Weltanschauung

La rubrica Weltanschauung è dedicata all’intuizione del mondo, alle disquisizioni intorno al modo in cui individui o gruppi sociali considerano l’arte, l’esistenza, e la posizione dell’uomo in tale crogiolo. Weltanschauung è la visione del mondo del singolo artista e della corrente resa palese nell’opera d’arte.

L’arte è una forma di comunicazione complessa che esprime molteplici elementi, così tanti da essere veicolo dell’immagine del mondo. Una serie di opere o l’insieme dell’intera produzione di una vita parlano dell’intimità dell’autore e della sua sensibilità; del suo rapporto con la società, quindi di politica; dello scopo del suo lavorare e della sua esistenza, quindi di filosofia; di cosa ritiene bello o piacevole, quindi di gusto; di passioni, ossessioni, speranze, auspici e ancora altro.

TOILET PAPER. UNA FACTORY TRA PROVOCAZIONE E KITCH

Metti insieme un fotografo d’alta moda ad uno dei più conclamati e criticati artisti contemporanei uniti da una passione/ossessione comune nei confronti delle immagini: ecco a voi Pierpaolo Ferrari e Maurizio Cattelan. Nel 2010 decidono di fondare una rivista d’arte e chiamarla Toilet Paper, si esattamente così, un progetto di comunicazione  visiva di nuova generazione che combina fotografia commerciale, forme narrative di carattere estremo legate ad un immaginario surreale che creano e ri-creano quadri ambigui di grande empatia.
Un vero e proprio prodotto editoriale tirato in oltre diecimila copie, una vera scommessa da parte di Cattelan che continua inesorabilmente a sfidare le regole dell’arte contemporanea, di cui lui stesso fa parte, andando a puntare il dito nei confronti delle riviste glamour e patinate e ad una critica d’arte sempre più seriosa e poco attenta al mondo attuale. Toilet Paper mette in scena attraverso gli scatti di Pierpaolo Ferrari una serie di immagini che rappresentano e rendono reali le idee, le perversioni, gli stati d’animo di Maurizio Cattelan. Nessun testo scritto ma solo pure immagini rivisitate che formano una sorta di mostra collettiva su carta sotto forma di un magazine stampato, distribuite nelle librerie specializzate o nei punti vendita di musei e gallerie internazionali. Altro che semplice carta igienica! Qui siamo davanti ad un prodotto vincente, provocatorio, simbolo della vittoria dell’immaginario sulla banalità del quotidiano.
“Volevamo che Toiletpaper diventasse un’etichetta per cose molto diverse: quando abbiamo iniziato ci dicevamo che un giorno tutti avrebbero avuto un vestito Toiletpaper, una casa Toiletpaper, persino una ragazza Toiletpaper. Abbiamo lavorato perché tutto questo succedesse”.
Toilet paper è un volto interamente ricoperto di mortadella, una saponetta morsicata di netto con i segni evidenti dei denti ma anche una terribile testa di maiale mozzata con gli occhi truccati e carichi di ombretto. Non basta un semplice scatto per creare tutto questo: siamo davanti ad un vero e proprio set cinematografico. Ci sono produttori, costumisti, addetti al trucco e alle luci, scenografi e art director tutti impegnati a costruire immagini che provocano reazioni cerebrali ed emotive.
Toilet Paper è lo specchio della società oggi, rispecchia la vera contemporaneità dei giorni nostri portando in scena un mondo deformato dalle nostre stesse mani.
Toilet Paper è diventato un marchio: una collezione di merchandising di tazze, piatti, tovagliette americane, oggetti cool  caratterizzati dalle tipiche immagini Toilet style tra ironia e gusto vintage in vendita anche al Moma di New York, due campagne di moda per Kenzo, un allestimento per il Palais de Tokyo a Parigi, una vera e propria Factory con la sede principale su Skype.
Perché le loro immagini non sono riservate a quella che spesso viene definita come l’elite dell’arte contemporanea ma sono viste come un mezzo espressivo, di comunicazione  democratica che vuole arrivare a tutti attraverso un linguaggio semplice, diretto, estremamente sintetico caricato dall’intervento artistico.
In tanti penseranno: e questa può essere definita Arte?  E’ giusto giustificare sadismo e violenza ridotti al limite del kitch solo è unicamente perché considerati un pseudo linguaggio artistico? Penso che questi punti di domanda hanno delle grandissime verità; comprando Toilet Paper mi sono resa conto che siamo davanti ad un’operazione commerciale e artistica mediocre dal punto di vista spirituale ma che al tempo stesso riesce a rendere il vero spaccato della società d’oggi. L’arte serve anche a questo, deve smuovere l’uomo, esplorare le coscienze, aiutarci a sopravvivere.

