Weltanschauung

La rubrica Weltanschauung è dedicata all’intuizione del mondo, alle disquisizioni intorno al modo in cui individui o gruppi sociali considerano l’arte, l’esistenza, e la posizione dell’uomo in tale crogiolo. Weltanschauung è la visione del mondo del singolo artista e della corrente resa palese nell’opera d’arte.

L’arte è una forma di comunicazione complessa che esprime molteplici elementi, così tanti da essere veicolo dell’immagine del mondo. Una serie di opere o l’insieme dell’intera produzione di una vita parlano dell’intimità dell’autore e della sua sensibilità; del suo rapporto con la società, quindi di politica; dello scopo del suo lavorare e della sua esistenza, quindi di filosofia; di cosa ritiene bello o piacevole, quindi di gusto; di passioni, ossessioni, speranze, auspici e ancora altro.

Ragionare sulle cose semplici: Maria Papadimitriou

La recente performance di Maria Papadimitriou al CARTEC di Cagliari, ha concluso un brillante 2015 per l’artista greca, protagonista alla 56ma Biennale di Venezia con l’esibizione “Why Look at Animals ?” AGRIMIKÁ . L’installazione al padiglione ellenico della Biennale è un ottimo esempio della raffinata attenzione che l’artista ha nei confronti delle tematiche sociali: un intero negozio di pelli e materiale per la caccia, realmente situato nella città di Volos, viene ricostruito minuziosamente nello spazio della kermesse veneziana. Detto così potrebbe sembrare una semplice replica, ma l’operazione è molto più profonda. Cosa c’è dietro una sperduta bottega di Volos? C’è la riscoperta dell’arcaico. Caccia, pelli di animale, il rapporto tra uomo e natura, istinto e ragione, vita e morte. I primi uomini sopravvivevano con la caccia, imparavano a lavorare le pelli per necessità, la natura non solo era rispettata ma soprattutto temuta. Tutto questo è ancora presente in un paese piegato da quell’alta finanza che è la massima espressione di un’economia fittizia, dove la logica non è mangiare il frutto del tuo lavoro ma mangiare con i soldi guadagnati dal lavoro di un altro. E se “L’opera d’arte, in sé, non ha un significato, non contiene un pensiero, ma può produrlo” come diceva Maria Lai, allora anche una povera bottega può diventare opera d’arte: ecco la grande intuizione di Maria Papadimitriou.

 

L’arte come provocazione, Milo Moirè

Dopo la recente esibizione – non artistica – di Milo Moiré a Colonia, per manifestare la propria solidarietà nei confronti delle vittime delle violenze, ci si è posti il dubbio su quanto sia originale, come scelta, quella di denudarsi (nel 2016) per attirare l’attenzione pubblica.
Di sicuro non è stata una scelta originale ma se si è parlato della vicenda, evidentemente, ha ancora senso portare avanti simili trovate comunicative.
Tuttavia, se trasliamo questo concetto all’arte e alla provocazione che ha caratterizzato la produzione dell’artista svizzera, le cose cambiano.
Da questo punto di vista, nelle opere della Moirè non vi è niente di nuovo, in realtà, poiché l’idea di impressionare il pubblico attraverso gesti ribelli, non ordinari, che smuovano lo spirito borghese della società, è figlio dell’arte del Novecento. Se a ciò si aggiunge la facilità con la quale, grazie a tali escamotage, si assurge alla notorietà, risulta chiaro come la ricetta – vincente – possa essere di semplice realizzazione. Forse solo apparentemente.
L’artista di origine slovacca e spagnola e residente in Germania ha, in verità, tra studi accademici da una parte e lavori d’ispirazione espressionista e surrealista dall’altra, tutte le carte in regola per poter dire la sua in questa società “fintolibera” (che solo apparentemente dà la sensazione di poter esprimere la propria opinione). Le produzioni di Moirè sono organiche al pensiero unico mondialista, quindi non filtrate e perfettamente accettabili.
I suoi retaggi culturali sono palesi nei suoi lavori, che testimoniano la pluralità anarchica di produzioni di questa epoca e la pesante dipendenza nei confronti di quelle divinità artistiche, totem insostituibili, chiamate Avanguardie.
La performance PlopEgg #1 – A Birth of a Picture del 2014 è la perfetta sintesi di quanto asserito, preciso connubio tra action painting ed espressionismo astratto, con un pizzico di introspezione psicologica data dai suoi studi personali. L’opera in questione è stata realizzata di fronte all’edificio che ospita la Fiera internazionale dell’arte di Colonia, in cui la stessa Moiré espelle dalla vagina degli ovuli riempiti di inchiostro e di vernice acrilica, i quali si schiantano, poi, su una tela (http://www.milomoire.com/?lang=de).
Il popolo, o la «Gran Bestia», come direbbe qualcun altro, ha reagito stracciandosi le vesti.
Ma qual è il compito dell’artista? Quello di cambiare il mondo o, forse, di limitarsi a rappresentarlo filtrando la personale percezione di esso?
L’artista seguace della Abramovic e di Beuys, dopotutto, si è limitata, durante la sua carriera, a darci una rappresentazione della società moderna da perfetta figlia, qual è, della propria epoca.
Intanto, all’anacronistico codice di comportamento richiesto dal sindaco di Colonia, in cui, tra le altre cose, invitava le donne a non vestire in abiti succinti per non suscitare negli uomini inutili libido, la Moirè ha replicato, cercando, a modo proprio, di influire sulla società (e quindi tentando di cambiare il mondo), scrivendo su un cartello: “Rispettateci! Non siamo prede libere nemmeno se siamo nude”.

