Francesco Menzio, un maestro del novecento.

La recente mostra “Asti Contemporanea” ha segnato l’inizio di una stretta collaborazione tra la Fondazione Palazzo Mazzetti e il collezionismo privato del territorio; la passione per l’arte dei collezionisti astigiani e piemontesi si consolida con questa esposizione dedicata a Francesco Menzio.
Francesco Menzio (Tempio Pausania 1899 – Torino 1979) è uno dei protagonisti dell’arte piemontese e italiana del Novecento. Formatosi nell’ambiente culturale della Torino di Felice Casorati e Riccardo Gualino, dopo una prima fase classicheggiante casoratiana, soggiorna a Parigi e sviluppa una sua ricerca antinovecentista, influenzata dalle tendenze post-impressioniste francesi (Matisse, Derain, Modigliani, Bonnard). Dal 1929 al 1931 fa parte insieme a Gigi Chessa, Carlo Levi, Jessie Boswell, Enrico Paulucci e Nicola Galante del Gruppo dei Sei di Torino (sostenuto da critici come Lionello Venturi e Edoardo Persico) con cui espone in varie mostre.

Francesco Menzio

Il suo raffinato linguaggio figurativo è caratterizzato da una moderna visione lirica intimistica della realtà quotidiana che prende corpo e si carica di tensione estetica attraverso una pittura di vibrante ma sommessa sensibilità luminosa e di meditate variazioni tonali, dove viene previlegiata la dimensione del frammento, inteso come messa in scena nello spazio della tela di figure in interni, di nature morte e di scorci paesaggistici spesso visti dalla finestra dello studio.
Menzio non è solo, insieme a Levi, l’esponente di maggior spicco del Gruppo dei Sei, ma anche e soprattutto un artista con una ben definita personalità e uno stile originale che raggiunge la piena maturità creativa negli anni Trenta e Quaranta (affermandosi in modo definitivo a livello nazionale) e che continua nel dopoguerra a sviluppare con grande coerenza nuove soluzioni compositive, formali e cromatiche, mantenendo sempre la freschezza inventiva della sua pittura fino alla fine.

Attraverso un’accurata selezione di circa cinquanta dipinti, questa mostra retrospettiva intende mettere in luce gli aspetti più significativi della sua ricerca di tutti i periodi.

link: Palazzo Mazzetti Asti

Fino al 4 Dicembre 2016
Da martedì a domenica, 10.30 – 18.30
Chiuso il Lunedì

Corso Vittorio Alfieri 357, Asti

E-levarsi dal caos. Emanuela Fiorelli

Il filo come segno tridimensionale è il medium con cui Emanuela Fiorelli esplora lo spazio costruendo architetture che mutano allo sguardo ed indicano la flessibile dinamicità di una costruzione geometricamente definita.
Si tratta di una geometria intuitiva e sensibile attraverso la quale l’artista crea spazi effettivi e relazioni concrete che permettono di vivere i luoghi in maniera inedita e personale.

Le sue opere ed installazioni, in cui predominano evoluzioni di linee e volumi trasparenti, riaprono un dialogo con l’ambiente iniziato ancora da Tatlin e dai fratelli Pevsner proseguito poi, negli anni Cinquanta e Sessanta, con le personalità artistiche attorno ad “Azimuth” e agli Spazialisti a Milano o il gruppo “Zero” di Düsseldorf.
Propria di questi anni è ancora la proclamazione di un’arte allargata che richiede nuove modalità espressive in grado di proiettare le opere nello spazio, richiamando la partecipazione attiva e la curiosità dell’osservatore.
Da queste istanze sembra prendere avvio lo studio dell’artista romana (1970) che, più volte, ha sottolineato l’affinità della sua ricerca  con la poetica di Fontana, Bonalumi e Castellani inquanto tende a rendere visibili delle strutture nascoste del reale – di per sé caotico.

Emanuela Fiorelli, E-levarsi dal caos, 2016

E- levarsi dal caos, titolo di questa nuova mostra alla galleria Antonella Cattani, è contemporaneamente una dichiarazione degli obiettivi dell’artista.
Forte di un linguaggio che le appartiene e di una sapiente pratica artistica, elaborata in anni di ricerca, Fiorelli ha lavorato a questo progetto di mostra sul “filo” di una sottile ambiguità tra simmetria e asimmetria.
Per individuare l’ordine sotteso all’apparente disordine l’artista ha utilizzato il filo elastico o di cotone come se fosse un segno in 3D.
La concitata stesura grafica di ciascuna delle opere in esposizione è sospesa tra tensioni implosive ed esplosive che sembrano registrare un’ansia esistenziale che si allenta solo quando il segno si e-leva dal caos.
La compresenza tra ordine e caos si risolve infine nella funzionalità di una bellezza contemplativa che stimola la mente e l’occhio in una vertigine di percorsi e trame che è anche consonanza di ritmi visivi.

