Tomaso De Luca in mostra

In una famosa intervista con Larry McCaffery nell’estate del 1993, David Foster Wallace risponde all’ultima domanda del critico dicendo:
“Questi ultimi anni dell’era postmoderna mi sono sembrati un po’ come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e organizzi questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po’ va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l’autorità parentale se ne è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi o rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po’ di ordine, cazzo… Non è una similitudine perfetta, ma è come mi sento, è come sento la mia generazione di scrittori e intellettuali o qualunque cosa siano, sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse. L’opera di parricidio compiuta dai fondatori del postmoderno è stata importante, ma il parricidio genera orfani, e nessuna baldoria può compensare il fatto che gli scrittori della mia età sono stati orfani letterari negli anni della loro formazione. Stiamo sperando che i genitori tornino, e chiaramente questa voglia ci mette a disagio, voglio dire: c’è qualcosa che non va in noi? Cosa siamo, delle mezze seghe? Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più – e che noi dovremo essere i genitori.”

Se nel 1993 erano le tre del mattino, oggi con tutta probabilità sono le sei, e fuori sta già albeggiando. Nessuno degli ospiti se n’è ancora andato e il disastro si consuma sotto i nostri occhi inermi. La malinconia e l’ansia, in una strana oscillazione tra passato e futuro, ci inducono una leggera asfissia, e così ancora non ci fanno decidere se rimettere in ordine o abbandonarci al caos. Cominciamo a domandarci a cosa porti questa festa senza fine, cosa dia questo caos che ci ha sopraffatti, o quale sia l’autorità che dobbiamo imporre nuovamente. Siamo obbligati a riconsiderare il nuovo stato delle cose, il rovesciamento rivoluzionario è avvenuto, ma cos’è andato storto? Il party di fantasmi e trickster di Foster Wallace finisce male: i princìpi modernisti, imponenti e ingombranti come i mobili di famiglia, vengono sfasciati e vandalizzati. Non ci siamo resi conto però, prima che il disastro accadesse, che nelle mani dei nostri ospiti indesiderati quei princìpi si sono trasformati in armi taglienti, pericolose, leggerissime e terribilmente vive.

In ein reiner Morgen in Amerika(un limpido mattino in America), Tomaso De Luca, (Verona, 1988), racconta dello spazio interstiziale delle epoche storiche e dei giorni, nel quale troviamo i fantasmi, gli ospiti scomodi, le presenze che non vorremmo vedere, ma con cui necessariamente dobbiamo fare i conti.
Apparentemente ferito e precario, il Modernismo marcito di ein reiner Morgen in Amerika dimostra ancora il suo potere sovversivo, il suo superamento delle polarità o delle categorizzazioni, la sua incapacità sostanziale e programmatica di essere “spiegato”, ridotto in parti semplici, poiché funziona solo in un insieme.
Le sculture, che portano ognuna il nome di una persona, come gli invitati a una festa, si insediano nello stanze, occupano la casa. Paiono una giungla di piante da appartamento, o un paesaggio complesso che si sviluppa nello spazio di un posacenere pieno, decidono di essere ciò-che-non-si-dovrebbe-essere.
Questo mattino, che ci trova terribilmente affaticati, applica la sua qualità di purificazione alle cose, le rende nitide, sorprendentemente chiare. Ci fa rendere conto che nulla è andato storto nella rivoluzione, la rivoluzione deve essere “storta” dal principio.

Felix Gonzalez Torres a Milano

Questo progetto espositivo ha luogo nei mesi di maggio, giugno e luglio del 2016 presso gli spazi della Andrea Rosen Gallery a New York, di Massimo De Carlo, Milano e Hauser & Wirth, Londra.
L’opera di Gonzalez Torres torna per la prima volta a Milano dalla sua ultima mostra – presso la Galleria Massimo De Carlo – del 1991, ed è anche un ritorno a Londra dopo la retrospettiva dedicata dall’artista alla Serpentine Gallery del 2000. Negli ultimi dieci anni la Andrea Rosen Gallery si è dedicata a una serie di doppie personali che hanno messo a confronto l’opera di Gonzalez Torres con artisti del calibro di Joseph Kosuth, Agnes Martin, On Kawara e Roni Horn: ma questa occasione è la prima personale organizzata nella galleria newyorkese dal 2000.