(fonte: corriere.it)

(fonte: corriere.it)

William Basso: un horror lontano dalla cronaca

www.basso-art.com

www.basso-art.com

Capiamo di essere cresciuti quando ci rendiamo conto che la nostra concezione di paura è mutata. Le opere di William Basso ci ricordano quel mondo di Piccoli Brividi (Goosebumps, un ciclo di racconti ad ambientazione horror molto in voga tra i bambini negli anni ’90), fatto di mostri e fantasmi che ci facevano tenere il lenzuolo sopra la testa anche in piena estate. Un mondo che assorbivamo da film e racconti, quando ancora ci bastava stare in compagnia per sentirci al sicuro. Quando carichi di fantasia, un orsetto di peluche diventava uno scudo indistruttibile contro qualsiasi bestia, mentre tuoni e lampi devastavano tutto al di fuori della nostra impenetrabile cameretta. Oggi, invece, ci svegliamo sapendo che un peluche non può fermare un proiettile, che la nostra camera può essere violata, e che i luoghi affollati sono meno sicuri che chiudersi in casa da soli. Quindi cosa è mutato nella nostra concezione di paura? Essa non deriva più dalla fantasia, ma dalla coscienza dei pericoli. William Basso fantastica come un bambino, ci mostra un horror lontano dal reale, con personaggi dalla fisionomia complessa tipicamente cinematografici. Ma è proprio in questa complessità teatrale che sta il segno della sua creatività. La stupidità invece, si accontenta di una barba lunga e un turbante per generare un mostro.


 

Tutto è Arte, Arte è tutto: Cesàr Paternosto e la lezione degli Inca

Il mondo come lo conosciamo, noi figli della modernità, è un mondo fatto di categorie: c’è la nostra società e la società degli altri, l’economia, la finanza, la religione e così via; la lista può allungarsi all’infinito. Viviamo in un mondo diviso in compartimenti quasi stagni che comunicano una volta tanto, come delle isole servite da traghetti irregolari e capitani pigri. Ma questo mondo non è sempre stato così. Lo sa bene Cesàr Paternosto, lo sapevano bene gli Inca.

