Storia e memoria. Jessica Warboys

Jessica Warboys (1977, Newport) si è distinta negli ultimi anni come uno dei più significativi artisti inglesi della sua generazione. La sua pratica è improntata su ricordi personali e memorie collettive, storiche, mitiche o immaginarie e, questa mostra in particolare si focalizza sul suo impiego del simbolismo e il suo approccio al paesaggio.
Il percorso espositivo presenta in anteprima Hill of Dreams (2016), recentemente commissionato, e altri film girati nel Regno Unito: Pageant Roll (2012), ambientato nell’antico paesaggio pagano della brughiera della Cornovaglia e Boudica (2014) che esplora sia la figura della storica eroina che la “Boudicca Way” di Norfolk.

Insieme a Hill of Dreams la suite di film evidenzia l’inesauribile interesse della Warboys nei confronti del paesaggio, della storia celtica e delle sue spesso trascurate figure storiche. Girato nel Galles del Sud, Hill of Dreams, si inspira ad un libro dallo stesso titolo dello scrittore Arthur Machen, un romanzo semi-autobiografico pubblicato nel 1907. La pellicola alterna realtà e finzione, passato e presente, facendo rivivere le memorie d’infanzia di Machen nella rurale Gwent, dove Jessica Warboys nasce un secolo più tardi.
Oltre al film, la pratica della Warboys utilizza una varietà di media, quali la scultura, la pittura, il vetro e la performance.
In Casa Masaccio, insieme ai film l’artista presenta tre nuovi dipinti che corrispondono ad ogni film della trilogia come allotropi di un soggetto o luogo in comune: la Cornovaglia, Norfolk e il Galles; Boudica e Machen.

Allotropes è la prima personale di Jessica Warboys in un’istituzione pubblica italiana. Jessica Warboys (1977 Newport) ha studiato al Falmouth College of Arts and Slade School of Art, Londra. Attualmente vive tra il Suffolk e Berlino dove lavora con diversi media quali film, pittura e scultura. É stata selezionata per Film International, Whitechapel Art Gallery, Londra, 2013, e ha partecipato a dOCUMENTA 13, 2012. Ha inoltre preso parte alla 9ª Bienal do Mercosul, Porto Alegre, Brasile, 2013, più recentemente nel 2015 ha esposto presso Gaudel de Stampa, Parigi; State of Concept, Atene; 1857, Oslo, e nel 2016 al Kunstverein, Amsterdam. Il suo lavoro è attualmente visibile al British Art Show 8, 2016.

link: Casa Masaccio

Fino al 24 Luglio 2016
feriali 15 – 19, festivi 10 – 12 / 15 – 19

Corso Italia 83, San Giovanni Valdarno

Spiegare tutto ogni volta. Giuliano Mammoli

Aveva già affrontato il tema del gioco Giuliano Mammoli, stabilendo perentoriamente con la scritta al neon rosa che “life is a game”; e nel gioco, che è impulso alla creatività per la costruzione di spazi fantasiosi e inattesi ma anche rispetto di ruoli predefiniti e regole assegnate, accettate e condivise, l’artista ha tracciato i binari della sua ricerca e il paradigma del suo fare arte.

Tutto infatti in questo incedere artistico appare giocoso, a tratti infantile; la produzione pittorica, i lavori scultorei, i combines con i quali invade i luoghi espositivi concorrono alla realizzazione di mondi paralleli e alternativi a quelli progettati dagli standard della quotidianità e della consapevolezza, dove la serietà imposta dalla società adulta non consente di intraprendere nuovi itinerari esplorativi, dove il punto di vista è univoco, inconfutabile e inalterabile.

Nei linguaggi dell’artista il gioco funge perciò da prompt per accogliere e stimolare nuovi approcci al reale poiché proprio nella piacevolezza estetica e nell’apparente disimpegno di queste produzioni è dapprima celato e, in un secondo momento, sommessamente svelato il principio di verità obnubilato dalle stereotipie e dagli impoverimenti dei codici comunicativi della contemporaneità, espressione di pensieri artefatti e messaggi depotenziati del loro valore espressivo.

Compaiono innumerevoli e iperboliche figure retoriche strategiche attraverso le quali porre lo spettatore di fronte all’oggetto desunto dal mondo del reale, rettificato e posto in relazione alla sua nuova percezione, all’imprevista presenza nel luogo-altro dell’arte che ne autorizza una nuova fruizione.

