Weltanschauung

La rubrica Weltanschauung è dedicata all’intuizione del mondo, alle disquisizioni intorno al modo in cui individui o gruppi sociali considerano l’arte, l’esistenza, e la posizione dell’uomo in tale crogiolo. Weltanschauung è la visione del mondo del singolo artista e della corrente resa palese nell’opera d’arte.

L’arte è una forma di comunicazione complessa che esprime molteplici elementi, così tanti da essere veicolo dell’immagine del mondo. Una serie di opere o l’insieme dell’intera produzione di una vita parlano dell’intimità dell’autore e della sua sensibilità; del suo rapporto con la società, quindi di politica; dello scopo del suo lavorare e della sua esistenza, quindi di filosofia; di cosa ritiene bello o piacevole, quindi di gusto; di passioni, ossessioni, speranze, auspici e ancora altro.

Boccioni 100, l’inizio dell’arte contemporanea

Umberto Boccioni è indubbiamente una figura chiave dell’arte contemporanea mondiale e vero punto di riferimento temporale per tutti gli addetti ai lavori. Ciò va al di là di ingessate interpretazioni accademiche che vorrebbero che l’arte contemporanea nascesse con Winckelmann da una parte, con il postimpressionismo dall’altra, sino ad arrivare ad individuare, secondo schemi extra convenzionali, il secondo dopoguerra come punto di partenza ma che altro non fece se non determinare lo spostamento della capitale dell’arte dall’Europa agli Stati uniti, perseguendone i medesimi valori.

La mostra milanese “Boccioni 100 Genio e memoria”, frutto di un progetto comune tra il Castello Sforzesco, il Museo del Novecento e il Palazzo Reale, portato avanti in occasione del centenario dalla scomparsa del grande artista, testimonia quanto asserito grazie alla precisa dicotomia creata con le due sezioni “il giovane Boccioni (1906-1910)” e “Boccioni futurista: pratica e teoria (1911-16)”.

L’artista nato a Reggio Calabria incarnò, nelle sue diverse evoluzioni artistiche, il passaggio da un modo di intendere l’arte, di derivazione prettamente ottocentesca, ad uno terribilmente contemporaneo, percepibile persino nel nostro presente.

Nella prima sezione si evincono i referenti visivi antichi e moderni che segnarono inevitabilmente e indissolubilmente la formazione dell’artista, riscontrabili particolarmente nell’arte antica, nel Rinascimento italiano e nordico, nella ritrattistica barocca, nella cultura dell’Impressionismo e del Divisionismo, dei Preraffaelliti e del Simbolismo. Senza considerare una certa tendenza espressionista riscontrabile in talune opere, risulta evidente, soprattutto nelle tele, una dipendenza assoluta dalle opere di Segantini e Previati.

Ciò che sconvolge è la trasmutazione artistica di Boccioni, verificabile nella seconda sezione della mostra, in cui sono palesi le tendenze più aggiornate dell’arte plastica europea, dal post Impressionismo al Cubismo. Tale tendenza è graduale, percepibile dalle tele che delineano i primi cantieri di una città che si urbanizza, dalle grandi ciminiere industriali, dall’avvento dell’elettricità, il tutto sotto ancora una patina ottocentesca chiamata Divisionismo.

Ma è lapalissiano l’avvento di un nuovo mostro chiamato modernità! E’ descritto perfettamente l’avvento del progresso, condito da considerazioni positive, di prese di posizione tutto fuorché subdole. Ed ecco che progressivamente si percepisce il reale discrimine nei confronti delle espressioni artistiche precedenti e coeve, l’arrivo del figlio primigenio della modernità novecentesca: il movimento, la velocità!

La serie dei Dinamismi di un corpo umano testimoniano come il Boccioni futurista fosse aperto alle manifestazioni europee ed aggiornato alle nuove realtà, superandole in termini di innovazione soprattutto con la scultura, vero acme produttivo traboccante di tensione del presente verso il futuro.

