Matisse e il suo tempo

La mostra Matisse e il suo tempo promossa dal Comune di Torino — Assessorato alla Cultura dal Segretariato Regionale per il Piemonte e dal Polo Reale di Torino è organizzata dal Centre Pompidou di Parigi, 24 ORE Cultura — Gruppo 24 ORE e Arthemisia Group e curata da Cécile Debray, conservatore Centre Pompidou

Con 50 opere di Matisse e 47 di artisti a lui contemporanei quali Picasso, Renoir, Bonnard, Modigliani, Mirò, Derain, Braque, Marquet, Léger — tutte provenienti dal Centre Pompidou — la mostra Matisse e il suo tempo_ ospitata a Palazzo Chiablese di Torino sino al 15 maggio 2016 racconta la poetica del grande “maestro dei colori”_ le influenze nella produzione e l’esatto contesto delle amicizie e degli scambi artistici.

Grazie ai confronti l’esposizione permette di cogliere non solo le sottili influenze e le fonti comuni d’ispirazione, ma anche una sorta di “spirito del tempo” che unisce Matisse agli altri artisti durante il modernismo degli anni Quaranta e Cinquanta.
Opere di Matisse quali Icaro (della serie Jazz del 1947), Grande interno rosso (1948). Ragazza vestita di bianco, su fondo rosso (1946) sono messe a confronto con i quadri di Picasso, come Nudo con berretto turco (1955), di Braque_ Toeletta davanti alla finestra (1942), e di Léger, come 1l tempo libero — Omaggio a Louis David (1948-1949).

Dieci sezioni in mostra illustrano, secondo un percorso cronologico intercalato da approfondimenti tematici, le figure matissiane delle odalische — come in Odalisca con pantaloni rossi del 1921 -; la raffigurazione dell’atelier, soggetto ricorrente nell’opera di Matisse e in quadri stupefacenti a firma di Braque (L’Atelier IX, 1952-56) e Picasso. (Lo studio, 1955): l’opera e il percorso di Matisse dai suoi esordi con Gustave Moreau (1897-99) fino alla sua scomparsa negli anni Sessanta e alle ultime carte dipinte e ritagliate.

