città Metropolitana di Bologna
  • Regione Emilia-Romagna
  • Alma Mater Studiorum-Università di Bologna
  • Accademia delle Belle Arti di Bologna

Costo del biglietto: open (valido per tutta la durata della mostra) € 14, intero € 12, ridotto € 10/ € 8/ € 6, gratuito bambini fino a 5 anni; accompagnatori di gruppi; insegnanti in visita con alunni/studenti (2 ogni gruppo); soci ICOM (con tessera); un accompagnatore per disabile; possessori di coupon di invito; possessori Membership Card Genus Bononiae; guide con tesserino; giornalisti con regolare tessera dell’Ordine Nazionale (professionisti, praticanti, pubblicisti) in servizio previa richiesta

Telefono per informazioni: +39 051 19936343

E-Mail info: esposizioni@genusbononiae.it

Sito ufficiale: http://genusbononiae.it

Ibrahim Ahmed. Burn What Needs To Be Burned

La galleria z2o Sara Zanin Gallery ospita fino al prossimo 1° gennaio la mostra Burn What Needs To Be Burned, prima personale in galleria dell’artista Ibrahim Ahmed.

Nato in Kuwait, vissuto in Bahrain e negli Stati Uniti e ora residente in Egitto (paese di origine dei genitori), l’artista (classe 1984), che ha vissuto in contesti geografici e culturali molto diversi fra loro, affronta spesso nel suo lavoro il tema dell’identità e dei suoi canoni precostituiti all’interno delle varie società d’appartenenza.

In questa mostra ad esempio la sua attenzione si focalizza sul concetto di mascolinità, approfondito dall’artista negli ultimi due anni, su come venga considerato e vissuto da ottiche e mentalità differenti.

L’esposizione è composta da circa cinquanta fotografie e collage fotografici dove Ahmed usa il proprio corpo come schermo su cui proiettare le dinamiche simboliche e di potere associate alla figura maschile. Componenti meccaniche di motori di automobili formano strane creature ibride, metà uomo e metà motore, a simboleggiare la potenza aggressiva e muscolare, nel senso stretto del termine, associata di prassi al sesso maschile, anche detto infatti “sesso forte”, come da copione sociale.

In altre immagini il volto dell’artista appare coperto da maschere, a nascondere la vera identità dell’individuo in favore della rappresentazione di un banale stereotipo, il tutto a discapito di una sincera espressione dell’identità personale.

E ancora collages che mostrano l’artista scomparire nel mezzo di frammenti architettonici, fine polemica indirizzata verso la diffusa concezione – tradizione che l’architetto sia un mestiere destinato al sesso maschile, oppure colto in pose erotizzanti che lo trasformano in un dio antico, virile e sessualmente attraente secondo canoni ormai anacronistici che si rifanno a quella che l’artista definisce “mascolinità coloniale”, dove la virilità va di pari passo all’esercizio del potere sugli altri.

Burn what needs to be burned invita lo spettatore a sviluppare una nuova concezione dell’uomo e della sua energia al di fuori dagli schemi ormai desueti e a tratti risibili del passato, a interrogarsi sulle incongruenze che li caratterizzavano e a cercare un nuovo approccio al passo coi tempi.

 

 

Z2O Sara Zanin Gallery

via della Vetrina 21, Roma

Dal 1 dicembre 2018 al 19 gennaio 2019

www.z2ogalleria.it

Orario di apertura: da martedì a sabato 13:00 – 19:00 (o su appuntamento)

 

L’acqua di Talete. Opere di Josè Molina

E’ in corso presso il Museo Bilotti di Roma la mostra L’acqua di Talete, a cura di Roberto Gramiccia, che presenta una serie di opere dell’artista spagnolo Josè Molina.

Già dal titolo si evince che il tema intorno al quale ruoterà il percorso espositivo sarà quello dell’acqua, elemento primordiale e simbolico, fonte di vita e legato ai più svariati concetti. La scelta è anche un chiaro omaggio ai trascorsi della sede museale ospitante che, ben prima di essere adibita ad Aranciera, ossia verso la fine del Settecento, subì un ampliamento per volere di Marcantonio IV Borghese che la fece diventare il famoso Casino dei giuochi d’acqua, luogo per eventi e feste, famoso per gli effetti scenici destinati a stupire gli invitati.

