Morandi a vent’anni

Sino al 26 giugno sarà visitabile presso il Museo Morandi, all’interno della propria collezione, un focus su un periodo poco conosciuto del percorso artistico morandiano: con Morandi a vent’anni. Dipinti della Collezione Mattioli dal Guggenheim di Venezia vengono resi visibili per il pubblico quattro capolavori dell’artista bolognese, tutti datati tra il 1913 e il 1915, provenienti dalla importante collezione d’arte milanese di Gianni Mattioli, dal 1997 in deposito a lungo termine presso la Peggy Guggenheim Collection di Venezia per volontà della figlia Laura Mattioli Rossi.

Accanto ai quadri Mattioli vengono esposte alcune opere giovanili di Morandi meno note al grande pubblico: due studi di accademia, alcuni ritratti della sorella Dina, l’unica composizione futurista del 1915 e quella cubista dello stesso anno.
Completano la sala tre preziosi disegni del 1919-20, di raro valore documentario, che corrispondono a tre dipinti fondamentali della sua importante stagione metafisica.

Le opere in mostra sono il frutto di due indagini diverse, svolte in luoghi distanti sia fisicamente che concettualmente. Da una parte lo studio di Giorgio Morandi in via Fondazza, luogo intimo e raccolto, custode del mistero della sua poetica e dall’altra le Piramidi d’Egitto, imponenti e maestose architetture funerarie, custodi dei più grandi misteri delle civiltà passate.

Scrive Enrico Giustacchini che «nel 1911, Giorgio Morandi ha ventun anni ed è innamorato di Cézanne. Condivide, certo, quanto va scrivendo al tempo Ardengo Soffici; e cioè che al francese si deve “lo sforzo gigantesco di sintetizzare in tutto il senso del volume e della luminosità, il cui risultato è stato un’opera la quale, riunendo in sé il buono delle nuove ricerche e quello tratto dagli insegnamenti del passato, inizia una rinascenza pittorica, e metterà le generazioni future sulla strada di un classicismo vero, eterno: quello di Masaccio, di Tintoretto, di Rembrandt, di Goya”».

«E’ lecito credere – prosegue Giustacchini – che il giovanotto bolognese abbia meditato a lungo su queste parole. Sappiamo che nel 1910 era stato a Firenze, a studiare Masaccio, appunto, e Giotto, e Paolo Uccello. Perché stupirsi allora se in uno dei suoi primi quadri conosciuti, un Paesaggio eseguito in quel 1911, spoglio e rinserrato, stagliato, per dirla con Cesare Brandi, “contro un cielo vasto di solitudine senza approdo”, sia debitore a Giotto non meno che a Cézanne?
Morandi non dimenticherà mai la lezione dei grandi maestri antichi. Eppure gli anni a venire saranno anni ricchi di esperienze, febbrili ed inquieti, aperti alle mille sollecitazioni dell’arte – inquieta e febbrile – del suo tempo. Come ricorda in queste stesse pagine Flavio Caroli, in un decennio egli “cambia stile cinque volte; e sempre su posizioni di avanguardia”.
Cambia stile, cambia modelli di riferimento: ma invariabilmente a modo suo. Nel 1913 rivela di non essere insensibile al Futurismo. Esiste oggi, di fatto, una sola opera che testimonia tale incontro: una Natura morta di vetri (collezione Schweiller). “La moltiplicazione dei piani spaziali e delle direttrici compositive – osserva in proposito Pier Giovanni Castagnoli -, la tendenza a una compenetrazione dei piani plastici, la spinta dinamica impressa alle forme costituiscono altrettanti referti, chiaramente leggibili nel dipinto, di uno spostamento dell’attenzione di Morandi verso le proposte che andavano formulando le ricerche del Futurismo, che il pittore già conosceva, ancora prima di avere cognizione diretta delle opere realizzate in seno al movimento, viste per la prima volta, nel gennaio 1914, alla selezione presentata da Lacerba a Firenze”».

