Il circo delle parole a vuoto su Christo

Terminato il progetto di Christo sul lago d’Iseo, i bilanci non si sono fatti attendere per un’opera che ha catalizzato i media italiani come mai un evento d’arte contemporanea era riuscito a fare.
Voci entusiaste, polemiche, discussioni e critiche si sono susseguite come da copione. Le starlette della cultura televisiva pronte a rimarcare il proprio conservatorismo, il pubblico in marcia a frotte per vedere o sperimentare non si sa esattamente cosa.

Il fronte della critica vede in testa Daverio e Sgarbi. Per quest’ultimo il problema è che l’opera di Christo è totalmente autoreferenziale, non ha alcun rimando al paesaggio culturale, alla storia dell’arte e ai siti artistici che sfiora.
Questo evento che ha mosso 1,2 milioni di persone non è stato un traino per le misconosciute ricchezze culturali locali, non ha fatto pubblicità a nient’altro che a se stesso.

Pretendere che un’opera d’arte contemporanea sia una mera strategia di marketing turistico è ancor peggio della incontestabile autoreferenzialità giustamente evidenziata da Sgarbi.
The Floating Piers non ha nessun rapporto con la bellissima e vicina Cappella Suardi a Trescore affrescata da Lorenzo Lotto nel ‘500 ed è un assurdità pretendere che per giustificare l’intervento un rapporto dovesse esserci. Per quale ragione? Perchè un artista bulgaro dovrebbe farsi carico della divulgazione di un artista rinascimentale che non ha nessun punto di contatto con la sua poetica?
Per fare pubblicità e smuovere il mercato turistico del comune che non riesce o non può promuovere le sue ricchezze? Per far guadagnare gli esercizi commerciali circostanti?
Secondo il ragionamento di Sgarbi The Floating Piers è un intervento fallito, non tanto perchè manchi di un significato qualsiasi, ma perchè non ha realmente implementato il turismo della zona in cui è stato ospitato.
Se utilizzassimo questa logica della mobilitazione e del giro di mercato saremmo costretti a ritenere che Lorenzo Lotto non meriti l’appellativo di artista dal momento che la sua cappella riceve un numero risibile di visite.

Per Daverio il problema è la natura effimera dell’intervento. Volendogli dare ragione la Body Art e tutta l’arte performativa dovrebbero essere proscritte dalla storia dell’arte. È questo un revisionismo spinto che ancora una volta non tiene affatto conto del fine e del significato dell’opera ma, in questo caso, solo della sua permanenza fisica, dimenticando imperdonabilmente la memoria. La permanenza di persone, oggetti ed eventi non è dovuta semplicemente alla loro esistenza materiale ma anche, e in forme più complesse e interessanti per un discorso artistico, attraverso la memoria che è la cifra stilistica del lavoro decennale di Christo.

Tra il pubblico da sagra paesana che non sa e non si pone il problema di cosa stia esperendo e gli intellettuali che parlano di storia invece che di arte o di durata invece che di significato al pari di quelli che osannano l’intervento senza darne alcuna motivazione argomentata, come ormai è prassi, il gran parlare, scrivere e criticare è imperniato su argomenti che con la qualità e la comprensione artistica dell’opera hanno poco o nulla a che vedere. Lunghe considerazioni per dire mi piace o non mi piace e niente di più.

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