Fotografia Europea 2017

Al via lo scorso 5 maggio a Reggio Emilia la dodicesima edizione di Fotografia Europea, festival internazionale dedicato al mondo della fotografia contemporanea. Tema di quest’anno, pensato dall’ormai abituale comitato scientifico composto da Elio Grazioli, Walter Guadagnini e Diane Dufour, è Mappe del tempo. Memoria, archivi, futuro, in cui l’archivio, argomento centrale nel dibattito fotografico degli ultimi anni, è inteso (al pari della fotografia stessa) come strumento di memoria e conoscenza ma anche di manipolazione, nonché di visione critica su passato, presente e futuro.

Al solito bellissime le giornate inaugurali, una full immersion tra opening, conferenze, presentazioni di libri, visite guidate, workshop e moltissimi altri eventi (che proseguiranno, anche se in maniera meno serrata, fino alla chiusura della manifestazione il 9 luglio).

Numerosissime le mostre e gli spazi coinvolti. Tra le proposte più interessanti delle sedi principali del festival sicuramente le cinque ai Chiostri di San Pietro, tra cui non si possono non citare Dall’archivio al mondo. L’atelier di Gianni Berengo Gardin, un tuffo all’interno dello studio e dell’archivio del Cartier-Bresson nostrano, e Les Nouveaux Encyclopédistes, una riflessione sulla proliferazione e sulla possibilità di classificazione delle immagini nella società contemporanea, orchestrata dal geniale curatore Joan Fontcuberta attraverso le produzioni di alcuni dei più interessanti artisti attivi in questo campo.

A Palazzo da Mosto, invece, esposti i cosiddetti Archivi del futuro: in una mostra creata ad hoc dai curatori del festival sette fotografi si concentrano sui temi dell’anonimato, dell’ambiguità e del ruolo dell’autore in riferimento all’enorme flusso di immagini attuale. Imperdibili le sezioni dedicate ad Alessandro Calabrese, David Fathi e Teresa Giannico.

Nello spazio di Via Secchi 11, poi, quattro artisti selezionati attraverso la consueta Pubblic Call si concentrano su temi importanti quali i ricordi, il tempo e soprattutto l’aspetto oscuro della Rete (con la originalissima Iceberg di Giorgio di Noto). Altre tre mostre selezionate tramite la Pubblic Call sono poi dedicate alla rilettura della storia dell’arte italiana nel suggestivo contesto della Galleria Parmeggiani (dove è ospitata anche la rassegna PR2 Camera Work, focalizzata sul tema delle frontiere).

Ai Chiostri di San Domenico, invece, tre giovani fotografi rivisitano dopo oltre mezzo secolo Un Paese di Paul Strad e Cesare Zavattini, storico reportage esposto in un’altra preziosa mostra a Palazzo Magnani.

Community Era – Echoes from the Summer of Love è invece la grande mostra ospitata dallo Spazio Gerra, una raccolta di scatti realizzati da quattro fotografi che vissero in prima persona l’atmosfera unica della rivoluzione hippy.

Ancora da segnalare poi la quinta edizione di Giovane Fotografia Italiana, progetto dedicato agli under 35 ospitato dal meraviglioso Palazzo dei Musei; la mostra Satelliti, pensata da Christian Fogarolli per il Museo della Psichiatria; e il viaggio nell’evoluzione della tecnica fotografica, ricostruita dalla Biblioteca Panizzi attraverso le sue preziose collezioni storiche.

Ad arricchire il festival poi, oltre alle altre quattro sedi sparse per la regione, le quasi 400 proposte indipendenti del circuito OFF, che, disseminate tra bar, ristoranti, negozi, spazi espositivi e così via, coinvolgono l’intera città in un’unica enorme mostra diffusa. Assolutamente da non perdere in questa sezione collaterale le 60 mostre concentrate in via Roma, tra cui quella di polaroid del giapponese Nobuyoshi Araki, la “foresta” di fotografie su foglie di Maria Silvano, i “ricordi in conserva” di Studio Pace10, e i divertenti progetti insinuati per la strada come Los incomunicados di Teo Vazquez e le Foto sui cestini.

