Wyatt Kahn: Variazioni sull’oggetto

Focalizzando la propria attività sulla ricerca nel campo dell’arte contemporanea, la Galleria Civica di Trento propone, sino al 2 ottobre 2016, una mostra monografica dedicata a Wyatt Kahn, artista emergente già molto presente in esposizioni museali oltreoceano.

Utilizzando tele sagomate tese su telai di legno, l’artista newyorkese Wyatt Kahn, classe 1983, assembla a parete complessi polittici in cui il divario tra le singole tele dà luogo a composizioni astratte. Le linee non vengono tracciate sulle tele, che in ossequio alla tradizione minimalista rimangono quasi monocrome, ma nascono dalle componenti fisiche dall’opera  ovvero dal confine fra una tela e l’altra dando ai soggetti delle sue opere una paradossale esistenza data dalla mancanza di materia tra i vari elementi. Il vuoto, l’inesistenza, crea l’oggetto.

Artista sicuramente non convenzionale e ricco di innovazione, dopo alcune importanti esposizioni personali negli Stati Uniti, è riuscito in pochi anni a richiamare l’attenzione anche del sistema artistico europeo. Gli strumenti e i materiali usati, lino, gesso e legno, minimali e scelti con estrema cura, permettono a Kahn di creare opere che intercorrono tra le due dimensioni del dipinto e le tre dimensioni della scultura e di dare a queste ultime caratteristiche riconducibili ad entrambi gli ambiti artistici. Attraverso le sue composizioni l’artista strega l’intelletto e l’occhio umano, lasciando un punto interrogativo all’interno dello spettatore sul valore e la quantità delle dimensioni che un’opera possiede, mettendo in luce nuove modalità di analisi e rappresentazione della realtà.

A cura di Margherita de Pilati

Summer Time, Malacarne a Roma

Nella poetica degli elementi l’acqua ha da sempre rappresentato sacralità e purificazione, la virtù assoluta da cui ogni cosa trae fondamento e origine, il caos primigenio da cui scaturisce il cosmo. Secondo Talete tutto nasce dall’acqua. L’acqua come origine di ogni cosa, del tutto che ancora non esiste ma è in divenire, l’immersione nell’acqua come regressione alla non vita e l’emersione come un nascere di nuovo.
Da qui, l’applicazione della simbologia del rito dell’immergersi all’individuo singolo e la trasposizione anche al battesimo, inteso come morte e rigenerazione per il tramite della fede del nuovo uomo. I tempi moderni sono gestiti dalla psicanalisi secondo la quale l’acqua nel sogno rappresenta, secondo Freud, la fisicità materna, mentre per Jung
sonda l’inconscio misterioso.
Malacarne
Quindi il nuoto, attraverso il quale più laicamente, assiri, indiani, romani rigeneravano lo spirito e tempravano il fisico, come evidente in straordinari bassorilievi, affreschi e mosaici. In epoca molto più recente il fascinoso Byron sollecitava le eccezionali capacità natatorie per il giovamento romantico e soprattutto delle dame sue ammiratrici nei circoli –  letterari e non –  di mezza Europa.
I Costruttivisti 
identificano nuoto e idoneità fisica nel segno del benessere e del progresso sociale. 

