Le metamorfosi dell’essere: Greenhouse di Gianfranco Baruchello a Milano

Per la prima volta nella sede del Palazzo Belgioioso di Milano, Massimo De Carlo ospita, nell’omonima galleria, Greenhouse esposizione personale di Gianfranco Baruchello. La mostra è un grande excursus storico–artistico che ripercorre la lunga e intensa vita dell’artista presentando una ricca serie di opere realizzate tra il 1960 e il 2016. La ricerca di Baruchello affonda le sue radici nell’intimo rapporto con il grande artista francese Duchamp; il suo percorso artistico è arricchito poi dall’esperienza dell’espressionismo astratto newyorkese e dal fervido scambio d’idee con alcuni dei più grandi filosofi e critici del secolo, tra cui Jean-François Lyotard e Félix Guattari, protagonisti di una serie di film e interviste pensate e progettate dallo stesso Barruchello.

La mostra rinnova completamente lo spazio espositivo, anticipando e permettendo un’immersione totale nella specificità artistica ‘baruchelliana’. La scultura, quasi minimalista, centrale di Greenhouse enfatizza ed esemplifica la comprensione dello spazio, sia fisico che psicologico, inteso come un linguaggio universale incastrato nella continua relazione tra uomo, ambiente e spazio urbano in costante dinamismo e mutamento. Attraverso il sottile e fragile sistema proposto da Baruchello si creano gesti, metamorfosi e verità uniche che hanno sempre un punto di unione con l’uomo e il suo rapporto con i meccanismi della mente attraverso gli elementi più puri che compongo l’intero universo tra i quali la natura. La natura è, infatti, per l’artista uno spazio aperto che va ricodificato attraverso miniature su grandi tele, riduzioni su grande scala e sculture minimali o che occupano una parte di una stanza con l’intento unico di racchiudere tutta la natura possibile al suo interno.

I micro sistemi di Baruchello sono, infatti, una delle tante esperienze prodotte dall’artista nella sua lunga carriera; a questi si affiancano produzioni di libri, film e grandi tele, dittici o trittici attraverso cui l’artista esemplifica, nella codificazione linguistica a lui più cara, aspetti della storia dagli anni Settanta ad oggi: le lotte femministe o la guerra in Vietman. Attraverso queste rappresentazioni, ripercorse tramite l’atto artistico, Baruchello cerca di decifrare la stratificazione dell’informazione di quegli anni trasformando in gesti e piccole miniature, il tentativo di ribellione nei confronti di un sistema ancora troppo marginale e chiuso.

Greenhouse è sicuramente uno degli appuntamenti imprescindibili per gli appassionati di arte che merita non soltanto una visita, ma un’esperienza extrasensoriale tout court che presuppone un’immersione totale nel mondo d’altri tempi (seppur sempre attuali) dell’artista più grande di sempre: Gianfranco Baruchello.

Gianfranco Baruchello, Greenhouse, installation views (www.massimodecarlo.com) Gianfranco Baruchello, Greenhouse exhibition view(www.massimodecarlo.com) Gianfranco Baruchello, Greenhouse, 1977(www.artribune.com). Gianfranco Baruchello, Greenhouse, exhibition view(www.massimodecarlo.com) Gianfranco Baruchello, Greenhouse, exhibiton view(www.massimodecarlo.com)

Greenhouse

Massimo De Carlo, Milano

Piazza Belgioioso 2

20121 Milano, Italia

26/ 01/ 2017 – 18/ 03/ 2017

Orario: dal martedì al sabato dalle ore 11.00 alle ore 19.00

Tel: +39 0270003987

Collezione Giuseppe Iannaccone. Italia 1920-1945. Una nuova figurazione e il racconto del sé

La collezione, nata nei primi anni Novanta, abbraccia un arco temporale che va dal 1920, anno del dipinto L’attesa di Ottone Rosai, al 1945, con Il postribolo di Alberto Ziveri. La raccolta riunisce opere di artisti che hanno sviluppato, durante il venticinquennio, visioni individuali e collettive controcorrente rispetto alle politiche culturali di ritorno all’ordine e classicità monumentale novecentista.