link: Antonella Cattani

Fino al 9 Novembre 2016
ingresso libero

Rosengartenstrasse 1a, Bolzano

Uneasy Dancer. Betye Saar

“Uneasy Dancer” (danzatrice incerta) è l’espressione con cui Betye Saar definisce se stessa e il proprio lavoro che, per usare le sue parole, “segue il movimento di una spirale creativa ricorrendo ai concetti di passaggio, intersezione, morte e rinascita, nonché agli elementi sottostanti di razza e genere”. Il suo processo artistico implica “un flusso di coscienza” che esplora il misticismo rituale presente nel recupero di storie personali e di iconografie da oggetti e immagini quotidiani. Al centro della sua opera si possono individuare alcuni elementi chiave: l’interesse per il metafisico, la rappresentazione della memoria femminile e l’identità afroamericana che, grazie al suo lavoro, assumono forme e significati inediti. Come sostiene Saar, la sua arte “ha più a che fare con l’evoluzione che non con la rivoluzione, con la trasformazione delle coscienze e del modo di vedere i neri, non più attraverso immagini caricaturali o negative, ma come esseri umani”.

Il primo ricordo artistico di Betye Saar è ispirato dalla visione delle Watts Towers di Simon Rodia nel quartiere periferico di Los Angeles che frequentava assieme alla nonna negli anni Trenta. La costruzione delle torri, prolungatasi per un periodo di 33 anni, fu decisiva nel stimolare in lei la convinzione che i materiali di recupero potessero esprimere sia un contenuto spirituale che tecnologico. Dopo la laurea in design alla UCLA, Saar lavora come grafica dedicandosi all’incisione, al disegno e al collage. A partire dalla fine degli anni Sessanta, ispirata dall’artista americano Joseph Cornell, la sua sperimentazione con i materiali diventa sempre più tridimensionale e verso l’inizio degli anni Settanta inizia a creare veri e propri assemblage.

Attraverso il suo uso esperto di materiali di recupero, memorabilia personali e immagini dispregiative che richiamano storie negate o deformate, Saar sviluppa una potente critica sociale che sfida gli stereotipi razziali e sessisti radicati nella cultura americana. Negli anni Settanta, i suoi assemblaggi iniziano ad assumere dimensioni sempre maggiori, e diventano delle vere e proprie installazioni, accomunate da un approccio che unisce visioni e fedi di ogni tipo – da quelle più personali e misteriose a quelle universali – accostandole a riflessioni politiche.

Betye Saar, TheP 1966

Come osserva Elvira Dyangani Ose, “Saar confonde i confini tra arte e vita, tra piano fisico e metafisico. Il carattere spirituale della sua produzione non risiede solo nelle opere in cui trova espressione diretta il suo interesse per una pluralità di tradizioni culturali. Risiede soprattutto nell’operazione artistica che trasforma materiali comuni in nuove iconografie evocative, in suggestive narrazioni del reale capaci di coinvolgere intimamente l’osservatore”.

“Uneasy Dancer” espande nel suo complesso temi fondamentali della pratica di Betye Saar, tra i quali la memoria, il misticismo e la costruzione di entità socio-politiche. Questo emerge nell’opera seminale The Alpha and the Omega (2013-16), un ambiente circolare che allude al viaggio iniziatico e all’esperienza della vita umana. Questa installazione è stata concepita in occasione della mostra e include una serie di nuovi elementi che rappresentano l’idea del tutto, nella sua circolarità.

In mostra saranno presenti i suoi assemblaggi di immagini e oggetti inseriti in scatole o valigie, come Record for Hattie (1975) e Calling Card(1976), che assumono una dimensione performativa, anche se in miniatura. Altri assemblaggi, creati più recentemente e contenuti all’interno di gabbiette, come Domestic Life (2007) e Rhythm and Blues(2010), rappresentano una condizione fisica e metaforica di segregazione, ma anche di resistenza e sopravvivenza. Questi lavori includono tracce del folclore afroamericano, combinando la dimensione politica a una visione spirituale che attinge a molteplici credenze e tradizioni di origine africana, asiatica, americana ed europea.

