Lello Torchia. Grand Tour

Lunedì 17 dicembre 2018, alle ore 17,30, a Capaccio, presso il BCC Space – contenitore fisico di tutte le proposte culturali e dei momenti di aggregazione della Banca di Credito Cooperativo di Capaccio Paestum – sarà esposto al pubblico Grand Tour: un gruppo di opere recentissime ed inedite di Lello Torchia (Napoli, 1971) realizzate appositamente per l’istituto finanziario capaccese.

Per l’artista partenopeo il tour diventa archetipo dell’avventura della vita; le figure ritratte nelle sue opere, così abrase, scalfite, quasi liquefatte sono metafora e allo stesso tempo manifesto della potenza della natura e della caducità dell’essere umano. I lavori esposti, tutti eseguiti su carta – supporto che negli anni, per la sua fragilità, si è rivelato prediletto da Torchia –, si caratterizzano per la presenza di segni lievissimi associati in alcuni casi ad oggetti imprevedibili, vere e proprie apparizioni utopiche che aprono ad una pluralità di riflessioni  ed interpretazioni e stimolano chi è intento a guardare ad ulteriori esplorazioni ed esami.

I connotati del fenomeno storico  Grand Tour, tra le cui tappe si distingueva Paestum, e la relazione col lavoro presentato da Lello Torchia saranno tratteggiati da un’introduzione di Armando Minopoli già docente presso il Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi “Federico II” ed il “SOB” di Napoli.

 

 

Dal 17 Dicembre 2018 al 21 Gennaio 2019

Capaccio | Salerno

Luogo: BCC Space

Telefono per informazioni: +39 0828 814111

E-Mail info: marketing@bcccapaccio.it

Sito ufficiale: http://www.bcccapacciopaestum.it

Conversation Piece | Part V (Non v’è più bellezza, se non nella lotta). Fino a marzo negli spazi di Fondazione Memmo

“Non v’è più bellezza, se non nella lotta”, così recitava un passaggio del Manifesto del Futurismo, pubblicato da Filippo Tommaso Marinetti nel 1909 su Le Figaro, una presa di posizione controversa e coraggiosa che poneva le basi tra politica e intelletto, dove la libertà stessa dell’artista era manifestazione del sé e della propria interiorità. La rivendicazione di un’autonomia e di una libertà civile e collettiva, è parte fondamentale dell’idea stessa di manifesto che di per sé ed etimologicamente rappresenta ciò che appare, ciò che si palesa in modo ineluttabile alla vista e all’intelletto proprio o altrui.

Con Conversation Piece | Part V, Marcello Smarrelli, ancora una volta, snoda, costruisce, elabora, un racconto che non solo rivisita e rilegge in chiave contemporanea gli spazi della Fondazione Memmo, ma allo stesso tempo valica i confini del passato, ne da nuova voce e nuovi significati. Il progetto, che porta appunto come sottotitolo il brano del Manifesto Futurista in apertura, è parte del ciclo di mostre dedicate agli artisti italiani e stranieri presenti temporaneamente nella capitale.

Il progetto espositivo di quest’anno, mette in relazione alcune opere che seppur diverse per tecnica e approccio, si presentano come eterogenee pratiche di ‘manifesti’ tramite cui vengono indagati concetti quali l’indipendenza, l’autonomia, la libertà costituzionale attraverso l’uso della partecipazione personale e/o collettiva.

Seppur tramite pratiche diverse, i quattro artisti scelti hanno sviluppato su uno stesso filo conduttore, ma personale e soggettivo, l’idea comune di un manifestarsi che è paradigma di una realtà in cui persiste una sottile e stratificata necessità di indipendenza e autonomia. Con una serie di performance caratterizzate da una precisa presenza fisica corporea artistica umana e animale, gli artisti hanno dato una “voce” formale ed estetica a concetti fondamentali come, appunto, la libertà.