I due estremi cronologici raccontano bene una storia di cultura innovatrice, di furori giovanili non sopiti, persino di franca opposizione contro il ritorno alla tradizione nazionale, le mitologie neoumanistiche del fascismo e le consolazioni offerte da alcune correnti formaliste e astratte. Realizzate tra il 1920 e il 1945, le opere hanno fatto i conti con una cultura figurativa europea che ha riconosciuto nella forza eversiva del segno e del colore la propria identità.

La raccolta di Giuseppe Iannaccone è lo specchio dell’animo umano, dei sentimenti di un’Italia in pieno fermento, di in un’epoca in cui la voglia di ricostruire il Paese incrociava la sofferenza per le violenze del regime e delle guerre. Un’originale e importante testimonianza di una stagione creativa, complessa e vitale, dell’arte italiana del Novecento.

Collezione Giuseppe Iannaccone, Fonte arte.it

Dal 01 Febbraio 2017 al 19 Marzo 2017

Milano

Luogo: Triennale di Milano

Curatori: Alberto Salvadori, Rischa Paterlini

Enti promotori:

  • Fondazione La Triennale di Milano
  • Giuseppe Iannaccone

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39.02.724341

E-Mail info: info@triennale.org

Sito ufficiale: http://www.triennale.org

Jos de Gruyter & Harald Thys. Elegantia

Elegantia è la prima personale del duo di artisti belgi Jos de Gruyter & Harald Thys in un’istituzione italiana. Concepita come la costruzione di un ambiente preciso in dialogo rigoroso con le sale del Palazzo dell’Arte, Elegantia è stata immaginata come una messa in scena dell’idea stessa di “mostra”, riflesso mentale e miraggio artificiale di un allestimento. Indirettamente ispirata dalla ricca, complessa e ipertrofica storia di produzione e presentazione che caratterizza la Triennale e il suo Palazzo, la mostra è la caricatura di un’architettura, l’immagine di un’esposizione sulle “belle arti”, che si rivela – dopo pochi attimi di straniamento – come un catalogo ambiguo di orrori e solo apparenti normalità.

In trent’anni di lavoro insieme Jos de Gruyter & Harald Thys hanno dato forma a un corpus di opere eterogeneo e complesso che muove dalla produzione video per abbracciare poi il disegno e la scultura, l’installazione, il suono e la performance.

Sedotti e terrorizzati dalle regole meccaniche della società – psicologia della dominazione e dell’umiliazione – e dal dramma crudo della quotidianità, gli artisti danno vita a mondi paralleli attraverso la compilazione ossessiva di cataloghi e liste: persone, oggetti, macchine, animali, pezzi di architetture e angoli di città. Figure e personaggi della paura e dell’innocenza, della depravazione e della leggerezza sono presentati sulla scena senza gerarchia, giudizio morale o interpretazione sociale. Piatti e immobili, bidimensionali e stereotipati, sono abitanti di uno spazio ideale e distopico, testimoni muti e inermi del nostro mondo.

L’architettura della mostra è allestimento e esso stesso opera: un’enfilade di archi in falsa prospettiva – quasi ironicamente enfatizzata per proporzioni – è infatti l’immagine manifesto di un monumento che ostenta se stesso per poi rivelarsi piatto e tragi-comicamente inutile.