(tratto da http://www.stilearte.it/al-cuore-delle-cose/)

La mostra si svolge in concomitanza al MAMbo.

Museo Morandi
via Fondazza 36 40125 Bologna
Ingresso gratuito – Solo su prenotazione

Morandi_undo.net

Morandi_undo.net

Creatures in Recent Slovenian Sculpture

La mostra Creatures in Recent Slovenian Sculpture è una collaborazione tra la Maribor Art Gallery, la Lojze Spacal Gallery Štanjel, il Gorenjska Museum, i vincitori del premio Prešeren Gallery Kranj, e il Ljubljana Fine Artists Society.

Inizialmente la mostra sarebbe dovuta essere incentrata sulla raffigurazioni di animali, non sulle creature, difatti il menù espositivo prevede scimmie, insetti, cani, pesci, pipistrelli, un ghepardo, un corvo, un polipo, un maiale, e altri animali partoriti dall’ambiente naturale in generale. Il loro mondo si fonde con il mondo delle creature irriconoscibili che non hanno alcun collegamento con la fauna esistente – come di fatto sembrano, a prima vista, non avere alcun senso molti degli oggetti esposti. In questa mostra la natura è un mondo a parte: le opere sono principalmente portatori di vari stati d’animo, di idee, di interpretazioni moralistiche, di archetipi e di fantasia.

A causa di questo intreccio, il curatore della mostra Lev Menaše ha osservato che l’esposizione si trasforma in una competizione unica tra darwinismo e creazionismo. Il darwinismo insegna “che tutte le specie originariamente derivano da forme parentali, con variazioni, a seconda della selezione naturale degli individui più adatti a riprodurre le loro specie”, mentre il creazionismo ci dice “che la materia e tutte le cose come attualmente esistono provengono dal Creatore onnipotente e non sono state formate e sviluppate gradualmente dalla natura”.

Così, il dott. Menaše dichiara che: «non è difficile indovinare quale insegnamento abbia prevalso nella mostra, la conclusione è ovvia: in relazione all’arte, Darwin aveva torto poiché l’arte è sempre stata dominata dal Creatore Onnipotente che continua a dominarla nel presente».

Io preferirei non prendere in causa alcuna divinità, perché credo negli uomini, e quindi cito un uomo: «bisogna avere un grande caos dentro di sé per generare una stella danzante».

Info: http://www.ugm.si/en/

Curator: dr. Lev Menaše

Artists: Mirsad Begić, Janez Boljka, Mirko Bratuša, Jakov Brdar, Dragica Čadež, Peter Černe, Natalija R. Črnčec, Polona Demšar, Stane Jagodič, Viljem Jakopin, Matic Jelčič Kürner, Barbara Jurkovšek, Marko A. Kovačič, Nina Koželj, Damijan Kracina, France Kralj, Erik Lovko, Vladimir Makuc, Iztok Maroh, Marija Prelog, Boštjan Putrich, Saba Skaberne, Mojca Smerdu, Zoran Srdić Janežič, Jože Šubic, Drago Tršar, Klavdij Tutta, Lujo Vodopivec, Jožef Vrščaj

Professional Advisor: Simona Šuc

Participating Institutions: Maribor Art Gallery, Lojze Spacal Gallery Štanjel, Gorenjska Museum, Galerija Prešeren Award Winners Gallery Kranj, Ljubljana Fine Artists Society.