Marinella Senatore, con la sua arte partecipata ha trasformato gli spazi esterni ed interni delle ex scuderie di Palazzo Memmo, in un’azione in cui l’idea stessa di collettività ha un approccio sociale e politico connesso inevitabilmente allo sforzo fisico e al coinvolgimento. Julian Rosefeldt (borsista presso l’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo) ha proposto un’esperienza, forse più audace, dove è chiaro il naturale confronto della Galleria l’Attico negli anni Settanta con i dodici cavalli vivi di Kounellis. Se in quel caso, il cavallo, oggetto simbolico e metafora della vita rappresentò un’innovazione per la sua capacità di riuscire ad annullare la distanza tra arte e realtà, nel caso di Rosefeldt il cavallo, simbolo equestre e metafora di autorità, porta e tramanda attraverso dei ricami delle frasi della Costituzione che risuonano ed echeggiano come moniti, obbligando lo spettatore a fermarsi e riflettere. L’eco di questi moniti sembra però risuonare più forte laddove il corpo del cavallo è assente e ciò che ne resta è un drappo ricamato che silenzioso riecheggia nel vuoto della sala. Rebecca Digne (borsista presso l’Accademia di Franci a Roma Villa Medici) tratta di transitorietà e di collettività. Il gesto, performativo o scultoreo, come nel caso dell’antichissima tecnica a cera persa, presuppone una presenza mentale o fisica, rappresentata o immaginata dove l’atto è in perenne trasformazione in un rituale gestuale ben preciso. Infine, l’intervento del duo Invernomuto (Cy Twombly Italian Fellow in Visual Arts presso l’American Academy in Rome), riassume il tentativo di collettività e autonomia attraverso la propagazione e la diffusione alla fine della quale ciò che rimane è sia assenza tangibile che presenza diffusa.

Ed è qui che, forse, il concetto stesso di libertà si alimenta e si ricostituisce di ogni suo aspetto, poiché attraverso il gesto o l’azione, fisica o emotiva, la libertà si emancipa da ogni suo costrutto formale e assume forme che mai si annullano in un continuo diversificarsi.

Conversation Piece | Part V. Non vè più bellezza, se non nella lotta
fino al 24 marzo 2019

Fondazione Memmo
via Fontanella Borghese 56b
Orari: tutti i giorni dalle 11.00 alle 18.00 (martedì chiuso)
Ingresso libero

Discreto Continuo. Alberto Bardi. Dipinti 1964-1984

L’impegno di Alberto Bardi come pittore fino all’inizio degli anni ’60 era piuttosto discontinuo, prima per la partecipazione alla Resistenza come comandante partigiano, e poi per gli incarichi politici che lo portarono in varie città italiane. Dal ’62 si stabilisce definitivamente a Roma, dove qualche  anno  dopo  assume  l’impegno di dirigere la Casa della Cultura, impegno che manterrà fino alla morte nel 1984.La sua pittura era sostanzialmente figurativa, sia pure con una estrema essenzialità e senza indugi descrittivi, una sorta di generica adesione al neocubismo, come per gran parte degli artisti usciti dalla guerra e dal dopoguerra. Negli anni ’60 avviene un cambiamento decisivo: la figurazione si scompone, fino ad essere completamente superata, le pennellate diventano più rapide e aggressive, i colori si accentuano in decisi contrasti. Una pittura gestuale i cui ripetuti esperimenti si possono vedere nei tanti fogli di giornale (soprattutto L’Espresso, talvolta anche L’Unità) ricoperti di segni spessi, vorticosi, nel tentativo di ottenere una efficace sintesi espressiva tra colori, gesto, istinto pittorico. Questi fogli sembrano quasi una prova di getto per arrivare poi a conquistare sulla tela un maggiore equilibrio, pur mantenendo lo stesso movimento compositivo, più controllato, fino a ricoprire l’intero supporto e raggiungere un delicato effetto cromatico.
Alla fine degli anni ’60, un nuovo cambiamento in senso strutturalista: una pittura astratto geometrica, che sembra riconsiderare in modo nuovo le esperienze delle avanguardie storiche, basata sulla proiezione di forme essenziali e di colori ricondotti alla loro funzione primaria. Questo periodo va dal ’68 al ’74 circa, nel momento in cui subentra una nuova fase,
tecnicamente molto complessa, basata su sottili, fittissimi ritmi lineari che creano intense suggestioni di colore e di vibrazioni.
Sono delle textures ottenute con un procedimento abbastanza innovativo attraverso un sistema di matrici pastellate e una attenta, complessa manualità. E’ forse questa la fase più affascinante del lavoro di Alberto Bardi, ed anche quella più apprezzata dalla critica. Oltre ad un’ovvia progettualità all’origine di queste operazioni, vi è anche qualcosa di imprevedibile nello scoprire la tela e vedere la fusione tra pastelli a cera e tempera, segni, ritmi e illuminazioni.
Ma ogni fase raggiunta, sia pure con successo, non arresta la sua ricerca. Difatti, un metodo così particolare come quello descritto, adatto ad infinite variabili, rischiava di diventare troppo costrittivo. E quindi, l’esplosione di colori nelle tele e nelle carte degli ultimi quattro anni, una sorta di reazione a quella ricerca analitica degli anni precedenti, il bisogno di ritrovare nella pittura una più diretta istintività e una maggiore carica emotiva. La fantasia, la felicità dei colori hanno il sopravvento in queste opere, e ancora un modo più libero di sollecitare, con passione e rigore, le molteplici qualità della pittura.