Anche la personale Spiegare tutto ogni volta si configura come attimo ricreativo, un gioco a incastro di tasselli modulari (serigrafie su metallo, terrecotte, ready-made) e distinti elementi alfabetici di un componimento letterario frammentato la cui ricostruzione e definizione ultima, ottenuta attraverso un percorso sommativo, contemporaneamente ludico e catartico, conduce a epiloghi illuminanti, per quanto combinatori e casuali.

Con l’elegante rigore formale e la ricercata levità che ne caratterizzano l’intera produzione, Giuliano Mammoli ci conduce entro i labirinti della comunicazione, riscrivendo le pareti della galleria di frasi interrotte, immagini spezzate, segni grafici e grafemi incompiuti da decrittare e riutilizzare per ricostruire il flusso di verità assiomatiche massmediali, prodotte meccanicamente da una società frenetica e disattenta, delle quali è stato smarrito il senso.
Un monito, evidentemente, a riconsiderare e porre rimedio alla superficialità di analisi, al pressapochismo, alla disattenzione che inficiano la capacità di osservare e leggere il mondo.
Un paradosso comunicativo in cui la rinuncia a un senso immediato induce, oltre la confusione del cortocircuito narrativo, alla formazione di nuovi sistemi di scrittura logografici, all’esplorazione di nuovi pensieri, alla catalogazione di nuove prospettive visuali.

I forti contrasti che sorreggono i linguaggi espressivi di Mammoli mettono ora in scena un complesso apparato di ossimori in cui gli estremi – leggerezza/gravità, gioia/tragedia, inganno/disinganno – coesistono e s’intrecciano, per spingerci a introspettive riflessioni e valutazioni oltre l’articolata struttura enunciativa alla quale ogni opera concorre, per spiegarci tutto, ogni volta e semplificare le difficoltà testuali apparenti con la disarmante ed efficace purezza di un bambino (mutuando le parole del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry) che vuole essere ascoltato e compreso dagli adulti.

link: Studio Arte Fuori Centro

Fino all’11 Giugno 2016
dal Martedì al Sabato 17:00-20:00

via Ercole Bombelli 22, Roma

Helmut Zimmermann

La pittura può essere un viaggio iniziatico che permette di crescere interiormente. Il quadro un oggetto da meditazione in cui perdersi e ritrovarsi ogni volta che lo desideriamo.
Helmut Zimmermann è nato nel 1924 in Boemia. Dal 1942 al 1945 è stato nell’antiaerea tedesca in Francia, in Russia ed in Italia, dove ha disertato passando dalla parte dei partigiani che agivano nella zona del Piave. Dopo la guerra, espulso dalla Boemia, comincia a studiare pittura e scultura a Monaco e Norimberga e a fare lunghi viaggi in tutta l’Europa. In questi anni si appassiona alle teorie di Carl Gustav Jung, in particolare alla psicologia del profondo e al processo di individuazione: concetti che saranno alla base della sua pittura per molti anni.

Per Zimmermann la pittura è un mezzo per acquisire coscienza di se stessi, un processo che documenta lo sviluppo della personalità individuale e dello spirito. Quest’ultimo, che non è visibile, diventa percettibile agli occhi di chi guarda attraverso l’immagine pittorica. Il quadro diviene un’auto-proiezione, leggibile come una radiografia, dove la corporeità non è più un limite. Opere d’arte quasi Mandala (traduzione dal sanscrito cerchio) che rappresentano uno schema dell’esistenza, dove Zimmermann è al centro. Il solco tracciato intorno fa da recinto della personalità più intima evitando la dispersione e proteggendo tutto ciò che ne è contenuto. Ecco che sulla tela appare il disegno di un possibile ordine mentale, con i lati bui e le ombre, insieme a fenditure e spiragli di luce zenitale, parti integranti dell’anima e indispensabili per l’elevazione spirituale.

La continua trasformazione interiore si ripercuote sulle proiezioni pittoriche, che l’artista usa per scoprirsi e di conseguenza cambiare ulteriormente. In questo modo la sua ricerca diventa un cammino della psiche verso la totalità e verso la purificazione dello spirito. Volgendo lo sguardo in se stesso cerca di trovare e di costruire un centro di luminoso silenzio.