Fotografia Europea

Edizione 2017. “Mappe del tempo. Memoria, archivi, futuro”

Fino al 9 luglio

Reggio Emilia

 

http://www.fotografiaeuropea.it/

Lina Condes. Extraterrestrial Odyssey

CondesArt in collaborazione con PDG Arte Communications presenta Extraterrestrial Odyssey di Lina Condes a cura di Paolo De Grandis, Tamara Li, Magdalena Gabriel.

Lina Condes è una pioniera nell’utilizzo della tecnologia, dell’architettura e delle biologia applicata alla pratica artistica. Ha ideato iSculpture una serie di opere concepite e sviluppate sfruttando i recenti studi tecnologici e multimediali. Ed è proprio dalla iSculpture che la sua ricerca si è sviluppata di recente per dar forma a composizioni in cui la tecnologia e l’architettura non sono solo il medium; le installazioni, i disegni, le immagini animate, le proiezioni interagiscono e si cortocircuitano per creare un processo espressivo di interazione con il pubblico. Da questa pratica nascono installazioni potenti in grado di tradurre stati d’animo, sensazioni, emozioni, riflessioni che portano lo spettatore verso l’animo dell’autore.

La tecnologia, il cui etimo porta con sé lo stretto intreccio del rapporto con l’arte, ha influenzato da sempre la creazione artistica stabilendo le possibilità di espressione degli artisti e determinando anche il passaggio a funzioni diverse dell’arte cambiandone le modalità di fruizione. Ed è proprio così che nelle opere di Lina Condes si libera un’immagine, un simbolo, un frame attraverso quella combinazione di tecnologie che permettono un viaggio verso scoperte importanti. Il messaggio diventa comprensibile attraverso il nuovo mezzo espressivo che ne indaga il significato e lo riporta su un piano di comprensione “altro” dove l’architettura entra in gioco proprio per la sua necessaria percorrenza al suo esterno e al suo interno. Essendo il linguaggio dell’architettura basato sulla forma e sulla composizione, sulla scelta degli elementi e sull’articolazione degli spazi, tale incursione nell’opera di Lina Condes diviene un ponte tra la creatività e la ricerca tecnologica.

In occasione di questo nuovo progetto a Venezia, Lina Condes espone Sphinx, una iSculpture emblematica, interattiva, fusione iconografica di un occhio attivato su un corpo stilizzato. Ed è proprio il simbolo dell’occhio che, riportandoci in quel territorio legato a miti antichi, evoca nella sua accezione positiva la luce, la conoscenza, l’espressione e la forza spirituale.

L’occhio come interfaccia tra il mondo esterno e quello interno. Qui sensore unico in grado di percepire il mondo e le sue contraddizioni, elemento disturbante. L’occhio come organismo vivente che in sé riunisce e palesa, somatizzandole, le contraddizioni dell’esistenza e che si fa veicolo di pulsioni e sentimenti.

Fino al 26 Novembre 2017

VENEZIA

LUOGO: Palazzo Pisani – Conservatorio Benedetto Marcello

CURATORI: Paolo De Grandis, Tamara Li, Magdalena Gabriel

Patricia M. Animali addomesticati

Ricontestualizzazione di materiali recuperati dalla spazzatura, dai mercatini, materiali abbandonati, è un mondo di oggetti inanimati, un mondo che caratterizza l’arte di una grande artista contemporanea, ovvero Patricia M.

Le installazioni dell’artista assumono una nuova vita ma allo stesso tempo sono in grado di raccontare a chi è intento ad ammirarle il loro passato, lo scorrere del tempo, la loro vita e quella di chi ne ha usufruito, riuscendo a catapultare la mente acuta del pubblico non solo nella vita attuale ma anche in quella passata.