Matisse e il suo tempo

Illusion. Afarin Sajedi a Roma

In questa mostra di Afarin Sajedi il pubblico viene condotto e immerso nella surreale atmosfera delle nuove opere realizzate dall’artista. Il tema è l’illusione, da cui il titolo della mostra, raccontato attraverso cinque sconvolgenti tele di grande dimensione, che accolgono lo spettatore nella Red Hall delle Dorothy Circus Gallery.
Questi splendidi dipinti, sono caratterizzati da una figura femminile centrale che emerge da uno sfondo delicatamente colorato, spesso interrotto da elementi naturali che attraversano lo scenario. Le donne rappresentate si rivolgono alle identità umane, siano esse di sesso maschile o femminile. I volti delle donne spiccano dalla tele per comunicare direttamente con ogni osservatore; creano un silenzioso dialogo fatto di suggestioni ed emozioni, rivolto a scrutare e colpire lo sguardo attento delle persone che, stupite, ammireranno i suoi lavori. Nonostante apparentemente sommerse in un profondo mare di quiete, le donne dipinte da scuri pennelli, hanno l’intenzione di indagare l’animo umano, portando alla luce i temi legati sia a determinate realtà socio-politiche che all’esperienza delle emozioni più intime.
La parola chiave “illusione” si mescola alla parola “pace”, che va intesa non come la cessazione di ogni dolore, ma come un nuovo punto di vista dal quale l’atto di sognare e di amare acquista importanza, sprigionando queste due forze primarie che, secondo l’artista, dominano il mondo femminile. Tale costante può essere metaforicamente visualizzata in ciascuno di questi lavori, in cui ogni cosa è enigmatica, sospesa, indefinita, costantemente al limite tra realtà e immaginazione. L’illusione si riferisce anche al regno della magia, in cui l’atto del creare una realtà ingannevole può raggiungere un tale successo da generare un’utopia, nata dall’illusione stessa, in cui è facile rimanere intrappolati.
Mentre nella passata produzione artistica di Sajedi, i volti affioravano da uno sfondo profondo e scuro, descrivendone una forte sofferenza, ora le figure sono quiete e vestite con accessori che rimandano al Futurismo. Ancora una volta, gli elementi chiave sono ripetuti in tutti i dipinti, creando forti significati simbolici che generano una particolare atmosfera in cui le donne subiscono un’attento studio da diversi punti di vista.
La serie ha origine con un profilo, da cui spicca un pesce, usato come insolito e surreale copricapo; continua poi con la prima vista frontale, dove la donna sembra avvilita, con gli occhi chiusi, raccolta a meditare, coperta da un elmo che la protegge.
Questo elemento tiene la donna distaccata dal mondo esterno, così da poterle concedere di dedicare tutte le sue attenzioni esclusivamente al pesce, che ora si trova disteso proprio sotto il suo mento. Nella seconda visuale frontale, il volto si rivolge allo spettatore, fissandolo con il suo sguardo lucente, come per cercare qualcuno con cui comunicare. Tutto ad un tratto ecco che il pesce sparisce dalla scena, lasciandone pochi frammenti, e alla fine un taglio fotografico interrompe la serie mostrando la stessa donna in un posizione asimmetrica, coperta da un elmo che, prevalendo la composizione, la sovrasta. I suoi occhi sono coperti da curiosi occhiali da sole, che sembrano voler cessare il suo desiderio di confidarsi.
Insieme a queste grandi tele, Afarin Sajedi esporrà dei piccoli lavori che propongono un differente approccio alla sua produzione artistica. Influenzati dall’interesse dell’artista per l’arte classica e le illustrazioni, questi lavori percorrono un flusso narrativo, raccontando una storia che è più figurativa e meno evanescente agli occhi dell’osservatore. Più di un personaggio appare sulla scena, mentre la figura umana presentata è ambigua e delle volte sostituita da interi esseri animali o solo da alcune loro parti. Nuovamente, il pesce attrae l’attenzione come un riferimento simbolico che allude al flusso delle emozioni, che pulsano dentro le vibranti vene delle donne ritratte. I volti, interrogando gli osservatori, invitano a scoprire i significati più profondi di questa simbologia. I loro occhi sono quasi sempre chiusi, come ad evidenziare non solo lea privazioni che queste donne sono costrette a subire quotidianamente, ma anche la possibilità di osservare il mondo attraverso un “una propria visione” più intima e non necessariamente fisica. La loro esperienza e la loro abilità di percepire le emozioni, è ciò che le rende ai nostri occhi forti e estremamente affascinanti.

Fino al 28 Maggio 2016

link: Dorothy Circus Gallery

ingresso libero

Via dei Pettinari, 76 – Roma

William Kentridge. Triumphs and Laments: a project for Rome

La mostra “Triumphs and Laments: a project for Rome” di William Kentridge, promossa da Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con la Galleria Lia Rumma, rappresenta il culmine di una serie di iniziative artistiche e culturali che hanno legato la città di Roma al famosissimo artista d’origine sudafricana e che avranno anche come punto di arrivo il monumentale intervento sulla storia di Roma, da sempre fortemente voluto dall’Amministrazione Capitolina, che Kentridge ha iniziato a realizzare lo scorso 9 marzo, nel tratto fluviale compreso fra Ponte Sisto e Ponte Mazzini, e che è stato inaugurato il 21 e 22 aprile, in occasione del Natale di Roma.

L’esposizione, già annunciata da Kentridge stesso al MACRO nel mese di marzo 2015, è curata da Federica Pirani e Claudio Crescentini, sino al 2 ottobre 2016 e occuperà interamente le due Project Room del museo, esponendo oltre 80 opere con un allestimento ideato appositamente da Kentridge per il MACRO.

