Trastevere cuore romano del contemporaneo. Gabriele de Santis a Frutta Gallery e Year of the Monkey a Galerie Emanuel Layr

Doppia inaugurazione giovedì scorso nel cuore trasteverino della capitale. Due giganti dell’ambiente contemporaneo mondiale si sfidano a colpi di vernissage, creando una coalizione tra vicini e dando, ancora una volta, un ampio respiro di produttività e circolazione di idee nel (forse) più fervido quartiere che ha il suo trait d’union nella contemporaneità artistica dei giorni nostri. Da una parte la già conosciuta Frutta Gallery di James Gardner e dall’altra la recentissima Emanuel Layr Galerie, che torna sulla scena romana dopo l’esperienza temporanea in via del Vantaggio, con una vera e propria galleria che possa mettere in moto una produzione d’idee e uno scambio continuo tra Italia e il resto del mondo.

Gabriele de Santis, artista autoctono, torna a distanza di due anni dalla sua precedente mostra presso Frutta Gallery, con un’opera site specific tra arte urbana, citazioni e operazioni di straniamento e irritabilità. Truth to be told occupa come in una sorta di horror vacui tutte le pareti della galleria, trasformate dall’artista romano per accogliere lo spettatore in un ambiente di comune semplicità di visione, utilizzando propriamente aspetti dell’arte di strada per poi inserire, come di consueto, l’errore o l’intermittenza e distogliere, confondere e straniare, il fruitore attraverso dichiarazioni e statements disturbanti. Tipicamente imperniato nella sua capacità comunicativa, anche in questo caso Gabriele de Santis ha messo a portata di tutti un’arte partecipativa che obbliga chi osserva ad entrare nel processo dinamico e irriverente di continui giochi iperbolici, rimandi improbabili che sfuggono a uno sguardo veloce e incontrollato.

Mentre la sala di James Gardner ci riporta a casa, Emanuel Layr ci proietta in un mondo culturalmente “infettato” di nomi giovani e provocatori, mettendo in scena l’internazionalizzazione dell’arte. La mostra che ha inaugurato il nuovo spazio del collezionista austriaco, è Year of the Monkey. La collettiva vede inseriti in un calderone culture differenti da Vienna, New York e Berlino i nomi che si susseguono promettono un’esaltante scena artistica di livello internazionale. Juliette Blightman, Lena Henke, Benjamin Hirte, Niklas Lichti, Matthias Noggler, sono i cinque artisti scelti per inaugurare in gran stile il nuovissimo spazio che si instaura in maniera definitiva accompagnato e sostenuto dai vicini, oltre a Frutta Gallery, T293 e Gavin Brown.

Il quartiere trasteverino, sempre più affollato, si sta lentamente confermando come uno dei luoghi di maggiore interesse artistico e tra le vie ammantate di san pietrini, vecchie chiese abbandonate e vedute tradizionalmente romanesche, permette non solo di ispirare e scoprire un’aria di un vecchio passato ancora vivo, ma contemporaneamente si apre al nuovo, al diverso e al dissonante in una continuità di produzioni artistiche pulsanti e incredibilmente affascinanti.

Year of the Monkey, Galerie Emanuel Layr, exhibition view, 2017(www.artribune.com) Gabriele de Santis, Frutta Gallery, exhibition view, 2017(foto dell'autrice) Gabriele de Santis, Truth to be told, Frutta Gallery, exhibition view, 2017 (foto dell'autrice) Year of the Monkey, Galerie Emanuel Layr, exhibition view, 2017(foto dell'autrice)

 

Gabriele de Santis – Truth to be told

Frutta Gallery

Via dei Salumi 53, 00153 Roma

19/ 01/ 2017 – 04 / 03/ 2017

Orario: dal martedì al sabato dalle ore 13.00 alle ore 19.00

Ingresso gratuito

 

 