Francesco Vezzoli. Museion Bolzano

Francesco Vezzoli, tra gli artisti italiani più affermati a livello internazionale, cura, in veste di guest curator, una mostra sulla collezione del museo e presenta, come artista, la prima retrospettiva della sua produzione scultoria. A Museo Museion -questo il titolo del progetto – saranno dedicati tutti gli spazi della casa. La doppia mostra si apre con uno scenografico wall paper da un dipinto dell’artista Giovanni Paolo Pannini, che immerge il pianoterra di Museion nelle atmosfere di una galleria di quadri settecentesca. Che si tratti dei ricami sui capolavori astratti o delle più recenti sculture antiche policrome del “Teatro Romano” (MoMAPS1, New York 2015), Vezzoli ha sempre intessuto un dialogo forte e irriverente con la storia – dell’antichità, del cinema, delle immagini, del potere.
Con un sapiente impiego di espedienti retorici come l’antitesi e l’iperbole, attraverso slittamenti semantici e temporali, nelle sue opere l’”anarchico” Vezzoli scardina sistemi di valori inveterati. Questo approccio si riflette anche nelle mostre per il museo di Bolzano. In un cortocircuito storico-artistico, l’artista rilegge una parte della collezione Museion mettendola in dialogo con i capolavori della storia dell’arte occidentale, conservati in musei europei e americani. Le cornici di celebri quadri di Michelangelo, Raffaello, Caravaggio, Ingres e molti altri, saranno dipinte a trompe – l’œil intorno alle opere della collezione Museion.
Nella selezione Vezzoli ha posto una particolare attenzione a lavori minori e poco esposti delle raccolte museali. La mostra, che presenta trenta opere tra dipinti, fotografie e installazioni, è scandita in un percorso tematico attraverso i generi classici – ritratto, autoritratto, natura morta, paesaggio, etc. In ogni sezione sono presenti anche opere dello stesso Vezzoli; gli spazi della Collezione studio ospitano una speciale sezione dedicata alla grafica. Il gioco di associazioni e decostruzioni tra epoche e linguaggi diversi si riflette anche nella mostra delle sculture.
Reperti antichi, messi in dialogo con nuove produzioni dell’artista, sfilano su una scenografica pedana negli ampi spazi del quarto piano. Il tocco ironico e spiazzante di Vezzoli prende forma in rielaborazioni critiche e ludiche della tradizione classica romana del ritratto, come nella statua autoritratto “Antique not Antique: Self-portrait as a Crying Roman Togatus” (2012) o nella rivisitazione di un fatto noto della mitologia, come nel gruppo Metamorfosi (Self-Portrait as Apollo killing the Satyr Marsyas) (2015). Interventi giocosi e guizzanti, basati però su solidi fondamenti scientifici. Così avviene, ad esempio, con i busti di marmo della serie “True Colors” dei primi secoli dopo Cristo, a cui Vezzoli ha restituito la policromia basandosi su consulenze archeologiche e studi scientifici inconfutabili. L’estro dell’artista non si rivolge solo a soggetti dell’antichità, ma anche a capolavori moderni e miti contemporanei, come la figura dell’attrice Sofia Loren, trasformata in una musa di de Chirico. È parte della mostra di sculture anche una nuova opera creata per l’occasione.

“Per Francesco Vezzoli non si tratta di scegliere tra una modalità canonica e una modalità eccentrica di narrare la storia dell’arte, ma piuttosto di aprirsi a una molteplicità di mondi e storie dell’arte, in una dialettica continua. Per il visitatore di Museo Museion il percorso di mostra prende forma in un’unica, grande installazione”- così Letizia Ragaglia, direttrice di Museion.

Fino al 16 Maggio 2016

Museion

Da martedì a domenica: 10.00 – 18.00
Giovedì: 10.00 – 22.00 / Ingresso libero: 18.00 – 22.00 / Visita guidata gratuita: 19.00
Lunedì chiuso

Euro 7,00            intero
Euro 3,50            ridotto (over 60, Tourist Card, Guest Card, Kulturpass, studenti, ecc.)