Saranno in mostra i bozzetti a carboncino delle figure ideate dall’artista per i muraglioni del Tevere, dove ricorre penetrante l’iconografia dell’arte antica romana così come immagini e storie dedotte dalla storia della Chiesa, fra le quali una struggente Santa Teresa d’Avila, fino al nostro contemporaneo rappresentato dalla grande e toccante installazione dedicata alla morte di Pier Paolo Pasolini, uno dei poeti e intellettuali più amati da Kentridge.
Oltre a queste opere, già in parte presentate alla Biennale di Venezia del 2015, verranno esposti una serie di disegni a inchiostro e a pastello inediti, realizzati appositamente per l’occasione dall’artista, e un grande fregio su carta, anche questo inedito, lungo oltre sei metri che riproduce proprio la totalità della sequenza delle monumentali figure realizzate dall’artista sull’argine del Tevere.
Saranno anche esposti alcuni ritagli di figure e oggetti, sempre inediti, che in seguito verranno adoperati come stendardi dai performer in occasione dell’evento musicale e teatrale, concepito da Kentridge in collaborazione con Philip Miller, che sarà rappresentato nel corso dei due giorni di inaugurazione e di cui le prove saranno realizzate direttamente presso gli spazi di MACRO Testaccio, gentilmente concessi dalla Sovrintendenza Capitolina per tale straordinaria occasione. Questi “cut out”, come li definisce l’artista, esposti al MACRO, saranno poi portati in processione durante la performance, entrando e uscendo dal museo per tale occasione.

Saranno inoltre trasmessi dei video preparatori del grande processo creativo messo in atto, ormai da anni dall’artista, basilari per capire l’evoluzione del progetto totale “Triumphs and Laments”.
Questo del resto è il modo scelto da Kentridge di confrontarsi con Roma, in maniera multidisciplinare e multimediale, dove l’arte e la cultura di uno dei più grandi artisti contemporanei dialoga e si confronta appunto con la grande storia millenaria dell’Urbe, le sue iconografie, i protagonisti, l’ambiente rivissuto e riletto con grande forza creativa e intellettuale.

Informazioni evento:
Data Fine: 02 ottobre 2016
Luogo: Roma, MACRO Museo d’Arte Contemporanea Roma
Orario: da martedì alla domenica ore 10.30-19.30, chiuso il lunedì
Telefono: 06 82077371
E-mail: stampa.macro@comune.roma.it
Sito web: http://www.museomacro.org

Dove:
MACRO Museo d’Arte Contemporanea Roma
Proprietà: Comune
Città: Roma
Indirizzo: Via Nizza, 138
CAP: 00100
Provincia: RM
Regione: Lazio
Telefono: 06671070400
Fax: 068554090
E-mail: macro@comune.roma.it
Sito web: http://www.macro.roma.museum

Fonte: www.beniculturali.it

Fonte: www.beniculturali.it

Highlights/Visions al MAXXI

La mostra attiva un dialogo tra opere selezionate di artisti e architetti italiani e internazionali presenti nella collezione del MAXXI intorno al tema della visione, quella capacità di osservare la realtà e trasfigurarla in una dimensione soggettiva. Percezioni, intuizioni e utopie, rappresentano gli strumenti con cui gli artisti ci propongono la loro concezione del mondo e le possibilità di cambiarlo.

Sou Fujimoto, Michelangelo Pistoletto, Paolo Soleri, Luca Vitone, Franz West e Chen Zhen traggono ispirazione da una continua necessità di trasformazione. Le loro poetiche seppur differenti, hanno in comune la tensione verso una realtà rinnovata, in cui natura e artificio convivono in armonia.

Il ciclo Highlights è un’occasione per attivare dialoghi tra opere selezionate di artisti e architetti, secondo percorsi tematici che costituiranno di volta in volta il fil-rouge dell’esposizione. Questa prima tappa, come visto, è dedicata alle visioni di artisti e architetti di fama internazionale. Per visione si intende la capacità di vedere la realtà oggettiva e trasfigurarla in una dimensione soggettiva: percezioni, intuizioni e utopie, rappresentano gli strumenti con cui gli artisti ci propongono la loro concezione del mondo e le possibilità di cambiarlo.