“Mi sto preparando nel quadro una zona dove è possibile la vita. Devotamente sto cercando nel mio campo l’ordine, la salute, la salvezza.” (Dal catalogo della mostra alla Galleria del Naviglio, 1965)

link: Studio Gariboldi

fino al 30 Giugno 2016
dal Lunedì al Venerdì: 10.00-12.30/14.00-19.00

via Giovanni Ventura 5, Milano

Il ritorno alla pittura di Sol LeWitt

Il disegno e la pittura murale sono i due poli attorno ai quali si sviluppa la produzione dell’artista a partire dal 1968. È in questo periodo che LeWitt argomenta come l’idea sia la componente fondamentale della sua arte, ponendo l’esecuzione e l’oggetto come secondari. E’ infatti significativo che la realizzazione dei Wall Drawing sia lasciata ai suoi assistenti, e il risultato finale sia presentato insieme al progetto esecutivo, esposto a fianco del murales per aiutare l’osservatore a comprenderne l’idea di base e la conseguente complessità di sviluppo.

“Dal punto di vista espressivo – afferma Gianluca Ranzi nel testo in catalogo – quanto interessa a LeWitt è principalmente dato dal fatto che non solo il pensiero deve presiedere e superare d’importanza la realizzazione, ma che quest’ultima deve racchiude in sé il pensiero rendendolo manifesto allo spettatore”. “Per far comprendere questo concetto – continua Gianluca Ranzi – LeWitt è ricorso all’esempio della musica: essa, come la udiamo, è il risultato finale, mentre le note che la producono esistono solo per essere lette da chi le può comprendere e utilizzare, cioè i musicisti che eseguono il pezzo musicale indicato sulla partitura. Il pubblico invece ascolterà la musica che nasce dall’esecuzione ma sarà all’oscuro delle unità minime che la sovrintendono, così come delle modalità del loro armonico relazionarsi le une con le altre”.

Le opere presenti in mostra ricostruiscono di fatto l’arco espressivo dell’opera di LeWitt, da alcuni esempi di quella rigorosa e schematica moltiplicazione di un cubo di base (Cube Without a Cube, 1982, matita su carta, 56×56 cm) o di un rettangolo (Folded Paper, 1971, carta piegata, 15×30 cm) che svelano in bianco e nero il principio delle sue note sculture a griglie modulari, fino alle grandi figure di solidi geometrici irregolari che anche nell’uso astratto e matematico del colore si ricollegano alla pittura di Piero della Francesca (Geometric Figure, 1997, gouache su carta, 152,9×173 cm), per finire con molti significativi esempi delle famose linee colorate ondulate o aggrovigliate che sono alla base di interventi pubblici notissimi come quelli per l’Ambasciata Americana alla Porta di Brandeburgo a Berlino o per la Metropolitana di Napoli.

link: STUDIO GIANGALEAZZO VISCONTI

fino al 25 Novembre 2016
da lunedì a venerdì 10:00 – 13:00 / 14:30-18:00

Corso Monforte 23, Milano

Giungla urbana al neon. Joseph Klibansky

Joseph Klibansky è un prolifico artista olandese dotato di un grande seguito a livello globale, la cui pratica artistica intreccia i confini tra fotografia digitale, pittura e scultura. Il suo lavoro può essere considerato di tradizione post-concettuale, arricchito da una potente estetica visiva e da un approccio ironico.

Diverse tipologie di opere possono essere identificate all’interno della sua pratica artistica che, di solito, segue due sentieri differenti, come: paesaggi urbani digitali concepiti attraverso un immaginario onirico, e le sculture, che rappresentano dei soggetti presi in prestito dal mondo contemporaneo e cosmopolita. Klibansky utilizza il suo lavoro per far riflettere le persone sulla società e le loro vite.

Alcuni temi ricorrenti sono: la vita quotidiana nelle metropoli contemporanee, la stratificazione ricorsiva tra dimensione reale e digitale, il conflitto tra passato e futuro. Vicino per vocazione alla New Media Art, si serve di tecniche innovative che combinano fotografie manipolate digitalmente e interventi pittorici. A dispetto della sua giovane età si è già guadagnato una spiccata riconoscibilità nel sistema dell’arte, con esposizioni nelle maggiori fiere internazionali, passaggi in asta dai risultati sorprendenti, committenze da parte di importanti collezioni aziendali.