Ogni sede della mostra si concentra su una componente essenziale della pratica artistica di Gonzalez Torres, e si focalizza sul dialogo presente all’interno dell’opera dell’artista. L’esperienza visiva e concettuale di ognuna delle tre parti della mostra si propone di essere allo stesso tempo autonoma e parte di un insieme. Le due curatrici hanno selezionato le installazioni e le opere presenti in ciascuna sede così che ogni parte della mostra, e dunque ogni sede, possa offrire l’opportunità di concettualizzare in maniera più ampia e più complessa la pratica dell’artista per evitare di presentare, e dunque di preservare, una sola interpretazione univoca del lavoro dell’artista. La profondità con cui le curatrici hanno messo in atto le loro scelte specifiche incoraggia lo spettatore a immaginare nuove possibili mostre e installazioni che soltanto l’opera di Gonzalez Torres, con la sua molteplicità e duttilità, può consentire.

“Il fallimento dell’arte concettuale è in realtà il suo successo. Perchè noi, nella prossima generazione, abbiamo preso quelle strategie e non ci siamo più preoccupati se un oggetto sembrasse arte o meno, quello era affar loro… Credo fermamente nel guardarsi indietro, tornare a scuola e leggere libri. Si impara da queste persone. E poi, fiduciosamente, provi a farcela, non meglio (perchè non puoi farlo meglio), ma provi a farlo in un modo che abbia senso. Come nel Don Quixote di Pierre Menard di Borges; è esattamente la stessa cosa ma è meglio perché è adesso, è stato scritto con una storia di adesso…”
Felix Gonzalez-Torres, intervista con Robert Storr, ArtPress, 1995

link: Massimo De Carlo

Fino al 20 Luglio

dal Martedì al Sabato: 11.30 – 19.00
ingresso libero

via Giovanni Ventura 5, Milano

Michelangelo Pistoletto, Il tavolo, 2004

Un racconto in sei stanze a Palazzo Barbò

Un racconto in sei stanze è il titolo della mostra, curata da Angela Madesani, che si terrà a Palazzo Barbò sino al 17 luglio 2016. Otto gli artisti internazionali della galleria Studio la Città di Verona, presenti con opere e installazioni.
È la seconda volta che negli spazi cinquecenteschi di Palazzo Barbò si presentano storie di galleristi. La prima occasione aveva avuto luogo nel 2014 con le fotografie della collezione di Massimo Minini. La gallerista Hélène de Franchis, che nel corso degli anni ha organizzato mostre in musei e spazi pubblici e ha partecipato, tra i primi in Italia, a numerose fiere internazionali, spiega l’intervento in questo suggestivo palazzo rinascimentale:

«Ci sono artisti con cui lavoro molto da tanti anni ed altri con cui lavoro meno, ma le loro opere mi interessano e per ragioni diverse definiscono anche la mia storia di galleria. Per questa mostra ho scelto di mettere delle installazioni di grandi dimensioni, perché le opere piccole, sarebbero scomparse nello spazio; e poi questo è anche ‐ come recita il titolo ‐ un racconto. È il racconto di alcune mie scelte, del mio gusto, lontano dalle mode».