In particolare, gli artisti e gli architetti presenti in mostra traggono ispirazione da una continua e positiva esigenza di trasformazione. I loro punti di vista, le diverse filosofie alle quali attingono, siano esse orientali o occidentali, materialiste o spirituali, si fondono nel desiderio di ricongiungersi, attraverso la convivenza di “natura” e ”artificio”, con un rinnovato mondo reale, vissuto in piena armonia. Partendo da una percezione, gli artisti e gli architetti in mostra modificano il modo di vedere, sentire e interpretare la realtà, grazie al sostegno della scienza, della tecnologia, dell’arte, della cultura e della politica.

http://www.fondazionemaxxi.it/events/highlightsvisions/
Informazioni Evento:
Data Fine: 04 giugno 2016
Luogo: Roma, MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo
Orario: Dal martedì al venerdì 11.00-19.00; Sabato 11.00-22.00; Domenica 11.00-19.00
Chiuso: tutti i lunedì – 1 maggio – 25 dicembre
Telefono: 06 3201954
E-mail: info@fondazionemaxxi.it

Dove:
MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo
Proprietà: Fondazione
Città: Roma
Indirizzo: Via Guido Reni, 4/a
CAP: 00196
Provincia: RM
Regione: Lazio
Telefono: 063210181 –
Fax: 063211867
E-mail: info@fondazionemaxxi.it
Sito web: http://www.fondazionemaxxi.it

Morandi a vent’anni

Sino al 26 giugno sarà visitabile presso il Museo Morandi, all’interno della propria collezione, un focus su un periodo poco conosciuto del percorso artistico morandiano: con Morandi a vent’anni. Dipinti della Collezione Mattioli dal Guggenheim di Venezia vengono resi visibili per il pubblico quattro capolavori dell’artista bolognese, tutti datati tra il 1913 e il 1915, provenienti dalla importante collezione d’arte milanese di Gianni Mattioli, dal 1997 in deposito a lungo termine presso la Peggy Guggenheim Collection di Venezia per volontà della figlia Laura Mattioli Rossi.

Accanto ai quadri Mattioli vengono esposte alcune opere giovanili di Morandi meno note al grande pubblico: due studi di accademia, alcuni ritratti della sorella Dina, l’unica composizione futurista del 1915 e quella cubista dello stesso anno.
Completano la sala tre preziosi disegni del 1919-20, di raro valore documentario, che corrispondono a tre dipinti fondamentali della sua importante stagione metafisica.

Le opere in mostra sono il frutto di due indagini diverse, svolte in luoghi distanti sia fisicamente che concettualmente. Da una parte lo studio di Giorgio Morandi in via Fondazza, luogo intimo e raccolto, custode del mistero della sua poetica e dall’altra le Piramidi d’Egitto, imponenti e maestose architetture funerarie, custodi dei più grandi misteri delle civiltà passate.

Scrive Enrico Giustacchini che «nel 1911, Giorgio Morandi ha ventun anni ed è innamorato di Cézanne. Condivide, certo, quanto va scrivendo al tempo Ardengo Soffici; e cioè che al francese si deve “lo sforzo gigantesco di sintetizzare in tutto il senso del volume e della luminosità, il cui risultato è stato un’opera la quale, riunendo in sé il buono delle nuove ricerche e quello tratto dagli insegnamenti del passato, inizia una rinascenza pittorica, e metterà le generazioni future sulla strada di un classicismo vero, eterno: quello di Masaccio, di Tintoretto, di Rembrandt, di Goya”».