La mostra sarà caratterizzata dalla presenza sia di dipinti digitali sia di sculture, che verranno disposti in modo da creare una narrazione attraverso i muri della galleria.

La Bonnet Van Der Sluis è una galleria d’arte contemporanea fondata da Immechien Bonnet e Susanna Van Der Sluis, che espone una varietà di opere d’arte originali nel campo della scultura, pittura e tecniche miste. La galleria è una combinazione dinamica di artisti giovani ed emergenti in congiunzione a nomi noti e affermati nel mondo dell’arte internazionale.

link: ​BONNET / VANDER SLUIS GALLERY

Fino al 3 Luglio 2016
dal Martedì al Sabato 11.00-19.00

San Marco 2950, Campo Santo Stefano, Venezia

Tomaso De Luca in mostra

In una famosa intervista con Larry McCaffery nell’estate del 1993, David Foster Wallace risponde all’ultima domanda del critico dicendo:
“Questi ultimi anni dell’era postmoderna mi sono sembrati un po’ come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e organizzi questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po’ va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l’autorità parentale se ne è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi o rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po’ di ordine, cazzo… Non è una similitudine perfetta, ma è come mi sento, è come sento la mia generazione di scrittori e intellettuali o qualunque cosa siano, sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse. L’opera di parricidio compiuta dai fondatori del postmoderno è stata importante, ma il parricidio genera orfani, e nessuna baldoria può compensare il fatto che gli scrittori della mia età sono stati orfani letterari negli anni della loro formazione. Stiamo sperando che i genitori tornino, e chiaramente questa voglia ci mette a disagio, voglio dire: c’è qualcosa che non va in noi? Cosa siamo, delle mezze seghe? Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più – e che noi dovremo essere i genitori.”

Se nel 1993 erano le tre del mattino, oggi con tutta probabilità sono le sei, e fuori sta già albeggiando. Nessuno degli ospiti se n’è ancora andato e il disastro si consuma sotto i nostri occhi inermi. La malinconia e l’ansia, in una strana oscillazione tra passato e futuro, ci inducono una leggera asfissia, e così ancora non ci fanno decidere se rimettere in ordine o abbandonarci al caos. Cominciamo a domandarci a cosa porti questa festa senza fine, cosa dia questo caos che ci ha sopraffatti, o quale sia l’autorità che dobbiamo imporre nuovamente. Siamo obbligati a riconsiderare il nuovo stato delle cose, il rovesciamento rivoluzionario è avvenuto, ma cos’è andato storto? Il party di fantasmi e trickster di Foster Wallace finisce male: i princìpi modernisti, imponenti e ingombranti come i mobili di famiglia, vengono sfasciati e vandalizzati. Non ci siamo resi conto però, prima che il disastro accadesse, che nelle mani dei nostri ospiti indesiderati quei princìpi si sono trasformati in armi taglienti, pericolose, leggerissime e terribilmente vive.

In ein reiner Morgen in Amerika(un limpido mattino in America), Tomaso De Luca, (Verona, 1988), racconta dello spazio interstiziale delle epoche storiche e dei giorni, nel quale troviamo i fantasmi, gli ospiti scomodi, le presenze che non vorremmo vedere, ma con cui necessariamente dobbiamo fare i conti.
Apparentemente ferito e precario, il Modernismo marcito di ein reiner Morgen in Amerika dimostra ancora il suo potere sovversivo, il suo superamento delle polarità o delle categorizzazioni, la sua incapacità sostanziale e programmatica di essere “spiegato”, ridotto in parti semplici, poiché funziona solo in un insieme.
Le sculture, che portano ognuna il nome di una persona, come gli invitati a una festa, si insediano nello stanze, occupano la casa. Paiono una giungla di piante da appartamento, o un paesaggio complesso che si sviluppa nello spazio di un posacenere pieno, decidono di essere ciò-che-non-si-dovrebbe-essere.
Questo mattino, che ci trova terribilmente affaticati, applica la sua qualità di purificazione alle cose, le rende nitide, sorprendentemente chiare. Ci fa rendere conto che nulla è andato storto nella rivoluzione, la rivoluzione deve essere “storta” dal principio.

