Meredith Monk – ‘I Believe in the Healing Power of Art’ | TateShots

TATE visits performance artist Meredith Monk in her New York City studio.

Meredith Monk is an American composer, performer, film-maker and interdisciplinary artist.. She is primarily known for her vocal innovations. Monk’s performances have influenced many artists, including Bruce Nauman, whom she met in San Francisco in 1968. She is the subject of an iconic photograph by Robert Mapplethorpe shot in 1985.

#MAXXI | Orme I e Orme II di Alighiero Boetti

Al #MAXXI lo storico e critico d’arte Stefano Chiodi ci porta alla scoperta di due opere di Alighiero Boetti, “Orme I” e “Orme II”, insieme a Bartolomeo Pietromarchi, direttore MAXXI Arte.

 

Intervista al filosofo Diego Fusaro

Di seguito la trascrizione dell’intervista effettuata dal direttore di Artecracy.eu, Stefano Cariello, a Diego Fusaro, filosofo e saggista torinese, delfino di Costanzo Preve e studioso, tra gli altri, di Baruch Spinoza, Karl Marx, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Johann Gottlieb Fichte, Antonio Gramsci e Giovanni Gentile. Si tratta, in realtà, di una trascrizione parafrasata, sulla base degli argomenti trattati anche fuori onda.

Benvenuto alla WEB TV di Artecracy, Diego. La materia filosofia sembrerebbe distante da quella dell’arte, in realtà si tratta di argomenti affini, spesso paralleli, si pensi all’influenza che ha avuto la filosofia sull’arte dal Rinascimento sino al Novecento, persino alla materia Estetica insegnata nei corsi di laurea in Storia dell’Arte di molte Università. Ecco, una domanda semplice per una risposta, in realtà, assai difficile: qual è il tuo concetto di arte? Cos’è l’arte?

E’ evidentemente difficilissimo rispondere ad una domanda come questa. Ridotta al nucleo fondamentale direi che è il tentativo di cogliere l’assoluto mediante forme sensibili, quindi il soggetto è essenzialmente il medesimo rispetto alla filosofia ed alla religione, ma diverso è lo strumento di cui l’arte si avvale. L’arte si avvale di strumenti sensibili, dall’architettura alla scultura, sino alla musica stessa, ed utilizza il sensibile per cogliere l’assoluto. Questa è la definizione che nell’essenziale fornì Hegel. Se volessimo utilizzare un’altra definizione storica, per così dire, potremmo utilizzare quella di Giovanni Gentile: «l’arte è il momento soggettivo, laddove la religione è il momento oggettivo e quello filosofico è il momento soggetto-oggettivo». L’arte coglie la verità dal punto di vista del soggetto. Il soggetto, dice Gentile nella filosofia dell’arte: «brucia tutto nella propria soggettività mediante l’opera d’arte», perché effettivamente l’arte è essenzialmente il modo mediante il quale il soggetto trasfigura la realtà, la verità, in forme, appunto, artistiche.

Invece cosa ne pensi del mercato dell’arte? Di questo “mostro”, visto come tale dai più, ma che potrebbe invece avere anche qualcosa di positivo. Hai un idea a riguardo?

L’arte, in quanto legata alla verità, come dicevamo prima, è qualcosa di strutturalmente altro rispetto al mercato. Quindi il mercato dell’arte è, da un certo punto di vista, non dico un ossimoro ma sicuramente un unione stridente tra due realtà strutturalmente diverse tra loro. Tanto più se si ragiona in riferimento al nostro presente, che è in qualche modo il tempo del mercato assoluto in cui tutte le realtà vengono mercificate e valorizzate unicamente in riferimento al mercato. Questa è la nostra epoca, in cui la stessa opera d’arte ha tanto valore quanto è il suo valore sul mercato. Come emergeva molto bene in forma plastica in un film di alcuni anni or sono chiamato “La migliore offerta” (modifica del titolo a cura del redattore) che racconta di un ricco collezionista che acquistava quadri per poi tenerli chiusi nel caveau. L’opera d’arte qui diviene il bene privato del consumatore, dell’acquirente, che poi priva l’opera d’arte dallo sguardo altrui.

