La scultura di Giuseppe Ducrot

E’ con grande entusiasmo che la Galleria Maurizio Nobile inaugura l’inizio del nuovo anno con la La scultura di Giuseppe Ducrot, una mostra dedicata allo straordinario scultore romano, chiamato ad abitare gli spazi raffinati della sede bolognese in via Santo Stefano 19/a dal 26 gennaio al 28 febbraio 2017. L’esposizione inaugurerà mercoledì 25 gennaio alle 18 nell’ambito dell’Art Week bolognese, con una straordinaria apertura serale in occasione dell’Art city Night di sabato 28 gennaio.

Giuseppe Ducrot approda alla scultura nei primi anni novanta, sperimentando nuove tecniche su ceramica invetriata, terracotta, marmo e fusione in bronzo a cera persa. Attualmente, collabora con la storica Ceramica Gatti di Faenza, dove la produzione delle tipologie classiche si perpetua fedelmente insieme a quella delle opere di creazione contemporanea. Per Ducrot, infatti, fonti d’ispirazioni sono l’arte classica romana, ma anche le invenzioni scenografiche barocche, che trapelano con straordinaria capacità di mimesi nelle sue opere. In questo dialogo con l’antico e i modelli del passato si definisce il primo punto d’incontro con le opere trattate dalla galleria Nobile, specializzata in dipinti, disegni e sculture dal XVI al XIX secolo.

L’esposizione, come tante in passato, vuole porre l’attenzione sulla contemporaneità dell’arte di qualsiasi epoca e sul potenziale estetico che dispone la convivenza di opere di stile con periodi diversi. In questo senso, il connubio antico-contemporaneo porta a un’esaltazione reciproca delle opere, in un continuo rimando e richiamo di tematiche, iconografie e stilemi. Questa scelta caratterizza da tempo l’orientamento e la proposta della galleria Maurizio Nobile, che a settembre del 2017 festeggerà i suoi trent’anni di attività.

Giuseppe Ducrot, Figura distesa gialla, Fonte arte.it

Dal 25 Gennaio 2017 al 28 Febbraio 2017

Bologna

Luogo: Galleria Maurizio Nobile

Telefono per informazioni: +39.051.238363

E-Mail info: bologna@maurizionobile.com

Sito ufficiale: http://www.maurizionobile.com/

William N. Copley – Fondazione Prada. Sarcasmo e Ilarità in scena a Milano

Fino al 12 febbraio a Milano una delle istituzioni d’arte più prestigiose, la Fondazione Prada, ospita in collaborazione con la Menil Collection Houston la retrospettiva dell’artista americano William N. Copley curata per l’edizione italiana da Germano Celant. Due piani, 150 opere esposte ed un allestimento che ripercorre la carriera dell’artista dalla fine degli anni ’40 a Los Angels fino alla sua scomparsa nel 1996, seguendo un percorso espositivo di tipo biografico e creativo.

La mostra milanese è nettamente più ampia rispetto a quella esposta ad Houston e vanta opere provenienti da musei e collezioni internazionali. La più grande retrospettiva dedicata all’artista conosciuto per il suo grande umorismo e sarcasmo.

Eccezionale da parte del curatore la scelta di inserire all’interno della mostra un nucleo di capolavori di Max Ernst, Renè Magritte, Man Ray e Jean Tinguely facenti parte della raccolta personale dell’artista, conservati alla Menil Collection.

Copley orfano, grande collezionista d’arte, artista che per una vita cercò, attraverso le sue opere, di dare un volto a quella madre che lui non ebbe modo di conoscere. In precedenza Leonardo fece lo stesso dipingendo numerose versioni di Madonne, Copley lo fece seguendo una modalità più borderline con la rappresentazione in molte sue opere di prostitute. Attraverso queste immagini cercava da una parte di sublimare le sue perversioni, dall’altra l’elogio alla libertà sessuale; un moderno e semplice intento a voler buttar giù le barriere ed i pregiudizi nei confronti della pornografia.