L’esposizione presenta le installazioni di otto artisti: Il Tavolo divisione e moltiplicazione Da zero all’infinito del 2004 di Michelangelo Pistoletto, Fluide propagazione alchemiche, opera di sound art del secondo italiano in mostra: Roberto Pugliese, alcune sculture in resina del tedesco Herbert Hamak, l’armadio con uccellini di terracotta, dipinti, sul tema della migrazione, intitolato Silent Shadows (2015) dell’artista indiana, Hema Upadhyay, recentemente scomparsa. Di altri due artisti indiani Subodh Gupta e Riyas Komu sono rispettivamente Dubai to Mumbai (2006‐08), un carrello di ottone con un bagaglio di alluminio e Benevolent Grass (2010), una scultura sul tema del calcio, significativo denominatore comune della nostra epoca. Dell’americano Jacob Hashimoto sono tre sculture, due Positivo Negativo del 2003 e Water Blocks sempre del 2003 e un’opera a muro, Untitled #8 del 2010, tutti lavori intorno al tema del paesaggio. Sul tema del paesaggio sono anche le lightbox del giapponese Hiroyuki Masuyama. La sua è un’operazione di matrice concettuale sul metodo di lavoro dell’artista inglese William Turner.
I lavori in mostra non fanno parte della collezione privata della nota gallerista: «sono opere che amo, artisti che fanno parte delle mie scelte e del mio lavoro. Ma questo non ha determinato la scelta di esporle. Ci sono quelle, insieme ad altre, senza priorità particolari. Ci sono perché mi piacciono le une con le altre in questo particolare spazio».
Ancora una volta il piano nobile di Palazzo Barbò è animato da un dialogo intenso tra opere di arte contemporanea e lo spazio, carico di storia e di rimandi.
La mostra è accompagnata da una pubblicazione con un’intervista della curatrice alla gallerista Hélène de Franchis.

Michelangelo Pistoletto, Il tavolo, 2004

Michelangelo Pistoletto, Il tavolo, 2004

LUOGO: Palazzo Barbò di Torre Pallavicina

CURATORI: Angela Madesani

ENTI PROMOTORI:
Comune di Torre Pallavicina
In collaborazione con Studio la Città – Verona

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39.045.597549

E-MAIL INFO: info@studiolacitta.it

SITO UFFICIALE: http://www.studiolacitta.it

Orario: tutti sabati dalle 16 alle 19, tutte le domeniche dalle 15 alle 19

Biennale Donna: Silencio Vivo Artista dall’America Latina

Torna al Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara la Biennale Donna, con la presentazione di Silencio Vivo, artista dell’America Latina.
Organizzato dall’UDI -Unione Donne in Italia di Ferrara e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, la rassegna si conferma come uno degli appuntamenti più attesi del calendario artistico e dopo la forzata interruzione del 2014, a causa del terremoto che ha colpito Ferrara e i suoi spazi espositivi, può ora riprendere il proprio percorso di ricerca ed esplorazione della creatività femminile internazionale.
Da sempre attenta al rapporto fra arte e la società contemporanea, la Biennale Donna intende concentrarsi sulle questioni socioculturali, identitarie e geopolitiche che influenzano i contributi estetici dell’odierno panorama delle donne artiste. In tale direzione, la rassegna di quest’anno ha scelto di spostare il proprio baricentro sulla multiforme creatività latinoamericana.
Silencio Vivo riscopre le contaminazioni nell’arte di temi di grande attualità, interrogandosi sulla realtà latinoamericana e individuandone i temi ricorrenti, come l’esperienza dell’emigrazione, le dinamiche conseguenti alle dittature militari, la censura, la criminalità, gli equilibri sociali fra individuo e collettività, il valore dell’identità o la fragilità delle relazioni umane.
La Biennale Donna le rende omaggio con un nucleo di opere che ne esaltano l’inconfondibile impronta sperimentale, dalle note Siluetas alla documentazione fotografica delle potenti azioni performative risalenti agli anni ’70 e ’80. Al centro, l’intreccio di temi, quali la costante ricerca del contatto e il dialogo con la natura, il rimando a pratiche rituali cubane, l’utilizzo del sangue, al contempo denuncia della violenza, ma anche allegoria della perenne binomia vita/morte o l’utilizzo del corpo come contenitore dell’energia universale.
La mostra presenta una selezione di lavori che ne confermano la grande versatilità, dalle sue celebri opere degli anni ’70 e ’80, documentazioni fotografiche che lei definisce “photopoemaction” , di chiara matrice performativa alle sue recenti sculture e installazioni in ceramica, dove emerge la sempre fedele attinenza al vissuto quotidiano, in aggiunta, però, all’esplorazione dei processi di creazione e distruzione alle quali l’individuo è inevitabilmente legato.
La mostra si potrà visitare fino al 12 giugno 2016.