Una serie di teste – in gesso e pittura, concepite appositamente per Triennale di Milano – si allinea lungo l’enfilade di stanze e quinte disegnate: in apparenza teste classiche, in verità quasi campioni microcefali di civiltà indigene – pupille dilatate, attonite e spaventate di fronte alla realtà. Le poderose sculture bianche che abitano la mostra non sono corpi in marmo dalle forme auree, ma pesanti figure metalliche bidimensionali (White Elements, 2012-2016) dai volti perturbanti. Una sequenza di ritratti (Les Enigmes de Saarlouis, 2013); un gruppo di sculture in terra cruda (Der Schlamm von Braanst, 2008) provenienti da un disumano e inquietante laboratorio di ceramica; piccoli esperimenti sulla forma umana (White Elements, prototipos, 2016); una lunga serie di acquarelli dai soggetti ambigui (Fine Arts, 2015) e infine un’alta fontana da interni dalle fattezze umane e meccaniche (De Drie Wijsneuzen, 2013) completano il corpo di una mostra enigmaticamente classica e sottilmente rivelatrice.

Fonte arte.it

Fino al 29 Marzo 2017

Milano

Luogo: Triennale di Milano

Curatori: Francesco Garutti

Costo del biglietto: Intero € 6, Ridotto € 5 / 4.Biglietto unico per tutte le mostre € 10

Telefono per informazioni: +39.02.724341

E-Mail info: info@triennale.org

Sito ufficiale: http://www.triennale.org

Mario Washington. Prospettive fotografiche

La mostra Mario Washington. Prospettive fotografiche curata da Giovanni Pelloso e ospitata nella sede del Family Banker Office di Banca Mediolanum a Milano, a pochi passi dal Duomo, offre fino al 17 marzo una lettura della ricerca degli ultimi anni del giovane fotografo milanese.

Il percorso espositivo con quindici opere di medio e grande formato presenta l’espressione artistica di Washington, e illustra al visitatore una costellazione di mondi e di rappresentazioni, unita a una varietà di tecniche innovative, come la stampa diretta a getto d’inchiostro ultravioletto su resina.

Partendo dalla propria esperienza visiva, Mario Washington propone una libera esecuzione il cui ritmo compositivo intervalla linee, volumi, forme, colori e al lettore è consegnata una realtà altra, spesso estranea al quotidiano e allo stesso tempo essenziale. Nuove figurazioni si sommano in una produzione estetica, mai decorativa, che abbraccia l’autonomia espressiva e il rimando a significati diversi. In alcuni lavori astratti, abbandonato ogni riferimento e ogni imitazione della realtà, la fotografia vive di inattese impressioni e improvvisazioni nate dall’intimo. Si coglie una presenza che sorge dall’intuizione e dall’incontro con elementi semplici e con le tante espressioni dell’abitare e del vivere umano.

Si ringrazia il Dott. Claudio Chiumenti per aver proposto e voluto la mostra.

Mario Washington, Fonte arte.it

Fino al 17 Marzo 2017

Milano

Luogo: Family Banker Office – Banca Mediolanum

Curatori: Giovanni Pelloso

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 333 6732103

Marco Colombo. Inaugurazione mostra fotografica

L’associazione culturale May Mask ha presentato lo scorso 21 gennaio l’inaugurazione di una mostra fotografica sull’artista, divulgatore scientifico e fotografo Marco Colombo. Le sue foto, articoli scientifici, sono divulgatrici di un’arte basata su quella luce che valorizza il soggetto, in grado di portare avanti una ricerca che riesce a far ritornare a un gesto semplice ed essenziale.

Nasce una nuova figura d’artista, un comunicatore, che predilige luoghi non convenzionali, dove lo spazio e lo spettatore diventano parte integrante della performance. L’artista intende inoltre sviluppare un’intensa attività di ricerca e sperimentazione tra diversi linguaggi espressivi-artistici, messi a confronto con le tematiche sociali più attuali.

Le fotografie rappresentano frazioni di secondo della vita, esibiscono comportamenti interessanti o pose caratteristiche, in una luce accattivante dedita a creare una visione unica della natura.