Year of the Monkey / Rome. Juliette Blightman, Lena Henke, Benjamin Hirte, Niklas Lichti, Matthias Noggler

Galerie Emanuel Layr Rome

Via dei Salumi 3, 00153 Roma

19/01/2017 – 25/ 03/ 2017

Orario: su appuntamento

Attualità di Morandi. Opere donate al Museo dal 1999 ad oggi

Fino al 19 marzo e in occasione di ART CITY Bologna, il Museo Morandi dedica una intera sala del proprio percorso all’esposizione di una serie di opere che dal 1999 a oggi sono entrate a far parte della collezione a seguito di generose donazioni da parte di artisti che, nel loro percorso di ricerca estetica, hanno dichiaratamente guardato all’opera di Giorgio Morandi.

Il Museo lavora da sempre a mettere in relazione la poetica di Morandi e la produzione di artisti che da lui hanno tratto ispirazione, ne hanno colto l’inattesa contemporaneità e hanno trovato nel suo linguaggio risposte alle domande del nostro tempo, portando alla luce nuove possibilità espressive. Questa vocazione, oltre a promuovere inediti accostamenti nel percorso permanente – ad esempio con Eroded Landscape di Tony Cragg – e a dar vita a una serie di mostre personali temporanee – ultima in ordine di tempo quella di Ennio Morlotti – ha fatto sì che con Attualità di Morandi. Opere donate al Museo dal 1999 ad oggi vengano per la prima volta esposte in un’unica sala le opere acquisite tramite donazioni recenti.

David Adika, Julius Bissier, Ada Duker, Alexandre Hollan, Joel Meyerowitz, Zoran Music, Wayne Thiebaud e Marco Maria Zanin sono gli autori dei 19 lavori esposti, diversi per tecnica e soggetto. Attraverso un confronto dialettico con le opere di Morandi si intende offrire al visitatore una nuova chiave di lettura e interpretazione del suo universo artistico, nonché ribadirne la forte presenza nell’immaginario culturale globale e la sua influenza sulla cultura visiva internazionale.

Fonte arte.it

Fino al 19 Marzo 2017

Bologna

Luogo: Istituzione Bologna Musei | Museo Morandi

Curatori: Alessia Masi

Enti promotori:

  • Art City Bologna
  • Artefiera

Telefono per informazioni: +39 051 6496611

E-Mail info: info@mambo-bologna.org

Sito ufficiale: http://www.mambo-bologna.org/museomorandi

Anish Kapoor: un’esplosione di viscere e sensualità al Macro di via Nizza

Torna ad esporre in Italia, con una produzione totalmente rinnovata, la star dell’arte contemporanea Anish Kapoor.

La mostra, a cura di Mario Codognato e visitabile al MACRO fino al 17 aprile, è composta per la maggior parte da opere recenti e inedite, realizzate dall’artista principalmente negli ultimi cinque anni.

Tutte le opere in esposizione si concentrano sui toni del rosso e sui riferimenti al corpo umano, invadendo gli spazi del museo con forme organiche, bitorzolute e brutalmente sensuali che ricordano da vicino certa arte degli anni Sessanta, e si discostano invece nettamente dalle superfici lisce ed eleganti generalmente protagoniste della produzione dell’artista.

Silicone, tela e pittura si trasformano per volere di Kapoor in viscere giganti e carne viva, in ferite aperte, bendaggi e suture, in riferimenti alla natura primordiale dell’uomo e a organi sessuali, generando opere di grande forza espressiva e in grado di coinvolgere lo spettatore in maniera immediata.

Oltre che attraverso le consuete superfici riflettenti e bizzarre architetture – pur in parte presenti all’interno della mostra con lavori come Mirror (Black to Red), Corner disappearing into itself e la monumentale Sectional Body preparing for Monadic Singularity – il pubblico è coinvolto questa volta dall’artista anche attraverso colori e forme evocative, aiutate nel loro effetto dalle grandi dimensioni e dall’affollamento delle opere all’interno dello spazio espositivo.