In questa mostra vengono presentate le diverse fasi del suo lavoro artistico, mettendo in luce anche l’esperienza e i procedimenti tecnici mostrando, per esempio, per quanto riguarda le textures, le matrici a pastello che ne sono all’origine, gli strumenti con cui realizzava le sue opere. Infine, una documentazione fotografica illustra la sua attività di direttore della Casa della Cultura, attività svolta con passione e con una straordinaria apertura culturale.

 

 

Dal 13 Dicembre 2018 al 31 Marzo 2019

Roma

Luogo: Casino dei Principi – Villa Torlonia

Curatori: Claudia Terenzi

Enti promotori:

  • Assessorato alla Crescita culturale di Roma Capitale
  • Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

Telefono per informazioni: +39 06 0608

E-Mail info: archiviobardi@gmail.com

Sito ufficiale: http://www.museivillatorlonia.it

Massimo Sestini. L’aria del tempo

E’ stata inaugura venerdì 7 dicembre la mostra Massimo Sestini. L’aria del tempo presso il WEGIL a Roma. L’esposizione, promossa dalla Regione Lazio e organizzata da Contrasto in collaborazione con LAZIOcrea, è a cura di Alessandra Mauro e resterà aperta fino al 10 marzo 2019.

Come fotogiornalista tra i più importanti e apprezzati del nostro paese, in grado di realizzare sensazionali scoop da prima pagina, Massimo Sestini ha fotografato l’Italia in modo inusuale e accattivante. Dall’alto.

In mostra circa 40 fotografie di grande e medio formato.

In tanti anni di lavoro Sestini ha puntato molte volte l’obiettivo sulla nostra penisola e, col tempo, ha realizzato un preciso e appassionato itinerario alla scoperta del nostro paese.
Fatti di cronaca, bellezze naturali, drammi, avvenimenti politici, tragedie e momenti di svago: è riuscito a raccontare tutto con la sua macchina fotografica e tutto con un punto di vista nuovo e diverso.

Le immagini in mostra, alcune di grande formato, permettono di vivere e di sentire le visioni aeree ed eteree dei luoghi che l’autore ci propone. Sempre alla ricerca della “foto diversa”, nel corso degli anni Sestini ha perfezionato il suo metodo fino alla ripresa perpendicolare che gli permette di ottenere un impatto dimensionale amplificato. Con la visione zenitale il fotografo gioca nel capovolgere le nostre percezioni visive, fa navigare la Concordia spiaggiata, ribalta cielo e terra inseguendo un Eurofighter, osa nelle proiezioni delle ombre animate.

Dall’alto di un elicottero o di un aereo, attraverso la visione completa di un fatto di cronaca (il barcone dei migranti fotografato dal cielo: un’immagine che ha fatto storia e ha vinto numerosi premi come il prestigioso World Press Photo, o ancora l’affondamento della Costa Concordia all’isola del Giglio), di una consuetudine (il ferragosto sulla spiaggia di Ostia), di un dramma naturale (il terremoto del Centro-Italia), di avvenimenti storici e culturali (dalla strage di Capaci al funerale del Papa), nelle immagini di Sestini l’Italia svela in un modo unico le sue bellezze, le sue fragilità, la sua grandiosa complessità.

Nell’ambito dell’esposizione ci sarà anche un omaggio alla Regione Lazio con una piccola composizione di immagini dal titolo L’area del Lazio.

Nato a Prato nel 1963, Massimo Sestini è considerato tra i migliori fotoreporter italiani. I primi scoop arrivano a metà degli anni Ottanta, da Licio Gelli ripreso a Genova mentre è portato in carcere, all’attentato al Rapido 904 nella galleria di San Benedetto Val di Sambro. Sarà il solo a riprendere il primo, clamoroso bikini di Lady D; ma sarà anche testimone della tragedia della Moby Prince, e autore della foto dall’alto dell’attentato a Falcone e Borsellino. Nel 2014 è testimone delle operazioni di salvataggio “Mare Nostrum”, al largo delle coste libiche. Dopo dodici giorni di tempesta, riesce a riprendere dall’elicottero un barcone di migranti tratti in salvo. La foto vince il WPP nel 2015, nella sezione General News.