Marco Colombo ha dato importanza al tutto, alla storia, al complesso, rispetto alla vana ricerca di singole immagini perfette. La rappresentazione della bellezza scomposta in singole parti è inevitabile per comprendere il filo conduttore dell’arte. Il connubio tra la natura e il suo habitat è messo in risalto da uno studio accurato della luce, come un elemento fantastico che accarezza l’ambiente, creando un’arte che deve essere letta in tutte le sue singole parti.

L’obbiettivo della mostra ha per fine la realizzazione e la valorizzazione della cultura e delle arti, nonché di avvicinare i visitatori al mondo dell’arte e della natura, caratterizzata da un approccio interattivo, coinvolgente, volta a far conoscere un viaggio della natura italiana fatto di acqua e di luce, una luce magistralmente dominata dal giovane fotografo. La natura si tramanda alla mente non come qualcosa di asettico, ma come qualcosa in continua evoluzione. Essa non viene sradicata dal suo ambiente ma valorizzata attraverso uno studio, dove l’artista si mimetizza con l’ambiente circostante.

Marco Colombo

 Fino al 5/02/2017

dal martedì alla domenica

dalle ore 10,00 alle 13,00 e dalle 17,30 alle 21,00

al May Mask Cagliari

 

Giorgio de Chirico. Quell’uom di multiforme ingegno

29 ARTS IN PROGRESS gallery di Milano apre il nuovo anno con una rassegna dedicata a Giorgio de Chirico (Volos, 1888 – Roma, 1978), uno degli artisti più importanti e riconosciuti del XX secolo.

Con questa iniziativa, 29 ARTS IN PROGRESS gallery, realtà tra le più attente all’arte contemporanea e alla fotografia, con forti radicamenti nella tradizione culturale e figurativa occidentale, si apre all’indagine della ricerca di grandi maestri del Novecento.

L’esposizione, in programma fino all’11 febbraio 2017, curata da Nikolaos Velissiotis, propone 30 opere, tra dipinti, disegni, sculture in bronzo e litografie acquarellate da de Chirico stesso e rappresenta un omaggio al maestro, proprio nella città che ha ospitato, a Palazzo Reale, nel 1980, una grande antologica del suo lavoro, a due anni dalla sua scomparsa.

Il titolo della mostra, Quell’uom di multiforme ingegno, tratto dall’invocazione alla Musa dall’Odissea di Omero, accomuna la figura di Ulisse a quella di de Chirico. Come afferma il curatore, che condivide con l’artista lo stesso luogo di nascita, «Non è abituale accostare il nome di de Chirico a Ulisse. Il suo nome fa piuttosto riferimento a Ermes – Chirico in greco significa il messaggero degli dei – o a uno dei Dioscuri, figli di Giove. Invece credo che Ulisse sia il nome più appropriato considerando la molteplicità dei suoi interessi, i continui spostamenti e l’inevitabile ritorno nietzschiano, da lui più volte descritto nei suoi testi».

G. de Chirico, Malinconia, 1972, Fonte arte.it

Fino al 11 Febbraio 2017

Milano

Luogo: 29 Arts in Progress Gallery

Orari: da martedì a sabato 11-19. Altri giorni e orari su appuntamento

Curatori: Nikolaos Velissiotis

Costo del biglietto: Ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 02 94387188

E-Mail info: info@29artsinprogress.com

Sito ufficiale: http://www.29artsinprogress.com/

“Vitriol”. Disegni di Gillo Dorfles, 2016

Vitriol è un personaggio fantastico, inventato da Gillo Dorfles, presente la prima volta nel dipinto del 2010, esposto in mostra, poi di nuovo protagonista di una serie di disegni e di appunti, realizzati nella seconda metà del 2016. Vitriol è uno degli acronimi più utilizzati dagli alchimisti, le cui iniziali stanno al posto di “Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem”, ovvero “Visita l’interno della terra e, con successive purificazioni, troverai la pietra nascosta”, che è la vera medicina.