Non ci frega niente che una prima scomposizione del corpo fosse già stata portata avanti nel 1907 con Les demoiselles d’Avignon, poiché la vera adesione alla contemporaneità è data dal M O V I M E N T O, dalla nostra vita odierna frenetica, contraddistinta da un rigetto verso lo slow che è contrario alla vita anche in termini fisiologici. Parliamo di un ventunesimo secolo fatto di mezzi di trasporto sempre più veloci e metodi di bombardamento pubblicitario già fatti propri dallo stesso Marinetti, che ha portato avanti l’idea nata nel 1909, e poi supportata da Boccioni stesso nel 1910, che è quella futurista. Senza considerare l’idea di arte totale, il metodo provocatorio di promuovere la corrente artistica ed il conseguente clamore, tutti concetti ripresi dagli acerrimi nemici dadaisti che poi codificheranno i sistemi dell’arte contemporanea sino ad oggi.
Il finto-amico del Futurismo, Apollinaire, definì l’Antigrazioso di Boccioni un discendente della Testa di Fernande di Picasso, che, secondo il francese, già aveva indagato la questione del movimento nella scultura. Niente di più falso, poiché nessun documento né la reale osservazione dell’opera dell’artista spagnolo può far presagire una insita connotazione d’azione.

Ed proprio questo il punto, all’addizione cubista SPAZIO+MATERIA+TEMPO Boccioni aggiunse l’ingrediente della modernità: il MOVIMENTO. Tanto da farne il reale capostipite “preistorico” dell’arte contemporanea.
Lo Sviluppo di una bottiglia nello spazio sottolinea come il Boccioni scultore futurista fosse un uomo nuovo rispetto al precedente e l’opera Forme uniche della continuità nello spazio, rappresentando un uomo in movimento, inevitabilmente proiettato verso la propria meta, incurante delle avversità, sancì il suo definitivo passaggio all’arte contemporanea.

TOILET PAPER. UNA FACTORY TRA PROVOCAZIONE E KITCH

Metti insieme un fotografo d’alta moda ad uno dei più conclamati e criticati artisti contemporanei uniti da una passione/ossessione comune nei confronti delle immagini: ecco a voi Pierpaolo Ferrari e Maurizio Cattelan. Nel 2010 decidono di fondare una rivista d’arte e chiamarla Toilet Paper, si esattamente così, un progetto di comunicazione  visiva di nuova generazione che combina fotografia commerciale, forme narrative di carattere estremo legate ad un immaginario surreale che creano e ri-creano quadri ambigui di grande empatia.
Un vero e proprio prodotto editoriale tirato in oltre diecimila copie, una vera scommessa da parte di Cattelan che continua inesorabilmente a sfidare le regole dell’arte contemporanea, di cui lui stesso fa parte, andando a puntare il dito nei confronti delle riviste glamour e patinate e ad una critica d’arte sempre più seriosa e poco attenta al mondo attuale. Toilet Paper mette in scena attraverso gli scatti di Pierpaolo Ferrari una serie di immagini che rappresentano e rendono reali le idee, le perversioni, gli stati d’animo di Maurizio Cattelan. Nessun testo scritto ma solo pure immagini rivisitate che formano una sorta di mostra collettiva su carta sotto forma di un magazine stampato, distribuite nelle librerie specializzate o nei punti vendita di musei e gallerie internazionali. Altro che semplice carta igienica! Qui siamo davanti ad un prodotto vincente, provocatorio, simbolo della vittoria dell’immaginario sulla banalità del quotidiano.
“Volevamo che Toiletpaper diventasse un’etichetta per cose molto diverse: quando abbiamo iniziato ci dicevamo che un giorno tutti avrebbero avuto un vestito Toiletpaper, una casa Toiletpaper, persino una ragazza Toiletpaper. Abbiamo lavorato perché tutto questo succedesse”.
Toilet paper è un volto interamente ricoperto di mortadella, una saponetta morsicata di netto con i segni evidenti dei denti ma anche una terribile testa di maiale mozzata con gli occhi truccati e carichi di ombretto. Non basta un semplice scatto per creare tutto questo: siamo davanti ad un vero e proprio set cinematografico. Ci sono produttori, costumisti, addetti al trucco e alle luci, scenografi e art director tutti impegnati a costruire immagini che provocano reazioni cerebrali ed emotive.
Toilet Paper è lo specchio della società oggi, rispecchia la vera contemporaneità dei giorni nostri portando in scena un mondo deformato dalle nostre stesse mani.
Toilet Paper è diventato un marchio: una collezione di merchandising di tazze, piatti, tovagliette americane, oggetti cool  caratterizzati dalle tipiche immagini Toilet style tra ironia e gusto vintage in vendita anche al Moma di New York, due campagne di moda per Kenzo, un allestimento per il Palais de Tokyo a Parigi, una vera e propria Factory con la sede principale su Skype.
Perché le loro immagini non sono riservate a quella che spesso viene definita come l’elite dell’arte contemporanea ma sono viste come un mezzo espressivo, di comunicazione  democratica che vuole arrivare a tutti attraverso un linguaggio semplice, diretto, estremamente sintetico caricato dall’intervento artistico.
In tanti penseranno: e questa può essere definita Arte?  E’ giusto giustificare sadismo e violenza ridotti al limite del kitch solo è unicamente perché considerati un pseudo linguaggio artistico? Penso che questi punti di domanda hanno delle grandissime verità; comprando Toilet Paper mi sono resa conto che siamo davanti ad un’operazione commerciale e artistica mediocre dal punto di vista spirituale ma che al tempo stesso riesce a rendere il vero spaccato della società d’oggi. L’arte serve anche a questo, deve smuovere l’uomo, esplorare le coscienze, aiutarci a sopravvivere.