«E’ lecito credere – prosegue Giustacchini – che il giovanotto bolognese abbia meditato a lungo su queste parole. Sappiamo che nel 1910 era stato a Firenze, a studiare Masaccio, appunto, e Giotto, e Paolo Uccello. Perché stupirsi allora se in uno dei suoi primi quadri conosciuti, un Paesaggio eseguito in quel 1911, spoglio e rinserrato, stagliato, per dirla con Cesare Brandi, “contro un cielo vasto di solitudine senza approdo”, sia debitore a Giotto non meno che a Cézanne?
Morandi non dimenticherà mai la lezione dei grandi maestri antichi. Eppure gli anni a venire saranno anni ricchi di esperienze, febbrili ed inquieti, aperti alle mille sollecitazioni dell’arte – inquieta e febbrile – del suo tempo. Come ricorda in queste stesse pagine Flavio Caroli, in un decennio egli “cambia stile cinque volte; e sempre su posizioni di avanguardia”.
Cambia stile, cambia modelli di riferimento: ma invariabilmente a modo suo. Nel 1913 rivela di non essere insensibile al Futurismo. Esiste oggi, di fatto, una sola opera che testimonia tale incontro: una Natura morta di vetri (collezione Schweiller). “La moltiplicazione dei piani spaziali e delle direttrici compositive – osserva in proposito Pier Giovanni Castagnoli -, la tendenza a una compenetrazione dei piani plastici, la spinta dinamica impressa alle forme costituiscono altrettanti referti, chiaramente leggibili nel dipinto, di uno spostamento dell’attenzione di Morandi verso le proposte che andavano formulando le ricerche del Futurismo, che il pittore già conosceva, ancora prima di avere cognizione diretta delle opere realizzate in seno al movimento, viste per la prima volta, nel gennaio 1914, alla selezione presentata da Lacerba a Firenze”».

(tratto da http://www.stilearte.it/al-cuore-delle-cose/)

La mostra si svolge in concomitanza al MAMbo.

Museo Morandi
via Fondazza 36 40125 Bologna
Ingresso gratuito – Solo su prenotazione

Morandi_undo.net

Morandi_undo.net

Creatures in Recent Slovenian Sculpture

La mostra Creatures in Recent Slovenian Sculpture è una collaborazione tra la Maribor Art Gallery, la Lojze Spacal Gallery Štanjel, il Gorenjska Museum, i vincitori del premio Prešeren Gallery Kranj, e il Ljubljana Fine Artists Society.

Inizialmente la mostra sarebbe dovuta essere incentrata sulla raffigurazioni di animali, non sulle creature, difatti il menù espositivo prevede scimmie, insetti, cani, pesci, pipistrelli, un ghepardo, un corvo, un polipo, un maiale, e altri animali partoriti dall’ambiente naturale in generale. Il loro mondo si fonde con il mondo delle creature irriconoscibili che non hanno alcun collegamento con la fauna esistente – come di fatto sembrano, a prima vista, non avere alcun senso molti degli oggetti esposti. In questa mostra la natura è un mondo a parte: le opere sono principalmente portatori di vari stati d’animo, di idee, di interpretazioni moralistiche, di archetipi e di fantasia.

A causa di questo intreccio, il curatore della mostra Lev Menaše ha osservato che l’esposizione si trasforma in una competizione unica tra darwinismo e creazionismo. Il darwinismo insegna “che tutte le specie originariamente derivano da forme parentali, con variazioni, a seconda della selezione naturale degli individui più adatti a riprodurre le loro specie”, mentre il creazionismo ci dice “che la materia e tutte le cose come attualmente esistono provengono dal Creatore onnipotente e non sono state formate e sviluppate gradualmente dalla natura”.

Così, il dott. Menaše dichiara che: «non è difficile indovinare quale insegnamento abbia prevalso nella mostra, la conclusione è ovvia: in relazione all’arte, Darwin aveva torto poiché l’arte è sempre stata dominata dal Creatore Onnipotente che continua a dominarla nel presente».

Io preferirei non prendere in causa alcuna divinità, perché credo negli uomini, e quindi cito un uomo: «bisogna avere un grande caos dentro di sé per generare una stella danzante».

Info: http://www.ugm.si/en/

Curator: dr. Lev Menaše

Artists: Mirsad Begić, Janez Boljka, Mirko Bratuša, Jakov Brdar, Dragica Čadež, Peter Černe, Natalija R. Črnčec, Polona Demšar, Stane Jagodič, Viljem Jakopin, Matic Jelčič Kürner, Barbara Jurkovšek, Marko A. Kovačič, Nina Koželj, Damijan Kracina, France Kralj, Erik Lovko, Vladimir Makuc, Iztok Maroh, Marija Prelog, Boštjan Putrich, Saba Skaberne, Mojca Smerdu, Zoran Srdić Janežič, Jože Šubic, Drago Tršar, Klavdij Tutta, Lujo Vodopivec, Jožef Vrščaj

Professional Advisor: Simona Šuc

Participating Institutions: Maribor Art Gallery, Lojze Spacal Gallery Štanjel, Gorenjska Museum, Galerija Prešeren Award Winners Gallery Kranj, Ljubljana Fine Artists Society.

