Weltanschauung

La rubrica Weltanschauung è dedicata all’intuizione del mondo, alle disquisizioni intorno al modo in cui individui o gruppi sociali considerano l’arte, l’esistenza, e la posizione dell’uomo in tale crogiolo. Weltanschauung è la visione del mondo del singolo artista e della corrente resa palese nell’opera d’arte.

L’arte è una forma di comunicazione complessa che esprime molteplici elementi, così tanti da essere veicolo dell’immagine del mondo. Una serie di opere o l’insieme dell’intera produzione di una vita parlano dell’intimità dell’autore e della sua sensibilità; del suo rapporto con la società, quindi di politica; dello scopo del suo lavorare e della sua esistenza, quindi di filosofia; di cosa ritiene bello o piacevole, quindi di gusto; di passioni, ossessioni, speranze, auspici e ancora altro.

Arte e Design nella Produzione della MITA. 1926 – 1976

Una nuova mostra animerà le sale del MURATS, Museo Unico Regionale dell’Arte Tessile Sarda di Samugheo, Arte e Design nella Produzione della MITA. 1926-1976. Il progetto fa parte di un più ampio programma espositivo dedicato all’indagine del complesso rapporto tra arte e manifattura tessile, avviato proprio dal MURATS nel 2013 con la mostra InTESSERE e proseguito tra il 2014 e il 2015 con TAVOLARA e DEPERO. Ora, grazie alla collaborazione ed al coinvolgimento del Comune di Samugheo, del Museo MURATS, di Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura di Genova, della Wolfsoniana e del Banco di Sardegna, la terza tappa di questo percorso è dedicata alla produzione della MITA, acronimo di Manifattura Italiana Tessuti Artistici, fondata a Genova Nervi da Mario Alberto Ponis nel 1926 ed attiva fino ai primi anni Settanta.

L’inaugurazione si terrà Domenica 30 Aprile, ospite d’onore: Mitchell Wolfson Jr., il collezionista d’arte statunitense fondatore del Wolfsonian Museum di Miami Beach (Florida), della Wolfsoniana di Genova Nervi e membro del Consiglio direttivo di Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura di Genova.

Le proficue collaborazioni con gli artisti e gli architetti più rilevanti del Novecento, l’alta qualità della manifattura e l’ideazione di temi stilistici e iconografici originali, hanno consentito alla MITA di dar forma ad una ricca e poliedrica produzione e di affermarsi nel circuito dell’arte e del design internazionale: la mostra al MURATS ne ripercorre e omaggia la storia. Il percorso espositivo è vario e avvincente. Depero, Luzzati, Scanavino, Pomodoro, Paulucci, Gio Ponti, Sottsass, sono alcuni dei nomi che hanno firmato i circa cento pezzi in mostra, tra tappeti annodati, arazzi, foulard, tessuti stampati. Un interessante nucleo è rappresentato dai bozzetti e dai disegni preparatori, realizzati dagli autori che hanno collaborato con la MITA cimentandosi con passione nell’impresa progettuale e di sperimentazione ideata dell’imprenditore genovese; comprende inoltre alcune lettere della corrispondenza intercorsa tra Ponis e Fortunato Depero e il celebre Libro Imbullonato del 1927, capolavoro della grafica del Novecento e manifesto del movimento Futurista.

 

 

ARTE E DESIGN NELLA PRODUZIONE DELLA MITA. 1926 – 1976

Dal 30 Aprile al 26 Giugno 2017 Sala convegni Museo MURATS – Via Bologna sn, Samugheo (OR)

Vernissage 30.04 ore 19:00

 

Informazioni e siti ufficiali:

http://www.palazzoducale.genova.it/la-trama-dellarte/

http://murats.it

Email: museomurats@gmail.com

Telefono:  0783 631052

 

Apertura dal martedì alla domenica, festivi inclusi:

Orario legale: 9:30 – 13:00 (martedì 10-13) / 17:00 – 20:00

Orario solare: 9:30 – 13:00 (martedì 10-13) / 16:00 – 19:00

Prezzi per l’ingresso:

intero: € 2,50 – ridotto: € 1,00 – Il prezzo ridotto si applica alle scolaresche ed ai gruppi di almeno venti persone. Le visite guidate sono comprese nel prezzo del biglietto