link: Toilet Paper Magazine

Il corpo dai sofisti ad oggi, passando dalla divina proporzione

Siamo oggi bombardati da immagini che sottolineano come il corpo umano sia al centro dell’interesse del mondo Occidentale. Un accanimento quasi morboso nei confronti di un feticcio relegato alla mera apparenza e sorretto da una serie di “prodotti acquistabili” per, secondo il novello pensiero dominante, garantire un miglioramento, o congelamento, di un guscio longevo e apollineo.
Al di là di considerazioni di società e costume è utile valutare come uno degli ultimi tentativi di recuperare, nel mondo dell’arte, non solo la centralità del corpo umano ma anche di codificarne le regole simmetriche è stato portato avanti nell’Ottocento (!) da Roggero Musmeci Ferrari Bravo, noto come Ignis. Attraverso un trattato sulla “divina proporzione” – in realtà, a noi mai pervenuto – egli cercò di ordinare e definire le regole e i rapporti esistenti nel corpo umano, sulla falsariga del Canone di Policleto, aggiungendovi, però, un afflato mistico ed esoterico.
«L’occhio non vedrebbe mai il Sole se non fosse simile al Sole, né l’anima vedrebbe il Bello se non fosse bella» da questa frase di Plotino, Ignis trasse le energie per scolpire, sulla base del canone aureo, il “Romi Caput” e il “Veneris Caput”: vere e proprie reminiscenze greco-romane ed un gusto per il corpo umano dalle origini antiche.
Mi si perdonerà una certa pedanteria, tuttavia è utile chiarire, al fine di una determinata comprensione, quale fu il percorso che generò siffatta concezione del corpo.
Chi per primi spostarono l’asse di speculazione dalla natura al corpo, in chiave filosofica, ma che ebbe conseguenze anche nell’arte, furono i sofisti. Fu, tuttavia, Socrate (il padre di tutte le nefandezze metafisiche) a subordinare il corpo alla psychè – riscattandosi solo con la morte consapevole che si autoimpose. Da lì in poi fu solo un trionfo di cialtronerie raccolte dagli orfici che videro il corpo come “tomba dell’anima” e che seminarono l’humus dal quale nacque il cristianesimo. La visione antropocentrica cristiana mortificò il corpo in favore di una proiezione mentale chiamata anima che, come visto, fu solo traslata da altre culture e filosofie.
L’uomo come copula mundi di Pico della Mirandola è sintomatico di una corrente, quella Rinascimentale, che pose di nuovo (anche se in salsa classica) l’uomo al centro dell’universo.
Saltando Winckelmann, torniamo al nostro Ignis con il suo progetto di unità dell’archetipo e non possiamo non cogliere la profonda rivoluzione che è intercorsa nei circa due secoli successivi, caratterizzati, oggi, da un’arte contemporanea che può essere sintetizzata estremamente nel “pensiero che non sempre diviene figura” (tantomeno corpo).
Mentre veniamo rapiti dal corpo scultoreo del modello del noto marchio di moda, che primeggia in ogni pubblicità, ricordiamoci di Ignis ma anche dei nuovi valori eretti dal mondo moderno che ci vorrebbe tutti consumatori di un corpo che gradualmente ci rende tutti simili (si pensi agli interventi chirurgici). Tutto diviene accessibile, se te lo puoi permettere. Tutto ciò che è accessibile oggi diviene insostituibile, immancabile, per potersi considerare completi. Allora sì che si potrà assurgere alla nuova divina proporzione dell’uomo moderno uniformizzato.