Probabilmente conscio ed inconscio di Malacarne sono intrisi, in tutto o almeno in parte, di tali dati quando si riferisce a figure che non sembrano nuotare bensì fluttuare.
L’iconografia di adolescenti che nuotano sembra palesarsi come il pretesto per la rappresentazione di una gravità particolare, soggettiva: più che in acqua i bagnanti sono immersi in un fluido, è liquido ma potrebbe essere aria e cielo.
Malacarne
Elementi che avvolgono la fisicità-materia e che permettono loro di vivere di gravitazione propria, elevandosi. La tela delimita l’acquario personale dell’artista in cui le figure levitano in un insieme coreutico, una danza orchestrata dalle armonie del nuoto, dove i flussi dell’acqua avvolgono i corpi e marcano le note attraverso il tocco pittorico, nel tratto-colore che parte dalla ricerca di fin de siecle poi dipanandosi, musicalmente con Debussy. Malacarne esercita raffigurazione e impianto come tastiera, la timbrica a volte è dolce, a volte appare decisa e violenta, nella naturale confusione tra visione, sonorità, percezione.
Ma è lo studio su levità e leggerezza quello in cui sembra concentrarsi l’artista, i corpi seguono piani e linee di galleggiamento aeree, le atmosfere sono morbide, l’elemento motorio si confonde nell’energia generale, avvolgente, metafisica. Malacarne sente le trasparenze dell’acqua e sembra ricercare, nel gesto di chi la trascorre, calma e sospensione, pur nelle sollecitazioni idrodinamiche.
E poi l’evidente indagine sulla luce, il rapporto tra la stessa e la fotografia, la rifrazione ed il confronto con l’immagine, sempre e comunque bidimensionale.Immagine emergente, della mente e di quel mondo.
L’immagine fluttuante.
Fino al 30 Settembre 2016
lun. ven. 10.30/13.00 – 16.30/19.30
sabato e domenica su richiesta
Pausa estiva dal 6 al 28 agosto.

Via Paola 23, Roma

Un’estate al Palazzo Grassi e a Punta della Dogana

Palazzo Grassi e Punta della Dogana invitano ad approfittare delle visite guidate gratuite e della presenza dei mediatori culturali alle mostre “Sigmar Polke” e “Accrochage”, aperte tutta l’estate.

Ogni sabato due visite guidate gratuite delle mostre sono proposte ai visitatori: alle ore 15 visita di “Sigmar Polke” a Palazzo Grassi; alle ore 16.30 visita di “Accrochage” a Punta della Dogana.

Inoltre, a Punta della Dogana i mediatori culturali dell’Università Ca’ Foscari sono presenti tutti i giorni dalle 10 alle 17 per accogliere i visitatori e rispondere alle loro domande.
Ogni giorno alle 11.30 e alle 15 propongono ai visitatori di Punta della Dogana un approfondimento su un artista o su un’opera in mostra.

Ingresso gratuito ogni mercoledì per i residenti nella città di Venezia e per gli studenti iscritti all’Università Ca’ Foscari, all’Università Iuav e all’Accademia di Belle Arti di Venezia.

http://www.palazzograssi.it/it/mostre/in-corso/sigmar-polke/

 

http://www.palazzograssi.it/it/mostre/in-corso/accrochage/

 

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Garry Winogrand. Women (are beautiful) al MAN

La grande fotografia torna al MAN. A un anno dalla mostra di Vivian Maier, il Museo della Provincia di Nuoro annuncia l’imminente apertura di un nuovo progetto espositivo dedicato a Garry Winogrand, padre della street photography.

Negli ultimi anni il lavoro di Winogrand (1928-1984) è stato in più occasioni accostato a quello di Vivian Maier. Anche lui, come l’ormai celebre tata fotografa, operò nelle strade di New York a partire dai primi anni Sessanta, portando avanti un lavoro capillare e ossessivo di reportage.

Winogrand è stato uno dei più importanti cronisti della società americana, oltre che uno dei più celebri fotografi internazionali degli anni Sessanta e Settanta. Il suo sguardo sulle abitudini dei cittadini statunitensi, apparentemente distratto, quasi casuale, spesso ironico, fu influenzato soprattutto dalla fotografia sociale di Robert Frank e Walker Evans, che reinterpretò in una forma nuova e radicale.

Winogrand individuò negli anonimi abitanti delle città americane il soggetto ideale per dare corpo alla propria visione del mondo, raccontando storie laterali, prive di copione o colpi di scena, catturate sempre in luoghi pubblici: nei parchi, allo zoo, nei centri commerciali, nei musei, negli aeroporti, oppure in occasione di manifestazioni politiche ed eventi sportivi.