È la presenza fisica, in sostanza, ciò che conferisce potenza alle opere in mostra, e ne racchiude il senso molto più che qualsiasi interpretazione. Quella di Kapoor è del resto da sempre un’arte che non ha bisogno di nessuna spiegazione, che tralascia il significato per concentrarsi unicamente sulla relazione tra l’oggetto e colui che lo guarda. Un’arte che va quindi vissuta, che può essere compresa solo attraverso il corpo e i sensi, mediante cioè un incontro fisico e ravvicinato.

Proprio per questo motivo chiunque si trovi a Roma da qui ad aprile farebbe bene ad approfittare di questa occasione, e fare in modo che l’incontro avvenga.

Red display, 2012, in mostra al MACRO (foto dell'autrice) Robe, 2012, in mostra al MACRO (museomacro.org) Sectional Body preparing for Monadic Singularity, 2015, in mostra al MACRO (foto dell'autrice) Anish Kapoor in mostra al MACRO (foto dell'autrice) Apocalypse and Millennium, 2013, e Sectional Body preparing for Monadic Singularity, 2015, in mostra al MACRO (museomacro.org) Corner disappearing into itself, 2015, in mostra al MACRO(museomacro.org) Foetal (dettaglio), 2012, in mostra al MACRO (foto dell'autrice) Mirror (Black to Red), 2016, in mostra al MACRO (foto dell'autrice) Mist on the Mountain (dettaglio), 2016, in mostra al MACRO (foto dell'autrice)

Fino al 17 aprile 2017

MACRO Via Nizza, Roma

http://www.museomacro.org/mostre_ed_eventi/mostre/anish_kapoor

 

La scultura di Giuseppe Ducrot

E’ con grande entusiasmo che la Galleria Maurizio Nobile inaugura l’inizio del nuovo anno con la La scultura di Giuseppe Ducrot, una mostra dedicata allo straordinario scultore romano, chiamato ad abitare gli spazi raffinati della sede bolognese in via Santo Stefano 19/a dal 26 gennaio al 28 febbraio 2017. L’esposizione inaugurerà mercoledì 25 gennaio alle 18 nell’ambito dell’Art Week bolognese, con una straordinaria apertura serale in occasione dell’Art city Night di sabato 28 gennaio.

Giuseppe Ducrot approda alla scultura nei primi anni novanta, sperimentando nuove tecniche su ceramica invetriata, terracotta, marmo e fusione in bronzo a cera persa. Attualmente, collabora con la storica Ceramica Gatti di Faenza, dove la produzione delle tipologie classiche si perpetua fedelmente insieme a quella delle opere di creazione contemporanea. Per Ducrot, infatti, fonti d’ispirazioni sono l’arte classica romana, ma anche le invenzioni scenografiche barocche, che trapelano con straordinaria capacità di mimesi nelle sue opere. In questo dialogo con l’antico e i modelli del passato si definisce il primo punto d’incontro con le opere trattate dalla galleria Nobile, specializzata in dipinti, disegni e sculture dal XVI al XIX secolo.

L’esposizione, come tante in passato, vuole porre l’attenzione sulla contemporaneità dell’arte di qualsiasi epoca e sul potenziale estetico che dispone la convivenza di opere di stile con periodi diversi. In questo senso, il connubio antico-contemporaneo porta a un’esaltazione reciproca delle opere, in un continuo rimando e richiamo di tematiche, iconografie e stilemi. Questa scelta caratterizza da tempo l’orientamento e la proposta della galleria Maurizio Nobile, che a settembre del 2017 festeggerà i suoi trent’anni di attività.

