Ispirazioni d’autore: GIACOMETTI MEETS HOMINI

In mostra saranno esposte due opere di Alberto Giacometti appartenenti alla collezione della The Boga Foundation (Donna che cammina – Nudo in piedi) alle quali saranno contrapposte una serie di sculture-installazioni della serie “Homini”, realizzate dai Boga, frutto dell’eclettica creativa degli artisti che, attraverso le loro visioni post moderne e surreali, trovano preziosa fonte di ispirazione dall’opera di Giacometti, creando un perfetto percorso concettuale incentrato sullo sviluppo e la ricerca della dinamica come forma di espressione e generatore di emozioni.

L’esposizione è il frutto concreto della collaborazione, avviata lo scorso anno, tra il magazine d’arte e cultura Hestetika, la The Boga Foundation e il Centro Studi Casnati di Como.

A contorno del progetto una serie di manufatti elaborato dai ragazzi del Casnati (sculture, pitture e installazioni di food) che nascono da una serie di laboratori e workshop con a tema l’opera di Alberto Giacometti e l’interpretazione del colore, del segno e della sua scultura.
La realizzazione della mostra, progettata, organizzata e realizzata da Habitare – Idee Culturali di Tradate (Va), è stata possibile grazie alla collaborazione di Regione Lombardia e grazie ai prestiti della The Boga Foundation e vuole essere un tributo in occasione della ricorrenza dei 50 anni della morte dell’artista Svizzero oltre che essere una opportunità per conoscere come l’opera di Giacometti sia sempre viva nel tempo ispirando generazioni e generazioni di artisti.

Così spiegano i Boga l’approccio alla mostra:
“La nostra è una visione post-moderna e surreale che ha sempre trovato preziosa fonte di ispirazione dall’opera di Giacometti. In mostra si viene a creare un perfetto percorso concettuale incentrato sullo sviluppo e la ricerca della dinamica come forma di espressione e generatore di emozioni. “L’uomo che cammina” è un passo avanti al futuro. Gli Homini sono l’essenza dell’essere umano. Una sua proiezione silenziosa, statica e dinamica al tempo stesso. Gli Homini osservano il mondo, ne creano il
suo contorno, sottile, impreciso e a volte anche grezzo. Sono la rappresentazioni del pensiero e della quotidianità e si muovono attraverso l’idea progettuale. L’Homino, attraverso la sua forma e la sua dinamicità, mostra il suo carattere per poi riempirsi ed integrarsi con quello dell’osservatore. Il suo vuoto interno è colmato da chi lo guarda. L’Homino è l’idea dell’essere umano e la sua forma che va oltre il surrealismo e l’espressionismo. L’Homino dinamico nella sua staticità è vivo”.

THE BOGA FOUNDATION (www.thebogafoundation.it)
Salvaguardare, valorizzare, scoprire. Questi i tre fondamenti sui quali si base la The Boga Foundation, Fondazione nata per volere dei Fratelli Boga al fine di valorizzare e rendere pubblico il materiale costituente la concreta testimonianza dell’attività culturale, artistica e professionale dei Fratelli Boga, nonché quella di altri artisti. Uno degli obiettivi principali della Fondazione è quello della promozione dei nuovi talenti.

Dove:

Grattacielo Pirelli. Spazio Eventi Regione Lombardia. 1° Piano, Piazza Duca d’Aosta 1

Nature the art of Marzio Tamer

E’ il MUSE, Museo delle Scienze di Trento – il più recente e innovativo “tempio” dedicato alla biodiversità, alla storia della vita e del mondo naturale – ad ospitare sino al 25 settembre 2016 la monografica di Marzio Tamer: artista veneto di nascita (Schio 1964) e lombardo d’adozione, che in vent’anni di pittura si è conquistato un ruolo di primo piano nella scena contemporanea, appassionando collezionisti internazionali come Lord Jakob Rotschild e direttori di Musei come l’Art Museum di Denver che ha acquisito all’asta sue opere per la propria collezione.

Non poteva esserci del resto ambientazione più simbiotica per esporre il lavoro di Tamer, che della natura, del mondo animale e del paesaggio ha fatto il suo universo creativo: soggetti privilegiati d’ispirazione e indagine, per un’arte in cui sapienza tecnica e vena poetica si compenetrano in modo assolutamente personale.

