L’arte di condensare interi film in singole immagini: Jason Shulman alla White Noise Gallery

La storia dell’arte contemporanea è segnata da continui tentativi di rappresentare il movimento e lo scorrere del tempo. L’artista inglese Jason Shulman ha trovato la sua originale strada per farlo, condensando l’intera durata di un film in una singola immagine, senza però adoperare un qualsiasi criterio selettivo, semplicemente fotografandolo con tempi di esposizione allungati fino all’inverosimile. In questo modo tempo e spazio vengono compressi e destrutturati, fino a creare immagini incredibilmente dense e altrettanto enigmatiche.

Ecco così che nascono le 13 tavole di grande formato esposte alla White Noise Gallery di San Lorenzo a Roma, per la prima personale italiana dell’artista londinese. Ognuna di esse è tratta da un capolavoro del cinema italiano (in una operazione che è stata giustamente definita “Italian-specific”), ripreso attraverso uno schermo ad altissima risoluzione e con una fotocamera molto grande, in una sorta di esperimento scientifico il cui risultato è affidato al caso e in nessun modo prevedibile dall’artista, che come un novello Man Ray non fa altro che attendere di essere sorpreso.

Diverse tecniche sono contemporaneamente presenti in questa serie di opere. Fotografia e film, indiscusse protagoniste, ripercorrono a ritroso la loro evoluzione. La pittura, invece, è altrettanto presente ma come riferimento estetico: le opere sono infatti stampate in grande formato e su tela di cotone, e visivamente ricordano, non a caso, alcuni lavori dell’Espressionismo Astratto, gli ultimi quadri di Monet, e soprattutto le atmosfere romantiche di Turner.

Si tratta infatti di composizioni quasi astratte, in cui sarebbe piuttosto difficile rintracciare il modello originale senza il suggerimento del titolo. Nel processo di sintesi che le ha generate, infatti, in cui le centinaia di migliaia di frame che compongono un film sono sovrapposte in una unica immagine statica e muta, si perde inevitabilmente il livello della comprensione logica, del significato, in favore di una esperienza puramente estetica ed emotiva. Il risultato, quindi, è un intero che è qualcosa di diverso, o di più, rispetto alla somma delle sue singole parti.

L’immagine figurativa è apparentemente assente, così come la narrazione e come lo scorrere del tempo. Ne resta però il ricordo, la memoria. Ci sono ma non si vedono. Proprio come il suono, o anche come il silenzio.

La personale di Shulman è del resto il primo appuntamento di un progetto espositivo diviso in tre parti, denominato appunto “Trilogia del silenzio”, che con la curatela di Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti ospiterà prossimamente le opere di altri due artisti internazionali, Lee Madgwick e Mar Hernandez, tenendo impegnata la galleria fino al 31 luglio.

 

 

Jason Shulman – Fast Forward

28 gennaio – 25 marzo 2017

White Noise Gallery

Via dei Marsi, 20/22 – Roma

Ingresso libero

www.whitenoisegallery.it

 

Francesco Del Drago. Parlare con il colore

Fino al 26 marzo 2017 è possibile visitare gratuitamente a Roma la prima ampia retrospettiva sull’opera di Francesco Del Drago, artista e intellettuale romano scomparso nel 2011.

La mostra, a cura del giovane artista Pietro Ruffo con la consulenza scientifica di Elena Del Drago, è ospitata nelle sale del piano terra del Museo Carlo Bilotti, nella splendida cornice dell’Aranciera di Villa Borghese, e si pone l’obiettivo di illustrare i risultati di una vita dedicata allo studio e alla pittura.

Una ricca selezione di opere e di documenti mostra infatti al pubblico, per la prima volta dalla sua morte, il lavoro di un artista instancabile, che con la sua opera ha attraversato quasi tutto il XX secolo. Quadri e polittici di grandi dimensioni consentono di entrare a pieno nella pratica artistica e nel pensiero di Del Drago, e mostrano la sua passione per la forma e per il colore, insistendo sul suo ossessivo interesse per le infinite possibilità cromatiche e la sua ambizione costante di raggiungere un risultato estetico di equilibrio e bellezza oggettiva.