Artista fortemente eclettico, nelle sue opere c’è un chiaro elogio alla libertà, all’anticonformismo, al puro piacere sessuale. Tele acriliche di grandi dimensioni, con esperimenti di linee, colori e allegorie.

Una pittura la sua che va in controtendenza, che sta a metà tra il surrealismo europeo e la pop art americana.

William N. Copley Immagine della FLAGS ROOM Foto Roberto Marossi Courtesy Fondazione Prada William N. Copley Courtesy Fondazione Prada William N. Copley Foto Roberto Marossi Courtesy Fondazione Prada William N. Copley Foto Roberto Marossi Courtesy Fondazione Prada

Informazioni utili

William N. Copley

Fino al 12 febbraio 2017

Fondazione Prada

Largo Isarco, 2 – 20139 Milano

www.fondazioneprada.org

 

 

Controcuore. Mostra personale di Mario Milizia

Prima personale di Mario Milizia negli spazi della galleria VIASATERNA, Controcuore è il frutto della combinazione di lavori realizzati con tecniche diverse e in momenti diversi, seguendo il modus operandi di un artista insieme inclusivo e disgregante, eclettico e specifico. Controcuore è il nome della struttura di ghisa frapposta tra la bocca del camino e la sua cornice in marmo. Elemento di raccordo, protezione, adattamento, è anche il titolo del libro in cui Milizia affianca alcune sue poesie, scritte nel 1992, all’analisi del suo DNA, eseguita attraverso il Genographic Project e tesa a ricostruire le sue origini ancestrali, che si sono rivelate greche, spagnole e portoghesi. Poesie recentemente tradotte in latino e nelle lingue di quei paesi, attraverso un gioco linguistico che le riscrive reinventandone il senso.

Da qui scaturiscono i sette arazzi esposti in mostra, sui quali sono tessuti i versi, originariamente realizzati con la tecnica del cut-up. Una tecnica a lungo masticata, dalla fine degli anni Cinquanta, che prevede di tagliare fisicamente uno o più testi scritti per ricombinarne gli elementi in maniera casuale. Quindi poesie e arazzi, oltre ai venticinque dipinti di piccole dimensioni realizzati stendendo una miscela di smalto per unghie e bianchetto sulle pagine ritagliate dal catalogo della collezione permanente del Museo Thyssen di Málaga. Sullo sfondo ci sono i dipinti dei pittori spagnoli, davanti la materia di una pittura ricavata dal quotidiano, lievitata ed espansa.

Chimica dei pigmenti e del ritocco, con cui Milizia realizza opere stratificate, dense, formate da un processo di sottrazioni e sovrapposizioni. Allo stesso modo, due sculture completano il percorso della mostra. Una è il frutto di un procedimento di autentica revisione che culmina in un modello di architettura utopica. Simile al plastico di un edificio Neorinascimentale, è proporzionato e rigoroso, eppure disabitato, inabitabile, sospeso tra la sua funzione originale e la sua attuale disfunzionalità. La seconda scultura, di bronzo e realizzata grazie alla collaborazione di Fonderia Battaglia, replica e reinterpreta un “controcuore” che, ancora una volta, lascia affiorare sulla sua superficie le tracce della fusione tra diverse culture.  

La mostra scaturisce così da una logica di accumulazione, raccolta, aggregazione e coagulazione. Si spinge fino alla periferia del caos, ma senza mai perdere la disciplina dell’analisi, della perizia che Milizia mette in ogni gesto, sempre calibrato e, soprattutto, conseguenza di uno studio meticoloso ed enciclopedico. È un ciclo di opere sul frammento e la mutazione. Sulla perdita e la riconquista di forme e funzioni. Sull’azione trasformativa di azioni come la traduzione, il ritaglio, il restauro, ma anche del tempo stesso, nel passaggio inevitabile tra passato e presente, e viceversa. Tutto rimanda a una condizione di costante instabilità, fonte d’inevitabile inquietudine, ma anche di un’organica eccitazione nei confronti dell’ignoto e della scoperta.

