INHABITANTS Fotografie di Andrea Buzzichelli

Cosa ci fanno quattro cinghiali, un lupo, tre cervi, una lepre e una volpe in via Macerata a Roma? Non sono parte di un ripopolamento faunistico del quartiere Pigneto o di qualche filastrocca per bambini, ma protagonisti ignari di una mostra che inaugura oggi 1 ottobre 2020 presso la galleria Interzone di Michele Corleone.

La mostra, intitolata Inhabitants, espone circa 35 opere del fotografo toscano Andrea Buzzichelli. Prodotte nel 2016 all’interno di un’indagine sui parchi italiani ideata dal collettivo Synapsee, di cui Buzzichelli è membro fondatore, le fotografie ritraggono il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi.

Non si tratta però delle classiche fotografie naturalistiche e di paesaggio. Le immagini proposte dall’artista sono infatti in gran parte tratte dall’archivio della Guardia Forestale locale, e scattate attraverso l’utilizzo di fototrappole. Si tratta perciò in sostanza di una sorta di autoritratti inconsapevoli degli “abitanti” del parco, che il fotografo – in un dichiarato omaggio a George Shiras III – ha rielaborato e inserito all’interno di una riflessione artistica sul rapporto dell’uomo con la natura.

Il risultato di questa operazione sono visioni notturne rubate della vita del bosco, molto intense sia dal punto di vista formale che della potenza rivelatrice verso qualcosa che altrimenti rimarrebbe oscuro (in tutti i sensi). A causa del loro carattere voyeuristico, generano un senso di disagio e quasi di colpa nello spettatore, che si trova a spiare dei momenti e uno spazio di cui non dovrebbe essere parte.

Il senso di intrusione all’interno della scena ritratta è amplificato in questo caso anche dall’allestimento delle opere in mostra. Le fotografie sono esposte infatti in una veste nuova, con opere inedite e interessanti soluzioni installative di tipo immersivo.

L’artista sarà presente durante l’inaugurazione, l’ingresso è libero ma su prenotazione.

INHABITANTS Fotografie di Andrea Buzzichelli
1-31 ottobre 2020
Interzone Galleria
Via Macerata, 46 – Roma
Orari: dal martedì al venerdì 15 – 20 / sabato su appuntamento
http://interzonegalleria.it/

Il “mondo fluttuante” di Anna Onesti in mostra alla Casina delle Civette

La storia della carta in Giappone affonda le sue radici in epoche lontane, passando dai contatti con la Cina all’avvento del Buddhismo. La carta di produzione artigianale, così come l’impiego dei colori naturali, conserva però ancora oggi in Oriente una tradizione manifatturiera straordinariamente viva, e questi materiali di altissima qualità insieme alla loro ritualità senza tempo continuano a resistere in un mondo dominato dalla tecnologia e dal progresso.

La mostra Un mondo fluttuante. Opere su carta di Anna Onesti, che inaugura il prossimo 3 ottobre alla Casina delle Civette di Roma, riflette proprio su queste materie preziose e uniche. L’artista e restauratrice Anna Onesti, che da oltre vent’anni si dedica ad approfondire tradizioni artistiche diverse e lontane, presenterà infatti otto arazzi e otto aquiloni in carta giapponese, frutto del suo recente lavoro. Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con il patrocinio della Fondazione Italia Giappone, la mostra è a cura di Alessia Ferraro e Maria Grazia Massafra.

Tutte le opere in mostra, in un dichiarato omaggio al Giappone, sono realizzate su carta washi (o “carta giapponese”) e con colori di origine vegetale, utilizzando tecniche decorative ispirate alla tintura tradizionale dei tessuti, come l’itajimezome, lo shiborizome e il katazome. Attraverso queste opere l’artista vuole gettare un ponte tra tradizioni artistiche diverse e tra culture lontane, ma anche tra passato e presente, unendo tecniche antiche a una manualità contemporanea.

