Studio Azzurro a Milano

La mostra Immagini sensibili racconta la storia della ricerca artistica di Studio Azzurro che ha tracciato un fecondo percorso di sperimentazione incrociando arti visive, video, cinema, arti performative e nuove tecnologie. Diversi e interrelati sono i formati che questa rigorosa, intensa e partecipata attività ha prodotto a partire dal 1982: video monocanale, videoinstallazioni, spettacoli teatrali, di danza e musicali, film, musei. Il lessico che designa questa varietà di opere è inventato con cura: videoambienti, ambienti sensibili, musei di narrazione… Si è trattato infatti di nominare i nuovi formati che si andavano sperimentando negli ultimi venti anni del Novecento e nel primo decennio del nuovo secolo, un tempo denso di accadimenti sul terreno delle nuove tecnologie, segnato da due rivoluzioni: la nouvelle image, come veniva chiamata l’immagine elettronica, e le tecnologie digitali. Il lavoro di Studio Azzurro si legge infatti all’interno dei nuovi paradigmi connessi al mutamento che la scienza, le nuove tecnologie, l’estetica sono andati elaborando a partire dagli ultimi tre decenni del XX secolo e oltre.

Decine di proiettori, monitor, touchscreen e sensori sono nascosti in “ambienti sensibili” che reagiscono alla presenza e ai gesti, con l’intento di rendere il visitatore attore protagonista mentre si muove all’interno di uno spazio popolato di immagini.
Sono moltissime le opere realizzate da Studio Azzurro dal 1982 a oggi, e ora Milano rende omaggio a questo straordinario laboratorio di ricerca, riproponendo una parte significativa dell’intenso lavoro che ha portato alla produzione di innumerevoli videoinstallazioni interattive e “ambienti sensibili”, di numerosi “musei di narrazione”, di film e spettacoli teatrali.
L’iniziativa fa parte del programma di Ritorni al futuro, il palinsesto culturale pensato per la primavera 2016 dal Comune di Milano che propone oltre cento appuntamenti tra mostre, concerti, spettacoli teatrali, proiezioni cinematografiche e incontri, con l’obiettivo di portare al centro della riflessione pubblica l’idea di futuro che abbiamo oggi, confrontandola con quelle che hanno abitato il pensiero creativo in altre stagioni della storia.
Immagini Sensibili è un’occasione unica e irripetibile per vedere per la prima volta e in un unico spazio opere che
hanno emozionato intere generazioni.
«Questa mostra è un omaggio a Studio Azzurro ma soprattutto un omaggio a uno dei suoi fondatori, Paolo Rosa, la cui grandissima sensibilità e capacità visionaria continua a rimanere viva come punto di riferimento dell’arte contemporanea italiana e internazionale», ha dichiarato l’Assessore alla Cultura Filippo Del Corno.