La vita, fino a che la luce dell’Illuminismo non ha abbagliato tutti, era un continuum che creava categorie solo per il piacere di mischiarle, sporcarle e farle sovrapporre. Così come fino alla Rivoluzione Industriale non si poteva nemmeno pensare un’economia non subordinata alla società (Polanyi, 1968); fino al Rinascimento era ugualmente inimmaginabile un’arte completamente fine a sé stessa, creata con l’unico scopo di esistere esteticamente. Il mondo prima di noi se ne fregava delle categorie, ma noi ce ne siamo dimenticati, o ce lo hanno fatto dimenticare. Cesàr Paternosto, però, ha provato a ricordarcelo nel suo saggio No Borders: The Ancient American roots of Abstraction (Schneider & Wright, 2006:158), dove ci presenta la preziosa lezione degli Inca. Lui, pittore e scultore nato a La Plata nel 1931 – figlio del genere astratto e araldo del Concretismo – ha speso più di metà della sua vita a New York, dove ha prodotto ed esposto con grande successo. Gli artisti veri, però, finita quella brevissima carica di euforia e agio economico, del successo non sanno bene che farsene. Gli artisti veri vogliono l’ispirazione, sfidano la noia, cercano le radici. Cesàr Paternosto non fa eccezione, e le radici se le andò a cercare nel 1977 dove le aveva veramente: nella sua Argentina. Originariamente volato a Buenos Aires per esporre all’Artmùltiple Gallery decise poi di trascorrere il resto dell’inverno in Sud America. Cercava le radici, le ha trovate ovunque: sulle rive del Titicaca, a Cuzco, a Ollantaytambo; soprattutto le ha trovate a Machu Picchu. Tutti a volte abbiamo bisogno di una piccola spinta nella vita, di un suggerimento, di uno schiaffo morale che ci riattivi i sensi: se per la maggior parte di noi c’è nostra madre e le sue mani mai dome a svolgere questo compito, solo per pochi, forse solo per Cesàr Paternosto ci poteva essere l’Intiwatana. Apparentemente, in quel monolite di linee geometriche appoggiato tra i picchi delle Ande c’erano tutte le radici che Paternosto cercava; c’erano le radici della sua gente, nuova linfa per la sua arte. Le linee squadrate ma armoniose dell’Intiwatana gli mostrarono una nuova dimensione artistica, lui la colse e la traspose nell’ultima fase della sua produzione – la cui opera più rappresentativa è forse Northeast Window. Soprattutto, però, gli ricordarono cos’era l’arte per gli Inca, cosa è sempre stata l’arte per l’uomo: tutto. L’Intiwatana, infatti, era per la civiltà Inca un monumento di carattere religioso legato indissolubilmente al calendario e al trascorrere del tempo, aveva una funzione principalmente pratica, un ruolo sociale consolidato e riconosciuto; esso era dunque asservito ad uno scopo. Questo però, ci dice Paternosto, non gli impediva di essere anche un pezzo di arte, una scultura, benché per gli standard artistici classici dell’Occidente fosse classificato come artefatto architettonico o pietra decorata. Le forme geometriche dell’Intiwatana, spiega l’artista argentino, seguono un pattern socialmente condiviso di idee artistiche che avevano corrispondenze profonde nella mitologia Inca, la cui cultura non distingueva minimamente tra estetica ed utilità, tra manufatti artistici e oggetti pratici. Lo stesso discorso può essere applicato agli intarsi sul Tempio del Sole, o ancor di più ai complessi motivi t’oqapu, le cui trame intricate ricoprivano tuniche ed arazzi Inca. Secondo recenti rivisitazioni, infatti, i motivi t’oqapu rappresentavano una struttura parallela alla scrittura, in un sistema simile ai geroglifici dove ogni disegno recava in sé un messaggio facilmente decodificabile dagli altri membri della società. Le tuniche Inca, quindi, non erano semplicemente decorate ma erano artisticamente disegnate in modo da essere inserite in un sistema culturale di comprensione e trasmissione di messaggi. Il velo di etnocentrismo che ha accompagnato studiosi e critici al momento delle loro valutazioni – e accompagna tuttora anche noi – li spinse a declassare molta della produzione Inca a decorazione o artefatti in pietra e metallo invece che identificarli per quello che realmente erano: dipinti e sculture. Il segreto, però, è proprio qui. Questo è il messaggio di Cesàr Paternosto, questo è il messaggio degli Inca: tutto è arte, arte è tutto. I confini spaziali-concettuali-formali che rinchiudono la nostra vita in categorie rigide, in una sorta di autolesionistica celebrazione dei limiti di Kant, non esistono “realmente”; la differenza tra arte e decorazione, intaglio della pietra e scultura, fine utilitaristico e aspirazione artistica non sussiste universalmente ma è una peculiarità della cultura occidentale. La dicitura Belle Arti, in definitiva, è una categoria costruita da noi, che comporta una rigidissima distinzione tra manufatti con un fine puramente estetico-artistico e altri con un fine decorativo-utilitaristico; tra manufatti la cui produzione è fine a sé stessa ed altri che hanno uno spiccato ruolo pratico. Le Belle Arti, e i rigidi confini che una tale etichetta comporta, sono, insomma, parte della nostra cultura e del nostro modo di rapportarci al mondo. Cosa ne pensano, però, le altre culture di una simile categorizzazione e di simili confini? Alla maggior parte di esse, tra cui indubbiamente gli Inca e tutte le altre civiltà del Centro-Sud America, sarebbe stato forse impossibile anche solo spiegare che un disegno o è un pezzo d’arte oppure è una decorazione; che una roccia è intagliata oppure è artisticamente scolpita. Molte di esse, probabilmente, lo troverebbero banalmente divertente. Il nucleo di No Borders è proprio quello di presentare una cultura tra le tante per cui non c’erano confini che demarcassero la differenza tra ciò che è arte e ciò che non lo è. Quello su cui vuole spingerci Cesàr Paternosto è sicuramente un viaggio affascinante, catartico, educativo; è un viaggio che può mostrare non solo differenti modi di guardare all’arte, ma anche un diverso modo di approcciarsi a tutte le altre sfere del nostro vivere. Quello attraverso l’arte del Centro America pre-ispanico è un viaggio che Paternosto ha percorso tutto, e che poi ha trasposto nella sua rinnovata, rafforzata produzione artistica. Chissà se non potremmo percorrerlo anche noi, e attraversare così qualcuno di quegli scomodi confini su cui spesso ci troviamo a sedere annoiati.