link: Toilet Paper Magazine

La Prima Guerra Mondiale e l’arte

Come avrebbe potuto l’artista, il soldato nell’artista, non lodare Dio per la caduta di un mondo di pace di cui era così sazio, così nauseato! Guerra! Quale senso di purificazione, di liberazione, d’immane speranza ci pervase allora!”, così si esprimeva Thomas Mann agli albori della Prima Guerra Mondiale

Egli non era il solo a pensarla in questo modo, poiché la Prima Guerra Mondiale, per quanto incredibile, fu ampiamente sostenuta dall’élite culturale e intellettuale di tutta Europa.

Compositori, musicisti, pittori, scrittori, poeti, filosofi, registi, giornalisti – l’elenco può ancora proseguire – tutti contribuirono con le proprie opere ad accrescere l’entusiasmo nei confronti della guerra, a mobilitare le masse e a “giustificare” moralmente il conflitto.

Nei dibattiti culturali l’arte ebbe un ruolo indicativo ancor prima dell’avvento della Prima Guerra Mondiale, essendo considerata quale specchio, espressione o guida della cultura generale. Molti critici d’arte del tempo si servirono, non a caso, di aggettivi quali “sano” e “malato” nella valutazione di opere d’arte, artisti e movimenti.

Prosa bellica, poesie, feuilleton e romanzi a puntate rappresentavano i soldati come eroi, e rappresentavano la guerra con i mezzi letterari, come forma estetica, minimizzando il dolore e la morte in forma ludica.

Nonostante la morte e il dolore, o forse proprio per questo, la guerra offrì comunque nuovi stimoli. I movimenti avanguardisti, come l’Impressionismo e l’Espressionismo, continuarono a crescere spianando la strada a nuove correnti artistiche come ad esempio il Futurismo e il Dadaismo.

Quest’ultimo distrusse tutti gli ideali artistici esistenti contrapponendo l’insensatezza della guerra all’insensatezza dell’arte.

Tutti quei valori “borghesi”, che potrebbero essere associati alla guerra e alle sue giustificazioni intellettuali, come ad esempio l’arte, la cultura e il senso della propria patria, furono radicalmente relativizzati dal Dadaismo o messi al ridicolo.

Gli orrori della guerra di trincea lasciarono presso i diretti interessati ricordi permanenti che questi cercarono spesso di elaborare attraverso diari e romanzi.

La tragica esperienza della Grande guerra lasciò un segno profondo nella produzione letteraria di tutti i paesi coinvolti, anche perché molti furono i poeti e gli scrittori che vi parteciparono in prima persona come soldati.