Fino al 4 Settembre 2016

link: Palazzo Reale

Lun: 14:30 – 19:30
Mar – Mer – Ven – Dom: 09:30 – 19:30
Gio – Sab: 09:30 – 22:30

intero €12
ridotto €10

Mimmo Jodice a Pescara

Mimmo Jodice dopo le iniziali sperimentazioni pittoriche si accosta alla fotografia già a partire dai primi anni ‘60. Agli anni della ricerca e della denuncia sociale seguono quelli in cui lo sguardo di Jodice si volge a Napoli, luogo natale, ritratta, nella nota serie Vedute di Napoli, con sommo distacco critico.
Il volto della città irreale e desolato, privato come è della presenza umana, testimonia la delusione e lo sconforto dell’artista per quanto era stato promesso e non mantenuto, per il bruto accanimento cementizio dei palazzinari, per quelle “mani sulla città” che ne hanno stravolto l’immagine, svilendone la porosa bellezza. Lo sguardo si allarga poi a tutto il Mediterraneo, terra natia e culla dei popoli. Jodice sceglie sempre il bianco e nero, il cui apparente contrasto cela in realtà una illimitata gamma di grigi che arricchiscono la bicromia di inusitate sfumature.
Tutto il lavoro si svolge in camera oscura, qui l’artista stampa personalmente le foto realizzate e ridipinge le immagini, in una sorta di danza gestuale, utilizzando la luce come elemento fondante della sua creatività. La macchina fotografica, ancora adesso e sempre analogica, resta strumento creativo e mai descrittivo della realtà esterna.
La mostra ospitata da Vistamare accoglie il visitatore con una serie di immagini raffiguranti le vestali del mondo antico. Si tratta di figure ieratiche, affascinanti nella loro fissità e testimoni di quella sensibilità speciale per l’archeologia e i popoli che tanto hanno contribuito al mito del mondo Mediterraneo, che da sempre accompagna Jodice. Il percorso procede lungo le sale con l’altra nota serie del maestro, l’Attesa, tema a lui caro sin dalla metà degli anni ‘80, ripreso e approfondito in anni recenti attraverso immagini inedite per la prima volta qui in mostra. In queste foto, paesaggi urbani e naturali privi della presenza umana, come già avvenuto nelle Vedute napoletane, e di qualsiasi idea di movimento, ricercano l’assenza concretizzando l’idea di vuoto. Le immagini si stagliano misteriose nella loro immutabilità inducendo l’osservatore a chiedersi cosa quei paesaggi interiorizzati stiano aspettando. Sono visioni in cui il tempo sembra come cristallizzarsi e smettere il proprio naturale fluire.
Queste opere rimandano a una memoria metafisica, a una realtà lontana, immersa in una visionaria dimensione silenziosa. Gli unici elementi presenti, spesso oggetti di uso comune, una sedia, un palo, la sdraio da spiaggia, non fanno altro che accentuare il sentimento di una mancanza. Nelle sale restanti della galleria si diffondono, come immagini sonore di una unica sinfonia, le opere sulla Natura, sezione in cui è la vegetazione a essere protagonista indiscussa, sia essa coltivata o selvaggia, sempre colta nella sua dimensione straniante, alberi e fronde acquisiscono una dimensione umana, subendo una sorta di personificazione incantata; e la serie delle Città Visibili, in cui lo sguardo lento del fotografo svela la bellezza surreale dei luoghi urbani, alcuni celebri come le piramidi del Louvre o le vedute veneziane, altri anonimi, ma tutti rivelatori dell’interesse di Jodice per l’architettura, strumento di indagine inedita delle città, testimone rivelatore “dell’incapacità di accettare caos e silenzio”. Anche queste datano anni lontani e recenti a rivelare una costante ricerca nel corso degli anni.
Tutto è visto e interiorizzato attraverso l’occhio di chi è abituato a indagare storia e bellezza con uno sguardo ricco di curiosità unito a uno stile rigoroso e determinato. L’occhio di Jodice si sofferma sul senso di inquietudine e smarrimento, su quel senso di sospensione che questi spazi senza tempo, così distanti dall’idea comune che tutti noi abbiamo, riescono a darci. L’uso costante del bianco e nero enfatizza la voluta distanza da una realtà empirica a favore di una visione percettile ed intimista. Le foto di Mimmo Jodice sono fuori da qualsiasi confine temporale.