Sesso, droga e il clichè dell’artista maledetto

All’immagine dell’artista è sempre associato un modo di essere bizzarro, composto da una vita movimentata e atteggiamenti sopra le righe. Un clichè che oggi gli artisti cercano sempre più spesso di cucirsi addosso, quasi come se la creatività dovesse obbligatoriamente accompagnarsi a uno stile di vita smoderato, a tratti anche autolesionista. È noto che la storia dell’arte sia piena di artisti la cui biografia è già di per se un’opera d’arte: dalle avventure di Caravaggio, agli eccessi di Modigliani, passando per il nano malefico Toulouse-Loutrec e moltissimi altri. Ma è con Andy Warhol e la sua Factory che l’esagerazione diventa mainstream. Guardando soprattutto all’Ottocento, alcuni dei migliori risultati in campo artistico e letterario, sono stati raggiunti grazie alle esperienze di vita di autentici artisti maledetti. Lo stile bohèmien nato in quel secolo, fatto di alcool, sesso e droga, diventa lo stereotipo dell’artista tutto genio e sregolatezza. Nella seconda metà del Novecento, quello stile si traduce negli eccessi “Rock”, che diventano benzina con cui alimentare la propria vita di esperienze nuove, da tramutare in arte, musica, libri e film. Si esagera quasi perché ci si sente in dovere di farlo, perché quella è la vita da artista. Poi si arriva a un ultimo periodo, in cui l’aspetto stravagante non è più simbolo di distinzione, ma di appartenenza. Sei un creativo se ti vesti e ti comporti da persona strana. Questo è dovuto al fatto che non ci si esprime più perché si vuole dire qualcosa, ma solo perché gli altri vogliono che l’artista dica qualcosa. E poiché non sempre si ha qualcosa da dire, ci si costruisce un’immagine di comodo, in modo che qualunque parola proferita risulti frutto di una mente creativa e mai banale. La creazione di un personaggio da interpretare, sembra una priorità sempre più sentita dagli artisti strettamente contemporanei, i quali ritengono necessario ostentare delle stravaganze ai fini di vendere meglio i loro lavori. Si potrebbe dire che più si va avanti nel tempo, più si cerca di produrre artisti ancor prima delle opere d’arte.

Tatuare è un arte?

