Status of Lost Imagery di Antonia Low

Nel Museo Nazionale Romano in Palazzo Altemps ha inaugurato “Status of Lost Imagery”, la prima mostra personale in Italia di Antonia Low. L’artista al momento è borsista dell’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo.

L’installazione Status of Lost Imagery di Antonia Low ha come tema la recente devastazione del museo archeologico di Palmira in Siria.

In una delle sale del Museo di Palazzo Altemps, Antonia Low colloca a terra l’ingrandimento di una fotografia giornalistica, stampata su stoffa, coprendo in questa maniera quasi interamente il pavimento. La foto, scattata dopo la liberazione dallo Stato Islamico nel marzo 2016, mostra lo stato di devastazione di una sala del museo siriano. Su questa immagine a terra l’artista raggruppa delle strutture di metallo sottili, che ricordano i dissuasori usati normalmente per proteggere le opere d’arte. Tali strutture delimitano degli spazi all’apparenza vuoti mentre in realtà inquadrano l’immagine delle sculture distrutte riprodotte nella foto sul pavimento. La devastazione irrecuperabile delle opere d’arte diventa così iconograficamente palpabile.

La mostra è realizzata dall’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo.
Si ringraziano il Soprintendente, Architetto Francesco Prosperetti (Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma) e la Direttrice del Museo, Alessandra Capodiferro, per aver accolto il progetto. Per il Museo il progetto è coordinato da Daniele Fortuna.

Data Fine: 3 luglio 2016
Prenotazione:Facoltativa
Luogo: Roma, Palazzo Altemps – Museo Nazionale Romano
Orario: dalle 9 alle 19.45,
la biglietteria chiude alle ore 19
Telefono: 06 684851
E-mail: sandra.terranova@beniculturali.it
Sito web: http://archeoroma.beniculturali.it

Status of lost imagery

Gianfranco Zappettini a Torino

Gianfranco Zappettini ha svolto anche un ruolo chiave come teorico della Pittura Analitica e nel luglio 1974, scriveva: “Solo attraverso un’indagine analitica che affronti il problema della pittura in quanto pittura, ovvero del materiale, del modo di operarlo, del lavoro che esso implica, della superficie di stesura, della dimensione, si può ricostruire un nuovo linguaggio, veramente autonomo, non mutuato da altre discipline.”

Nella mostra torinese non mancano le più significative sperimentazioni degli anni Settanta quando Zappettini inizia a realizzare i suoi “bianchi” – superfici apparentemente monocrome, attraversate da presenze di linee più luminose – in base ad una ricerca che risale a Piero Manzoni e a Robert Ryman.
Si prosegue poi con le Tele sovrapposte, un ciclo presentato a Documenta di Kassel nel 1977, dove su uno stesso telaio, Zappettini sovrappone più tele, su cui traccia anonime linee a grafite in numero sempre decrescente, fino all’ultima tela nella quale rimane solo la delimitazione dello spazio.

Gianfranco Zappettini

Ampio e articolato è il ciclo de La Trama e l’Ordito iniziato nel 2004: l’ordito, con la sua fissa verticalità, rimanda all’elemento immutabile; mentre la trama, formata dal filo orizzontale che si intreccia con l’ordito, simboleggia l’elemento variabile, contingente, accidentale. Questa serie rappresenta l’occasione per ripensare, senza condizionamenti, a sovrapposizioni di linee verticali e orizzontali, ad infiniti tracciati e a linee di forza che tendono a modificare gli equilibri interni dell’opera in una ritmica tensione tra pieno e vuoto.
La produzione recente ci introduce alle opere dell’ultimo biennio che, caratterizzate da leggerezza e trasparenza, sembrano rimandare alle Tele sovrapposte degli anni Settanta.

La sovrapposizione dei wallnet – reti in fibra di vetro utilizzate nell’edilizia per armare i muri – dipinti con il rullo da imbianchino, nasconde le figure geometriche in realizzazioni dall’aspetto tattile e sensoriale dove compaiono rettangoli, rombi, o più frequentemente cerchi. Un percorso creativo avviato alla fine degli anni Sessanta che consente una riflessione profonda e quanto mai attuale sul media pittorico, attraverso una ricerca autonoma e coraggiosa che non ha mai tradito i suoi presupposti.

