Weltanschauung

La rubrica Weltanschauung è dedicata all’intuizione del mondo, alle disquisizioni intorno al modo in cui individui o gruppi sociali considerano l’arte, l’esistenza, e la posizione dell’uomo in tale crogiolo. Weltanschauung è la visione del mondo del singolo artista e della corrente resa palese nell’opera d’arte.

L’arte è una forma di comunicazione complessa che esprime molteplici elementi, così tanti da essere veicolo dell’immagine del mondo. Una serie di opere o l’insieme dell’intera produzione di una vita parlano dell’intimità dell’autore e della sua sensibilità; del suo rapporto con la società, quindi di politica; dello scopo del suo lavorare e della sua esistenza, quindi di filosofia; di cosa ritiene bello o piacevole, quindi di gusto; di passioni, ossessioni, speranze, auspici e ancora altro.

Ricordare la storia attraverso l’arte. Omaggio alla Giornata della Memoria

«Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no».

Primo Levi

 

Ogni lettore è a conoscenza del fatto che proprio a gennaio, il 27 per l’esattezza, ricorre un importante avvenimento, la Giornata della Memoria, un’occasione per commemorare le vittime dell’olocausto e per fare in modo che non venga dimenticato quanto accaduto. Anche il mondo dell’arte ha dato il proprio contributo nel far sì che la storia non venga mai dimenticata, chi non ha vissuto in prima persona la tragedia ha il diritto e il dovere di venire a conoscenza di quanto accaduto in una delle più drammatiche vicende presenti nelle pagine dei libri di storia, un avvenimento che ha raso a zero la dignità di diversi esseri umani.

Fra i pittori che hanno dato il proprio contributo a trasmettere la memoria storica si ricorda in primis Marc Chagall, autore dell’opera Crocifissione in giallo (1938 – 1942). Si tratta di una pittura sacra che si ispira alla tradizione del Christus patiens e al Cristo di Gaugin, un’opera apocalittica che pone di fronte al fruitore l’atmosfera tetra che si respirava negli anni in cui gli ebrei, ma non solo, venivano perseguitati in Europa centrale e orientale.

Orrore e realtà nuda e cruda sono i termini attribuibili al lavoro di David Olère intitolato La stanza del forno (1945). Cos’è che turba di più chi si trova ad ammirare quest’opera? E’ solo il macabro gesto compiuto dai nazisti a urtare la sensibilità del pubblico? La risposta è no, infatti ad alimentare l’angoscia è la precisione quasi fotografica adottata da Olère col suo modo di presentarsi freddo e non coinvolto in modo sentimentale alla vicenda. Che dire allora dell’opera Camera a gas dello stesso artista? Sicuramente non si può rimanere impassibili di fronte alle atrocità commesse dall’uomo verso altri uomini.

Sono tanti gli artisti che si sono impegnati a mantenere viva la memoria di quanto accaduto negli anni della Seconda Guerra Mondiale, si pensi ad esempio a Samuel Bak e Leslie Cole, tanto è lo sgomento e l’orrore provato ancora a distanza di anni, vedere le opere che si riferiscono a quanto avveniva nei campi di concentramento non fornisce solo un modo alternativo di approcciarsi alla storia, si tratta infatti di un’occasione per riflettere sul valore e sul rispetto della vita umana.

 

Il centro storico monumentale come spazio espositivo del contemporaneo. Continuità di vocazione o innesto forzato?

Non tutti gli spazi sono adatti all’arte contemporanea. O meglio, non tutti gli spazi sono adatti ad un certo tipo di arte contemporanea. I centri storici delle città italiane hanno delle peculiarità che difficilmente si prestano al dialogo con alcuni linguaggi contemporanei. Abbiamo trattato l’argomento di Urs Fischer a Firenze e abbiamo poi visto il caso di Soweto, in Sudafrica, con la sua centrale elettrica riconvertita e ricoperta di murales. Questi due casi mostrano la differente percezione che si ha dell’arte contemporanea a seconda del contesto in cui è collocata. Un artista di altissimo livello come Fischer può essere visto come uno sfregio a una delle piazze più belle d’Italia, mentre un onesto lavoro di grafica può essere visto come un elemento di attrazione se messo in un contesto povero di bellezza e tradizione.