Se Marzio Tamer, ormai considerato uno dei maggiori figurativi italiani, ha fatto del paziente lavoro preparatorio e della perizia certosina nell’uso delle tecniche pittoriche il suo codice esecutivo, è la percezione della vita che affiora dai suoi dipinti – nitidi, perfetti, assolutamente precisi nella resa di un animale o di un effetto di luce od ombra – a rendere le sue opere così profondamente emotive; è la condivisione di uno stato d’animo e di una condizione naturale che pervade l’ambiente, solo apparentemente statico e silente, a farci cogliere la profondità del suo sguardo.

“Nature, the art of Marzio Tamer”, la mostra al Muse di Trento curata da Stefano Zuffi e Lorenza Salamon e sostenuta da INAZ con la sua presidente Linda Gilli, racconta attraverso 40 sceltissime opere suddivise per temi – animali, paesaggi, sassi e nature morte – il percorso compiuto in questi anni dall’artista che, opera dopo opera, “ha dato vita a un vasto e coerente progetto” presentato ora in modo efficace, grazie alla nitida semplicità dell’allestimento studiato da Michele Piva e alla rigorosa selezione dei lavori compiuta da Zuffi: ognuno capace di dare voce a una fase, un tema, un nuovo indirizzo.

Tamer, che si forma come autodidatta, abbandona presto la pittura acrilica per dedicarsi alla tempera all’uovo, tecnica antichissima tornata attuale in quegli artisti come De Chirico e Balthus che amano tempi lunghi di riflessione e che hanno metodo e profonda conoscenza del mezzo.
Egli se ne appropria con una maestria che lascia stupiti i cultori e fa dell’osservazione lenta della natura e della rielaborazione introspettiva di ogni singolo elemento
della composizione – siano le piume di un uccello, le acque di un fiume o le sfumature di un masso – la componente fondamentale del suo fare arte.
Le opere della fine degli anni ’90 così come quelle più recenti – dal Culbianco del 1998 a Kamaleo del 2005, da Naturalia del 2008 a Vento d’Ostro del 2012 – mostrano questo processo, in cui la pennellata perfetta è il risultato della riflessione personale e intensa e il silenzio che emerge dalle opere, quasi tangibile, è dato da quell’atemporalità che è altra costante dei quadri dell’artista.

I soggetti animati o inanimati di Tamer – tanto realistici che sembra di poterli toccare – sono in realtà collocati in un universo tutto loro, senza riferimenti topografici o temporali. I suoi sono luoghi dove il tempo fisico si è fermato, per lasciare spazio all’emozione, ai sensi dell’osservatore.
Anche nell’acquarello, con il quale si confronta a partire dal 2001, e soprattutto nella tecnica dry brush che prevede l’uso di un pennello fine, carico di colore e quasi privo d’acqua – tipica degli esponenti della figurazione americana del ‘900 – Tamer mostra un’attitudine inconsueta e sorprendente, che gli consente di realizzare opere dal tratto fresco e immediato senza trascurare la poesia.

Rio stagno (2010) con cui partecipa alla 54 Biennale d’Arte di Venezia, Aegylon e la Grande nube del 2013 così come il notevole White Rhino del 2014, testimoniano diverse visioni di una natura che non è semplicemente fissata sulla tela con indubbio virtuosismo ma sa provocare “sollecitazioni sensoriali”, “coinvolgimento epidermico”.

“Con la sua pittura pacata, attenta, sensibile – nota Stefano Zuffi – Tamer mette lo spettatore al centro di un mondo naturale sincero e forte, osservato con totale rispetto. Un filo d’erba, un elefante, un sasso, un ramo scortecciato dal mare appartengono tutti a un sistema di cui anche l’uomo fa parte”.

Un uomo che non appare mai nei lavori di Marzio Tamer, neanche nelle ultimissime tele ad olio come quelle monumentali Lupa (cm 163 x 220) ed Elefante (cm 178 x 220) o nel più piccolo Martin pescatore, ma che diviene e si sente assolutamente protagonista dell’opera quando si confronta con essa.