Fino al 15 Giugno 2016

link: Galleria Vistamare

lun: 10.00 – 13.00
mar-ven: 10:00 – 13:00 | 16:30 – 19:30
ingresso libero

Largo dei Frentani, 13 Pescara

Sigmar Polke a Palazzo Grassi, Venezia

Sigmar Polke, figura artistica fondamentale degli ultimi cinquant’anni, ha profondamente rinnovato il linguaggio pittorico della fine del XX secolo. Il suo incessante desiderio di sperimentazione riguarda tanto le immagini – delle quali mette in discussione la gerarchia e analizza la manifestazione – quanto il supporto, coinvolto al punto di essere pienamente costitutivo della composizione e, ancora, i colori di cui insegue le potenzialità sia fisiche sia plastiche. Il suo approccio si sviluppa attraverso media differenti: la pittura e il disegno naturalmente, ma anche la fotografia, la fotocopia, il film, l’installazione, che all’interno della sua opera si incrociano e arricchiscono vicendevolmente. La sua pratica si colloca in una prospettiva di rivitalizzazione del potere sovversivo dell’arte e si fonda tanto sulla destabilizzazione dei meccanismi di percezione quanto sul rivolgimento dei generi e delle categorie.
In occasione della Biennale del 1986, Sigmar Polke ha ideato un’installazione straordinaria per il Padiglione tedesco, intitolata Athanor. Dall’opera che associava pittura figurativa o astratta e installazione, partendo dai colori termosensibili applicati direttamente sui muri di pietra di quarzo e meteorite, emergevano fondamentalmente due tematiche, l’alchimia e la politica, individuate oggi come assi portanti dell’esposizione di Palazzo Grassi. Tuttavia, per rispettare lo spirito dell’artista profondamente refrattario a ogni sistematizzazione e a ogni regola prestabilita, il percorso si emancipa regolarmente da questo schema, derogando tanto alla tematica quanto alla cronologia.

A proposito dell’opera di Polke la curatrice Elena Guena dice: “La libertà con cui Polke utilizza allo stesso tempo soggetti tratti dalla storia politica e dalla storia dell’arte, principi mistico-matematici, così come elementi del mondo quotidiano e dell’intrattenimento popolare, quali l’iconografia dei fumetti e del cinema hollywoodiano, rispecchia l’eterogeneità e il “poliglottismo” delle sue immagini, in cui nulla è troppo basso o troppo alto per essere inserito nel quadro. Artista onnivoro, noto per le sue collezioni di libri, riviste e ritagli di giornali con errori tipografici, Polke traduce nelle opere il proprio interesse enciclopedico e l’eclettismo iconografico delle sue fonti, non indicando nessuna predilezione verso una determinata tipologia. La sua arte ci conduce verso un universo parallelo, in cui una moltitudine di immagini e di riferimenti a eventi noti del nostro mondo si compenetrano per generare nuovi significati.”