Come afferma Alberto Fiz “La primarietà delle scelte (i colori industriali, la sostituzione del pennello con il rullo da imbianchino) e l’analisi degli elementi linguistici di base che interagiscono tra loro, conducono verso una visione consapevole che consente di verificare i dati fondamentali della pittura producendo un risultato di gran lunga superiore ai dati di partenza. L’artista prevede le costanti d’intervento e con esse lo scarto rispetto ad un’idea che ogni volta ha la necessità di trovare una conferma.”

Fino al 10 Luglio 2016

link: Mazzoleni Art

Martedì – Sabato: 10.30 – 13 / 16 – 19
ingresso libero

Piazza Solferino 2, Torino

Ian Davenport a Milano

Sin dalla fine degli anni Ottanta, Davenport ha abbandonato una prima figurazione libera e gestuale per dedicarsi a una sperimentazione che ha la pittura stessa come mezzo e come oggetto della rappresentazione. Muovendosi tra diverse fasi stilistiche, ha messo a punto un modo di dipingere inconfondibile che gioca con la materia stessa.
Nei suoi quadri la vernice, le colature e il movimento del colore sono protagonisti assoluti, e si compongono in un ritmo visivo che alterna momenti di enorme libertà – con la materia gocciolata, lanciata, colata, versata sulla tela o su pannelli metallici – ad azioni di controllo estremo del disegno, attraverso l’utilizzo di siringhe e strumenti non convenzionali.

In questa mostra milanese si parte da lavori della serie “Poured Lines” degli anni 2005-2008, tra cui due studi su carta raramente esposti al pubblico che sono serviti per l’enorme murale commissionato all’artista per il passaggio che si trova sotto al Southwark Bridge di Londra.

Ian Davenport

Si prosegue con opere del 2010-2011 del ciclo “Staggered Lines” in cui la pittura è, secondo Davenport ,“più frammentata”, e la composizione più libera: il colore invece di colare dall’alto pare risalire dal basso, e le strisce caratteristiche di tutto il suo lavoro si fanno più ampie.
A questi lavori si aggiungono dipinti recenti del 2013-2015, e alcuni inediti appena usciti dal suo studio: sono i “d’après” che Davenport dipinge “estraendo” le tavolozze di specifici dipinti di maestri dell’arte classica e moderna.
Per i più nuovi dei suoi “Puddle Paintings” (la serie di grande successo iniziata nel 2008) Davenport osserva e rielabora i colori usati da artisti come Carpaccio o Van Gogh, dominandoli in righe precise nella parte alta del dipinto, e lasciandoli invece fluire in pozzanghere mutevoli nella parte inferiore del pannello, dove la forza di gravità diventa strumento della sua pittura.

In occasione della mostra viene pubblicato un catalogo con un testo critico di Sarah Shalgosky e una conversazione tra Ian Davenport e Pia Capelli.

Fino al 23 Luglio 2014

link: Galleria Tega

dal Lunedì al Sabato 10-13/15-19
ingresso libero

Via Senato 20, Milano

 

Fontana ● Leoncillo

In occasione della XXVII Biennale di Venezia (1954), Leoncillo e Lucio Fontana sono invitati a partecipare, ognuno con una sala personale. I piani colorati si espandono nello spazio, animando la materia con un’ispirazione che prelude alla svolta informale e di profonda ricerca materica degli anni successivi. Roberto Longhi presenta ventidue sculture di Leoncillo, dalle suggestioni ancora cubiste, mentre Giampiero Giani introduce le Sculture spaziali di Fontana, esponendo oltre ai “buchi”, alcune opere degli anni Trenta e Quaranta.

Dal 1955 le poetiche dell’informale cominciano a diffondersi e ad affermarsi, anche grazie all’ampliamento del circuito espositivo delle gallerie private che nel corso degli anni Cinquanta aumentano notevolmente andando a sostituire la libera iniziativa dei gruppi di artisti che caratterizzava l’immediato dopoguerra. La mostra FONTANA ● LEONCILLO forma della materia prende l’esperienza della XXVII Biennale di Venezia come punto di partenza di una svolta nella ricerca di entrambi gli artisti.

