Weltanschauung

La rubrica Weltanschauung è dedicata all’intuizione del mondo, alle disquisizioni intorno al modo in cui individui o gruppi sociali considerano l’arte, l’esistenza, e la posizione dell’uomo in tale crogiolo. Weltanschauung è la visione del mondo del singolo artista e della corrente resa palese nell’opera d’arte.

L’arte è una forma di comunicazione complessa che esprime molteplici elementi, così tanti da essere veicolo dell’immagine del mondo. Una serie di opere o l’insieme dell’intera produzione di una vita parlano dell’intimità dell’autore e della sua sensibilità; del suo rapporto con la società, quindi di politica; dello scopo del suo lavorare e della sua esistenza, quindi di filosofia; di cosa ritiene bello o piacevole, quindi di gusto; di passioni, ossessioni, speranze, auspici e ancora altro.

Tatuare è un arte?

Il tatuaggio è frutto di fantasia, abilità tecnica e pazienza. Si sviluppa un’idea e la si imprime sulla pelle. Questo è praticamente ciò che fa qualsiasi artista, realizzando su un supporto qualcosa che si è creato prima nella sua mente. In passato pratiche come la xilografia, l’acquaforte, l’acquatinta, la serigrafia e tutti gli altri procedimenti di stampa, furono accolti come autentiche espressioni artistiche, se pur recepiti come inferiori rispetto alle tre arti maggiori. Il tatuaggio per certi versi può essere paragonato a queste espressioni, con una fase creativa e una fase di “stampa”. Ma a differenza delle stampe, il tattoo viene ancora snobbato dall’arte accademica. Eppure si parla di una pratica antichissima, come testimoniano la mummia Oetzi e i suoi segni indelebili fatti 3000 anni fa. Una storia lunghissima che ad oggi fatica ancora a trovare la legittimazione che invece meriterebbe, anche al di fuori della cultura underground. Espressioni molto più recenti sono state inserite a pieno diritto nel novero delle discipline artistiche. Forse sono proprio le sue lontane radici a non andare d’accordo con l’accademismo contemporaneo che fa dell’avanguardia e del nuovo a tutti i costi uno dei caratteri principali di legittimità artistica. C’è da discutere sulla reale novità di molte opere esposte oggi nelle gallerie, spesso ripetizioni manieriste di movimenti di rottura dei decenni scorsi. Il design pare essere oggi una delle ultime frontiere dell’espressione creativa. Ha carattere popolare, larga diffusione e proprietà di status symbol. Ha bisogno di una tecnica precisa e avanzata per essere prodotta e ci accompagna nella vita quotidiana, un po’ come i tatuaggi. Questi però sono indubbiamente fuori dalle istituzioni dell’arte, anche per un antiquato pregiudizio che gli ha sempre visti come un marchio da galeotto, ignorante e disagiato. Ma l’evoluzione del tattoo, ha sfoggiato risultati di enorme raffinatezza, che dimostrano come sia giunta l’ora di cancellare ogni etichetta. Sarà forse la nuova generazione di storici dell’arte a consacrarla definitivamente? Vedremo mai i tatuaggi di Amanda Wachob, Marcin Aleksander, Ondrash, Sasha Unisex, nei manuali di storia dell’arte? Probabilmente si, forse è solo questione di tempo.

3 motivi per odiare l’iperrealismo

L’iperrealismo è una forma d’arte molto apprezzata, la gente comprende subito la perizia tecnica che c’è dietro e la precisione millimetrica tenuta dall’autore. Non c’è dubbio che richieda una mano esperta e un occhio enormemente attento al dettaglio, per cui ogni persona che si imbatte in un opera iperrealista non può far a meno che stupirsi e meravigliarsi del risultato ottenuto dall’artista. E allora perché non dovrebbe piacere a qualcuno? Ecco 3 motivi per cui detestare l’iperrealismo:

1) Troppo uguale alla realtà. Paradossalmente il suo punto forte è anche il suo punto debole. Non è nulla di più di una foto e non è niente di diverso da una scena vista dal vivo.
2) Troppo immediata da comprendere. Dai, ci lamentiamo che l’arte contemporanea è difficile da capire, ma non è forse questo a renderla ancora più interessante?
3) Troppo social. Capita spessissimo di vedere post su disegni iperrealisti o imbattersi in speedrowing su Youtube , solitamente commentati con frasi come “questa si che è vera arte!” o “sembra una foto!”. Il problema è che si finisce per ammirare più la mano dell’artista che non le opere stesse, per le quali si attiva un meccanismo che ce le fa piacere come può piacerci un selfie di una persona fotogenica e non come un quadro degli Uffizi. Per questo internet pullula di disegnatori e non di artisti.