Questo non vuol dire che l’arte contemporanea debba essere relegata nelle periferie e ridotta al ruolo di “accompagnatrice” per gli ambienti disagiati. Artisti come Jeff Koons, Helidon Xhixha e Jan Fabre hanno saputo connettersi all’ambiente fiorentino e hanno dimostrato che un dialogo tra il centro storico e il contemporaneo è possibile. Diversamente, casi come quelli di Fischer o Buren a La Spezia dimostrano che il confine tra arte e sfregio alla città è molto labile.

L’Italia si è sempre confrontata con la peculiarità della musealizzazione di edifici storici, che a differenza del resto del mondo rappresentano la maggior parte dei contenitori d’arte. Mentre negli altri paesi si costruiscono edifici nuovi appositamente per l’utilizzo museale, da noi questa prassi è sempre stata molto ridotta e si è preferito di gran lunga riconvertire l’esistente. Questo è stato possibile grazie alla lunghissima tradizione italiana nella costruzione di ville, chiese, edifici pubblici e castelli di notevole pregio. In anni recenti però anche nello stivale si è spinto molto di più per l’inserimento di strutture museali nuove di zecca, specialmente se firmate da qualche “archistar” internazionale. I risultati non sono sempre stati felici e le accuse di sperpero di denaro pubblico, spesso anche a ragione, non sono mancate. Tutto questo mentre tantissimi edifici storici crollano abbandonati. Una miriade di bellissime ville semisconosciute cadono a pezzi mentre si stanziano milioni per delle avveniristiche strutture di cui nessuno sente davvero il bisogno.

Questo per dire quanto complessa e particolare sia la situazione delle città italiane, quanto la tradizione necessiti di dialogare in maniera pacata con i nuovi inserti, che siano essi edifici o opere d’arte in pubblica piazza. Il fatto è che sempre più spesso si sacrifica ciò che ci differenzia dagli altri in nome di uno spirito antiprovinciale e globalizzato, si cerca di inseguire gli altri dove non abbiamo bisogno di andare. Lo si fa perché così fan tutti, per non esser da meno. Il nostro paese ha bisogno di guardare anche al futuro e offrire sempre nuovi spunti per stare al passo coi tempi, l’importante però è non dimenticarsi mai di ciò che ci sta già intorno.

Arte di coscienza. La comunicazione attraverso l’arte di Danilo Murtas

E’ possibile che il cuore di un essere umano possa battere per l’arte, per la comunicazione esistente grazie alle arti visive? E’ possibile che un artista possa andare oltre la semplice pittura coinvolgendo nelle proprie opere l’artigianato, l’attività di riciclo dei materiali, il fumetto e il muralismo? La risposta è sì, tutto ciò è confermato osservando le opere di Danilo Murtas, in arte Mastru Murtas, artista nato a Cagliari nel 1981, autodidatta, che vive e opera a Muravera, paese situato nella costa Sud Orientale della Sardegna, dove possiede il suo laboratorio.

Edward Hopper, Salvador Dalì, Pablo Picasso, Vincent Van Gogh, Diego Rivera, Eugenio Tavolara, Costantino Nivola e Francesco Ciusa sono alcuni degli artisti che hanno influenzato Danilo Murtas nella passione per l’arte, ma come si può ben capire quando ci si trova di fronte a una sua opera è evidente che l’artista abbia subito sia il fascino della Lowbrow Art californiana, nota anche con il nome di Pop Surrealismo, in particolare di Ed “big daddy” Roth e Robert Williams, un movimento culturale delle arti visive caratterizzato da toni che sono spesso umoristici, come si evince anche dalle opere di Murtas, il quale riprende dal movimento americano una gamma di colori accesi e brillanti che attirano immediatamente lo sguardo curioso dell’osservatore, sia il fascino dell’arte del fumetto, in modo particolare di Benito Jacovitti e Robert Crumb.