Violare il corpo. La Body Art di Vito Acconci e Gina Pane

Pensare all’arte nel XXI secolo significa non rimanere vincolati alla classica suddivisione scolastica in pittura, scultura e architettura, pensare all’arte oggi significa immergere la mente umana in un universo culturale invitante alla riflessione su una vasta gamma di tematiche. A partire dal XX secolo qualsiasi elemento può essere utilizzato dall’uomo per esprimere il proprio pensiero, per far riflettere il pubblico su determinati temi, uno di questi è il corpo vero e proprio, che già dalla seconda metà del Novecento, con Piero Manzoni, fece la sua comparsa nell’universo artistico.

Il tema trattato in questa sede è la violazione del corpo, un tema caro a diversi artisti, fra questi Vito Acconci, classe 1940, architetto, fotografo ed esponente della Body Art, che con Marchi (1970), ovvero dei morsi effettuati dallo stesso artista sulla propria carne, conduce la mente dell’essere umano a interpretare il gesto autolesionistico come un atto di autopossesso, come se si trattasse di un prodotto commerciale, ove il corpo viene contraddistinto dalla presenza di un’etichetta, in questo caso un’impronta temporanea. Il corpo viene violato, un gesto sadomasochista che è la prova di come l’essere vivente tenda a far proprio qualcosa che già di per sé gli appartiene, rivendica, come affermato proprio dall’Acconci, ciò che è suo, evidenziando come un soggetto attivo possa diventare un oggetto passivo disposto a farsi violare. Se violare significa compiere delle azioni irrispettose allora non può passare inosservata un’altra performance artistica di Vito Acconci, Conversioni (1971), in cui l’artista brucia i propri peli pubici e nasconde il pene fra le cosce. Qual è lo scopo? Certamente ridurre al minimo le differenze sessuali fra uomo e donna, una scelta influenzata senza dubbio dagli sviluppi dei movimenti femministi negli anni ’70.

Violazione significa far del male, in questo caso al proprio corpo, dei gesti ritenuti violenti e irrazionali entrano a far parte delle performance degli artisti della Body Art. Celebri sono Sang / lait chaud (1972) e la performance Azione sentimentale (1973), con le spine di rose conficcate nel braccio, dell’artista francese Gina Pane (1939 – 1990), esibizioni legate alla dimensione dolorosa del corpo, ove ancora una volta quest’ultimo è sottoposto al tormento fisico, un richiamo al mondo della religione, in particolare alle torture subite dai martiri cristiani, una violenza fisica che in questo caso è stata posta in opera dalla stessa artista.

I gesti di automutilazione vengono trattati dai due artisti analizzati in questa sede in modo differente, le ragioni che conducono Vito Acconci e Gina Pane alla violazione del proprio corpo sono diverse, entrambi però sfidano il dolore, cercano di superare i limiti fisici a cui il corpo è sottoposto. L’atto violento non provoca solo un forte impatto sull’emotività del pubblico, che può essere disgustato o impaurito di fronte alla performance, la violenza obbliga la mente dello spettatore a riflettere su quello che l’artista vuole gridare a chi lo osserva.

 

 

I pesci non portano fucili. Alfredo Pirri al Macro Testaccio

Dopo l’apertura della mostra nel novembre 2016 dal titolo RWD / FWD, allestita negli spazi dello studio e archivio di Alfredo Pirri, il Macro Testaccio ha inaugurato la tappa conclusiva di questo viaggio visuale che ripercorre la produzione artistica di Pirri. I pesci non portano fucili a cura di Benedetta Carpi de Resmini e Ludovico Pratesi, racchiude circa cinquanta opere attraverso una rilettura completa e ragionata della ricerca dell’artista. Una delle tematiche che sembra predominare il progetto espositivo attentamente pensato e sviluppato, è la città intesa non solo come uno spazio chiuso e confinato, ma come luogo di incontro, condivisione, uno spazio aperto che si conclude con cento elementi in pergamena e cartone che richiamano dei libri aperti, omaggio a Sandro Penna, e che allo stesso tempo delineano mappe urbane ideali.