Il corpo dai sofisti ad oggi, passando dalla divina proporzione

Siamo oggi bombardati da immagini che sottolineano come il corpo umano sia al centro dell’interesse del mondo Occidentale. Un accanimento quasi morboso nei confronti di un feticcio relegato alla mera apparenza e sorretto da una serie di “prodotti acquistabili” per, secondo il novello pensiero dominante, garantire un miglioramento, o congelamento, di un guscio longevo e apollineo.
Al di là di considerazioni di società e costume è utile valutare come uno degli ultimi tentativi di recuperare, nel mondo dell’arte, non solo la centralità del corpo umano ma anche di codificarne le regole simmetriche è stato portato avanti nell’Ottocento (!) da Roggero Musmeci Ferrari Bravo, noto come Ignis. Attraverso un trattato sulla “divina proporzione” – in realtà, a noi mai pervenuto – egli cercò di ordinare e definire le regole e i rapporti esistenti nel corpo umano, sulla falsariga del Canone di Policleto, aggiungendovi, però, un afflato mistico ed esoterico.
«L’occhio non vedrebbe mai il Sole se non fosse simile al Sole, né l’anima vedrebbe il Bello se non fosse bella» da questa frase di Plotino, Ignis trasse le energie per scolpire, sulla base del canone aureo, il “Romi Caput” e il “Veneris Caput”: vere e proprie reminiscenze greco-romane ed un gusto per il corpo umano dalle origini antiche.
Mi si perdonerà una certa pedanteria, tuttavia è utile chiarire, al fine di una determinata comprensione, quale fu il percorso che generò siffatta concezione del corpo.
Chi per primi spostarono l’asse di speculazione dalla natura al corpo, in chiave filosofica, ma che ebbe conseguenze anche nell’arte, furono i sofisti. Fu, tuttavia, Socrate (il padre di tutte le nefandezze metafisiche) a subordinare il corpo alla psychè – riscattandosi solo con la morte consapevole che si autoimpose. Da lì in poi fu solo un trionfo di cialtronerie raccolte dagli orfici che videro il corpo come “tomba dell’anima” e che seminarono l’humus dal quale nacque il cristianesimo. La visione antropocentrica cristiana mortificò il corpo in favore di una proiezione mentale chiamata anima che, come visto, fu solo traslata da altre culture e filosofie.
L’uomo come copula mundi di Pico della Mirandola è sintomatico di una corrente, quella Rinascimentale, che pose di nuovo (anche se in salsa classica) l’uomo al centro dell’universo.
Saltando Winckelmann, torniamo al nostro Ignis con il suo progetto di unità dell’archetipo e non possiamo non cogliere la profonda rivoluzione che è intercorsa nei circa due secoli successivi, caratterizzati, oggi, da un’arte contemporanea che può essere sintetizzata estremamente nel “pensiero che non sempre diviene figura” (tantomeno corpo).
Mentre veniamo rapiti dal corpo scultoreo del modello del noto marchio di moda, che primeggia in ogni pubblicità, ricordiamoci di Ignis ma anche dei nuovi valori eretti dal mondo moderno che ci vorrebbe tutti consumatori di un corpo che gradualmente ci rende tutti simili (si pensi agli interventi chirurgici). Tutto diviene accessibile, se te lo puoi permettere. Tutto ciò che è accessibile oggi diviene insostituibile, immancabile, per potersi considerare completi. Allora sì che si potrà assurgere alla nuova divina proporzione dell’uomo moderno uniformizzato.

Madre Russa: tra letteratura ed arte

La pittura russa diventa, come in letteratura, una delle espressioni ideali della cultura del Paese.

Gli ambienti naturali e non più i paesaggi classici idealizzati caratterizzano l’opera di molti pittori quali Kandinskij o Levitan. Questo si spiega con l’urbanizzazione del paesaggio e il fascino della vita contadina che esercitava sugli stessi artisti.