Due grandi temi caratterizzano l’operato dell’artista, la musica e la cultura della propria terra, la Sardegna, ove quest’ultima tematica è fortemente influenzata dal muralismo di Orgosolo e da quello messicano, argomenti che conferiscono un dato autobiografico alle sue creazioni. La cultura sarda che emerge dalle opere d’arte viene chiamata dallo stesso artista s’arti de sa cuscienzia, ovvero arte di coscienza, che fa capire alla persona in questione chi è e da dove proviene, emerge la cultura, la tradizione popolare che affascina il pubblico, infatti con Danilo Murtas vengono portate in auge le storie della Sardegna, spesso poco conosciute, attuando in questo modo un processo di promozione della terra d’origine.

In virtù di ciò che si è scritto finora, l’operato dell’artista dovrebbe far riflettere il pubblico su quanto sia importante la presa di coscienza della propria identità, sapere chi siamo, quali sono le nostre origini e la nostra storia, anche attraverso il recupero di materiali e oggetti riconducibili al contesto territoriale inseribili nelle opere, dovrebbe essere d’aiuto alla formazione della persona, in quanto sapere chi siamo è il migliore strumento per aiutarci a capire chi vogliamo essere.

Per l’artista in questione l’arte rappresenta un’esigenza, una modalità grazie alla quale è possibile evadere dalla realtà, l’arte è un mezzo di comunicazione universale, a volte diretto, altre volte più complicato, grazie alla quale è possibile viaggiare con la fantasia, l’arte è un universo in cui l’artista rappresenta ciò che è di proprio gradimento come vorrebbe che fosse effettivamente.

Christian Megert. Riflessioni. Il potere dello specchio

Dal 13 novembre al 23 dicembre 2017 la Galleria San Fedele presenterà al pubblico la mostra intitolata Riflessioni, di Christian Megert, a cura di Andrea Dall’Asta SJ e Marco Meneguzzo.

Membro storico del celebre Gruppo Zero, Megert pone al centro della sua ricerca artistica lo specchio quale mezzo artistico primario. Lo specchio non è da considerare come un puro dato tecnico, come un semplice strumento, ma ha una valenza simbolica, come quando ci si specchia e si ha la sensazione di uno sdoppiamento. Qual è l’immagine a cui si viene rimandati? A quale spazio viene conferita origine?

Le opere di Megert sono composte da specchi capaci di creare dimensioni inedite, fatte di movimenti e riflessi. Parlare di specchi significa portare avanti un’indagine, significa scoprire come la luce agisce sulla superficie. Nel momento in cui l’artista accosta gli specchi gli uni vicino agli altri, la visione del mondo esterno risulta frammentata in una molteplicità di sfaccettature, secondo diversi punti di vista.

Potrebbe trattarsi di un invito a considerare la realtà in tutte le sue complessità? Quali sono i punti di riferimento, se il reale si moltiplica all’infinito e se lo spazio si decompone indefinitamente? Grazie agli specchi è possibile ammirare un mondo continuamente nuovo che emerge alla vista dello spettatore. L’artista non lascia colui che osserva nell’indeterminato, diventa una guida in vista di una ricomposizione del reale attraverso la combinazione di elementi geometrici, come il quadrato, il cerchio, forme pure altamente simboliche, capaci di ridare unità e coerenza.

In tal senso Megert si pone come un interprete dell’Occidente, distrugge per ricostruire, pone in discussione le certezze dell’uomo per riconoscere significati nuovi, per far vivere nuove esperienze.

 

 

Dal 13 Novembre 2017 al 23 Dicembre 2017

MILANO

LUOGO: Galleria San Fedele

CURATORI: Andrea Dall’Asta SJ, Marco Meneguzzo

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 02 86 352 233

E-MAIL INFO: sanfedelearte@sanfedele.net

Riqualificare attraverso l’arte: le Soweto Towers

L’arte contemporanea non ha mai lo stesso effetto in luoghi diversi. Avevamo accennato a questo nell’articolo sul Big Clay di Urs Fischer a Firenze, dove è abbastanza evidente l’attrito fra il contesto e l’opera posta al centro di Piazza della Signoria. Questo attrito riduce l’opera di un valido artista a un fastidiosissimo inquinamento dell’armonia di un centro storico tra i più belli d’Italia e del mondo.