La sua tecnica si contraddistingue per l’utilizzo di obiettivi grandangolari. I tanti provini giunti sino a noi dimostrano come Winogrand ricercasse volontariamente la presenza di uno spazio esterno al soggetto, spesso forzando l’inclinazione della macchina fotografica. Com’è stato scritto in più occasioni, sarebbe sbagliato liquidare questi sfondi come elementi secondari, come un “rumore” visivo irrilevante. Secondo l’originale visione di Winogrand, i dettagli esterni, inclusi nella cornice della fotografia, contribuivano invece ad accrescere la forza e il significato del soggetto ritratto.

La mostra al MAN, a cura di Lola Garrido, realizzata in collaborazione con diChroma Photography, presenta, per la prima volta in Italia, la collezione completa delle fotografie che, nel 1975, andarono a comporre il celebre volume “Women are Beautiful”, divenuto oggi un oggetto di culto. Immagini istantanee, qui proposte attraverso una serie di stampe originali, che celebrano la figura femminile con uno sguardo autentico, in cui si mescolano ammirazione e ironia, venerazione e sarcasmo.

Un lavoro per molti aspetti controverso, parallelo a quello dei poeti della Beat Generation, a cui non furono risparmiate pesanti critiche. Se infatti agli occhi di alcuni interpreti le fotografie apparirono come una gioiosa riflessione sull’emancipazione della donna e sulla sensualità, altri – per la presenza di figure formose, in abiti sbracciati o minigonne, o per l’indugiare dello sguardo di Winogrand sui seni e i fondoschiena – le avvertirono invece come l’espressione contorta di una visione maschilista e misogina.

Ciò che appare evidente è che non si tratta di una riflessione superficiale sui nuovi concetti di bellezza, ma piuttosto di una descrizione delle conseguenze sociali della controcultura americana, oltre che di una dichiarazione di sostegno ai diritti e alla libertà delle donne in un momento in cui il conservatorismo puritano sembrava volere rimettere in discussione alcune delle più importanti conquiste del dopoguerra.Il noto fotografo Joel Meyerowitz, ha parlato di “un urto e un abbraccio allo stesso tempo: lui è una contraddizione e le immagini sono contraddittorie”.

Garry Winogrand. Women (are beautiful)

Garry Winogrand. Women (are beautiful)

Mami Kataoka direttore artistico della 21esima Biennale di Sydney

Il Presidente della Biennale di Sydney Kate Mills ha accolto Mami Kataoka, chief curator al Mori Art Museum di Tokyo, per la prossima biennale australiana: «Siamo molto soddisfatti per la nomina di Mami Kataoka come direttore artistico della 21esima Biennale di Sydney. Si tratta di una dei curatori più esperti della regione, e siamo sicuri che Mami porterà una prospettiva veramente fresca e la sensibilità asiatico alla mostra del 2018, consentendo agli artisti della Biennale e al pubblico di esplorare in modo più approfondito il nostro rapporto con la regione del Pacifico-asiatico, sfidando le saggezze convenzionali».

Kataoka sarà la prima direttrice asiatica alla kermesse, dalla data della sua fondazione nel 1973: «Questo significa molto per me e, auspicabilmente, per la regione. Come direttore artistico sono interessata a domandarmi come possiamo testare il significato della Biennale, data la crescente comprensione delle modernità multiple, i molti contesti socio-politici e le complessità accelerate nelle condizioni del mondo di oggi». è stato il commento della neodirettrice.
Kataoka ha lavorato anche per la nona Biennale di Gwangju, come curatrice della tavola rotonda “Come l’arte contemporanea risveglia il passato”, e anche per l’Asian Art Museum di San Francisco e come curatrice per la mostra di Ai Weiwei all’Hirshhorn and Sculpture Garden di Washington.
Mami Kataoka. Fotografia: Daniel Boud

Mami Kataoka. Fotografia: Daniel Boud

Il Tuono di Pan tra Arte e Natura

Sino al 31 agosto sarà possibile visitare la mostra Il Tuono di Pan tra Arte e Natura, nell’ambito della II edizione di d’Annunzio e i Giardini di Pan, che celebra il legame tra d’Annunzio e l’Oriente ed esalta la componente poetica e lirica del Panismo che lega in modo profondo l’Uomo alla Natura.