Molina, che attraverso questa ricerca si vuole riallacciare al pensiero filosofo di Talete da Mileto, che sosteneva che la genesi del cosmo intero fosse scaturita dall’acqua, seleziona un corpus di opere che la vedono protagonista, insieme al rapporto tra uomo e natura. A livello stilistico è chiaro il rimando al mondo del surrealismo, con la presenza di soggetti che sembrano usciti da un sogno che a tratti sfocia nell’incubo o nelle profondità dell’inconscio. Anche le tre sculture presenti in mostra intitolate Io dubito, Io ricordo e Io immagino, sono un invito rivolto allo spettatore ad interrogarsi e indagarsi nella propria interiorità al fine di trovare la sua verità, diversa forse per ciascuno di noi.

Ed ecco che ancora l’acqua viene indagata per approfondire il suo rapporto privilegiato con l’universo femminile, come nei dipinti La prima mattina (2015) e Fiore di mare (2016), o come luogo di genesi e trasformazione, come testimoniano le figure metamorfiche e oniriche rappresentate nelle due opere inedite esposte, raffiguranti due figure ibride: un uomo e una donna immersi nel mare, con al posto delle gambe arti di tricheco il primo e un becco di tucano la seconda.

In mostra dipinti, disegni, sculture; per alcune opere José Molina ha realizzato anche le cornici, in materiali vari, che altro non sono che un naturale prolungamento dell’immagine che racchiudono, contribuendo così ad allargare il piano di interazione con l’osservatore e a rendere più completo il messaggio dell’artista. Completa la mostra, visitabile fino al prossimo 17 febbraio, “Humanitas”, catalogo antologico dell’opera di José Molina che include contributi di Mariella Casile, Francesco Mattana, Deodato Salafia e Federico Scassa.

 

 

Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese

Fino al 17 febbraio 2019

da martedì a venerdì ore 10.00 – 16.00   Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00

Ingresso gratuito alla mostra

Max vs Max

Contemporary Cluster è lieta di presentare la mostra MAX vs MAX che mette a confronto due personaggi estremi: Max Papeschi e Max Fontana. Il primo celebre artista, reale, ma dalla biografia tanto folle da sembrare inventata, il secondo artista inventato, ma dalla storia al limite del plausibile, protagonista del romanzo Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler dello scrittore Massimiliano Parente.

Nell’esclusiva cornice romana i visitatori potranno immergersi nel lisergico mondo in cui si svolgerà lo scontro/incontro tra i due Max sopracitati, fatto di opere (quadri, installazioni, video) tanto geniali quando sconvolgenti, in cui quello che è reale può apparire finto e ciò che è vero può sembrare irreale. A condurre lo spettatore attraverso le trame di questa pièce artistica ci sarà Gianluca Marziani, sagace curatore, esperto dei risvolti più inediti dell’arte contemporanea. Per l’occasione verrà presentato anche il libro MAX vs MAX edito da Giunti Editore, a metà tra catalogo d’arte e pamphlet che racchiude le opere e il racconto di questo progetto.

 

 

Dal 06 Dicembre 2018 al 09 Dicembre 2018

Roma

Luogo: Contemporary Cluster

Curatori: Gianluca Marziani

Enti promotori:

  • Contemporary Cluster
  • Giunti Editore
  • MACRO ASILO
  • Media partner:
  • Radio Rock
  • ARTE.it

Costo del biglietto: Ingresso libero

Telefono per informazioni: +39 06 6830 8388

E-Mail info: info@contemporarycluster.com

Sito ufficiale: http://www.contemporarycluster.com

Tattoo. L’arte sulla pelle

Artisti contemporanei, tatuatori e tatuati, opere e personaggi del passato si mescolano e dialogano in un percorso suggestivo, che guida il pubblico in un viaggio e una riflessione sull’uso sociale, culturale e artistico del corpo.