“La pittura di Tamer è tutta un grande canto d’amore verso ogni aspetto del mondo. Che non ci “circonda”, ma anzi penetra dentro di noi, fino alle più delicate regioni del sentimento”. La bellezza e la maestria delle pennellate di Marzio Tamer sono il contraltare pittorico (e la risposta di un talento sensibile) alla bellezza e alla perfezione strutturale che alberga nel corpo di tutti i viventi come effetto di un continuo processo evolutivo di adattamento e trasformazione: nella cornice del MUSE, che tra i suoi primari fini istituzionali ha l’incentivazione di una sempre maggior consapevolezza scientifica e naturalistica nella collettività, le opere di questo maestro di sensibilità al “bello di natura” diventano spettacolari opportunità per il visitatore di acquisire, tramite un’intensa fascinazione estetica, una profonda sensibilità e rispetto per il mondo vivente.

“Nature, the art of Marzio Tamer” è promossa da Muse – Museo delle Scienze di Trento e dalla Galleria Salamon &C. Main sponsor: INAZ, sponsor tecnico: Ciaccio Arte.

Mimmo Rotella e i protagonisti del Nouveau Réalisme

Una grande mostra dedicata alla figura Mimmo Rotella (Catanzaro, 1918 – Milano, 2006), protagonista di primo piano del fermento che, tra Milano e Parigi, rivoluzionò la scena dell’arte degli anni Sessanta del Novecento.
Le ampie sale del Piano Nobile del settecentesco Palazzo Sanseverino-Falcone, sede del museo alle pendici della Sila Greca, faranno da scenario a circa cinquanta opere di Rotella e di altri nomi di primo piano che, come lui, hanno fatto parte del movimento del Nouveau Réalisme, fondato dal critico francese Pierre Restany, il quale lo definiva come «un modo piuttosto diretto di mettere i piedi per terra, ma a quaranta gradi sopra lo zero dada e a quel livello in cui l’uomo, se giunge a reintegrarsi nel reale, lo identifica con la sua trascendenza che è emozione, sentimento e infine poesia».

A una collezione di circa trenta opere di Rotella, che ripercorrono l’intera carriera dell’artista e fungono da cuore dell’intera mostra, si affiancano testimonianze artistiche di rilievo di alcuni dei suoi compagni di viaggio in seno al Nouveau Réalisme (Yves Klein, Arman, Daniel Spoerri, Jean Tinguely, César, Raymond Hains e Christo, tra gli altri), che, oltre a contestualizzare efficacemente l’operato dell’inventore della tecnica del décollage, forniscono uno sguardo d’insieme su uno dei movimenti avanguardistici più rappresentativi e significativi della seconda metà del secolo scorso, la cui influenza è tutt’oggi attuale e tangibile.

I celebri décollage di Rotella, di cui in mostra sono presenti vari importanti esemplari, erano, per Pierre Restany «la conseguenza logica di un totale inserimento nella cultura urbana del suo tempo. Una cultura urbana che lo sguardo, il Radar Mentale dell’artista, ha seguito nei momenti successivi della sua progressiva globalizzazione. Mimmo Rotella è stato un “nouveau réaliste” ante litteram a Roma negli anni Cinquanta, pre-pop a Parigi negli anni Sessanta, graffitaro e graffitista a Milano negli anni in cui lo era Basquiat a New York. Oggi come oggi Mimmo Rotella è l’uomo del momento: ecco la storia di una perenne modernità».

Nelle parole del curatore della mostra, Francesco Poli, critico e storico dell’arte di fama internazionale, con le sue opere, Rotella «compie uno strappo nei confronti della pittura tradizionale inventando un modo di distruggere e ferire l’immagine, ma in realtà la esalta e la rende unica, la sottrae alla ripetizione mediale che ne ruba l’anima, e distruggendo i manifesti (cinematografici, politici, pubblicitari) li fa entrare nella storia dell’arte contemporanea».

La mostra, realizzata dall’associazione Oesum Led Icima, che organizza e promuove l’attività espositiva del MACA, in collaborazione con l’associazione De Arte, cade nel decimo anniversario dalla nascita del museo, otre a essere una celebrazione di Mimmo Rotella, il più importante artista contemporaneo di origine calabrese, a dieci anni dalla sua morte.

Informazioni Evento:

Data Fine: 16 ottobre 2016
Luogo: Acri, MACA (Museo Arte Contemporanea Acri)
Indirizzo: Piazza Falcone, 1
Città: Acri
Provincia: CS
Regione: Calabria
Orario: dal martedì al sabato, 9.00-13.00 e 16.00-20.00 la domenica, 10.00-13.00 e 16.00-20.00
Telefono: 0119422568
E-mail: info@museomaca.it
Sito web: http://www.museomaca.it

[fonte beniculturali.it]

Fonte beniculturali.it

Fonte beniculturali.it

Doppia collettiva alla Galleria360

Sino al 20 giugno sarà possibile visitare, presso la Galleria360 di Firenze, un duplice evento di arte contemporanea, ovvero la mostra collettiva “Linguaggi dell’arte” e la personale dell’artista giapponese Jeanie Leung dal titolo “Treasure”.