«Sopraffatti dall’elemento naturale, che permea così tanto le opere di Anna Onesti – scrive la curatrice Alessia Ferraro – si è tentati, addirittura, di allungare l’olfatto e tendere l’udito fino a sentirsi completamente immersi nell’incanto del paesaggio giapponese, che quest’artista sa raccontare così bene. Il mondo in cui Anna Onesti ci trascina è un mondo fluttuante. È una realtà “liquida” e in continuo mutamento quella che oggi viviamo e da cui siamo circondati e che, con la sua irrequietezza, tende talvolta a sopraffarci. Una realtà che le opere su carta di questa illuminata artista, ci insegnano a vivere con la leggerezza e la spensieratezza di un bambino che affida all’aria, per la prima volta, il suo aquilone».

Nell’ambito della mostra si svolgeranno alcuni eventi collaterali che saranno fruibili in modalità a distanza o secondo le prescrizioni delle leggi in vigore. La partecipazione agli eventi collaterali è gratuita, il calendario verrà comunicato in data prossima all’apertura della mostra.

Un mondo fluttuante. Opere su carta di Anna Onesti
3 ottobre 2020 – 10 gennaio 2021
Musei di Villa Torlonia, Museo della Casina delle Civette
Via Nomentana, 70 – Roma
www.museivillatorlonia.it
www.museiincomuneroma.it

I pasticcini li porto io: Claudio di Carlo in mostra a Roma

C’è una mostra a Roma, in apertura domani 5 settembre presso la Galleria Minima di Mario Tosto, in cui le opere sono servite su vassoi.

Si tratta della personale del pittore, produttore e art director abruzzese Claudio Di Carlo, intitolata I pasticcini li porto io, in cui tutte le opere esposte sono realizzate su vassoi per pasticcini. Quelli di cartoncino dorato che per noi golosi sono sinonimo di grande gioia, che evocano l’idea di convivialità e ci ricordano le feste da bambini e le cene tra amici. E che a Claudio Di Carlo ricordano invece delle cornici.

La mostra, a cura di Francesca Perti, è infatti concepita come una sorta di quadreria ottocentesca, in cui dipinti e collage appaiono incorniciati proprio dai bordi d’oro dei vassoi. L’artista sembra voler attivare in questo modo una sorta di cortocircuito visivo, mescolando in maniera sottile arte e vita quotidiana, produzione alta e bassa.

L’incontro tra arte e cultura di massa, tra produzione artistica e produzione industriale, avanguardia e kitsch, è del resto avvenuto ormai da tempo. Vi abbiamo assistito ad esempio con l’invenzione della fotografia, poi con il Futurismo, la Pop art, il Nouveau Réalisme, ecc. Claudio Di Carlo, artista eclettico attivo sulla scena artistica visiva e musicale a partire dagli anni Settanta, ripropone oggi questo incontro come gesto critico, di ribellione estetica. “Il suo è un continuo lavoro di ricombinazione – scrive la curatrice nel testo di accompagnamento alla mostra – che ha sempre solcato le forme estetiche della vita quotidiana e le forme spettacolari del consumo di massa per approdare alla distillazione e all’integrità di una chiara esperienza sensibile. Il mondo reale e il mondo interiore si fondono aprendo a una realtà altra”.

L’artista sarà presente in galleria per l’inaugurazione il 5 settembre, per il finissage il 26 settembre, e per un appuntamento intermedio il 17 settembre 2020. Da bere chi lo porta?

Claudio Di Carlo – I pasticcini li porto io
Galleria Minima
Via del Pellegrino 18 – Roma
Inaugurazione 5 settembre 2020 ore 18.00
Finissage 26 settembre dalle ore 16.00
Orari: dal martedì al sabato 16.00 – 19.00 oppure su appuntamento

galleria_minima@hotmail.it
tel. 3393241875

Mostre aperture straordinarie al Padiglione Venezia

Nonostante il posticipo al 2021 della Mostra internazionale d’architettura il Comune di Venezia non rinuncia al proprio Padiglione Venezia nei Giardini, dando voce e spazio gratuitamente alle realtà culturali che negli ultimi mesi hanno attraversato una profonda crisi.

Con le “Aperture straordinarie”, dal 29 agosto al 31 dicembre, il Padiglione non accoglierà infatti installazioni e opere d’arte, ma privilegerà, invece, la presenza e le riflessioni di ospiti illustri, invitati a condividere visioni e aspettative sul futuro della cultura.