Mario Milizia, Senza titolo, 2016, Fonte arte.it

Dal 24 Gennaio 2017 al 17 Marzo 2017

Milano

Luogo: Viasaterna

Curatori: Fantom

Telefono per informazioni: +39 02.36725378

Sito ufficiale: http://www.viasaterna.com/

Antonio Ligabue. Elogio della diversità

Il Complesso del Vittoriano dedica, fino al 29 gennaio, una grande retrospettiva, con oltre 100 lavori, dell’opera di Antonio Ligabue, suddivisa tra dipinti, sculture e grafica, con una cospicua serie di autoritratti.

Da molto tempo, fin dalla sua scoperta da parte degli addetti ai lavori, l’operato di questo straordinario artista è stato presentato quasi in secondo piano rispetto alla sua personale parabola esistenziale, difficoltosa e sofferta sul piano psichico ed emotivo. Ma attraverso la visione di questa mostra, quello che invece spicca è un’assoluta sicurezza nei propri mezzi espressivi, una conoscenza del mondo naturale e delle sue cromie, dei suoi movimenti e dei suoi agguati, una lucida osservazione che di alienato non ha nulla, se non il modo in cui fa sentire noi, esclusi da questa totale immersione in quello che lo circonda. La natura, e in special modo i suoi abitanti più diretti, gli animali, vengono mostrati in queste sue opere con sorprendente varietà di atteggiamenti; dalla quieta presenza nei campi a furiose scene di attacco. Gli animali sono spesso esotici, lontani a livello geografico dal mondo alpino che Ligabue si trovava intorno, eppure sono resi con straordinaria familiarità. L’attacco perde la sua dimensione dell’orrore per lasciarci incantati dal turbine delle macchie nere su fondo oro di un leopardo avvolto dalle spire di smeraldo di un serpente; se la vita stessa a volte è una lotta alla sopravvivenza, diventa estremamente poetico scegliere di accettare questo assioma declinandolo nella poesia violenta ma vera di queste colluttazioni tra splendidi esemplari dai manti soffici e dagli occhi spietati.

Ma sono gli autoritratti che lasciano un’unghiata nel cuore, piuttosto che le zanne dei grandi felini predatori così spesso da lui dipinti. La precisa resa fisiognomica, i colori vivaci descrivono con nettezza il volto in primo piano: il pittore è riconoscibilissimo nei suoi tratti così peculiari, a volte sceglie di integrare qualche dettaglio, un berretto da fantino, delle mosche, uno spaventapasseri. Sono finestre dalle quali Antonio ci spia; come a dire io vi osservo dal mio mondo che giudicate strano ed imperfetto, ma ciò che vedo e rappresento è invece perfettamente sano e concreto. Autodidatta, ha la gestualità del maestro, i colori sono sempre giusti, perfetti i cieli, pieni gli incarnati, morbidi i piumaggi degli uccelli che rappresenta, vigili gli occhi dei disegni a matita. E’ un mondo completo quello che vediamo nelle sue opere; vive di regole sue, spesso prospetticamente incerte ma proprio per questo universali. Ma è il colore che lascia impressionati, pieno, assordante, non sfumato ma sempre reso nella sua pienezza, che sia il verde di una giungla lontana o il giallo dei campi del nord Italia riempie gli occhi, lascia un gusto in bocca, sa di pieno e di corposo. La sua sensibilità non è quella di un diverso, ma di qualcuno che è nel giusto; ma se proprio si vuole continuare a catalogarlo in questo modo, allora bisogna elogiarla questa diversità, così generosa di stimoli creativi.

