Il centro storico monumentale come spazio espositivo del contemporaneo. Continuità di vocazione o innesto forzato?

Non tutti gli spazi sono adatti all’arte contemporanea. O meglio, non tutti gli spazi sono adatti ad un certo tipo di arte contemporanea. I centri storici delle città italiane hanno delle peculiarità che difficilmente si prestano al dialogo con alcuni linguaggi contemporanei. Abbiamo trattato l’argomento di Urs Fischer a Firenze e abbiamo poi visto il caso di Soweto, in Sudafrica, con la sua centrale elettrica riconvertita e ricoperta di murales. Questi due casi mostrano la differente percezione che si ha dell’arte contemporanea a seconda del contesto in cui è collocata. Un artista di altissimo livello come Fischer può essere visto come uno sfregio a una delle piazze più belle d’Italia, mentre un onesto lavoro di grafica può essere visto come un elemento di attrazione se messo in un contesto povero di bellezza e tradizione.

Questo non vuol dire che l’arte contemporanea debba essere relegata nelle periferie e ridotta al ruolo di “accompagnatrice” per gli ambienti disagiati. Artisti come Jeff Koons, Helidon Xhixha e Jan Fabre hanno saputo connettersi all’ambiente fiorentino e hanno dimostrato che un dialogo tra il centro storico e il contemporaneo è possibile. Diversamente, casi come quelli di Fischer o Buren a La Spezia dimostrano che il confine tra arte e sfregio alla città è molto labile.

L’Italia si è sempre confrontata con la peculiarità della musealizzazione di edifici storici, che a differenza del resto del mondo rappresentano la maggior parte dei contenitori d’arte. Mentre negli altri paesi si costruiscono edifici nuovi appositamente per l’utilizzo museale, da noi questa prassi è sempre stata molto ridotta e si è preferito di gran lunga riconvertire l’esistente. Questo è stato possibile grazie alla lunghissima tradizione italiana nella costruzione di ville, chiese, edifici pubblici e castelli di notevole pregio. In anni recenti però anche nello stivale si è spinto molto di più per l’inserimento di strutture museali nuove di zecca, specialmente se firmate da qualche “archistar” internazionale. I risultati non sono sempre stati felici e le accuse di sperpero di denaro pubblico, spesso anche a ragione, non sono mancate. Tutto questo mentre tantissimi edifici storici crollano abbandonati. Una miriade di bellissime ville semisconosciute cadono a pezzi mentre si stanziano milioni per delle avveniristiche strutture di cui nessuno sente davvero il bisogno.

Questo per dire quanto complessa e particolare sia la situazione delle città italiane, quanto la tradizione necessiti di dialogare in maniera pacata con i nuovi inserti, che siano essi edifici o opere d’arte in pubblica piazza. Il fatto è che sempre più spesso si sacrifica ciò che ci differenzia dagli altri in nome di uno spirito antiprovinciale e globalizzato, si cerca di inseguire gli altri dove non abbiamo bisogno di andare. Lo si fa perché così fan tutti, per non esser da meno. Il nostro paese ha bisogno di guardare anche al futuro e offrire sempre nuovi spunti per stare al passo coi tempi, l’importante però è non dimenticarsi mai di ciò che ci sta già intorno.

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