Fino al 6 Novembre 2016

link: Palazzo Grassi

Tutti i giorni dalle 10 alle 19 escluso il Martedì
intero: €15
ridotto: €10

Jean Fabre a Firenze

La grande mostra Jan Fabre. Spiritual Guards , promossa dal Comune di Firenze, si svilupperà tra Forte Belvedere, Palazzo Vecchio e Piazza della Signoria. Si tratta di una delle più complesse e articolate mostre in spazi pubblici italiani realizzata dall’artista e regista teatrale fiammingo.
Per la prima volta in assoluto un artista vivente si cimenterà contemporaneamente in tre luoghi di eccezionale valore storico e artistico. Saranno esposti un centinaio di lavori realizzati da Fabre tra il 1978 e il 2016: sculture in bronzo, installazioni di gusci di scarabei, lavori in cera e film che documentano le sue performance. Fabre presenterà anche due opere inedite, pensate appositamente per questa occasione. Una di queste, Searching for Utopia, posta in Piazza della Signoria e di eccezionali dimensioni, dialogherà con il monumento equestre di Cosimo I, capolavoro rinascimentale del Giambologna; mentre la seconda, The man who measures the clouds (American version, 18 years older), si innalzerà sull’Arengario, o Ringhiera, di Palazzo Vecchio, tra le copie del David di Michelangelo e della Giuditta di Donatello. In entrambe le opere si riconoscerà l’autoritratto dell’artista, nella doppia veste di cavaliere e guardiano, come tramite tra terra e cielo, tra forze naturali e dello spirito.
Ad una storia dell’arte che si è messa anche a disposizione del potere politico ed economico – come quella di Piazza Signoria con i suoi giganti di marmo (David, Ercole, Nettuno) e con le sue rappresentazioni bibliche, mitologiche o del genius loci (Giuditta, Perseo, Marzocco) – Jan Fabre oppone un’arte che vuole rappresentare e incarnare il potere dell’immaginazione, la missione dell’artista come “spiritual guard”.
E lo fa in una piazza che dal rinascimento in poi è stata pensata e usata come agorà e palcoscenico figurativo, che da allora è diventata luogo paradigmatico del rapporto tra arte e spazio pubblico, e dove è stata configurata in modo esemplare la funzione simbolica-spettacolare del monumento moderno. All’interno di Palazzo Vecchio una serie di sculture andranno a dialogare con gli affreschi e i manufatti conservati in alcune sale del percorso museale del palazzo.
Il 14 maggio, aprirà la mostra al Forte Belvedere, dove tra i bastioni e la palazzina saranno presentate circa sessanta opere in bronzo e cera, oltre a una serie di film incentrati su alcune storiche performance dell’artista: due schieramenti scultorei formati da sette scarabei bronzei posizionati nei punti di vedetta del Forte e da una serie di autoritratti dell’artista a figura intera – tutti di un bagliore dorato che riflette il paesaggio circostante come un alone spirituale. Gli scarabei sono angeli di metamorfosi, guardiani-custodi, simboleggiano nelle antiche religioni e nella tradizione pittorica italiana e fiamminga della vanitas il passaggio tra la dimensione terrena e la vita eterna con il loro continuo movimento. Allo stesso tempo possiedono una bellissima corazza che mette in luce drammaticamente la vulnerabilità di quel corpo “regale”.
E così anche Jan Fabre, che si definisce, vive e si esprime come cavaliere della disperazione e guerriero della bellezza, si spoglia e si veste delle sue armi dispiegando nel luogo più alto di Firenze il suo esercito vestito di armature lucenti e cangianti.

Fino al 2 Ottobre 2016

Musei Civici Firenze

Lun-Dom 09:00 – 23:00

Intero €10,00
Ridotto €8,00

Piazza della Signoria e Palazzo Vecchio
Forte Belvedere a partire dal 14 maggio fino al 2 ottobre

Tony Lewis. Museo Marini Firenze

Comity and Plunder la prima personale in europa in uno spazio istituzionale del giovane artista afroamericano Tony Lewis (chicago, 1986), dedicata e realizzata appositamente per la cripta del museo. Lewis è uno degli artisti più rappresentativi della sua generazione e si colloca nella tradizione di artisti concettuali le cui opere analizzano il linguaggio, le parole, gli oggetti e il loro effetto. Il suo lavoro è prevalentemente costruito in relazione alla scrittura e al suo valore semantico e lessicale. I caratteri usati sono quelli dei diversi linguaggi siano essi quello stenografico, quello dei fumetti, e un progetto on-going è tratto dal libro life’s little instruction book, vero e proprio vademecum moralizzatore figlio dell’ideologia classista della società americana contemporanea. In mostra sono presentati principalmente nuovi lavori o opere che vengono ripensate in dialogo con l’architettura della cripta. Per la prima volta l’artista ha deciso di lavorare anche con un materiale diverso dalla grafite, utilizzando per una delle opere dei pigmenti puri tipici della tradizione pittorica fiorentina. Questa mostra presenta una forma artistica esoletteraria che si attiva programmaticamente attraverso più codici. Dei floor drawing, grandi disegni\sculture, occuperanno vaste aree della cripta; vere e proprie appropriazioni di quello che in tedesco potremo definire come raum – luogo, stanza, spazio – oggetti che trasformano la rigidità geometrica delle superfici andando a mostrare un accumulo e una informe e incontrollabile spazialità, evocando come dice Lewis stesso le soft sculpture di Oldenburg e gli assemblage di Chamberlain, lavorando per oggettivizzare e concettualizzare quello che l’artista definisce il most powerful object ossia il pavimento dello spazio dove si trova a lavorare. Alle pareti di alcuni ambienti della cripta compaiono dei disegni; in essi la parola viene destrutturata e il valore semantico e segnico delle lettere assume una autonomia rispetto alla composizione. La parola scelta è legata ad un rimando, ad un’evocazione personale, ad una sensazione rispetto al luogo: lo spazio espositivo del Museo Marini un tempo la cripta di una chiesa – per mille anni luogo di sepoltura dei frati del convento di San Pancrazio – luogo di passaggio dalla vita terrena a quella celeste, oggi luogo di creazione e di resistenza, la stessa che nelle parole delle opere dell’artista si può sentire e che non può variare. il rapporto non risolto tra superficie e spazio oltre il piano, posto tra la fisicità dell’immagine e il suo costituire confine e barriera, ha nella scrittura una presentazione mai risolta, rinnovando ogni volta nuove questioni che l’immagine pone.