Il corpo dai sofisti ad oggi, passando dalla divina proporzione

Siamo oggi bombardati da immagini che sottolineano come il corpo umano sia al centro dell’interesse del mondo Occidentale. Un accanimento quasi morboso nei confronti di un feticcio relegato alla mera apparenza e sorretto da una serie di “prodotti acquistabili” per, secondo il novello pensiero dominante, garantire un miglioramento, o congelamento, di un guscio longevo e apollineo.
Al di là di considerazioni di società e costume è utile valutare come uno degli ultimi tentativi di recuperare, nel mondo dell’arte, non solo la centralità del corpo umano ma anche di codificarne le regole simmetriche è stato portato avanti nell’Ottocento (!) da Roggero Musmeci Ferrari Bravo, noto come Ignis. Attraverso un trattato sulla “divina proporzione” – in realtà, a noi mai pervenuto – egli cercò di ordinare e definire le regole e i rapporti esistenti nel corpo umano, sulla falsariga del Canone di Policleto, aggiungendovi, però, un afflato mistico ed esoterico.
«L’occhio non vedrebbe mai il Sole se non fosse simile al Sole, né l’anima vedrebbe il Bello se non fosse bella» da questa frase di Plotino, Ignis trasse le energie per scolpire, sulla base del canone aureo, il “Romi Caput” e il “Veneris Caput”: vere e proprie reminiscenze greco-romane ed un gusto per il corpo umano dalle origini antiche.
Mi si perdonerà una certa pedanteria, tuttavia è utile chiarire, al fine di una determinata comprensione, quale fu il percorso che generò siffatta concezione del corpo.
Chi per primi spostarono l’asse di speculazione dalla natura al corpo, in chiave filosofica, ma che ebbe conseguenze anche nell’arte, furono i sofisti. Fu, tuttavia, Socrate (il padre di tutte le nefandezze metafisiche) a subordinare il corpo alla psychè – riscattandosi solo con la morte consapevole che si autoimpose. Da lì in poi fu solo un trionfo di cialtronerie raccolte dagli orfici che videro il corpo come “tomba dell’anima” e che seminarono l’humus dal quale nacque il cristianesimo. La visione antropocentrica cristiana mortificò il corpo in favore di una proiezione mentale chiamata anima che, come visto, fu solo traslata da altre culture e filosofie.
L’uomo come copula mundi di Pico della Mirandola è sintomatico di una corrente, quella Rinascimentale, che pose di nuovo (anche se in salsa classica) l’uomo al centro dell’universo.
Saltando Winckelmann, torniamo al nostro Ignis con il suo progetto di unità dell’archetipo e non possiamo non cogliere la profonda rivoluzione che è intercorsa nei circa due secoli successivi, caratterizzati, oggi, da un’arte contemporanea che può essere sintetizzata estremamente nel “pensiero che non sempre diviene figura” (tantomeno corpo).
Mentre veniamo rapiti dal corpo scultoreo del modello del noto marchio di moda, che primeggia in ogni pubblicità, ricordiamoci di Ignis ma anche dei nuovi valori eretti dal mondo moderno che ci vorrebbe tutti consumatori di un corpo che gradualmente ci rende tutti simili (si pensi agli interventi chirurgici). Tutto diviene accessibile, se te lo puoi permettere. Tutto ciò che è accessibile oggi diviene insostituibile, immancabile, per potersi considerare completi. Allora sì che si potrà assurgere alla nuova divina proporzione dell’uomo moderno uniformizzato.