L’uomo, infatti, non è più assente dal paesaggio russo di quest’epoca, ma ha uno stretto legame con la sua terra. Le opere dei noti pittori rivelano l’intimità con la natura e il folklore contadino.

Gli artisti russi furono in particolar modo soggetti all’influsso della letteratura: affrontando in questo modo la realtà sociale e politica della Russia del loro tempo. Una scena della vita privata, ad esempio, poteva diventare una rappresentazione del popolo russo.

La ricerca di un’arte propriamente russa si traduce con un ritorno alle origini artistiche, ma anche popolari.

La Prima Guerra Mondiale e l’arte

Come avrebbe potuto l’artista, il soldato nell’artista, non lodare Dio per la caduta di un mondo di pace di cui era così sazio, così nauseato! Guerra! Quale senso di purificazione, di liberazione, d’immane speranza ci pervase allora!”, così si esprimeva Thomas Mann agli albori della Prima Guerra Mondiale

Egli non era il solo a pensarla in questo modo, poiché la Prima Guerra Mondiale, per quanto incredibile, fu ampiamente sostenuta dall’élite culturale e intellettuale di tutta Europa.

Compositori, musicisti, pittori, scrittori, poeti, filosofi, registi, giornalisti – l’elenco può ancora proseguire – tutti contribuirono con le proprie opere ad accrescere l’entusiasmo nei confronti della guerra, a mobilitare le masse e a “giustificare” moralmente il conflitto.

Nei dibattiti culturali l’arte ebbe un ruolo indicativo ancor prima dell’avvento della Prima Guerra Mondiale, essendo considerata quale specchio, espressione o guida della cultura generale. Molti critici d’arte del tempo si servirono, non a caso, di aggettivi quali “sano” e “malato” nella valutazione di opere d’arte, artisti e movimenti.

Prosa bellica, poesie, feuilleton e romanzi a puntate rappresentavano i soldati come eroi, e rappresentavano la guerra con i mezzi letterari, come forma estetica, minimizzando il dolore e la morte in forma ludica.

Nonostante la morte e il dolore, o forse proprio per questo, la guerra offrì comunque nuovi stimoli. I movimenti avanguardisti, come l’Impressionismo e l’Espressionismo, continuarono a crescere spianando la strada a nuove correnti artistiche come ad esempio il Futurismo e il Dadaismo.

Quest’ultimo distrusse tutti gli ideali artistici esistenti contrapponendo l’insensatezza della guerra all’insensatezza dell’arte.

Tutti quei valori “borghesi”, che potrebbero essere associati alla guerra e alle sue giustificazioni intellettuali, come ad esempio l’arte, la cultura e il senso della propria patria, furono radicalmente relativizzati dal Dadaismo o messi al ridicolo.

Gli orrori della guerra di trincea lasciarono presso i diretti interessati ricordi permanenti che questi cercarono spesso di elaborare attraverso diari e romanzi.

La tragica esperienza della Grande guerra lasciò un segno profondo nella produzione letteraria di tutti i paesi coinvolti, anche perché molti furono i poeti e gli scrittori che vi parteciparono in prima persona come soldati.

Ragionare sulle cose semplici: Maria Papadimitriou

La recente performance di Maria Papadimitriou al CARTEC di Cagliari, ha concluso un brillante 2015 per l’artista greca, protagonista alla 56ma Biennale di Venezia con l’esibizione “Why Look at Animals ?” AGRIMIKÁ . L’installazione al padiglione ellenico della Biennale è un ottimo esempio della raffinata attenzione che l’artista ha nei confronti delle tematiche sociali: un intero negozio di pelli e materiale per la caccia, realmente situato nella città di Volos, viene ricostruito minuziosamente nello spazio della kermesse veneziana. Detto così potrebbe sembrare una semplice replica, ma l’operazione è molto più profonda. Cosa c’è dietro una sperduta bottega di Volos? C’è la riscoperta dell’arcaico. Caccia, pelli di animale, il rapporto tra uomo e natura, istinto e ragione, vita e morte. I primi uomini sopravvivevano con la caccia, imparavano a lavorare le pelli per necessità, la natura non solo era rispettata ma soprattutto temuta. Tutto questo è ancora presente in un paese piegato da quell’alta finanza che è la massima espressione di un’economia fittizia, dove la logica non è mangiare il frutto del tuo lavoro ma mangiare con i soldi guadagnati dal lavoro di un altro. E se “L’opera d’arte, in sé, non ha un significato, non contiene un pensiero, ma può produrlo” come diceva Maria Lai, allora anche una povera bottega può diventare opera d’arte: ecco la grande intuizione di Maria Papadimitriou.