La collettiva, che vede la partecipazione di artisti internazionali, offre una panoramica sui diversi stili e linguaggi oggi presenti nel mondo dell’arte, che risulta sempre più variegato. Un’arte, quella contemporanea, che si dirige continuamente verso un incessante processo di interpretazione, invenzione e seduzione, un’arte non più limitata all’ambiente accademico ma che vive di differenze che si mescolano fra loro, operazione che come affermato dal filosofo Michel Serres “ha un valore positivo in quanto implica un’idea profonda dell’universo”.

Gli artisti di questa collettiva, si allontanano dall’idea di un metodo unico ed “ufficiale”, facendo così tesoro delle loro diversità, al fine di generare un simposio di idee e creazioni in grado di arrivare all’animo dello spettatore.

Non meno interessante è altresì la personale di Jeanie Leung, artista giapponese originaria di Hong Kong che fin da bimba sognava di diventare un’artista. Tuttavia, la vita ha fatto sì che ella percorresse altre strade, intraprendendo prima la carriera universitaria, conseguendo la laurea in Scienza e Tecnologia e proseguendo successivamente con il lavoro in banca, arrivando infine al 2009, anno in cui decide di abbandonare tutto per seguire solo e soltanto la sua originaria passione, ovvero quella dell’arte.

Nel 2011 debutta quindi con la pubblicazione del libro illustrato “A Time for the Heart”, e in seguito presenta la sua prima mostra personale dal titolo “Smile, please”.

In questi anni, dopo aver avuto modo di approfondire le proprie conoscenze e il proprio bagaglio culturale, ha esposto presso la Fiera internazionale ad Hong Kong ed ora presenta quest’ultima interessante personale presso la Galleria360.

Attraverso tale esposizione, l’artista giapponese vuol ribadire ancora una volta la bellezza dei singoli istanti della vita e quanto sia importante saperne apprezzare ogni piccola sfaccettatura. Lo stile proposto dalla Leung, infatti, conduce lo spettatore in un mondo immaginifico e bellissimo, mediante delicatissime favole pittoriche che, tra foreste e regni magici e colorati, ci portano in un viaggio straordinario alla scoperta del proprio IO, che non deve mai risolversi in un arrivo ma sempre in una continua partenza verso la conoscenza profonda di sé stessi.

[tratto da http://news-art.it]

Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim

Sino al 24 luglio il Palazzo Strozzi ospiterà una grande mostra che ha portato a Firenze oltre 100 capolavori dell’arte europea e americana tra gli anni venti e gli anni sessanta del Novecento, in un percorso che ricostruisce rapporti e relazioni tra le due sponde dell’Oceano, nel segno delle figure dei collezionisti americani Peggy e Solomon Guggenheim.

Curata da Luca Massimo Barbero, la mostra nasce dalla collaborazione tra la Fondazione Palazzo Strozzi e la Fondazione Solomon R. Guggenheim di New York e permette un eccezionale confronto tra opere fondamentali di maestri europei dell’arte moderna come Marcel Duchamp, Max Ernst, Man Ray, Pablo Picasso e dei cosiddetti informali europei come Alberto Burri, Emilio Vedova, Jean Dubuffet, Lucio Fontana, insieme a grandi dipinti e sculture di alcune delle maggiori personalità dell’arte americana degli anni cinquanta e sessanta come Jackson Pollock, Mark Rothko, Willem de Kooning, Alexander Calder, Roy Lichtenstein, Cy Twombly.

Dedicare una mostra alle collezioni Guggenheim significa raccontare a ritmo serrato la nascita delle neoavanguardie del secondo dopoguerra in un fitto e costante dialogo tra artisti europei e americani. Realizzare questa straordinaria mostra a Firenze significa anche celebrare un legame speciale che riporta indietro nel tempo. È proprio a Palazzo Strozzi, infatti, negli spazi della Strozzina, che nel febbraio 1949 Peggy Guggenheim, da pochissimo giunta in Europa, decide di mostrare la collezione che poi troverà a Venezia la definitiva collocazione (scopri le foto dell’inaugurazione della mostra del 1949).