Piazza Piero Siena 1, Bolzano

Migrazioni. Liu Xiaodong

Liu Xiaodong è celebre per uno stile pittorico molto personale in bilico tra pittura di storia e cronaca del mondo contemporaneo. Momenti apparentemente banali o eventi quotidiani assumono nella sua arte un’epica monumentalità con le grandi tele che diventano fotogrammi di luoghi del mondo segnati da conflitti o tensioni sociali e umane. Attraverso una pittura sintetica ed estremamente controllata, ma allo stesso tempo emotiva e carica di materia pittorica, i quadri di Xiaodong riproducono immagini di vita vissuta, quasi sempre scene all’aperto, abitate da uomini e donne che popolano campagne o città in cui il pittore ha scelto di trascorrere un periodo di tempo. Fondamentale nel suo processo creativo è l’utilizzo della fotografia, utilizzata come strumento di osservazione e modello per la pittura, ma anche come oggetto artistico da esporre insieme ai dipinti e agli schizzi preparatori, testimoniando un’urgenza di interconnessione tra tecniche artistiche e realtà culturali diverse.

“La migrazione è sempre stata e sempre sarà un fenomeno ineludibile del genere umano – dice l’artista – dal passato più remoto sino al futuro. Il desiderio di trovare un posto migliore, una vita più perfetta, è intrinseco nell’uomo. Le migrazioni sono colme di speranze ed energie e gravate da ansie e perdite. “

All’origine del progetto per Palazzo Strozzi c’è il particolare interesse dell’artista per la comunità cinese di Prato, la più popolosa d’Italia e una delle più importanti di Europa, ormai arrivata quasi alla terza generazione. Infine, oltre ad altri luoghi intorno a Firenze dove la popolazione cinese è più diffusa, come San Donnino e Osmannoro, l’artista si è confrontato con il paesaggio classico toscano, dalle colline del Chianti fiorentino e senese. Ispirandosi a questi luoghi ha deciso di realizzare alcune pitture di paesaggio rappresentanti la Toscana “sognata” e “da cartolina” della Val d’Orcia e delle crete senesi. La mostra a Palazzo Strozzi diviene inoltre l’occasione per una riflessione sulla migrazione dei popoli e il loro rapporto con nuovi territori e ambienti fisici, geografici e culturali, in riferimento anche ai fatti recenti di crisi ai confini dell’Europa, che lo stesso Xiaodong ha visitato a Bodrum in Turchia e a Kos in Grecia.

“Credo che il problema e l’angoscia che affliggono l’Europa siano legati alla necessità di trovare un modo per preservare le tradizioni della sua società e insieme gestire le difficoltà scaturite dalla convivenza nel continente di una moltitudine di persone delle culture più disparate. – prosegue Xiaodong – È qualcosa di analogo alla mia curiosità e apprensione verso il cambiamento, quando so che potrebbe essere un bene ma al contempo ho paura che minaccerà il mio vecchio stile di vita.
I miei genitori invecchiano e muoiono, mia figlia cresce e affronterà problemi e pericoli di ogni sorta. Sono molto angosciato. Non posso fare altro che dipingerli. Dipingere ciò che vedo. Ma in una società in mutamento non vi è un’unica soluzione, un’unica risposta per placare quest’angoscia. L’Europa ed io siamo entrambi legati alle nostre angosce.”

Fino al 19 Giugno 2016

link: Palazzo Strozzi

Tutti i giorni inclusi i festivi 10.00-20.00
Giovedì 10.00-23.00

intero €6
ridotto €5

Piazza Strozzi, Firenze

Slavko Tihec e l’emergere della forma

E’ agli sgoccioli la mostra dedicata allo scultore Slavko Tihec presso la Maribor Art Gallery in Slovenia. L’esposizione è composta prevalentemente da disegni, schizzi e fotografie, ma anche se la maggior parte del materiale è di tipo documentario e solo parzialmente si interfaccia con il percorso creativo e innovativo dell’artista, questa recente acquisizione offre una preziosa analisi sul processo creativo dell’artista sloveno, in particolare sull’emergere di impegnativi progetti scultorei.