Fino al 23 Aprile 2016

Museo Marino Marini

orario: 10 – 17
Chiuso martedì, domenica e giorni festivi

intero: euro 6
ridotto: euro 4

Piazza San Pancrazio, Firenze

Giovanni Anselmo. Castello di Rivoli

“Mentre la mano indica, la luce focalizza, nella gravitazione universale si interferisce, la terra si orienta, le stelle si avvicinano di una spanna in più…”

Riconosciuto oggi come uno dei più importanti artisti italiani a livello internazionale, Anselmo ha esordito nell’ambito dell’Arte povera nella seconda metà degli anni Sessanta, impegnandosi in una ricerca tesa a esaltare il dialogo costante fra visibile e invisibile. I suoi materiali visibili allo spettatore sono elementi naturali e prodotti di origine industriale, spesso apparentemente umili – proiettori di luce, aghi magnetici, pietre di granito, fotografie, terra e porzioni di colore oltremare; tra quelli invisibili i campi magnetici, la forza gravitazionale, lo spazio in cui ci si trova e in cui ci si orienta. Per queste ragioni, l’opera di Anselmo è quanto mai attuale e di sempre maggiore interesse per le giovani generazioni cresciute nell’era di una apparente immateriale virtualità. Realizzata in stretta collaborazione con l’artista, la mostra si sviluppa al terzo piano della Manica Lunga. A partire dall’opera Interferenza nella gravitazione universale (1969-2016), Anselmo ha ideato un inedito percorso che esalta il movimento architettonico dell’edificio e il suo orientamento rispetto al movimento apparente del sole lungo l’asse est-ovest. Nell’ambito di questo percorso, che costituisce nel suo insieme una vera e propria nuova installazione, sono allestite ulteriori opere dell’artista, tra cui importanti lavori storici qualiParticolare (1972–2016), Il panorama con mano che lo indica (1982–2016) e Mentre la terra si orienta (1967–2016), Le stelle si avvicinano di una spanna in più… (2001-2016). In occasione della mostra personale nella Manica Lunga, al secondo piano del Castello Anselmo ha inoltre allestito altre sue opere appartenenti alla Collezione permanente: Neon nel cemento (1967-1969), appena restaurata nell’ambito del nuovo progetto di restauro e riallestimento della collezione del Museo; Senza titolo (1967), legno laccato e pietra di fiume; Senza titolo (1967), lastra in plexiglas leggermente arcuata mantenuta in questa posizione di tensione da un ferro uncinato e Respiro (1969), opera composta da due travi in ferro e una spugna marina che vive dell’energia liberata dall’incontro tra i due materiali.