Realizzate attraverso la sua personale grammatica astratta, queste pitture condensano tutte le teorie sviluppate dall’artista nel corso degli anni, ed è infatti possibile individuarvi sue originali acquisizioni come l’Automatismo lento, le Trasparenze fenomeniche e il Nuovo Cerchio Cromatico.

Le opere sono poi affiancate da numerosi documenti che illustrano in maniera dettagliata i risultati dell’intensa attività interdisciplinare e le conquiste della rivoluzionaria teoria cromatica di Del Drago, arricchendo la mostra con la possibilità di confrontare i risultati estetici con le premesse teoriche della sua ricerca. In questo modo, oltre all’originale apporto dell’artista nel campo dell’arte astratta, è evidenziata dalla retrospettiva anche la sua importanza come intellettuale e le sue interessanti scoperte, che egli stesso si impegnò a diffondere con numerose conferenze in tutto il mondo, soprattutto a partire dagli anni Ottanta, e che influenzarono profondamente i suoi contemporanei.

Fino al 26 Marzo 2017

Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese

Viale Fiorello La Guardia, Roma

martedì – venerdì: 10.00 – 16.00

sabato – domenica: 10.00 – 19.00

Ingresso gratuito

www.museocarlobilotti.it

 

Corrado Levi. Arte come differenza

RIBOT è lieta di presentare la personale di Corrado Levi, una selezione di opere recenti realizzate in occasione della mostra.

Figura di riferimento dell’arte e dell’architettura contemporanee, protagonista poliedrico della cultura milanese, Corrado Levi espone gli esiti della sua più recente ricerca artistica, in un dialogo aperto con lo spazio della galleria.

La poetica libera di Corrado Levi si delinea in questa mostra sia nel gesto essenziale delle figure immerse nel bianco della tela, sia nell’installazione site specific dove l’oggetto perde la sua funzione aprendosi a nuove possibilità di lettura.

La mostra vuole testimoniare l’esperienza di una stagione culturale che Corrado Levi ha rappresentato anche attraverso la sua attività di critico d’arte, curatore, scopritore di talenti, agitatore di eventi culturali e promotore di impegno sociale. La sua personalità multiforme si riafferma nel ruolo che ancora oggi sa ricoprire per le nuove generazioni.

Accompagna l’esposizione una pubblicazione che raccoglie i contributi di artisti e curatori che nel tempo si sono occupati dell’opera dell’artista.

 

 

Dal 15 Febbraio 2017 al 25 Febbraio 2017

Milano

Inaugurazione mercoledì 15 febbraio ore 19

Luogo: RIBOT arte contemporanea

Zanbagh Lotfi. È stato forse ieri

Dopo la mostra collettiva d’esordio di fine 2016, la galleria Richter Fine Art inaugura la stagione espositiva 2017 con un’esposizione personale – la prima in galleria – della pittrice Zanbagh Lotfi. Artista iraniana nata nel 1976, Lotfi si è formata dapprima a Teheran e successivamente in Italia, presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove vive e lavora.

Il titolo della mostra, È stato forse ieri, prende in prestito una dei passaggi più celebri dell’incipit del libro Lo straniero, pubblicato dal filosofo e scrittore francese Albert Camus nel 1942: la frase sintetizza in maniera incisiva lo stato di smarrimento e di languore che caratterizza il racconto, evocando una memoria che affiora in maniera inesatta, non “fotografica”.

