Weltanschauung

La rubrica Weltanschauung è dedicata all’intuizione del mondo, alle disquisizioni intorno al modo in cui individui o gruppi sociali considerano l’arte, l’esistenza, e la posizione dell’uomo in tale crogiolo. Weltanschauung è la visione del mondo del singolo artista e della corrente resa palese nell’opera d’arte.

L’arte è una forma di comunicazione complessa che esprime molteplici elementi, così tanti da essere veicolo dell’immagine del mondo. Una serie di opere o l’insieme dell’intera produzione di una vita parlano dell’intimità dell’autore e della sua sensibilità; del suo rapporto con la società, quindi di politica; dello scopo del suo lavorare e della sua esistenza, quindi di filosofia; di cosa ritiene bello o piacevole, quindi di gusto; di passioni, ossessioni, speranze, auspici e ancora altro.

Mapplethorpe – Wagstaff – Smith. Nessuno vede come noi

Fotografia, musica e collezionismo. Un tridente perfetto. 1967, periodo di contestazione e ribellione nei confronti delle regole e dei modelli capitalistici che si andavano affermando, e anno che vede l’incontro tra due artisti che hanno segnato la cultura giovanile con una sensibilità ed un linguaggio visibilmente poetico: Patti Smith, leggendaria musa del rock, e Robert Mapplethorpe, genio della fotografia.

Si incontrano per caso in una New York degli anni sessanta, dove Patti è arrivata in fuga dalla sua città natale, Philadelphia, per raggiungere un gruppo di amici e dove Robert, si dedica alla pittura.

Entrai nella stanza. Un ragazzo dormiva sopra un semplice letto in ferro. Era pallido e magro, con una massa di riccioli neri: giaceva a petto nudo con fili di perline attorno al collo. Rimasi là. Lui aprì gli occhi e sorrise.” [Patti Smith, Just Kids, Feltrinelli]

Patti Smith – Robert Mapplethorpe, New York, Norman Seef ©

Patti Smith – Robert Mapplethorpe, New York, Norman Seef ©

 

Vivono insieme un amore fatto di interessi comuni per l’arte e la musica, difficoltà economiche, droghe e un grande sostegno reciproco. Si lasciano, si riprendono ma rimangono “vicini” rincontrandosi a New York e vivendo nel memorabile Chelsea Hotel, albergo di intellettuali e artisti. Sono gli anni di Bob Dylan, Jimi Hendrix, Andy Warhol, mito di Robert, e della Factory, Patti Smith tra un lavoretto e l’altro pian piano si avvicina alla composizione musicale e alla poesia.

Ecco che agli inizi degli anni settanta entrambi trovano la loro strada: Mapplethorpe, complice una polaroid presa in prestito, inizia a scattare le prime fotografie mentre Patti affianca alle sue composizioni musicali versi poetici.

La copertina del primo album della Smith “Horses” venne scattata proprio da Mapplethorpe, una foto pura, autentica, incentrata sul biancore dato dalla camicia di lei e sul particolare cravattino, suo porta fortuna. Nessun assistente, nessun esposimetro: non ne aveva bisogno, Mapplethorpe aveva in mente la luce.

Cover del disco Horses, 1975, R. Mapplethorpe ©

Cover del disco Horses, 1975, R. Mapplethorpe ©

Si lasciano dopo che Robert scopre di essere omosessuale e incontra una delle figure più importanti della sua vita artistica e sentimentale: il collezionista d’arte Sam Wagstaff, uomo di vasta cultura che divenne per lunghi anni il suo compagno di vita.

Lo aiutò molto nel suo lavoro artistico regalandogli numerose macchine fotografiche e alcune fotografie originali del tedesco Von Gloden, vera e propria icona della fotografia omosessuale. Da li il focus dell’arte di Mapplethorpe si orienterà verso l’erotismo: fotografie che ritraggono corpi, in prevalenza maschili, nelle quali la grande attenzione è data da dettagli anatomici che l’artista riesce ad elevare come essenza dell’espressione artistica, superando l’idea di volgarità che era associata alla pornografia.

L’anatomia dei corpi fotografati in bianco e nero rappresenta, in chiave moderna, il concetto di bellezza che ha dominato per secoli la storia dell’arte.

Thomas, 1987, Robert Mapplethorpe©

Thomas, 1987, Robert Mapplethorpe©

Estate 1978: Patti Smith diventa famosa con la canzone “Because the Night” nata da una collaborazione con Bruce Springsteen, Robert invece qualche anno dopo si ammala di AIDS.