[Diego Salvati]

NorthEast Window -Anthropology & Contemporary Art - Arnd Schneider and Christopher Wright - 2006

NorthEast Window – Anthropology & Contemporary Art – Arnd Schneider and Christopher Wright – 2006

Tunica t'oqapu

Motivi t’oqapu

Intiwatana

Intiwatana

Governo all’Arte – Arte al potere

Contrario all’idea che l’etimologia possa spiegare compiutamente l’essenza di un termine, partirò da essa per arrivare al quid. La fusione del termine latino ars (lungi dal greco τέχνη, téchne) con l’ellenico δῆμος (démos, popolo) ha prodotto il termine, non nuovo, Artecrazia, il quale assurge, in salsa anglosassone, al neologismo Artecracy. Le ragioni di un tale melting pot linguistico verranno espresse da qui innanzi. Che lo si voglia interpretare come la volontà di elevarsi a “governo dell’Arte” o al “potere all’Arte”, finanche all’”Arte al potere” a noi, sinceramente, poco importa. Risulta essenziale, invece, dare voce ed anima ad una delle più nobili qualità dello spirito umano in questo «mondo che danza sui piedi del caos» (Friedrich Nietzsche, Also sprach Zarathustra). Per farlo ci si avvarrà del presente giornale on-line, un portale «per tutti e per nessuno».

La rivista «Artecrazia», dedicata all’arte, fu in realtà il supplemento del periodico «Futurismo», il quale vide la luce per la prima volta in Italia negli anni Trenta del secolo scorso. Questo non significa che la mission del nostro giornale e che l’operato dei giornalisti e collaboratori del presente portale sia direttamente riconducibile all’idea propugnata dai futuristi più di un secolo fa. Tutt’altro. Il continuum è deducibile, invece, dalla volontà di spezzare una volta ancora il rapporto con un passato artistico ingombrante e stantio. Riferendosi non solo a quello della tradizione greco-romana e moderna, ma anche, principalmente, a quello che ha caratterizzato gli ultimi cinquant’anni del secolo scorso.

Dando voce critica ai giovani europei del XXI secolo, spiriti liberi e mai satolli, il giornale sarà il megafono della nuova energia vitale artistica del Vecchio Continente e non solo. La forza del progetto sarà, infatti, la presenza di collaborazioni internazionali all’interno del portale, fucina inesauribile di articoli e di scambi proficui di idee e culture. Saranno presenti articoli scritti in diverse lingue e il titolo stesso del nostro giornale è volutamente un neologismo inglese che possa veicolare subito il messaggio: l’annuncio della nascita di un nuovo laboratorio di idee intorno all’arte e al suo significato intrinseco.