Luogo: Ferrara, Padiglione d’Arte Contemporanea
Indirizzo: Corso Porta Mare, 5
Città: Ferrara
Provincia: FE
Regione: Emilia-Romagna
Orario: da martedì a domenica 9.30–13.00; 15.00–18.00

Urs Lüthi e Arnold Mario Dall’O a Bolzano

Per la prima volta insieme possiamo vedere Urs Lüthi ed Arnold Mario Dall’O in un progetto site-specific da loro curato. Urs Lüthi, artista svizzero riconosciuto a livello internazionale, esporrà tre opere scultoree, tra cui l’autoritratto del ciclo “Small Monuments” e due autoritratti in vetro della serie “Ex Voto”. Arnold Mario Dall’O presenterà invece tre opere pittoriche inedite realizzate su supporto in alluminio.

Nel gioco degli specchi tra arte e vita, Urs Lüthi ha iniziato tra gli anni sessanta e settanta a cercare un modo personale di farsi lui stesso rappresentazione degli altri, amplificando il proprio ego con grande autoironia. Usando la fotografia come strumento di creazione dell’immagine, ha interpretato ruoli diversi, personaggi strani, buffi, ha inscenato drammi, cambiato sesso, spostandosi lungo l’asse temporale più volte. L’artista rinuncia alla rappresentazione del mondo esterno come dato oggettivo, elaborando una strategia di rispecchiamento in cui comunque la propria immagine diventa il luogo in cui il mondo si riflette e appare. Urs Lüthi ha cambiato non solo l’uso della fotografia, ma ha rivoluzionato il concetto di arte e di rappresentazione nelle arti visive. Il passaggio realizzato da Urs Lüthi risiede proprio nella dicotomia tra l’ironia e la tragedia: l’esistenza è troppo breve per prenderla sul serio. Raccontarsi con umorismo e sano realismo evitando ogni dramma, è una delle cifre del lavoro dell’artista svizzero. L’uso della scultura diventa progressivamente il linguaggio che prende il posto della fotografia. I suoi autoritratti scultorei non sono ossessivi e ripetitivi, sono tragici e buffi nello stesso tempo. Sanno esprimersi attraverso la fragilità del vetro, ma possiedono anche la trasparenza dell’intelligenza. Invecchiare e morire sono cose normali, sempre meglio una vita da artista che arrendersi alla banalità del reale.

La morte è certamente anche un elemento che caratterizza l’opera di Arnold Dall’O. Da anni lavora nel trasformare le immagini della banalità e della quotidianità in qualcosa di altro e di diverso. In primo luogo attribuisce un tempo alla ripresa delle immagini recuperate dalla rete perché la pittura è lenta, le fotografie digitali rinascono con i tempi lunghi di un dipinto per pennellate puntiformi, ricostruendo retinicamente l’unità. Dall’altro compie un’operazione di blow up che fa guardare la realtà attraverso la nuvola o cloud o nuages della pittura. Dall’O lavora sulla figurazione non dando contorni definiti, avvolgendo le immagini in una “nuvola probabilistica”, per usare un termine scientifico. La stessa idea di Arnold Dall’O di mettere insieme categorie di forme differenti dai pattern decorativi alle immagini della morgue, dai simboli di animali ai paesaggi astrali, dice che conta solo la selezione che l’artista opera. La nuvola nasconde, rende i contorni sfumati, ma salva informazioni, tracce di una contemporaneità che scivola fuori dagli schermi e trova nella Repubblica dell’arte una sua definitiva dimora. Si tratta forse ancora di lavorare sullo specchio, sulla specularità come riflessione, letterale e metaforica sul mondo, ma mentre in Lüthi è il corpo e il volto dell’artista a ricoprirne ruolo e funzione, per Dall’O è lo schermo che si fa specchio di una realtà che pone tutto in primo piano e che costituisce il punto di vista plurimo sull’infinita serie di eventi visivi.