Lo spazio e il suo rapporto con l’uomo e la materia rappresenta una delle maggiori peculiarità dell’operato artistico dell’artista. La sua capacità di rapportarsi con qualsiasi dimensione spaziale fa scaturire dialoghi e incontri inaspettati tra materiali e spazialità emozionali, attraverso la necessaria presenza dello spettatore che diventa il collaboratore principale della relazione tra opere e luoghi in cui vengono riprodotte. Tra questi, Passi installazione site specific, in maniera chiara e trasparente, mette in relazione l’uomo con la materia. Lo specchio che diventa pavimento riflettente fa da collegamento anche in questa esposizione, e il lento o veloce fruire della gente, contribuisce a creare sulla superficie specchiante altre trame narrative attraverso l’infrangersi della totale estensione dello specchio.

La visione che Pirri ci offre è, così come la sua arte, fonte di dialogo inesauribile tra elementi dai colori tenui, caldi che ricordano tramonti o visioni dalle tonalità fredde che ricordano l’inverno. L’artista ci accompagna in un itinerario emozionale conducendoci passo dopo passo verso la consapevolezza che, grazie all’immaginario visivo, è possibile rimanere immobili e allo stesso tempo viaggiare su trame cittadine dove l’uomo e lo spazio coincidono sotto forme nuove e in continuo mutamento.

 

 

I pesci non portano fucili

Macro Teastaccio – Ex mattatoio

Piazza Orazio Giustiniani, 4, 00153 Roma

12.04.2017 – 04.06.2017

Orari: martedì – domenica ore 14.00 – 20.00, lunedì chiuso

Ingresso: interno 6 Euro ; ridotto 5 Euro

 

Like a samba: tre grandi fotografi raccontano la saudade brasiliana

«Non esistono due viaggi uguali che affrontano il medesimo cammino», ha scritto Paulo Coelho. Tre men che meno, aggiungiamo noi. Ce lo dimostrano tre grandi fotografi, uno svizzero, un americano e un italiano, che hanno affrontato lo stesso viaggio in Brasile, raccogliendo però esperienze e ricordi diversi tra loro, e raccontando con gli occhi di tre stranieri le diverse anime di uno stesso paese.

I tre fotografi in questione sono René Burri, David Alan Harvey e Francesco Zizola, e il risultato dei loro viaggi è oggi esposto a Roma, con la mostra Like a samba, alla Ilex Gallery fino al 21 luglio. Per la prima volta in assoluto venti foto scattate da questi autori in terra brasiliana sono esposte insieme, con la cura di Deanna Richardson e Daniel Blochwitz, sapientemente mescolate tra loro a creare un discorso unico.

Private dell’ausilio delle didascalie, infatti, le opere non sono individuate singolarmente, ma si mescolano all’interno della mostra in un unico ritmo, in un unico racconto, che procede da solo senza bisogno di spiegazioni.

Un racconto che, “come una samba”, si muove al passo della ragazza di Ipanema, tenendo il pubblico sulle spine con la sua bellezza malinconica. Un racconto enigmatico e nostalgico, che ben si addice a mostrare in tutta la sua forza la famosa saudade brasiliana.

Un racconto fatto però di contrasti, in cui l’anima divisa, duplice, del paese, si rivela senza mezzi termini e si fa protagonista. Contrasti che si manifestano sia a livello formale, nell’accostamento tra grandi e piccoli formati, tra cornici chiare e scure, tra cupi bianchi e neri e colori brillanti, sia a un livello più profondo, in quello che emerge inevitabilmente tra il lusso delle spiagge esotiche popolate di bikini succinti e occhiali da sole, e le realtà ben più dure e problematiche che da sempre si nascondo dietro di esso.

Del resto, per citare di nuovo il brasiliano Coelho, «Dio, nella sua infinita saggezza, ha nascosto l’inferno in mezzo al paradiso per fare in modo che stessimo sempre attenti».

Fino al 21 luglio 2017

ILEX Gallery
via San Lorenzo da Brindisi 10b
Roma
http://ilexphoto.com/

Asylum

Asylum è il titolo di una mostra che l’Exmà ospiterà fino al 14 maggio negli spazi espositivi della sala delle volte.

