Riflessi passeggeri. Pae White

Pae White produce una serie di opere dove la frammentazione, caratteristica esemplare della civiltà contemporanea, è ben rappresentata, in astratto e con un forte impatto visivo.
Installazioni a metà strada tra arte, architettura e design che dichiarano un forte interesse per la percezione spaziale degli ambienti e delle cose.

I lavori in questione sono pazientemente costruiti con fili di nylon trasparente ai quali vengono appesi ritagli di carta colorata o piccoli pezzi di specchio di forma esagonale. Ciò che si viene a creare sono una sorta di sciami artificiali e statici dove le singole parti girano su stesse senza mai però spostarsi nello spazio che le ospita. Sono ordinate nuvole galleggianti, variopinte e rifrangenti. L’intero ambiente viene trasformato dalle opere che dividono lo spazio e lo riempiono di ombre e riflessi di luce che danzano su pareti e soffitti dando l’impressione di trovarsi sott’acqua o di fluttuare senza peso nell’aria.

Osservando questi “mobiles” da vicino invece ci si immerge in un caleidoscopio di colori e luce in continua variazione, un immagine frammentata e dinamica che non si riesce a definire con chiarezza a causa del suo essere in uno stato di evoluzione permanente.

L’efficacia di queste installazioni è indubbia, attraggono a loro e ci si sofferma a lungo a studiarle attentamente lasciandosi trasportare in una dimensione altra, tra il gioco e l’analisi. A conferma di questa efficacia è il numero di allestimenti derivati dalle opere di Pae White in occasione di eventi di design o moda, dove viene sfruttato l’aspetto decorativo e sorprendente.

Viviamo in un periodo dove la quantità di informazioni è tale e lo scibile umano è così vasto da non riuscire mai ad avere un’immagine completa e sicura delle cose. L’informazione successiva potrebbe cambiare il disegno totale, o essere insufficiente a completarlo. Proprio come in queste costruzioni ipnotiche e prive di un messaggio definito. Possiamo solo cogliere frammenti, riflessi passeggeri o colori spezzati.

Foto e video dalla mostra “In Love With Tomorrow” alla Fondazione Langen, Neuss (Germania) di Marzio La Condanna

Identità liquefatta. Faig Ahmed

Faig Ahmed analizza il tema dell’identità culturale, della sua modernizzazione e deformazione ineluttabile. Inscena quel misto di nostalgia e voglia di novità, di locale e globale, chè è uno dei tratti salienti del nuovo millennio.

Per farlo non può che partire dalla sua identità culturale utilizzando il simbolo della tradizione dell’Azerbaigian, il tappeto.
Ahmed affranca il tappeto dal pavimento per esporlo alle pareti come un vero e proprio quadro, un simbolo.
La raffinata tecnica di realizzazione delle opere è quella della tessitura tradizionale azera, famosa nel mondo. Il disegno classico e universalmente noto viene però deformato, disturbato o affiancato da nuove forme più contemporanee.

Vediamo allora in alcune opere che la ricca e complessa geometria dei disegni intessuti ad un certo punto si liquefà perdendo definizione e forma ricadendo organicamente sul suolo. Oppure il solito motivo viene stirato trasformandosi in stringhe di colore per poi tornare a ricomporsi, la forma totale è cambiata, gli elementi caratteristici ci sono ancora ma se ne sono aggiunti altri.
Talvolta il disegno diventa tridimensionale grazie a deformazioni figlie dell’estetica informatica.
Altre volte ancora una colata di un unico colore copre le cifre identitarie dell’oggetto.

La ricerca e le opere di Ahmed si rivelano ricche di sfumature e fortemente rappresentative di una società in costante bilico tra internazionalismo e amor patrio. Quest’ultimo a volte va celato nella paura di scoprire il proprio provincialismo.
Il passare del tempo risulta sempre una fonte inarrestabile di imbastardimento dell’immagine identitaria. Imbastardimento dovuto al fenomeno di un evoluzione generata non in autonomia o con scambi proporzionati tra culture diverse. Generata invece per confluenza a un’unica corrente sovranazionale e sovracontinentale dove il singolo apporto si perde nella vastità delle presenze. Tutto si scioglie in un unico fluido omogeneo, per quanto con colori a contrasto, dove l’origine a volte diventa difficilmente riconoscibile.