Come afferma lo stesso Dorfles, nel dialogo con Aldo Colonetti e Luigi Sansone, «attraverso la figurazione, molto spesso si riesce ad andare al di là della propria “conoscenza cosciente”, per approdare a una sorta di figurazione dell’inconscio: alcuni mie disegni provengono dall’inconscio, e si affacciano sul foglio di carta attraverso elementi figurativi che ovviamente derivano da uno stato di coscienza, non razionalizzato».

È il Dorfles pittore che parla, ma soprattutto lo studioso di psichiatria, lettore attento di Goethe, Jung e Rudolf Steiner, una sorta di filo conduttore presente in tutti suoi scritti, soprattutto là dove affronta il tema della “creatività”, accanto a quello dell’interpretazione. In totale, accanto al dipinto del 2010, sono esposti, per la prima volta, 18 disegni, che rappresentano un’assoluta novità, in quanto sono altrettanto capitoli di una storia che è un viaggio, anche un po’ misterioso, alla ricerca della “pietra nascosta”.

È sorprendente come Dorfles non si stanchi mai di ricercare, di andare oltre il limite della conoscenza, senza mai abbandonare il controllo di una ragione, aperta, eclettica come eclettica è la sua figura di intellettuale: «la tecnica serve soprattutto a rendere visibile, diciamo tangibile, quello che è il pensiero occulto, o comunque non del tutto razionalizzato».

Vitriol, così enigmatico nella sua composizione alfabetica, come se arrivasse da un altro mondo, si trasforma, in questi ultimi disegni, in una figura, certamente fantastica, ma che nel suo insieme ci ricorda da dove veniamo, chi siamo ma soprattutto dove tentiamo di andare. Vitriol è anche, forse soprattutto, un saggio filosofico, nel quale la dimensione estetica ci parla di un corpo “eterico” che è diverso da quello fisico ma che non è ancora la pura spiritualità, come ci ammonisce lo stesso Dorfles.

G. Dorfles, 2016, Fonte arte.it

Fino al 05 Febbraio 2017

Milano

Luogo: La Triennale di Milano

Curatori: Aldo Colonetti, Luigi Sansone

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39.02.724341

E-Mail info: info@triennale.org

Sito ufficiale: http://www.triennale.org

Trastevere cuore romano del contemporaneo. Gabriele de Santis a Frutta Gallery e Year of the Monkey a Galerie Emanuel Layr

Doppia inaugurazione giovedì scorso nel cuore trasteverino della capitale. Due giganti dell’ambiente contemporaneo mondiale si sfidano a colpi di vernissage, creando una coalizione tra vicini e dando, ancora una volta, un ampio respiro di produttività e circolazione di idee nel (forse) più fervido quartiere che ha il suo trait d’union nella contemporaneità artistica dei giorni nostri. Da una parte la già conosciuta Frutta Gallery di James Gardner e dall’altra la recentissima Emanuel Layr Galerie, che torna sulla scena romana dopo l’esperienza temporanea in via del Vantaggio, con una vera e propria galleria che possa mettere in moto una produzione d’idee e uno scambio continuo tra Italia e il resto del mondo.

Gabriele de Santis, artista autoctono, torna a distanza di due anni dalla sua precedente mostra presso Frutta Gallery, con un’opera site specific tra arte urbana, citazioni e operazioni di straniamento e irritabilità. Truth to be told occupa come in una sorta di horror vacui tutte le pareti della galleria, trasformate dall’artista romano per accogliere lo spettatore in un ambiente di comune semplicità di visione, utilizzando propriamente aspetti dell’arte di strada per poi inserire, come di consueto, l’errore o l’intermittenza e distogliere, confondere e straniare, il fruitore attraverso dichiarazioni e statements disturbanti. Tipicamente imperniato nella sua capacità comunicativa, anche in questo caso Gabriele de Santis ha messo a portata di tutti un’arte partecipativa che obbliga chi osserva ad entrare nel processo dinamico e irriverente di continui giochi iperbolici, rimandi improbabili che sfuggono a uno sguardo veloce e incontrollato.