La storia è basata su documenti fotografici raccolti accuratamente (oltre 200 negativi) e bozzetti originali, delineati a matita o pennarello.

Il progetto espositivo, reso possibile grazie alla collaborazione curatoriale di Breda Ilich Klančnik, è considerato dalla popolazione e dagli addetti ai lavori l’occasione per riflettere sulla tutela e il destino dei monumenti pubblici sloveni.

Tihec è l’espressione del suo popolo, trasuda una sommessa cultura slava. Sintomatico di ciò è il suo monumento alla liberazione del popolo di Yugoslavia del 1975, che rende omaggio alle persone uccise dai nazisti per insorgere contro l’occupazione.

Una identità chiara, percepibile in ogni angolo di Maribor, che cozza con il Massacro di Bleiburg e con le stragi titine, ma che trova ancora nel post comunismo il cemento di identificazione nazionale.

Marisa e Mario Merz al Macro. Roma

Marisa e Mario Merz sono due tra i più significativi protagonisti della storia dell’arte del Novecento. Durante la loro carriera, partita all’interno dell’esperienza dell’Arte Povera, non hanno mai separato la vita quotidiana dalla creazione artistica, all’insegna di un connubio alimentato da una strettissima relazione e un continuo scambio intellettuale, pur nella distinzione netta del proprio lavoro individuale.
Il loro rapporto, durato oltre cinquant’anni, ha permesso la nascita di alcune opere realizzate a quattro mani, come alcuni tavoli di Mario Merz presenti in questa mostra, che dialogano con sculture, teste o installazioni in cera, di Marisa, nel segno di una collaborazione che è stata costante, anche se non sempre dichiarata.
La mostra partirà proprio da queste esperienze, con una particolare attenzione al legame che i due artisti hanno stretto con Roma. La spirale di Mario Merz progettata per i Fori Imperiali nel 2003 sarà esposta su una parete del MACRO, per la prima volta in quella posizione verticale per cui era stata inizialmente pensata dall’artista.
Roma sarà protagonista del percorso all’interno del lavoro di Marisa Merz, che tra gli anni Sessanta e Settanta realizza diversi progetti nella Capitale: da mostre personali presso la Galleria L’Attico di Fabio Sargentini (1970 e 1975) all’azione avvenuta presso l’Aeroporto dell’Urbe nel 1970. L’intera esperienza romana di Marisa Merz sarà presentata in mostra attraverso una testimonianza fotografica di Claudio Abate, che ne ha documentato le esposizioni e le azioni.
La mostra coinvolgerà l’intero orizzonte creativo di Marisa: dai suoi “ricami” in filo di rame alle sculture in nylon, fino alle installazioni che prevedono l’uso della cera. Il mondo della Merz sarà scandagliato in ogni sua espressione, nel tentativo di restituire il suo carattere asistematico, eppure estremamente coerente. In questo senso, ruolo fondamentale avrà la sezione dedicata alla pittura, nella quale saranno presentati dipinti realizzati negli ultimi anni, nel segno di una creatività inesauribile dove trova spazio l’uso dei materiali più diversi: dall’acrilico alla plastica, dalla carta al metallo.
Giunta alla soglia dei novant’anni, Marisa Merz dimostra ancora una straordinaria energia creativa, che la vede ogni giorno impegnata nel suo lavoro. Da opere di grandi dimensioni a progetti “da camera”, il linguaggio dell’artista resta estremamente vitale e lungimirante.

Fino al 12 Giugno 2016

link: Macro Roma

da martedì alla domenica ore 10.30-19.30
lunedì chiuso

Tariffa intera: non residenti 13,50 €, residenti 12,50 €
Tariffa ridotta: non residenti 11,50 €, residenti 10,50 €

Ettore Favini al Man di Nuoro

Il lavoro di Ettore Favini si costituisce da oltre dieci anni attorno alla relazione fra l’opera e l’ambiente in cui questa si inserisce, sia esso ecosistema, memoria di una vita o narrazione collettiva. Proprio l’ambiente assume infatti una funzione generativa, nel suo essere oggetto di indagine e insieme, grazie all’esperienza di fruizione dell’opera, strumento per l’analisi della relazione fra l’uomo e lo spazio.