Antonio Ligabue_Tigre-reale-www.staticpanorama.it Antonio Ligabue Autoritratto con spaventapasseri_www.dueminutidiarte.files Antonio Ligabue Scoiattolo 1959-60_www.teknemedia.net

Fino al 29 gennaio 2017

Complesso del Vittoriano

Dal lunedì al giovedì 9.30 – 19.30

Venerdì e sabato 9.30 – 22.00

Domenica 9.30 – 20.30

(La biglietteria chiude un’ora prima)

Via di San Pietro in Carcere, 
00186 Roma

T +39 06 678 0664

Per info e prenotazioni + 39 06 87 15 111

Francesco del Drago. Parlare con il colore

«Fino al tempo di Matisse e Picasso, i pittori creavano quadri che servivano per essere visti dall’occhio. Oggi cerchiamo di agire direttamente sulla trasmissione dalla retina all’area cerebrale, ed io personalmente sull’area gratificante delle sinapsi edoniche».

Ad esprimersi così è stato Francesco del Drago, l’artista di cui il Museo Bilotti annuncia la prima retrospettiva per l’inizio dell’anno prossimo, esattamente a partire dal 18 gennaio 2017.

A curare questa attesissima mostra è Pietro Ruffo, il giovane artista romano riconosciuto dal mondo dell’arte come uno degli artisti Italiani più interessanti, con la consulenza scientifica di Elena del Drago.

Francesco del Drago, nato a Roma nel 1920 e morto nel 2011 ha percorso quasi un secolo di storia da protagonista, partecipando attivamente e con passione tanto alle trasformazioni artistiche che si sono susseguite nel Novecento, quanto ai cambiamenti politici. Ha tenuto numerose mostre a partire dalla partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1954, ed è presente in molte collezioni pubbliche e private soprattutto europee e statunitensi.

Intellettuale rigoroso e straordinario artista, indagò a lungo la fenomenologia del colore giungendo all’elaborazione del Nuovo Cerchio Cromatico. I contrasti cromatici e la giustapposizione di determinate forme concorrono nel creare uno stato di eccitazione nelle aree cerebrali deputate alla visione.

Le sue ricerche teoriche sono state oggetto di conferenze in molte università del mondo, ma anche di scambio con i numerosi amici artisti: tra gli altri Guttuso e Birolli in Italia, Picasso, Pignon, Matta e i maestri del colore francese come Herbin e Dewasne a Parigi, dove si trasferì nel 1951. Esperienza francese particolarmente rilevante nel suo percorso, tanto che lo storico dell’arte Nello Ponente scrisse: «Del Drago porta aventi tutti gli sviluppi della pittura contemporanea e in modo particolare quelli della tradizione francese».

La mostra pensata da Pietro Ruffo per il Museo Bilotti presenterà una selezione di opere astratte fondamentali, che consentiranno di entrare nel pensiero e nella pratica artistica di Francesco del Drago.

Seguendo un percorso a ritroso, la mostra all’Aranciera comincerà con le ultime opere realizzate dall’artista, commoventi nello sforzo di ampliare ulteriormente la gamma cromatica, per poi concentrarsi sugli imponenti polittici astratti, summa dell’intera ricerca di del Drago.

Di del Drago, sarà evidenziata anche la statura di teorico, i suoi studi sul colore strettamente connessi alle più recenti scoperte matematiche attraverso una ricca selezione di documenti, filmati ed esperimenti.

Particolarmente interessante è infatti la possibilità di passare dai risultati estetici alle premesse teoriche in un processo che consente di approfondire le problematiche dell’arte astratta de Novecento e, segnatamente, quelle riguardanti il colore. Non a caso la ricerca di Francesco del Drago ha influenzato profondamente l’utilizzo cromatico delle generazioni successive, ma anche nel mondo della grafica, della pubblicità e del cinema.

Francesco del Drago, Meteorite, 1987, Fonte arte.it

Dal 18 Gennaio 2017 al 26 Marzo 2017

Roma

Luogo: Aranciera del Museo Bilotti

Curatori: Pietro Ruffo

Telefono per informazioni: +39 06 0608

Sito ufficiale: http://www.museocarlobilotti.it

Mario Deluigi. Grattage

La Galleria Studio Gariboldi è lieta di presentare una retrospettiva dedicata all’artista Mario Deluigi (1901-1978), uno dei Maestri dello Spazialismo italiano. La mostra si concentra su un nucleo di opere eseguite tra l’inizio degli anni cinquanta e la fine degli anni sessanta, risultato di una rigorosa ricerca sullo spazio legata al colore e alla luce, tema dominante della sua opera.