Nell’antichità il tatuaggio è visto come il marchio degli sconfitti, siano essi schiavi o malfattori, o rievoca la ferocia dei barbari come i Pitti e i Germani che premono minacciosi sui confini dell’Impero.
Quest’aura di ribrezzo, estraneità e fascinazione nei confronti del tatuaggio viene evocata e ampliata nel Settecento, quando i navigatori europei che raggiunsero il sud-est Asiatico e l’Oceano Pacifico, entrano in contatto con popoli che suscitano sorpresa, ammirazione o disprezzo, perché praticano in maniera estensiva il tatuaggio. La stessa parola “tattoo” ha origine polinesiana (in italiano mediata dal francese tatouage) viene introdotta in occidente dal navigatore James Cook. Proprio l’incontro/scontro con queste lontane popolazioni costituisce un momento decisivo nell’elaborazione dell’immaginario nei confronti del tatuaggio e di una tessitura simbolica in cui precipitano insieme esotismo e costruzione culturale del “selvaggio”.

La mostra ripropone alcuni passaggi cruciali in cui l’Occidente si nutre di rappresentazioni dell’altro, focalizzando l’attenzione su popoli che praticano in maniera estensiva il tatuaggio e che influenzeranno fortemente la cultura e l’arte contemporanea.

Verranno presentate in mostra, grazie ai prestiti del Museo delle Civiltà di Roma, strumenti collegati al tatuaggio provenienti dall’Asia e dall’Oceania, foto storiche scattate dal celebre fotografo Felice Beato nel Giappone degli anni ’60 dell’800 e fotografie, sempre storiche, dei Maori della Nuova Zelanda. A questo si aggiunge una selezione delle stampe del noto artista giapponese Kuniyoshi Utagawa che nel 1827 pubblica una serie di eroi popolari giapponesi noti come i 108 eroi suikoden, famosa per essere diventata un riferimento iconografico per i tatuaggi.

L’idea della irriducibile condizione selvaggia del tatuaggio sarà ripresa dal celebre studioso Cesare Lombroso che collega la condizione dei criminali tatuati del mondo occidentale con quella dei cosiddetti primitivi, collocando per la prima volta questa pratica nell’ambito scientifico. Disegni e oggetti provenienti dal museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso e dal museo di Anatomia di Torino costituiranno parte integrante dell’esposizione nella quale il materiale storico e iconografico si sovrappone e dialoga con la cultura contemporanea del tatuaggio, profondamente influenzata sia dalle tecniche e dagli stili provenienti dall’Asia, sia dalle teorie lombrosiane.
Se il tatuaggio ha ormai da decenni raggiunto la piena accettazione nel mondo delle culture popolari – decisiva in tal senso la “moda” di imprimere indelebilmente sul proprio corpo immagini, segni, parole – aumentano quei protagonisti dell’arte contemporanea, linguaggio ben più elitario e criptico, che utilizzano il tatuaggio proprio come uno strumento espressivo che non discende solo dalla Performance ma incontra persino il concettuale.

Diversi gli esempi in tal senso: il fiammingo Wim Delvoye ha tatuato grossi maiali non destinati all’alimentazione e lasciati morire di vecchiaia; lo spagnolo Santiago Sierra ne fa un uso politico e trasgressivo; il messicano Dr. Lakra si dedica a minuziosi disegni e interventi di street art; l’austriaca Valie Export e la svedese Mary Coble hanno trattato temi legati al femminismo. Tra gli italiani, inoltre, le fotografie ritoccate e decorate da Plinio Martelli, le statue in marmo di Fabio Viale.

Tra i tatuatori contemporanei sono state scelte immagini dei lavori di grandi professionisti noti proprio per il ruolo cruciale che hanno sulla scena contemporanea e la diffusione della cultura del tatuaggio, da Tin-Tin, a Filip Leu e a Horiyoshi III. Alle opere di questi influenti personaggi del mondo del tatuaggio, sono affiancati i lavori di altri tatuatori più o meno conosciuti al grande pubblico, sia italiani che stranieri, tra i quali Nicolai Lilin, Gabriele Donnini, Claudia De Sabe,che costituiscono una ristretta rappresentanza di una numerosa, notevole e mutevole comunità di lavoratori del settore.