Arrivederci è un progetto espositivo che vive di diversi momenti. Articolato in due fasi – una doppia mostra personale presso il MAN di Nuoro e il Museo d’arte contemporanea Villa Croce di Genova – il progetto trova un prolungamento testuale nel volume realizzato dall’editore Humboldt Books, specializzato in arti visive e letteratura di viaggio.

Per questo progetto, Favini ha sviluppato un itinerario di esplorazione nel territorio della Sardegna, immergendosi nelle narrazioni dei tessitori isolani. Animato dal desiderio di entrare in contatto con una delle più antiche tradizioni del bacino del Mediterraneo, l’artista ha visitato i numerosi laboratori tessili presenti sul territorio, ricevendo in dono dalle persone incontrate (artigiani, artisti, stilisti…) oltre cento tessuti. I singoli frammenti, e le storie che raccontano, hanno costituito la materia da cui ha preso vita un nuovo corpus di opere. In particolare, nei lavori realizzati per il MAN, il rapporto tra la trama e l’ordito si trasfigura in una nuova relazione tra il tempo e lo spazio: le diverse temporalità degli eventi che hanno creato la texture dei vissuti incontrati convergono, per il periodo della mostra, nello spazio dell’opera.

Ordito delle molte trame di una narrazione comune, la mostra costituirà al tempo stesso un doppio omaggio al mare. Se dal mare arrivano le vele da crociera che concorreranno – insieme ai tessuti raccolti in Sardegna e tinti del blu di Genova – a comporre l’installazione che sarà visibile a Villa Croce, dal mare arriva soprattutto la forma della grande vela realizzata con i tessuti donati che attraverserà le sale del MAN. È dunque letteralmente come una vela che le memorie legate ai diversi tessuti si dispiegano nella mostra; un ritratto corale dell’Isola che trasforma il limbo temporale che il titolo annuncia nell’augurio di rivedersi presto, che ogni mostra porta con sé.

Durante il corso delle due mostre a Nuoro e Genova, che avranno luogo l’una a breve distanza dall’altra, un’opera realizzata da Favini viaggerà a bordo di una nave in rotta tra la Sardegna e la Liguria, facendo dei flutti che congiungono le due terre una sede espositiva alla pari dei musei coinvolti.

La pubblicazione completerà il progetto presentando, oltre a un ricco apparato di testi e immagini, uno scritto inedito dell’artista che racconta l’esperienza di raccolta dei tessuti e delle storie dell’isola e il modo in cui queste sono convogliate nel lavoro e, infine, nella mostra.

Fino al 3 Luglio 2016

link: Museo Man

tutti i giorni dalle 10 alle 20
chiuso il lunedì

intero: €3
ridotto: €2

Via Sebastiano Satta 27, Nuoro

Omar Galliani. Estasi mistica e pienezza creativa

Questa mostra costituisce un evento  unico, perché,  in via del tutto eccezionale, l’Ufficio Culturale dell’Ambasciata di Spagna in Italia e la Real Academia de España en Roma  hanno  consentito a  un grande artista italiano, Omar Galliani, di presentare, all’interno dello straordinario scenario espositivo nel Tempietto del Bramante presso Real Academia de España en Roma la mostra “Estasi mistica e pienezza creativa. Omaggio a Santa Teresa d’Ávila”.