Un programma scandito in 13 weekend, preceduti durante la settimana da eventi introduttivi, all’insegna dello scambio e del confronto tra professionalità e generazioni diverse, con l’obiettivo di identificare un sapere e un vivere nuovo, dettato dal mutamento che la nostra società ha inevitabilmente subito in questi mesi. L’interno del Padiglione prevede l’allestimento di una sorta di salotto, con poltroncine e tavolini pensati per l’occasione dagli artigiani locali.

“Si tratta – spiega la curatrice Giovanna Zabotti – di un ponte virtuale con la Biennale del prossimo anno. Il Padiglione Venezia si riprende il suo ruolo di collante tra le diverse realtà artigianali, artistiche e culturali del Paese. Un’opportunità per immaginare e plasmare un mondo diverso e per invitare i giovani a credere in questo futuro prossimo, apparentemente così incerto. Siamo partiti dall’idea di non esporre opere ma dare esclusivamente visibilità e voce agli artisti, affacciandosi al loro mondo. Uno studio di design ha immaginato poi una grafica, una combinazione di segni che richiamano le finestre del Padiglione e li ha concretizzati in un tessuto prodotto da un’azienda del territorio. In un certo senso, attraverso la voce di queste persone, vogliamo trasmettere ai giovani l’idea che sia comunque sempre possibile ipotizzare e plasmare un mondo nuovo e invitarli a credere in un futuro prossimo, diverso da quello che ci saremmo aspettati ma non per questo meno ricco di opportunità”.

Il progetto è organizzato in collaborazione con l’architetto Michele De Lucchi e Marilisa Capuano, ideatrice di eventi culturali e con la speciale collaborazione del cineasta e artista Ferzan Özpetek. Un ringraziamento va a Matteo Gobbo Trioli, Simone Ciarmoli e Miguel Queda.

Nelle prossime settimane verrà reso noto l’elenco degli ospiti e il programma delle serate che saranno su prenotazione obbligatoria.

Dal 29 Agosto 2020 al 31 Dicembre 2020
VENEZIA
LUOGO: Giardini della Biennale
INDIRIZZO: C. Giazzo
CURATORI: Giovanna Zabotti
ENTI PROMOTORI:
Comune di Venezia
COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito
SITO UFFICIALE: http://www.labiennale.org

Mar Hernandez, Lisa Sebestikova e le loro strutture di contenimento. Fino al 31 luglio da White Noise Gallery

Strutture di contenimento è la nuova mostra ospitata negli spazi della galleria White Noise di Roma, a cura di Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti, che vede l’apporto di due artiste, Mar Hernandez, spagnola d’origine, e Lisa Sebestikova, olandese e alla sua prima mostra in Italia, alle prese con un concetto quanto mai attuale: la trasformazione o graduale costruzione di strutture che permettano il controllo o il contenimento di un fenomeno.

In un momento storico eccezionale, la differenza tra contenitore e contenuto sembra, qui, coincidere nella costruzione di strutture, esecutivamente totalmente differenti, che tendono all’esaltazione del vuoto e dell’assenza come comune denominatore di memorie individuali e collettive che si fanno predominanti nella messa in atto di pochi, semplici tratti. Mar Hernandez e Lisa Sebestikova, mettono in mostra due tecniche assolutamente differenti: da una parte fotografie di luoghi abbandonati, dettati da una precedente ricerca storiografica da parte dell’artista, fanno da sfondo a disegni che danno vita ad atmosfere sospese e intime; dall’altra delle strutture in alluminio (utilizzate per garantire stabilità ai monumenti più fragili) contenenti tracce di pietra saponaria che, cadendo dal soffitto, rievocano i Mobiles di Calder, non solo per i moti dinamici che ne caratterizzano il movimento, ma anche per la trasformazione continua che determina un’assenza di forma netta e fluida a favore di una mutazione lenta e continua.

Ciò che unisce la produzione delle artiste è questa riflessione continua e contrapposta tra contenuto e contenitore. Se i disegni di Hernandez presentano il concetto della casa, della dimora come contenitore di una quotidianità fragile e talvolta solitaria; le strutture di Sebestikova, invece, tramite l’assenza di elementi storici o paesaggistici, mettono in risalto la propria capacità di evolversi nelle forme e nelle strutture per poi mutuarsi definitivamente nella loro stessa cancellazione, lasciando solo delle tracce di sé che diventano, poi, nuovi contenitori.