Francesco Vezzoli. Museion Bolzano

Francesco Vezzoli, tra gli artisti italiani più affermati a livello internazionale, cura, in veste di guest curator, una mostra sulla collezione del museo e presenta, come artista, la prima retrospettiva della sua produzione scultoria. A Museo Museion -questo il titolo del progetto – saranno dedicati tutti gli spazi della casa. La doppia mostra si apre con uno scenografico wall paper da un dipinto dell’artista Giovanni Paolo Pannini, che immerge il pianoterra di Museion nelle atmosfere di una galleria di quadri settecentesca. Che si tratti dei ricami sui capolavori astratti o delle più recenti sculture antiche policrome del “Teatro Romano” (MoMAPS1, New York 2015), Vezzoli ha sempre intessuto un dialogo forte e irriverente con la storia – dell’antichità, del cinema, delle immagini, del potere.
Con un sapiente impiego di espedienti retorici come l’antitesi e l’iperbole, attraverso slittamenti semantici e temporali, nelle sue opere l’”anarchico” Vezzoli scardina sistemi di valori inveterati. Questo approccio si riflette anche nelle mostre per il museo di Bolzano. In un cortocircuito storico-artistico, l’artista rilegge una parte della collezione Museion mettendola in dialogo con i capolavori della storia dell’arte occidentale, conservati in musei europei e americani. Le cornici di celebri quadri di Michelangelo, Raffaello, Caravaggio, Ingres e molti altri, saranno dipinte a trompe – l’œil intorno alle opere della collezione Museion.
Nella selezione Vezzoli ha posto una particolare attenzione a lavori minori e poco esposti delle raccolte museali. La mostra, che presenta trenta opere tra dipinti, fotografie e installazioni, è scandita in un percorso tematico attraverso i generi classici – ritratto, autoritratto, natura morta, paesaggio, etc. In ogni sezione sono presenti anche opere dello stesso Vezzoli; gli spazi della Collezione studio ospitano una speciale sezione dedicata alla grafica. Il gioco di associazioni e decostruzioni tra epoche e linguaggi diversi si riflette anche nella mostra delle sculture.
Reperti antichi, messi in dialogo con nuove produzioni dell’artista, sfilano su una scenografica pedana negli ampi spazi del quarto piano. Il tocco ironico e spiazzante di Vezzoli prende forma in rielaborazioni critiche e ludiche della tradizione classica romana del ritratto, come nella statua autoritratto “Antique not Antique: Self-portrait as a Crying Roman Togatus” (2012) o nella rivisitazione di un fatto noto della mitologia, come nel gruppo Metamorfosi (Self-Portrait as Apollo killing the Satyr Marsyas) (2015). Interventi giocosi e guizzanti, basati però su solidi fondamenti scientifici. Così avviene, ad esempio, con i busti di marmo della serie “True Colors” dei primi secoli dopo Cristo, a cui Vezzoli ha restituito la policromia basandosi su consulenze archeologiche e studi scientifici inconfutabili. L’estro dell’artista non si rivolge solo a soggetti dell’antichità, ma anche a capolavori moderni e miti contemporanei, come la figura dell’attrice Sofia Loren, trasformata in una musa di de Chirico. È parte della mostra di sculture anche una nuova opera creata per l’occasione.

“Per Francesco Vezzoli non si tratta di scegliere tra una modalità canonica e una modalità eccentrica di narrare la storia dell’arte, ma piuttosto di aprirsi a una molteplicità di mondi e storie dell’arte, in una dialettica continua. Per il visitatore di Museo Museion il percorso di mostra prende forma in un’unica, grande installazione”- così Letizia Ragaglia, direttrice di Museion.