Fino al 2 Luglio 2016

link: Alessandro Casciaro Art Gallery

Lunedì – Venerdì: 10.00–12.30 – 15.00–19.00
Sabato: 10.00–12.30

Via Cappuccini 26/a, Bolzano

L’inadeguatezza del linguaggio. Xiaoyi Chen

La galleria Matèria è lieta di annunciare la prima personale in Italia di Xiaoyi Chen, giovane artista cinese, vincitrice nel 2014 del LCC / Photofusion Prize e nel 2015 del più prestigioso premio di fotografia in Cina: Three Shadows Photography Award.
La mostra, dal titolo The Inadequacy of Language, sarà inaugurata il prossimo 5 maggio, alle ore 19.00, e presenterà al pubblico la serie fotografica ‘Koan’, edita nel libro omonimo da PJB Editions, affiancata da una selezione di immagini tratte dal suo lavoro più recente ‘An Infinitesimal Wink’.

Nelle immagini di Chen, fortemente influenzate dalla filosofia e dall’estetica orientale, così come dai processi di astrazione pittorica occidentale, la fotografia è lo strumento utilizzato per esplorare un’estetica priva di connotati specifici, tutta orientata all’introspezione, all’intuizione e alla consapevolezza spirituale.

Koan è un’esplorazione fotografica dell’universo pre-verbale, che attraverso la semplificazione e l’astrazione cerca di raggiungere le forme più basiche di esistenza nell’universo, come insegnano le filosofie Orientali Tao e Zen. Nel buddismo Zen, infatti, Koan è una storia o un enigma, uno strumento della pratica meditativa, utilizzato per raggiungere uno stato di riflessione spontanea, libera dalla pianificazione e dal pensiero analitico, capace di risvegliare una profonda consapevolezza. Il Koan enfatizza l’inadeguatezza delle parole e il primato dell’intuizione sulla ragione e la logica.

Sempre sul filo conduttore della relazione estetica con l’immaginario dell’universo, si colloca ‘An Infinitesimal Wink’, una raccolta di immagini in cui la percezione realistica viene sovvertita e i concetti di micro e macro perdono il loro rapporto ordinario con la dimensione oggettiva di ciò che osserviamo. In un singolo granello di polvere si può racchiudere un universo illimitato.

Anche l’aspetto tecnico del lavoro di Chen è frutto di una ricercata combinazione che affianca la stampa fotografica a metodologie sperimentali. Le delicate fotoincisioni e le stampe monocromatiche su raffinate carte giapponesi sono lo strumento di semplificazione e astrazione dell’immagine, che conferisce a questo lavoro il suo tono poetico e visionario.

Fino al 7 Giugno 2016

link: Materia Gallery

dal martedì al sabato: 11.00 – 19.00
ingresso libero

via Tiburtina 149, Roma

Otto D’Ambra – Ecce Animal. Dismorfofobie zoologiche

L’mmaginario di Otto D’Ambra è composto da razze fluide, transgender animali-umani, bipolarismi anatomici, fervida immaginazione e tecnica accurata.