Fino al 25 Settembre 2016

Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea

Piazza Mafalda di Savoia – 10098 Rivoli – Torino

da martedì a venerdì: 10.00 – 17.00
sabato e domenica: 10.00 – 19.00
Biglietto d’ingresso unico : 6,50 euro
Ridotto  : 4,50 euro

Marko Tadić. Imagine a Moving Image

Nella visione di Tadić il mondo, ormai reduce dell’utopia modernista e socialista, si manifesta allo stadio miniaturizzato. Non si tratta tanto di un mondo fatto di cose, quanto delle macchine che le hanno mostrate o attraverso le quali ci sono apparse: il cinema, il museo, il display, la cartolina, ecc. Maquette espositive, piccoli schermi di proiezione, attrezzature sceniche e video-animazioni sono soltanto alcuni dei micro-dispositivi messi in campo nel lavoro di Tadić. È come se tutti gli elementi di questa visibilità organizzata e istituzionalizzata, una volta usciti dalla Storia, fossero restituiti a uno stadio d’innocenza originaria. Ormai ci stanno accanto come docili arnesi e utensili quotidiani, senza sapere se registrino una perdita (quali testimoni del disincanto) oppure se siano pronti a rimettersi in gioco quali soggetti di un nuovo mistero (di un nuovo incanto). Il rapporto tra immagini statiche e animate è il tema di una serie di collage e di disegni che esamina vari aspetti delle procedure cinematografiche. Accumulation of the images from below (2013/2014) rivisita i resti del patrimonio del modernismo, in particolare quello socialista in Jugoslavia; il punto di vista adottato non è accademico né storico o teorico, ed è privo di qualsiasi nostalgia feticista. Valutando il passato come una “terra straniera”, questa serie (e la relativa opera Table of Contents (2015/2016) che impiega display espositivi e modelli più piccoli) ripercorre la storia della condizione modernista locale. Tadić ne decostruisce e ricostruisce il vocabolario da un punto di vista formalista, utilizzandolo come base di ricerca per una nuova genesi. Tali opere sono create in primo luogo attraverso elementi visivi che giocano con i resti di idee costruttiviste e universaliste in materia di abitazione, progettazione, scienza e vita quotidiana, e sono legate in particolare ai modi di esporre. Questo è visibile nelle gallerie “tascabili”, ovvero proiezioni di strutture o modelli di visualizzazione in cui i frammenti del modernismo socialista sono presentati come opere d’arte.marko tadic