Nel 1951 Mario Deluigi sottoscrive il Manifesto dell’arte spaziale e nel 1952 il Manifesto del movimento spaziale per la televisione. La sua originalità di esecuzione si concretizza con una nuova soluzione tecnica: il grattage. Quest’ultima appare già ben definita nelle opere chiamate Motivi sui vuoti, esposte alla Biennale di Venezia nel 1954. L’artista interviene sulla superficie pittorica segnandola in negativo, quindi incidendo la superficie del dipinto attraverso mezzi appuntiti come lamette, taglierini, bisturi, e dorsi dei pennelli o delle spatole. Scalfendo gli strati di pittura stesi in precedenza, Deluigi riesce a rivelare l’anima luminosa del colore. Il gesto genera il segno che a sua volta costruisce la luce e una forma plastica nello spazio.

Nei suoi grattage i segni sono controllati nella loro libertà, e ognuno di essi, anche il più piccolo, vuole trasmettere una precisa idea e immagine. Guardandoli sarà possibile scoprire l’intuizione del ritmo che nasce proprio grazie a una casualità voluta. Ogni traccia lasciata sulla superficie pittorica incide la luce creando vibrazioni spaziali che aprono i confini del quadro stesso. La purezza della vibrazione del segno-luce sembra moltiplicarsi all’infinito, creando così una luminosità che al tempo stesso è colore e la sua assenza. La costruzione dello spazio avviene quindi per sottrazione della materia, e Deluigi, nell’azione di levare riesce ad aggiungere corpo “solido” alla tela, determinando, al suo interno, un nuovo spazio visibile.

Deluigi, Grattage G V 031, 1959, Fonte arte.it

Dal 19 Gennaio 2017 al 24 Febbraio 2017

Milano

Luogo: Galleria Studio Gariboldi

Telefono per informazioni: +39 02 21711378

E-Mail info: posta@studiogariboldi.com

Sito ufficiale: http://www.studiogariboldi.com

Lia Pasqualino. Attraverso

È stato Walter Benjamin a notare come l’osservatore, il protagonista del racconto di Edgar Allan Poe intitolato L’uomo nella folla, guardando attraverso i vetri di un locale pubblico, cioè da un’apparente posizione di sicurezza, finisca per «soccombere a un’attrazione che lo trascinerà nel vortice della folla».

Attraverso è il titolo scelto per la mostra di Lia Pasqualino che si terrà alla Galleria del Cembalo da sabato 14 gennaio a sabato 1 aprile 2017. Saranno esposte venti fotografie inedite in bianco e nero della fotografa palermitana che ritraggono persone in posa o in situazioni viste attraverso la superficie di un vetro. Foto in cui il vetro svolge la funzione di filtro da cui partire per creare ciò che si realizza nell’inquadratura, ossia quel legame speciale e irripetibile tra la persona, l’emozione, la memoria, e il silenzio, coagulato nel tempo dello scatto.

Come l’osservatore di Poe, Lia Pasqualino ritaglia la visibilità del mondo nella distanza imposta da una finestra e, come lui, ne estrae la misura incandescente di una relazione essenziale con la vita. Dietro il vetro tutto appare senza tempo, allucinatorio, e ricorrente.

Se è vero che c’è uno strano silenzio quando si guarda il mondo attraverso una parete di vetro, è anche vero che si tratta del silenzio più ammaliante e catturante che esista. La finestra è un dispositivo usato da sempre, e che la pittura, la fotografia, il cinema hanno variamente celebrato.

La finestra e il vetro svolgono da sempre una funzione essenziale: esaltano la relazione tra il dentro e il fuori. E gli sguardi che Lia Pasqualino scopre o mette in posa sembrano nello stesso tempo rivolgersi all’interno e all’esterno, sempre trasognati o impegnati a guardare oltre se stessi, verso quel punto fermo del mondo che ruota di cui parla in una sua celebre poesia T. S. Eliot.