Sesso, droga e il clichè dell’artista maledetto

All’immagine dell’artista è sempre associato un modo di essere bizzarro, composto da una vita movimentata e atteggiamenti sopra le righe. Un clichè che oggi gli artisti cercano sempre più spesso di cucirsi addosso, quasi come se la creatività dovesse obbligatoriamente accompagnarsi a uno stile di vita smoderato, a tratti anche autolesionista. È noto che la storia dell’arte sia piena di artisti la cui biografia è già di per se un’opera d’arte: dalle avventure di Caravaggio, agli eccessi di Modigliani, passando per il nano malefico Toulouse-Loutrec e moltissimi altri. Ma è con Andy Warhol e la sua Factory che l’esagerazione diventa mainstream. Guardando soprattutto all’Ottocento, alcuni dei migliori risultati in campo artistico e letterario, sono stati raggiunti grazie alle esperienze di vita di autentici artisti maledetti. Lo stile bohèmien nato in quel secolo, fatto di alcool, sesso e droga, diventa lo stereotipo dell’artista tutto genio e sregolatezza. Nella seconda metà del Novecento, quello stile si traduce negli eccessi “Rock”, che diventano benzina con cui alimentare la propria vita di esperienze nuove, da tramutare in arte, musica, libri e film. Si esagera quasi perché ci si sente in dovere di farlo, perché quella è la vita da artista. Poi si arriva a un ultimo periodo, in cui l’aspetto stravagante non è più simbolo di distinzione, ma di appartenenza. Sei un creativo se ti vesti e ti comporti da persona strana. Questo è dovuto al fatto che non ci si esprime più perché si vuole dire qualcosa, ma solo perché gli altri vogliono che l’artista dica qualcosa. E poiché non sempre si ha qualcosa da dire, ci si costruisce un’immagine di comodo, in modo che qualunque parola proferita risulti frutto di una mente creativa e mai banale. La creazione di un personaggio da interpretare, sembra una priorità sempre più sentita dagli artisti strettamente contemporanei, i quali ritengono necessario ostentare delle stravaganze ai fini di vendere meglio i loro lavori. Si potrebbe dire che più si va avanti nel tempo, più si cerca di produrre artisti ancor prima delle opere d’arte.

Mapplethorpe – Wagstaff – Smith. Nessuno vede come noi

Fotografia, musica e collezionismo. Un tridente perfetto. 1967, periodo di contestazione e ribellione nei confronti delle regole e dei modelli capitalistici che si andavano affermando, e anno che vede l’incontro tra due artisti che hanno segnato la cultura giovanile con una sensibilità ed un linguaggio visibilmente poetico: Patti Smith, leggendaria musa del rock, e Robert Mapplethorpe, genio della fotografia.

Si incontrano per caso in una New York degli anni sessanta, dove Patti è arrivata in fuga dalla sua città natale, Philadelphia, per raggiungere un gruppo di amici e dove Robert, si dedica alla pittura.

Entrai nella stanza. Un ragazzo dormiva sopra un semplice letto in ferro. Era pallido e magro, con una massa di riccioli neri: giaceva a petto nudo con fili di perline attorno al collo. Rimasi là. Lui aprì gli occhi e sorrise.” [Patti Smith, Just Kids, Feltrinelli]

Patti Smith – Robert Mapplethorpe, New York, Norman Seef ©

Patti Smith – Robert Mapplethorpe, New York, Norman Seef ©

 

Vivono insieme un amore fatto di interessi comuni per l’arte e la musica, difficoltà economiche, droghe e un grande sostegno reciproco. Si lasciano, si riprendono ma rimangono “vicini” rincontrandosi a New York e vivendo nel memorabile Chelsea Hotel, albergo di intellettuali e artisti. Sono gli anni di Bob Dylan, Jimi Hendrix, Andy Warhol, mito di Robert, e della Factory, Patti Smith tra un lavoretto e l’altro pian piano si avvicina alla composizione musicale e alla poesia.

Ecco che agli inizi degli anni settanta entrambi trovano la loro strada: Mapplethorpe, complice una polaroid presa in prestito, inizia a scattare le prime fotografie mentre Patti affianca alle sue composizioni musicali versi poetici.

La copertina del primo album della Smith “Horses” venne scattata proprio da Mapplethorpe, una foto pura, autentica, incentrata sul biancore dato dalla camicia di lei e sul particolare cravattino, suo porta fortuna. Nessun assistente, nessun esposimetro: non ne aveva bisogno, Mapplethorpe aveva in mente la luce.

Cover del disco Horses, 1975, R. Mapplethorpe ©

Cover del disco Horses, 1975, R. Mapplethorpe ©

Si lasciano dopo che Robert scopre di essere omosessuale e incontra una delle figure più importanti della sua vita artistica e sentimentale: il collezionista d’arte Sam Wagstaff, uomo di vasta cultura che divenne per lunghi anni il suo compagno di vita.