L’opera intitolata Cut words, che altro non è che una vecchia macchina da scrivere ricoperta di un colore rosso accesso, fa pensare all’osservatore al sangue che scorre nelle vene dell’essere umano, simbolo di vita ma anche della morte violenta, un pensiero spontaneo se si osservano le forbici conficcate all’interno della macchina da scrivere. Nell’opera si possono osservare delle parole, le quali possono essere taglienti, violente, possono ferire, sono spesso manipolate da una società dove la comunicazione è veicolata e intrisa di ipocrisie.

Infanzie non vissute, violate, maltrattate, malate, uccise nello spirito e sul nascere sono i temi su cui l’artista intende far riflettere il pubblico di fronte a un’installazione costituita da un passeggino abitato da bambole e decorato con piante e foglie. Tale opera potrebbe avere anche un fine costruttivo? Certamente si, in quanto la mente dell’osservatore viene colta dal desiderio di nutrire e proteggere la vita non solo alla nascita ma in ogni sua fase di crescita.

Nel percorso espositivo allestito a Milano, dal titolo Animali addomesticati, è possibile posare lo sguardo su scatti di bambini che attraverso una fase ludica interrazziale si esprimono con quel candore tipico della giovanissima età, ancora puro, inviolato e vero, ove il fine è ricordare al fruitore l’esistenza di una splendida fase di vita  libera da turbamenti e inganni. O almeno così dovrebbe essere.

Si tratta di una mostra riflessiva, colma di contenuti attuali, che vista la loro intensità  volgono spesso al riverbero del pensiero. E’ un allestimento che costringe l’uomo a riflettere sulla realtà, facendolo finalmente uscire da quel mondo utopico in cui tutto è perfetto, dove non esistono problematiche.

Dal 24 Maggio 2017 al 06 Giugno 2017

MILANO

LUOGO: Galleria d’Arte Contemporanea Statuto13

CURATORI: Massimiliano Bisazza

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 347 2265227

E-MAIL INFO: info@statuto13.it

SITO UFFICIALE: http://www.statuto13.it

Lorenzo Quinn. Support

E’ stata inaugurata venerdì 12 maggio, alla presenza del Sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, la nuova scultura monumentale di Lorenzo Quinn, artista tra i più apprezzati a livello internazionale, figlio dell’attore hollywoodiano Anthony Quinn e della seconda moglie, la costumista veneziana Iolanda Addolori.

L’interessante progetto artistico, un’installazione che emerge dall’acqua in Canal Grande nell’area di Rialto, tra la Ca’ D’Oro e Campo Santa Sofia, è patrocinato dal Comune di Venezia e promosso da Halcyon Gallery con il sostegno di Ca’ Sagredo Hotel.

L’opera monumentale – un’installazione tra gli 8 e i 9 metri di altezza – rappresenta due mani che sostengono simbolicamente il Palazzo Ca’ Sagredo di fronte al quale emergono; la scultura segna l’evoluzione artistica di Quinn e la sua sperimentazione con nuovi materiali e nuove prospettive orientate a trasmettere la sua passione per i valori eterni e le emozioni autentiche. Esempio di un’arte armonica ed equilibrata, è stata concepita per rappresentare le più recenti riflessioni dell’artista sulle problematiche ambientali e sulle variazioni del clima che oggi la nostra società si trova ad affrontare.

Meditando sull’ambivalenza della natura umana, con le sue potenzialità di creazione e distruzione, e sulla capacità dell’uomo di influenzare con il suo operato il corso degli eventi e l’ambiente, Quinn ci parla dell’opportunità concreta di raggiungere un maggior equilibrio con il nostro Pianeta, in termini sia economici sia ambientali sia sociali.

Le mani, strumenti che possono tanto distruggere il mondo quanto salvarlo, trasmettono un istintivo sentimento di nobiltà e grandezza in grado anche di generare inquietudine, poiché il gesto generoso di sostenere l’edificio ne evidenzia la fragilità.