La finestra ritratta da Lia Pasqualino è il confine per far passare nello sguardo, simultaneamente, quello che siamo e quello che vorremmo essere, quello che sembriamo e quello che pensiamo, la cornice, sospesa nel vuoto, attraverso cui catturare uno stato di coscienza, l’attimo infinito in cui lo sguardo oscilla indeciso tra l’opacità e la trasparenza, un punto di trasmigrazione dell’anima.

Non è un caso che nella mostra sia dedicato uno spazio speciale a una sequenza di scatti che ritraggono un grande attore di Tadeusz Kantor, Roman Siwulak, uno dei leggendari protagonisti de La Classe Morta, lo spettacolo in cui la scena diviene per la prima volta il luogo di una esperienza di metamorfosi totale. Kantor diceva che non si può recitare a teatro, bisogna prima trovare il luogo della vita, e il suo teatro della morte era infatti concepito come una grande finestra da cui lasciar spiare agli spettatori sogni e ricordi, incarnati nel viaggio dei suoi attori, manichini sospesi tra la vita e la morte.

Come scrive Cortazar a proposito della fotografia, l’insolito non si inventa. Lo si incoraggia aspettando che si manifesti senza che lo si debba separare con violenza dal consueto. Era questa la ragione per cui il grande scrittore argentino preferiva definire le fotografie come finestre verso l’insolito.

Lia Pasqualino, 2012, Fonte arte.it

Dal 14 Gennaio 2017 al 01 Aprile 2017

Roma

Luogo: Galleria del Cembalo

Telefono per informazioni: +39 06 83796619

Sito ufficiale: http://www.galleriadelcembalo.it

Guttuso. La forza delle cose

In occasione dei venticinque anni dalla sua nascita, la Fondazione Sicilia, con Sicily Art & Culture e in collaborazione con gli Archivi Guttuso e il Comune di Pavia – Assessorato alla Cultura e Turismo, promuove una importante esposizione dal titolo Guttuso. La forza delle cose negli spazi di Villa Zito a Palermo dal 22 dicembre 2016 al 26 marzo 2017, curata da Fabio Carapezza Guttuso e Susanna Zatti, direttrice dei Musei Civici di Pavia. Il progetto espositivo è nato da una preziosa collaborazione tra i Musei Civici di Pavia con gli Archivi Guttuso da cui la realizzazione della prima tappa della mostra, da settembre a dicembre 2016, ospitata presso le Scuderie del Castello Visconteo di Pavia. La mostra si avvale inoltre del patrocinio della Regione Sicilia, dell’Assemblea Regionale Siciliana e dell’Assessorato alla cultura della Città di Palermo.

Sono esposte 47 nature morte, genere che Renato Guttuso ha praticato nell’intero arco della sua attività e che costituiscono, dalla fine degli anni Trenta, una componente essenziale della sua produzione. L’artista indaga ossessivamente una serie di oggetti che si animano nelle tele e che diventano i protagonisti indiscussi delle opere grazie alla straordinaria forza espressiva e alla potenza cromatica. Scrive egli stesso in un articolo del 1933: «Se la pittura non penetra l’oggetto e non ne svela le vibrazioni, se non arriva partendo dall’oggetto e dall’osservazione sentimentale di esso alla creazione di un equivalente plastico dell’oggetto non si perviene alla poesia, ma si precipita nella fotografia».

La carica travolgente delle nature morte di Guttuso è certamente una caratteristica distintiva della sua pittura. La mostra presenta opere degli anni Trenta e degli anni Quaranta, che documentano l’impegno dell’artista a testimoniare la drammatica condizione esistenziale, imposta dalla dittatura e dalla tragedia della guerra. Nel dopoguerra, con Finestra (1947) o Bottiglia e barattolo (1948), il crescente interesse verso la sintesi post-cubista picassiana rivela il profondo impegno dell’artista nel recupero della cultura artistica europea per arrivare, negli anni Sessanta, a una nuova fase che rivela una dimensione più meditativa, derivante anche dalla elaborazione, nei suoi scritti, dei temi del realismo e dell’informale, visibile ne Il Cestello (1959), La Ciotola (1960) e Natura morta con fornello elettrico (1961).