 

L’arte come provocazione, Milo Moirè

Dopo la recente esibizione – non artistica – di Milo Moiré a Colonia, per manifestare la propria solidarietà nei confronti delle vittime delle violenze, ci si è posti il dubbio su quanto sia originale, come scelta, quella di denudarsi (nel 2016) per attirare l’attenzione pubblica.
Di sicuro non è stata una scelta originale ma se si è parlato della vicenda, evidentemente, ha ancora senso portare avanti simili trovate comunicative.
Tuttavia, se trasliamo questo concetto all’arte e alla provocazione che ha caratterizzato la produzione dell’artista svizzera, le cose cambiano.
Da questo punto di vista, nelle opere della Moirè non vi è niente di nuovo, in realtà, poiché l’idea di impressionare il pubblico attraverso gesti ribelli, non ordinari, che smuovano lo spirito borghese della società, è figlio dell’arte del Novecento. Se a ciò si aggiunge la facilità con la quale, grazie a tali escamotage, si assurge alla notorietà, risulta chiaro come la ricetta – vincente – possa essere di semplice realizzazione. Forse solo apparentemente.
L’artista di origine slovacca e spagnola e residente in Germania ha, in verità, tra studi accademici da una parte e lavori d’ispirazione espressionista e surrealista dall’altra, tutte le carte in regola per poter dire la sua in questa società “fintolibera” (che solo apparentemente dà la sensazione di poter esprimere la propria opinione). Le produzioni di Moirè sono organiche al pensiero unico mondialista, quindi non filtrate e perfettamente accettabili.
I suoi retaggi culturali sono palesi nei suoi lavori, che testimoniano la pluralità anarchica di produzioni di questa epoca e la pesante dipendenza nei confronti di quelle divinità artistiche, totem insostituibili, chiamate Avanguardie.
La performance PlopEgg #1 – A Birth of a Picture del 2014 è la perfetta sintesi di quanto asserito, preciso connubio tra action painting ed espressionismo astratto, con un pizzico di introspezione psicologica data dai suoi studi personali. L’opera in questione è stata realizzata di fronte all’edificio che ospita la Fiera internazionale dell’arte di Colonia, in cui la stessa Moiré espelle dalla vagina degli ovuli riempiti di inchiostro e di vernice acrilica, i quali si schiantano, poi, su una tela (http://www.milomoire.com/?lang=de).
Il popolo, o la «Gran Bestia», come direbbe qualcun altro, ha reagito stracciandosi le vesti.
Ma qual è il compito dell’artista? Quello di cambiare il mondo o, forse, di limitarsi a rappresentarlo filtrando la personale percezione di esso?
L’artista seguace della Abramovic e di Beuys, dopotutto, si è limitata, durante la sua carriera, a darci una rappresentazione della società moderna da perfetta figlia, qual è, della propria epoca.
Intanto, all’anacronistico codice di comportamento richiesto dal sindaco di Colonia, in cui, tra le altre cose, invitava le donne a non vestire in abiti succinti per non suscitare negli uomini inutili libido, la Moirè ha replicato, cercando, a modo proprio, di influire sulla società (e quindi tentando di cambiare il mondo), scrivendo su un cartello: “Rispettateci! Non siamo prede libere nemmeno se siamo nude”.

(fonte: corriere.it)

(fonte: corriere.it)

I novemila volti di una ricerca: Paul Klee

Circa novemila opere tra incisioni, dipinti, disegni, fogli colorati, marionette, teatrini, maschere e bassorilievi costituiscono l’amplissimo e multiforme lavoro creativo di Paul Klee.

I momenti della sua ricerca sono scanditi, quasi a sottolineare una continuità tra storia della vita e sviluppo dell’opera.


Il suo desiderio fu quello di trasformare ogni tipo di esperienza: da quella onirica a quella matematica, dalla visione al microscopio a quella degli astri, dal realismo all’astrazione, in un’incessante ricerca della qualità e nella fondazione di un nuovo linguaggio espressivo. Segni figurativi tradizionali, sistemi di vocaboli, assemblaggi di parole, numeri e cifre, scritture ideografiche orientali ed egizie, graffiti preistorici, miniature medievali, espressioni geometriche, sono solo alcuni tra i numerosi codici utilizzati e trasformati da Klee in nuovi insiemi che rendono la sua opera immediatamente riconoscibile.