Fino al 15 Giugno 2016

LAURA BULIAN Gallery

via Piranesi 10, 20137 Milano

Dal lunedì al venerdì, 15.00 — 19.00

Ingresso libero

Sarah Lucas. Innamemorabiliamumbum

All’interno dell’Albergo Diurno di Milano, tempio dedicato alla bellezza e alla cura del sé, sculture, installazioni, interventi sonori e performativi daranno vita a una tre giorni di eventi espositivi, performance e happening live che avranno come tema principale il corpo, la sua rappresentazione, le sue storie e gli stereotipi di cui ancora si nutre la nostra società. Sarah Lucas realizzerà un intervento espositivo site-specific, studiato per l’ambiente, al quale si aggiungeranno interventi sonori e performance musicali, con eventi speciali per le serate di sabato 9 e domenica 10 aprile. Irriverenti e disarmanti nella loro estrema semplicità, le opere di Sarah Lucas – fotografie, collage, sculture e disegni – danno vita a un teatro dell’ambiguità in cui materiali apparentemente banali si trasformano in oggetti d’affezione che rivelano desideri e pulsioni represse. Fin dall’inizio della sua carriera, la Lucas mette in ridicolo tabù e atteggiamenti maschilisti con le sue sculture ruvide e arrabbiate. I suoi autoritratti, in cui trasforma la propria immagine in un personaggio che attraversa decine di fotografie, pose e situazioni, mettono in scena miti e stereotipi femminili e maschili, trasformando ruoli e generi sessuali. “Mi piace giocare con gli stereotipi sessuali e di genere […] sono solo dei costrutti, e sono piuttosto fragili”, riconosce l’artista. Nel mondo di Sarah Lucas nessun soggetto sembra essere troppo fragile e nessun tabù troppo sacro. Sarah Lucas si è dunque sdoppiata in una galleria di personaggi dalla sessualità provocante e ambigua. Allo stesso modo le sue sculture, assemblate con oggetti dozzinali, materiali trovati o scolpite in superfici lucide di bronzo, ricordano gli oggetti magici dei Surrealisti, di cui l’artista raccoglie l’eredità e la capacità di stravolgere il vivere quotidiano. Lucas coniuga la bellezza convulsa dei Surrealisti in una versione più leggera, pop e ironica e al contempo più misteriosa e viscerale, carica di una nuova e più diretta energia. Fortissimo è inoltre il legame tra le opere di Sarah Lucas e l’arte femminista degli anni Sessanta, evidente soprattutto nella sua critica dello sguardo maschile: come le artiste femministe, con le sue opere esplicite e dissacranti anche la Lucas incoraggia le donne ad appropriarsi degli strumenti di rappresentazione del proprio corpo e delle sue immagini, invitandole a prendere confidenza con ogni parte di sé, anche con quelle più intime, e a prendersene cura.

L’intera opera di Sarah Lucas è dunque una riflessione sul corpo, sulla sua rappresentazione e i suoi desideri e sulla necessità di conferire alle donne il diritto di rappresentare se stesse, giocando con e contro gli stereotipi della femminilità in cui la loro rappresentazione è troppo spesso costretta. E la cura del corpo, l’esperienza dell’anatomia come bellezza e come trauma sono quindi temi che tornano con costanza nella poetica dell’artista britannica: l’Albergo Diurno Venezia – questo mondo sotterraneo, affascinante ma anche oscuro – è dunque il teatro perfetto per un suo progetto site-specific, in un gioco di specchi tra opere, interventi, architettura e storia di uno dei più suggestivi luoghi che hanno segnato la vita quotidiana della Milano del secolo scorso.

8-9-10 Aprile 2016

Venerdì 8 aprile
preview dalle 11.00 – 12.00
apertura dalle 12.00 alle 19.00
opening ore 19.00 – 22.00

Sabato 9 e domenica 10 aprile, dalle 12.00 alle 23.00

Albergo Diurno Venezia
piazza Oberdan – Milano

Una speciale installazione in Canada presenta Beuys

The National Gallery of Canada ha presentato il lavoro di Joseph Beuys in una speciale installazione della durata di due anni:
con più di 20 sculture e una selezione di opere su carta, la mostra include opere come Torso (1949/51), Pt Co Fe (1948/72) e Hasengrab (1964/79), attingendo da due importanti collezioni private, tra cui quelle di Céline e Heiner Bastian di Berlino.
Queste sculture abbracciano quattro decenni di pratica dell’artista, a cominciare da primi lavori influenzati dagli scultori tedeschi Wilhelm Lehmbruck e Ewald Mataré – attraverso la scultura degli anni 1970 e ’80 – ottenendo un vocabolario formale e materiale incomparabile.

Tra i più significativi artisti tedeschi del dopoguerra, Beuys ha avuto un’influenza duratura su un gruppo di giovani artisti canadesi quando è stato invitato dal Nova Scotia College of Art and Design (NSCAD).

About the National Gallery of Canada :
The National Gallery of Canada is home to the most important collections of historical and contemporary Canadian art. The Gallery also maintains Canada’s premier collection of European Art from the 14th to the 21st century, as well as important works of American, Asian and Indigenous Art and renowned international collections of prints, drawings and photographs. In 2015, the National Gallery of Canada established the Canadian Photography Institute, a global multidisciplinary research center dedicated to the history, evolution and future of photography. Created in 1880, the National Gallery of Canada has played a key role in Canadian culture for well over a century. For more information, visit gallery.ca and follow us on Twitter.