Composta da circa venti opere, alcune delle quali realizzate appositamente per l’occasione, la mostra offre l’opportunità di entrare in contatto con l’estro tecnico e il talento creativo di uno degli artisti emergenti più versatili e apprezzati del vasto panorama londinese. Illustratore, stampatore e tattoo artist tra i più in voga a Londra, Otto D’Ambra apre, nel 2013, il White Elephant Studio, dopo numerose esperienze in diversi ambiti creativi e la laurea presso l’Accademia di Brera.

I lavori in mostra offrono un’efficace esemplificazione della varietà di tecniche che l’artista padroneggia con estremo talento (dall’acquaforte alla serigrafica, passando per la lineografia e i disegni a inchiostro su carta), immergendo lo spettatore in un’atmosfera surreale, in cui nulla è come appare a un primo sguardo. Dietro al dettagliato e minuzioso realismo grafico  che contraddistingue i lavori di Otto D’Ambra, si nasconde un’affascinante capacità di scovare e ricreare relazioni inaspettate tra gli esseri viventi, utilizzando la potenza simbolica degli animali per costruire delle metafore morali, tanto efficaci quanto sintetiche, capaci di mettere a nudo le contraddizioni della società umana evolutasi (o involutasi) nel suo stadio digitale.

La mostra, a cura di Giuseppe Savoca, è un invito a osservare la realtà attraverso lo sguardo attento e critico dell’artista, e il suo filtro creativo in grado di creare potenti icone, figure emblematiche che si specchiano in se stesse dando vita a una collezione di postmoderni stemmi araldici, surreali e simbolici al contempo, capaci di rapire immediatamente lo sguardo con la loro estrema raffinatezza tecnica e di trattenerlo offrendogli un nuovo punto di vista, arguto e ironico, su di una società in cui ogni animale è in relazione simbiotica ed evolutiva con gli altri e di cui l’artista stila i nuovi orizzonti ibridi.

Fino all’ 11 Giugno 2016

link: Burning Giraffe Art Gallery

dal martedì al sabato, 14:30 – 19:30
ingresso libero

Via Eusebio Bava 8/a, Torino

Canevari. Casamadre Napoli

Nelle opere più recenti Paolo Canevari rinuncia alle possibilità metamorfiche del linguaggio, forse per nascondere o cancellare l’idea stessa dell’arte come espressione. Con la serie di Monumenti alla memoria (dal 2011), una teoria di quadri neri ricavati da un campionario di geometrie che hanno a che fare con l’arte e l’architettura, la necessità di una separazione radicale del manufatto artistico dal contesto vissuto è in effetti un dato acquisito. Deposti gli strumenti e i materiali come le camere d’aria, i pneumatici, le tecniche vecchie e nuove, disegno e video, sembra che Canevari voglia forzarci a definire diverse regole di pensiero nei confronti dell’arte, elaborando per conto proprio una fisiognomica della cosa artistica da sottoporre a nuove, innumerevoli prove. Questo è il suo modo perverso di azzerare i suggerimenti e le modalità tecniche della rappresentazione: che siano gli spettatori a determinare il senso, se ne hanno davvero intenzione e bisogno. In fondo l’arte non è che la sua enunciazione formale, una calligrafia in cui ritrovare il piacere sensuale della sottomissione a un ordine precostituito, autoproducentesi all’infinito. Cancellando dal lavoro ogni riferimento mondano, Canevari cerca e incontra l’essenza di un’iconografia tradizionale, benché ogni possibile figurazione anneghi nelle superfici delle tele nere dei Monumenti, vuoto simulacro metafisico di ogni afflato soggettivo e intimista. Nei nuovi lavori napoletani avviene però un’alterazione, uno sviamento; dalle sagome maestose o minute che siano vediamo ora staccarsi superfici che fremono e s’increspano sotto la mano dell’artista. Queste superfici che emergono dal fondo in un rimando scultoreo sono in polietilene, la nera materia plastica che avvolge le balle dell’immondizia come un gigantesco sudario. Ciò che affiora è la premeditazione concettuale di un’etica in forma di ipotesi artistica: come non avvertire anche le flatulenze ribollenti della politica delle ecoballe campane e il dolore e l’impazienza di una intera comunità in balia di architetture effimere e mortifere? Nella cornice monumentale dell’arte tutte le forme di vita tornano ad agitarsi in un teatro barocco di pieghe su pieghe, linee su linee, archi su archi. Ed è solo un gioco di luci e di ombre quello che estrae molteplici immagini da un magma di percezioni indefinite, prese dalla storia dell’arte, ma non per questo meno reali dei pregiudizi fabbricati sotto i riflettori altrettanto luminosi dei media. Enfatizzando l’iconografia tradizionale di segni votati alla più radicale inespressività, in un linguaggio di pura astrazione, l’opera napoletana di Canevari con un gesto poetico si riaffaccia sul mondo vissuto, che non è paesaggio famigliare e sfondo nature ma fondo oscuro, nera luccicanza di tutta la storia, di tutta l’arte, patrimonio di una moltitudine, fardello di ciascuno.