Il tatuaggio è frutto di fantasia, abilità tecnica e pazienza. Si sviluppa un’idea e la si imprime sulla pelle. Questo è praticamente ciò che fa qualsiasi artista, realizzando su un supporto qualcosa che si è creato prima nella sua mente. In passato pratiche come la xilografia, l’acquaforte, l’acquatinta, la serigrafia e tutti gli altri procedimenti di stampa, furono accolti come autentiche espressioni artistiche, se pur recepiti come inferiori rispetto alle tre arti maggiori. Il tatuaggio per certi versi può essere paragonato a queste espressioni, con una fase creativa e una fase di “stampa”. Ma a differenza delle stampe, il tattoo viene ancora snobbato dall’arte accademica. Eppure si parla di una pratica antichissima, come testimoniano la mummia Oetzi e i suoi segni indelebili fatti 3000 anni fa. Una storia lunghissima che ad oggi fatica ancora a trovare la legittimazione che invece meriterebbe, anche al di fuori della cultura underground. Espressioni molto più recenti sono state inserite a pieno diritto nel novero delle discipline artistiche. Forse sono proprio le sue lontane radici a non andare d’accordo con l’accademismo contemporaneo che fa dell’avanguardia e del nuovo a tutti i costi uno dei caratteri principali di legittimità artistica. C’è da discutere sulla reale novità di molte opere esposte oggi nelle gallerie, spesso ripetizioni manieriste di movimenti di rottura dei decenni scorsi. Il design pare essere oggi una delle ultime frontiere dell’espressione creativa. Ha carattere popolare, larga diffusione e proprietà di status symbol. Ha bisogno di una tecnica precisa e avanzata per essere prodotta e ci accompagna nella vita quotidiana, un po’ come i tatuaggi. Questi però sono indubbiamente fuori dalle istituzioni dell’arte, anche per un antiquato pregiudizio che gli ha sempre visti come un marchio da galeotto, ignorante e disagiato. Ma l’evoluzione del tattoo, ha sfoggiato risultati di enorme raffinatezza, che dimostrano come sia giunta l’ora di cancellare ogni etichetta. Sarà forse la nuova generazione di storici dell’arte a consacrarla definitivamente? Vedremo mai i tatuaggi di Amanda Wachob, Marcin Aleksander, Ondrash, Sasha Unisex, nei manuali di storia dell’arte? Probabilmente si, forse è solo questione di tempo.

Madre Russa: tra letteratura ed arte

La pittura russa diventa, come in letteratura, una delle espressioni ideali della cultura del Paese.

Gli ambienti naturali e non più i paesaggi classici idealizzati caratterizzano l’opera di molti pittori quali Kandinskij o Levitan. Questo si spiega con l’urbanizzazione del paesaggio e il fascino della vita contadina che esercitava sugli stessi artisti.

L’uomo, infatti, non è più assente dal paesaggio russo di quest’epoca, ma ha uno stretto legame con la sua terra. Le opere dei noti pittori rivelano l’intimità con la natura e il folklore contadino.

Gli artisti russi furono in particolar modo soggetti all’influsso della letteratura: affrontando in questo modo la realtà sociale e politica della Russia del loro tempo. Una scena della vita privata, ad esempio, poteva diventare una rappresentazione del popolo russo.

La ricerca di un’arte propriamente russa si traduce con un ritorno alle origini artistiche, ma anche popolari.

3 motivi per odiare l’iperrealismo

L’iperrealismo è una forma d’arte molto apprezzata, la gente comprende subito la perizia tecnica che c’è dietro e la precisione millimetrica tenuta dall’autore. Non c’è dubbio che richieda una mano esperta e un occhio enormemente attento al dettaglio, per cui ogni persona che si imbatte in un opera iperrealista non può far a meno che stupirsi e meravigliarsi del risultato ottenuto dall’artista. E allora perché non dovrebbe piacere a qualcuno? Ecco 3 motivi per cui detestare l’iperrealismo:

1) Troppo uguale alla realtà. Paradossalmente il suo punto forte è anche il suo punto debole. Non è nulla di più di una foto e non è niente di diverso da una scena vista dal vivo.
2) Troppo immediata da comprendere. Dai, ci lamentiamo che l’arte contemporanea è difficile da capire, ma non è forse questo a renderla ancora più interessante?
3) Troppo social. Capita spessissimo di vedere post su disegni iperrealisti o imbattersi in speedrowing su Youtube , solitamente commentati con frasi come “questa si che è vera arte!” o “sembra una foto!”. Il problema è che si finisce per ammirare più la mano dell’artista che non le opere stesse, per le quali si attiva un meccanismo che ce le fa piacere come può piacerci un selfie di una persona fotogenica e non come un quadro degli Uffizi. Per questo internet pullula di disegnatori e non di artisti.