Lo straordinario privilegio conseguito  ha  consentito  a  Omar Galliani di  confrontarsi  con due figure geniali dell’architettura e dell’ esperienza religiosa rinascimentale: Santa Teresa d’Ávila, sublime mistica spagnola di cui ricorre il quinto centenario della nascita, e il Tempietto del Bramante al Gianicolo, uno dei luoghi simbolo della Cristianità e di Roma, nonché  capolavoro architettonico, divenuto subito modello del tempio cristiano rinascimentale, all’origine  degli  analoghi edifici religiosi  dell’epoca in tutta l’Europa.
Galliani si è fatto affascinare da questo confronto ravvicinato e potente. E lo ha affrontato partendo da un focus di grande fascino: l’immagine romantica dell’artista che crea le sue opere, che esprime la sua pienezza creativa, solo quando riesce a raggiungere uno  stato di sublimazione di se, di trance si direbbe oggi, molto simile all’estasi mistica. E non a caso questa mostra assume il titolo di “Estasi mistica e pienezza creativa”.

L’artista nel ri – creare l’esperienza mistica e  spirituale della Santa, si è mosso  su una dinamica interpretativa, in cui la coscienza creativa  di oggi ingloba nel suo segno i valori spirituali e morali, espressi da Santa Teresa. Avendo ben presenti anche i valori simbolici e storico – formali  dello spazio, che ospita le opere.
I quattro lavori che ha creato per questa sua istallazione site specific offrono una concentrazione di segni (tutti appartenenti al repertorio formale di Galliani), realizzata  con raffinata depurazione della materia. A voler esprimere una profonda e complessa lettura dell’evento mistico  di Santa Teresa  e del contesto spaziale, che si precisa come dinamica spirituale, tensione emozionale e finezza artistica.
Per questo confronto, Galliani ha scelto di operare su  materiali diversi (tavola, marmo, legno dorato) e diversificati, dal punto di vista formale e strutturale (quadri  e sculture).

Fino al 30 Maggio 2016

Omar Galliani

Tutti i giorni dalle 8,30/12
Dal Lunedì al venerdi 15-16 non Festivi

Piazza S.Pietro in Montorio 2, Roma

Accrochage, il minimal non passa mai di moda

Accrochage promette una indagine sul vuoto attraverso opere di artisti provenienti da tutti gli emisferi terrestri. Una ricognizione minimal dagli anni ’60 ad oggi. Un’estetica dal successo globale convertita in uno stile diventato imperativo che sembra ormai non passare mai di moda. Il minimal va con tutto, si fa sempre bella figura e non disturba nessuno.

[MzLC]

“Accrochage” raccoglie circa settanta opere mai esposte da quando sono entrate a far parte della Pinault Collection. Oltre due terzi degli artisti sono presentati per la prima volta in una mostra della collezione. Concepita specificamente per Punta della Dogana, “Accrochage” occuperà l’intero spazio espositivo del museo.

Per sviluppare questo progetto, la curatrice ha scelto di seguire alcune linee guida, come regole di un gioco, invece di concentrarsi su un tema, un periodo o un movimento artistico. Come spiega Caroline Bourgeois, “Ho voluto selezionare per lo più gruppi significativi di opere che sono la conseguenza di un gesto o di un pensiero minimale e che evocano una ricerca del vuoto o una mise en abyme di un aspetto o di un momento della storia dell’arte. […] Seppur molto diversi, questi lavori sono accomunati da una semplicità, un’apertura che in qualche modo dilata lo spazio dell’altro, dell’osservatore. Con Accrochage ho voluto incoraggiare proprio questa libertà. Il titolo stesso della mostra, neutro, generico, quasi in disparte, lascia spazio anzitutto alle opere, limitandosi a suggerire: guardate. Le opere, da parte loro, incoraggiano l’osservatore a mettere in discussione ciò che ha davanti agli occhi, invitandolo a guardare invece di vedere, e creano uno spazio in cui l’emozione e la sensibilità sono importanti quanto la percezione visiva e il pensiero”. Il titolo “Accrochage” rispecchia la scelta di presentare una selezione di lavori appartenenti alla Pinault Collection, includendo artisti contemporanei riconosciuti e talenti emergenti, senza imporre un punto di vista. Il visitatore è invitato a interpretare ogni opera con la propria sensibilità, scoprendo, lungo le sale espositive, i rimandi tra le opere.