Entrambe le opere sembrano tracce di storie intime o collettive caratterizzate dalla loro capacità di evolversi all’interno di spazi – contenitore come, in questo caso, delle fotografie di interni abbandonati o cinture d’alluminio. Seppur in maniera diversa e con tecniche lontane tra loro, entrambe le artiste riescono a creare una dinamica equilibrata e potente favorendo una riflessione sulla capacità dell’essere umano o delle sue tracce di resistere ai cambiamenti e adeguarsi ad essi trasformandosi o, più semplicemente, esistendo.

La mostra, fruibile fino al 31 luglio, è un racconto dinamico che ci costringe a frenare il vorticoso movimento del quotidiano per osservare i dettagli nascosti. Ogni forma, che sia essa disegnata o recuperata, è un perfetto gioco di equilibrio tra pieni e vuoti, tra positivo e negativo. Tutto, però, tende a confluire verso la necessità di un nido che non solo fa sentire protetti, ma anche dona il tempo per trasformarci e adeguarci alle pretese del tempo.

Mar Hernandez, Lisa Sebestikova. Strutture di contenimento
A cura di Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti
White Noise Gallery
Via della Seggiola 9 – 0018, Roma
Orario: mar/ven, 11 – 19; sab, 16 – 20
Ingresso: libero

Relazioni nomadi dell’arte

Kou Gallery inizia con questa mostra collettiva una serie di eventi espositivi ideati per far conoscere al pubblico romano, e non solo, questo mondo affascinante in bilico tra il linguaggio della modernità e i legami con la tradizione mettendo a confronto artisti di vari continenti e indicando come sottolinea il titolo del ciclo le “Relazioni nomadi dell’arte”. Tra nuova figurazione, linguaggi sperimentali o astrazione, elementi comuni sono sempre un’attenta osservazione della società in evoluzione del loro continente e una esplosione di vita che rendono la mostra un’esperienza dei sensi. L’arte contemporanea sempre più spesso ricerca una precisa integrazione con il territorio, sia inteso come ambiente sia inteso come relazioni umane, che la pone inevitabilmente in confronto con il suo contesto visivo. Il visibile si impone chiaramente per quello che è, non per quello che rappresenta, e l’artista con il suo lavoro affronta con procedimenti desacralizzanti o artificiali il superamento del doppio gioco della realtà o della fantasia. Rifletta sull’interesse crescente e contemplativo o addirittura partecipativo dell’osservatore con un significato e un contenuto che sono una sfida alla sua spontaneità creativa. Crea così, un dialogo tra geografie fisiche e interiori, tra tensioni sociali e tensioni creative, senza tralasciare in alcun modo l’assimilazione di comportamenti di un territorio che sta fuori di noi e della nostra cultura originale, in altri luoghi, che noi fatichiamo a considerare nostri, proprio per l’incapacità di viverli qui e ora come elemento recepito e decodificato. Nello scenario imponente di una nuova idea creativa, le opere degli artisti contemporanei hanno un risalto particolare in quanto estranee spesso agli ambienti, generando un conflitto visivo apparente che allo stesso tempo ci porta ad un effetto di amalgama temporale che ci trasporta fuori dal tempo. Come scrive Mircea Eliade, “L’istituzione di uno spazio sacro dove si rivive nel presente una scena mitica fuori dal tempo, è la risposta archetipica dell’uomo al suo terrore della storia, del divenire e della dissoluzione nella molteplicità”. L’eterno ritorno allo stesso ambito cognitivo sicuro, sia come esorcismo all’universo palpitante che gli artisti invocano e celebrano, sia come rifugio davanti al passo vertiginoso di una marea universale, fanno sembrare quello spazio più vicino e riconoscibile alla nostra ineffabile umanità. Questa sintesi temporale è il motivo per il quale le opere scelte per questa esperienza visiva sono tutte appositamente scelte per delineare un viaggio culturale avventuroso e sorprendente in cui la giustapposizione di punti di vista, a volte radicalmente diversi, riesce a svelare la trama di una narrazione polifonica, un’eco del mondo a venire come risultante della intersezione dei vettori del passato più prezioso con quelli della contemporaneità.
Artisti in mostra: Alex Caminiti, Flaminia Mantegazza, Francesca Tulli, Francesco Impellizzeri, Hannu Palosuo, Jairo Valdati, Jorge Romeo, Piero Mottola, ROP, Silvana Chiozza e Tuomo Rosenlund.