 

 

Fino al 10 Marzo 2019

Roma

Luogo: WEGIL

Curatori: Alessandra Mauro

Enti promotori:

  • Regione Lazio

Costo del biglietto: intero € 6, ridotto € 3, gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

Telefono per informazioni: +39 334 6841506

E-Mail info: info@wegil.it

Sito ufficiale: http://www.wegil.it

Sturmtruppen 50 anni

Nel magma ribollente del ’68, mentre l’onda della protesta antisistema, pacifista, rivoluzionaria attraversa il globo dall’America all’Europa all’Asia, seduto al tavolo di un’osteria Franco Bonvicini disegna la prima striscia di quello che diventerà l’esercito a fumetti più sgangherato e famoso del mondo, vincendo il premio di Paese Sera a Lucca come miglior esordiente. Allergico alle gerarchie e caustico nei confronti del potere in divisa lo era già dai tempi del militare, quando si faceva infliggere punizioni per incredibili irregolarità, come farsi trainare la 500 in panne da un carro armato. È dedicata al genio irriverente di Bonvi e ai 50 anni dei suoi soldaten la grande mostra Sturmtruppen 50 anni che Genus Bononiae. Musei nella Città e Fondazione Carisbo in collaborazione con Eredi Bonvicini ospitano dal 7 dicembre 2018 al 7 aprile 2019 a Palazzo Fava (via Manzoni, 2). Un progetto che covava già da due anni nella mente della figlia Sofia, curatrice della mostra insieme a Claudio Varetto, che ha aperto gli archivi di Bonvi per disegnare un percorso espositivo di quasi 600 metri quadrati nel cuore di Bologna, patria artistica del grande fumettista, che a pochi passi, nell’adiacente via Rizzoli, ebbe il suo studio fino alla morte prematura, il 9 dicembre 1995.

Circa 200 le opere esposte, tutte provenienti dall’Archivio Bonvicini e in gran parte inedite: se il cuore della mostra è dedicato alle Sturmtruppen, non mancano gli excursus nella vastissima produzione artistica dell’autore, da quella seriale, con Cattivik e Nick Carter, a quella autoriale, per arrivare ad alcune opere pittoriche mai esposte e a quelle VM18 con Play Gulp, parodia erotica di tutto il mondo del fumetto. Dalla ricostruzione dello studio, con materiali e strumenti che mostrano il processo creativo, un percorso non cronologico che evidenzia quanto ancora sia attuale il pensiero di un artista che ha profondamente influenzato la cultura pop italiana novecentesca: non solo un cartoonist, ma un artista completo, capace di suscitare l’entusiasmo del grande pubblico così come degli intellettuali, da Umberto Eco a Oreste del Buono.

Fumetto corale abitato da una ridda di personaggi, i militari delle Sturmtruppen di Bonvi, dal soldaten semplice ai vari SergentenCapitanenGeneralen e Cuoken, fino al “fiero alleaten” Galeazzo Musolesi, unico personaggio dotato di identità, le Sturmtruppen diventano presto il fumetto antimilitarista per antonomasia, denunciando con spirito caustico la stupida bestialità della guerra. Ma nonostante l’ambientazione circoscritta nel tempo – la Seconda Guerra Mondiale – e nello spazio – le trincee germaniche in cui tutti si esprimono in un inconfondibile slang “tedeschese” – le Sturmtruppen diventano un affresco di umanità di ogni tempo, diventando archetipi nelle loro manie e solitudini, nelle loro paure e vizi.

Chiusi in un universo claustrofobico, i personaggi di Bonvi si muovono sul confine delle macerie e della morte, con un nemico invisibile agli occhi ma echeggiante di fragorosi spari e cannonate, non perdendo mai l’occasione per ridicolizzare la meschinità del potere e per prendersi gioco, ora con spirito caustico ora con tenerezza, delle debolezze umane.