Inoltre sarà presentata una serie di opere che utilizzano strumenti di lavoro o elementi della vita domestica, come assi per il bucato, bilance e finestre, assemblati a fotografie o manufatti d’epoca, come le opereMystic Window for Leo (1966), The Phrenologer’s Window II (1966) e A Call to Arms (1997). Questi ultimi lavori che abbracciano vari decenni svelano, da un lato, una condizione intima e autobiografica e dall’altro alludono a una dimensione immaginativa e fantastica. L’impiego di fotografie, trattate come oggetti trovati, in lavori come Migration: Africa to America I (2006), diventa una modalità di celebrazione della bellezza e degli artifici della femminilità.

In tutta la sua carriera Saar ha portato avanti una posizione artistica che, oltre a opporsi al pensiero maschilista ed eurocentrico, sostiene una prospettiva umanistica che riconsidera le nozioni di individuo, famiglia, comunità e società.

link: Fondazione Prada

Fino all’8 Gennaio 2016
lunedì / mercoledì / giovedì, 10 – 20
venerdì / sabato / domenica, 10 – 21
Intero – 10 €
Ridotto – 8 €

Largo Isarco 2,  Milano

BENVENUTO! Sislej Xhafa

“Sono nato in Kosova, ho vissuto in Italia e ora sono negli Stati Uniti. Quella che mi descrive è una realtà fluttuante”

Ha arredato come un grande palazzo la sala di attesa di una stazione di polizia a Gent, ha proposto un padiglione albanese clandestino alla Biennale di Venezia, ha utilizzato la stazione di Ljubljana come fosse una Borsa in cui al posto delle azioni si vendono desideri e speranze delle persone, è Sislej Xhafa, artista ironico e sovversivo che trae ispirazione dalla complessità e dalle contraddizioni della realtà, a cui il MAXXI dedica una grande retrospettiva.

Sislej Xhafa

La mostra comprende circa 30 opere, di cui una realizzata e pensata dall’artista appositamente per gli spazi del museo, che abbracciano tutto l’arco della sua produzione dagli anni Novanta fino ad oggi, restituendo le sfaccettature della sua produzione artistica, che trae ispirazione dalle contraddizioni della realtà contemporanea.

“La realtà è più forte dell’arte. Come artista non m’interessa riflettere la realtà, ma voglio interrogarla e metterla in discussione”

L’esposizione prende il titolo dalla grande installazione realizzata dall’artista nel 2000, nell’ambito del progetto Arte all’Arte sulle colline di Casole d’Elsa nel senese.
BENVENUTO! Sislej Xhafa è un viaggio visivo attraverso le complessità del mondo contemporaneo, in cui ogni opera spinge lo spettatore a riflettere, sia sul piano personale che sociale e collettivo, sui fenomeni sociali, economici e politici del nostro mondo.

link: MAXXI

Fino al 3 Ottobre 2016

Intero 12€, ridotto 8€
dal Martedì al Venerdì  11.00-19.00
Sabato  11.00-22.00
Domenica  11.00-19.00

Via Guido Reni 4A, Roma

Uno – the full frontal. Mattia Barbieri

La nuova stagione espositiva di Dimora Artica apre il 13 settembre 2016 con la mostra personale di Mattia Barbieri (1985, Brescia) intitolata Uno – the full frontal.
Nato da una riflessione sul concetto di unità totalizzante nei miti sul ritorno all’origine, il progetto di Mattia Barbieri sviluppa l’idea di Full frontal, una dimensione in cui ogni segno è decostruito e contaminato dal segno opposto che si sovrappone creando sulla tavola uno spazio tempo concentrato, in cui si coagulano una moltitudine di immagini che vanno dal vissuto personale alla cultura popolare, dalla sperimentazione pittorica alla storia dell’arte, dall’artigianalità al linguaggio digitale.
L’eterogeneo e sempre più abbondante materiale visivo della vita contemporanea viene metabolizzato dall’artista in composizioni che mirano a fornirne un compendio, in una spazialità che riunisce frontalmente più dimensioni percettive.