 

 

Fino al 03 Marzo 2019

Torino

Luogo: MAO Museo d’Arte Orientale

Curatori: Luca Beatrice, Alessandra Castellani, MAO Museo d’Arte Orientale

Enti promotori:

  • Città di Torino
  • Fondazione Torino Musei

Costo del biglietto: intero € 10, ridotto € 8, gratuito Abbonati Musei Torino Piemonte e aventi diritto. Possibilità di biglietto cumulativo Mostra + Museo a tariffa agevolata

Telefono per informazioni: +39 011.4436927

E-Mail info: mao@fondazionetorinomusei.it

Sito ufficiale: http://www.maotorino.it/

CAMERA POP – La fotografia nella Pop Art di Warhol, Schifano & Co.

È in corso presso Camera Centro Italiano per la Fotografia a Torino la mostra CAMERA POP – La fotografia nella Pop Art di Warhol, Schifano & Co., che per la prima volta indaga il rapporto tra fotografia e arte Pop in tutta la sua complessità e in tutte le sue molteplici manifestazioni.

Il rapporto tra Pop Art e fotografia è sempre stato un argomento molto discusso. La Pop Art è stata forse la prima corrente artistica ad aver inglobato in maniera forte e costante la fotografia all’interno del proprio linguaggio, e secondo molti pertanto la prima ad aver interrotto il famoso “combattimento per l’immagine” (per citare un’altra storica mostra torinese) ingaggiato tra pittura e fotografia fin dalla nascita di quest’ultima. Nella Pop Art però la fotografia non è presente solo in maniera diretta, attraverso l’uso esplicito del mezzo da parte di molti artisti, ma anche in un modo più sottile, indiretto, in quella che è stata definita la “filosofia del fotografico” che sostiene e caratterizza tutta la poetica pop. A prescindere dall’utilizzo del mezzo o meno, in sostanza, c’è una coincidenza profonda e concettuale tra arte Pop e fotografia, quella che Claudio Marra ha definito “fotograficità implicita della Pop Art”. Walter Guadagnini – direttore di Camera e curatore della mostra, oltre che uno dei maggiori esperti di fotografia in Italia – ha impegnato la galleria nell’ambiziosa impresa di analizzare una volta per tutte questo complesso rapporto attraverso una grande esposizione. Con circa 150 opere esposte e la collaborazione di musei, fondazioni, artisti, collezioni private e archivi, italiani e stranieri, CAMERA POP rappresenta il più grande sforzo organizzativo messo in atto da Camera.

La mostra è divisa in sei sezioni, ognuna delle quali incentrata su un tema particolare e caratterizzata da un vocabolo significativo (i primi cinque sono tratti da una famosa definizione della Pop Art formulata da Richard Hamilton, l’ultimo da una altrettanto nota dichiarazione di Andy Warhol, il famoso slogan “Vorrei essere una macchina”).

La prima sala, definita dal vocabolo Popular, raccoglie gli incunamboli della Pop Art internazionale e i volti dei primi protagonisti della scena pop tra Londra, New York e Roma. Non poteva mancare in questa sezione un dittico eccezionale: il collage fotografico What is it that makes today’s homes so different, so appealing? di Richard Hamilton, considerato la prima opera pop della storia (qui nella versione digitalizzata dall’artista del 2004), affiancato dalla sua versione aggiornata sui cambiamenti della società e della tecnologia.

La seconda sala, intitolata Glamorous, è dedicata alle icone e ai miti pop. Le dieci Marilyn di Warhol (del 1967) dominano l’ambiente ed evidenziano come la Pop Art debba alla fotografia una parte centrale della propria natura, e anche del proprio successo.

La terza sala, Mass-produced, è dedicata all’altro grande tema del linguaggio pop: gli oggetti di uso comune e la produzione in serie. Nella sala sono riunite opere di Pistoletto, Jim Dine, Joe Tilson, Mimmo Rotella, e soprattutto è esposto il capolavoro Every building on the sunset strip di Ed Ruscha.