 

 

Fino al 07 Aprile 2019

Bologna

Luogo: Palazzo Fava

Curatori: Sofia Bonvicini, Claudio Varetto

Enti promotori:

  • Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna
  • Genus Bononiae. Musei nella città
  • Con il patrocinio di
  • Comune di Bologna
  • Città Metropolitana di Bologna
  • Regione Emilia-Romagna
  • Alma Mater Studiorum-Università di Bologna
  • Accademia delle Belle Arti di Bologna

Costo del biglietto: open (valido per tutta la durata della mostra) € 14, intero € 12, ridotto € 10/ € 8/ € 6, gratuito bambini fino a 5 anni; accompagnatori di gruppi; insegnanti in visita con alunni/studenti (2 ogni gruppo); soci ICOM (con tessera); un accompagnatore per disabile; possessori di coupon di invito; possessori Membership Card Genus Bononiae; guide con tesserino; giornalisti con regolare tessera dell’Ordine Nazionale (professionisti, praticanti, pubblicisti) in servizio previa richiesta

Telefono per informazioni: +39 051 19936343

E-Mail info: esposizioni@genusbononiae.it

Sito ufficiale: http://genusbononiae.it

Ibrahim Ahmed. Burn What Needs To Be Burned

La galleria z2o Sara Zanin Gallery ospita fino al prossimo 1° gennaio la mostra Burn What Needs To Be Burned, prima personale in galleria dell’artista Ibrahim Ahmed.

Nato in Kuwait, vissuto in Bahrain e negli Stati Uniti e ora residente in Egitto (paese di origine dei genitori), l’artista (classe 1984), che ha vissuto in contesti geografici e culturali molto diversi fra loro, affronta spesso nel suo lavoro il tema dell’identità e dei suoi canoni precostituiti all’interno delle varie società d’appartenenza.

In questa mostra ad esempio la sua attenzione si focalizza sul concetto di mascolinità, approfondito dall’artista negli ultimi due anni, su come venga considerato e vissuto da ottiche e mentalità differenti.

L’esposizione è composta da circa cinquanta fotografie e collage fotografici dove Ahmed usa il proprio corpo come schermo su cui proiettare le dinamiche simboliche e di potere associate alla figura maschile. Componenti meccaniche di motori di automobili formano strane creature ibride, metà uomo e metà motore, a simboleggiare la potenza aggressiva e muscolare, nel senso stretto del termine, associata di prassi al sesso maschile, anche detto infatti “sesso forte”, come da copione sociale.

In altre immagini il volto dell’artista appare coperto da maschere, a nascondere la vera identità dell’individuo in favore della rappresentazione di un banale stereotipo, il tutto a discapito di una sincera espressione dell’identità personale.

E ancora collages che mostrano l’artista scomparire nel mezzo di frammenti architettonici, fine polemica indirizzata verso la diffusa concezione – tradizione che l’architetto sia un mestiere destinato al sesso maschile, oppure colto in pose erotizzanti che lo trasformano in un dio antico, virile e sessualmente attraente secondo canoni ormai anacronistici che si rifanno a quella che l’artista definisce “mascolinità coloniale”, dove la virilità va di pari passo all’esercizio del potere sugli altri.

Burn what needs to be burned invita lo spettatore a sviluppare una nuova concezione dell’uomo e della sua energia al di fuori dagli schemi ormai desueti e a tratti risibili del passato, a interrogarsi sulle incongruenze che li caratterizzavano e a cercare un nuovo approccio al passo coi tempi.

 

 

Z2O Sara Zanin Gallery

via della Vetrina 21, Roma

Dal 1 dicembre 2018 al 19 gennaio 2019

www.z2ogalleria.it

Orario di apertura: da martedì a sabato 13:00 – 19:00 (o su appuntamento)

 

L’acqua di Talete. Opere di Josè Molina

E’ in corso presso il Museo Bilotti di Roma la mostra L’acqua di Talete, a cura di Roberto Gramiccia, che presenta una serie di opere dell’artista spagnolo Josè Molina.

Già dal titolo si evince che il tema intorno al quale ruoterà il percorso espositivo sarà quello dell’acqua, elemento primordiale e simbolico, fonte di vita e legato ai più svariati concetti. La scelta è anche un chiaro omaggio ai trascorsi della sede museale ospitante che, ben prima di essere adibita ad Aranciera, ossia verso la fine del Settecento, subì un ampliamento per volere di Marcantonio IV Borghese che la fece diventare il famoso Casino dei giuochi d’acqua, luogo per eventi e feste, famoso per gli effetti scenici destinati a stupire gli invitati.