Mattia Barbieri

La mostra si sviluppa nei due piani dello spazio espositivo, con opere scultoree e pittoriche in rapporto di specularità simbolica e spaziale.
Le sculture sono state realizzate unendo corni di bufalo, piccole figure umane di bronzo ed elementi di ottone. La scultura posizionata a piano terra presenta una figura maschile dall’aspetto primitivo che sembra colta nell’atto di salire in senso verticale attraversando un corpo dalla forma indefinita. Il gruppo scultoreo è sospeso e collegato al soffitto da una lunga asta d’ottone che disegna nello spazio una sottile linea verticale. Nel soppalco la verticalità si ribalta in senso orizzontale, con una scultura nella quale una forma fallica fronteggia una figura femminile. Come nelle rappresentazioni dell’Alchimia, le polarità maschile e femminile vengono descritte da Barbieri nella loro speculare opposizione, forze psichiche da integrare alla coscienza per ricostruire l’unità del sé.
Nei dipinti, la riflessione sull’Uno si fa meno introspettiva e simbolica per concentrarsi sul linguaggio pittorico e sulla percezione delle immagini e del tempo in una contemporaneità fortemente connotata dalla comunicazione digitale.
La gerarchia tra soggetto centrale e sfondo, propria della pittura classica, è dissolta in una superficie pittorica che accoglie le più diverse iconografie e che, ruotando il dipinto, può continuare ad essere fruita senza perdere l’equilibrio compositivo. Nella visione dell’immagine, nessun particolare arretra ma ogni frammento avanza frontalmente senza passare in secondo piano.
Intesi da Barbieri come schermi di dispositivi elettronici, i dipinti assumono un’ulteriore valenza legata alla visione della pittura come supporto per una scrittura che registra una realtà in continua mutazione.
Come descritto nella teoria della documentalità di Maurizio Ferraris, la realtà sociale è principalmente costituita dalle iscrizioni, senza le quali gli atti non diverrebbero oggetti sociali, che oggi si moltiplicano grazie alla diffusione di supporti come computer e smartphone. In quanto iscrizione, anche la pittura è un oggetto sociale che registra delle azioni, ma in essa si produce un qualcosa di peculiare, un movimento riflessivo che induce a soffermarsi per specchiarcisi dentro. Un’operazione che Mattia Barbieri assimila alla produzione e condivisione dei selfie, per cui il dipingere è un riflettersi nella pittura ed insieme produzione di un oggetto sociale.
Il tempo lineare viene registrato dallo sguardo pittorico e trasformato in atto che trascende passato e presente nell’unità essenziale dell’agire umano.

link: Dimora Artica

Fino all’8 Ottobre 2016

Via Matteo Maria Boiardo 11, Milano

Decade. Marcus Jansen a Milano

Decade è la prima mostra personale italiana di Marcus Jansen (New York, 1968), l’artista americano che ha toccato diversi livelli di produttività partendo dalla pittura in strada da giovanissimo, fino a sviluppare, attraverso il suo stile espressionista, istintivo e molto riconoscibile, tematiche via via più complesse come la guerra, l’umano e la sua società.

DECADE. Paintings from the last 10 years è un’introduzione alla pittura di Marcus Jansen, basata sull’ultima monografia pubblicata sull’autore (Marcus Jansen Decade, ed. Skira).

DECADE presenta oltre cento opere realizzate dall’artista newyorkese neoespressionista (nato nel 1969), alcune delle quali selezionate per la sua prima personale in un museo italiano, appena inaugurata alla Triennale di Milano.

Negli ultimi vent’anni, Jansen deve la sua fama a lavori dal forte impegno, incentrati su tematiche socio-politiche, ma anche a una mescolanza molto originale, che spesso si verifica nei suoi dipinti, fra paesaggi tipici dell’astrattismo espressionistico e argomenti d’attualità affrontati con occhio imparziale.

Marus Jansen

Per la sua predilezione verso alcune scelte, Jansen è stato chiamato “cartografo del conflitto”. Ciò nonostante, egli si è assolutamente interrogato anche su aspetti meno clamorosi, come quello dei rapporti tra le classi dirigenti e i governanti. Né va dimenticato che al centro del suo lavoro ci sono le preoccupazioni umane, e che spesso egli indaga l’impatto della guerra sull’ambiente urbano, affrontando anche temi scomodi come l’eccessiva sorveglianza o l’inquietante presenza dell’industria militare.

Dai suoi dipinti, oltre all’impegno, si può però cogliere una sensazione quasi magica, e stavolta tutta artistica: come se i luoghi da lui creati fossero spazi in mezzo al nulla e quasi dei “paesaggi perduti”.

Triennale

Fino al 21 Settembre 2016
Dal Martedì alla Domenica 10.30 – 20.30

Viale Alemagna 6, Milano

Il Novecento nelle collezioni dei Musei Civici a Pavia

Il Novecento nelle collezioni dei Musei Civici intende valorizzare le ricche collezioni dei Musei di Pavia attraverso una settantina di opere normalmente non incluse nel comune percorso espositivo, ma conservate nei depositi, in quella che si dice anche reserve di un museo, da cui attingere per occasioni speciali. Si tratta di opere – soprattutto dipinti, ma anche incisioni – comprese tra i primi decenni del Novecento e i giorni nostri, frutto di donazioni, legati testamentari e recenti acquisizioni, che in attesa di trovare una collocazione definitiva nello sviluppo dell’esposizione delle collezioni dei Musei, vengono così valorizzate nel percorso della mostra. Un’occasione per approfondirne lo studio e consentirne quindi la conoscenza anche ad un pubblico più vasto di quello degli studiosi.