I grandi dipinti, le sculture, le incisioni e le fotografie esposte in mostra a Palazzo Strozzi, in prestito dalla collezione Guggenheim di New York e da Venezia e da altri prestigiosi musei internazionali, offrono uno spaccato di quella straordinaria ed entusiasmante stagione dell’arte del Novecento di cui Peggy e Solomon Guggenheim sono stati attori decisivi.

Visitabile dal lunedì al venerdì
9.00-13.00 / 14.00-18.00
Telefono: +39 055 2469600
prenotazioni@palazzostrozzi.org

 

Carsten Höller. “Dubbi” a Milano

Pirelli HangarBicocca presenta “Doubt”, la mostra personale di Carsten Höller, artista tedesco tra i più riconosciuti a livello internazionale per la sua approfondita riflessione sulla natura umana. La mostra, a cura di Vicente Todolí, si espande attraverso due percorsi speculari e paralleli, che richiedono la partecipazione sensoriale del pubblico. Sono i visitatori a poter scegliere come affrontare la mostra e quale percorso intraprendere.
Per Carsten Höller la scelta, infatti, è insita nell’opera d’arte e sin dall’inizio della mostra l’installazione Y (2003), formata da numerose lampadine che si accendono a intermittenza, pone il dubbio sulla direzione da scegliere.
“Doubt” presenta oltre venti opere, sia storiche che nuove produzioni, collocate sull’asse centrale dello spazio, in modo da creare un muro divisorio che permette di vedere le opere solo a metà.
Il pubblico deve ricordarle così fino al momento in cui incontra l’altra metà, percorrendo il lato opposto. Grandi installazioni, video e fotografie giocano con le coordinate spaziali e temporali del luogo espositivo, sviluppando un viaggio tra simmetria, duplicazione e ribaltamento.

Il percorso espositivo alterna lavori che rimandano a esperimenti ottici – tra cui Upside-Down Goggles (1994 – in corso), con i quali l’artista invita il pubblico a vedere il mondo capovolto – a quelli legati a una dimensione ludica – come Two Flying Machines (2015), con le quali si può sperimentare la sensazione del volo o Double Carousel (2011), una giostra per adulti che provoca sentimenti di euforia e stupore.
La mostra include anche Yellow/Orange Double Sphere (2016), un dispositivo luminoso sospeso composto da due sfere concentriche e lampeggianti, che interagisce con l’opera di Philippe Parreno Marquee (2015), parte della mostra “Hypothesis” precedentemente ospitata in Pirelli HangarBicocca.

Nello spazio del Cubo di Pirelli HangarBicocca l’opera Two Roaming Beds (Grey), costituita da due letti che si muovono ininterrottamente, permette di trascorrere un’intera notte all’interno della mostra “Doubt” di Höller. Con il loro movimento casuale e ininterrotto, i due letti singoli si spostano sul pavimento alla velocità quasi impercettibile e, accompagnano il sonno del visitatore, che si sveglierà in un luogo diverso da quello in cui si è addormentato.

Fino al 31 Luglio 2016

link: Hangar Bicocca

da lunedì a mercoledì: chiuso
da giovedì a domenica: 10-22

Via Chiese 2, Milano

A Teheran in mostra le vignette satiriche “Contro l’ipocrisia dell’Occidente”

Dopo Grosz e Dix prosegue il connubio tra arte, satira, polemica e politica: è stata inaugurata a Teheran la seconda edizione dell’International Holocaust Cartoon Contest, competizione sulla satira promossa dal quotidiano iraniano Hamshahri per denunciare “l’ipocrisia occidentale sulla libertà di parola”. Le vignette satiriche sono oltre 893, realizzate da disegnatori provenienti da più di 50 nazioni. Nella prima edizione della competizione, tenutasi nel 2006, protagoniste erano la negazione dell’Olocausto e le condizioni di vita dei palestinesi sotto l’occupazione di Israele. La vignetta che vinse, disegnata dal marocchino Derkaoui Abdellah, rappresentava Israele mentre realizzava una barriera di separazione intorno alla cupola della moschea della Roccia a Gerusalemme. Quella barriera, in bianco e nero, riportava le immagini di un campo di concentramento nazista.