La Prima Guerra Mondiale e l’arte

Come avrebbe potuto l’artista, il soldato nell’artista, non lodare Dio per la caduta di un mondo di pace di cui era così sazio, così nauseato! Guerra! Quale senso di purificazione, di liberazione, d’immane speranza ci pervase allora!”, così si esprimeva Thomas Mann agli albori della Prima Guerra Mondiale

Egli non era il solo a pensarla in questo modo, poiché la Prima Guerra Mondiale, per quanto incredibile, fu ampiamente sostenuta dall’élite culturale e intellettuale di tutta Europa.

Compositori, musicisti, pittori, scrittori, poeti, filosofi, registi, giornalisti – l’elenco può ancora proseguire – tutti contribuirono con le proprie opere ad accrescere l’entusiasmo nei confronti della guerra, a mobilitare le masse e a “giustificare” moralmente il conflitto.

Nei dibattiti culturali l’arte ebbe un ruolo indicativo ancor prima dell’avvento della Prima Guerra Mondiale, essendo considerata quale specchio, espressione o guida della cultura generale. Molti critici d’arte del tempo si servirono, non a caso, di aggettivi quali “sano” e “malato” nella valutazione di opere d’arte, artisti e movimenti.

Prosa bellica, poesie, feuilleton e romanzi a puntate rappresentavano i soldati come eroi, e rappresentavano la guerra con i mezzi letterari, come forma estetica, minimizzando il dolore e la morte in forma ludica.

Nonostante la morte e il dolore, o forse proprio per questo, la guerra offrì comunque nuovi stimoli. I movimenti avanguardisti, come l’Impressionismo e l’Espressionismo, continuarono a crescere spianando la strada a nuove correnti artistiche come ad esempio il Futurismo e il Dadaismo.

Quest’ultimo distrusse tutti gli ideali artistici esistenti contrapponendo l’insensatezza della guerra all’insensatezza dell’arte.

Tutti quei valori “borghesi”, che potrebbero essere associati alla guerra e alle sue giustificazioni intellettuali, come ad esempio l’arte, la cultura e il senso della propria patria, furono radicalmente relativizzati dal Dadaismo o messi al ridicolo.

Gli orrori della guerra di trincea lasciarono presso i diretti interessati ricordi permanenti che questi cercarono spesso di elaborare attraverso diari e romanzi.

La tragica esperienza della Grande guerra lasciò un segno profondo nella produzione letteraria di tutti i paesi coinvolti, anche perché molti furono i poeti e gli scrittori che vi parteciparono in prima persona come soldati.

Ragionare sulle cose semplici: Maria Papadimitriou

La recente performance di Maria Papadimitriou al CARTEC di Cagliari, ha concluso un brillante 2015 per l’artista greca, protagonista alla 56ma Biennale di Venezia con l’esibizione “Why Look at Animals ?” AGRIMIKÁ . L’installazione al padiglione ellenico della Biennale è un ottimo esempio della raffinata attenzione che l’artista ha nei confronti delle tematiche sociali: un intero negozio di pelli e materiale per la caccia, realmente situato nella città di Volos, viene ricostruito minuziosamente nello spazio della kermesse veneziana. Detto così potrebbe sembrare una semplice replica, ma l’operazione è molto più profonda. Cosa c’è dietro una sperduta bottega di Volos? C’è la riscoperta dell’arcaico. Caccia, pelli di animale, il rapporto tra uomo e natura, istinto e ragione, vita e morte. I primi uomini sopravvivevano con la caccia, imparavano a lavorare le pelli per necessità, la natura non solo era rispettata ma soprattutto temuta. Tutto questo è ancora presente in un paese piegato da quell’alta finanza che è la massima espressione di un’economia fittizia, dove la logica non è mangiare il frutto del tuo lavoro ma mangiare con i soldi guadagnati dal lavoro di un altro. E se “L’opera d’arte, in sé, non ha un significato, non contiene un pensiero, ma può produrlo” come diceva Maria Lai, allora anche una povera bottega può diventare opera d’arte: ecco la grande intuizione di Maria Papadimitriou.