Ispirati dagli oggetti cinesi e giapponesi provenienti dalla collezione dannunziana alla Prioria, ora esposti nella mostra Racconti d’Oriente al Museo d’Annunzio Segreto, 7 tra artisti e designer, richiamandosi ai segni e ai simboli orientaleggianti della poetica e della vita stessa del Vate, hanno reinterpretato i grandi corni acustici, gli Ascoltami, disegnati dall’architetto Italo Rota in occasione della prima edizione de I Giardini di Pan (2014), tuttora ospitati al Parco del Vittoriale.

In mostra l’espressionismo di Dario Ballantini che dà vita a volti intensi e alla cromia ‘violato’, i rimandi alla simbologia del tempio e alla pittura floreale allusiva ai ciliegi di Vincenzo Del Monaco, il mosaico vitreo DG Mosaic scelto da Setsu & Shinobu Ito per disegnare una grande carpa e rappresentare il riflesso dell’acqua, la fusione tra suono e colore operata da Shuhei Matsuyama, il vivido ritratto con motto tipicamente dannunziano scritto in giapponese realizzato da Fabrizio Musa, la decorazione con eteree farfalle di resina su superficie riflettente opera di Sonja Quarone, il richiamo alla celebre Cheli dannunziana e alle simbologie orientali della tartaruga elaborato da Carla Tolomeo.

I grandi corni – realizzati da Italcementi con i.design EFFIX un prodotto per il design ad alto contenuto estetico, e arricchiti dalle potenzialità decorative delle resine Gobbetto con la consulenza tecnico-artistica di Carlo Maroni – incastonati nella meravigliosa cornice della valletta dell’Acqua Savia danno vita a un vero e proprio percorso sensoriale, visivo e sonoro: le installazioni diffondono brani dannunziani recitati in italiano e in inglese scaricabili dal sito del Vittoriale attraverso un QR code, creando una sinestesia tra opere, voce narrante e percezione delle nuove visuali del parco.

The Lasting. L’intervallo e la durata

La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea ha inaugurato la nuova stagione espositiva del museo sotto la direzione di Cristiana Collu con l’apertura, sino al 29 gennaio 2017, della mostra The Lasting. L’intervallo e la durata, a cura di Saretto Cincinelli.

L’esposizione, dedicata all’importanza che assume la dimensione temporale sia nella pratica che nella poetica artistica, presenta oltre 30 lavori di 15 artisti italiani e internazionali di diverse generazioni: Francis Alÿs, Antony Gormley, Barbara Probst, Hiroshi Sugimoto, Tatiana Trouvé, Franco Vimercati, accanto a protagonisti delle ultime generazioni, come Giorgio Andreotta Calò, Emanuele Becheri, Antonio Catelani, Giulia Cenci, Daniela De Lorenzo, Antonio Fiorentino, Marie Lund, Elizabeth McAlpine, Alessandro Piangiamore, Andrea Santarlasci, con l’inclusione di opere di Alexander Calder, Lucio Fontana, Medardo Rosso provenienti dalla collezione permanente del museo.

I lavori, tutti di grande formato, dalla pittura alla scultura, dal video alla fotografia all’installazione, occupano un solo ampio spazio sfruttandone anche la verticalità, per costruire un unicum con l’ambiente circostante. Tradizionalmente pensati come contraddittori e opposti, i concetti di durata e intervallo, sono al centro dell’esposizione, in maniera sempre diversa, come due facce della stessa medaglia: due momenti simultanei e indissociabili di un unico processo di trasformazione

Il percorso espositivo di The Lasting, concepito come un iter unitario, mette in relazione i diversi linguaggi dell’arte: dalle serie fotografiche dei Theaters di Hiroshi Sugimoto in cui il tempo di esposizione impiegato per scattare una singola foto corrisponde all’intera proiezione di un film, alla reiterazione dei soggetti in Franco Vimercati, la cui ricerca si protrae per lunghi anni ponendo ostinatamente al suo centro i soliti oggetti del quotidiano che emergono da un fondo scuro, fino alle Exposure di Barbara Probst che trasformano la dischiusura di un singolo istante in una sorta di fantasia zenoniana sul movimento, un tempo immobile la cui durata appare praticamente interminabile.