L’installazione sarà visibile al pubblico dal 13 maggio al 26 novembre; per tutto il periodo dell’esposizione di Support, all’interno dell’Hotel Ca’ Sagredo saranno in mostra alcune versioni di altre opere di Lorenzo Quinn, fra cui Leap of Faith, esposto all’Hermitage Museum di San Pietroburgo nel 2011, The Four Loves e Love,collocate in Berkeley Square e Millbank a Londra nel 2017.

Per Quinn, la scultura è strumento di comunicazione, una forma artistica attraverso la quale intende promuovere la tolleranza, la comprensione reciproca e l’armonia.

Fino al 26 Novembre 2017

VENEZIA

LUOGO: Hotel Ca’ Sagredo

ENTI PROMOTORI:

  • Halcyon Gallery
  • Patrocinato dal Comune di Venezia

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 041 2413111

E-MAIL INFO: info@casasagredohotel.com

Gianluca Corona e Claude Jammet. Erbario – Bestiario

«Credo di aver deciso di intraprendere questo mestiere proprio per il desiderio di voler raggiungere certi effetti di luce e di colore. E’ la possibilità di rappresentare e di elevare un soggetto, anche il più apparentemente banale, ad un livello superiore, al ruolo di icona, di archetipo assoluto».

Poco tempo fa abbiamo avuto modo di incontrare l’attività artistica di Gianluca Corona, esponente della giovane figurazione italiana, incentrata sulla natura morta. Ecco che il 20 Maggio una nuova esposizione prende corpo alla Galleria Cristina Busi di Chiavari, in provincia di Genova.

Claude Jammet è nata in Zimbabwe da genitori francesi. Cresciuta e formatisi in Kenya, India e Giappone, si è trasferita all’età di 19 anni in Sudafrica, dove ha intrapreso la carriera di pittrice. Ora vive e lavora in Italia.

«La credenza comune vuole che gli animali non abbiano anima. Ho vissuto troppe esperienze che indicano il contrario, quindi quando gli animali entrano nella mia pittura ciò non avviene soltanto per ragioni simboliche, ma come segno di parentela». (C. Jammet)

Circa venti oli su tavola e su tela, protagonista per eccellenza: la natura.

La natura vegetale è approfondita da Gianluca Corona, con le sue nature morte ne indaga la forma e la bellezza. La natura animale è invece indagata da Claude Jammet che ne sente le molteplici affinità e con essa ha stretto un grande legame empatico.

Per entrambi gli artisti il lavoro richiede tempi lunghi, è meticoloso, scrupoloso; le richieste delle loro opere sono molteplici essendo artisti di risonanza internazionale. Sono quindi particolarmente orgogliosa di poter presentare le loro ultime opere: una ventina di oli su tavola o tela.

 

 

Dal 20 Maggio al 25 Giugno 2017

Galleria Cristina Busi

Via Martiri della Liberazione, 195, Chiavari (Genova)

Dal martedì alla domenica, dalle ore 17:00 alle ore 20:00

Sabato e domenica dalle ore 10:00 alle ore 12:00 e dalle ore 17:00 alle ore 20:00

 

Vernissage, Sabato 20 Maggio ore 17:00

Temperantia di Pablo Betti

The AB Factory nel suo continuo supporto alla crescita umana e professionale degli artisti è lieta di presentare la mostra fotografica di Pablo Betti, un artista internazionale argentino. La mostra sarà possibile visitare fino al 27 maggio negli spazi di The Ab Factory, un’esposizione artistica che sarà un evento indispensabile per acquisire tutti gli strumenti adeguati per capire l’arte nel suo sistema.


Le sue opere non sono paesaggi, sono orizzonti e visioni aeree della mente, del pensiero astratto che trova forma nelle regole della mente, mentre il colore e la composizione sono intime composizioni, memorie direttamente estratte dall’infanzia dell’artista della sua terra natia. Gli echi della pittura sembrano risuonare nel racconto raffinato dell’artista, per meglio leggere tra le righe del “racconto”, per farsi trasportare dall’emozione, dalla luce dei cromatismi e dai percorsi delle forme disegnate su una superficie piana come la tela o a rilievo come la tessitura.