Il 900 nelle collezioni dei Musei Civici di Pavia

Se il “Nudo trasversale” di Renato Guttuso rappresenta la punta di diamante della collezione novecentesca dei Musei Civici, le altre opere non sono comunque di minore intensità. Un ampio gruppo punta l’attenzione sulle migliori espressioni artistiche del territorio, con pittori legati alla prestigiosa Accademia pavese, la Civica Scuola di Pittura, fondata grazie al generoso legato del filosofo, poligrafo e critico d’arte Defendente Sacchi. Tra coloro che hanno animato il contesto culturale e artistico della città compare Giorgio Kienerk (Firenze 1869 – Fauglia 1948), pittore, scultore, grafico e illustratore postmacchiaolo, allievo di Adriano Cecioni e Telemaco Signorini, che per ben 30 anni (dal 1905 al 1934) ha diretto la Civica Scuola di Pittura di Pavia e del quale le raccolte d’arte pavesi conservano numerose opere – tra paesaggi e ritratti –. Kienerk ha formato molti artisti, e la maggior parte dei suoi allievi sono ora presenti nel percorso espositivo: Erminio Rossi, Antonio Oberto, Romeo Borgognoni, Primo Carena, Oreste Albertini, Giovanna Nascimbene Tallone, Alfredo Beolchini, Mario Acerbi, figlio del più noto Ezechiele, nonché pronipote di Pasquale Massacra, e Antonio Villa, vincitore del Premio Frank nel 1904.
Tra i vincitori del Premio Frank – indetto dalla Civica Scuola di Pittura di Pavia, che ogni quattro anni, alla conclusione del ciclo di studi, sanciva l’alunno più promettente e artisticamente completo e maturo – ci sono Annibale Ticinese (nel 1907, con “Idillio”, ora esposto in mostra), Gino Testa (nel 1925), il pittore milanese Cesare Breveglieri (nel 1936 con “La madre prolifica”, ora in mostra), e Contardo Barbieri (nel 1936), pittore bronese, un diploma all’Accademia di Brera, di cui fu anche Direttore (venne nominato nel 1931), e poi personali in gallerie e spazi pubblici, e innumerevoli partecipazioni alla Biennale di Venezia, alla Triennale di Milano e alla Quadriennale romana.
Anche il pittore bergamasco Severino Bellotti (Bergamo 1900 – Milano 1964), presente in mostra con “Ritratto femminile”, e conosciuto a livello nazionale, fu Direttore per due anni dell’Accademia Carrara di Belle Arti di Bergamo, e profondo conoscitore e critico d’arte delle opere di Pellizza da Volpedo.
Tra le artiste spiccano le opere di Lina Sannazzaro (1878-1960), pittrice, moglie dello scultore Alfonso Marabelli, un amore incondizionato per i soggetti femminili, che ritrae con un simbolismo sensuale e talvolta morboso. Le sue donne sono forti, sicure, coi piedi ben saldi a terra, delle valchirie ritratte per lo più senza veli, che non si vergognano a coprire le proprie forme e a mostrare tutta la corporeità.
Tra gli artisti pavesi più contemporanei sono da segnalare le opere di Sandro Riboni (Pavia 1921-1986), personaggio eclettico e intellettualmente libero, in pratica autodidatta. Si è confrontato con i grandi maestri delle Avanguardie storiche (Picasso, Matisse, Mirò, Leger, Fontana, Licini), ha sperimentato tecniche e materiali diversi (la ceramica, l’olio, l’enacusto, l’incisione, la scultura) e ha persino girato mezza Europa in bicicletta (Parigi, Granada, la Costa Azzurra). E i dipinti di Francesco Saltara (Pavia 1930- 2010), esponente della pittura esistenzialista dagli anni Cinquanta agli anni Settanta del Novecento. Saltara si è imposto all’attenzione del pubblico nel 1959 quando partecipò al premio Bottigella Città di Pavia, mostra nazionale di pittura figurativa, dove la sua tela “Anguria” (presente nelle collezioni museali e ora in mostra) si aggiudicò il primo premio.
Tra i premi Bottigella Città di Pavia, donati alle collezioni museali dall’Associazione Commercianti, si trova il dipinto “Ritratto di donna in rosso”, del celebre pittore Fancesco Menzio (Tempio Pausania, Sassari 1899 – Torino, 1979), la cui formazione artistica si attua nell’ambiente torinese, grazie alla frequenza all’Accademia Albertina e all’influsso di Felice Casorati. Dopo l’esposizione alla galleria Pesaro di Milano (“Venti artisti italiani”) e un lungo soggiorno parigino (dove studia principalmente Matisse e i Fauves), Menzio nel 1929 aderisce al “Gruppo dei Sei”, di cui condivide il rifiuto per lo stile novecentista e l’apertura culturale verso le più vive esperienze europee. Con “Ritratto di donna in rosso” l’artista si aggiudica nel 1959 il primo premio al concorso Bottigella Città di Pavia, ex aequo con “Figura d’uomo”, di Cristoforo De Amicis (Alessandria 1902 – Milano 1987), anch’esso presente in mostra e nelle collezioni museali. De Amicis, come Menzio, si forma all’Accademia Albertina di Torino, e poi in quella milanese di Brera, presso cui nel 1924, si aggiudica il pensionato Hayez. I suoi paesaggi plasticamente costruiti ed intonati ad una cromia terrosa gli valgono il consenso del gruppo di Margherita Sarfatti, e nel 1929 sarà invitato all’esposizione milanese. La produzione successiva, presentata a numerose esposizioni su tutto il territorio nazionale, mostra un interesse sempre crescente per la figura umana, con richiami evidenti ad artisti francesi come Cézanne e Modigliani.
Tra gli artisti noti a livello nazionale e internazionale, troviamo poi: Roberto Aloi (Palermo 1897, Bergamo 1981), molto conosciuto nell’ambiente milanese: nel 1931 allestisce alla galleria Pesaro di Milano un’importante personale; il triestino Pietro Fragiacomo (Trieste 1856 – Venezia 1922), che trae profitto per la sua formazione artistica dall’intensa frequentazione di Giacomo Favretto e di Ettore Tito; il veneziano Eugenio Bonivento (Chioggia 1880 – Milano 1956), allievo di Guglielmo Ciardi all’Accademia di Venezia, una partecipazione all’Esposizione Internazionale di Bruxelles, a numerose edizioni della Biennale di Venezia e della Quadriennale romana. È veneziano anche Beppe Ciardi, figlio del Guglielmo Ciardi che formò, tra gli altri, Bonivento, e che ottenne numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero. E poi ancora, i bergamaschi Attilio Steffanoni e Ermenegildo Agazzi (medaglia d’oro nel 1900 e nel 1935 all’Esposizione di Parigi e presente a tutte le Biennali veneziane dal 1899 al 1928), i milanesi Leonardo Spreafico, Giuseppe Palanti e Gigi Comolli, formatosi a Brera e poi presente in numerose rassegne nazionali, come la Biennale veneziana, e la Quadriennale di Roma e di Torino. E i pavesi Alessandro Gallotti, Enzo Zanotti, Adolfo Mognaschi e Mario De Paoli.
Di grande interesse, tra gli artisti più contemporanei noti a livello nazionale e internazionale, sono le terrecotte policrome di Ernesto Ornati (Vigevano, classe 1932), artista noto e apprezzato nel panorama dell’arte contemporanea, anche internazionale. Nel 2013 Ornati ha donato ai Musei Civici la collezione di 31 ritratti (tutte terrecotte policrome, eccetto due bronzi) di personaggi della cultura e dell’arte del secolo scorso, già presentata alla Fondazione Stelline di Milano (nel 2002) e al Museo Archeologico di Potenza (nel 2004). Insieme ai dipinti che Dario Fo ha donato in occasione della mostra dedicata a La Battaglia di Pavia.