Prima amanti e poi amici inseparabili, comunque compagni di vita, un intreccio sentimentale vero e genuino, unico nel suo genere legato da una folle passione artistica: “Di notte lasciavamo suonare gli album che ci piaceva mettere sul giradischi malridotto. Talvolta facevamo un gioco chiamato il Disco della Notte. La copertina dell’album scelto veniva messa bene in vista sulla mensola del caminetto. Facevamo suonare il disco più e più volte, mentre la musica imprimeva una traiettoria alla serata.» [Patti Smith, Just Kids, Feltrinelli]

Una storia d’amore, ma soprattutto di vita, vissuta in maniera accelerata che insegna tanto e lascia splendide immagini nella mente, come il saper apprezzare il poco che si ha, amando senza alcun pregiudizio.

«Nessuno vede come noi, Patti» mi ripeté. Quando mi diceva quel genere di cose, nel magico spazio di un istante era come se fossimo le uniche due persone al mondo”

[Sara Costa]

Tutto è Arte, Arte è tutto: Cesàr Paternosto e la lezione degli Inca

Il mondo come lo conosciamo, noi figli della modernità, è un mondo fatto di categorie: c’è la nostra società e la società degli altri, l’economia, la finanza, la religione e così via; la lista può allungarsi all’infinito. Viviamo in un mondo diviso in compartimenti quasi stagni che comunicano una volta tanto, come delle isole servite da traghetti irregolari e capitani pigri. Ma questo mondo non è sempre stato così. Lo sa bene Cesàr Paternosto, lo sapevano bene gli Inca.