Felix Gonzalez Torres a Milano

Questo progetto espositivo ha luogo nei mesi di maggio, giugno e luglio del 2016 presso gli spazi della Andrea Rosen Gallery a New York, di Massimo De Carlo, Milano e Hauser & Wirth, Londra.
L’opera di Gonzalez Torres torna per la prima volta a Milano dalla sua ultima mostra – presso la Galleria Massimo De Carlo – del 1991, ed è anche un ritorno a Londra dopo la retrospettiva dedicata dall’artista alla Serpentine Gallery del 2000. Negli ultimi dieci anni la Andrea Rosen Gallery si è dedicata a una serie di doppie personali che hanno messo a confronto l’opera di Gonzalez Torres con artisti del calibro di Joseph Kosuth, Agnes Martin, On Kawara e Roni Horn: ma questa occasione è la prima personale organizzata nella galleria newyorkese dal 2000.

Ogni sede della mostra si concentra su una componente essenziale della pratica artistica di Gonzalez Torres, e si focalizza sul dialogo presente all’interno dell’opera dell’artista. L’esperienza visiva e concettuale di ognuna delle tre parti della mostra si propone di essere allo stesso tempo autonoma e parte di un insieme. Le due curatrici hanno selezionato le installazioni e le opere presenti in ciascuna sede così che ogni parte della mostra, e dunque ogni sede, possa offrire l’opportunità di concettualizzare in maniera più ampia e più complessa la pratica dell’artista per evitare di presentare, e dunque di preservare, una sola interpretazione univoca del lavoro dell’artista. La profondità con cui le curatrici hanno messo in atto le loro scelte specifiche incoraggia lo spettatore a immaginare nuove possibili mostre e installazioni che soltanto l’opera di Gonzalez Torres, con la sua molteplicità e duttilità, può consentire.

“Il fallimento dell’arte concettuale è in realtà il suo successo. Perchè noi, nella prossima generazione, abbiamo preso quelle strategie e non ci siamo più preoccupati se un oggetto sembrasse arte o meno, quello era affar loro… Credo fermamente nel guardarsi indietro, tornare a scuola e leggere libri. Si impara da queste persone. E poi, fiduciosamente, provi a farcela, non meglio (perchè non puoi farlo meglio), ma provi a farlo in un modo che abbia senso. Come nel Don Quixote di Pierre Menard di Borges; è esattamente la stessa cosa ma è meglio perché è adesso, è stato scritto con una storia di adesso…”
Felix Gonzalez-Torres, intervista con Robert Storr, ArtPress, 1995

link: Massimo De Carlo

Fino al 20 Luglio

dal Martedì al Sabato: 11.30 – 19.00
ingresso libero

via Giovanni Ventura 5, Milano

Michelangelo Pistoletto, Il tavolo, 2004

Un racconto in sei stanze a Palazzo Barbò

Un racconto in sei stanze è il titolo della mostra, curata da Angela Madesani, che si terrà a Palazzo Barbò sino al 17 luglio 2016. Otto gli artisti internazionali della galleria Studio la Città di Verona, presenti con opere e installazioni.
È la seconda volta che negli spazi cinquecenteschi di Palazzo Barbò si presentano storie di galleristi. La prima occasione aveva avuto luogo nel 2014 con le fotografie della collezione di Massimo Minini. La gallerista Hélène de Franchis, che nel corso degli anni ha organizzato mostre in musei e spazi pubblici e ha partecipato, tra i primi in Italia, a numerose fiere internazionali, spiega l’intervento in questo suggestivo palazzo rinascimentale:

«Ci sono artisti con cui lavoro molto da tanti anni ed altri con cui lavoro meno, ma le loro opere mi interessano e per ragioni diverse definiscono anche la mia storia di galleria. Per questa mostra ho scelto di mettere delle installazioni di grandi dimensioni, perché le opere piccole, sarebbero scomparse nello spazio; e poi questo è anche ‐ come recita il titolo ‐ un racconto. È il racconto di alcune mie scelte, del mio gusto, lontano dalle mode».