Pablo Betti è un artista che intende rivolgersi a un vero mercato dell’arte fatto dal pubblico e non dallo spazio espositivo. Gli attori principali dell’arte sono lo stesso pubblico, che offre oggi il mondo dell’arte e come si colloca all’interno del panorama artistico. Le sue opere sono intime memorie strappata dalla sua terrà, dove il colore riflette il suo stato d’animo, illuminato da rapide e intense pennellate calde. I colori sono una ricerca continua per ritrovare se stesso, le sue radici. La sua arte è quasi un racconto da leggere nel profondo silenzio per cogliere l’intimo dell’artista. Le sue opere spesso diventano icone del suo tempo, avvolti da quel fascino misterioso che coinvolge lo spettatore nella sua rete. Le immagini apparentamene semplici trasmettano una carica emotiva abbastanza forte da essere contemplate nel profondo silenzio.

La mostra sembra suggerire un percorso cronologico della vita dell’artista passando da tele calde a quelle fredde.

via Alagon Cagliari

fino al 27 maggio

Dalle 10,00 alle 18,00

Aeropittura. La seduzione del volo

Illuminati da una fatalità estetico-plastica…siamo entrati con l’aeropittura nella piena sensibilità aerea (Prampolini 1932). In un periodo in cui l’aviazione italiana toccava i suoi vertici tecnologici gli artisti affrontano la rappresentazione del dinamismo dove il movimento non è più solo dell’oggetto rappresentato, ma anche dell’artista stesso.

In mostra oltre sessanta opere, provenienti da collezioni private, tra dipinti e disegni: Crali, D’Anna, Forlin, Fasullo, Bonetti, Bonifazi (Virgì), Voltolina (Novo), Mori, Tulli, Caviglioni. Padova, la città da cui Gabriele D’Annunzio ospite della contessa Lucia Giusti del Giardino, partì nel 1918 per il suo celebre volo su Vienna, rende così omaggio alla seduzione del volo. L’aeropittura è una declinazione pittorica del futurismo che si afferma negli anni successivi alla prima guerra mondiale.

Come espressione del mito della macchina e della modernità caratteristico del movimento marinettiano, l’aeropittura manifesta l’entusiasmo per il volo, il dinamismo e la velocità dell’aeroplano.

Fino al 30 Luglio 2017

Padova

Luogo: Musei Civici Eremitani

Enti promotori:

  • Comune di Padova – Settore Cultura Turismo Musei e Biblioteche

Costo del biglietto: intero € 10, ridotto € 8

Telefono per informazioni: +39 049 8204551

E-Mail info: musei@comune.padova.it

Sito ufficiale: http://padovacultura.padovanet.it

Alì Nassereddine. Naturae

Ali Nassereddine, artista libanese che vanta numerose mostre a livello internazionale,  ci regala attimi intensi con i suoi paesaggi delicati – con possibili riferimenti ai moti dell’anima – e sublimi in cui la sua vena lirica ha modo di manifestarsi con accenti delicati e sorprendenti.

Compostezza nelle forme e lirismo poetico accompagnano le opere di questo artista che sembra volerci svelare un codice del tutto personale, contemplativo, fatto di ricordi che vanno al di là dell’intento naturalistico.

Acrilici materici su tela si stagliano sulle pareti e ci raccontano storie di umanità contemporanee che si legano al vissuto e alle percezioni dell’artista ma che si insinuano dolcemente nella mente del fruitore; facendolo sognare e attingendo  alla propria memoria.

Naturae è una mostra molto intimista e dipinta con maestria e delicatezza dall’artista Nassereddine  nonostante riveli al contempo, grazie all’effetto materico della pasta pittorica e dei segni grafici apposti volutamente dalla mano del pittore, una tangibile introspezione che vira all’osservazione dell’anima e del sentire umano.