Dal 30 Giugno 2020 al 15 Settembre 2020

Roma

Luogo: Kou Gallery

Indirizzo: via della Barchetta 13

Orari: Lun-Ven 10:00-19:00

Curatori: Massimo Scaringella

Telefono per informazioni: +39 06 21128870

E-Mail info: info@kou.gallery

Sito ufficiale: http://kou.gallery/it

Museo del Novecento di Milano. Riapertura post lockdown

Dopo il lockdown riapre al pubblico il Museo del Novecento a Milano. E’ possibile ammirare le opere esposte nel museo seguendo delle norme indispensabili per contrastare la diffusione del Covid – 19. Il Museo del Novecento è aperto momentaneamente al pubblico sabato e domenica dalle ore 11.00 alle 18.00, con l’ultimo ingresso alle ore 17.00. Il numero degli accessi è al momento limitato e la durata massima prevista per la visita è di due ore. E’ possibile entrare nel Museo del Novecento dall’ingresso in via Marconi 1. A causa della riduzione del numero dei visitatori è caldamente consigliata la prenotazione dei biglietti online, che non comporta costi aggiuntivi ed è obbligatoria anche per chi ha diritto a riduzioni o entrata gratuita. E’ obbligatorio presentare la prenotazione, stampata o in formato digitale su display, all’ingresso del museo. Per visitare il Museo del Novecento è obbligatorio l’uso della mascherina ed è fondamentale mantenere la distanza di almeno un metro tra i visitatori. Il personale misurerà la temperatura corporea all’ingresso e non sarà consentito l’accesso ai visitatori con una temperatura pari o superiore a 37,5°. È obbligatorio sanificare le mani con la soluzione igienizzante disponibile all’ingresso.
Nel museo si trovano esposte opere a partire dal 1902, anno in cui fu esposto Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, situato nella sala lungo la rampa elicoidale d’accesso. Nel museo sono esposte opere d’arte di differenti periodi artistici, dal Futurismo alla Metafisica, dal Gruppo Forma 1 alla transavanguardia italiana, ai gruppi di Milano, Roma e Torino e l’arte povera, con autori quali Pellizza da Volpedo, Boccioni, Marini, Modigliani, de Chirico, Sironi, Garau, Fontana, Martini.

Riapertura del Cenacolo Vinciano a Milano

Il Museo del Cenacolo Vinciano di Milano apre nuovamente le porte agli amanti dell’arte. Durante questa prima fase sperimentale sarà consentito ammirare l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, esponente di spicco del Rinascimento maturo, con turni di visita della durata di 15 minuti per un numero massimo consentito di 5 persone per volta, per garantire la sicurezza di tutti i visitatori. A causa dell’emergenza sanitaria gli orari d’apertura del museo sono stati ridotti, dal martedì al venerdì gli ingressi si svolgeranno dalle 14:00 alle 19:00, sabato e domenica delle 9:00 alle 13:45. La fruibilità di quest’opera di Leonardo sarà garantita a un minor numero di visitatori rispetto al periodo precedente la pandemia. Per tale ragione questo articolo di Artecracy.eu accompagnerà i lettori, nonché appassionati d’arte, a scoprire il Cenacolo attraverso gli schermi degli smartphone, tablet e pc.
L’Ultima Cena fu realizzata da Leonardo da Vinci nel Refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano tra il 1495 e il 1497, su commissione di Ludovico il Moro. Già dal 1517 l’opera cominciò a deteriorarsi a causa della tecnica utilizzata da Leonardo per dipingere l’opera; egli non adottò la tradizionale tecnica dell’affresco, ma fu dipinta con una preparazione molto complessa a due strati, il secondo del quale composto da gesso per la maggior parte.
Leonardo dipinse l’Ultima Cena più in alto rispetto al pavimento reale della sala, in modo da conferire all’opera una maggior potenza narrativa, creando dei personaggi con una scala superiore al naturale, rendendoli in tal modo solenni e in accordo con l’importanza del soggetto. L’ambientazione che accoglie la scena è una sala prospettica con soffitto cassettonato, con tre finestre nella parete di fondo, fonte di illuminazione.
Il pittore toscano dipinse Gesù al centro della tavola, ai lati del quale si trovano gli apostoli, dipinti a gruppi di tre. I moti corporei dei soggetti sono così espressivi da trasmettere il turbamento prodotto dalle parole di Gesù, quando annuncia che uno degli apostoli lo tradirà (episodio narrato nel Vangelo di Giovanni). Giuda, il traditore, si trova nel gruppo vicino a Gesù, a sinistra, facilmente riconoscibile perché tiene stretta la sacca contenente il denaro pagato per il tradimento.
Al di sopra della raffigurazione dell’Ultima Cena si trovano tre lunette, contenenti gli stemmi degli Sforza. In quella centrale pare ci fosse rappresentato un drago, il famoso Biscione, simbolo della famiglia nobiliare.