Trasferiamoci invece in Sudafrica, a Johannesburg e più precisamente nel sobborgo di Soweto. Un luogo senza particolari bellezze architettoniche e paesaggistiche, dominato da baraccopoli e case modestissime. Nel 1942 ci si accorse che la popolazione stava aumentando e insieme ad essa il fabbisogno di energia della città. Gli ingegneri inglesi decisero quindi di costruire una centrare elettrica proprio a Soweto, la cosiddetta Orlando Power Station. Per più di cinquant’anni la centrale procurò energia a tutta Johannesburg, fino alla dismissione nel 1998.

Cosa fare con quel gigantesco impianto? La fabbrica era composta da un corpo centrale (crollato nel 2014) e da due gigantesche torri grige alte 100 metri.  All’inizio del nuovo millennio la First National Bank commissionò alla graphic designer Janine Kleinschmidt il restyling delle due torri, lasciandole piena libertà creativa a patto che venisse inserito il logo della banca in bella vista. La pittura delle due gigantesche costruzioni richiese sei mesi e 250 litri di vernice, ma il risultato fu eccellente. La Kleinschmidt prese l’ispirazione per i soggetti da dipingere semplicemente girando per Soweto e captando le icone più “pop” del sobborgo.

Fu così che la prima torre venne dipinta da una parte con il logo della banca e la catchphrase  How can we help you?, dall’altra con la scritta Proudly South African. La seconda torre invece fu completamente disegnata avendo come soggetti i luoghi più caratteristici di Soweto, scene di vita quotidiana e personaggi importanti legati alla città come Nelson Mandela e la cantante Yvonne Chaka Chaka. La grafica di queste torri nel corso degli anni ha subìto qualche modifica anche su iniziativa di sponsor privati, attirati dalla grande notorietà raggiunta presso i turisti di tutto il mondo.

Oggi le due coloratissime torri sono la parte più caratteristica del paesaggio di Soweto e dal 2009 sono anche sede di uno dei più famosi centri di bungee jumping del Sudafrica. La città di Johannesburg è stata quindi capace di riqualificare una vecchia centrale elettrica trasformandola da una potenziale carcassa in un inserto moderno e pieno di vita. Una lezione su come ci sia modo e modo di usare l’arte contemporanea, ma soprattutto c’è luogo e luogo.

 

Illustri persuasioni tra due guerre

Fino al 14 gennaio 2018 il Museo Nazionale della Collezione Salce presenta la mostra Illustri persuasioni, composta da un centinaio di magnifiche testimonianze dell’arte pubblicitaria create dal 1920 al 1940, anni compresi tra la prima e la seconda guerra mondiale.

Sono manifesti definiti “perentori”, declinanti una stagione distinta dalla precedente del Liberty (oggetto della precedente esposizione al Museo Salce).

In questa mostra l’attenzione è posta sugli autori che hanno creato i manifesti, artisti a cui è stato conferito il ruolo di “persuasori”. Negli anni compresi fra il 1920 e il 1940 la “propaganda” ha assunto un ruolo ufficiale, ove la grafica ha raggiunto livelli di straordinaria eccellenza, infatti, non a caso, sono stati i decenni in cui in Europa, ma non solo, si sono perfezionati gli strumenti della comunicazione di massa.

Illustri personalità, quali Leonetto Cappiello e Marcello Dudovich, hanno sperimentato la tenuta delle loro idee comunicative attraverso un linguaggio più incisivo e volumetrico, sono stati inventati personaggi indimenticabili come il folletto nella buccia d’arancia per Campari o l’elegante donna in blu per la Fiat Balilla.

In altri autori, novelli nel mondo della grafica pubblicitaria, i volumi e le geometrie conducono la mente dell’osservatore ai paralleli percorsi della pittura, tra cubismo e futurismo. Alcuni esempi? Di certo le splendide nature morte di Marcello Nizzoli per il Campari o per il Vov, le marionette ironiche di Fortunato Depero di Enrico Prampolini e di Bruno Munari.