Lo aiutò molto nel suo lavoro artistico regalandogli numerose macchine fotografiche e alcune fotografie originali del tedesco Von Gloden, vera e propria icona della fotografia omosessuale. Da li il focus dell’arte di Mapplethorpe si orienterà verso l’erotismo: fotografie che ritraggono corpi, in prevalenza maschili, nelle quali la grande attenzione è data da dettagli anatomici che l’artista riesce ad elevare come essenza dell’espressione artistica, superando l’idea di volgarità che era associata alla pornografia.

L’anatomia dei corpi fotografati in bianco e nero rappresenta, in chiave moderna, il concetto di bellezza che ha dominato per secoli la storia dell’arte.

Thomas, 1987, Robert Mapplethorpe©

Thomas, 1987, Robert Mapplethorpe©

Estate 1978: Patti Smith diventa famosa con la canzone “Because the Night” nata da una collaborazione con Bruce Springsteen, Robert invece qualche anno dopo si ammala di AIDS.

Prima amanti e poi amici inseparabili, comunque compagni di vita, un intreccio sentimentale vero e genuino, unico nel suo genere legato da una folle passione artistica: “Di notte lasciavamo suonare gli album che ci piaceva mettere sul giradischi malridotto. Talvolta facevamo un gioco chiamato il Disco della Notte. La copertina dell’album scelto veniva messa bene in vista sulla mensola del caminetto. Facevamo suonare il disco più e più volte, mentre la musica imprimeva una traiettoria alla serata.» [Patti Smith, Just Kids, Feltrinelli]

Una storia d’amore, ma soprattutto di vita, vissuta in maniera accelerata che insegna tanto e lascia splendide immagini nella mente, come il saper apprezzare il poco che si ha, amando senza alcun pregiudizio.

«Nessuno vede come noi, Patti» mi ripeté. Quando mi diceva quel genere di cose, nel magico spazio di un istante era come se fossimo le uniche due persone al mondo”

[Sara Costa]

Max Papeschi: l’arte provocatoria da milioni di dollari

Spesso l’arte è un universo particolarmente bizzarro. Anni e anni di studio e ricerca per perseguire il sogno di una vita, diventare regista e autore teatrale, e invece ritrovarsi ad essere in pochissimi anni uno dei più importanti giovani artisti della digital-art esponendo in soli cinque anni in oltre cento mostre in giro per il mondo. Questo è Max Papeschi, artista eclettico, ironico e positivo di forte impatto mediatico. Lui ha iniziato quasi per caso con il solo obiettivo di rimettersi in gioco: nessun progetto, nessuna idea illuminante ma la semplice decisione di sostituire la videocamera con l’immagine.


Max papeschi _ NaziSexyMouse _ Max Papeschi ©

Un clamore mediatico che arriva con una sua opera gigante – un manifesto affisso sulla facciata di un famoso palazzo nel centro storico di Poznan (Polonia) – che rappresenta un corpo di donna con la faccia di Michey Mouse che ha alle spalle una gigantesca bandiera nazista. La critica lo esalta e ne suggella il genio.

Da Topolino Nazista alla Deflorazione di Minnie Mouse, le icone cult della bontà per antonomasia vengono rivestite di una simbologia che evidenzia la perdita della verginità/innocenza per trasformarsi in un incubo collettivo.


Max Papeschi©

Basti pensare ai lavori esposti a Osaka da novembre dal titolo La société du spectacle che hanno come comune denominatore la denuncia sull’ipocrisia dei maggiori capi di stato di tutto il mondo che sembrano figure autorevoli nel dirigere le nostre sorti ma a guardarli bene sono dei semplici burattini-attori al soldo dei veri potenti.

L’arte provocatoria di Max Papeschi è la massima espressione di una ribellione talentuosa, vera e cruda, che ci porta verso nuove riflessioni e verso un concreto concetto di cambiamento.


Max Papeschi ©

[Sara Costa]

Tatuare è un arte?