La stessa “temperatura” si ritrova nelle opere di Lotfi: la sua è una pittura densa e potente, dove colore e immagine si contendono lo spazio della tela, dando origine a rappresentazioni vorticose e inquiete. Nel lavoro dell’artista iraniana si fondono autobiografia e storia collettiva, memoria individuale e condivisa; come osserva il critico Christian Caliandro, i lavori recenti di Lotfi costituiscono «un gioiello di comprensione, d’immersione, di compenetrazione di piani, di tempo ritrovato, di memoria ricreata, di gusto riattivato e di frammenti che si fondono e si ricompongono in vita nuova». È stato forse ieri, prima personale di Lotfi a Roma, sarà l’occasione per osservare l’ultima parte della sua produzione artistica, in particolare la serie di dipinti – di diverse dimensioni – Memory Vague, buona parte dei quali realizzati appositamente per la mostra.

L’esposizione è in programma fino al 21 marzo e sarà accompagnata da una pubblicazione con tutti i lavori presenti in mostra e una conversazione tra Christian Caliandro e Saverio Verini sulla poetica di Zanbagh Lotfi.

 

Dal 13 Febbraio 2017 al 21 Marzo 2017

Roma

Inaugurazione: lunedì 13 febbraio 2017 dalle ore 18.30

Luogo della mostra: Galleria Richter Fine Art

Costo del biglietto: ingresso gratuito

E-Mail info: tommaso.richter.85@gmail.com

Sito ufficiale: http://www.galleriarichter.com/

Il mondo è una prigione? La riflessione collettiva al MAXXI di Roma

Nell’androne del MAXXI i visitatori vengono accolti da una gabbia con al suo interno una panchina e una valigia. La panchina metafora dell’attesa, e la gabbia simbolo della prigione, dell’impossibilità di essere liberi, in silenzio accatastati come animali in pochi centimetri, sperando che una luce all’improvviso irrompa tra le sbarre e dia fine a questa nostra attesa. Quest’opera realizzata da H. H. Lim ci introduce in una riflessione che ha come centro nevralgico la considerazione della prigione sia come una struttura che accoglie e dimentica i detenuti, sia come la prigione del mondo ultramoderno, bombardato da strumenti che ci negano, ormai da tempo, la nostra libertà.

Il titolo della mostra Please Come Back a cura di Hou Hanru e Luigia Lonardelli, prende spunto da un’opera realizzata dal collettivo Claire Fontaine nel 2009. Il neon che irrompe nello spazio della Galleria 5 del MAXXI, quasi come una presenza inquietante e inquisitoria, nasce da una riflessione sul mondo del lavoro, considerato come uno spazio di reclusione e della capacità della prigione di sconfinare oltre i suoi muri. Come in una sorta di dentro e fuori, il collettivo Claire Fontaine immagina una prigione sia mentale che fisica, una prigione che cela le sue sbarre invisibili intorno a noi.

The cage the bench and the luggage e Please Come Back sono solo alcune delle tante opere in mostra. La mostra collettiva, infatti, si compone di tre sezioni: Dietro le mura; Fuori le mura; Oltre i muri. Ogni ambito racconta, attraverso le esperienze degli artisti, la loro cultura e i loro interessi, storie che a volte s’intrecciano, si distaccano o restano in silenzio.

Dietro le mura, racconta la vivida realtà vissuta da alcuni artisti all’interno delle carceri. Zhang Yue che racconta attraverso le sue illustrazioni e i suoi disegni la vita al di là delle mura, ci parla della censura mostrandoci brutalmente le condizioni e l’opprimente cultura cinese. Gianfranco Baruchello, invece, racconta attraverso un film, la dimensione del tempo in quei luoghi irreali e sospesi. Attraverso alcune interviste realizzate a dei detenuti nelle carceri di Roma e del Lazio, Baruchello riflette su un tempo, lento e inesauribile, una dimensione perduta, cancellata e macchiata di speranza. Un tempo morto che ritorna anche nel lavoro di Mohamed Bourouissa in collaborazione con un detenuto attraverso il suo telefono cellulare.

Fuori le mura, è una riflessione sull’invisibilità della prigione. Gli artisti indagano l’onnipresenza della detenzione anche se non necessariamente incastrato tra delle mura. In una società in cui si stanno compiendo giganteschi passi indietro, questa sezione racconta e vive il tema del muro che non porta altro che privazioni, prigionia e annulla qualsiasi diritto della persona e della sua libertà d’espressione.