Molina, che attraverso questa ricerca si vuole riallacciare al pensiero filosofo di Talete da Mileto, che sosteneva che la genesi del cosmo intero fosse scaturita dall’acqua, seleziona un corpus di opere che la vedono protagonista, insieme al rapporto tra uomo e natura. A livello stilistico è chiaro il rimando al mondo del surrealismo, con la presenza di soggetti che sembrano usciti da un sogno che a tratti sfocia nell’incubo o nelle profondità dell’inconscio. Anche le tre sculture presenti in mostra intitolate Io dubito, Io ricordo e Io immagino, sono un invito rivolto allo spettatore ad interrogarsi e indagarsi nella propria interiorità al fine di trovare la sua verità, diversa forse per ciascuno di noi.

Ed ecco che ancora l’acqua viene indagata per approfondire il suo rapporto privilegiato con l’universo femminile, come nei dipinti La prima mattina (2015) e Fiore di mare (2016), o come luogo di genesi e trasformazione, come testimoniano le figure metamorfiche e oniriche rappresentate nelle due opere inedite esposte, raffiguranti due figure ibride: un uomo e una donna immersi nel mare, con al posto delle gambe arti di tricheco il primo e un becco di tucano la seconda.

In mostra dipinti, disegni, sculture; per alcune opere José Molina ha realizzato anche le cornici, in materiali vari, che altro non sono che un naturale prolungamento dell’immagine che racchiudono, contribuendo così ad allargare il piano di interazione con l’osservatore e a rendere più completo il messaggio dell’artista. Completa la mostra, visitabile fino al prossimo 17 febbraio, “Humanitas”, catalogo antologico dell’opera di José Molina che include contributi di Mariella Casile, Francesco Mattana, Deodato Salafia e Federico Scassa.

 

 

Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese

Fino al 17 febbraio 2019

da martedì a venerdì ore 10.00 – 16.00   Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00

Ingresso gratuito alla mostra

Max vs Max

Contemporary Cluster è lieta di presentare la mostra MAX vs MAX che mette a confronto due personaggi estremi: Max Papeschi e Max Fontana. Il primo celebre artista, reale, ma dalla biografia tanto folle da sembrare inventata, il secondo artista inventato, ma dalla storia al limite del plausibile, protagonista del romanzo Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler dello scrittore Massimiliano Parente.

Nell’esclusiva cornice romana i visitatori potranno immergersi nel lisergico mondo in cui si svolgerà lo scontro/incontro tra i due Max sopracitati, fatto di opere (quadri, installazioni, video) tanto geniali quando sconvolgenti, in cui quello che è reale può apparire finto e ciò che è vero può sembrare irreale. A condurre lo spettatore attraverso le trame di questa pièce artistica ci sarà Gianluca Marziani, sagace curatore, esperto dei risvolti più inediti dell’arte contemporanea. Per l’occasione verrà presentato anche il libro MAX vs MAX edito da Giunti Editore, a metà tra catalogo d’arte e pamphlet che racchiude le opere e il racconto di questo progetto.

 

 

Dal 06 Dicembre 2018 al 09 Dicembre 2018

Roma

Luogo: Contemporary Cluster

Curatori: Gianluca Marziani

Enti promotori:

  • Contemporary Cluster
  • Giunti Editore
  • MACRO ASILO
  • Media partner:
  • Radio Rock
  • ARTE.it

Costo del biglietto: Ingresso libero

Telefono per informazioni: +39 06 6830 8388

E-Mail info: info@contemporarycluster.com

Sito ufficiale: http://www.contemporarycluster.com

Tattoo. L’arte sulla pelle

Artisti contemporanei, tatuatori e tatuati, opere e personaggi del passato si mescolano e dialogano in un percorso suggestivo, che guida il pubblico in un viaggio e una riflessione sull’uso sociale, culturale e artistico del corpo.

Nell’antichità il tatuaggio è visto come il marchio degli sconfitti, siano essi schiavi o malfattori, o rievoca la ferocia dei barbari come i Pitti e i Germani che premono minacciosi sui confini dell’Impero.
Quest’aura di ribrezzo, estraneità e fascinazione nei confronti del tatuaggio viene evocata e ampliata nel Settecento, quando i navigatori europei che raggiunsero il sud-est Asiatico e l’Oceano Pacifico, entrano in contatto con popoli che suscitano sorpresa, ammirazione o disprezzo, perché praticano in maniera estensiva il tatuaggio. La stessa parola “tattoo” ha origine polinesiana (in italiano mediata dal francese tatouage) viene introdotta in occidente dal navigatore James Cook. Proprio l’incontro/scontro con queste lontane popolazioni costituisce un momento decisivo nell’elaborazione dell’immaginario nei confronti del tatuaggio e di una tessitura simbolica in cui precipitano insieme esotismo e costruzione culturale del “selvaggio”.