Fino al 16 Maggio 2016

Museion

Da martedì a domenica: 10.00 – 18.00
Giovedì: 10.00 – 22.00 / Ingresso libero: 18.00 – 22.00 / Visita guidata gratuita: 19.00
Lunedì chiuso

Euro 7,00            intero
Euro 3,50            ridotto (over 60, Tourist Card, Guest Card, Kulturpass, studenti, ecc.)

Piazza Piero Siena 1, Bolzano

Migrazioni. Liu Xiaodong

Liu Xiaodong è celebre per uno stile pittorico molto personale in bilico tra pittura di storia e cronaca del mondo contemporaneo. Momenti apparentemente banali o eventi quotidiani assumono nella sua arte un’epica monumentalità con le grandi tele che diventano fotogrammi di luoghi del mondo segnati da conflitti o tensioni sociali e umane. Attraverso una pittura sintetica ed estremamente controllata, ma allo stesso tempo emotiva e carica di materia pittorica, i quadri di Xiaodong riproducono immagini di vita vissuta, quasi sempre scene all’aperto, abitate da uomini e donne che popolano campagne o città in cui il pittore ha scelto di trascorrere un periodo di tempo. Fondamentale nel suo processo creativo è l’utilizzo della fotografia, utilizzata come strumento di osservazione e modello per la pittura, ma anche come oggetto artistico da esporre insieme ai dipinti e agli schizzi preparatori, testimoniando un’urgenza di interconnessione tra tecniche artistiche e realtà culturali diverse.

“La migrazione è sempre stata e sempre sarà un fenomeno ineludibile del genere umano – dice l’artista – dal passato più remoto sino al futuro. Il desiderio di trovare un posto migliore, una vita più perfetta, è intrinseco nell’uomo. Le migrazioni sono colme di speranze ed energie e gravate da ansie e perdite. “

All’origine del progetto per Palazzo Strozzi c’è il particolare interesse dell’artista per la comunità cinese di Prato, la più popolosa d’Italia e una delle più importanti di Europa, ormai arrivata quasi alla terza generazione. Infine, oltre ad altri luoghi intorno a Firenze dove la popolazione cinese è più diffusa, come San Donnino e Osmannoro, l’artista si è confrontato con il paesaggio classico toscano, dalle colline del Chianti fiorentino e senese. Ispirandosi a questi luoghi ha deciso di realizzare alcune pitture di paesaggio rappresentanti la Toscana “sognata” e “da cartolina” della Val d’Orcia e delle crete senesi. La mostra a Palazzo Strozzi diviene inoltre l’occasione per una riflessione sulla migrazione dei popoli e il loro rapporto con nuovi territori e ambienti fisici, geografici e culturali, in riferimento anche ai fatti recenti di crisi ai confini dell’Europa, che lo stesso Xiaodong ha visitato a Bodrum in Turchia e a Kos in Grecia.

“Credo che il problema e l’angoscia che affliggono l’Europa siano legati alla necessità di trovare un modo per preservare le tradizioni della sua società e insieme gestire le difficoltà scaturite dalla convivenza nel continente di una moltitudine di persone delle culture più disparate. – prosegue Xiaodong – È qualcosa di analogo alla mia curiosità e apprensione verso il cambiamento, quando so che potrebbe essere un bene ma al contempo ho paura che minaccerà il mio vecchio stile di vita.
I miei genitori invecchiano e muoiono, mia figlia cresce e affronterà problemi e pericoli di ogni sorta. Sono molto angosciato. Non posso fare altro che dipingerli. Dipingere ciò che vedo. Ma in una società in mutamento non vi è un’unica soluzione, un’unica risposta per placare quest’angoscia. L’Europa ed io siamo entrambi legati alle nostre angosce.”

Fino al 19 Giugno 2016

link: Palazzo Strozzi

Tutti i giorni inclusi i festivi 10.00-20.00
Giovedì 10.00-23.00

intero €6
ridotto €5

Piazza Strozzi, Firenze

Slavko Tihec e l’emergere della forma

E’ agli sgoccioli la mostra dedicata allo scultore Slavko Tihec presso la Maribor Art Gallery in Slovenia. L’esposizione è composta prevalentemente da disegni, schizzi e fotografie, ma anche se la maggior parte del materiale è di tipo documentario e solo parzialmente si interfaccia con il percorso creativo e innovativo dell’artista, questa recente acquisizione offre una preziosa analisi sul processo creativo dell’artista sloveno, in particolare sull’emergere di impegnativi progetti scultorei.