Mentre la sala di James Gardner ci riporta a casa, Emanuel Layr ci proietta in un mondo culturalmente “infettato” di nomi giovani e provocatori, mettendo in scena l’internazionalizzazione dell’arte. La mostra che ha inaugurato il nuovo spazio del collezionista austriaco, è Year of the Monkey. La collettiva vede inseriti in un calderone culture differenti da Vienna, New York e Berlino i nomi che si susseguono promettono un’esaltante scena artistica di livello internazionale. Juliette Blightman, Lena Henke, Benjamin Hirte, Niklas Lichti, Matthias Noggler, sono i cinque artisti scelti per inaugurare in gran stile il nuovissimo spazio che si instaura in maniera definitiva accompagnato e sostenuto dai vicini, oltre a Frutta Gallery, T293 e Gavin Brown.

Il quartiere trasteverino, sempre più affollato, si sta lentamente confermando come uno dei luoghi di maggiore interesse artistico e tra le vie ammantate di san pietrini, vecchie chiese abbandonate e vedute tradizionalmente romanesche, permette non solo di ispirare e scoprire un’aria di un vecchio passato ancora vivo, ma contemporaneamente si apre al nuovo, al diverso e al dissonante in una continuità di produzioni artistiche pulsanti e incredibilmente affascinanti.

Year of the Monkey, Galerie Emanuel Layr, exhibition view, 2017(www.artribune.com) Gabriele de Santis, Frutta Gallery, exhibition view, 2017(foto dell'autrice) Gabriele de Santis, Truth to be told, Frutta Gallery, exhibition view, 2017 (foto dell'autrice) Year of the Monkey, Galerie Emanuel Layr, exhibition view, 2017(foto dell'autrice)

 

Gabriele de Santis – Truth to be told

Frutta Gallery

Via dei Salumi 53, 00153 Roma

19/ 01/ 2017 – 04 / 03/ 2017

Orario: dal martedì al sabato dalle ore 13.00 alle ore 19.00

Ingresso gratuito

 

 

Year of the Monkey / Rome. Juliette Blightman, Lena Henke, Benjamin Hirte, Niklas Lichti, Matthias Noggler

Galerie Emanuel Layr Rome

Via dei Salumi 3, 00153 Roma

19/01/2017 – 25/ 03/ 2017

Orario: su appuntamento

Attualità di Morandi. Opere donate al Museo dal 1999 ad oggi

Fino al 19 marzo e in occasione di ART CITY Bologna, il Museo Morandi dedica una intera sala del proprio percorso all’esposizione di una serie di opere che dal 1999 a oggi sono entrate a far parte della collezione a seguito di generose donazioni da parte di artisti che, nel loro percorso di ricerca estetica, hanno dichiaratamente guardato all’opera di Giorgio Morandi.

Il Museo lavora da sempre a mettere in relazione la poetica di Morandi e la produzione di artisti che da lui hanno tratto ispirazione, ne hanno colto l’inattesa contemporaneità e hanno trovato nel suo linguaggio risposte alle domande del nostro tempo, portando alla luce nuove possibilità espressive. Questa vocazione, oltre a promuovere inediti accostamenti nel percorso permanente – ad esempio con Eroded Landscape di Tony Cragg – e a dar vita a una serie di mostre personali temporanee – ultima in ordine di tempo quella di Ennio Morlotti – ha fatto sì che con Attualità di Morandi. Opere donate al Museo dal 1999 ad oggi vengano per la prima volta esposte in un’unica sala le opere acquisite tramite donazioni recenti.