Data Fine: 29 gennaio 2017
Costo del biglietto: 6,00 euro; Riduzioni: 4,00 euro
Prenotazione:Facoltativa
Luogo: Roma, Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea
Orario: da martedì a domenica 8.30 — 19.30(ultimo ingresso ore 18.45)lunedì chiuso
Telefono: 06 3229 8221
E-mail: gan-amc@beniculturali.it
Sito web: http://lagallerianazionale.com

Hiroshi Sugimoto_Cinema Teatro Nuovo San Gimignano 2013

Hiroshi Sugimoto_Cinema Teatro Nuovo San Gimignano 2013

Status of Lost Imagery di Antonia Low

Nel Museo Nazionale Romano in Palazzo Altemps ha inaugurato “Status of Lost Imagery”, la prima mostra personale in Italia di Antonia Low. L’artista al momento è borsista dell’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo.

L’installazione Status of Lost Imagery di Antonia Low ha come tema la recente devastazione del museo archeologico di Palmira in Siria.

In una delle sale del Museo di Palazzo Altemps, Antonia Low colloca a terra l’ingrandimento di una fotografia giornalistica, stampata su stoffa, coprendo in questa maniera quasi interamente il pavimento. La foto, scattata dopo la liberazione dallo Stato Islamico nel marzo 2016, mostra lo stato di devastazione di una sala del museo siriano. Su questa immagine a terra l’artista raggruppa delle strutture di metallo sottili, che ricordano i dissuasori usati normalmente per proteggere le opere d’arte. Tali strutture delimitano degli spazi all’apparenza vuoti mentre in realtà inquadrano l’immagine delle sculture distrutte riprodotte nella foto sul pavimento. La devastazione irrecuperabile delle opere d’arte diventa così iconograficamente palpabile.

La mostra è realizzata dall’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo.
Si ringraziano il Soprintendente, Architetto Francesco Prosperetti (Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma) e la Direttrice del Museo, Alessandra Capodiferro, per aver accolto il progetto. Per il Museo il progetto è coordinato da Daniele Fortuna.

Data Fine: 3 luglio 2016
Prenotazione:Facoltativa
Luogo: Roma, Palazzo Altemps – Museo Nazionale Romano
Orario: dalle 9 alle 19.45,
la biglietteria chiude alle ore 19
Telefono: 06 684851
E-mail: sandra.terranova@beniculturali.it
Sito web: http://archeoroma.beniculturali.it

Status of lost imagery

Gianfranco Zappettini a Torino

Gianfranco Zappettini ha svolto anche un ruolo chiave come teorico della Pittura Analitica e nel luglio 1974, scriveva: “Solo attraverso un’indagine analitica che affronti il problema della pittura in quanto pittura, ovvero del materiale, del modo di operarlo, del lavoro che esso implica, della superficie di stesura, della dimensione, si può ricostruire un nuovo linguaggio, veramente autonomo, non mutuato da altre discipline.”

Nella mostra torinese non mancano le più significative sperimentazioni degli anni Settanta quando Zappettini inizia a realizzare i suoi “bianchi” – superfici apparentemente monocrome, attraversate da presenze di linee più luminose – in base ad una ricerca che risale a Piero Manzoni e a Robert Ryman.
Si prosegue poi con le Tele sovrapposte, un ciclo presentato a Documenta di Kassel nel 1977, dove su uno stesso telaio, Zappettini sovrappone più tele, su cui traccia anonime linee a grafite in numero sempre decrescente, fino all’ultima tela nella quale rimane solo la delimitazione dello spazio.