Visitabile sino a novembre 2017

National Gallery of Canada:
Galleries B206 and B207 Ottawa, Ontario

Beuys_Fonte: www.undo.net

Beuys_Fonte: www.undo.net

Gnosis love sketchirid_www.fmodica.com

Mostra di pittura contemporanea di Fabio Modica

A Catania, Sabato 16 Aprile alle ore 18.00, il pittore Fabio Modica inaugura una nuova mostra di pittura, dal titolo “Kosmos”. Dopo le mostre personali del 2015 negli Stati Uniti, dove è oggi rappresentato da quattro gallerie, le sue opere saranno fruibili all’interno del complesso monumentale dell’ex convento San Placido, oggi Palazzo della Cultura di Catania.
Trenta le imponenti opere in mostra per questa tappa nella sua città natale, che si protrarrà fino all’11 Maggio 2016.

Scrive Nino Arrigo, introducendo il tema della mostra nel testo critico in catalogo:
“È un ritorno alle nostre origini greche questa mostra, una sorta di antologia, di Fabio Modica che, nel “mezzo del cammino di nostra vita”, alle prese con la sua maturità anagrafica, sembra trovare la maturità artistica e dipingere un ritratto dell’artista maturo con ambizioni “cosmologiche”. E sì, perché è a quel Kosmos, fatto di concordia e discordia, amore e odio, materia e spirito, degli albori della filosofia, dei presocratici, da Empedocle a Eraclito, che Modica si ispira per attingere a piene mani alla sua più alta ispirazione.”

Natura, mitologia e arte pittorica, in una miscela che vuole tirare fuori una grande emozione anche dallo spettatore più distratto. Enormi opere pittoriche, alcune larghe oltre due metri, fondate sulla potenza del colore e del gesto, padroni della superficie e mai sottomessi al concetto e all’idea. In ogni opera la volontà di racchiudere un intero universo, dove astrazione e rappresentazione vogliono fondersi armonicamente, in un equilibrio costante di forze uguali e contrapposte, al quale il cosmo, secondo gli antichi filosofi, deve la sua nascita e il suo preservarsi nel tempo e nello spazio, così come l’opera d’arte che rispetta le sue leggi.

Da tempo introdotto in collezioni private di noti personaggi del mondo dello spettacolo, in piena affermazione negli Stati Uniti, Fabio Modica non è un “cervello in fuga”, ma un portatore sano delle nostre radici oltreoceano. Una grande “Persefone Kore” di circa tre metri travolge inevitabilmente lo spettatore ignaro all’ingresso del Mandarin Oriental di Atlanta, e la terra del nostro amato e temibile vulcano, inglobata nella materia pittorica, ha raggiunto all’interno delle sue tele le residenze di noti attori americani.

Dal 2013 ad oggi, le opere più imponenti e rappresentative sono esposte presso la Bill Lowe Gallery di Atlanta (USA). Nel 2014 inizia una collaborazione con la SORELLE Gallery, inserendosi nelle due sedi di New Canaan, (CT), ed Albany (New York), con la galleria Aberson Exhibits di Tulsa, Oklahoma. Da Aprile 2016, ancora una galleria americana, la Bender Gallery in North Carolina, rappresenterà l’artista nelle numerose e prestigiose fiere d’arte statunitensi.

 

Inaugurazione Sabato, 16 Aprile 2016 – ore 18.00

Via Vittorio Emanuele II – 122 – Catania
Ingresso gratuito – Tutti i giorni 9.00 – 13.00 – 15.00 – 19.00 | Domenica e Festivi – 9.00 – 13.00
16 Aprile – 11 Maggio 2016
Infoline: 327 016 84 66 – info@fmodica.com
Web: www.fabiomodica.com | https://www.facebook.com/fabiomodicaarte