La vita, fino a che la luce dell’Illuminismo non ha abbagliato tutti, era un continuum che creava categorie solo per il piacere di mischiarle, sporcarle e farle sovrapporre. Così come fino alla Rivoluzione Industriale non si poteva nemmeno pensare un’economia non subordinata alla società (Polanyi, 1968); fino al Rinascimento era ugualmente inimmaginabile un’arte completamente fine a sé stessa, creata con l’unico scopo di esistere esteticamente. Il mondo prima di noi se ne fregava delle categorie, ma noi ce ne siamo dimenticati, o ce lo hanno fatto dimenticare. Cesàr Paternosto, però, ha provato a ricordarcelo nel suo saggio No Borders: The Ancient American roots of Abstraction (Schneider & Wright, 2006:158), dove ci presenta la preziosa lezione degli Inca. Lui, pittore e scultore nato a La Plata nel 1931 – figlio del genere astratto e araldo del Concretismo – ha speso più di metà della sua vita a New York, dove ha prodotto ed esposto con grande successo. Gli artisti veri, però, finita quella brevissima carica di euforia e agio economico, del successo non sanno bene che farsene. Gli artisti veri vogliono l’ispirazione, sfidano la noia, cercano le radici. Cesàr Paternosto non fa eccezione, e le radici se le andò a cercare nel 1977 dove le aveva veramente: nella sua Argentina. Originariamente volato a Buenos Aires per esporre all’Artmùltiple Gallery decise poi di trascorrere il resto dell’inverno in Sud America. Cercava le radici, le ha trovate ovunque: sulle rive del Titicaca, a Cuzco, a Ollantaytambo; soprattutto le ha trovate a Machu Picchu. Tutti a volte abbiamo bisogno di una piccola spinta nella vita, di un suggerimento, di uno schiaffo morale che ci riattivi i sensi: se per la maggior parte di noi c’è nostra madre e le sue mani mai dome a svolgere questo compito, solo per pochi, forse solo per Cesàr Paternosto ci poteva essere l’Intiwatana. Apparentemente, in quel monolite di linee geometriche appoggiato tra i picchi delle Ande c’erano tutte le radici che Paternosto cercava; c’erano le radici della sua gente, nuova linfa per la sua arte. Le linee squadrate ma armoniose dell’Intiwatana gli mostrarono una nuova dimensione artistica, lui la colse e la traspose nell’ultima fase della sua produzione – la cui opera più rappresentativa è forse Northeast Window. Soprattutto, però, gli ricordarono cos’era l’arte per gli Inca, cosa è sempre stata l’arte per l’uomo: tutto. L’Intiwatana, infatti, era per la civiltà Inca un monumento di carattere religioso legato indissolubilmente al calendario e al trascorrere del tempo, aveva una funzione principalmente pratica, un ruolo sociale consolidato e riconosciuto; esso era dunque asservito ad uno scopo. Questo però, ci dice Paternosto, non gli impediva di essere anche un pezzo di arte, una scultura, benché per gli standard artistici classici dell’Occidente fosse classificato come artefatto architettonico o pietra decorata. Le forme geometriche dell’Intiwatana, spiega l’artista argentino, seguono un pattern socialmente condiviso di idee artistiche che avevano corrispondenze profonde nella mitologia Inca, la cui cultura non distingueva minimamente tra estetica ed utilità, tra manufatti artistici e oggetti pratici. Lo stesso discorso può essere applicato agli intarsi sul Tempio del Sole, o ancor di più ai complessi motivi t’oqapu, le cui trame intricate ricoprivano tuniche ed arazzi Inca. Secondo recenti rivisitazioni, infatti, i motivi t’oqapu rappresentavano una struttura parallela alla scrittura, in un sistema simile ai geroglifici dove ogni disegno recava in sé un messaggio facilmente decodificabile dagli altri membri della società. Le tuniche Inca, quindi, non erano semplicemente decorate ma erano artisticamente disegnate in modo da essere inserite in un sistema culturale di comprensione e trasmissione di messaggi. Il velo di etnocentrismo che ha accompagnato studiosi e critici al momento delle loro valutazioni – e accompagna tuttora anche noi – li spinse a declassare molta della produzione Inca a decorazione o artefatti in pietra e metallo invece che identificarli per quello che realmente erano: dipinti e sculture. Il segreto, però, è proprio qui. Questo è il messaggio di Cesàr Paternosto, questo è il messaggio degli Inca: tutto è arte, arte è tutto. I confini spaziali-concettuali-formali che rinchiudono la nostra vita in categorie rigide, in una sorta di autolesionistica celebrazione dei limiti di Kant, non esistono “realmente”; la differenza tra arte e decorazione, intaglio della pietra e scultura, fine utilitaristico e aspirazione artistica non sussiste universalmente ma è una peculiarità della cultura occidentale. La dicitura Belle Arti, in definitiva, è una categoria costruita da noi, che comporta una rigidissima distinzione tra manufatti con un fine puramente estetico-artistico e altri con un fine decorativo-utilitaristico; tra manufatti la cui produzione è fine a sé stessa ed altri che hanno uno spiccato ruolo pratico. Le Belle Arti, e i rigidi confini che una tale etichetta comporta, sono, insomma, parte della nostra cultura e del nostro modo di rapportarci al mondo. Cosa ne pensano, però, le altre culture di una simile categorizzazione e di simili confini? Alla maggior parte di esse, tra cui indubbiamente gli Inca e tutte le altre civiltà del Centro-Sud America, sarebbe stato forse impossibile anche solo spiegare che un disegno o è un pezzo d’arte oppure è una decorazione; che una roccia è intagliata oppure è artisticamente scolpita. Molte di esse, probabilmente, lo troverebbero banalmente divertente. Il nucleo di No Borders è proprio quello di presentare una cultura tra le tante per cui non c’erano confini che demarcassero la differenza tra ciò che è arte e ciò che non lo è. Quello su cui vuole spingerci Cesàr Paternosto è sicuramente un viaggio affascinante, catartico, educativo; è un viaggio che può mostrare non solo differenti modi di guardare all’arte, ma anche un diverso modo di approcciarsi a tutte le altre sfere del nostro vivere. Quello attraverso l’arte del Centro America pre-ispanico è un viaggio che Paternosto ha percorso tutto, e che poi ha trasposto nella sua rinnovata, rafforzata produzione artistica. Chissà se non potremmo percorrerlo anche noi, e attraversare così qualcuno di quegli scomodi confini su cui spesso ci troviamo a sedere annoiati.

[Diego Salvati]

NorthEast Window -Anthropology & Contemporary Art - Arnd Schneider and Christopher Wright - 2006

NorthEast Window – Anthropology & Contemporary Art – Arnd Schneider and Christopher Wright – 2006

Tunica t'oqapu

Motivi t’oqapu

Intiwatana

Intiwatana

La Pop Art che piace alla gente che piace

C’è una strada, a doppio senso di marcia, che collega due paesi chiamati Conformismo e Anticonformismo. Se la Pop Art fosse una carovana intenta a percorrere questa strada, dove sarebbe diretta? Analizziamo le due ipotesi: potrebbe partire dal conformismo per giungere all’anticonformismo, perché utilizzando il linguaggio della società dei consumi, attraverso l’ironia, ne mette a nudo i meccanismi, mostrandoci le contraddizioni, le logiche perverse del marketing, la vacuità di una società di massa sempre di corsa, che bombardata di informazioni e immagini non fa altro che assorbire tutto passivamente. Parla la lingua del conformismo e la rivolta contro lo stesso mondo postmoderno e americanizzato che l’ha prodotta, mirando proprio alla testa del mostro, ovvero quella élite che ha reso l’arte appannaggio di ristretti ambienti culturali dominati dai grandi capitalisti, nonché mercanti e collezionisti. Niente di più anticonformistico.

