Cindy Sherman. Cosmesi dello stereotipo

Cindy Sherman è nota come fotografa, ma forse la definizione che più le si addice è quella di teatrante. Si accosta all’arte tentando con la pittura ma presto si accorge che non la soddisfa ed inizia a fotografare sé stessa, travestendosi da altro da sé.

La prima serie dei suoi lavori è quella degli Untitled Film Stills, lunga serie di scatti che sembrano altrettanti fotogrammi di una pellicola cinematografica. La Sherman posa come un’attrice, interpretando in ogni immagine un ruolo, un’identità, uno stereotipo associato al femminile, tanto spesso presente nei film d’epoca: la casalinga, la prostituta, la donna sedotta e abbandonata, i vari ruoli la rivestono e sono da lei indossati a loro volta. Negli anni della lotta femminista, queste immagini sembrano voler polemizzare contro il ruolo spesso minoritario o limitante attribuito alle donne, ma in realtà l’ironia che traspare da queste foto non è polemica né giudicante, non prende posizioni nette ma diventa semplice e lucida interpretazione.

Questa attitudine recitativa e performante trova un ulteriore sviluppo negli History Portraits, un esperimento che la vede indossare i panni e i colori di una serie di figure tratte da famosi dipinti della storia dell’arte; un’operazione di mimesi con la pittura e con quello che l’ha preceduta come artista, con effetti stranianti e speso divertenti; un’ironia malcelata, il gusto di compiacersi in una mascherata che fa il verso a un’arte forse ormai sorpassata.

Con le Sex Pictures invece l’ironia diventa incubo, il piacere diventa pornografia macabra e asfissiante. Le immagini non la vedono più protagonista, al suo posto una serie di manichini o di parti anatomiche in plastica, montate spesso in modo non lineare creando una commistione di generi sessuali e di forme. L’esito è raccapricciante e ributtante, si perde qualsiasi attrazione, rimpiazzata da una sorta di repulsione. La meccanica dei corpi incastrati toglie qualunque naturalezza all’atto fisico, che diventa qui un avvilente mercificazione, quasi un negozio di sex toys dell’incubo.

La Sherman ha il potere di appropriarsi dello stereotipo che vuole rappresentare in modo completo e convincente, dote che hanno tutte le grandi attrici quando danno vita a un ruolo. Si trucca e si traveste da concetto. Un esempio su tutti l’interpretazione della tipica quarantenne americana, ex reginetta di bellezza, ora casalinga in tuta da ginnastica occupata a spalmarsi di crema autoabbronzante mentre segue corsi di aerobica nella tv via cavo, una versione al cerone della famosa Barbie a stelle e strisce. Definirla fotografa è per questo limitante, l’artista in questo caso diventa tableu vivant del concetto stesso che la sua opera vuole rappresentare.

 

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