Fontana e Leoncillo

Il raffronto tra i due artisti ha il merito da un lato di sottolineare la centralità di Leoncillo nella storia della scultura non solo italiana, dall’altro dimostra in Fontana una radicale volontà di aprire i volumi, superare la materia, costruire intorno al vuoto e creare spazio. Attraverso sovrapposizioni e confronti, la mostra mette in evidenza le preoccupazioni scultoree in ambito prevalentemente bidimensionale di Fontana in relazione a un approccio di sensibilità pittorica nella scultura di Leoncillo. Entrambe le pratiche si interessano, con modalità distinte, a rivelare la forma insita nella materia stessa.

Leoncillo mostra un’arte in cui la materia cresce e prende vita in una tensione fra pulsione e apparente controllo. Conglomerati verticali di grès o terracotta in un impasto di colore, forme e luce, in cui il vuoto non è un’assenza ma uno spazio, che consente alla materia di nascere ed espandersi dal negativo. Dagli anni Cinquanta, Fontana sviluppa la sua ricerca in ambito bidimensionale pur sempre mantenendo l’urgenza di un pensiero scultoreo dinamico. In aggiunta al motivo dei “buchi”, le tele si arricchiscono di colore e frammenti di vetro, dando vita al ciclo delle Pietre che si affaccia nello spazio e si appropria della luce, mediante la traslucenza del materiale. Nei Barocchi inoltre la materia si ispessisce, diventa quasi tattile, inglobando a frammenti di materiali riflettenti, linee che suggeriscono una loro continuità al di fuori del quadro.

Attraverso una ricerca appassionata e senza compromessi di MATERIA-COLORE-SPAZIO, Leoncillo e Fontana risolvono il contrasto tra le due concezioni allora dominanti, operando una sintesi fra astrattismo e realismo, volta a rivelare un’unità (e una verità) della materia.

Fino al 9 Luglio 2016

link: Fondazione Carriero

aperto tutti i giorni dalle 11.00 alle 18.00 su appuntamento
sabato accesso libero dalle 11.00 alle 18.00
Domenica chiuso

via Cino del Duca 4, Milano

Mimmo Paladino a Milano

La Galleria Stein, nei suoi due spazi di Milano e Pero ospita un’ampia retrospettiva di Mimmo Paladino. Un unico evento, declinato in due sedi, che racconta, attraverso più di venti dipinti e sculture insieme ad alcune celebri installazioni, la genesi e i passaggi più significativi della vicenda creativa di uno tra i più importanti artisti italiani contemporanei.

Il percorso espositivo, ordinato in sette sezioni tematiche, prende avvio da Milano, dove sono raccolti i lavori iniziatici di un giovane Paladino che negli anni settanta si rivolge alla pittura per definire la propria identità.
Quindi, a Pero, nella più grande delle sei sale, viene ricostruita, per la prima volta dopo 28 anni, la grande installazione presentata alla Biennale di Venezia del 1988. È l’opera che diventa il fulcro attorno al quale ruota l’avventura di un artista ormai maturo e consapevole di sé. È proprio in questa occasione che Paladino dimostra di aver saputo rielaborare ed estendere, oltrepassando la superficie delle pareti, il suo lavoro con il segno, il colore e i materiali più vari.
La rassegna ripercorre alcune delle tematiche tipiche della cifra espressiva dell’artista campano, dalle geometrie che analizzano lo spazio e lo ridisegnano, alla scultura che è riflessione sugli elementi archetipici di forma e volume, fino alla sala dei grandi quadri dai colori primari, gialli, rossi, bianchi e neri.

Mimmo Paladino - Senza Titolo 2006, arte.it

La sala dell’oro, uno degli elementi fondanti del linguaggio di Paladino, tra la luce gialla e i timbri del nero e del bianco che ne punteggiano la superficie, fa da controcanto luminoso alla grande opera dei legni bruciati tra arti spezzati e figure nere consumate dal fuoco.