Giuseppe Ducrot, Figura distesa gialla, Fonte arte.it

Dal 25 Gennaio 2017 al 28 Febbraio 2017

Bologna

Luogo: Galleria Maurizio Nobile

Telefono per informazioni: +39.051.238363

E-Mail info: bologna@maurizionobile.com

Sito ufficiale: http://www.maurizionobile.com/

William N. Copley – Fondazione Prada. Sarcasmo e Ilarità in scena a Milano

Fino al 12 febbraio a Milano una delle istituzioni d’arte più prestigiose, la Fondazione Prada, ospita in collaborazione con la Menil Collection Houston la retrospettiva dell’artista americano William N. Copley curata per l’edizione italiana da Germano Celant. Due piani, 150 opere esposte ed un allestimento che ripercorre la carriera dell’artista dalla fine degli anni ’40 a Los Angels fino alla sua scomparsa nel 1996, seguendo un percorso espositivo di tipo biografico e creativo.

La mostra milanese è nettamente più ampia rispetto a quella esposta ad Houston e vanta opere provenienti da musei e collezioni internazionali. La più grande retrospettiva dedicata all’artista conosciuto per il suo grande umorismo e sarcasmo.

Eccezionale da parte del curatore la scelta di inserire all’interno della mostra un nucleo di capolavori di Max Ernst, Renè Magritte, Man Ray e Jean Tinguely facenti parte della raccolta personale dell’artista, conservati alla Menil Collection.

Copley orfano, grande collezionista d’arte, artista che per una vita cercò, attraverso le sue opere, di dare un volto a quella madre che lui non ebbe modo di conoscere. In precedenza Leonardo fece lo stesso dipingendo numerose versioni di Madonne, Copley lo fece seguendo una modalità più borderline con la rappresentazione in molte sue opere di prostitute. Attraverso queste immagini cercava da una parte di sublimare le sue perversioni, dall’altra l’elogio alla libertà sessuale; un moderno e semplice intento a voler buttar giù le barriere ed i pregiudizi nei confronti della pornografia.

Artista fortemente eclettico, nelle sue opere c’è un chiaro elogio alla libertà, all’anticonformismo, al puro piacere sessuale. Tele acriliche di grandi dimensioni, con esperimenti di linee, colori e allegorie.

Una pittura la sua che va in controtendenza, che sta a metà tra il surrealismo europeo e la pop art americana.

William N. Copley Immagine della FLAGS ROOM Foto Roberto Marossi Courtesy Fondazione Prada William N. Copley Courtesy Fondazione Prada William N. Copley Foto Roberto Marossi Courtesy Fondazione Prada William N. Copley Foto Roberto Marossi Courtesy Fondazione Prada

Informazioni utili

William N. Copley

Fino al 12 febbraio 2017

Fondazione Prada

Largo Isarco, 2 – 20139 Milano

www.fondazioneprada.org

 

 

Controcuore. Mostra personale di Mario Milizia

Prima personale di Mario Milizia negli spazi della galleria VIASATERNA, Controcuore è il frutto della combinazione di lavori realizzati con tecniche diverse e in momenti diversi, seguendo il modus operandi di un artista insieme inclusivo e disgregante, eclettico e specifico. Controcuore è il nome della struttura di ghisa frapposta tra la bocca del camino e la sua cornice in marmo. Elemento di raccordo, protezione, adattamento, è anche il titolo del libro in cui Milizia affianca alcune sue poesie, scritte nel 1992, all’analisi del suo DNA, eseguita attraverso il Genographic Project e tesa a ricostruire le sue origini ancestrali, che si sono rivelate greche, spagnole e portoghesi. Poesie recentemente tradotte in latino e nelle lingue di quei paesi, attraverso un gioco linguistico che le riscrive reinventandone il senso.

Da qui scaturiscono i sette arazzi esposti in mostra, sui quali sono tessuti i versi, originariamente realizzati con la tecnica del cut-up. Una tecnica a lungo masticata, dalla fine degli anni Cinquanta, che prevede di tagliare fisicamente uno o più testi scritti per ricombinarne gli elementi in maniera casuale. Quindi poesie e arazzi, oltre ai venticinque dipinti di piccole dimensioni realizzati stendendo una miscela di smalto per unghie e bianchetto sulle pagine ritagliate dal catalogo della collezione permanente del Museo Thyssen di Málaga. Sullo sfondo ci sono i dipinti dei pittori spagnoli, davanti la materia di una pittura ricavata dal quotidiano, lievitata ed espansa.