L’esposizione presenta le installazioni di otto artisti: Il Tavolo divisione e moltiplicazione Da zero all’infinito del 2004 di Michelangelo Pistoletto, Fluide propagazione alchemiche, opera di sound art del secondo italiano in mostra: Roberto Pugliese, alcune sculture in resina del tedesco Herbert Hamak, l’armadio con uccellini di terracotta, dipinti, sul tema della migrazione, intitolato Silent Shadows (2015) dell’artista indiana, Hema Upadhyay, recentemente scomparsa. Di altri due artisti indiani Subodh Gupta e Riyas Komu sono rispettivamente Dubai to Mumbai (2006‐08), un carrello di ottone con un bagaglio di alluminio e Benevolent Grass (2010), una scultura sul tema del calcio, significativo denominatore comune della nostra epoca. Dell’americano Jacob Hashimoto sono tre sculture, due Positivo Negativo del 2003 e Water Blocks sempre del 2003 e un’opera a muro, Untitled #8 del 2010, tutti lavori intorno al tema del paesaggio. Sul tema del paesaggio sono anche le lightbox del giapponese Hiroyuki Masuyama. La sua è un’operazione di matrice concettuale sul metodo di lavoro dell’artista inglese William Turner.
I lavori in mostra non fanno parte della collezione privata della nota gallerista: «sono opere che amo, artisti che fanno parte delle mie scelte e del mio lavoro. Ma questo non ha determinato la scelta di esporle. Ci sono quelle, insieme ad altre, senza priorità particolari. Ci sono perché mi piacciono le une con le altre in questo particolare spazio».
Ancora una volta il piano nobile di Palazzo Barbò è animato da un dialogo intenso tra opere di arte contemporanea e lo spazio, carico di storia e di rimandi.
La mostra è accompagnata da una pubblicazione con un’intervista della curatrice alla gallerista Hélène de Franchis.

Michelangelo Pistoletto, Il tavolo, 2004

Michelangelo Pistoletto, Il tavolo, 2004

LUOGO: Palazzo Barbò di Torre Pallavicina

CURATORI: Angela Madesani

ENTI PROMOTORI:
Comune di Torre Pallavicina
In collaborazione con Studio la Città – Verona

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39.045.597549

E-MAIL INFO: info@studiolacitta.it

SITO UFFICIALE: http://www.studiolacitta.it

Orario: tutti sabati dalle 16 alle 19, tutte le domeniche dalle 15 alle 19

Biennale Donna: Silencio Vivo Artista dall’America Latina

Torna al Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara la Biennale Donna, con la presentazione di Silencio Vivo, artista dell’America Latina.
Organizzato dall’UDI -Unione Donne in Italia di Ferrara e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, la rassegna si conferma come uno degli appuntamenti più attesi del calendario artistico e dopo la forzata interruzione del 2014, a causa del terremoto che ha colpito Ferrara e i suoi spazi espositivi, può ora riprendere il proprio percorso di ricerca ed esplorazione della creatività femminile internazionale.
Da sempre attenta al rapporto fra arte e la società contemporanea, la Biennale Donna intende concentrarsi sulle questioni socioculturali, identitarie e geopolitiche che influenzano i contributi estetici dell’odierno panorama delle donne artiste. In tale direzione, la rassegna di quest’anno ha scelto di spostare il proprio baricentro sulla multiforme creatività latinoamericana.
Silencio Vivo riscopre le contaminazioni nell’arte di temi di grande attualità, interrogandosi sulla realtà latinoamericana e individuandone i temi ricorrenti, come l’esperienza dell’emigrazione, le dinamiche conseguenti alle dittature militari, la censura, la criminalità, gli equilibri sociali fra individuo e collettività, il valore dell’identità o la fragilità delle relazioni umane.
La Biennale Donna le rende omaggio con un nucleo di opere che ne esaltano l’inconfondibile impronta sperimentale, dalle note Siluetas alla documentazione fotografica delle potenti azioni performative risalenti agli anni ’70 e ’80. Al centro, l’intreccio di temi, quali la costante ricerca del contatto e il dialogo con la natura, il rimando a pratiche rituali cubane, l’utilizzo del sangue, al contempo denuncia della violenza, ma anche allegoria della perenne binomia vita/morte o l’utilizzo del corpo come contenitore dell’energia universale.
La mostra presenta una selezione di lavori che ne confermano la grande versatilità, dalle sue celebri opere degli anni ’70 e ’80, documentazioni fotografiche che lei definisce “photopoemaction” , di chiara matrice performativa alle sue recenti sculture e installazioni in ceramica, dove emerge la sempre fedele attinenza al vissuto quotidiano, in aggiunta, però, all’esplorazione dei processi di creazione e distruzione alle quali l’individuo è inevitabilmente legato.
La mostra si potrà visitare fino al 12 giugno 2016.