Gli anni della pittura analitica

La pittura viene periodicamente data per morta. Tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, in particolare, l’Arte Concettuale sembrò averne per sempre decretato l’inutilità. Eppure, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, in Europa ma soprattutto in Italia, molti artisti non abbandonarono il campo e tentarono, ancora una volta, di rifondare la disciplina pittorica ripartendo da una sorta di «grado zero»: individuare alcuni elementi caratteristici di questo linguaggio e sondarne tutte le possibilità. Era nata la Pittura Analitica.

Temi come il colore, il supporto, il materiale, il processo di lavoro, lo spazio pittorico, furono affrontati da un variegato ma interessantissimo gruppo di artisti. Negli anni Settanta, infatti, colore, telaio e tela tornarono ad essere quello che erano sempre stati, cioè strumenti indispensabili della forma espressiva pittorica. Preceduto negli Stati Uniti da ricerche affini ma dai differenti presupposti, questo comune sentire ebbe in Europa il suo terreno di sviluppo. L’Italia fu epicentro di questa rinascita, che affrontò tutti i fondamenti del «fare pittura».
I “pittori analitici” furono per alcuni anni al centro dell’attenzione di critica, pubblico e mercato. Poi, tra la fine del decennio e l’inizio degli Anni Ottanta la Spontane Malerei in Germania e la Transavanguardia in Italia riportarono la figurazione a un ambiente artistico internazionale di nuovo pronto a leggere e apprezzare la pittura.

La mostra di Verona, promossa dalla Fondazione Zappettini per l’arte contemporanea, in collaborazione con FerrarinArte, ambisce a essere un’esposizione definitiva, che segni un punto fermo nella riscoperta storica e critica della Pittura Analitica. Le opere esposte, appartenenti agli anni Settanta, proporranno al visitatore uno sguardo sì approfondito sul lavoro di ciascun artista, ma soprattutto una visione d’insieme che renda palese la vicinanza delle ricerche degli artisti stessi. Il pubblico potrà comprendere perché all’epoca più di un critico in Italia e all’estero videro questi artisti come una “situazione” o un “movimento”.

link: Palazzo della Gran Guardia

Fino al 25 Giugno 2016
da Martedì a Domenica 10:30-19:00
ingresso libero

piazza Bra 1, Verona

Storia e memoria. Jessica Warboys

Jessica Warboys (1977, Newport) si è distinta negli ultimi anni come uno dei più significativi artisti inglesi della sua generazione. La sua pratica è improntata su ricordi personali e memorie collettive, storiche, mitiche o immaginarie e, questa mostra in particolare si focalizza sul suo impiego del simbolismo e il suo approccio al paesaggio.
Il percorso espositivo presenta in anteprima Hill of Dreams (2016), recentemente commissionato, e altri film girati nel Regno Unito: Pageant Roll (2012), ambientato nell’antico paesaggio pagano della brughiera della Cornovaglia e Boudica (2014) che esplora sia la figura della storica eroina che la “Boudicca Way” di Norfolk.

Insieme a Hill of Dreams la suite di film evidenzia l’inesauribile interesse della Warboys nei confronti del paesaggio, della storia celtica e delle sue spesso trascurate figure storiche. Girato nel Galles del Sud, Hill of Dreams, si inspira ad un libro dallo stesso titolo dello scrittore Arthur Machen, un romanzo semi-autobiografico pubblicato nel 1907. La pellicola alterna realtà e finzione, passato e presente, facendo rivivere le memorie d’infanzia di Machen nella rurale Gwent, dove Jessica Warboys nasce un secolo più tardi.
Oltre al film, la pratica della Warboys utilizza una varietà di media, quali la scultura, la pittura, il vetro e la performance.
In Casa Masaccio, insieme ai film l’artista presenta tre nuovi dipinti che corrispondono ad ogni film della trilogia come allotropi di un soggetto o luogo in comune: la Cornovaglia, Norfolk e il Galles; Boudica e Machen.