Una sezione della mostra è dedicata alle opere prodotte dalle tre giovani artiste Iris Dittler, Teresa Cinque e Isabella Mara, durante il loro soggiorno alla “Residenza d’artista”, organizzata dal 2014 dall’ Associazione “Ar.Vi.Ma. Arti Visive Marabelli. Scuola Civica di Pittura di Pavia. Le tre opere (donate alla Civica Scuola, e allestite insieme ai bozzetti preparatori, per mostrare lo sviluppo dell’opera) risultano particolarmente significative dello speciale rapporto che ciascuna delle artiste residenti ha individualmente instaurato con la città di Pavia, la sua storia, la sua cultura, la sua dimensione emotiva. “Abita sotto la lingua”, dell’austriaca Iris Dittler, mette in scena un dialogo evocativo tra contemporaneità e storia di Pavia, quale la relazione suggestiva con il nostro Romanico. “Bosco di dentro”, di Teresa Cinque, cattura le atmosfere sospese, plasmate dall’artista, che si è ispirata al paesaggio naturale extra moenia. “L’estate di Albert”, di Isabella Mara, propone una restituzione poetica dell’esperienza pavese di Albert Einstein. La permanenza delle artiste ospiti è stata documentata da due film brevi, diretti dalla regista Silvia Migliorati, che si offrono come ulteriori racconti delle singole esperienze artistiche in comunione con i luoghi, le persone, gli artisti locali della città.

