Chiara Fumai. L’illusione della provocazione

Pur amando alla follia l’arte contemporanea spesso capita di imbattersi in opere che vengono considerate di alto livello artistico solo per il semplice fatto che sono oggetto di provocazione. Sinceramente, che ruolo deve avere la provocazione nell’arte contemporanea? E’ uno stratagemma per attirare l’attenzione o è un fattore determinante per poter definire un’opera “artistica”? Penso che nel torpore della vita quotidiana l’arte debba provocare un qualcosa che è un dialogo tra l’opera e lo spettatore, partendo anche dalla riflessione che l’opera deve restituire un concetto di bellezza nei confronti del mondo e dell’uomo. L’arte deve essere provocazione, la provocazione intesa come spostamento di pensiero ma non è necessaria per la realizzazione di un’opera. Un’opera può essere innocente, basta che giochi con la mente.

Sono rimasta abbastanza sconcertata nel vedere che le più importanti riviste e gallerie del settore artistico abbiano dato gran voce all’arte provocatoria dell’artista Chiara Fumai, diventata nota dopo aver vinto il premio Furla nel 2013 con l’opera “Chiara Fumai reads Valerie Solanas” una videoinstallazione che è la rilettura del manifesto femminista per l’eliminazione dei maschi scritto nel 1967 da Valerie Solanas, un’attivista e scrittrice famosa per aver sparato ad Andy Warhol poiché «aveva troppo controllo sulla sua vita».

Va tutto bene, siamo negli anni 2000 e si deve cercare sempre la novità, il tema che può generare lo scandalo e la provocazione. Ma qui siamo davanti ad una performance che si ispira ad un pensiero di una squilibrata e disadattata, che ha cercato di ammazzare Warhol dopo averlo assillato per mesi e che ha avuto il coraggio di scrivere e pubblicare il manifesto SCUM che proclama la necessità di rovesciare il governo, l’eliminazione del sistema monetario e la distruzione del sesso maschile. Avrebbero mai dato un premio ad un’artista maschile che propone la distruzione del genere femminile o di qualsiasi altra categoria umana?

La giura ha visto in questo “omaggio” un lavoro di ricerca che trova le radici nel primo femminismo e nelle performance concettuali reinventandole in una prospettiva di continuità. Per difendere l’arte femminile è necessario arrivare a questo?

Rimpiango con amarezza il gruppo attivista degli anni novanta delle Guerrilla Girl che ha sempre puntato il dito con estrema intelligenza sull’ineguaglianza creativa: “Meno del 5% degli artisti nelle collezioni del museo sono donne, ma l’85% sono nudi femminili”.  Purtoppo questa è una triste verità ma è allo stesso tempo la conferma di come, nel mondo dell’arte, siano gli artisti stessi (con relativo stuolo di critici, galleristi, collezionisti) a insistere e a farsi portavoce di pregiudizi millenari.

 

2 commenti
    • Redazione
      Redazione dice:

      Gentile Francesco,
      ti ringraziamo per la segnalazione.
      In tutte le biografie che abbiamo avuto modo di visionare è riportata come romana.
      La stessa artista ci ha contattato e non ha fatto alcuna correzione sulle sue origini.
      In ogni caso abbiamo tolto ogni riferimento geografico dall’articolo, le biografie non sono un’interesse primario della nostra testata e in questo caso i natali dell’artista non aggiungono o tolgono nulla alla comprensione del punto di vista dell’autrice.
      Buona lettura

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