La mostra ripropone alcuni passaggi cruciali in cui l’Occidente si nutre di rappresentazioni dell’altro, focalizzando l’attenzione su popoli che praticano in maniera estensiva il tatuaggio e che influenzeranno fortemente la cultura e l’arte contemporanea.

Verranno presentate in mostra, grazie ai prestiti del Museo delle Civiltà di Roma, strumenti collegati al tatuaggio provenienti dall’Asia e dall’Oceania, foto storiche scattate dal celebre fotografo Felice Beato nel Giappone degli anni ’60 dell’800 e fotografie, sempre storiche, dei Maori della Nuova Zelanda. A questo si aggiunge una selezione delle stampe del noto artista giapponese Kuniyoshi Utagawa che nel 1827 pubblica una serie di eroi popolari giapponesi noti come i 108 eroi suikoden, famosa per essere diventata un riferimento iconografico per i tatuaggi.

L’idea della irriducibile condizione selvaggia del tatuaggio sarà ripresa dal celebre studioso Cesare Lombroso che collega la condizione dei criminali tatuati del mondo occidentale con quella dei cosiddetti primitivi, collocando per la prima volta questa pratica nell’ambito scientifico. Disegni e oggetti provenienti dal museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso e dal museo di Anatomia di Torino costituiranno parte integrante dell’esposizione nella quale il materiale storico e iconografico si sovrappone e dialoga con la cultura contemporanea del tatuaggio, profondamente influenzata sia dalle tecniche e dagli stili provenienti dall’Asia, sia dalle teorie lombrosiane.
Se il tatuaggio ha ormai da decenni raggiunto la piena accettazione nel mondo delle culture popolari – decisiva in tal senso la “moda” di imprimere indelebilmente sul proprio corpo immagini, segni, parole – aumentano quei protagonisti dell’arte contemporanea, linguaggio ben più elitario e criptico, che utilizzano il tatuaggio proprio come uno strumento espressivo che non discende solo dalla Performance ma incontra persino il concettuale.

Diversi gli esempi in tal senso: il fiammingo Wim Delvoye ha tatuato grossi maiali non destinati all’alimentazione e lasciati morire di vecchiaia; lo spagnolo Santiago Sierra ne fa un uso politico e trasgressivo; il messicano Dr. Lakra si dedica a minuziosi disegni e interventi di street art; l’austriaca Valie Export e la svedese Mary Coble hanno trattato temi legati al femminismo. Tra gli italiani, inoltre, le fotografie ritoccate e decorate da Plinio Martelli, le statue in marmo di Fabio Viale.

Tra i tatuatori contemporanei sono state scelte immagini dei lavori di grandi professionisti noti proprio per il ruolo cruciale che hanno sulla scena contemporanea e la diffusione della cultura del tatuaggio, da Tin-Tin, a Filip Leu e a Horiyoshi III. Alle opere di questi influenti personaggi del mondo del tatuaggio, sono affiancati i lavori di altri tatuatori più o meno conosciuti al grande pubblico, sia italiani che stranieri, tra i quali Nicolai Lilin, Gabriele Donnini, Claudia De Sabe,che costituiscono una ristretta rappresentanza di una numerosa, notevole e mutevole comunità di lavoratori del settore.

 

 

Fino al 03 Marzo 2019

Torino

Luogo: MAO Museo d’Arte Orientale

Curatori: Luca Beatrice, Alessandra Castellani, MAO Museo d’Arte Orientale

Enti promotori:

  • Città di Torino
  • Fondazione Torino Musei

Costo del biglietto: intero € 10, ridotto € 8, gratuito Abbonati Musei Torino Piemonte e aventi diritto. Possibilità di biglietto cumulativo Mostra + Museo a tariffa agevolata

Telefono per informazioni: +39 011.4436927

E-Mail info: mao@fondazionetorinomusei.it

Sito ufficiale: http://www.maotorino.it/

CAMERA POP – La fotografia nella Pop Art di Warhol, Schifano & Co.

È in corso presso Camera Centro Italiano per la Fotografia a Torino la mostra CAMERA POP – La fotografia nella Pop Art di Warhol, Schifano & Co., che per la prima volta indaga il rapporto tra fotografia e arte Pop in tutta la sua complessità e in tutte le sue molteplici manifestazioni.