Milano
Museo del Cenacolo Vinciano
Prenotazione obbligatoria
Dal martedì al venerdì: 14,00 – 19,00
Sabato e domenica: 9,00 – 13,45

Gli “ostaggi” di Alessandra Brown in mostra a Roma

Dopo mesi surreali e difficili, finalmente in Italia iniziano nuovamente a fiorire gli eventi culturali e riaprono le esposizioni. Anche la galleria Curva Pura di Roma riapre le sue porte venerdì 19 giugno, con l’inaugurazione di Hostages, mostra personale di Alessandra Brown.

La mostra, a cura di Vittorio Beltrami e Andrea Romagnoli, presenta al pubblico gli ultimi lavori dell’artista: una serie di fotografie su mixed media, caratterizzate da stratificazioni materiche (e di significato). Le opere, che nel comunicato stampa vengono definite un incrocio tra fotografia e scultura installativa, si inseriscono all’interno di un interesse della galleria, avviato nelle più recenti stagioni espositive, verso “le intersezioni più sperimentali provenienti da artisti italiani ed internazionali”.

Si tratta di una sorta di collage composti da due tipologie di immagini, proprie dell’immaginario visivo dell’artista (nata in Inghilterra ma cresciuta in Romagna) e già protagoniste separatamente di sue precedenti ricerche: le foto trovate da album di famiglia e il repertorio di immagini turistiche della riviera romagnola.

Le immagini che risultano da questa unione, caratterizzate da delicate tonalità pastello, appaiono formalmente belle e attentamente calibrate, ma lasciano emergere anche una certa tensione e ambiguità. I soggetti appaiono infatti intrappolati, come appunto degli ostaggi.

Figure in bianco e nero (le immagini da album di famiglia) affiorano a malapena sotto soffocanti strati di materia. In bilico tra l’assenza e la presenza, tra il passato e il presente, appaiono sospese in una dimensione atemporale, bloccate in una condizione di instabilità e incertezza. Come si legge nel testo di accompagnamento alla mostra “Sono ospiti di un tempo remoto, memoria di intima felicità, che lo sguardo stenta ad intravedere ma si ferma a cercare”. Altre figure a colori, immagini di una realtà più contemporanea (le reti di plastica, le piante avvolte da sacchi neri, la bottiglia di Coca Cola), emergono invece portando alla luce un immaginario fatto di consumismo e decadenza, a sottolineare l’impatto del turismo di massa sul territorio, e forse anche un generale cambiamento nella scala dei valori…

La mostra sarà visitabile nelle serate del 19, 20 e 21 giugno, e su appuntamento fino a fine luglio.

Alessandra Brown – Hostages
19 – 20 – 21 giugno 2020 dalle 18.00 alle 23.00 / Luglio su appuntamento
Curva Pura
Via Giuseppe Acerbi, 1a
Roma

Proposta di intervista a Gio’ Montez sull’arte contemporanea: “Stiamo svendendo le nostre risorse e la nostra dignità”

Rigenerazione urbana attraverso l’azione artistica: è questo l’obiettivo dell’Atelier Montez di Gio’ Montez, nel quartiere romano di Pietralata, che da circa dieci anni si occupa di produzione artistica contemporanea, interdisciplinare e relazionale. Lo spazio polifunzionale intende proporre un prodotto made in Italy, ma in collaborazione con una grande rete internazionale di Produttori Indipendenti. Un luogo di lavoro e di confronto tra artisti ed esperti del settore, per lo sviluppo di idee e di progetti virtuosi di interesse collettivo.