Fino al 27 Novembre 2016

da martedì a domenica: 10.00 – 17.50
chiuso lunedì

Biglietto intero: euro 8.00 (tutti i musei)
Biglietto ridotto: euro 4.00 (singoli musei o sezioni)
Biglietto Famiglia (due genitori + figli fino a 18 anni): euro 10.00
Corte del Castello: gratuito

Musei Civici di Pavia, Castello Visconteo
Viale XI Febbraio 35, Pavia

Stati vitali. Vito Lentini

Affascinato dal mutare dell’umore insito in ognuno di noi, induce alla riflessione e alla constatazione che questa tematica varia da persona a persona, in base alla sensibilità, al vissuto del personaggio osservato e alla percezione dell’artista che lo rifrange grazie all’ausilio dell’arte visiva che più gli è consona.

L’universo dei “Dieci mondi” (Inferno, Avidità, Animalità, Collera, Umanità o Estasi, Cielo, Apprendimento, Parziale Illuminazione, Bodhisattva e Buddità, ndr.) catturati in un solo istante di vita sono un principio fondamentale espresso nelle filosofie orientali da molti secoli or sono e possono essere intesi e riletti come “l’incipit” di tutto il lavoro di Vito Lentini che, attualizzandone il contesto, è stato capace di rendere “appetibile” e mai scontato un concetto sempre attuale e soggettivo.

I personaggi femminili, da lui molto amati da sempre, sono protagonisti di questo excursus visivo: riflessivi, spaventati dietro a un vetro immaginario, danzanti, galleggianti in una metaforica caverna – che molto fa pensare all’antro della vita, al liquido amniotico, all’origine, alla nascita o al luogo sicuro che sa donare un riparo sin dai tempi primordiali – compiono gesti abituali o, se riletti in modo del tutto confidenziale, rituali, confortanti.

Elevando  lo stato vitale riusciamo a guardare gli eventi della nostra esistenza da nuovi e impensabili – ma indispensabili – punti di vista, a “trasformare il veleno in medicina” (dove il “veleno” è la chiara metafora riferita agli ostacoli della vita..), riuscendo a  trovare però la giusta prospettiva in qualunque situazione  si debba affrontare nella vita.

Vito Lentini

Percorrere un cammino con questo atteggiamento ci permette di rinnovarci e di vincere sui nostri stati d’animo negativi, dominandoli, facendo da “registi” della propria esistenza, invece che essendone soggiogati. Nelle opere di Vito Lentini c’è tutto un “mondo” personale di vissuto, che sa porci all’interno di questo viaggio introspettivo e che vuole guardare alla luce, lasciandosi pertanto il buio delle esperienze dolorose alle spalle. Una volta compreso questo importante messaggio insito nelle opere artistiche esposte nella nuova mostra personale che l’artista ci propone; potremo comprendere meglio il senso, il viatico, ossia quel conforto che la poetessa  Alda Merini ha saputo esprimere come sempre con grande maestria e profondità con le sue parole – qui “intonate” come epilogo – quando disse:


La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri… E noi abbiamo tanta difficoltà ad essere veri con gli altri. Abbiamo timore di essere fraintesi, di apparire fragili, di finire alla mercé di chi ci sta di fronte. Non ci esponiamo mai. Perché ci manca la forza di essere uomini, quella che ci fa accettare i nostri limiti, che ce li fa comprendere, dandogli senso e trasformandoli in energia, in forza appunto. Io amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà. Mi piacciono i barboni. Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle, sentire gli odori delle cose, catturarne l’anima. Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo. Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore”.

link: Galleria Statuto 13

Fino al 20 Settembre 2016
dal Martedì al Sabato dalle 11:00  alle 19:00

Via Statuto 13, Milano

Lettere d’amore. Giosetta Fioroni

L’incontro con Goffredo Parise rimane “l’evento centrale e felice” nella vita di Giosetta Fioroni. Un amore che Giosetta ha continuato a coltivare per tutta la sua vita. Nel trentennale della scomparsa dell’autore dei Sillabari e in occasione di Festivaletteratura, sarà visibile alla Galleria Corraini una mostra personale di Giosetta Fioroni dedicata a Goffredo Parise. Una serie anomala di varie opere costruiscono un racconto intimo del rapporto tra l’artista, lo scrittore e la cultura del loro tempo, che ripercorre inoltre la lunga collaborazione, dal lontano passato ad oggi, tra Giosetta Fioroni e la Galleria Corraini.