Ma se l’anticonformismo fosse il punto di partenza e non di arrivo? Fingersi anticonformista non per un’operazione intellettuale profonda ma semplicemente per utilizzare degli schemi già rodati dai mass media e applicarli al mondo dell’arte, come a dire: se con il successo di determinati schemi sono stati americanizzati i costumi di tutto l’Occidente, questi schemi si possono applicare ovunque? Ecco quindi che partendo da una ribellione (l’atto anticonformistico per eccellenza) nei confronti dell’arte “per pochi”, si viene a formare un soggetto che di ribelle non ha niente, anziché adeguarsi ai gusti elitari si adegua al gusto popolare, ma sempre si conforma a qualcosa che già esiste. Non crea e non distrugge, si adegua al modo di vivere imposto dal consumismo, viene prodotta e consumata come una merce qualsiasi. E alla fine è proprio così che l’abbiamo digerita, come una merce, ed è così che ce la ritroviamo rappresentata oggi nell’immaginario collettivo: un mucchio di poster colorati, riproduzioni, fotografie e l’abusatissimo aforisma di Warhol sui 15 minuti di popolarità. Banalizzata dalla massa e forse nata senza significati più ampi, la Pop Art è diventata un’arte senz’anima che piace alla gente che piace, ed è per questo che il suo percorso può dirsi concluso nel conformismo più totale.

 

 

Governo all’Arte – Arte al potere

Contrario all’idea che l’etimologia possa spiegare compiutamente l’essenza di un termine, partirò da essa per arrivare al quid. La fusione del termine latino ars (lungi dal greco τέχνη, téchne) con l’ellenico δῆμος (démos, popolo) ha prodotto il termine, non nuovo, Artecrazia, il quale assurge, in salsa anglosassone, al neologismo Artecracy. Le ragioni di un tale melting pot linguistico verranno espresse da qui innanzi. Che lo si voglia interpretare come la volontà di elevarsi a “governo dell’Arte” o al “potere all’Arte”, finanche all’”Arte al potere” a noi, sinceramente, poco importa. Risulta essenziale, invece, dare voce ed anima ad una delle più nobili qualità dello spirito umano in questo «mondo che danza sui piedi del caos» (Friedrich Nietzsche, Also sprach Zarathustra). Per farlo ci si avvarrà del presente giornale on-line, un portale «per tutti e per nessuno».

La rivista «Artecrazia», dedicata all’arte, fu in realtà il supplemento del periodico «Futurismo», il quale vide la luce per la prima volta in Italia negli anni Trenta del secolo scorso. Questo non significa che la mission del nostro giornale e che l’operato dei giornalisti e collaboratori del presente portale sia direttamente riconducibile all’idea propugnata dai futuristi più di un secolo fa. Tutt’altro. Il continuum è deducibile, invece, dalla volontà di spezzare una volta ancora il rapporto con un passato artistico ingombrante e stantio. Riferendosi non solo a quello della tradizione greco-romana e moderna, ma anche, principalmente, a quello che ha caratterizzato gli ultimi cinquant’anni del secolo scorso.

Dando voce critica ai giovani europei del XXI secolo, spiriti liberi e mai satolli, il giornale sarà il megafono della nuova energia vitale artistica del Vecchio Continente e non solo. La forza del progetto sarà, infatti, la presenza di collaborazioni internazionali all’interno del portale, fucina inesauribile di articoli e di scambi proficui di idee e culture. Saranno presenti articoli scritti in diverse lingue e il titolo stesso del nostro giornale è volutamente un neologismo inglese che possa veicolare subito il messaggio: l’annuncio della nascita di un nuovo laboratorio di idee intorno all’arte e al suo significato intrinseco.