Oltre i muri, è l’ultima sezione che attraverso i lavori di Jenny Holzer o Simon Denny riflette sull’iper-controllabilità dettata da “guerre al terrore” o eccessivi e frenetici controlli attraverso le tecnologie.

Please Come Back è dunque una sfida che invita alla riflessione e al pentimento attraverso la testimonianza silenziosa di un mondo che, dato che non ci appartiene direttamente, è ormai invisibile.

 

Artisti in mostra: AES+F, Jananne Al-Ani, Gianfranco Baruchello, Elisabetta Benassi, Rossella Biscotti, Mohamed Bourouissa, Chen Chieh-Jen, Simon Denny, Rä di Martino, Harun Farocki, Omer Fast, Claire Fontaine, Carlos Garaicoa, Dora García, Jenny Holzer, Gülsün Karamustafa, Rem Koolhaas, H.H. Lim, Lin Yilin, Jill Magid, Trevor Paglen, Berna Reale, Shen Ruijun, Mikhael Subotzky, Superstudio, Zhang Yue.

MAXXI – Museo Nazionale delle arti del XXI secolo

Via Guido Reni 4/a, Roma

Fino al 21 maggio 2017

Orari: Dal Martedì al Venerdì ore 11.00 – 19.00

Sabato ore 11.00 – 22.00

Domenica 11.00 – 19.00

Biglietto d’ingresso:

Intero: € 12 Ridotto: € 8

Ali Hassoun. Crossover

Studio Guastalla presenta con Crossover, circa trenta opere recenti di Ali Hassoun, coloratissime tele e acquerelli in cui l’artista italo-libanese approfondisce la ricerca che da ormai vent’anni conduce sul tema del nomadismo, della contaminazione, delle identità multiple, della compresenza e simultaneità di mondi diversi in una stessa realtà.

Le diverse anime che si intrecciano in Hassoun, nato a Sidone e approdato vent’anni fa a Milano dopo gli studi e una lunga permanenza in Toscana, tra Firenze e Siena, affascinato dall’Africa dove abitano alcuni dei suoi familiari, si rifrangono e ricompongono nei suoi quadri come in un gioco di specchi, di rimandi. Hassoun attraversa continuamente una frontiera nei suoi dipinti: le sue donne africane, le sue famiglie in fuga, i suoi funamboli si stagliano sullo sfondo di una galleria di dipinti che spaziano da Andy Warhol a Capogrossi, da Picasso a Michelangelo.

L’identità di Hassoun si plasma in un continuo spaesamento di tempo e di luogo, di personaggi che si riflettono e osservano e agiscono in mondi non loro, scavalcando i limiti temporali, mescolando e stratificando riferimenti visivi e culturali. Come ha sottolineato Martina Corgnati nel saggio critico di corredo al catalogo della mostra del 2010 al Palazzo Pubblico di Siena (Alla confluenza dei due mari), è attraversando la frontiera tra oriente e occidente, ritrovandosi come un pesce fuor d’acqua, che Ali Hassoun si è dovuto interrogare sulla sua identità, osservandola in controluce, come in filigrana, per capirne il nucleo, in cui si intrecciano e stratificano elementi diversi. E’ così che l’identità araba è potuta maturare, portando alla luce non gli elementi più scontati, ideologici, superficiali, ma la struttura profonda.

I dipinti di Hassoun sono come racconti per immagini che riprendono le forme narrative della letteratura araba: le storie che rimandano ad altre storie come in un gioco di scatole cinesi; la figura del viandante ( l’Alessandrino dei racconti Maqamat di Hamadani), che si travestiva per svelare solo alla fine i suoi stratagemmi narrativi, fingendo di accompagnarsi a poeti in realtà vissuti in epoche passate. Nei dipinti di Hassoun la sua fantasmagorica galleria di immagini tratte dall’arte occidentale si intreccia alle figure di donne africane contemporanee o ai personaggi in continua migrazione che ci introducono, proprio come il viandante dei racconti, in un mondo sfaccettato e polimorfo.