La quarta sala, caratterizzata dal termine Young, è dedicata interamente al lavoro di Ugo Mulas, il fotografo che più di tutti ha saputo documentare – ma anche interpretare – la natura e lo spirito dell’arte Pop e dei suoi rappresentanti. Circa 40 scatti di Mulas ci mostrano gli artisti nei loro studi newyorkesi (notevoli sopratutto le fotografie che ritraggono Warhol in azione nella sua Factory) e raccontano la mitica Biennale di Venezia del 1964.

La quinta sala, a tema Sexy, è una galleria di figure femminili (tra cui le modelle del celebre Calendario Pirelli e la Ragazza che cammina di Pistoletto) dedicata alla natura voyeuristica dello spettatore, tipica sia del mezzo fotografico che dello spirito pop.

Machine-like è il tema della sesta e ultima sala, che racconta più nello specifico il rapporto della pittura con la fotografia nella pratica della pop attraverso una serie di dipinti di grande qualità e impatto visivo, tra cui le celeberrime sedie elettriche di Warhol.

Nel corridoio principale sono poi rappresentati alcuni precursori della Pop, primo fra tutti ovviamente Robert Rauschenberg, ed esposte opere di Schifano, Franco Angeli, Bruno di Bello e Gianni Bertini. Uno spazio è poi dedicato alle polaroid di Warhol, esposte insieme a una delle macchinette con cui l’artista le scattava.

 

POP ART Portfolio – Ken Heyman
Roy Lichtenstein

 

Fino al 13 gennaio 2019.

Per maggiori informazioni: http://camera.to/mostre/camera-pop-la-fotografia-nella-pop-art-warhol-schifano-co/

 

Icons 5.7 – Master Photographers

Whitelight Art Gallery e Copernico, piattaforma di spazi e servizi dedicati allo smart working, – in collaborazione con SudEst57, presentano dal 5 Dicembre 2018 al 28 Febbraio 2019 ICONS 5.7 – MASTER PHOTOGRAPHERS, una limitata selezione delle migliori opere fotografiche di grandi maestri della fotografia nazionale ed internazionale.

Steve McCurry, uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea, dialogherà in mostra con Gian Paolo Barbieri, tra i più importanti nomi della fotografia di moda, Eolo Perfido, maestro della street photography e Christian Cravo, firma internazionale della fotografia naturalistica.
La mostra, allestita presso gli spazi di Whitelight Art Gallery all’interno di Copernico Milano Centrale, offrirà un percorso insolito ed esclusivo, attraverso lo sguardo di quattro maestri dell’obiettivo fotografico. Attraverso alcune immagini oggi divenute icone della fotografia d’autore, si entrerà nel regno del reportage e del ritratto, della fotografia di moda, naturalistica fino ad arrivare alla street photography.
Non un confronto ma un vero e proprio percorso tra i più grandi scatti del nostro tempo, un dialogo equilibrato e potente allo stesso tempo attraverso gli sguardi dei loro autori, grandi firme della fotografia contemporanea.
Progetto Art Box:Solo 5 opere fotografiche, selezionate tra le più famose icone di ogni artista, verranno presentate in formato inedito ed esclusivo, racchiuse all’interno di una custodia interamente realizzata a mano, in legno, rivestita di pelle, con una grafica personalizzata per ogni autore e firmata da Anders Weinar, in numero limitato.
Ogni Art Box ha una tiratura limitata di 7 pezzi.

 

 

Dal 05 Dicembre 2018 al 28 Febbraio 2019

Milano

Luogo: Whitelight Art Gallery

Telefono per informazioni: +39 334 1499233

E-Mail info: info@whitelightart.it

Sito ufficiale: http://www.whitelightart.it

Fotonica: il festival delle arti luminose

Il fotone è il più piccolo frammento luminoso dell’universo, una particella di dimensioni microscopiche ma dalla straordinaria potenza creatrice, in grado di dare origine a ogni forma di luce. A esso e allo “scintillante universo creativo” che è in grado di generare è dedicato il festival Fotonica, che si svolgerà dal 7 al 15 dicembre prossimi al Macro Asilo di Roma.

