Dal macro al micro, le topografie visive di Marco Maggi

Marco Maggi, rappresentate uruguayano alla 56° Biennale di Venezia (2015), lavora per un’arte che sconfina nello studio attento della percezione attraverso teorizzazioni e segni che hanno come focus principale la miopia come simbolo di percezione. Centro della sua produzione artistica è l’uso di materiali quotidiani come fogli di carta, alluminio o scarti di mele e buste. Questi materiali inanimati e di facile rinvenimento, sono utilizzati dall’artista per mettere in scena topografie dettagliate che vanno dal micro al macro, obbligando l’osservatore ad avvicinarsi e immergersi nella perentoria e labirintica costellazione di segni.

Il lavoro di Marco Maggi fonda le sue basi su delle teorizzazioni che hanno come centro l’appropriazione informale della “miopia” come elemento simbolico che costringe a una sovrapposizione forzata di segni, accatastati da una semantica che si fa sempre più piccola e, a tratti, impercettibile. Da lontano, la percezione è frammentata, faticosa e complessa, da vicino le forme caratterizzate da ombre e riflessi, si compongono e assumono connotati semantici che collegano labirintici rilievi e inducono al dubbio e alla perdita del sé. Le microscopiche costruzioni di Maggi, si attivano come haiku visivi, sintesi visuali di percezioni d’animo, ridefinendo nuovi confini in cui la comprensione assume l’unico vero valore intellettivo.

Attraverso un linguaggio che spesso si ripete e che si appropria di tecniche classiche come incisione, disegno, scultura, Maggi costringe ad abbandonare una visione generale della superficie a favore di una visione per dettagli. Le micro composizioni narrano, sottoforma di elementi, un’arte che si libera da qualsiasi condivisione frettolosa e superficiale, ma induce a fermarsi, a strizzare gli occhi. L’invito alla scoperta, implica inevitabilmente un’attenzione che richiede molta più concentrazione dall’osservatore, il quale viene immerso in una sospensione temporale e spaziale che lo ingloba e ne determina la percezione. Il tempo è qui in perpetuo lento rinnovamento, come in uno slow motion percettivo, le costruzioni di Maggi ne rallentano la realizzazione e determinano una pausa che lentamente sbroglia i dettagli.

In questo alfabeto visivo Maggi costringe a ridurre le distanze che esistono tra l’uomo e le cose, attiva invece la coscienza che celebra il ravvicinato e promuove l’invisibile, nascosto e talvolta esasperato. Il disegno, implica dunque di re-indirizzare e riformulare le idee, creando nuove temporalizzazioni che si snodano finalmente visibili all’occhio umano.

 

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*