Fino al 15 Maggio 2016

CASAMADRE Napoli

Piazza dei Martiri 58, Napoli

Scoperte e Massacri. Ardengo Soffici e l’Impressionismo a Firenze

L’esposizione, la prima monografica dedicata a Soffici (1879 – 1964), sarà occasione per ripercorrerne l’esperienza artistica di pittore, scrittore, critico d’arte e polemista che visse attivamente il suo tempo, venendo in contatto e talvolta in profondo, coraggioso contrasto con i coevi movimenti del panorama artistico italiano ed europeo. Il titolo della mostra, Scoperte e massacri allude a quello della raccolta dei testi di Soffici, pubblicati tra il primo e il secondo decennio del Novecento, riconosciuti oggi, assieme alle iniziative culturali da lui sostenute e organizzate (come la Prima mostra italiana dell’Impressionismo allestita a Firenze nel 1910), passi decisivi per il rinnovamento in chiave novecentesca dell’arte in Italia. Le opere in mostra (da Segantini a Cezanne, da Renoir a Picasso, da Degas a Medardo Rosso, da De Chirico a Carrà ecc., oltre lo stesso Soffici), scelte sulla base delle predilezioni e delle avversioni esplicitate, saranno commentate da brani critici tratti dagli stessi scritti d’arte, per accompagnare idealmente il visitatore a riscoprire una delle più feconde e produttive interpretazioni delle origini dell’arte contemporanea, con le sue decisive “scoperte” e i suoi drastici “massacri”.

Informazioni evento:
Data Fine: 08 gennaio 2017
Costo del biglietto: 8,00 euro
Luogo: Firenze, Galleria degli Uffizi
Orario: Da martedì a domenica, ore 8,15-18,50
Chiusura: tutti i lunedì,
Telefono: 055 238 8651
E-mail: ga-uff@beniculturali.it

Sguardi sul Novecento. Disegni di artisti italiani tra le due guerre

Trentasette opere, fra disegni e stampe, per lo più mai viste dal pubblico, riferibili ai primi trent’anni circa del Novecento. Rappresentazioni di figure, volti, autoritratti carichi di profonde espressività che innestano giochi psicologici di sguardi tra l’artista e il personaggio ritratto e tra costui e lo spettatore. Opere che rivelano la complessità dei primi trenta anni del secolo e preannunciano i drammi futuri. Tra gli autori selezionati Jacques Villon, Alberto Giacometti, Anders Zorn , e ancora Ram e Thayat, Giovanni Costetti, Giuseppe Lunardi, Pietro Bugiani, Kurt Craemer, Primo Conti, Giuseppe Lanza del Vasto, Marino Marini.

Informazioni Evento:
Data Fine: 04 settembre 2016
Luogo: Firenze, Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi
Orario: Martedì – Domenica: 8.15-18.00chiuso lunedì
Telefono: 055.2388671
E-mail: ga-uff@beniculturali.it