Il tatuaggio è frutto di fantasia, abilità tecnica e pazienza. Si sviluppa un’idea e la si imprime sulla pelle. Questo è praticamente ciò che fa qualsiasi artista, realizzando su un supporto qualcosa che si è creato prima nella sua mente. In passato pratiche come la xilografia, l’acquaforte, l’acquatinta, la serigrafia e tutti gli altri procedimenti di stampa, furono accolti come autentiche espressioni artistiche, se pur recepiti come inferiori rispetto alle tre arti maggiori. Il tatuaggio per certi versi può essere paragonato a queste espressioni, con una fase creativa e una fase di “stampa”. Ma a differenza delle stampe, il tattoo viene ancora snobbato dall’arte accademica. Eppure si parla di una pratica antichissima, come testimoniano la mummia Oetzi e i suoi segni indelebili fatti 3000 anni fa. Una storia lunghissima che ad oggi fatica ancora a trovare la legittimazione che invece meriterebbe, anche al di fuori della cultura underground. Espressioni molto più recenti sono state inserite a pieno diritto nel novero delle discipline artistiche. Forse sono proprio le sue lontane radici a non andare d’accordo con l’accademismo contemporaneo che fa dell’avanguardia e del nuovo a tutti i costi uno dei caratteri principali di legittimità artistica. C’è da discutere sulla reale novità di molte opere esposte oggi nelle gallerie, spesso ripetizioni manieriste di movimenti di rottura dei decenni scorsi. Il design pare essere oggi una delle ultime frontiere dell’espressione creativa. Ha carattere popolare, larga diffusione e proprietà di status symbol. Ha bisogno di una tecnica precisa e avanzata per essere prodotta e ci accompagna nella vita quotidiana, un po’ come i tatuaggi. Questi però sono indubbiamente fuori dalle istituzioni dell’arte, anche per un antiquato pregiudizio che gli ha sempre visti come un marchio da galeotto, ignorante e disagiato. Ma l’evoluzione del tattoo, ha sfoggiato risultati di enorme raffinatezza, che dimostrano come sia giunta l’ora di cancellare ogni etichetta. Sarà forse la nuova generazione di storici dell’arte a consacrarla definitivamente? Vedremo mai i tatuaggi di Amanda Wachob, Marcin Aleksander, Ondrash, Sasha Unisex, nei manuali di storia dell’arte? Probabilmente si, forse è solo questione di tempo.

3 motivi per odiare l’iperrealismo

L’iperrealismo è una forma d’arte molto apprezzata, la gente comprende subito la perizia tecnica che c’è dietro e la precisione millimetrica tenuta dall’autore. Non c’è dubbio che richieda una mano esperta e un occhio enormemente attento al dettaglio, per cui ogni persona che si imbatte in un opera iperrealista non può far a meno che stupirsi e meravigliarsi del risultato ottenuto dall’artista. E allora perché non dovrebbe piacere a qualcuno? Ecco 3 motivi per cui detestare l’iperrealismo:

1) Troppo uguale alla realtà. Paradossalmente il suo punto forte è anche il suo punto debole. Non è nulla di più di una foto e non è niente di diverso da una scena vista dal vivo.
2) Troppo immediata da comprendere. Dai, ci lamentiamo che l’arte contemporanea è difficile da capire, ma non è forse questo a renderla ancora più interessante?
3) Troppo social. Capita spessissimo di vedere post su disegni iperrealisti o imbattersi in speedrowing su Youtube , solitamente commentati con frasi come “questa si che è vera arte!” o “sembra una foto!”. Il problema è che si finisce per ammirare più la mano dell’artista che non le opere stesse, per le quali si attiva un meccanismo che ce le fa piacere come può piacerci un selfie di una persona fotogenica e non come un quadro degli Uffizi. Per questo internet pullula di disegnatori e non di artisti.