Cromatismi mai troppo accesi e sempre lavorati col  pennello in modo sapiente sono alla base della tecnica artistica e dell’espressività creativa nella mostra meneghina: Milano di fatto è un  luogo dove peraltro l’artista vanta numerose esposizioni di successo anche a livello istituzionale.

Il lavoro artistico dell’artista Nassereddine esprime la propria poetica tramite la sua arte  pittorica con l’ausilio di delicate trame di colori spesso tenui e volutamente pieni di leggiadria cromatica che si affacciano sulle tele con grande garbo; mostrando al fruitore la profonda sensibilità di cui quest’artista è capace, evitando spontaneamente frizioni concettuali e lasciandosi librare dalle sensazioni che avverte a pelle, con “morbidezza”  pittorica, con grande carattere e notevole compostezza.

Dal 10 Maggio 2017 al 23 Maggio 2017

Milano

Opening: 10 maggio 2017 dalle 18,30 alle 21

Luogo: Galleria d’Arte Contemporanea Statuto13

Curatori: Massimiliano Bisazza

Telefono per informazioni: +39 347 2265227

E-Mail info: info@statuto13.it

Sito ufficiale: http://www.statuto13.it

Pablo Echaurren. Du champ magnétique. Opere 1977-2017

L’esposizione propone una serie di opere realizzate nell’arco di quarant’anni in cui Pablo Echaurren dialoga con l’ombra del padre dell’arte concettuale Marcel Duchamp. Il percorso della mostra si sviluppa lungo lo spazio fisico della Scala Contarini del Bovolo, che nella sua forma a spirale (bovolo in dialetto veneziano significa chiocciola) rimanda emblematicamente alla coppia di opposti alto/basso e ascesa/discesa.

Traendo spunto dall’opera duchampiana Nu descendant un escalier, l’artista ha concepito una serie di cartelli segnaletici che invitano lo spettatore, con un gioco di parole onomatopeico, a salire le scale (Nous ascendants un escalier) e poi a discenderle (Nous descendants un escalier).

La mostra è anche un viaggio nel tempo lontano/vicino e immaginato/vissuto che collega tre date: 1917, 1977 e 2017.
1917: anno in cui Duchamp presenta il ready-made Fountain, l’opera provocatoria per antonomasia.
1977: abbandonata per qualche tempo la professione di artista, Echaurren, legandosi alla corrente ironica e creativa dei cosiddetti indiani metropolitani, elabora con il gruppo un nuovo linguaggio collettivo basato sull’uso delle provocazioni duchampiane ma in chiave politica, creando fanzine, disegni, collage e dando vita a happening a sorpresa.
2017: l’artista decide di recuperare i materiali legati a quei momenti, quaderni, appunti scritti e disegnati, proponendo anche nuovi lavori che mettono in evidenza la possibilità di servirsi ancora oggi di Duchamp come un palinsesto su cui tracciare un percorso personale.

Il fulcro della mostra è rappresentato da una serie di collage che entrano in rotta di collisione con i materiali cartacei della boîte verte, la scatola duchampiana intitolata La mariée mise à nu par ses célibataires, même (1934). Un’opera che rappresenta per Echaurren non solo un personale oggetto d’affezione ma anche uno stimolo e uno spunto di riflessione sul fare arte come prassi legata alla dimensione del pensiero.

La scatola, com’è noto, contiene la riproduzione di appunti, foto, disegni e fogli strappati relativi all’elaborazione del Grande Vetro. Una sorta di cassetta degli attrezzi ma anche un potenziale collage. Echaurren, che sin dal 1969 ha praticato la via del collage accanto alle altre discipline artistiche, ha utilizzato copie dei facsimile della boîte per realizzare cinquanta lavori in un’ideale partita a scacchi con il grande maestro. Al fine di rimarcarne l’importanza, un esemplare originale della scatola è materialmente presente nella mostra.