Chimica dei pigmenti e del ritocco, con cui Milizia realizza opere stratificate, dense, formate da un processo di sottrazioni e sovrapposizioni. Allo stesso modo, due sculture completano il percorso della mostra. Una è il frutto di un procedimento di autentica revisione che culmina in un modello di architettura utopica. Simile al plastico di un edificio Neorinascimentale, è proporzionato e rigoroso, eppure disabitato, inabitabile, sospeso tra la sua funzione originale e la sua attuale disfunzionalità. La seconda scultura, di bronzo e realizzata grazie alla collaborazione di Fonderia Battaglia, replica e reinterpreta un “controcuore” che, ancora una volta, lascia affiorare sulla sua superficie le tracce della fusione tra diverse culture.  

La mostra scaturisce così da una logica di accumulazione, raccolta, aggregazione e coagulazione. Si spinge fino alla periferia del caos, ma senza mai perdere la disciplina dell’analisi, della perizia che Milizia mette in ogni gesto, sempre calibrato e, soprattutto, conseguenza di uno studio meticoloso ed enciclopedico. È un ciclo di opere sul frammento e la mutazione. Sulla perdita e la riconquista di forme e funzioni. Sull’azione trasformativa di azioni come la traduzione, il ritaglio, il restauro, ma anche del tempo stesso, nel passaggio inevitabile tra passato e presente, e viceversa. Tutto rimanda a una condizione di costante instabilità, fonte d’inevitabile inquietudine, ma anche di un’organica eccitazione nei confronti dell’ignoto e della scoperta.

Mario Milizia, Senza titolo, 2016, Fonte arte.it

Dal 24 Gennaio 2017 al 17 Marzo 2017

Milano

Luogo: Viasaterna

Curatori: Fantom

Telefono per informazioni: +39 02.36725378

Sito ufficiale: http://www.viasaterna.com/

Antonio Ligabue. Elogio della diversità

Il Complesso del Vittoriano dedica, fino al 29 gennaio, una grande retrospettiva, con oltre 100 lavori, dell’opera di Antonio Ligabue, suddivisa tra dipinti, sculture e grafica, con una cospicua serie di autoritratti.

Da molto tempo, fin dalla sua scoperta da parte degli addetti ai lavori, l’operato di questo straordinario artista è stato presentato quasi in secondo piano rispetto alla sua personale parabola esistenziale, difficoltosa e sofferta sul piano psichico ed emotivo. Ma attraverso la visione di questa mostra, quello che invece spicca è un’assoluta sicurezza nei propri mezzi espressivi, una conoscenza del mondo naturale e delle sue cromie, dei suoi movimenti e dei suoi agguati, una lucida osservazione che di alienato non ha nulla, se non il modo in cui fa sentire noi, esclusi da questa totale immersione in quello che lo circonda. La natura, e in special modo i suoi abitanti più diretti, gli animali, vengono mostrati in queste sue opere con sorprendente varietà di atteggiamenti; dalla quieta presenza nei campi a furiose scene di attacco. Gli animali sono spesso esotici, lontani a livello geografico dal mondo alpino che Ligabue si trovava intorno, eppure sono resi con straordinaria familiarità. L’attacco perde la sua dimensione dell’orrore per lasciarci incantati dal turbine delle macchie nere su fondo oro di un leopardo avvolto dalle spire di smeraldo di un serpente; se la vita stessa a volte è una lotta alla sopravvivenza, diventa estremamente poetico scegliere di accettare questo assioma declinandolo nella poesia violenta ma vera di queste colluttazioni tra splendidi esemplari dai manti soffici e dagli occhi spietati.