Giunto alla sua seconda edizione, Fotonica è un festival gratuito dedicato alle forme d’arte contemporanea legate all’elemento luce e che perciò si propone di indagare e promuovere l’innovazione delle arti audio-video e digitali. È parte del programma di Contemporaneamente Roma 2018, ed è realizzato con la collaborazione di alcune tra le più importanti manifestazioni internazionali attive nello stesso campo come lo Zsolnay Light Festival (Ungheria), l’Athens Digital Art Festival (Grecia), il Patchlab Festival (Polonia) e il Videomapping Mexico.

I numeri di quest’anno sono veramente notevoli: per la manifestazione verranno messi in campo ben 65 artisti, 4 performance e 6 installazioni audio-video, 3 workshop, 7 lecture, oltre a 3 live set musicali e più di 40 partner internazionali.

Parte centrale del festival saranno le performance, che si terranno nel foyer del museo. Si partirà con OVV, la performance degli ungheresi Glowing Bulbs, seguita da Go Back to Hiding in the Shadows di Pandelis Diamantide, Digilogue di Studio Otaika e Iterations dell’artista russo Procedural. Il foyer del museo ospiterà ogni giorno anche tutti gli altri appuntamenti della manifestazione: le installazioni audio-video, quelle di light art, e il videomapping. Per tutta la durata del festival sarà poi visitabile anche la mostra di Net Art Net Paintings, realizzata come lo scorso anno in collaborazione con il progetto Shockart.net.

Ampio spazio verrà poi dedicato anche alle lecture, che si terranno presso la sala cinema e l’auditorium del Macro Asilo. Esperti del settore si racconteranno in diversi appuntamenti per incoraggiare l’avvicinamento del pubblico al mondo delle arti audio-visive e digitali e favorirne l’approfondimento teorico. Ad interessare i partecipanti ai temi del festival attraverso un’esperienza più pratica e diretta sarà poi il workshop di Videomapping (in programma per il 7 e il 14 dicembre), mentre i più piccoli saranno avvicinati alla cultura digitale attraverso gli stimoli creativi dei laboratori di animazione Animating your star e Dalla luce alla proiezione. Ci sarà poi spazio anche per la musica, con i dj e vj set di musica elettronica organizzati con LPM Live Performers Meeting e Manifesto delle Visioni Parallele.

Ad anticipare il festival e fornire un assaggio di questa nuova edizione sarà l’anteprima che si terrà il prossimo 1 dicembre presso la Centrale Montemartini. Per l’occasione verrà presentata la performance ONNFrame di Ipologica + FLxER Team, in cui forme, narrazioni, suoni e colori si fonderanno tra loro e con la suggestiva location in un dialogo generato in tempo reale da una band di 4 elementi, tre musicisti del collettivo Ipologica e la Vj Liz.

 

 

Per maggiori informazioni e il programma dettagliato delle attività: https://fotonicafestival.com

Valentina. Una vita con Crepax

Valentina, la donna di una vita. Per Guido Crepax ma anche per milioni di uomini (e di donne) nel mondo. Arriva ai Civici Musei di Bassano del Grappa, affascinante protagonista di una esposizione originale quanto spettacolare, totalmente nuova rispetto alle recenti mostre che a lei e al suo creatore sono state dedicate in anni anche recenti a Roma e a Milano.
A Bassano, Valentina Rosselli, in arte solo Valentina, accoglierà amici e ospiti, dal 2 dicembre al 15 aprile, da padrona di casa, affascinante, bellissima, pur talvolta scostante.
Nessuno noterà i suoi molti anni, oltre 70, attraversati con l’intangibilità che appartiene al sogno.

Protagonista di una vita normale e onirica, fuga, la seconda dalle difficoltà della prima. Una vita molto reale, marchiata dall’anoressia, dalle allucinazioni, dalle difficoltà. Una difficile quotidianità superata dalla realtà altra, quella del sogno, là dove tutto è consentito e nulla è impossibile o censurabile. Donna forte e fragilissima, donna normale, quindi. E anche per questo Valentina è il ritratto di un’epoca, oltre che il frutto di un uomo di genio, il suo creatore, Guido Crepax.