Per l’occasione sono stati selezionati trentatré artisti provenienti da tutto il territorio nazionale che si esprimono attraverso una scelta stilistica molto particolare. Si tratta di una corrente che nasce per indicare produzioni artistiche di autodidatti, coloro che operano al di là di regole convenzionali. E’ un gruppo di artisti che trattano con la loro arte tematiche relative alla personalità, quanto questa idea sia variabile a seconda dell’epoca e del contesto sociale e nell’ambito in cui si afferma, riflettendo il carattere dell’artista e come questo si sia evoluto da una società troppo oppressiva .

La mostra prevede lavori molto diversi tra loro: sono presenti opere pittoriche, fotografiche, installazioni e video. Gli artisti mostrano la capacità di confrontarsi l’uno con l’altro, trattano temi particolari, quali disturbi della personalità, tematiche politiche e sociali in un dialogo tra modernità e tradizione.

Il percorso artistico pone l’obbiettivo di fornire alcuni spunti di riflessione in merito alla condizione della società in cui l’uomo è costretto a vivere l’artista, isolato e sopraffatto da una visione tirannica della vita, da escludere ogni rapporto umano. L’essere umano è condannato senza colpe a una civiltà troppo malata in preda ad effetti demoniaci, che scarnificano la vera essenza dell’artista, non più in grado di reagire a un movimento frenetico e caotico che condiziona la vena poetica di espressione.

Pittura e scultura si mescolano tra loro, in un perfetto connubio di arte e bellezza, trasportano il visitatore in un percorso fantastico dove i colori sono dati da un gioco di luci che si alternano e rimbalzano sulle opere d’arte esaltando la natura stessa della realtà, la sua sostanza e la sua profonda bellezza.

La mostra prevede un confronto tra l’artista e il turista mettendoli su due piani paralleli,  dipendente l’uno dall’altro, che si condizionano a vicenda.

Cagliari

Exmà

Dal martedì alla domenica. Chiuso il lunedì

Dalle 9-13 e 16-20

Info: 070666399

Un ingegno pluridisciplinare: Claudia Losi

 

Installazioni site-specific, sculture, video mapping, lavori su tessuto e su carta, una grande varietà di media abbraccia la ricerca artistica di Claudia Losi. Nata a Piacenza nel 1971, la Losi si è diplomata all’Accademia di Belle Arti e laureata in Lingue a Bologna, avendo trascorso sei mesi in Francia con l’Erasmus. Nell’estate del 1998 è stata selezionata per il Corso Superiore di Arte Visiva della Fondazione Antonio Ratti di Como, dove segue uno stage con l’artista Hamish Fulton.

Interessata da subito a progetti pluridisciplinari, scienze naturali, etnologia, geologia, cartografia, poesia e letteratura, la sua indagine si focalizza sul rapporto tra l’uomo e la natura, tra l’individuo e la collettività, sulla esplorazione come esperienza di conoscenza. Losi parla e racconta attraverso l’arte, il cucito e la scrittura, impiegando spesso il suo lavoro come innesco per creare nuovi orizzonti, per abbattere più confini possibili tra un’arte e l’altra.

Fondamentale nella sua opera, in contrapposizione alla frenesia della vita, è il ricamo lo strumento prediletto, lento, che richiede manualità e precisione. La maggior parte dei progetti da lei ideati infatti nascono dall’incontro con un luogo che lentamente prende la forma di un’opera: sia essa un ricamo, una scultura, un’installazione. L’opera di Claudia Losi abbraccia un caleidoscopio di progetti che descrivono al meglio l’arte da lei concepita come work in progress. La qualità che caratterizza le sue opere traduce in maniera poetica la ricchezza della sua ricerca, dell’aspetto straordinario che si nasconde dietro un tessuto, e la relazione con la scienza e l’interesse per la natura, che sono sempre stati fondamentali nella sua opera, le hanno permesso di focalizzare l’attenzione sul “camminare” inteso come pratica artistica e strumento ideale per elaborare le sue riflessioni emotive ed analitiche sul panorama artistico.