L’opera di Paladino si manifesta in tutta la sua complessità, svelando la formazione concettuale e analitica, dato imprescindibile di un lavoro pittorico mai casuale, che spazia fra le istanze della tradizione e quelle dell’avanguardia e attinge da culture arcaiche ed extraeuropee.

Le immagini salienti della carriera di Paladino rivelano come molte sue opere, già dai primi quadri attraversati da rami e legni oppure affiancati da elementi tridimensionali, si presentino come vere e proprie installazioni.
Tutto ciò rivela quanto i suoi soggetti non siano mai semplicemente figurativi. Le immagini, infatti, spesso scaturiscono dalla stratificazione di segni e materie, che creano grovigli e frammenti, dichiarando, nascondendo, o solo alludendo, un significato.

Nei suoi lavori si legge l’affiorare di una cultura arcaica e mediterranea, al punto che il linguaggio dell’arte e la pratica d’artista con Paladino sembrano essere qualcosa di magico o di sciamanico, il luogo di un rito o di una tragedia. Le sue opere, pur essendo figurative e simboliche, evocano significati e contenuti senza mai svelarne l’origine, ma solo esprimendone l’ombra, la maschera o la traccia archetipica.

In mostra la scultura di Giuseppe Penone

Il Mart dedica un’importante mostra a Giuseppe Penone (Garessio – CN, 1947), tra i maggiori protagonisti della scena artistica internazionale.

Fin dagli esordi Penone costruisce un discorso sulla scultura a partire dal rapporto con l’universo vegetale.

In mostra opere inedite, significative riletture di lavori storici e una monumentale installazione in un allestimento che cambia il volto del museo.
Sin dall’ingresso architettura e scultura si intrecciano esaltando le caratteristiche dell’una e dell’altra: l’espressività dello spazio e quella della materia, l’esperienza della luce e quella del volume. Nel cuore del Mart si inerpica un grande tronco bronzeo quasi a sfondare la struttura del Museo, mentre un marmo di quasi venti metri segna il centro di un percorso negli ampi spazi del secondo piano che per la prima volta vengono presentati come pura architettura libera da ogni muro. Attorno cresce un paesaggio empatico fatto di cortecce di bronzo, forme antropomorfe e gesti di piante, impronte degli alberi, vene del marmo, calchi di terra.

Si offre così al pubblico il denso vocabolario poetico di un artista che ha segnato un passaggio fondamentale nella storia dell’arte.

Visitabile sino al 26 giugno 2016.

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La Città Utopica: dalla metropoli futurista all’EUR42

La Città Utopica: dalla metropoli futurista all’EUR42 alla Casa d’Arte Futurista Depero. Nell’ambito delle celebrazioni nate intorno ai 500 anni dalla pubblicazione del testo Utopia di Tommaso Moro la mostra presenta alcuni disegni, progetti e documenti provenienti dalle Collezioni del Mart, dal Museo Civico Ala Ponzone di Cremona, dall’Ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori di Bologna, Archivio Luigi Saccenti e dall’Archivio Quirino De Giorgio di Vigonza. Sono disegni di artisti e architetti che hanno rappresentato il tema della città come luogo privilegiato della modernità, del futuro, della velocità e del movimento.
Il paesaggio urbano da statico diventa mobile, cresce contemporaneamente alla nuova ideologia della macchina, ma se la metropoli immaginata da Antonio Sant’Elia è un sogno solo progettuale, Angiolo Mazzoni e Adalberto Libera, due pilastri della progettazione architettonica razionalista, cercano di renderlo possibile. Entrambi infatti si sono cimentati con programmi utopici, il primo con alcuni edifici presenti nelle città nuove dell’Agro Pontino e il secondo nella grande realizzazione dell’EUR42, per l’Esposizione Universale.
Tullio Crali e Quirino De Giorgio invece sviluppano tematiche e intuizioni futuriste grazie a tavole scenotecniche con punti di vista plurimi suggeriti dal manifesto dell’aeropittura futurista. Alcuni frammenti di Metropolis di Fritz Lang, primo film inserito nel progetto dell’UNESCO Memoria del mondo per il valore culturale e tecnico, accompagnano l’esposizione.