Ma sono gli autoritratti che lasciano un’unghiata nel cuore, piuttosto che le zanne dei grandi felini predatori così spesso da lui dipinti. La precisa resa fisiognomica, i colori vivaci descrivono con nettezza il volto in primo piano: il pittore è riconoscibilissimo nei suoi tratti così peculiari, a volte sceglie di integrare qualche dettaglio, un berretto da fantino, delle mosche, uno spaventapasseri. Sono finestre dalle quali Antonio ci spia; come a dire io vi osservo dal mio mondo che giudicate strano ed imperfetto, ma ciò che vedo e rappresento è invece perfettamente sano e concreto. Autodidatta, ha la gestualità del maestro, i colori sono sempre giusti, perfetti i cieli, pieni gli incarnati, morbidi i piumaggi degli uccelli che rappresenta, vigili gli occhi dei disegni a matita. E’ un mondo completo quello che vediamo nelle sue opere; vive di regole sue, spesso prospetticamente incerte ma proprio per questo universali. Ma è il colore che lascia impressionati, pieno, assordante, non sfumato ma sempre reso nella sua pienezza, che sia il verde di una giungla lontana o il giallo dei campi del nord Italia riempie gli occhi, lascia un gusto in bocca, sa di pieno e di corposo. La sua sensibilità non è quella di un diverso, ma di qualcuno che è nel giusto; ma se proprio si vuole continuare a catalogarlo in questo modo, allora bisogna elogiarla questa diversità, così generosa di stimoli creativi.

Antonio Ligabue_Tigre-reale-www.staticpanorama.it Antonio Ligabue Autoritratto con spaventapasseri_www.dueminutidiarte.files Antonio Ligabue Scoiattolo 1959-60_www.teknemedia.net

Fino al 29 gennaio 2017

Complesso del Vittoriano

Dal lunedì al giovedì 9.30 – 19.30

Venerdì e sabato 9.30 – 22.00

Domenica 9.30 – 20.30

(La biglietteria chiude un’ora prima)

Via di San Pietro in Carcere, 
00186 Roma

T +39 06 678 0664

Per info e prenotazioni + 39 06 87 15 111

Francesco del Drago. Parlare con il colore

«Fino al tempo di Matisse e Picasso, i pittori creavano quadri che servivano per essere visti dall’occhio. Oggi cerchiamo di agire direttamente sulla trasmissione dalla retina all’area cerebrale, ed io personalmente sull’area gratificante delle sinapsi edoniche».

Ad esprimersi così è stato Francesco del Drago, l’artista di cui il Museo Bilotti annuncia la prima retrospettiva per l’inizio dell’anno prossimo, esattamente a partire dal 18 gennaio 2017.

A curare questa attesissima mostra è Pietro Ruffo, il giovane artista romano riconosciuto dal mondo dell’arte come uno degli artisti Italiani più interessanti, con la consulenza scientifica di Elena del Drago.

Francesco del Drago, nato a Roma nel 1920 e morto nel 2011 ha percorso quasi un secolo di storia da protagonista, partecipando attivamente e con passione tanto alle trasformazioni artistiche che si sono susseguite nel Novecento, quanto ai cambiamenti politici. Ha tenuto numerose mostre a partire dalla partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1954, ed è presente in molte collezioni pubbliche e private soprattutto europee e statunitensi.

Intellettuale rigoroso e straordinario artista, indagò a lungo la fenomenologia del colore giungendo all’elaborazione del Nuovo Cerchio Cromatico. I contrasti cromatici e la giustapposizione di determinate forme concorrono nel creare uno stato di eccitazione nelle aree cerebrali deputate alla visione.