Secondo Gillo Dorfles «l’arte non prescinde dal tempo per esprimere semplicemente lo spirito della Storia universale, bensì è connessa al ruolo delle mode e a tutti gli ambiti del gusto», tuttavia non è neanche, per Vladimir Vladimirovič Majakovskij, «uno specchio cui riflettere il mondo, ma un martello con cui scolpirlo». Noi vogliamo cantare quella che è o dovrebbe essere la nuova arte, cercando di interrogare il passato con gli occhi critici del presente, come slancio per un futuro necessariamente diverso, al di là del bene e del male. Questo perché siamo consci che pánta rêi, tutto scorre, e ciò vale per ogni realtà, senza eccezione, compresa l’arte. Il divenire è contrassegnato da un continuo passare da un contrasto all’altro, direbbe Eraclito di Efeso, e l’arte, parafrasando Oswald Spengler, è la forma d’espressione più significativa di un popolo, inserita nei cicli della storia.

Una costante della moderna cultura europea, secondo Erich Auerbach, è la centralità della persona umana, frutto della convinzione che la sorte personale dell’uomo sia necessariamente tragica e rivelatrice della sua connessione con l’universale. Ma al di là della ricerca del metafisico, infausta o salvifica, dell’uomo, noi vogliamo ripristinare gradualmente il ruolo primario del corpo umano nell’arte. Ciò non attraverso un grottesco ritorno all’uomo vitruviano posto al centro dell’universo, di rinascimentale memoria, bensì ad una graduale e mai forzata riscoperta di quella macchina perfettamente sproporzionata che è l’essere umano. Ma ogni espressione artistica del passato e del presente, ogni prodotto materiale e immateriale, ogni concezione dell’arte, anche diametralmente opposta alla nostra visione, potrà trovare spazio nel nostro lavoro editoriale, filtrata dalla nostra personalissima “concezione del mondo”, o meglio, weltanschauung.

La libertà d’espressione, nei limiti della deontologia professionale, sarà la costante della nostra produzione giornalistica, senza asservimenti politicamente corretti.

Lavoreremo, da subito, pubblicando note critiche e notizie di informazione relative alle mostre e alle iniziative in generale dedicate all’arte, promosse in Europa, a 360°. Consci che il “nuovo” sia sempre violento (si pensi al parto), siamo consapevoli di poter infastidire i puristi e di non riuscire a scalfire i solipsisti, figli di questa Europa che doveva essere «una volontà unica, formidabile, capace di perseguire uno scopo per migliaia di anni» (Friedrich Nietzsche) e che si sta rivelando perfettamente integrata, invece, nella logica del «cretinismo economico», nel «capitalismo assoluto perfettamente realizzato», direbbe il filosofo Diego Fusaro, distante anni luce dai popoli e produttore dell’individuo avulso dalla società e mero consumatore. Ai giovani obnubilati dal “nichilismo passivo” noi proponiamo, quasi un secolo dopo, le parole di Margherita Sarfatti: «un’arte, che sembri di tutti, e sia nell’essenza per i migliori, perché tutti possono intenderne i lati rappresentativi, non ermetici, semplici, e tutti possono presentirne oscuramente l’afflato di mistero spirituale interiore, il quale non le viene dagli artifici apparenti, ma dal senso del prodigio, posto alle radici dell’essere» (Storia della pittura moderna).

Rispetto alla modernità promossa dal Novecento noi proponiamo alle nuove generazioni un supporto multimediale figlio del nostro tempo tecnologico, un brain storming multimediale, che anela ad una, chissà, futura nascita di una corrente artistica contraria all’accelerazione dei tempi di cambiamento, quindi cronologicamente longeva.

Intanto, in questo periodo in cui le classi dominanti combattono una “rivoluzione passiva” per rinsaldare l’ordine neoliberale, il vuoto artistico è paradossalmente contraddistinto da una pluralità di produzioni, certificando la crisi, ossia, come direbbe Antonio Gramsci, «quel momento in cui il vecchio muore ed il nuovo stenta a nascere».

La stessa crisi che contraddistingue «il migliore dei sistemi possibili», la democrazia, un valore così universale che l’Occidente pensa sia proprio dovere esportare, direbbe Massimo Fini, «anche con la forza presso popolazioni che hanno storia, vissuti e istituzioni completamente diversi […] Un regime (la democrazia) di minoranze organizzate, di oligarchie politiche economiche e criminali che schiaccia e asservisce l’individuo, già frustrato e reso anonimo dal micidiale meccanismo produttivo di cui la democrazia è l’involucro legittimante».

All’anglofono Liberal democracy noi proporremo sempre nuovi artisti, capaci di interpretare un mondo, perlomeno, diverso, segnato dall’avvento dell’Artecracy.

[Stefano Cariello]