I cavalli “migranti” di Gustavo Aceves, a Roma ancora per pochi giorni

C’è tempo ancora fino al 5 marzo per visitare Lapidarium, la grande mostra allestita all’interno dell’area archeologica di Roma, in dialogo con la memoria storica della capitale. Monumentale e di grande effetto scenografico, la mostra comprende ben 43 sculture, disposte in un percorso che va dall’Arco di Costantino, alla piazza del Colosseo, ai Mercati di Traiano. Artefice del tutto l’artista messicano Gustavo Aceves.

Per chi ancora non lo sapesse, Lapidarium è in realtà un progetto itinerante e in continua evoluzione, iniziato nel 2014 con un’anteprima a Pietrasanta (dove l’artista risiede e lavora), e proseguito poi con una prima tappa ufficiale a Berlino nel 2015 e ora con la seconda tappa romana, che si concluderà tra pochi giorni. Le statue si sposteranno poi prossimamente, aumentando anche di numero, tra Corinto, Parigi, Istanbul e Venezia (a ricreare idealmente il viaggio della Quadriga di San Marco, opera che ben prima di quelle in questione si è trovata a dover affrontare suo malgrado epiche migrazioni, e pertanto fonte d’ispirazione del progetto), fino al gran finale a Città del Messico, previsto per il 2018, in cui l’artista conta di raggiungere un totale di 100 esemplari.

Le statue, tutte diverse e tutte di dimensioni monumentali, sono realizzate in bronzo, marmo, legno, ferro e granito, e rappresentano tutte dei cavalli. Si tratta però di cavalli piuttosto particolari, sono infatti mutilati, scheletrici, azzoppati e sofferenti, alcuni sono incisi e altri addirittura ripieni di teschi umani, e la maggior parte poggia su delle imbarcazioni di legno. La particolarità del soggetto, enigmatico e se vogliamo anche inquietante, nasconde in realtà uno scopo molto nobile alla base del progetto. L’artista, infatti, convinto che l’arte debba servire a “umanizzare l’umanità”, si propone di sollevare, anche attraverso il mezzo artistico, una questione molto dibattuta in tempi odierni: quella dei migranti. Con la sua schiera di cavalli itineranti, infatti, Aceves vuole portare l’attenzione sul fatto che la migrazione sia un fenomeno continuamente ripetuto nella storia dell’umanità, e che addirittura ci accomuna tutti, se si pensa che in fondo veniamo tutti dallo stesso luogo, e i nostri esodi si ripetono già a partire da quando i primi uomini si spostarono dall’Africa per popolare l’Europa. Le sue opere diventano allora un’esortazione a riflettere sulla ciclicità della storia e a cercare di evitare di commettere sempre gli stessi errori. Sono statue equestri, ma che non sono più simbolo di vittoria e nobiltà, bensì di lotta per la sopravvivenza e disperazione.

Ogni scultura rappresenta nelle intenzioni dell’artista una diversa diaspora avvenuta nel corso della storia antica, un omaggio a ogni popolo che migrando è stato considerato “barbaro” e invasore, ricordandoci così la nostra comune natura umana. Ogni cavallo porta con se il richiamo non solo alla Quadriga di San Marco e alle sue peregrinazioni, ma anche al cavallo di Troia, simbolo di invasione per eccellenza, e alle prime pitture rupestri, simbolo del luogo e del momento in cui tutto ebbe origine, nonché un riferimento invertito a tutti quei monumenti equestri che hanno commemorato valorosi combattenti di ogni tempo. Il suo diventa così un monumento ai vinti, a quegli eroici anti-eroi costretti ogni giorno a lottare per sopravvivere, un monumento capace di dare voce a chi normalmente non ce l’ha, e di mostrare che in fondo siamo (o almeno siamo stati) tutti sulla stessa barca. In tutti i sensi.

Fino al 5 marzo 2017, Arco di Costantino – Piazza del Colosseo – Mercati di Traiano Roma

http://www.mercatiditraiano.it/mostre_ed_eventi/mostre/lapidarium

http://lapidarium.online/

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