Un noto giornale di arte contemporanea on line ti ha attaccato in un articolo, definendoti un populista e non solo, come rispondi a riguardo?

Diceva Marx nel Capitale «sarà per me benvenuto ogni giudizio di critica scientifica», dunque io amo rispondere ai giudizi di critica scientifica ed evito accuratamente di rispondere agli insulti, ai vituperi, alle offese, alle calunnie, quindi facendo mio questo aureo principio marxiano evidentemente non voglio rispondere a queste accuse.

Fusaro parla del presente, della società, del mondo che ci circonda, ed essendo anche giovane non è esente dall’utilizzo di strumenti pratici e moderni come i social, da qui si può trarre, ad ulteriore riprova di quanto asserito sopra che:

«Agli imbecilli che vanno in giro sostenendo che il sottoscritto è fascista, leghista, stalinista, rossobruno, ecc., dico non solo che non sono nessuna di queste cose (il che è ovvio per chiunque mi abbia letto): dico anche che è troppo facile insultare, giacché in tal maniera si è dispensati dalla fatica del confutare argomentativamente».

La redazione di Artecracy.eu, sempre aperta al confronto dialogico che fu di Socrate, ha innalzato la weltanschauung, la visione del mondo, ha componente essenziale dell’arte, tanto da realizzare una vera e propria rubrica a riguardo.

Vi aspettiamo per un nuovo confronto con la WEB TV di Artecracy.

Marina Abramovic e Ulay. Due corpi nudi per la performance Imponderabilia

Il corpo non è solo lo strumento per eccellenza attraverso il quale l’uomo riesce a esprimere i propri sentimenti, il corpo è il mezzo attraverso il quale numerosi artisti hanno deciso di affrontare temi differenti, presentandoli al pubblico attraverso un’ottica nuova, originale e moderna.

Tornando indietro di qualche decennio è possibile esaminare come negli anni ’70 la nudità del corpo umano fosse considerata un tabù, l’esser nudi provocava disagio fra i membri della società, era un oltraggio al pudore, uno scandalo per la pia morale cattolica.

Marina Abramovic ha affrontato tale questione attraverso la performace Imponderabilia, un’esibizione del 1977 realizzata presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna insieme al proprio compagno, l’artista tedesco Frank Uwe Laysiepen, meglio noto con l’appellativo di Ulay.

Si tratta della messa in scena di due corpi completamente nudi, posti uno di fronte all’altro in uno spazio stretto. Qual è però la particolarità della performance? Se il corpo nudo crea imbarazzo, scandalo, perché non viene semplicemente ignorato dal pubblico? Non è possibile far finta che i corpi dei due artisti non esistano, per entrare nel museo il pubblico è obbligato a oltrepassare i due corpi e trattandosi di uno spazio strettissimo non c’è la possibilità di passare dritti, senza interagire con i corpi estranei, i visitatori sono costretti a rivolgersi verso Marina Abramovic o in direzione di Ulay.

E’ la psicologia dell’individuo ad entrare in gioco nella performace: verso quale corpo si volgerà il pubblico? E’ il corpo femminile o quello maschile a creare minor turbamento? La nudità provoca disagio, perciò per molti individui dover operare una scelta diventa una vera e propria sfida. Non sono gli artisti a sentirsi in imbarazzo, essi hanno trasferito tale sensazione al pubblico, il quale deve fare i conti con le proprie emozioni e istinti, affronta il tabù ed entra letteralmente in contatto con esso, diventando così parte integrante della performance artistica.