Chiara Casarin, che dei Civici Musei è l’attivissima Direttrice, e Giovanni Battista Cunico, Assessore alla Cultura del Comune, spiegano il perché di questa mostra bassanese: “Valentina è una delle icone femminili più affascinanti della storia del fumetto italiano. Il suo creatore, Guido Crepax, sarebbe stato il più ambito ospite nella nostra commissione per la Biennale di Incisione e Grafica Contemporanea che si terrà nella primavera del 2019 che questa mostra vuole anticipare nella stessa sede (la Galleria Civica dei Musei di Bassano del Grappa) e con un omaggio, una dedica al grande autore internazionalmente ammirato. Il progetto espositivo è stato concepito dai tre figli di Crepax ad hoc per questa occasione e si conferma come momento di produzione culturale rivolta al pubblico più ampio e vede il suo focus nel lavoro di un artista contemporaneo volto alla valorizzazione delle tradizioni e del genius loci a partire dalle collezioni dei Remondini per arrivare alla sesta Biennale che ormai è un appuntamento consolidato della città sul Brenta”.
E Valentina e Crepax sono i co-protagonisti della mostra al Museo Civico che ripercorre le tappe della vita di entrambi.

“In questa ricerca delle origini del lavoro di una vita, che trascende l’ambito del fumetto e colloca l’Autore e il suo personaggio tra i testimoni di quarant’anni di vita italiana, la città di Venezia è un tassello fondamentale nella sua formazione”, anticipano i curatori. Infatti, vent’anni prima della nascita di Valentina (pubblicata per la prima volta sulla rivista Linus nel 1965), un Crepax appena dodicenne, aveva realizzato, proprio a Venezia (dove aveva abitato con la famiglia tra il ’43 e il ’45 per sfuggire alla guerra), i suoi primi albi a fumetti ispirati a film horror degli anni ’30/’40 e sognava di diventare un autore di storie a fumetti. Figlio d’arte di un musicista, primo violoncello alla Fenice di Venezia e poi alla Scala di Milano, e fratello di un’emergente manager discografico, Crepax ottenne i primi incarichi professionali in ambito musicale illustrando centinaia di cover di dischi di tutti i generi musicali. Notato come illustratore adatto per la pubblicità, a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, realizzò importanti campagne pubblicitarie per Shell, Dunlop, Campari e i tessuti Terital. Contemporaneamente, lavorò anche a sigle e scenografie per alcuni programmi televisivi, scenografie di spettacoli teatrali e storyboard cinematografici. Disegnò anche centinaia di illustrazioni per riviste (Novella, Tempo Medico, ecc.) e copertine di libri. Dopo una parentesi dedicata al principale passatempo dell’autore (realizzare giochi da tavolo basati sulla sua passione per la ricostruzione storica e caratterizzati dal suo incredibile gusto estetico), la mostra si focalizza sul personaggio di Valentina che, unico nel mondo dei fumetti, invecchia, vive in una realtà possibile (anche se con frequenti divagazioni oniriche) ed ha una psicologia complessa, passioni e idee che possono essere comuni a molte donne reali. L’ultima tappa del percorso dedicato all’evoluzione artistica dell’autore (al piano terra), sarà dedicata alla scelta di Crepax, innovativa per il mondo tradizionale del fumetto, di fare delle donne le protagoniste delle proprie storie. Non solo per un fatto estetico o legato alla valenza erotica delle sue storie, ma per distinguersi dagli altri fumetti, uscire dal solco della tradizione, esplorare mondi psicologici e stili narrativi nuovi e, talvolta, anche per far discutere, riflettere, scandalizzare. Il primo piano sarà dedicato, invece, ai tanti contenuti video dedicati all’Autore e al personaggio di Valentina e ai possibili sviluppi futuri: la video arte e la colorazione delle pagine legate in un’installazione dove le pagine si colorano progressivamente e grandi tavole su cavalletti forniscono un saggio dell’ultimo progetto editoriale di Archivio Crepax: la nuova collana con le storie più belle a colori realizzata per la Repubblica.

 

 

Dal 02 Dicembre 2018 al 15 Aprile 2019

Bassano del Grappa | Vicenza

Luogo: Museo Civico

Curatori: Archivio Crepax

Enti promotori:

  • Comune Bassano del Grappa

Costo del biglietto: Intero 7 €, Ridotto 5 €

Sito ufficiale: http://www.museibassano.it/