Il rapporto tra Pop Art e fotografia è sempre stato un argomento molto discusso. La Pop Art è stata forse la prima corrente artistica ad aver inglobato in maniera forte e costante la fotografia all’interno del proprio linguaggio, e secondo molti pertanto la prima ad aver interrotto il famoso “combattimento per l’immagine” (per citare un’altra storica mostra torinese) ingaggiato tra pittura e fotografia fin dalla nascita di quest’ultima. Nella Pop Art però la fotografia non è presente solo in maniera diretta, attraverso l’uso esplicito del mezzo da parte di molti artisti, ma anche in un modo più sottile, indiretto, in quella che è stata definita la “filosofia del fotografico” che sostiene e caratterizza tutta la poetica pop. A prescindere dall’utilizzo del mezzo o meno, in sostanza, c’è una coincidenza profonda e concettuale tra arte Pop e fotografia, quella che Claudio Marra ha definito “fotograficità implicita della Pop Art”. Walter Guadagnini – direttore di Camera e curatore della mostra, oltre che uno dei maggiori esperti di fotografia in Italia – ha impegnato la galleria nell’ambiziosa impresa di analizzare una volta per tutte questo complesso rapporto attraverso una grande esposizione. Con circa 150 opere esposte e la collaborazione di musei, fondazioni, artisti, collezioni private e archivi, italiani e stranieri, CAMERA POP rappresenta il più grande sforzo organizzativo messo in atto da Camera.

La mostra è divisa in sei sezioni, ognuna delle quali incentrata su un tema particolare e caratterizzata da un vocabolo significativo (i primi cinque sono tratti da una famosa definizione della Pop Art formulata da Richard Hamilton, l’ultimo da una altrettanto nota dichiarazione di Andy Warhol, il famoso slogan “Vorrei essere una macchina”).

La prima sala, definita dal vocabolo Popular, raccoglie gli incunamboli della Pop Art internazionale e i volti dei primi protagonisti della scena pop tra Londra, New York e Roma. Non poteva mancare in questa sezione un dittico eccezionale: il collage fotografico What is it that makes today’s homes so different, so appealing? di Richard Hamilton, considerato la prima opera pop della storia (qui nella versione digitalizzata dall’artista del 2004), affiancato dalla sua versione aggiornata sui cambiamenti della società e della tecnologia.

La seconda sala, intitolata Glamorous, è dedicata alle icone e ai miti pop. Le dieci Marilyn di Warhol (del 1967) dominano l’ambiente ed evidenziano come la Pop Art debba alla fotografia una parte centrale della propria natura, e anche del proprio successo.

La terza sala, Mass-produced, è dedicata all’altro grande tema del linguaggio pop: gli oggetti di uso comune e la produzione in serie. Nella sala sono riunite opere di Pistoletto, Jim Dine, Joe Tilson, Mimmo Rotella, e soprattutto è esposto il capolavoro Every building on the sunset strip di Ed Ruscha.

La quarta sala, caratterizzata dal termine Young, è dedicata interamente al lavoro di Ugo Mulas, il fotografo che più di tutti ha saputo documentare – ma anche interpretare – la natura e lo spirito dell’arte Pop e dei suoi rappresentanti. Circa 40 scatti di Mulas ci mostrano gli artisti nei loro studi newyorkesi (notevoli sopratutto le fotografie che ritraggono Warhol in azione nella sua Factory) e raccontano la mitica Biennale di Venezia del 1964.

La quinta sala, a tema Sexy, è una galleria di figure femminili (tra cui le modelle del celebre Calendario Pirelli e la Ragazza che cammina di Pistoletto) dedicata alla natura voyeuristica dello spettatore, tipica sia del mezzo fotografico che dello spirito pop.

Machine-like è il tema della sesta e ultima sala, che racconta più nello specifico il rapporto della pittura con la fotografia nella pratica della pop attraverso una serie di dipinti di grande qualità e impatto visivo, tra cui le celeberrime sedie elettriche di Warhol.

Nel corridoio principale sono poi rappresentati alcuni precursori della Pop, primo fra tutti ovviamente Robert Rauschenberg, ed esposte opere di Schifano, Franco Angeli, Bruno di Bello e Gianni Bertini. Uno spazio è poi dedicato alle polaroid di Warhol, esposte insieme a una delle macchinette con cui l’artista le scattava.

 

POP ART Portfolio – Ken Heyman
Roy Lichtenstein

 

Fino al 13 gennaio 2019.

Per maggiori informazioni: http://camera.to/mostre/camera-pop-la-fotografia-nella-pop-art-warhol-schifano-co/