David Adika, Julius Bissier, Ada Duker, Alexandre Hollan, Joel Meyerowitz, Zoran Music, Wayne Thiebaud e Marco Maria Zanin sono gli autori dei 19 lavori esposti, diversi per tecnica e soggetto. Attraverso un confronto dialettico con le opere di Morandi si intende offrire al visitatore una nuova chiave di lettura e interpretazione del suo universo artistico, nonché ribadirne la forte presenza nell’immaginario culturale globale e la sua influenza sulla cultura visiva internazionale.

Fonte arte.it

Fino al 19 Marzo 2017

Bologna

Luogo: Istituzione Bologna Musei | Museo Morandi

Curatori: Alessia Masi

Enti promotori:

  • Art City Bologna
  • Artefiera

Telefono per informazioni: +39 051 6496611

E-Mail info: info@mambo-bologna.org

Sito ufficiale: http://www.mambo-bologna.org/museomorandi

Anish Kapoor: un’esplosione di viscere e sensualità al Macro di via Nizza

Torna ad esporre in Italia, con una produzione totalmente rinnovata, la star dell’arte contemporanea Anish Kapoor.

La mostra, a cura di Mario Codognato e visitabile al MACRO fino al 17 aprile, è composta per la maggior parte da opere recenti e inedite, realizzate dall’artista principalmente negli ultimi cinque anni.

Tutte le opere in esposizione si concentrano sui toni del rosso e sui riferimenti al corpo umano, invadendo gli spazi del museo con forme organiche, bitorzolute e brutalmente sensuali che ricordano da vicino certa arte degli anni Sessanta, e si discostano invece nettamente dalle superfici lisce ed eleganti generalmente protagoniste della produzione dell’artista.

Silicone, tela e pittura si trasformano per volere di Kapoor in viscere giganti e carne viva, in ferite aperte, bendaggi e suture, in riferimenti alla natura primordiale dell’uomo e a organi sessuali, generando opere di grande forza espressiva e in grado di coinvolgere lo spettatore in maniera immediata.

Oltre che attraverso le consuete superfici riflettenti e bizzarre architetture – pur in parte presenti all’interno della mostra con lavori come Mirror (Black to Red), Corner disappearing into itself e la monumentale Sectional Body preparing for Monadic Singularity – il pubblico è coinvolto questa volta dall’artista anche attraverso colori e forme evocative, aiutate nel loro effetto dalle grandi dimensioni e dall’affollamento delle opere all’interno dello spazio espositivo.

È la presenza fisica, in sostanza, ciò che conferisce potenza alle opere in mostra, e ne racchiude il senso molto più che qualsiasi interpretazione. Quella di Kapoor è del resto da sempre un’arte che non ha bisogno di nessuna spiegazione, che tralascia il significato per concentrarsi unicamente sulla relazione tra l’oggetto e colui che lo guarda. Un’arte che va quindi vissuta, che può essere compresa solo attraverso il corpo e i sensi, mediante cioè un incontro fisico e ravvicinato.

Proprio per questo motivo chiunque si trovi a Roma da qui ad aprile farebbe bene ad approfittare di questa occasione, e fare in modo che l’incontro avvenga.

Red display, 2012, in mostra al MACRO (foto dell'autrice) Robe, 2012, in mostra al MACRO (museomacro.org) Sectional Body preparing for Monadic Singularity, 2015, in mostra al MACRO (foto dell'autrice) Anish Kapoor in mostra al MACRO (foto dell'autrice) Apocalypse and Millennium, 2013, e Sectional Body preparing for Monadic Singularity, 2015, in mostra al MACRO (museomacro.org) Corner disappearing into itself, 2015, in mostra al MACRO(museomacro.org) Foetal (dettaglio), 2012, in mostra al MACRO (foto dell'autrice) Mirror (Black to Red), 2016, in mostra al MACRO (foto dell'autrice) Mist on the Mountain (dettaglio), 2016, in mostra al MACRO (foto dell'autrice)

Fino al 17 aprile 2017

MACRO Via Nizza, Roma

http://www.museomacro.org/mostre_ed_eventi/mostre/anish_kapoor