 

Conferenza Artecracy.eu – Lo stato dell’Arte

Quando oggi ci si appresta a visitare una mostra d’arte contemporanea non si è più certi di cosa effettivamente si vada a vedere, né di quale sia l’intento dell’artista nella composizione dell’opera o quale sia il messaggio eventuale sotteso.

Per poterci formare un’idea autonoma circa l’arte contemporanea non possiamo però prescindere da una conoscenza basilare di come le forme dell’arte si siano evolute e trasformate nel corso dell’ultimo secolo. L’arte è un linguaggio: così come non si può pretendere di analizzare un testo in una data lingua adottando la grammatica di un’altra, non possiamo evitare di possedere un vocabolario aggiornato dell’arte per comprendere l’arte contemporanea.

Il primo e il miglior modo per conoscere consiste nel guardarsi intorno senza pregiudizi o timori, concedendosi il giusto tempo per porgersi dei quesiti e cercare di darsi una risposta o, in seconda istanza, andare a cercarla in un libro, in una rivista o sulla rete. Approcciandosi all’arte contemporanea non si dovrebbe avere l’idea che tutto ciò che vediamo debba necessariamente piacerci o emozionarci. Non è così neanche per l’arte tradizionale, quindi è normale che alcune opere ci comunichino qualcosa in più rispetto ad altre.

La vastità della produzione attuale di opere può essere scoraggiante, bombardati come siamo da immagini e spot. Nella quantità la qualità scarseggia ma allo stesso tempo i temi trattati sono così vari che è difficile non trovare delle opere che intercettino i nostri interessi. Nelle pagine che seguono si propone una selezione delle diverse pratiche che compongono l’intricato e complesso insieme di ciò che oggi è arte.

Pubblichiamo il video della conferenza “Lo stato dell’Arte” che si è tenuta alla Mediateca del Mediterraneo (MEM) di Cagliari il 2 settembre 2016, realizzata dallo staff di Artecracy.eu in collaborazione con l’associazione culturale Artecrazia e con il contributo dell’Univesità degli Studi di Cagliari e dell’Ente Regionale per il diritto allo Studio Universitario.

Chi volesse, invece, ricevere gratuitamente l’ebook “LO STATO DELL’ARTE. COS’È ARTE OGGI” è pregato di contattarci tramite il format CONTACTS specificando di volere il libro digitale in questione tramite email.

Marzio La Condanna

Un’estate al Palazzo Grassi e a Punta della Dogana

Palazzo Grassi e Punta della Dogana invitano ad approfittare delle visite guidate gratuite e della presenza dei mediatori culturali alle mostre “Sigmar Polke” e “Accrochage”, aperte tutta l’estate.

Ogni sabato due visite guidate gratuite delle mostre sono proposte ai visitatori: alle ore 15 visita di “Sigmar Polke” a Palazzo Grassi; alle ore 16.30 visita di “Accrochage” a Punta della Dogana.

Inoltre, a Punta della Dogana i mediatori culturali dell’Università Ca’ Foscari sono presenti tutti i giorni dalle 10 alle 17 per accogliere i visitatori e rispondere alle loro domande.
Ogni giorno alle 11.30 e alle 15 propongono ai visitatori di Punta della Dogana un approfondimento su un artista o su un’opera in mostra.

Ingresso gratuito ogni mercoledì per i residenti nella città di Venezia e per gli studenti iscritti all’Università Ca’ Foscari, all’Università Iuav e all’Accademia di Belle Arti di Venezia.

http://www.palazzograssi.it/it/mostre/in-corso/sigmar-polke/

 

http://www.palazzograssi.it/it/mostre/in-corso/accrochage/

 

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Garry Winogrand. Women (are beautiful) al MAN

La grande fotografia torna al MAN. A un anno dalla mostra di Vivian Maier, il Museo della Provincia di Nuoro annuncia l’imminente apertura di un nuovo progetto espositivo dedicato a Garry Winogrand, padre della street photography.