Nelle opere più recenti icone travestite da altre icone svelano significati nascosti attraverso sottili ironie, come Van Gogh con il basco di Che Guevara, o una moderna Giuditta con il volto di Amy Whinehouse che taglia la testa di un Oloferne-Cattelan. L’effetto pop di questi intrecci e mescolanze è quello che tutti noi abbiamo sotto gli occhi in qualunque parte di mondo ci veniamo a trovare: insegne di catene di fast-food accanto a monumenti del Rinascimento, pannelli luminosi che si accendono all’improvviso alle porte di città remote e polverose in estremo oriente, folle disordinate che si accalcano, forse alle frontiere che cercano di attraversare, ma forse per partecipare a un evento culturale iperpubblicizzato, finte città italiane ricreate senza crepe nel deserto americano o primitivi che in realtà sono vip trasportati su isole da reality. Nelle ultime opere Hassoun sembra alludere, con un sorriso, a questi continui spaesamenti.

Hassoun, Da Tano da Michelangelo, Fonte arte.it

Dal 09 Febbraio 2017 al 25 Marzo 2017

Milano

Luogo: Studio Guastalla

Telefono per informazioni: +39 02 780918

E-Mail info: info@guastalla.com

Sito ufficiale: http://www.guastalla.com

Mauro Balletti. Ri.Tratto

L’Associazione culturale Obiettivo Camera e Spazio Kryptos presentano Mauro Balletti, con una selezione di ritratti, con avvincenti debiti di riconoscenza con la storia dell’arte in forma pittorica.

Conosciuto soprattutto per il binomio privilegiato e unico con la cantante Mina, Mauro Balletti costruisce istanti fotografici con sapiente combinazione di luce, attimo, palpito, battere di ciglia.

Eccellente fotografo, magistrale interprete del ritratto, Mauro Balletti ha edificato la propria professionalità visiva su solide basi pittoriche, in eredità dal padre. Così che, oltre i riconoscimenti che ha ottenuto proprio con il disegno, dal tratto personale e di sintesi più che esemplare, in fotografia ha saputo declinare ammirevoli costruzioni, in chiave di moda, piuttosto che di ritratto puro e diretto.

In questo suo agire con personalità e temperamento, Mauro Balletti ha applicato una delle nozioni fondamentali della fotografia, per propria natura rappresentativa, per proprio mandato raffigurativa: quella di rendere permanente l’istante che avrebbe dovuto rimanere temporaneo. Certo la sua fotografia è lontana ed estranea a quell’osservazione della vita nel proprio svolgersi, che caratterizza altri indirizzi, altre intenzioni. Però, nelle sue realizzazioni in sala di posa si manifesta sempre e comunque quella sintesi dell’istante che ha sensazionali debiti di riconoscenza, prima di tutto, con la storia dell’arte in forma pittorica, a partire dalle tavole di Caravaggio.

L’accostamento non è casuale, né forzato, seppure impegnativo, soprattutto per lui. Infatti, l’istante fotografico di Mauro Balletti è costruito con sapiente combinazione di luce, e la fotografia è luce, e attimo, palpito, batter di ciglia. Per quanto la posa abbia anche modo di trarre in inganno, non ci si deve mai far scavalcare dall’apparenza, per rimanere alla sostanza di queste composizioni e inquadrature: un attimo prima dello scatto, come pure un attimo dopo, tutto è cambiato e la magia dell’istante si è disciolta.

Questa è una delle missioni della fotografia, alla quale Mauro Balletti risponde con ammirevole maestria: da una parte, svela l’intima individualità del proprio soggetto; dall’altra, rivela anche l’animo dell’autore.