Tra le opere che scaturirono più successo, nei primi anni ’90: vi sono una serie di progetti di gruppo, arte partecipata e collettiva, basati sulla volontà di coinvolgere le persone ad eseguire dei ricami. Nominiamo ad esempio la comunità del parco Nazionale del Pollino, alla quale chiese di raccontare un ricordo fornendo immagini, disegni o fotografie, che poi sono state cucite su pezze di tessuto. Tavole vegetali, una serie di licheni durante alcuni viaggi riprodotti su un supporto in tessuto; Ciottoli, pietre ricamate in tessuto, Paesaggi, mappe disegnate sui muri con filo di juta, Onde-Progetto Belgrado, un’immagine ricamata con fotografie della risacca di un’ondata marina, eseguito da tre donne in un campo profughi, Marmagne, fotografie stampate su tela, che riguardavano un allevamento di trote. Degli anni 2000 abbiamo Etna Project, disegno degli anni Ottanta di una colata di lava del vulcano siciliano, riportata sempre su stoffa in sedici parti, ognuna affidata a due gruppi di donne, sei peruviane e sei marocchine. Tra le installazioni più celebri sicuramente Balena project , una balenottera in tessuto cucito di lana a dimensioni reali, che riproduce il più fedelmente possibile le caratteristiche anatomiche del cetaceo. L’opera ha avuto un enorme successo, venne esposta in molte città italiane e non solo, anche in Ecuador e Inghilterra.

 

Ale Giorgini, tra realtà e illustrazione

L’illustrazione è un genere di arte che ci circonda ma che molto spesso viene sottovalutata e presa poco sul serio. Siamo sempre portati a voler etichettare il concetto di “Arte”, ma chi può stabilire veramente cosa è arte e cosa non lo è? Basta “semplicemente” emozionare per poter dare ad un’opera una valenza artistica? Per me è già un grande valore e privilegio poter essere contaminata da un’emozione; ecco l’illustrazione è un’arte che parla direttamente alle emozioni ma aiuta anche a pensare, riflettere, comprendere. Dapprima era vista come un semplice accompagnamento ad un testo, oggi è molto di più perché è essa stessa un box di contenuti. Un linguaggio universale che non ha bisogno di parole di accompagnamento, proprio perché non richiede la conoscenza di un linguaggio specifico per poterla capire ma siamo tutti in grado di codificarne i contenuti.

E’ da anni oramai che seguo con piacere l’arte di Ale Giorgini, illustratore 100% italiano, vicentino, classe 1976, autodidatta diventato famoso ai miei occhi con la genialità del suo personaggio Ted Bunny – coniglio serial killer wannabe, presente sulle pagine della rivista XL di Repubblica. Nelle sue illustrazioni c’è parte del suo modo d’essere, della sua storia e della sua visione del mondo. Il suo lavoro parte dall’osservazione: si lascia catturare dai volti delle persone che incontra, fantasticando e immaginando quali storie possano celare quegli occhi. Il suo è un tratto all’apparenza semplice, minimalista ma inimitabile fatto di colori nitidi e linee precise. Giorgini riesce a passare con abilità dal linguaggio del fumetto mainstream – alle illustrazioni geometriche che citano cultura pop, musica e cinema – al fumetto politicamente impegnato, conservando sempre ironia e solarità. Il suo segno è influenzato anche da uno stile che ricorda i cartoon degli anni ’50 e ’60, un’estetica che di per sé ci riporta ai collage infantili realizzati su cartone.

Disegni spontanei, frutto di istantanee che cattura nella vita di tutti i giorni. Disegna uno sketch a matita su carta che poi trasferisce sul digitale. Nascono immagini che spaziano, che a volte ci fanno riflettere, a volte sorridere, ci parlano in maniera diretta senza alcun tipo di filtro.

Le sue illustrazioni hanno fatto breccia nel mondo artistico e commerciale tanto che Giorgini vanta collaborazioni prestigiose con multinazionali quali la Sony Pictures, Warner Bros, Emirates, Mtv, Virgin Atlantic etc. ed ha partecipato a numerose mostre e performance in tutto il mondo come a New York, Los Angeles, Sidney, Roma e Milano.

Con le sue illustrazioni Ale Giorgini racconta il mondo in un modo del tutto originale, con un linguaggio universale, a volte fanciullesco,riuscendo a comunicare direttamente con il lettore veicolando le sue emozioni e suggestioni.