Luogo: Ferrara, Padiglione d’Arte Contemporanea
Indirizzo: Corso Porta Mare, 5
Città: Ferrara
Provincia: FE
Regione: Emilia-Romagna
Orario: da martedì a domenica 9.30–13.00; 15.00–18.00

Urs Lüthi e Arnold Mario Dall’O a Bolzano

Per la prima volta insieme possiamo vedere Urs Lüthi ed Arnold Mario Dall’O in un progetto site-specific da loro curato. Urs Lüthi, artista svizzero riconosciuto a livello internazionale, esporrà tre opere scultoree, tra cui l’autoritratto del ciclo “Small Monuments” e due autoritratti in vetro della serie “Ex Voto”. Arnold Mario Dall’O presenterà invece tre opere pittoriche inedite realizzate su supporto in alluminio.

Nel gioco degli specchi tra arte e vita, Urs Lüthi ha iniziato tra gli anni sessanta e settanta a cercare un modo personale di farsi lui stesso rappresentazione degli altri, amplificando il proprio ego con grande autoironia. Usando la fotografia come strumento di creazione dell’immagine, ha interpretato ruoli diversi, personaggi strani, buffi, ha inscenato drammi, cambiato sesso, spostandosi lungo l’asse temporale più volte. L’artista rinuncia alla rappresentazione del mondo esterno come dato oggettivo, elaborando una strategia di rispecchiamento in cui comunque la propria immagine diventa il luogo in cui il mondo si riflette e appare. Urs Lüthi ha cambiato non solo l’uso della fotografia, ma ha rivoluzionato il concetto di arte e di rappresentazione nelle arti visive. Il passaggio realizzato da Urs Lüthi risiede proprio nella dicotomia tra l’ironia e la tragedia: l’esistenza è troppo breve per prenderla sul serio. Raccontarsi con umorismo e sano realismo evitando ogni dramma, è una delle cifre del lavoro dell’artista svizzero. L’uso della scultura diventa progressivamente il linguaggio che prende il posto della fotografia. I suoi autoritratti scultorei non sono ossessivi e ripetitivi, sono tragici e buffi nello stesso tempo. Sanno esprimersi attraverso la fragilità del vetro, ma possiedono anche la trasparenza dell’intelligenza. Invecchiare e morire sono cose normali, sempre meglio una vita da artista che arrendersi alla banalità del reale.

La morte è certamente anche un elemento che caratterizza l’opera di Arnold Dall’O. Da anni lavora nel trasformare le immagini della banalità e della quotidianità in qualcosa di altro e di diverso. In primo luogo attribuisce un tempo alla ripresa delle immagini recuperate dalla rete perché la pittura è lenta, le fotografie digitali rinascono con i tempi lunghi di un dipinto per pennellate puntiformi, ricostruendo retinicamente l’unità. Dall’altro compie un’operazione di blow up che fa guardare la realtà attraverso la nuvola o cloud o nuages della pittura. Dall’O lavora sulla figurazione non dando contorni definiti, avvolgendo le immagini in una “nuvola probabilistica”, per usare un termine scientifico. La stessa idea di Arnold Dall’O di mettere insieme categorie di forme differenti dai pattern decorativi alle immagini della morgue, dai simboli di animali ai paesaggi astrali, dice che conta solo la selezione che l’artista opera. La nuvola nasconde, rende i contorni sfumati, ma salva informazioni, tracce di una contemporaneità che scivola fuori dagli schermi e trova nella Repubblica dell’arte una sua definitiva dimora. Si tratta forse ancora di lavorare sullo specchio, sulla specularità come riflessione, letterale e metaforica sul mondo, ma mentre in Lüthi è il corpo e il volto dell’artista a ricoprirne ruolo e funzione, per Dall’O è lo schermo che si fa specchio di una realtà che pone tutto in primo piano e che costituisce il punto di vista plurimo sull’infinita serie di eventi visivi.

Fino al 2 Luglio 2016

link: Alessandro Casciaro Art Gallery

Lunedì – Venerdì: 10.00–12.30 – 15.00–19.00
Sabato: 10.00–12.30

Via Cappuccini 26/a, Bolzano