Le sue ricerche teoriche sono state oggetto di conferenze in molte università del mondo, ma anche di scambio con i numerosi amici artisti: tra gli altri Guttuso e Birolli in Italia, Picasso, Pignon, Matta e i maestri del colore francese come Herbin e Dewasne a Parigi, dove si trasferì nel 1951. Esperienza francese particolarmente rilevante nel suo percorso, tanto che lo storico dell’arte Nello Ponente scrisse: «Del Drago porta aventi tutti gli sviluppi della pittura contemporanea e in modo particolare quelli della tradizione francese».

La mostra pensata da Pietro Ruffo per il Museo Bilotti presenterà una selezione di opere astratte fondamentali, che consentiranno di entrare nel pensiero e nella pratica artistica di Francesco del Drago.

Seguendo un percorso a ritroso, la mostra all’Aranciera comincerà con le ultime opere realizzate dall’artista, commoventi nello sforzo di ampliare ulteriormente la gamma cromatica, per poi concentrarsi sugli imponenti polittici astratti, summa dell’intera ricerca di del Drago.

Di del Drago, sarà evidenziata anche la statura di teorico, i suoi studi sul colore strettamente connessi alle più recenti scoperte matematiche attraverso una ricca selezione di documenti, filmati ed esperimenti.

Particolarmente interessante è infatti la possibilità di passare dai risultati estetici alle premesse teoriche in un processo che consente di approfondire le problematiche dell’arte astratta de Novecento e, segnatamente, quelle riguardanti il colore. Non a caso la ricerca di Francesco del Drago ha influenzato profondamente l’utilizzo cromatico delle generazioni successive, ma anche nel mondo della grafica, della pubblicità e del cinema.

Francesco del Drago, Meteorite, 1987, Fonte arte.it

Dal 18 Gennaio 2017 al 26 Marzo 2017

Roma

Luogo: Aranciera del Museo Bilotti

Curatori: Pietro Ruffo

Telefono per informazioni: +39 06 0608

Sito ufficiale: http://www.museocarlobilotti.it

Mario Deluigi. Grattage

La Galleria Studio Gariboldi è lieta di presentare una retrospettiva dedicata all’artista Mario Deluigi (1901-1978), uno dei Maestri dello Spazialismo italiano. La mostra si concentra su un nucleo di opere eseguite tra l’inizio degli anni cinquanta e la fine degli anni sessanta, risultato di una rigorosa ricerca sullo spazio legata al colore e alla luce, tema dominante della sua opera.

Nel 1951 Mario Deluigi sottoscrive il Manifesto dell’arte spaziale e nel 1952 il Manifesto del movimento spaziale per la televisione. La sua originalità di esecuzione si concretizza con una nuova soluzione tecnica: il grattage. Quest’ultima appare già ben definita nelle opere chiamate Motivi sui vuoti, esposte alla Biennale di Venezia nel 1954. L’artista interviene sulla superficie pittorica segnandola in negativo, quindi incidendo la superficie del dipinto attraverso mezzi appuntiti come lamette, taglierini, bisturi, e dorsi dei pennelli o delle spatole. Scalfendo gli strati di pittura stesi in precedenza, Deluigi riesce a rivelare l’anima luminosa del colore. Il gesto genera il segno che a sua volta costruisce la luce e una forma plastica nello spazio.

Nei suoi grattage i segni sono controllati nella loro libertà, e ognuno di essi, anche il più piccolo, vuole trasmettere una precisa idea e immagine. Guardandoli sarà possibile scoprire l’intuizione del ritmo che nasce proprio grazie a una casualità voluta. Ogni traccia lasciata sulla superficie pittorica incide la luce creando vibrazioni spaziali che aprono i confini del quadro stesso. La purezza della vibrazione del segno-luce sembra moltiplicarsi all’infinito, creando così una luminosità che al tempo stesso è colore e la sua assenza. La costruzione dello spazio avviene quindi per sottrazione della materia, e Deluigi, nell’azione di levare riesce ad aggiungere corpo “solido” alla tela, determinando, al suo interno, un nuovo spazio visibile.