Gio’ Montez, cosa hai fatto durante il lockdown?
L’Atelier Montez è rimasto chiuso dal 1 marzo. Lo è tutt’ora e rimarrà ancora chiuso almeno fino a settembre 2020, con disastrose conseguenze economiche per la nostra attività istituzionale e commerciale. Stiamo provando con molta fatica a differenziare le forme di sostentamento economico della attività sforzandoci di innovare e digitalizzare i contenuti prodotti. Ma internet non funziona se non paghi le bollette. Le entrate sono ridotte a zero mentre continuano a gravare come una spada di Damocle tutte le spese correnti. Io non prendo lo stipendio da febbraio e non so come fare la spesa, pagare gli affitti, i contributi, le bollette e addirittura le rate del finanziamento privato concessomi a fronte della busta paga che non percepisco.

L’emergenza, nel tuo settore, è stata gestita bene?
No. L’emergenza nel mio settore è stata creata e non gestita da questo governo. Se continua così fra qualche mese il “mio settore” non esisterà neanche più. Ci stanno facendo programmaticamente fuori. Ci impediscono di radunarci, di esprimerci, di muoverci. Stiamo svendendo le nostre risorse e la nostra dignità. Stiamo sacrificando la qualità che distingue il nostro Paese. Stiamo eliminando le differenze e le minoranze invece di difenderle. Non esagero quando sostengo che sia il Governo che i suoi decreti sono anticostituzionali. Mi riferisco ad esempio alla totale assenza di processi democratici e alla violazione dell’art.18 della Costituzione Italiana.

Nel più recente decreto legge, che spazio ha avuto l’arte contemporanea?
Nessuno. L’arte contemporanea non è neanche considerata. Pare vogliano convincerci che sia un inutile bene di consumo, qualcosa di secondario. Vorrebbero farci credere che sia più importante mangiare che lavorare! Io mi vergogno di questa ignoranza, che non mi rappresenta affatto. La parola arte contemporanea non è menzionata neanche una volta, come se la categoria “arte contemporanea” non esistesse. Eppure il nostro è “il paese dell’arte” per antonomasia e l’arte contemporanea è un business da miliardi di euro. Come se essere artista fosse un diletto e non una professione. Come se l’arte contemporanea non fosse importante come il Teatro dell’Opera o gli spettacoli circensi, a cui invece sono destinati diversi milioni di euro.

Cosa si sarebbe dovuto fare, secondo te, e cosa si potrebbe ancora fare.
Per quanto riguarda il mio settore, l’arte contemporanea, penso che abbiamo il dovere di sopravvivere al regime.
Uniamoci e associamoci; dobbiamo intensificare l’attività culturale specialmente nei periodi di crisi. Un buon esempio è la recente nascita della “Associazione delle gallerie italiane”. Dobbiamo raccontare questa crisi in modo trasparente, decentralizzato, conservando i punti di vista differenti e condividendo un obiettivo comune. Nessuno dovrebbe mai dimenticare questa storia ne i principi fondamentali degli individui che abbiamo impiegato millenni per conquistare. Come diceva Voltaire “Forse non condivido la vostra opinione, ma darei la vita affinchè Voi possiate esprimerla”.

Prossimi progetti.
Il mio prossimo progetto è be**pART. Sto curando la mostra collettiva più grande del mondo in un periodo in cui le mostre sono addirittura interdette. Con il team di A.C. Montez, gli artisti associati e oltre 20 Ambasciatori be**pART già attivi in tutti e 5 i continenti stiamo allestendo la mostra presso Atelier Montez a Roma, che aprirà al pubblico a partire da Settembre 2020. In esposizione 45.000 opere d’arte realizzate durante il lockdown da 1500 produttori indipendenti associati da tutte le nazioni del mondo. Vogliamo attirare l’attenzione mondiale su questa iniziativa e produrre un catalogo che sarà un documento storico, un racconto collettivo di questa pandemia. Vogliamo creare una memoria per noi stessi e per le generazioni future; che abbiamo un’esempio di solidarietà e un modello virtuoso di sconfitta dell’isolamento sociale che rischia di sabotare l’integrità dei principi su cui si basa il nostro bel paese e tutta la nostra Comunità.