Fino al 20 Novembre 2016

link: Punta della Dogana

orario: dalle 10 alle 19
chiuso il martedì

intero 15€
ridotto 10€

 

 

Arte contemporanea alla Reggia di Caserta

La Reggia di Caserta ospita per la prima volta due installazioni di arte contemporanea. Le due opere, una di Peter Demetz e l’altra di Antonio Sannino, vengono proposte insieme perché rappresentano entrambe il risultato di una reinterpretazione in senso contemporaneo di tecniche artistiche di origine antica.
Il dialogo con gli enormi spazi della reggia, riccamente decorati, è reso possibile dalla radice comune cui fanno riferimento sia l’impianto architettonico-decorativo del Palazzo sia le due installazioni contemporanee: quell’unità delle arti come armonia dei contrari sostenuta da Gian Lorenzo Bernini nel Seicento. Il visitatore, sia che scelga di visitare gli appartamenti reali, sia che indugi sulle due installazioni, è chiamato ad un coinvolgimento attivo, determinato da una sorta di alleanza tra le tecniche artistiche che, tra illusione e realtà, fanno di ogni punto di vista in questo palazzo una sorta di scenografia al centro della quale si trova proprio l’osservatore. Demetz e Sannino presentano due opere che oltrepassano i limiti dei media nei quali i due artisti sono tradizionalmente attivi – scultura il primo, pittura il secondo – e che sono il risultato di due modi diversi di fondere i due media partendo da punti opposti.

The Exhibition è l’opera più grande e più importante mai realizzata da Peter Demetz; è costituita di spazi e figure dalle proporzioni reali. L’installazione simula la presenza di alcuni visitatori all’interno di un doppio ambiente espositivo. Lo spazio presenta altezza e larghezza reali, ma una profondità compressa. Il pavimento dell’installazione è infatti in salita, sfruttando le regole della “prospettiva solida accelerata”. All’interno dello spazio ligneo, sono presenti alcune sculture, anch’esse lignee, che raffigurano alcuni visitatori; hanno un aspetto estremamente realistico, scolpite però non a tutto tondo, ma soltanto a rilievo, un rilievo per di più “accelerato”, come nella tradizione dello “stiacciato” italiano. L’installazione induce nei reali visitatori la sensazione di trovarsi di fronte ad uno spazio espositivo molto più profondo di quello che in realtà è.
L’installazione propone anche una riflessione sulla necessità umana di muoversi all’interno degli ambienti per avere una corretta consapevolezza dello spazio, degli elementi presenti e di se stesso in relazione ad essi. Lo sguardo da un unico punto di vista fisso, su cui si basano le regole della prospettiva lineare, è in realtà una forma simbolica: una convenzione, cioè, cui ci hanno abituato secoli di pittura figurativa e successivamente di fotografia, per poter comunicare almeno una parte delle informazioni visive presenti nello spazio reale.

Inner Outside  di Antonio Sannino è un unico grande lavoro: una porzione di ambiente temporaneo che occupa una superficie di 9 metri quadri. Entrando al suo interno, l’osservatore è proiettato su una grande veduta a 360° di tutta la città di New York, ritratta dalla cima del famoso Empire State Building. In questo lavoro i riferimenti alla pittura classica italiana sono molteplici. Vengono alla mente, ad esempio, le origini del teatro dell’opera in Italia: se i primi spettacoli erano recitati nei giardini dei palazzi delle signorie, dove la vista della città reale faceva da sfondo al palco, successivamente, quando i teatri furono spostati all’interno degli edifici, il paesaggio ha continuato a rappresentare la città, ma questa volta in forma dipinta.

Fino al 21 Maggio 2016

tutti i giorni 8:30 – 19:00
martedì chiuso