Tullio Crali, Spazioscenico polidimensionale per ambienti sociali, 1931

A cura di Nicoletta Boschiero

Casa d’Arte Futurista Depero
Sino al 25 settembre 2016

Astrazione Oggettiva: The experience of colour

Dopo l’enorme successo a Trento, la mostra Astrazione oggettiva vola alla Estorick Collection di Londra sino al 31 luglio. Un grande progetto internazionale promuove l’arte trentina all’estero.

Astrazione oggettiva fu il maggior movimento artistico trentino del secondo Novecento, fondato da Mauro Cappelletti, Diego Mazzonelli, Gianni Pellegrini, Aldo Schmid, Luigi Senesi e Giuseppe Wenter Marini.

Circa quarant’anni dopo, il Mart nella sua sede di Trento, la Galleria Civica, ha organizzato un’importante e doverosa mostra che, nell’inverno 2015, ha avuto un significativo riscontro, di pubblico e critica.
Dal 13 aprile al 26 giugno 2016, la mostra Astrazione oggettiva sarà riallestita a Londra, presso la prestigiosa Estorick Collection of Modern Italian Art di Londra.

A cura di Giovanna Nicoletti.

Estorick Collection

“La tela violata” al Lu.C.C.A

Ultimi giorni per visitare a Lucca, presso il Lucca Center of Contemporary Art (Lu.C.C.A.), “La tela violata”, esposizione a cura di Maurizio Vanni in collaborazione con Spirale d’idee Milano nella quale si considerano gli artisti, attivi tra la fine degli anni Quaranta e la prima metà degli anni ’70, che hanno voluto avviare un processo di “superamento” del concetto di tela. Quest’ultima non viene più concepita, infatti, come superficie che accoglie la rappresentazione ma diviene, per mezzo di un approccio più fisico e concettuale, vero e proprio oggetto artistico in grado di dialogare con il pubblico.
Precursori di questa nuova linea di pensiero sono stati certamente artisti come Lucio Fontana e Alberto Burri. Attraverso il I° Manifesto dello Spazialismo (1946), Fontana propose una nuova arte, caratterizzata dallo studio fisico della materia, del colore e del suono in movimento, del ritmo che sarebbe dovuto scaturire da un lavoro innovativo con il palinsesto pittorico. Obiettivo principale di questo nuovo modo di concepire l’arte era quello di superare i limiti bidimensionali della tela al fine di creare uno spazio che fosse, al tempo stesso, fisico e concettuale.

La mostra, che occupa i primi due piani dell’edificio del Lucca Center of Contemporary Art, riunisce tutti i più importanti lavori di questa innovativa concezione dell’arte, a partire dai “buchi e dai tagli” di Lucio Fontana e dai Gobbi di Alberto Burri, che accolgono per prime lo spettatore. Si prosegue poi con le superfici estroflesse ed introflesse di Enrico Castellani e gli Achromes di Piero Manzoni, risalenti al periodo compreso tra 1959 e 1960.
Degni di nota sono, inoltre, le tele imbottite di Agostino Bonalumi, eseguite tra 1975 e 2008, che vanno ad occupare le prime sale del secondo piano, opere nelle quali l’artista avvia un’indagine fisica della terza dimensione, proponendo un ruolo del tutto inedito allo spettatore, il quale è chiamato a completare il lavoro dell’artista che va a violare, non solo fisicamente ma anche simbolicamente e concettualmente la tela.
Accanto a questi lavori troviamo poi le opere di Paolo Scheggi, il quale giunse quasi negli stessi anni ad esiti analoghi con le sue Intersuperfici, e le opere di Turi Simeti, artista siciliano che fu coinvolto dallo stesso Fontana nel 1965 nella mostra Zero Avangarde, dimostrando di non essere per nulla indifferente allo spazialismo.