L’esposizione si conclude con una selezione di dipinti della fine degli anni Settanta-inizio anni Ottanta, periodo in cui la continua ricerca del reale di Guttuso si accentua per dare vita a celebri dipinti come Cimitero di macchine (1978), Teschio e cravatte, Bucranio, mandibola e pescecane (1984) che diventano metafore e allegorie del reale.

Il percorso della mostra è arricchito da fotografie– in parte inedite – concesse dagli Archivi Guttuso e da frammenti video messi a disposizione da Rai Teche che raccontano la vita, intima e pubblica, dell’artista mostrando anche i luoghi del suo lavoro e delle sue relazioni con importanti scrittori come Moravia, Vittorini, Saba e Levi, scultori come Manzù e Moore, poeti come Pasolini e Neruda, registi come De Sica e Visconti, musicisti come Nono e artisti come Picasso; rapporti che influenzeranno i suoi lavori e ispireranno non solo dipinti, ma anche illustrazioni per libri, scenografie teatrali, collaborazioni cinematografiche, sodalizi letterari e politici.

Guttuso, Fonte arte.it

Fino al 26 Marzo 2017

Palermo

Luogo: Villa Zito

Costo del biglietto: Intero € 7, Ridotto € 5 per over 65 anni, under 25, studenti universitari, gruppi di almeno 15 persone, soci Touring Club, soci FAI, convenzionati, possessori della Palermo Card. Gratuito per minori di 18 anni, disabili con accompagnatore, scolaresche, giornalisti accreditati e guide turistiche. Il biglietto d’ingresso comprende la visita delle collezioni permanenti di Villa Zito

Orari:
Dal martedì al giovedì dalle ore 10 alle ore 17; Venerdì, sabato, domenica e festivi dalle ore 10 alle 19

Telefono per informazioni: +39 091.7782180

E-Mail info: info@villazito.it

Sito ufficiale: http://www.villazito.it

Chiara Dynys. Look Afar

M77 Gallery presenta Look Afar, un nuovo progetto espositivo dell’artista italiana Chiara Dynys. La mostra è articolata in tutti gli spazi della Galleria M77 e propone un corpus di opere inedite, che utilizzano diversi medium, frutto di un lungo lavoro di ricerca dell’artista.

Chiara Dynys approda a una nuova ricerca che trae origine da un fenomeno cosmico, l’aurora boreale. Look Afar è il risultato di un viaggio fisico e mentale nella Lapponia svedese compiuto dall’artista lo scorso inverno. Per giorni, settimane, mesi, Chiara Dynys ha realizzato lunghi appostamenti, nel corso dei quali ha documentato con dovizia i fenomeni naturali che caratterizzano questa magica terra e che riempiono il metafisico paesaggio siderale di una luce ineguagliabile, la Luce del Nord, ripresa in un periodo di particolare intensità. Risultato di queste osservazioni sono migliaia di immagini, segmenti di una potenza fantastica in grado di riconnettere il microcosmo umano al macrocosmo universale, così da spingere l’osservatore a guardare lontano, Look Afar, appunto. Al ritorno da questo profondo confronto con la natura estrema della Lapponia, Chiara Dynys ha lavorato sulla documentazione raccolta e sui suoi ricordi, per trascrivere i fenomeni cosmici verificati nel corso del viaggio in una dimensione altra. Il risultato è una serie di lavori pittorici, in cui la suggestione e la forza evocativa diventano allo stesso tempo testimonianza e narrazione, in una forma che l’artista stessa definisce “liquida”.