La storia è basata su documenti fotografici raccolti accuratamente (oltre 200 negativi) e bozzetti originali, delineati a matita o pennarello.

Il progetto espositivo, reso possibile grazie alla collaborazione curatoriale di Breda Ilich Klančnik, è considerato dalla popolazione e dagli addetti ai lavori l’occasione per riflettere sulla tutela e il destino dei monumenti pubblici sloveni.

Tihec è l’espressione del suo popolo, trasuda una sommessa cultura slava. Sintomatico di ciò è il suo monumento alla liberazione del popolo di Yugoslavia del 1975, che rende omaggio alle persone uccise dai nazisti per insorgere contro l’occupazione.

Una identità chiara, percepibile in ogni angolo di Maribor, che cozza con il Massacro di Bleiburg e con le stragi titine, ma che trova ancora nel post comunismo il cemento di identificazione nazionale.

Marisa e Mario Merz al Macro. Roma

Marisa e Mario Merz sono due tra i più significativi protagonisti della storia dell’arte del Novecento. Durante la loro carriera, partita all’interno dell’esperienza dell’Arte Povera, non hanno mai separato la vita quotidiana dalla creazione artistica, all’insegna di un connubio alimentato da una strettissima relazione e un continuo scambio intellettuale, pur nella distinzione netta del proprio lavoro individuale.
Il loro rapporto, durato oltre cinquant’anni, ha permesso la nascita di alcune opere realizzate a quattro mani, come alcuni tavoli di Mario Merz presenti in questa mostra, che dialogano con sculture, teste o installazioni in cera, di Marisa, nel segno di una collaborazione che è stata costante, anche se non sempre dichiarata.
La mostra partirà proprio da queste esperienze, con una particolare attenzione al legame che i due artisti hanno stretto con Roma. La spirale di Mario Merz progettata per i Fori Imperiali nel 2003 sarà esposta su una parete del MACRO, per la prima volta in quella posizione verticale per cui era stata inizialmente pensata dall’artista.
Roma sarà protagonista del percorso all’interno del lavoro di Marisa Merz, che tra gli anni Sessanta e Settanta realizza diversi progetti nella Capitale: da mostre personali presso la Galleria L’Attico di Fabio Sargentini (1970 e 1975) all’azione avvenuta presso l’Aeroporto dell’Urbe nel 1970. L’intera esperienza romana di Marisa Merz sarà presentata in mostra attraverso una testimonianza fotografica di Claudio Abate, che ne ha documentato le esposizioni e le azioni.
La mostra coinvolgerà l’intero orizzonte creativo di Marisa: dai suoi “ricami” in filo di rame alle sculture in nylon, fino alle installazioni che prevedono l’uso della cera. Il mondo della Merz sarà scandagliato in ogni sua espressione, nel tentativo di restituire il suo carattere asistematico, eppure estremamente coerente. In questo senso, ruolo fondamentale avrà la sezione dedicata alla pittura, nella quale saranno presentati dipinti realizzati negli ultimi anni, nel segno di una creatività inesauribile dove trova spazio l’uso dei materiali più diversi: dall’acrilico alla plastica, dalla carta al metallo.
Giunta alla soglia dei novant’anni, Marisa Merz dimostra ancora una straordinaria energia creativa, che la vede ogni giorno impegnata nel suo lavoro. Da opere di grandi dimensioni a progetti “da camera”, il linguaggio dell’artista resta estremamente vitale e lungimirante.

Fino al 12 Giugno 2016

link: Macro Roma

da martedì alla domenica ore 10.30-19.30
lunedì chiuso

Tariffa intera: non residenti 13,50 €, residenti 12,50 €
Tariffa ridotta: non residenti 11,50 €, residenti 10,50 €