Negli ultimi anni il lavoro di Winogrand (1928-1984) è stato in più occasioni accostato a quello di Vivian Maier. Anche lui, come l’ormai celebre tata fotografa, operò nelle strade di New York a partire dai primi anni Sessanta, portando avanti un lavoro capillare e ossessivo di reportage.

Winogrand è stato uno dei più importanti cronisti della società americana, oltre che uno dei più celebri fotografi internazionali degli anni Sessanta e Settanta. Il suo sguardo sulle abitudini dei cittadini statunitensi, apparentemente distratto, quasi casuale, spesso ironico, fu influenzato soprattutto dalla fotografia sociale di Robert Frank e Walker Evans, che reinterpretò in una forma nuova e radicale.

Winogrand individuò negli anonimi abitanti delle città americane il soggetto ideale per dare corpo alla propria visione del mondo, raccontando storie laterali, prive di copione o colpi di scena, catturate sempre in luoghi pubblici: nei parchi, allo zoo, nei centri commerciali, nei musei, negli aeroporti, oppure in occasione di manifestazioni politiche ed eventi sportivi.

La sua tecnica si contraddistingue per l’utilizzo di obiettivi grandangolari. I tanti provini giunti sino a noi dimostrano come Winogrand ricercasse volontariamente la presenza di uno spazio esterno al soggetto, spesso forzando l’inclinazione della macchina fotografica. Com’è stato scritto in più occasioni, sarebbe sbagliato liquidare questi sfondi come elementi secondari, come un “rumore” visivo irrilevante. Secondo l’originale visione di Winogrand, i dettagli esterni, inclusi nella cornice della fotografia, contribuivano invece ad accrescere la forza e il significato del soggetto ritratto.

La mostra al MAN, a cura di Lola Garrido, realizzata in collaborazione con diChroma Photography, presenta, per la prima volta in Italia, la collezione completa delle fotografie che, nel 1975, andarono a comporre il celebre volume “Women are Beautiful”, divenuto oggi un oggetto di culto. Immagini istantanee, qui proposte attraverso una serie di stampe originali, che celebrano la figura femminile con uno sguardo autentico, in cui si mescolano ammirazione e ironia, venerazione e sarcasmo.

Un lavoro per molti aspetti controverso, parallelo a quello dei poeti della Beat Generation, a cui non furono risparmiate pesanti critiche. Se infatti agli occhi di alcuni interpreti le fotografie apparirono come una gioiosa riflessione sull’emancipazione della donna e sulla sensualità, altri – per la presenza di figure formose, in abiti sbracciati o minigonne, o per l’indugiare dello sguardo di Winogrand sui seni e i fondoschiena – le avvertirono invece come l’espressione contorta di una visione maschilista e misogina.

Ciò che appare evidente è che non si tratta di una riflessione superficiale sui nuovi concetti di bellezza, ma piuttosto di una descrizione delle conseguenze sociali della controcultura americana, oltre che di una dichiarazione di sostegno ai diritti e alla libertà delle donne in un momento in cui il conservatorismo puritano sembrava volere rimettere in discussione alcune delle più importanti conquiste del dopoguerra.Il noto fotografo Joel Meyerowitz, ha parlato di “un urto e un abbraccio allo stesso tempo: lui è una contraddizione e le immagini sono contraddittorie”.

Garry Winogrand. Women (are beautiful)

Garry Winogrand. Women (are beautiful)

Arte insignificante. Yayoi Kusama

Yayoi Kusama è un’icona dell’artworld che ha fatto delle proprie ossessioni un brand immediatamente riconoscibile.
La ripetizione infinita di un unico segno, il punto, l’ha portata a raggiungere il suo sogno. Il suo scopo dichiarato non è mai stato quello di una ricerca personale o artistica bensì essere un’artista riconosciuta internazionalmente. Il fine della sua attività dunque non è dire qualcosa ma diventare qualcuno.