Silenzio, meditazione e sogno. Jaume Plensa

Silenzio, meditazione e sogno, le opere di Jaume Plensa sono raffigurazione di uno stato di grazia, lieve e neutrale, al quale poter assurgere senza troppa fatica. Totem urbani candidi e metafisici, volti e corpi ormai lontani dal dolore.

A metà strada tra la statuaria colossale arcaica e la propaganda religiosa di una setta d’ispirazione neoplatonica, le opere di Plensa raggiungono il meglio del loro potenziale negli spazi aperti e pubblici. Come i Moai dell’Isola di Pasqua o un manifesto pubblicitario per l’appunto.

L’uso del corpo per Plensa è didascalia di un’esistenza sognante e distante dal peso della quotidianità. Grandi teste costruite con mattoni bianchi, corpi raccolti e trasparenti delineati da numeri, lettere o linee grafiche. Immagini facili ed educate, di immediata comprensione e dubbia originalità che popolano numerose città in Europa e Stati Uniti. Discrete e silenziose hanno però il potere di esercitare una forte attrazione su chi le guarda. I grandi volti bianchi, deformati un po’ in lunghezza, con gli occhi chiusi e i lineamenti sfumati catturano lo sguardo e l’attenzione in maniera insolita. Emanano un’aura di quiete e pace interiore che, se si dedica anche poco tempo a contemplarli, risulta inaspettatamente contagiosa.

Sono opere introverse e concluse in se stesse, immobili e indifferenti al contesto o allo scorrere del tempo.
Forse siamo troppo attenti al movimento che abbiamo attorno, a registrare e diffondere dove siamo e cosa facciamo senza più prestare davvero attenzione a noi stessi. Chiudere gli occhi e non guardare gli altri, rendersi trasparenti ai cambiamenti più superficiali è un atto reazionario e in controtendenza.

Un tema unico rappresentato a scala monumentale e ripetuto più e più volte è la formula vincente della produzione di Plensa. La tautologia senza freni è tecnica strategica così come espressione dell’ossessività dell’artista. L’unica ineducazione è ravvisabile proprio nella spudoratezza della ripetizione continua.

Gardaland o arte? Kurt Perschke

Kurt Perschke ha pensato a un’opera itinerante che si modifica in base al sito selto e a sua modifica il luogo in cui viene ospitata.
Red Ball è una grande palla rossa gonfiabile che viene inserita via via in interstizi urbani, porticati o concavità architettoniche.
La sua forma sferica non è mai perfetta perchè sempre costretta ad adeguarsi agli spazi, il più delle volte angusti, in cui trova posto. Non è mai uguale a se stessa e subisce le condizioni esterne del suo “habitat” temporaneo che potremmo definire condizioni di cattività.

Il soggetto scelto da Perschke è astratto, un solido geometrico che tende alla perfezione euclidea senza mai raggiungerla. L’uomo non è rappresentato ma è parte integrante della riuscita di quella che più che un’opera è un’operazione artistica.

Gli scenari urbani vengono disturbati e arricchiti dalla presenza della Red Ball grazie anche al comportamento del pubblico. Sorpresi, attratti e divertiti, le reazioni sono diverse e manifeste e si ottiene una vivacità di presenze e attività sociali nel luogo dell’opera.
Il luogo, fisico e sociale, viene influenzato visibilmente dalla presenza della morbida palla rossa deformata.

Costrizione, deformazione, innesto e contrasto possono portare ad esiti tanto inaspettati quanto non necessariamente negativi. Forse tutti ci siamo figurati di dover raggiungere una forma perfetta, mi chiedo chi creda di essere riuscito nell’impresa.

Una delle prerogative dell’arte è quella di offrire una prospettiva diversa a chi la osserva, quella di cambiare qualcosa nel modo di vedere le cose. Quest’opera sembra riuscirci ogni volta, anche se forse spesso in modo solo superficiale. Di certo non tutti si interrogano sul concetto di identità e contesto. Molti la vivono come un’attrazione da parco di divertimenti, e divertente può esserlo di certo.
Una delle caratteristiche di un’opera d’arte riuscita è però senza dubbio quella di avere più chiavi di lettura, e anche in questo Perschke sembra avere centrato il bersaglio.

link: Red Ball Project

Il significato di Pinuccio Sciola in Sardegna

Pinuccio Sciola non era solo l’uomo che faceva suonare le pietre, non era solo quello dei murales di San Sperate. Quello che il suo contributo ha significato per la Sardegna, va oltre l’arte. È stato indiscutibilmente uno degli artisti sardi più importanti di sempre, ma per l’isola non era solo un artista, era un’istituzione.