A conclusione dell’itinerario, la scultura di ceramica U/siamo tutti Duchamp, una copia dello storico orinatoio firmato R. Mutt, sulla quale Echaurren è intervenuto applicandovi una sorta di tatuaggio realizzato con una tecnica desunta dal compendiario della grottesca faentina cinquecentesca, trasformando così l’oggetto in una suppellettile straniante attraverso un détournement in bilico tra medioevo, graffitismo, passato e presente, alto e basso.

Dal 09 Maggio 2017 al 15 Ottobre 2017

Venezia

Inaugurazione martedì 9 maggio ore 18-21

Luogo: Scala Contarini del Bovolo

Curatori: Raffaella Perna, Kevin Repp

Enti promotori:

  • Galleria d’Arte Maggiore G.A.M. di Bologna in collaborazione con la Fondazione Echaurren Salaris di Roma

Form and Space – Concetti Spaziali

In occasione della 57^ mostra internazionale d’arte di Venezia, La Galleria, sede italiana della Galerie Dorothea van der Koelen di Magonza, presenta le opere di dieci artisti di fama internazionale provenienti da sei Paesi, nell’esposizione Form and Space – Concetti Spaziali.

Il titolo dell’esposizione si riferisce all’artista Lucio Fontana, che ha battezzato una gran parte della sua opera Concetto Spaziale. Fontana dal 1949 ha creato i suoi primi Buchi, dal 1958 in poi ha lavorato ai Tagli, che non solo hanno distrutto le tele fisicamente, ma anche squarciato i presupposti fondamentali della pittura tradizionale in generale.

La Galleria – che da sempre si distingue per un carattere rigoroso, bello e divertente, ma (quasi) sempre astratto: concreto/concettuale/costruttivo – ospita dunque su queste linee giovani talenti, presenti a Venezia per la prima volta, a fianco di noti artisti già ospiti di Biennale.

Daniel Buren, importantissimo esponente dell’arte concettuale francese, sarà presente con un’opera in vetro colorato, in diretto rimando alla personale dell’artista tenutasi al Guggenheim di New York. In omaggio al grande maestro della concrete art François Morellet, scomparso lo scorso anno, verrà presentato uno dei suoi ultimissimi lavori. Il contributo italiano alla mostra è da parte di Turi Simeti, membro del Gruppo n. L’artista è considerato un esponente diretto delle opere d’arte note come Concetti Spaziali.  L’artista internazionale Lore Bert presenta un nuovo grande quadro-oggetto in carta giapponese colorata, creato appositamente per l’occasione e ispirato alle architetture veneziane. Sebastian Dannenberg è un eccezionale giovane talento, ed espone nella Galleria per la prima volta i suoi lavori di pittura spaziale.  Mohammed Kazem, astro nascente della scena contemporanea degli Emirati Arabi porta quest’anno il suo lavoro più recente, sintesi di luce e spazio, fotografia e materialità. Jan van Munster, già ospite in Galleria nel 2016, con l’opera Clone- Brainwave incornicia il tema della visualizzazione del pensiero in un lavoro di prorompente energia. Arne Quinze, giovane artista già molto noto per le sue monumentali installazioni in legno coloratissimo, sarà presente con un lavoro della serie Bidonville, una riflessione personale sullo sviluppo urbano. L’artista tedesca Vera Röhm presenta i suoi Ergänzungen (Completamenti) sculture che combinano materiali naturali e artificiali in modo simbiotico. Saranno presenti in mostra anche le opere evocative in metallo, di struttura quasi pittorica, dello scultore tedesco Wulf Kirschner.

L’inaugurazione si svolgerà Martedì 9 Maggio 2017 alle ore 17 presso La Galleria.
Il discorso di apertura inizia alle 18, seguirà un aperitivo in giardino.

Dal 09 Maggio 2017 al 26 Novembre 2017

Venezia

L’esposizione resterà aperta al pubblico dal lunedì al sabato (h 10 – 19:30)

Luogo: La Galleria Dorothea van der Koelen

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 041 52 07 415

E-Mail info: info@galleria.vanderkoelen.de

Sito ufficiale: http://www.galerie.vanderkoelen.de/