Gianfranco Zappettini

Ampio e articolato è il ciclo de La Trama e l’Ordito iniziato nel 2004: l’ordito, con la sua fissa verticalità, rimanda all’elemento immutabile; mentre la trama, formata dal filo orizzontale che si intreccia con l’ordito, simboleggia l’elemento variabile, contingente, accidentale. Questa serie rappresenta l’occasione per ripensare, senza condizionamenti, a sovrapposizioni di linee verticali e orizzontali, ad infiniti tracciati e a linee di forza che tendono a modificare gli equilibri interni dell’opera in una ritmica tensione tra pieno e vuoto.
La produzione recente ci introduce alle opere dell’ultimo biennio che, caratterizzate da leggerezza e trasparenza, sembrano rimandare alle Tele sovrapposte degli anni Settanta.

La sovrapposizione dei wallnet – reti in fibra di vetro utilizzate nell’edilizia per armare i muri – dipinti con il rullo da imbianchino, nasconde le figure geometriche in realizzazioni dall’aspetto tattile e sensoriale dove compaiono rettangoli, rombi, o più frequentemente cerchi. Un percorso creativo avviato alla fine degli anni Sessanta che consente una riflessione profonda e quanto mai attuale sul media pittorico, attraverso una ricerca autonoma e coraggiosa che non ha mai tradito i suoi presupposti.

Come afferma Alberto Fiz “La primarietà delle scelte (i colori industriali, la sostituzione del pennello con il rullo da imbianchino) e l’analisi degli elementi linguistici di base che interagiscono tra loro, conducono verso una visione consapevole che consente di verificare i dati fondamentali della pittura producendo un risultato di gran lunga superiore ai dati di partenza. L’artista prevede le costanti d’intervento e con esse lo scarto rispetto ad un’idea che ogni volta ha la necessità di trovare una conferma.”

Fino al 10 Luglio 2016

link: Mazzoleni Art

Martedì – Sabato: 10.30 – 13 / 16 – 19
ingresso libero

Piazza Solferino 2, Torino

Ian Davenport a Milano

Sin dalla fine degli anni Ottanta, Davenport ha abbandonato una prima figurazione libera e gestuale per dedicarsi a una sperimentazione che ha la pittura stessa come mezzo e come oggetto della rappresentazione. Muovendosi tra diverse fasi stilistiche, ha messo a punto un modo di dipingere inconfondibile che gioca con la materia stessa.
Nei suoi quadri la vernice, le colature e il movimento del colore sono protagonisti assoluti, e si compongono in un ritmo visivo che alterna momenti di enorme libertà – con la materia gocciolata, lanciata, colata, versata sulla tela o su pannelli metallici – ad azioni di controllo estremo del disegno, attraverso l’utilizzo di siringhe e strumenti non convenzionali.

In questa mostra milanese si parte da lavori della serie “Poured Lines” degli anni 2005-2008, tra cui due studi su carta raramente esposti al pubblico che sono serviti per l’enorme murale commissionato all’artista per il passaggio che si trova sotto al Southwark Bridge di Londra.

Ian Davenport

Si prosegue con opere del 2010-2011 del ciclo “Staggered Lines” in cui la pittura è, secondo Davenport ,“più frammentata”, e la composizione più libera: il colore invece di colare dall’alto pare risalire dal basso, e le strisce caratteristiche di tutto il suo lavoro si fanno più ampie.
A questi lavori si aggiungono dipinti recenti del 2013-2015, e alcuni inediti appena usciti dal suo studio: sono i “d’après” che Davenport dipinge “estraendo” le tavolozze di specifici dipinti di maestri dell’arte classica e moderna.
Per i più nuovi dei suoi “Puddle Paintings” (la serie di grande successo iniziata nel 2008) Davenport osserva e rielabora i colori usati da artisti come Carpaccio o Van Gogh, dominandoli in righe precise nella parte alta del dipinto, e lasciandoli invece fluire in pozzanghere mutevoli nella parte inferiore del pannello, dove la forza di gravità diventa strumento della sua pittura.

In occasione della mostra viene pubblicato un catalogo con un testo critico di Sarah Shalgosky e una conversazione tra Ian Davenport e Pia Capelli.

Fino al 23 Luglio 2014

link: Galleria Tega

dal Lunedì al Sabato 10-13/15-19
ingresso libero

Via Senato 20, Milano