Secondo Gillo Dorfles «l’arte non prescinde dal tempo per esprimere semplicemente lo spirito della Storia universale, bensì è connessa al ruolo delle mode e a tutti gli ambiti del gusto», tuttavia non è neanche, per Vladimir Vladimirovič Majakovskij, «uno specchio cui riflettere il mondo, ma un martello con cui scolpirlo». Noi vogliamo cantare quella che è o dovrebbe essere la nuova arte, cercando di interrogare il passato con gli occhi critici del presente, come slancio per un futuro necessariamente diverso, al di là del bene e del male. Questo perché siamo consci che pánta rêi, tutto scorre, e ciò vale per ogni realtà, senza eccezione, compresa l’arte. Il divenire è contrassegnato da un continuo passare da un contrasto all’altro, direbbe Eraclito di Efeso, e l’arte, parafrasando Oswald Spengler, è la forma d’espressione più significativa di un popolo, inserita nei cicli della storia.

Una costante della moderna cultura europea, secondo Erich Auerbach, è la centralità della persona umana, frutto della convinzione che la sorte personale dell’uomo sia necessariamente tragica e rivelatrice della sua connessione con l’universale. Ma al di là della ricerca del metafisico, infausta o salvifica, dell’uomo, noi vogliamo ripristinare gradualmente il ruolo primario del corpo umano nell’arte. Ciò non attraverso un grottesco ritorno all’uomo vitruviano posto al centro dell’universo, di rinascimentale memoria, bensì ad una graduale e mai forzata riscoperta di quella macchina perfettamente sproporzionata che è l’essere umano. Ma ogni espressione artistica del passato e del presente, ogni prodotto materiale e immateriale, ogni concezione dell’arte, anche diametralmente opposta alla nostra visione, potrà trovare spazio nel nostro lavoro editoriale, filtrata dalla nostra personalissima “concezione del mondo”, o meglio, weltanschauung.

La libertà d’espressione, nei limiti della deontologia professionale, sarà la costante della nostra produzione giornalistica, senza asservimenti politicamente corretti.

Lavoreremo, da subito, pubblicando note critiche e notizie di informazione relative alle mostre e alle iniziative in generale dedicate all’arte, promosse in Europa, a 360°. Consci che il “nuovo” sia sempre violento (si pensi al parto), siamo consapevoli di poter infastidire i puristi e di non riuscire a scalfire i solipsisti, figli di questa Europa che doveva essere «una volontà unica, formidabile, capace di perseguire uno scopo per migliaia di anni» (Friedrich Nietzsche) e che si sta rivelando perfettamente integrata, invece, nella logica del «cretinismo economico», nel «capitalismo assoluto perfettamente realizzato», direbbe il filosofo Diego Fusaro, distante anni luce dai popoli e produttore dell’individuo avulso dalla società e mero consumatore. Ai giovani obnubilati dal “nichilismo passivo” noi proponiamo, quasi un secolo dopo, le parole di Margherita Sarfatti: «un’arte, che sembri di tutti, e sia nell’essenza per i migliori, perché tutti possono intenderne i lati rappresentativi, non ermetici, semplici, e tutti possono presentirne oscuramente l’afflato di mistero spirituale interiore, il quale non le viene dagli artifici apparenti, ma dal senso del prodigio, posto alle radici dell’essere» (Storia della pittura moderna).

Rispetto alla modernità promossa dal Novecento noi proponiamo alle nuove generazioni un supporto multimediale figlio del nostro tempo tecnologico, un brain storming multimediale, che anela ad una, chissà, futura nascita di una corrente artistica contraria all’accelerazione dei tempi di cambiamento, quindi cronologicamente longeva.

Intanto, in questo periodo in cui le classi dominanti combattono una “rivoluzione passiva” per rinsaldare l’ordine neoliberale, il vuoto artistico è paradossalmente contraddistinto da una pluralità di produzioni, certificando la crisi, ossia, come direbbe Antonio Gramsci, «quel momento in cui il vecchio muore ed il nuovo stenta a nascere».

La stessa crisi che contraddistingue «il migliore dei sistemi possibili», la democrazia, un valore così universale che l’Occidente pensa sia proprio dovere esportare, direbbe Massimo Fini, «anche con la forza presso popolazioni che hanno storia, vissuti e istituzioni completamente diversi […] Un regime (la democrazia) di minoranze organizzate, di oligarchie politiche economiche e criminali che schiaccia e asservisce l’individuo, già frustrato e reso anonimo dal micidiale meccanismo produttivo di cui la democrazia è l’involucro legittimante».

All’anglofono Liberal democracy noi proporremo sempre nuovi artisti, capaci di interpretare un mondo, perlomeno, diverso, segnato dall’avvento dell’Artecracy.

[Stefano Cariello]