 

La violenza nell’arte: il Neoespressionismo

Abbiamo avuto modo di parlare del gruppo CoBra, dell’informale, dell’espressionismo astratto. Ma esattamente cosa vuol dire il termine Neoespressionismo? Si tratta di un movimento artistico sviluppato negli anni Settanta in Europa e in America, rappresentato da una forte espressività, colori molto accesi ed energiche pennellate.

Etimologicamente parlando possiamo dare la definizione di nuovo espressionismo, nuovo rispetto all’avanguardia sviluppatasi all’inizio del secolo scorso, in Europa e in America. Ora, dopo le sperimentazioni astratte ed informali, l’arte figurativa, intrisa di tragiche esperienze politiche e sociali, tornò alla ribalta per comunicare, anzi per denunciare la miseria sociale dovuta al capitalismo ed alle profonde diversità collettive. Le ragioni dell’Espressionismo vengono rivisitate con una forte coscienza della contemporaneità, alcune volte anche con velate o dichiarate nostalgie nazionaliste.

Si tifa per un deciso recupero della figura rappresentata come riflesso del malessere sociale, un’immagine che si deteriora, si consuma e si rende immateriale dietro il ruvido trattamento pittorico.

Ancora una volta, sembra di respirare una nuova aria. La nuova ricerca artistica si connota come una serie di differenti ambiti d’indagine, spesso non separati gli uni dagli altri, ma che si intersecano e si sovrappongono nel tentativo di dare forma ad una nuova idea dell’opera. Il ruolo tradizionale della pittura da cavalletto è ancora contestato per un tipo di espressività fredda e distaccata, che usa il quadro quale supporto di immagini desunte dal nuovo panorama socio politico, in cui la storia dell’arte si congiunge con la società, facendo in modo che parte integrante dell’opera sia la propria attiva partecipazione e quella stessa del pubblico.

Le opere degli artisti Neoespressionisti si impongono con la drammaticità e con la violenza delle loro immagini, ma non sarà il loro stile ad accumunarli, perché ogni artista si riteneva libero di esprimersi con tecniche diverse. In Germania, personaggio di spicco del neoespressionismo fu Anselm Kiefer, che ha partecipato alla creazione del gruppo Cobra, propone molteplici versioni del tema dell’olocausto. In America i  neoespressionisti, conosciuti con il nome di New Image Painting, creavano opere figurative, a soggetto violento, figure distorte, con forti cromatismi; spesso l’immagine è quasi persa nel disfacimento di linee e colori sparsi sulla tela.

In America questo stile venne alternativamente etichettato come new fauvism, punk art e bad painting, i maggiori protagonisti furono Julian Schnabel, di cui ricordiamo le opere con frammenti di ceramica decorata, e famoso per i titoli irriverenti delle sue opere, come Circumnavigare nel mare di merda. Donald Sultan, legato all’Informale Materico, il suo stile allude alla sofferenza per la lotta con la materia, il disagio. In Italia, il Neoespressionismo prenderà il nome di Transavanguardia, e si sviluppa leggermente più tardi rispetto alla Germania e l’America. Personaggio di spicco: Achille Bonito Oliva, poi Sandro Chia, Enzo Cucchi, Francesco Clemente, Mimmo Paladino e  Nicola De Maria. Questi artisti teorizzavano un ritorno alla manualità, al piacere anche fisico del dipingere, restituendo al pennello, alla tela ed ai colori il posto, loro di diritto, nell’arte della pittura. Il Neoespressionismo italiano si identifica anche attraverso la riscoperta delle radici locali e popolari di ciascun artista. Protagonisti francesi infine, nominiamo Robert Combas, Hervè di Rosa, creatori della corrente Figuration Libre.

 

 

Progresso scientifico nell’arte. Le creature ibride di Patricia Piccinini

Quanto può influenzare la vita dell’essere vivente lo sviluppo della tecnologia? Può provocare mutazioni fisiche? E’ possibile che l’arte possa mostrare alla società contemporanea l’impatto che ha sul fisico lo sviluppo tecnologico?