 

Mauro Balletti, Gemelli Rossi, 2008, Fonte arte.it

 

Fino al 16 Febbraio 2017

Milano

Luogo: Spazio Kryptos

Telefono per informazioni: +39 02 91705085

E-Mail info: spazio@kryptosmateria.it

Sito ufficiale: http://www.kryptosmateria.it

Manuel Felisi. Tempo immobile

Dal 17 febbraio al 25 marzo 2017, Fabbrica Eos di Milano (p.le Baiamonti 2) ospita la personale di Manuel Felisi (Milano, 1976) dal titolo Tempo immobile.

L’esposizione, curata da Alberto Mattia Martini, presenta tre installazioni che indagano la tematica della memoria, quella personale e intima dell’artista e quella collettiva.

Quello di Felisi, afferma Alberto Maria Martini, è «un tempo quasi metafisico, solo apparentemente statico, ma in continuo divenire, che parte dal passato, dal ricordo, per poi modificarsi e quindi evolversi nel presente».

Per attuare questa reminiscenza, Felisi ha spesso fatto uso dell’acqua facendola scendere in forma di pioggia su oggetti per modificarne l’identità. Proprio l’acqua sarà la protagonista della prima installazione Una sola presentata alla Fabbrica Eos, composta da una sola goccia che cade dal soffitto della galleria il cui suono sarà amplificato da un microfono e diffuso per tutto l’ambiente.

La seconda opera Tana consiste in un ambiente appositamente costruito per l’occasione, al quale si accede attraverso l’anta di un vecchio armadio. Al suo interno si trova una serie di abiti appesi che immediatamente richiamano al passato, alla storia particolare di chi ha indossato quegli indumenti, ovvero alla memoria collettiva che scaturisce dalla visione di questi vestiti e dalla percezione dell’assenza dei corpi che li hanno portati.
 
La terza installazione Tempo immobile propone un congelatore dalle pareti in vetro, al cui interno trovano posto vecchi abiti appartenuti a Felisi stesso, che verranno eternati dal ghiaccio stesso. Con questo, l’artista si propone di bloccare il tempo, facendo in modo che i ricordi associati a essi non svaniscano ma rimangano fissati per sempre.

Manuel Felisi, Tempo immobile, 2016, Fonte arte.it

Dal 16 Febbraio 2017 al 25 Marzo 2017

Milano

Luogo: Fabbrica Eos

Curatori: Alberto Mattia Martini

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Inaugurazione: giovedì 16 febbraio 2017 ore 18.30

Collezione D’arte Contemporanea

L’esposizione della collezione d’Arte Contemporanea apre le porte al pubblico nella Galleria Comunale d’Arte. Un’opportunità da non perdere, per calarsi nel panorama artistico degli anni Sessanta e Settanta con la collezione d’Arte di Ugo Ugo, che ritorna in Galleria a partire dal gennaio 2017.

La raccolta è tra le più interessanti del panorama artistico, con opere acquistate direttamente dal Comune. Databili tra il 1963 e il 1974, anni durante i quali molti artisti, riflettevano sulle opere, il senso del proprio ruolo, all’interno della società, e sul ruolo che esercitavano sul pubblico.

L’importanza della figura ancora troppo trascurata e tesa a mettere in auge la collezione mutilata e distrutta, all’interno della società, una giusta collocazione, non estranea al credo culturale locale.

Un’arista come Ugo Ugo, che ha saputo cogliere gli artisti più rappresentativi dell’arte italiana.

La collezione è concepita come un organismo vivente da suscitare un coinvolgimento sia fisico, sia mentale nello spettatore grazie al gioco di luce e colore.

La selezione della collezione della Galleria Comunale d’Arte, è dedicata sia all’arte concettuale, sia all’arte povera. Attraverso un intenso impatto emotivo, s’instaura un dialogo con le opere esaltate dalla luce e dal colore, ove l’importanza della figura torna a essere protagonista di stessa.

La realtà quotidiana, le cose comuni diventano protagoniste del loro lavoro, attraverso un semplice inserimento dell’oggetto sia figurativo sia astratto.