Deluigi, Grattage G V 031, 1959, Fonte arte.it

Dal 19 Gennaio 2017 al 24 Febbraio 2017

Milano

Luogo: Galleria Studio Gariboldi

Telefono per informazioni: +39 02 21711378

E-Mail info: posta@studiogariboldi.com

Sito ufficiale: http://www.studiogariboldi.com

Lia Pasqualino. Attraverso

È stato Walter Benjamin a notare come l’osservatore, il protagonista del racconto di Edgar Allan Poe intitolato L’uomo nella folla, guardando attraverso i vetri di un locale pubblico, cioè da un’apparente posizione di sicurezza, finisca per «soccombere a un’attrazione che lo trascinerà nel vortice della folla».

Attraverso è il titolo scelto per la mostra di Lia Pasqualino che si terrà alla Galleria del Cembalo da sabato 14 gennaio a sabato 1 aprile 2017. Saranno esposte venti fotografie inedite in bianco e nero della fotografa palermitana che ritraggono persone in posa o in situazioni viste attraverso la superficie di un vetro. Foto in cui il vetro svolge la funzione di filtro da cui partire per creare ciò che si realizza nell’inquadratura, ossia quel legame speciale e irripetibile tra la persona, l’emozione, la memoria, e il silenzio, coagulato nel tempo dello scatto.

Come l’osservatore di Poe, Lia Pasqualino ritaglia la visibilità del mondo nella distanza imposta da una finestra e, come lui, ne estrae la misura incandescente di una relazione essenziale con la vita. Dietro il vetro tutto appare senza tempo, allucinatorio, e ricorrente.

Se è vero che c’è uno strano silenzio quando si guarda il mondo attraverso una parete di vetro, è anche vero che si tratta del silenzio più ammaliante e catturante che esista. La finestra è un dispositivo usato da sempre, e che la pittura, la fotografia, il cinema hanno variamente celebrato.

La finestra e il vetro svolgono da sempre una funzione essenziale: esaltano la relazione tra il dentro e il fuori. E gli sguardi che Lia Pasqualino scopre o mette in posa sembrano nello stesso tempo rivolgersi all’interno e all’esterno, sempre trasognati o impegnati a guardare oltre se stessi, verso quel punto fermo del mondo che ruota di cui parla in una sua celebre poesia T. S. Eliot.

La finestra ritratta da Lia Pasqualino è il confine per far passare nello sguardo, simultaneamente, quello che siamo e quello che vorremmo essere, quello che sembriamo e quello che pensiamo, la cornice, sospesa nel vuoto, attraverso cui catturare uno stato di coscienza, l’attimo infinito in cui lo sguardo oscilla indeciso tra l’opacità e la trasparenza, un punto di trasmigrazione dell’anima.

Non è un caso che nella mostra sia dedicato uno spazio speciale a una sequenza di scatti che ritraggono un grande attore di Tadeusz Kantor, Roman Siwulak, uno dei leggendari protagonisti de La Classe Morta, lo spettacolo in cui la scena diviene per la prima volta il luogo di una esperienza di metamorfosi totale. Kantor diceva che non si può recitare a teatro, bisogna prima trovare il luogo della vita, e il suo teatro della morte era infatti concepito come una grande finestra da cui lasciar spiare agli spettatori sogni e ricordi, incarnati nel viaggio dei suoi attori, manichini sospesi tra la vita e la morte.

Come scrive Cortazar a proposito della fotografia, l’insolito non si inventa. Lo si incoraggia aspettando che si manifesti senza che lo si debba separare con violenza dal consueto. Era questa la ragione per cui il grande scrittore argentino preferiva definire le fotografie come finestre verso l’insolito.

Lia Pasqualino, 2012, Fonte arte.it

Dal 14 Gennaio 2017 al 01 Aprile 2017

Roma

Luogo: Galleria del Cembalo

Telefono per informazioni: +39 06 83796619

Sito ufficiale: http://www.galleriadelcembalo.it