Allotropes è la prima personale di Jessica Warboys in un’istituzione pubblica italiana. Jessica Warboys (1977 Newport) ha studiato al Falmouth College of Arts and Slade School of Art, Londra. Attualmente vive tra il Suffolk e Berlino dove lavora con diversi media quali film, pittura e scultura. É stata selezionata per Film International, Whitechapel Art Gallery, Londra, 2013, e ha partecipato a dOCUMENTA 13, 2012. Ha inoltre preso parte alla 9ª Bienal do Mercosul, Porto Alegre, Brasile, 2013, più recentemente nel 2015 ha esposto presso Gaudel de Stampa, Parigi; State of Concept, Atene; 1857, Oslo, e nel 2016 al Kunstverein, Amsterdam. Il suo lavoro è attualmente visibile al British Art Show 8, 2016.

link: Casa Masaccio

Fino al 24 Luglio 2016
feriali 15 – 19, festivi 10 – 12 / 15 – 19

Corso Italia 83, San Giovanni Valdarno

Spiegare tutto ogni volta. Giuliano Mammoli

Aveva già affrontato il tema del gioco Giuliano Mammoli, stabilendo perentoriamente con la scritta al neon rosa che “life is a game”; e nel gioco, che è impulso alla creatività per la costruzione di spazi fantasiosi e inattesi ma anche rispetto di ruoli predefiniti e regole assegnate, accettate e condivise, l’artista ha tracciato i binari della sua ricerca e il paradigma del suo fare arte.

Tutto infatti in questo incedere artistico appare giocoso, a tratti infantile; la produzione pittorica, i lavori scultorei, i combines con i quali invade i luoghi espositivi concorrono alla realizzazione di mondi paralleli e alternativi a quelli progettati dagli standard della quotidianità e della consapevolezza, dove la serietà imposta dalla società adulta non consente di intraprendere nuovi itinerari esplorativi, dove il punto di vista è univoco, inconfutabile e inalterabile.

Nei linguaggi dell’artista il gioco funge perciò da prompt per accogliere e stimolare nuovi approcci al reale poiché proprio nella piacevolezza estetica e nell’apparente disimpegno di queste produzioni è dapprima celato e, in un secondo momento, sommessamente svelato il principio di verità obnubilato dalle stereotipie e dagli impoverimenti dei codici comunicativi della contemporaneità, espressione di pensieri artefatti e messaggi depotenziati del loro valore espressivo.

Compaiono innumerevoli e iperboliche figure retoriche strategiche attraverso le quali porre lo spettatore di fronte all’oggetto desunto dal mondo del reale, rettificato e posto in relazione alla sua nuova percezione, all’imprevista presenza nel luogo-altro dell’arte che ne autorizza una nuova fruizione.

Anche la personale Spiegare tutto ogni volta si configura come attimo ricreativo, un gioco a incastro di tasselli modulari (serigrafie su metallo, terrecotte, ready-made) e distinti elementi alfabetici di un componimento letterario frammentato la cui ricostruzione e definizione ultima, ottenuta attraverso un percorso sommativo, contemporaneamente ludico e catartico, conduce a epiloghi illuminanti, per quanto combinatori e casuali.

Con l’elegante rigore formale e la ricercata levità che ne caratterizzano l’intera produzione, Giuliano Mammoli ci conduce entro i labirinti della comunicazione, riscrivendo le pareti della galleria di frasi interrotte, immagini spezzate, segni grafici e grafemi incompiuti da decrittare e riutilizzare per ricostruire il flusso di verità assiomatiche massmediali, prodotte meccanicamente da una società frenetica e disattenta, delle quali è stato smarrito il senso.
Un monito, evidentemente, a riconsiderare e porre rimedio alla superficialità di analisi, al pressapochismo, alla disattenzione che inficiano la capacità di osservare e leggere il mondo.
Un paradosso comunicativo in cui la rinuncia a un senso immediato induce, oltre la confusione del cortocircuito narrativo, alla formazione di nuovi sistemi di scrittura logografici, all’esplorazione di nuovi pensieri, alla catalogazione di nuove prospettive visuali.

I forti contrasti che sorreggono i linguaggi espressivi di Mammoli mettono ora in scena un complesso apparato di ossimori in cui gli estremi – leggerezza/gravità, gioia/tragedia, inganno/disinganno – coesistono e s’intrecciano, per spingerci a introspettive riflessioni e valutazioni oltre l’articolata struttura enunciativa alla quale ogni opera concorre, per spiegarci tutto, ogni volta e semplificare le difficoltà testuali apparenti con la disarmante ed efficace purezza di un bambino (mutuando le parole del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry) che vuole essere ascoltato e compreso dagli adulti.

link: Studio Arte Fuori Centro

Fino all’11 Giugno 2016
dal Martedì al Sabato 17:00-20:00

via Ercole Bombelli 22, Roma