Diventa un’opera l’ingrandimento, realizzato dai grafici della casa editrice Corraini, della lettera scritta a mano, da Giosetta a Goffredo, esempio della costante passione dell’artista per l’uso della calligrafia. Nella mostra si potranno vedere ritratti e foto di Parise insieme ad alcune speciali operine in ceramica e metallo realizzate da Giosetta Fioroni alla Bottega Gatti di Faenza.

Contemporaneamente alla  mostra verrà pubblicata una plaquette (nome che a Parigi si dava, nei primi anni del Novecento, a edizioni brevi, ma assai speciali): Lettere d’amore, con due scritti di Goffredo Parise e Giosetta Fioroni.

La mostra sarà inoltre l’occasione per la ristampa di Tapestry. Psiche, metapsiche e guerre stellari, un piccolo libro del 1992 da tempo esaurito e ora finalmente ristampato, con disegni e parole di Goffredo e Giosetta dedicati alla poesia di Andrea Zanzotto.

Durante Festivaletteratura la Galleria Corraini accoglierà inoltre anche presentazioni, firmacopie e incontri con artisti e autori.

link: Galleria Corraini

Fino all’8 Ottobre 2016
dal Lunedì al Venerdì 9.30 – 12.30/15.30 – 19.30

Via Ippolito Nievo 7a, Mantova

Settembre. Paulo Pasta

In questa sua prima mostra individuale a Roma intitolata Settembre, Paulo Pasta, artista brasiliano e nipote di italiani, presenta nella Galleria Candido Portinari di Palazzo Pamphilj, sede dell’Ambasciata del Brasile in Italia, un insieme inedito di 16 dipinti astratti, olio su tela di differenti grandezze. I più grandi, come quello che dà il titolo alla mostra, hanno più di 2 metri di larghezza, mentre i più piccoli misurano 20 x 30 cm. Così come nella sua individuale presso la Galeria Millan di San Paolo nel novembre del 2015 (Há um fora dentro da gente e fora da gente um dentro – C’è un fuori dentro di noi e fuori di noi un dentro), i lavori sono caratterizzati da una intensa e ambigua atmosfera cromatica e da raffinate strutture geometriche, elementi che giustificano il ruolo da protagonista assunto da Paulo Pasta nella pittura contemporanea brasiliana.

Paulo Pasta, Setembro, 2016

Nelle tele astratte esibite presso l’Ambasciata del Brasile è possibile percepire una maggiore libertà rispetto ai lavori precedenti. Il contrasto cromatico è più intenso, i colori sono più luminosi e intraprendenti. Paulo Pasta non è un artista astratto nel senso puro del termine. Le sue forme sorgono necessariamente dal mondo, sono ispirate da piccoli dettagli, immagini catturate qua e là e poi rielaborate. Croci, ogive o pezzi di azulejo – la tipica piastrella di ceramica smaltata della tradizione iberica – sono temi ricorrenti nella sua produzione.
Tra le sue ricerche più recenti (la mostra riunisce solo opere del 2016) emerge, ad esempio, il tema ricorrente dell’Annunciazione. Valendosi delle diverse rappresentazioni dell’annunciazione dell’angelo alla Vergine Maria, nelle quali i due personaggi sono sempre separati da una colonna, Pasta ricrea uno spazio sintetico, benché scenico e con un leggero carattere tridimensionale a causa dell’uso inedito della linea diagonale nelle sue opere. Come una sorta di “preghiera”, la tela infonde pace a colui che la osserva con la necessaria attenzione.
Allo stesso modo, la tela Setembro (Settembre) richiama i colori emblematici della capitale italiana, tanto ricordata per i suoi templi dalle colonne marmoree e per gli edifici dai colori terrei. Un’altra forte influenza nella traiettoria di Pasta è quella dell’italiano Giorgio Morandi (1890-1964). Così come Paulo Pasta, suo “discepolo”, anche Morandi apprezzava le strutture geometriche e non usava colori primari, preferendo toni pastosi e con vari strati di tinta sovrapposta, fino a raggiungere i colori desiderati, ibridi e complessi.

Fino al 4 Ottobre 2016
dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 17
Ingresso libero

Ambasciata del Brasile a Roma (Palazzo Pamphilj)
Galleria Candido Portinari, Piazza Navona 10, Roma