Anche il mondo più discreto dell’illustrazione suggestiona gli autori pubblicitari, esprimendo in maniera raffinata le prerogative più coerenti dell’Art déco. A tal proposito si annoverano le prove giovanili di Erberto Carboni, tra cui spiccano per felicità inventiva, quasi fiabesca, quelle per la O.P.S.O. di Parma.

Ma è Carboni, qualche anno più tardi, a sviluppare un altro nuovissimo rapporto, ovvero quello tra la grafica pubblicitaria e la fotografia, che entra con vigore nei manifesti fin dagli anni ’30. Atmosfere fotografiche e cinematografiche sono implicite anche nel lavoro di Gino Boccasile, quello delle “signorine grandi firme”.

 

 

Fino al 14 Gennaio 2018

TREVISO

LUOGO: Museo Nazionale Collezione Salce

CURATORI: Marta Mazza

SITO UFFICIALE: http://www.collezionesalce.beniculturali.it/

Non solo meteorologia! Fujiko Nakaya e le installazioni di nebbia

Nebbia: fenomeno meteorologico caratterizzato dalla presenza di una nube formatasi a contatto col suolo, la quale è costituita da gocce d’acqua allo stato liquido o cristalli di ghiaccio sospesi nell’aria.

Questa definizione esprime in maniera scientifica il significato del termine nebbia, ma in questa sede non ci possiamo limitare a una semplice definizione di carattere enciclopedico in quanto l’arte contemporanea è un campo di ampie vedute, infatti il termine nebbia non è associato solo ed esclusivamente a un tipico fenomeno della meteorologia, esso è legato a un’artista dell’arte contemporanea, Fujiko Nakaya, realizzatrice delle suggestive installazioni di nebbia.

La nebbia consente di ammirare l’acqua allo stato gassoso, l’acqua che è l’elemento in grado di offrire la vita, è possibile osservarne l’evoluzione, come accade per l’esistenza di un qualunque essere vivente, che pian piano tende a dissolversi per poi scomparire del tutto, una vera e propria metafora della vita.

Le installazioni di Fujiko Nakaya sono delle vere e proprie sculture di vapore, catturano l’osservatore trasportandolo al proprio interno, in un mondo sublime, esterno alle pareti del tradizionale museo, un’esperienza in grado di far riflettere colui che fruisce dell’opera sulla possibilità di estendere il classico percorso museale al di fuori dell’edificio, nello spazio esterno, in quanto è possibile catturare anche in questo modo i sensi del pubblico, rendendolo parte integrante dell’installazione artistica.

Chi viene immerso dall’opera dell’artista giapponese non può fare a meno di pensare al sublime, al romanticismo ottocentesco, ove la nebbia era un elemento cardine di tale poetica, in grado di suscitare emozioni nell’intimo dell’uomo. Fujiko Nakaya intende celebrare in modo positivo il fenomeno meteorologico, infatti non è intenzione dell’artista far riflettere l’uomo intorno alle concezioni negative che vengono associate alla nebbia, per esempio all’idea di smog nata in seguito alla Rivoluzione industriale. L’artista celebra la bellezza del fenomeno facendo rivivere al pubblico l’intensità pittoresca del passato romantico.

 

 

David Zinn. Le creature fantasiose

David Zinn è un artista americano cresciuto nei dintorni di Manhattan, si avvicina alla Street art da autodidatta, senza nessuna imposizione accademica o circolo che imponesse regole da seguire. Ha iniziato a dipingere girovagando per le strade del Michigan, attratto da quella vita senza colore, offuscata dalla nebbia e dal fumo.

«Comincio a disegnare sulle strade o sui muri, bizzarri personaggi che richiamano lo stile dei fumetti come una sorta di ribellione a una vita senza colori».

Un’arte quasi fiabesca, un miscuglio di cartoon, a modo di bambino. Il suo stile diretto e spontaneo gli permette di narrare una storia con un linguaggio infantile, adatto sia a un pubblico maturo sia a un bambino.

L’artista per la sua arte usa gessetti colorati e carbone o oggetti ritrovati lungo il girovagare della città.