Si sa, dopo la morte è scontato parlar bene di qualcuno, si tende ad enfatizzarne la vita trascorsa per senso di pietà. Sciola però, già da vivo veniva considerato una leggenda vivente dalla sua gente. Insieme a Maria Lai e Costantino Nivola, rientra in quella ristretta cerchia di artisti il cui nome, in Sardegna, è conosciuto anche da chi non si è mai interessato all’arte. Tanti spazi pubblici ospitano le sue opere: dal capoluogo di regione alle piccole bidde, dal nord al sud dell’isola. La sua presenza è radicata profondamente nella terra dei quattro mori. Le sue tracce si possono trovare passeggiando per il porto della ormai multiculturale Cagliari, oppure in un luogo di villeggiatura alto-borghese come Santa Teresa di Gallura, così come nella più selvaggia Bonorva, con le cantine piene di buon vino, cinghiale arrosto e pane Zichi. Ha mostrato interesse anche verso i giovani della sua terra, aprendo umilmente le porte del suo museo laboratorio per i tirocini formativi degli studenti universitari. Un posto stupendo, perla del suo luogo di nascita San Sperate, che grazie alla sua azione creativa è diventato un vero e proprio paese-museo. Capirete bene quindi, che quando si parla di Pinuccio Sciola in Sardegna, si sta discutendo di uno degli uomini più rappresentativi dal dopoguerra ad oggi. Non solo a livello artistico, ma anche a livello umano e sociale. Non siamo voluti entrare nella descrizione delle sue opere o nella sua biografia, questi aspetti sono già stati ampiamente sviscerati dai vari necrologi degli ultimi giorni. Abbiamo provato a dare una minima idea di cosa significasse questo artista per la Sardegna, del suo contributo al progresso culturale di un’intera isola, dell’aver abbracciato sia piccoli che grandi territori con egual impegno. Sciola era tutto questo per la sua gente.

La natura dentro il museo. Olafur Eliasson

Olafur Eliasson è il sacerdote della natura nel panorama dell’arte europea. Incarna appieno una parte significativa del carattere del nostro tempo ovvero quel pensiero diffuso e già consolidato che la natura, ormai perduta, sia un bene da recuperare e alla quale tornare.

Il suo lavoro è costantemente incentrato sui quattro elementi base; terra, acqua, luce e aria, anche quando le forme a cui approda, nei lavori dedicati alla luce, sono dominate da una geometria complessa e del tutto in linea con il gusto estetico dei nostri tempi.

Le sue installazioni più riuscite sono repliche di una natura incondizionata. Il museo, tradizionalmente inteso come tempio della conoscenza e dunque dell’arte quale prodotto umano, dove elevarsi e aver cura del proprio intelletto, diventa per Eliasson il luogo dove esporre invece un’accurata riproduzione o un vero e proprio innesto di natura privo di qualsiasi accento pittoresco. Ecco che allora, in Riverbed, le sale dalle pareti bianche del solito white cube sono invase da un ampio volume di terra, pietre e un rigagnolo d’acqua che ne modifica totalmente il modo di percepire lo spazio e di percorrerlo.

 

In un’altra opera, Your Felt Future, il soffitto è coperto da una superficie metallica riflettente e deformante come un liquido. Va a creare l’impressione, anche in questo caso inaspettata, di trovarsi al di sotto di uno specchio d’acqua.
L’acqua stessa è usata come innesto naturalistico nell’installazione New York City Waterfalls dove vengono create delle cascate ai lati dei piloni del ponte di Brooklin, restituendo un pò di natura selvaggia in uno scenario urbano che è un ode alla costruzione artificiale.

 

Nella famosa installazione The Weather Project, Eliasson ricrea addirittura un sole all’interno della grande hall di un museo. Un disco luminoso produce una intensa luce gialla e sull’alto soffitto è installato uno specchio che compromette l’orientamento spaziale del sopra e del sotto regalando ai visitatori un senso di galleggiamento celeste.

 

Il messaggio di Eliasson, che è solito collaborare con tecnici specializzati e usare prodotti sofisticati per la realizzazione delle sue opere, sembra essere che per quanto possiamo allontanarci dalla natura, tutta la nostra tecnologia non fa altro che emulare ciò che già esiste in scala infinitamente più ampia e complessa.