I novemila volti di una ricerca: Paul Klee

Circa novemila opere tra incisioni, dipinti, disegni, fogli colorati, marionette, teatrini, maschere e bassorilievi costituiscono l’amplissimo e multiforme lavoro creativo di Paul Klee.

I momenti della sua ricerca sono scanditi, quasi a sottolineare una continuità tra storia della vita e sviluppo dell’opera.


Il suo desiderio fu quello di trasformare ogni tipo di esperienza: da quella onirica a quella matematica, dalla visione al microscopio a quella degli astri, dal realismo all’astrazione, in un’incessante ricerca della qualità e nella fondazione di un nuovo linguaggio espressivo. Segni figurativi tradizionali, sistemi di vocaboli, assemblaggi di parole, numeri e cifre, scritture ideografiche orientali ed egizie, graffiti preistorici, miniature medievali, espressioni geometriche, sono solo alcuni tra i numerosi codici utilizzati e trasformati da Klee in nuovi insiemi che rendono la sua opera immediatamente riconoscibile.

Il suo insegnamento ha avuto, sia nell’arte a lui contemporanea che in quella successiva, una propagazione indiretta.


Klee apprese dalle opere preziose e penentranti indagini della sensibilità della natura, quindi delle leggi interne alla formazione di una spazialità delle strutture degli oggetti e delle immagini.

Si potrebbe, quindi, parlare di un tipo di logica dell’inconscio. Un inconscio che rovescia l’antica logica aristotelica, dove la parte è uguale al tutto. Questo vede Klee nel teorizzare le operazioni psicanalitiche che costituiscono, per l’artista, il mondo delle forme.

 

klee

La Pop Art che piace alla gente che piace

C’è una strada, a doppio senso di marcia, che collega due paesi chiamati Conformismo e Anticonformismo. Se la Pop Art fosse una carovana intenta a percorrere questa strada, dove sarebbe diretta? Analizziamo le due ipotesi: potrebbe partire dal conformismo per giungere all’anticonformismo, perché utilizzando il linguaggio della società dei consumi, attraverso l’ironia, ne mette a nudo i meccanismi, mostrandoci le contraddizioni, le logiche perverse del marketing, la vacuità di una società di massa sempre di corsa, che bombardata di informazioni e immagini non fa altro che assorbire tutto passivamente. Parla la lingua del conformismo e la rivolta contro lo stesso mondo postmoderno e americanizzato che l’ha prodotta, mirando proprio alla testa del mostro, ovvero quella élite che ha reso l’arte appannaggio di ristretti ambienti culturali dominati dai grandi capitalisti, nonché mercanti e collezionisti. Niente di più anticonformistico.

Ma se l’anticonformismo fosse il punto di partenza e non di arrivo? Fingersi anticonformista non per un’operazione intellettuale profonda ma semplicemente per utilizzare degli schemi già rodati dai mass media e applicarli al mondo dell’arte, come a dire: se con il successo di determinati schemi sono stati americanizzati i costumi di tutto l’Occidente, questi schemi si possono applicare ovunque? Ecco quindi che partendo da una ribellione (l’atto anticonformistico per eccellenza) nei confronti dell’arte “per pochi”, si viene a formare un soggetto che di ribelle non ha niente, anziché adeguarsi ai gusti elitari si adegua al gusto popolare, ma sempre si conforma a qualcosa che già esiste. Non crea e non distrugge, si adegua al modo di vivere imposto dal consumismo, viene prodotta e consumata come una merce qualsiasi. E alla fine è proprio così che l’abbiamo digerita, come una merce, ed è così che ce la ritroviamo rappresentata oggi nell’immaginario collettivo: un mucchio di poster colorati, riproduzioni, fotografie e l’abusatissimo aforisma di Warhol sui 15 minuti di popolarità. Banalizzata dalla massa e forse nata senza significati più ampi, la Pop Art è diventata un’arte senz’anima che piace alla gente che piace, ed è per questo che il suo percorso può dirsi concluso nel conformismo più totale.