La maggior parte dei suoi disegni compaiono sui marciapiedi, o su rocce lungo il corso di un fiume, come un mostro verde brillante che cerca di uscire, o su una semplice recezione, come un gruppo di conigli flemmatici.

Un’arte divertente che si misura con la sperimentazione dell’animo puerile, fuori da ogni codice.

La sua opera ironica, divertente, si inserisce negli spazi più comuni, cantieri, snodi, come ha dare un tocco di brio e di vita alla città. Un’opera d’arte di strada, che a far parte del mondo bambinesco dell’artista, alla ricerca del suo “io”, dei valori dimenticati della società.

I suoi personaggi creano magicamente un mondo fantastico che viaggia senza limiti di tempo.

Tutto questo diventa materia prima con cui operare, tra l’ironia e lo spirito sprovveduto, immaturo, e dello spaesamento dell’esistenza di un’opera diversa.

L’elemento centrale del suo mondo sono gli animali che si adattano ai muri dove vengono ritratti, che si schiacciano, si allungano, prendano vita e dimensione intorno alle pareti urbane della città dove vivono.

Un’idea diversa di arte che entra a far parte di diritto di quel curioso mondo fatato.

 

Wanda Nazzari racconta vent’anni di arte contemporanea in Sardegna. Quel Centro al Centro

Giovedì 28 settembre, un coinvolgente incontro ha animato l’aula rossa della Cittadella dei Musei. Il Centro culturale Man Ray, in collaborazione con la cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea dell’università di Cagliari, ha presentato l’ultimo libro di Wanda Nazzari Quel Centro al Centro – un posto in trincea.

Pittrice, scultrice, performer e regista, Wanda Nazzari è una delle personalità più importanti del panorama locale contemporaneo, dal 1995 direttrice artistica del Centro culturale Man Ray.

Quattrocentocinquanta pagine e più di mille fotografie, un racconto dominato dal filo della memoria, che attraverso le dinamiche del Centro Man Ray storicizza oltre vent’anni di storia dell’Arte contemporanea in Sardegna.

Una coinvolgente introduzione di Pamela Ladogana apre la presentazione, dando il giusto peso alla testimonianza della Nazzari, importantissima per conoscere la nascita e lo sviluppo dell’arte contemporanea nel capoluogo sardo, e non solo, ma in particolar modo all’interno del Centro Culturale Man Ray, un centro che ha accolto e cresciuto tanti artisti. «Ricordo quell’esperimento del 2014, Metti un nido in Cittadella, un tentativo di instaurare un dialogo tra il contemporaneo e l’antico, come il museo Archeologico e la Pinacoteca. Una sensibilità originale di far dialogare la storia e il contemporaneo, e lei è riuscita nel suo intento».

«Un centro polivalente che ha visto tutte le sfaccettature del contemporaneo, che ha creato interazioni tra giovani artisti del nord sud e centro dell’isola. Un percorso storico artistico che in più di vent’anni ha accolto molte personalità, dando loro la possibilità di avere uno spazio, prima assente a Cagliari. Molti sono stati gli artisti cresciuti nel centro o passati per il centro Man Ray» così lo descrive Maria Luisa Frongia, già ordinario di Storia dell’Arte Contemporanea, e continua celebrando l’artista «si è da subito interessata all’arte contemporanea e soprattutto al non figurativo: tutto ciò che era innovativo e che andava messo in luce lei lo faceva, con grande passione, glielo dobbiamo riconoscere. Lei ha una capacità di scrittura coinvolgente, si porge in prima persona, racconta i suoi ricordi. Un grazie immenso a Wanda Nazzari».

«Con Wanda è nata la magia della creatività all’interno delle nostre sedi», interviene Marcella Serreli, direttrice della Pinacoteca Nazionale di Cagliari, «tra gli esempi Stanze (2009) e Metti un nido in cittadella (2014). Ci siamo incontrate tante volte per vedere insieme quali fossero li aspetti educativi. Ha sempre dato tanta importanza ai ragazzi. Questo è un manuale, un libro-strumento di lavoro, un punto fermo, da qui si studia!».