E’ la chiusura del cerchio di un percorso millenario che ha portato l’uomo a un totale cambio di prospettiva rispetto alla natura. Indomita e crudele era qualcosa da cui difendersi costruendo ripari sempre più sicuri, da qui la nascita dell’architettura disciplina nata per soddisfare bisogni fondamentali e di natura pratica. Si è cercato di propiziare il suo corso con raffigurazioni rituali, da cui la nascita della pittura e della scultura. La modificazione della natura circostante è cio che ha permesso all’uomo il dominio del pianeta.
Oggi abbiamo paura di averla compromessa e forse perduta per sempre, c’è una nostalgia diffusa per una natura idealizzata, da villaggio avventura o vacanza perpetua. Lasciare la città e il mondo antropizzato è però una scelta impossibile, meglio viverla tra le pareti di un museo.

Immagini da: Olafur Eliasson

 

Divinità, puttane e telefilm. Kris Kuksi

Traendo immagini, figure e stilemi dalle correnti storiche dominate dall’horror vacui, Kris Kuksi assembla altari decadenti, pianeti caotici capeggiati da antieroi nostalgici di classica bellezza.
Figure e figurine di uomini e donne, soldati, divinità e puttane sono accostati con proporzioni suggerite dal simbolismo medievale – dove i soggetti spiritualmente più importanti sono fisicamente più grandi dei personaggi secondari – costituiscono antigraziose narrazioni di spietate realtà. Il gusto per la decorazione è traboccante, su una base di derivazione classica si affastellano elementi gotici, barocchi, liberty e industriali. Una merceologia stilistica usata con disinvoltura e accanimento.

Il corpo per Kuksi, malgrado sia sempre ammantato da un bianco winckelmanniano, è rappresentazione nervosa dei vizi e della corruzione morale. I corpi sono lo strumento per una narrativa che non si esaurisce nell’immagine che vediamo, sono frame di una storia lunga epoche, rappresentazioni teatrali interrotte e surreali di cui comprendiamo la trama anche senza conoscerla.
Una trama reiterata e appiattita, priva di sfumature o opposizioni tanto da essere quasi fumettistica nella semplificazione di temi complessi. Potere, moralità, vanità, dignità, lussuria,  violenza e altri ancora sono i temi presenti nelle opere ma sempre rappresentati con la stessa connotazione, come se una cosa valesse per l’altra. Il mondo è un tritume di corpi, armi, morti e gingilli vari, caotico e pericoloso, niente di più.

Riduzione da fumetto appunto, dove le parti sono ben definite e si riesce ad avere una visione d’insieme precisa della quale non si può aver dubbi. Simboli religiosi di ogni confessione sono presenti ed equiparati alle altre figure, è inutile cercare rifugio in esse, fa tutto parte dello stesso mondo.
Nel pessimismo che pervade i suoi lavori sembra quasi che Kuksi trovi conforto nella convinzione che ciò che rappresenta sia l’unica realtà.

La vicinanza al mondo della finzione narrativa è confermata dall’ottima scelta di utilizzare una sua opera per la sigla di un telefilm sul mondo violento, semi-anarchico e libertino dei pirati: Black Sails.

link: Kris Kuksi

 

Accrochage, il minimal non passa mai di moda

Accrochage promette una indagine sul vuoto attraverso opere di artisti provenienti da tutti gli emisferi terrestri. Una ricognizione minimal dagli anni ’60 ad oggi. Un’estetica dal successo globale convertita in uno stile diventato imperativo che sembra ormai non passare mai di moda. Il minimal va con tutto, si fa sempre bella figura e non disturba nessuno.

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“Accrochage” raccoglie circa settanta opere mai esposte da quando sono entrate a far parte della Pinault Collection. Oltre due terzi degli artisti sono presentati per la prima volta in una mostra della collezione. Concepita specificamente per Punta della Dogana, “Accrochage” occuperà l’intero spazio espositivo del museo.