 

L’arte come provocazione, Milo Moirè

Dopo la recente esibizione – non artistica – di Milo Moiré a Colonia, per manifestare la propria solidarietà nei confronti delle vittime delle violenze, ci si è posti il dubbio su quanto sia originale, come scelta, quella di denudarsi (nel 2016) per attirare l’attenzione pubblica.
Di sicuro non è stata una scelta originale ma se si è parlato della vicenda, evidentemente, ha ancora senso portare avanti simili trovate comunicative.
Tuttavia, se trasliamo questo concetto all’arte e alla provocazione che ha caratterizzato la produzione dell’artista svizzera, le cose cambiano.
Da questo punto di vista, nelle opere della Moirè non vi è niente di nuovo, in realtà, poiché l’idea di impressionare il pubblico attraverso gesti ribelli, non ordinari, che smuovano lo spirito borghese della società, è figlio dell’arte del Novecento. Se a ciò si aggiunge la facilità con la quale, grazie a tali escamotage, si assurge alla notorietà, risulta chiaro come la ricetta – vincente – possa essere di semplice realizzazione. Forse solo apparentemente.
L’artista di origine slovacca e spagnola e residente in Germania ha, in verità, tra studi accademici da una parte e lavori d’ispirazione espressionista e surrealista dall’altra, tutte le carte in regola per poter dire la sua in questa società “fintolibera” (che solo apparentemente dà la sensazione di poter esprimere la propria opinione). Le produzioni di Moirè sono organiche al pensiero unico mondialista, quindi non filtrate e perfettamente accettabili.
I suoi retaggi culturali sono palesi nei suoi lavori, che testimoniano la pluralità anarchica di produzioni di questa epoca e la pesante dipendenza nei confronti di quelle divinità artistiche, totem insostituibili, chiamate Avanguardie.
La performance PlopEgg #1 – A Birth of a Picture del 2014 è la perfetta sintesi di quanto asserito, preciso connubio tra action painting ed espressionismo astratto, con un pizzico di introspezione psicologica data dai suoi studi personali. L’opera in questione è stata realizzata di fronte all’edificio che ospita la Fiera internazionale dell’arte di Colonia, in cui la stessa Moiré espelle dalla vagina degli ovuli riempiti di inchiostro e di vernice acrilica, i quali si schiantano, poi, su una tela (http://www.milomoire.com/?lang=de).
Il popolo, o la «Gran Bestia», come direbbe qualcun altro, ha reagito stracciandosi le vesti.
Ma qual è il compito dell’artista? Quello di cambiare il mondo o, forse, di limitarsi a rappresentarlo filtrando la personale percezione di esso?
L’artista seguace della Abramovic e di Beuys, dopotutto, si è limitata, durante la sua carriera, a darci una rappresentazione della società moderna da perfetta figlia, qual è, della propria epoca.
Intanto, all’anacronistico codice di comportamento richiesto dal sindaco di Colonia, in cui, tra le altre cose, invitava le donne a non vestire in abiti succinti per non suscitare negli uomini inutili libido, la Moirè ha replicato, cercando, a modo proprio, di influire sulla società (e quindi tentando di cambiare il mondo), scrivendo su un cartello: “Rispettateci! Non siamo prede libere nemmeno se siamo nude”.

(fonte: corriere.it)

(fonte: corriere.it)