Prosegue Maria Paola Masala, giornalista, penna importante dell’Unione Sarda: «Gli anni del Man Ray di Via La Marmora hanno visto anche dei conflitti, ma c’era una grande passione che teneva tutto su, questa passione era Wanda. Gli artisti confluivano da ogni zona della Sardegna, parlavano e si confrontavano. Il man ray in una parola? Due: qualità e passione».

Un grande elogio anche da parte di Mariolina Cosseddu, consulente scientifico del Centro: «E’ un libro vivo, ha consegnato la storia della nostra città, un lavoro davvero curato in ogni suo dettaglio, che nasce non solo dall’amore per l’arte ma anche dalla stima degli artisti che ha seguito e curato, nessun avvenimento raccontato domina sugli altri, al contrario domina la sua preziosissima esperienza, totalizzante per lei. Wanda ha sempre cercato l’eterogeneità, mettendo insieme il passato e il presente. Un raccontare che ha assunto valore storico».

 

 

 

 

Il centro storico di Firenze non è il Bronx

Grottesco. Non ci sono altri aggettivi per definire l’intervento di Urs Fischer in Piazza della Signoria a Firenze. L’artista svizzero è stato chiamato per la manifestazione d’arte contemporanea In Florence, ideata da Fabrizio Moretti e Sergio Risaliti in concomitanza alla Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze. L’idea è stata quella di portare una grande firma dell’arte contemporanea nel cuore del centro storico del capoluogo toscano, come già avvenuto nel 2015 con Jeff Koons. Fin qui niente da obiettare, anzi, è lodevole il tentativo di portare la creatività odierna nei luoghi dove l’arte ha raggiunto la perfezione e promuovere il dialogo tra arte contemporanea e storia.

Il problema è che in questo caso non si assiste a un dialogo ma a una vera e propria rissa verbale degna di un Costanzo Show dei primi anni ’90, tanto è il contrasto tra il contesto e le nuove opere proposte. Si tratta di un totem di alluminio alto 12 metri che a detta dell’artista simboleggia «un monumento alla semplicità e alla primordialità del gesto umano che plasma la materia», accompagnato da due statue di cera che andranno via via a sciogliersi durante la mostra che finirà il 21 gennaio 2018.

Come per tutte le opere contemporanee è inutile discutere sulla forma di Big Clay (questo il nome scelto da Fischer per l’opera d’alluminio). Si può invece discutere di come sculture di questo tipo siano totalmente incompatibili con il centro storico di una delle città più eleganti del mondo. Per dirla con un esempio semplicissimo: un conto è mettere Big Clay in mezzo ai palazzacci del Bronx di New York, un altro è sistemarlo al cospetto di un palazzo trecentesco.

È bene che l’arte contemporanea di questo genere arrivi dove c’è veramente bisogno di arte, non dove si è saturi di bellezza. Il pericolo è quello di avere una percezione completamente distorta dell’intervento dell’artista che, come in questo caso, provoca solo fastidio. Chi arriva oggi in Piazza della Signoria non vede altro che una gigantesca prova di arroganza del contemporaneo sull’antico e percepisce la forma priva della sostanza.

Nessuno ragionerà sull’uomo che plasma la materia, nessuno farà caso alle impronte digitali dell’artista impresse nel manufatto che si sta formando. Tutti ricondurranno l’opera al risultato di caffè e sigaretta dopo colazione, fermandosi al massimo per un selfie come si farebbe con un Suv parcheggiato in mezzo a una spiaggia affollata.

Il Big Clay è un segno grave di come la supponenza delle artistar odierne abbia superato ogni limite. Personaggi totalmente incapaci di autocritica e convinti che dalle loro menti esca fuori solo oro colato, vivono in un mondo ovattato circondati da broker dell’arte il cui unico interesse è muovere il mercato. L’equivoco di Piazza della Signoria è frutto di una sopravvalutazione della firma rispetto al contesto, causata dal provincialismo al contrario di chi, dall’alto del suo cosmopolitismo, pensa di poter applicare ovunque quello che funziona oltre Oceano. Far dialogare un artista contemporaneo col centro storico di Firenze è una cosa, imporlo è un’altra. Non si va a parlare col Papa masticando un chewingum in infradito e bermuda.