Guardando le sue opere è evidente la mancanza di un messaggio che vada al di là della decorazione giocosa. Ciò che è più interessante è proprio la persona o meglio il personaggio che, come possiamo apprezzare nel video, non cala la maschera neanche alla sua età avanzata e in condizioni di degenza psichiatrica. Personaggio ben confezionato che sembra in tutto e per tutto predecessore dei vip da reality show che a tutti i costi vogliono entrare a far parte di una cerchia ristretta. Non per poter assecondare una sincera inclinazione, pur non avendone le capacità adeguate, ma per ottenere uno status che gli faccia emergere dalla scomoda condizione della normalità.

Nel caso di Kusama l’inadeguatezza è nella sostanza mentre è invece invidiabile come ancora oggi la sua mano sia ben ferma nel disegnare senza alcuna esitazione.
Non stupisce dunque che la sua fortuna sia iniziata sotto la protezione del nume tutelare Andy Wharol, propagandatore di vacuità e condonatore di superficialità.

Kusama è l’incarnazione dell’immagine dell’artista pazzo, eccentrico e fuori dalla realtà. Figura esemplare di quell’idea di ispirazione come forza esterna che rapisce, nei confronti della quale si è succubi impotenti, che toglie il sonno e la facoltà di riflettere.
È una visione del processo creativo romantica e favolistica che mai ha avuto a che fare con l’arte, sempre bisognosa di un processo di razionalizzazione e produzione tecnica.
È invece banale strumento di chi vorrebbe spiegare l’arte senza avere, e a chi non ha, i mezzi intellettuali per comprenderla. È sempre facile spiegare qualcosa che non si conosce addebitandola a un intervento invisibile, che arriva da non si sa dove e per non si sa quale ragione.

Queste sono le figure eroiche contemporanee, che sfidano le difficoltà per fare l’unica cosa che vogliono fare e che, forse, sono in grado di fare. Non per uno scopo esterno alla propria persona o più alto dei propri piccoli interessi ma per esclusiva soddisfazione delle proprie voglie.
In questo Kusama riesce a rappresentare qualcosa oltre all’immediatamente visibile, non con i suoi pois stesi ovunque abbia il capriccio di posare il pennello bensì con la sua stessa vita. È perfetta raffigurazione della ricerca della fama che pervade la nostra società, con le sue parti di luce e quelle d’ombra. Eroe individualista che a nulla tiene se non alla sua stessa immagine pubblica.

Nessun “Dubbio”: una mostra inconsistente. Carsten Holler

La mostra di Carsten Holler a Milano allestisce all’interno dell’ampio e austero spazio del  Pirelli Hangar Bicocca una sorta di tetro Luna Park per adulti, una scenografia perfetta per una serie tv a sfondo horror, dove alla fine nulla accade.

Il titolo della mostra – “Doubt” – suggerisce l’interpretazione chiave per questo percorso di opere di grande formato. E’ un lavoro sensoriale ed esperienziale quello di Holler che ha l’intenzione di far dubitare delle proprie percezioni fisiche e spaziali. Strumenti di questo inganno dei sensi sono il buio, gli specchi, la luce a neon e due giostre da festa di paese. Un Luna Park per l’appunto, al chiuso di una ex fabbrica senza stelle in cielo e senza zucchero filato.

I dubbi che Holler vuole instillare in chi si confronta con i suoi lavori sono puramente materiali, non c’è nessun tipo di rimando a qualcosa che non siano le opere stesse, nessuno spunto di riflessione più ampio. Ciò che attende il visitatore sono ingombranti e poco originali giochini che intrattengono per poi essere facilmente dimenticati.

L’ingresso alla mostra è attraverso l’opera “Y” una passerella con una biforcazione circondata da luci intermittenti che obbliga a una veloce scelta di direzione – destra o sinistra – che si rivelerà poi del tutto ininfluente sull’esperienza della mostra. Decisione questa discutibile che invece di sottolineare l’importanza di quest’opera, come dichiarato dall’autore, la indebolisce e  mette si un dubbio, ma sulla qualità dell’intera mostra fin dai primi passi.