Scopo dell’esposizione è d’altra parte proprio quello di indagare sull’attività di questi innovatori dell’arte, dimostrando quanto grande sia “l’eredità concettuale” da essi lasciata che oggigiorno viene perseguita da artisti come Giuseppe Amadio, ormai considerato l’erede naturale dello spazialismo. Quest’ultimo, alla stregua degli artisti succitati, viola la tela al fine di riscrivere la storia, dando vita ad un nuovo modo di concepire l’oggetto artistico che invade lo spazio reale come dimostrano opere recenti quali “Erodua”, costituita da due grandi tele di 200 x 200 cm, che in tale esposizione occupano un’intera parete conferendo, attraverso onde e rientranze, il ritmo alle superfici pittoriche.
Si tratta, dunque, di una mostra nella quale lo spettatore comune si trova a dover fare uno sforzo in più per comprendere il messaggio che gli artisti intendevano dare attraverso le loro creazioni.

Ispirazioni d’autore: GIACOMETTI MEETS HOMINI

In mostra saranno esposte due opere di Alberto Giacometti appartenenti alla collezione della The Boga Foundation (Donna che cammina – Nudo in piedi) alle quali saranno contrapposte una serie di sculture-installazioni della serie “Homini”, realizzate dai Boga, frutto dell’eclettica creativa degli artisti che, attraverso le loro visioni post moderne e surreali, trovano preziosa fonte di ispirazione dall’opera di Giacometti, creando un perfetto percorso concettuale incentrato sullo sviluppo e la ricerca della dinamica come forma di espressione e generatore di emozioni.

L’esposizione è il frutto concreto della collaborazione, avviata lo scorso anno, tra il magazine d’arte e cultura Hestetika, la The Boga Foundation e il Centro Studi Casnati di Como.

A contorno del progetto una serie di manufatti elaborato dai ragazzi del Casnati (sculture, pitture e installazioni di food) che nascono da una serie di laboratori e workshop con a tema l’opera di Alberto Giacometti e l’interpretazione del colore, del segno e della sua scultura.
La realizzazione della mostra, progettata, organizzata e realizzata da Habitare – Idee Culturali di Tradate (Va), è stata possibile grazie alla collaborazione di Regione Lombardia e grazie ai prestiti della The Boga Foundation e vuole essere un tributo in occasione della ricorrenza dei 50 anni della morte dell’artista Svizzero oltre che essere una opportunità per conoscere come l’opera di Giacometti sia sempre viva nel tempo ispirando generazioni e generazioni di artisti.

Così spiegano i Boga l’approccio alla mostra:
“La nostra è una visione post-moderna e surreale che ha sempre trovato preziosa fonte di ispirazione dall’opera di Giacometti. In mostra si viene a creare un perfetto percorso concettuale incentrato sullo sviluppo e la ricerca della dinamica come forma di espressione e generatore di emozioni. “L’uomo che cammina” è un passo avanti al futuro. Gli Homini sono l’essenza dell’essere umano. Una sua proiezione silenziosa, statica e dinamica al tempo stesso. Gli Homini osservano il mondo, ne creano il
suo contorno, sottile, impreciso e a volte anche grezzo. Sono la rappresentazioni del pensiero e della quotidianità e si muovono attraverso l’idea progettuale. L’Homino, attraverso la sua forma e la sua dinamicità, mostra il suo carattere per poi riempirsi ed integrarsi con quello dell’osservatore. Il suo vuoto interno è colmato da chi lo guarda. L’Homino è l’idea dell’essere umano e la sua forma che va oltre il surrealismo e l’espressionismo. L’Homino dinamico nella sua staticità è vivo”.

THE BOGA FOUNDATION (www.thebogafoundation.it)
Salvaguardare, valorizzare, scoprire. Questi i tre fondamenti sui quali si base la The Boga Foundation, Fondazione nata per volere dei Fratelli Boga al fine di valorizzare e rendere pubblico il materiale costituente la concreta testimonianza dell’attività culturale, artistica e professionale dei Fratelli Boga, nonché quella di altri artisti. Uno degli obiettivi principali della Fondazione è quello della promozione dei nuovi talenti.

Dove:

Grattacielo Pirelli. Spazio Eventi Regione Lombardia. 1° Piano, Piazza Duca d’Aosta 1