Il suo insegnamento ha avuto, sia nell’arte a lui contemporanea che in quella successiva, una propagazione indiretta.


Klee apprese dalle opere preziose e penentranti indagini della sensibilità della natura, quindi delle leggi interne alla formazione di una spazialità delle strutture degli oggetti e delle immagini.

Si potrebbe, quindi, parlare di un tipo di logica dell’inconscio. Un inconscio che rovescia l’antica logica aristotelica, dove la parte è uguale al tutto. Questo vede Klee nel teorizzare le operazioni psicanalitiche che costituiscono, per l’artista, il mondo delle forme.

 

klee

Max Papeschi: l’arte provocatoria da milioni di dollari

Spesso l’arte è un universo particolarmente bizzarro. Anni e anni di studio e ricerca per perseguire il sogno di una vita, diventare regista e autore teatrale, e invece ritrovarsi ad essere in pochissimi anni uno dei più importanti giovani artisti della digital-art esponendo in soli cinque anni in oltre cento mostre in giro per il mondo. Questo è Max Papeschi, artista eclettico, ironico e positivo di forte impatto mediatico. Lui ha iniziato quasi per caso con il solo obiettivo di rimettersi in gioco: nessun progetto, nessuna idea illuminante ma la semplice decisione di sostituire la videocamera con l’immagine.


Max papeschi _ NaziSexyMouse _ Max Papeschi ©

Un clamore mediatico che arriva con una sua opera gigante – un manifesto affisso sulla facciata di un famoso palazzo nel centro storico di Poznan (Polonia) – che rappresenta un corpo di donna con la faccia di Michey Mouse che ha alle spalle una gigantesca bandiera nazista. La critica lo esalta e ne suggella il genio.

Da Topolino Nazista alla Deflorazione di Minnie Mouse, le icone cult della bontà per antonomasia vengono rivestite di una simbologia che evidenzia la perdita della verginità/innocenza per trasformarsi in un incubo collettivo.


Max Papeschi©

Basti pensare ai lavori esposti a Osaka da novembre dal titolo La société du spectacle che hanno come comune denominatore la denuncia sull’ipocrisia dei maggiori capi di stato di tutto il mondo che sembrano figure autorevoli nel dirigere le nostre sorti ma a guardarli bene sono dei semplici burattini-attori al soldo dei veri potenti.

L’arte provocatoria di Max Papeschi è la massima espressione di una ribellione talentuosa, vera e cruda, che ci porta verso nuove riflessioni e verso un concreto concetto di cambiamento.


Max Papeschi ©

[Sara Costa]

William Basso: un horror lontano dalla cronaca

www.basso-art.com

www.basso-art.com

Capiamo di essere cresciuti quando ci rendiamo conto che la nostra concezione di paura è mutata. Le opere di William Basso ci ricordano quel mondo di Piccoli Brividi (Goosebumps, un ciclo di racconti ad ambientazione horror molto in voga tra i bambini negli anni ’90), fatto di mostri e fantasmi che ci facevano tenere il lenzuolo sopra la testa anche in piena estate. Un mondo che assorbivamo da film e racconti, quando ancora ci bastava stare in compagnia per sentirci al sicuro. Quando carichi di fantasia, un orsetto di peluche diventava uno scudo indistruttibile contro qualsiasi bestia, mentre tuoni e lampi devastavano tutto al di fuori della nostra impenetrabile cameretta. Oggi, invece, ci svegliamo sapendo che un peluche non può fermare un proiettile, che la nostra camera può essere violata, e che i luoghi affollati sono meno sicuri che chiudersi in casa da soli. Quindi cosa è mutato nella nostra concezione di paura? Essa non deriva più dalla fantasia, ma dalla coscienza dei pericoli. William Basso fantastica come un bambino, ci mostra un horror lontano dal reale, con personaggi dalla fisionomia complessa tipicamente cinematografici. Ma è proprio in questa complessità teatrale che sta il segno della sua creatività. La stupidità invece, si accontenta di una barba lunga e un turbante per generare un mostro.