Dubbio che permane e si acuisce considerando la divisione in due parti simmetriche e uguali dell’esposizione che secondo le intenzioni dovrebbe nascondere allo sguardo metà delle opere per poi poterle ricomporre solo mentalmente una volta che si torna indietro dall’altro lato verso l’ingresso/uscita. In realtà questa divisione non è affatto netta e il visitatore passa da una parte all’altra con estrema naturalezza senza che neanche balzi alla mente di essere costretti a una vista parziale sulle opere. Addirittura per far “danzare” in aria delle riproduzioni giganti di fumettistici funghi allucinogeni bisogna proprio afferrare il meccanismo e girarci ampiamente intorno.

Passando tra porte girevoli a specchio e lampade fluorescenti si arriva a due giostre che sembrano ferme, invece girano molto molto lentamente. Un altro esempio piuttosto superficiale di inganno dei sensi che non produce nè sorpresa nè divertimento, tantomeno riflessione.

Una volta usciti dal percorso espositivo il dubbio sulla validità della proposta artistica di Holler è chiarito. E’ uno di quei casi in cui le dimensioni e lo scintillio luminoso delle opere suppliscono all’inesistenza del messaggio lasciando un senso di delusione e insoddisfazione causato dalla vacua fama dell’autore e dalla  mancanza di compiutezza di un progetto dalle intenzioni presuntuose.

Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim

Sino al 24 luglio il Palazzo Strozzi ospiterà una grande mostra che ha portato a Firenze oltre 100 capolavori dell’arte europea e americana tra gli anni venti e gli anni sessanta del Novecento, in un percorso che ricostruisce rapporti e relazioni tra le due sponde dell’Oceano, nel segno delle figure dei collezionisti americani Peggy e Solomon Guggenheim.

Curata da Luca Massimo Barbero, la mostra nasce dalla collaborazione tra la Fondazione Palazzo Strozzi e la Fondazione Solomon R. Guggenheim di New York e permette un eccezionale confronto tra opere fondamentali di maestri europei dell’arte moderna come Marcel Duchamp, Max Ernst, Man Ray, Pablo Picasso e dei cosiddetti informali europei come Alberto Burri, Emilio Vedova, Jean Dubuffet, Lucio Fontana, insieme a grandi dipinti e sculture di alcune delle maggiori personalità dell’arte americana degli anni cinquanta e sessanta come Jackson Pollock, Mark Rothko, Willem de Kooning, Alexander Calder, Roy Lichtenstein, Cy Twombly.

Dedicare una mostra alle collezioni Guggenheim significa raccontare a ritmo serrato la nascita delle neoavanguardie del secondo dopoguerra in un fitto e costante dialogo tra artisti europei e americani. Realizzare questa straordinaria mostra a Firenze significa anche celebrare un legame speciale che riporta indietro nel tempo. È proprio a Palazzo Strozzi, infatti, negli spazi della Strozzina, che nel febbraio 1949 Peggy Guggenheim, da pochissimo giunta in Europa, decide di mostrare la collezione che poi troverà a Venezia la definitiva collocazione (scopri le foto dell’inaugurazione della mostra del 1949).

I grandi dipinti, le sculture, le incisioni e le fotografie esposte in mostra a Palazzo Strozzi, in prestito dalla collezione Guggenheim di New York e da Venezia e da altri prestigiosi musei internazionali, offrono uno spaccato di quella straordinaria ed entusiasmante stagione dell’arte del Novecento di cui Peggy e Solomon Guggenheim sono stati attori decisivi.

Visitabile dal lunedì al venerdì
9.00-13.00 / 14.00-18.00
Telefono: +39 055 2469600
prenotazioni@palazzostrozzi.org