Ugo Ugo nella sua consapevolezza ha saputo cogliere gli artisti più rappresentativi del mondo artistico italiano. La mostra è concepita come un organismo vivente da suscitare un coinvolgimento sia fisico e mentale nello spettatore. L’oggettività della realtà viene esaltata dalle opere pittoriche e l’atto stesso del dipingere, considerato come una reazione ormai superata, dà maggiore rilievo all’azione dell’artista.

Nasce così un movimento dinamico e reale e non virtuale nell’opera, causata da una continua variazione del punto di osservazione.

 

Fonte vivereacagliari.com

 

 

Cagliari

Galleria comunale

Esposizione visitabile da gennaio fino a marzo 2017

Dal lunedì alla domenica dalle 10 alle 18.

Chiuso il martedì

Berenice Abbott. Topografie

Il Museo MAN è lieto di annunciare l’imminente apertura della prima mostra antologica in Italia dedicata a Berenice Abbott (USA, 1917-1991), una delle più originali e controverse protagoniste della storia fotografica del Novecento.

Terza di un grande ciclo dedicato alla Street Photography, la mostra al MAN di Nuoro, a cura di Anne Morin, presenta, per la prima volta in Italia, una selezione di ottantadue stampe originali realizzate tra la metà degli anni Venti e i primi anni Sessanta. Suddiviso in tre macrosezioni – Ritratti, New York e Fotografie scientifiche – il percorso espositivo fornisce un quadro generale del grande talento e della variegata attività di Berenice Abbott.

Nata a Springfield, in Ohio, nel 1898, Berenice Abbott si trasferisce a New York nel 1918 per studiare scultura. Qui entra in contatto con Marcel Duchamp e con Man Ray, esponenti di punta del movimento dada. Con Man Rayin particolare, stringe un rapporto di amicizia che la spingerà a seguirlo a Parigi e a lavorare come sua assistente tra il 1923 e il 1926. Sono di questo periodo i primi ritratti fotografici dedicati ai maggiori protagonisti dell’avanguardia artistica e letteraria europea, da Jean Cocteau, a James Joice, da Max Ernst ad André Gide. Ritratti che – secondo molti interpreti – costituiscono il canale espressivo attraverso il quale Berenice Abbott – lesbica dichiarata, in un’epoca ancora lontana dall’accettare l’omosessualità femminile – racconta la propria dimensione sessuale.

Allontanatasi dallo studio si Man Ray per aprire il proprio laboratorio di fotografia – frequentato da un circolo di intellettuali e artiste lesbiche – già nel 1926 Abbott espone i propri ritratti nella galleria Le Sacre du Printemps. È in questo momento che entra in contatto con il fotografo francese Eugène Atget, conosciuto per le sue immagini delle strade di Parigi, volte a catturare la scomparsa della città storica e le mutazioni nel paesaggio urbano.

Per Abbott è un punto di svolta. La fotografa decide di abbandonare la ricerca portata avanti fino a quel momento e di fare propria la poetica del negletto Atget – del quale, alla morte, acquisterà gran parte dell’archivio, facendolo conoscere in Europa e negli Stati Uniti – dedicandosi, da quel momento in poi, al racconto della metropoli di New York.

La mostra al Museo MAN, realizzata grazie al contributo della Regione Sardegna e della Fondazione di Sardegna, racconta le tre principali fasi della produzione fotografica di Berenice Abbott attraverso una ricca selezione di scatti, tra i più celebri della sua produzione, e materiale documentario proveniente dal suo archivio.

Berenice Abbott, Dorothy Whitney, 1926, Fonte arte.it

Dal 17 Febbraio 2017 al 31 Maggio 2017

Nuoro

Luogo: Museo MAN

Costo del biglietto: intero € 5, ridotto € 3 (dai 18 ai 25 anni), gratuito under 18

Telefono per informazioni: +39.0784.252110

E-Mail info: info@museoman.it

Sito ufficiale: http://www.museoman.it

Inaugurazione Venerdì 17 febbraio ore 19