Per sviluppare questo progetto, la curatrice ha scelto di seguire alcune linee guida, come regole di un gioco, invece di concentrarsi su un tema, un periodo o un movimento artistico. Come spiega Caroline Bourgeois, “Ho voluto selezionare per lo più gruppi significativi di opere che sono la conseguenza di un gesto o di un pensiero minimale e che evocano una ricerca del vuoto o una mise en abyme di un aspetto o di un momento della storia dell’arte. […] Seppur molto diversi, questi lavori sono accomunati da una semplicità, un’apertura che in qualche modo dilata lo spazio dell’altro, dell’osservatore. Con Accrochage ho voluto incoraggiare proprio questa libertà. Il titolo stesso della mostra, neutro, generico, quasi in disparte, lascia spazio anzitutto alle opere, limitandosi a suggerire: guardate. Le opere, da parte loro, incoraggiano l’osservatore a mettere in discussione ciò che ha davanti agli occhi, invitandolo a guardare invece di vedere, e creano uno spazio in cui l’emozione e la sensibilità sono importanti quanto la percezione visiva e il pensiero”. Il titolo “Accrochage” rispecchia la scelta di presentare una selezione di lavori appartenenti alla Pinault Collection, includendo artisti contemporanei riconosciuti e talenti emergenti, senza imporre un punto di vista. Il visitatore è invitato a interpretare ogni opera con la propria sensibilità, scoprendo, lungo le sale espositive, i rimandi tra le opere.

Fino al 20 Novembre 2016

link: Punta della Dogana

orario: dalle 10 alle 19
chiuso il martedì

intero 15€
ridotto 10€

 

 

Penone – Anafora. Venaria Reale

Giuseppe Penone arricchisce ulteriormente il giardino della Venaria Reale di Torino. Sette nuove opere di medie dimensioni si affiancano a quelle più imponenti già presenti nel parco dal 2007. Nel video qui sotto le immagini delle opere e il loro accurato posizionamento corredato dalla voce dell’artista che spiega il significato dell’operazione.

Con la sensibilità che dimostra fin dal principio della sua opera, Penone allestisce le nicchie vuote della parete prospiciente la parte bassa del parco con un rebus simbolico che compone la parola greca Anafora (ripetizione) con discrezione e delicatezza. Il tronco, immagine immancabile della sua poetica, si eleva a simbolo della vita stessa.

Le installazioni museali delle opere di Penone provocano uno straniamento dato dalla decontestualizzazione dell’elemento naturale all’interno di edifici e gallerie candide, scatole introverse dove la natura solitamente non ha posto.
Anche la sistemazione all’aperto però produce un corto circuito tra natura e artificio, naturale e artefatto.

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La Venaria Reale

GOSHKA MACUGA – Fondazione Prada

La mostra To the Son of Man Who Ate The Scroll è ideata, curata, con opere della collezione personale e opere prodotte dall’artista Goshka Macuga che ricopre così tutti i ruoli di controllo creativo. L’idea sviluppata nei vari ambienti della Fondazione Prada è un interessante racconto sulla storia dell’uomo e sulla consapevolezza della fine.

Nella prima sala, grandi opere di Phyllida Barlow, Robert Breer, James Lee Byars, Ettore Colla, Lucio Fontana, Alberto Giacometti, Thomas Heatherwick ed Eliseo Mattiacci illustrano una cosmogonia solitaria accompagnata in sottofondo dalla voce di un androide seduto, ideato da Macuga, che gesticola declamando in inglese numerosi frammenti di discorsi elaborati da grandi pensatori, formando un archivio del discorso umano. Il confronto con il robot crea una sensazione di straniamento che aumenta la solitudine suggerita dalle opere esposte, tra cui segnalo in particolare l’opera di apertura Untitled: hanginglumpcoalblack di Phyllida Barlow, The Golden Sphere di James Lee Byars e l’opera conclusiva La Salita della Memoria di Claudio Parmiggiani.

Al piano superiore l’installazione di Macuga Before the Beginning and After the End espone reperti e opere di disparati autori a tracciare un evoluzione della specie a diverse latitudini e periodi della storia. Al termine di questo percorso lungo millenni due macchine disegnano incessantemente su un lungo foglio di carta con delle penne biro. La macchina si sostituisce, replica o talvolta cancella nel suo incessante procedere il contributo dell’uomo.

In un altro spazio, La Cisterna, sono esposte installazioni di una stessa serie della Macuga dove teste di bronzo raffiguranti sessantuno pensatori della storia dell’uomo sono connesse l’una all’altra per mezzo di aste di ottone. Una rappresentazione tridimensionale e scenografica del flusso di conoscenza, della costruzione di una cultura “dono dei pochi concesso ai molti” parafrasando D’Annunzio. Una visione dell’evoluzione dell’uomo non dal punto di vista tecnico- pratico come nell’installazione precedente ma puramente intellettuale.

Fino al 19 Giu 2016

Fondazione Prada 
Largo Isarco 2, Milano