La valenza espressiva del materiale utilizzato continua a essere centrale nella pratica artistica di Chiara Dynys. Le diverse traduzioni dell’esperienza vissuta, la documentazione fotografica e la memoria visiva, si ripropongono così nelle scelte espressive utilizzate dall’artista: un gruppo di opere pittoriche a parete mette insieme visioni simultanee distinte, piccole sorprese che testimoniano le diverse tappe del percorso, racchiuse entro lenti che enfatizzano il dettaglio: quasi “sfere di cristallo” che ne sottolineano l’aspetto magico e divinatorio. Fotografie e visioni pittoriche ritornano in una diversa tipologia di lavori, alternandosi, mischiandosi per poi dissolversi secondo le logiche proprie del linguaggio utilizzato. Infine, un video seleziona in questo immenso corpus di scatti una serie di vedute montate in sequenza secondo la tecnica del time-lapse. L’opera si offre in una sorta di cinerama contemporaneo, dove l’osservatore si trova catapultato nel cuore dell’esperienza vissuta dall’artista ripercorrendo le tracce dei suoi appostamenti alla ricerca delle manifestazioni cosmiche, secondo una sceneggiatura che rievoca metaforicamente la relazione tra l’artista, l’infinito e la Luce del Nord.

Look Afar è un progetto che prosegue la ricerca artistica condotta da Chiara Dynys sulla luce in quanto archetipo di un orizzonte da raggiungere, punto focale di un cono ottico che attraverso il linguaggio dell’arte permette di spingersi verso una sempre maggiore condizione di coscienza, proiettandosi verso l’infinito. «Quella luce siamo noi», afferma Chiara Dynys.

L’esposizione Look Afar presentata alla M77 Gallery sarà accompagnata da un catalogo a cura di Michele Bonuomo, e sarà aperta al pubblico sino a domenica 12 marzo 2017.

Chiara Dynys, Fonte arte.it

Fino al 12 Marzo 2017

Milano

Luogo: M77 Gallery

Telefono per informazioni: +39 02 84571243

E-Mail info: info@m77gallery.com

Sito ufficiale: http://www.m77gallery.com/

Decomposed. Bordalo II solo show

La sua arte è stata definita “ecologica”. Il suo stile unico. Artur Bordalo, meglio conosciuto come Bordalo II, è l’artista portoghese che utilizza rifiuti e materiali di recupero per dare forma alle sue fantastiche creature: animali giganteschi, pesci, volatili e insetti. Riciclando e assemblando pneumatici, paraurti danneggiati, biciclette rotte, pezzi d’auto e altro materiale di scarto, Bordalo II ha portato i suoi Big Trash Animal sui muri di tutto il mondo, dalla Norvegia all’Azerbaijan, dagli Stati Uniti alla Polonia.

A Torino, alla galleria Square 23 di via San Massimo 45, nella sua prima personale in Italia, Bordalo II riduce le dimensioni dei suoi Big Trash Animal mantenendo inalterato lo stile e il messaggio, ma utilizzando anche altri materiali di recupero che gli consentono un tale livello di dettaglio impossibile da raggiungere sulla superficie di un muro.

Decomposed è una critica alla società consumistica: le opere raffigurano la natura (gli animali, in questo caso) attraverso i materiali responsabili della sua stessa distruzione.

Nato a Lisbona nel 1987, Artur Bordalo è cresciuto seguendo le orme del nonno, il pittore Real Bordalo, che ha dipinto gran parte della città di Lisbona. Dopo aver girato il mondo dipingendo graffiti illegali, gradualmente la sua coscienza ecologica si è evoluta trasformando il suo lavoro artistico. Bordalo si considera un attivista: i suoi interventi, costruiti con scarti e rifiuti, ricreano le immagini della natura con l’obiettivo di richiamare l’attenzione e sensibilizzare su ciò che l’umanità sta distruggendo con le sue abitudini usa e getta.

Bordalo LL, Decomposed, Fonte arte.it

Fino al 25 Febbraio 2017

Torino

Luogo: Square23 Street Art Gallery

Telefono per informazioni: +39 334.9980390

E-Mail info: info@square23.net