Il corpo dai sofisti ad oggi, passando dalla divina proporzione

Siamo oggi bombardati da immagini che sottolineano come il corpo umano sia al centro dell’interesse del mondo Occidentale. Un accanimento quasi morboso nei confronti di un feticcio relegato alla mera apparenza e sorretto da una serie di “prodotti acquistabili” per, secondo il novello pensiero dominante, garantire un miglioramento, o congelamento, di un guscio longevo e apollineo.
Al di là di considerazioni di società e costume è utile valutare come uno degli ultimi tentativi di recuperare, nel mondo dell’arte, non solo la centralità del corpo umano ma anche di codificarne le regole simmetriche è stato portato avanti nell’Ottocento (!) da Roggero Musmeci Ferrari Bravo, noto come Ignis. Attraverso un trattato sulla “divina proporzione” – in realtà, a noi mai pervenuto – egli cercò di ordinare e definire le regole e i rapporti esistenti nel corpo umano, sulla falsariga del Canone di Policleto, aggiungendovi, però, un afflato mistico ed esoterico.
«L’occhio non vedrebbe mai il Sole se non fosse simile al Sole, né l’anima vedrebbe il Bello se non fosse bella» da questa frase di Plotino, Ignis trasse le energie per scolpire, sulla base del canone aureo, il “Romi Caput” e il “Veneris Caput”: vere e proprie reminiscenze greco-romane ed un gusto per il corpo umano dalle origini antiche.
Mi si perdonerà una certa pedanteria, tuttavia è utile chiarire, al fine di una determinata comprensione, quale fu il percorso che generò siffatta concezione del corpo.
Chi per primi spostarono l’asse di speculazione dalla natura al corpo, in chiave filosofica, ma che ebbe conseguenze anche nell’arte, furono i sofisti. Fu, tuttavia, Socrate (il padre di tutte le nefandezze metafisiche) a subordinare il corpo alla psychè – riscattandosi solo con la morte consapevole che si autoimpose. Da lì in poi fu solo un trionfo di cialtronerie raccolte dagli orfici che videro il corpo come “tomba dell’anima” e che seminarono l’humus dal quale nacque il cristianesimo. La visione antropocentrica cristiana mortificò il corpo in favore di una proiezione mentale chiamata anima che, come visto, fu solo traslata da altre culture e filosofie.
L’uomo come copula mundi di Pico della Mirandola è sintomatico di una corrente, quella Rinascimentale, che pose di nuovo (anche se in salsa classica) l’uomo al centro dell’universo.
Saltando Winckelmann, torniamo al nostro Ignis con il suo progetto di unità dell’archetipo e non possiamo non cogliere la profonda rivoluzione che è intercorsa nei circa due secoli successivi, caratterizzati, oggi, da un’arte contemporanea che può essere sintetizzata estremamente nel “pensiero che non sempre diviene figura” (tantomeno corpo).
Mentre veniamo rapiti dal corpo scultoreo del modello del noto marchio di moda, che primeggia in ogni pubblicità, ricordiamoci di Ignis ma anche dei nuovi valori eretti dal mondo moderno che ci vorrebbe tutti consumatori di un corpo che gradualmente ci rende tutti simili (si pensi agli interventi chirurgici). Tutto diviene accessibile, se te lo puoi permettere. Tutto ciò che è accessibile oggi diviene insostituibile, immancabile, per potersi considerare completi. Allora sì che si potrà assurgere alla nuova divina proporzione dell’uomo moderno uniformizzato.

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