L’interesse verso le più innovative terapie genetiche e gli esperimenti condotti sul genoma umano è il frutto del lavoro creativo di Patricia Piccinini, artista australiana nata a Freetown, Sierra Leone, nel 1965, rappresentante della propria nazione alla Biennale di Venezia nel 2003.

Quando si osservano le sculture realizzate da Patricia Piccinini non bisogna pensare a una rigida collocazione nell’ambito dell’Iperrealismo, le creature ibride realizzate dall’artista sono dei veri e propri punti di partenza per un’intensa riflessione, infatti osservare le opere della Piccinini significa permettere alla mente di essere trascinata nelle riflessioni nate dai dibattiti trattanti temi inerenti le biotecnologie, la bioetica e l’ambiente.

E’ così che l’uomo diventerà? Questo è il quesito che si pone il pubblico di fronte alle sculture mostruose, degli esseri in parte uomo e in parte animale, si pensi per esempio a The Carrier, un interrogativo lecito, il quale dimostra come l’artista abbia raggiunto il suo scopo, ovvero far riflettere l’uomo circa tematiche importanti e attuali e non su frivolezze della vita quotidiana.

L’operato della Piccinini è sicuramente orientato al futuro, offre la visione di una società creata in modo artificiale, pone in luce la cruda realtà di come il progresso stia prendendo il sopravvento nella vita dell’essere vivente. Le sculture spaventano e disgustano il pubblico a causa del loro realismo, il fatto che l’artista abbia utilizzato fibre di vetro, lattice e capelli umani li fa sembrare dei veri e propri esseri viventi deformi.

L’uomo ha una grande responsabilità nei confronti della vita creata per mezzo di riproduzioni scientifiche, osservando le opere di Patricia Piccinini è dunque necessario chiedersi se sia opportuno mettere un freno agli esperimenti che porterebbero a un’alterazione del percorso evolutivo dell’uomo.

 

Strumentalizzare la guerra attraverso l’immagine

Talvolta le immagini possono essere considerate maligne, soprattutto se hanno a che fare con un tema delicato come la guerra, un orrore che ancora nel XXI secolo fa parte della vita dell’essere umano.

L’immagine di guerra è una vera e propria strategia, ove i mass media hanno il potere di far apparire un evento tragico che è reale in una sorta di mondo virtuale, come se l’osservatore fosse catapultato in un videogame fatto di esplosioni, in cui bombe con telecamere incorporate creano un vero e proprio intrattenimento familiare, senza trascurare il fatto che i resoconti dei combattenti hanno fatto in modo che tale sequenza di immagini fosse trasformata in una sorta di film eroico hollywoodiano.

La Guerra d’Iraq è l’esempio migliore per trattare questa tematica, in quanto è stata “sceneggiata” dettagliatamente dai mass media per garantire un “consumo domestico”, mettendo quasi da parte le immagini legate alle violenze scaturite dall’invasione, ponendo invece note di merito circa la tecnologia degli armamenti invasori, proprio come se ci si trovasse di fronte a un videogame o a uno schermo ad alta definizione.

Utopia, utopia = Un mondo, una guerra, un esercito, un abito, risalente al 2005, e Impegno superficiale, inaugurata nel 2006, sono due mostre dell’artista svizzero Thomas Hirschhorn rappresentanti chiaramente le modalità in cui la società, dunque i fruitori delle immagini trasmesse da televisione e giornali, ha percepito la guerra. Con la prima mostra è stato possibile osservare come la diffusione del motivo decorativo mimetico abbia invaso la comunità anche nel campo della moda, proponendo look mimetici in modo ripetitivo, abolendo così il collegamento fra mondo militare e violenza. Differente è stata Impegno superficiale, una mostra che ha posto di fronte agli occhi del pubblico un crudo scenario di guerra con fotografie immortalanti corpi devastati dalla violenza, crani esplosi e parti del corpo sparse qua e là, una vera e propria rappresentazione della realtà che nonostante il forte impatto che ha provocato sull’emotività del pubblico ha reso giustizia alla verità nuda e cruda che è stata omessa dai mass media.

La scelta di determinate immagini per la diffusione dell’informazione è lo strumento perfetto per indirizzare il pubblico verso una specifica corrente di pensiero, l’immagine legata alla guerra diventa un vero e proprio mezzo di controllo della mente dell’uomo, della società.